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Se il negozio ti obbliga a dichiarare che sei davvero un autonomo (anche se non lo sei)

A meno di un mese dall’entrata in vigore la riforma Fornero ha già iniziato a dispiegare i primi effetti su alcune categorie di atipici. Le notizie che arrivano dal fronte degli associati in partecipazione non sono però tutte positive: in Piemonte la catena Poltronesofà ha appena interrotto il rapporto di lavoro con tre associati colpevoli di essersi rifiutati di certificare, dinanzi ad un’apposita commissione, la loro posizione di lavoratori autonomi. La risoluzione dei tre contratti è avvenuta proprio in seguito all’applicazione di un comma – il n. 29 dell’articolo 1 – inserito in extremis nel corpo della 92/2012, che dallo scorso 18 luglio ha limitato ad un massimo di 3 il numero di persone inquadrabili da ciascuna impresa come associati (si fa eccezione per i coniugi,  i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado del titolare). In caso di violazione – prescrive ora il legislatore - il rapporto di lavoro sarà da considerarsi a tutti gli effetti di tipo subordinato a tempo indeterminato. Una norma che ha prevedibilmente messo in allarme migliaia di esercenti, ma soprattutto molti grandi marchi operanti in Italia attraverso punti vendita in franchising. Perché è proprio qui, secondo la campagna Dissociati! recentemente conclusa dalla Cgil, che è oggi impiegata una quota rilevantissima di associati in partecipazione. Lavoratori formalmente autonomi, assimilati da questo contratto ad una sorta di “soci” del datore di lavoro, per il quale svolgono in realtà mansioni di semplici dipendenti: ma con meno diritti, retribuzioni inferiori e tutti i rischi collegati alla partecipazione ad un'impresa commerciale. In questo quadro il comma 29 concede un'ulteriore deroga per i contratti di associazione già esistenti: fino al momento dell’entrata in vigore della legge, al datore di lavoro si dà infatti la possibilità di sottoscrivere congiuntamente con il lavoratore una "certificazione volontaria" presso una delle apposite commissioni territoriali introdotte nel 2003 (dal decreto legislativo 276 e precisamente dagli articoli 75 e seguenti), blindando di fatto le condizioni del contratto fino alla sua scadenza naturale. «La certificazione consiste nel confermare che è corretto il rapporto di lavoro come associato nel modo in cui si svolge» spiega alla Repubblica degli Stagisti il segretario generale della Nidil-Cgil di Torino Eric Poli, «dando così all'impresa la possibilità di non adeguarsi immediatamente alle nuove norme». Come molte altre aziende anche Poltronesofà ha deciso di approfittare dell'opportunità concessa e nelle scorse settimane si è rivolta alla commissione di certificazione istituita dalla fondazione Marco Biagi dell’università di Modena e Reggio Emilia. «Ci è stata consegnata un’istanza da firmare e un modulo allegato in cui si chiedeva di specificare una serie di dati relativi al rapporto di lavoro» racconta alla Repubblica degli Stagisti Laura (il nome è di fantasia), ex associata del punto vendita Poltronesofà di Beinasco, alle porte di Torino, gestito direttamente dal marchio grazie all'apporto lavorativo di sei associati, oggi guardacaso ridotti esattamente a tre. «Nel questionario si chiedeva se avevamo vincoli stringenti di orario, se ricevevamo ordini specifici e reiterati inerenti la nostra prestazione lavorativa, se dovevamo dare comunicazione in caso di assenza». In parole povere se il contratto in questione avesse o meno le caratteristiche della subordinazione. «Peccato che le risposte fossero già state precompilate in modo conveniente all’azienda» rivela Laura. «La nostra partecipazione agli utili aziendali [una delle caratteristiche qualificanti il "vero" associato, ndr] consisteva esclusivamente nelle provvigioni per le vendite. Sul luogo di lavoro dovevamo rispondere ad un capo negozio e ad un capoarea, comunicare l’eventuale assenza e in qualunque momento l’azienda poteva effettuare controlli sulle divise e sul nostro badge». Per un contratto part time che formalmente prevedeva 32 ore lavorative settimanali -  «niente pagamento di straordinari e domeniche obbligatoriamente lavorative da due anni» -  la busta paga poteva arrivare a 1.200 euro: non proprio il lauto stipendio degno di un socio di un famoso marchio del made in Italy. «Insieme ad un'altra collega ci siamo rifiutate di accettare il modulo precompilato. Un terzo collega ha invece accettato di firmare, ma ricompilandolo in maniera veritiera. Non è cambiato granché: l’azienda ha chiesto a tutti e tre di firmare le dimissioni volontarie e al nostro rifiuto ha cambiato immediatamente tutte le password di accesso e persino la serratura del negozio». Sarà ora il giudice del lavoro a stabilire se Potronesofà si sia comportata correttamente nei confronti dei tre associati di Beinasco, considerato anche che «lo stesso punto vendita aveva subito ben due verifiche dell’ispettorato del lavoro che avevano già messo in luce irregolarità contrattuali» sottolinea Eric Poli [nella foto a fianco]. Non solo: a quanto risulta al sindacato un trattamento analogo è stato riservato in tutta Italia a diversi altri lavoratori impiegati in punti vendita in franching dello stesso marchio. Quanto alla commissione di certificazione intitolata a Marco Biagi - e composta da illustri docenti universitari - si dovrà probabilmente stabilire se abbia svolto la propria funzione «in assoluta trasparenza e imparzialità», così come prescritto dall'apposita carta dei servizi. Raggiunto al telefono, uno dei componenti, il ricercatore Alberto Russo, ha assicurato che i moduli consegnati ai lavoratori non erano stati precompilati, precisando che per la stessa azienda la commissione ha eseguito circa 200 certificazioni analoghe. La vicenda di Beinasco solleva tuttavia il sospetto che il periodo ponte concesso dal governo per i contratti di associazione già in essere si sia risolto in molti casi in ulteriori pressioni e ricatti, ai danni di una categoria di atipici talmente debole sotto il profilo contrattuale da aver inizialmente indotto gli stessi autori della riforma ad ipotizzare la loro completa scomparsa. La soluzione di mediazione raggiunta alla fine sul tetto dei tre associati inizia tuttavia a produrre anche qualche timido effetto positivo. «A metà luglio siamo riusciti a chiudere un accordo con la catena Tracks Retail  attiva con un centinaio di punti vendita nel settore dell’abbigliamento» annuncia Poli, «che ha deciso di assumere a tempo indeterminato trenta associati». Un primo segnale nella giusta direzione, anche se la strada per sanare la posizione degli oltre 50mila associati italiani resta ancora molto lunga.Ilaria CostantiniPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Riforma del lavoro approvata: e adesso che succede?- Riforma del lavoro: ma l'associazione in partecipazione non doveva essere abolita?- La riforma del lavoro porterà più lavoro ai giovani? Secondo Pietro Ichino sì

Stage negli enti pubblici, il ministro Patroni Griffi: «Per il momento niente rimborso»

Nessun rimborso per gli stagisti nella pubblica amministrazione. Almeno finché non saranno emanate le linee guida che definiranno la congrua indennità introdotta dalla riforma Fornero. E non prima che il ministero della Pubblica amministrazione abbia «armonizzato» il contenuto del provvedimento con la disciplina del pubblico impiego. Così il ministro Filippo Patroni Griffi, rispondendo ieri alla Camera dei Deputati ad una interrogazione di Flavia Perina (Futuro e libertà).La riforma del mercato del lavoro fissa alcuni obiettivi di principio rispetto alla normativa sui tirocini. In particolare si stabilisce il «riconoscimento di una congrua indennità, anche in forma forfettaria, in relazione alla prestazione svolta», l'ammontare della quale dovrà essere definito nell'ambito di alcune linee guida che dovranno essere emesse dalla conferenza Stato-Regioni entro sei mesi dall'entrata in vigore della norma, ovvero per la metà di gennaio 2013. La stessa legge però specifica che dall'applicazione di queste prescrizioni «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».Un connubio di precetti all'apparenza contradditori, che secondo molti rischia di rendere inapplicabili le prescrizioni relative al rimborso per quanti svolgono un percorso formativo all’interno della pubblica amministrazione. In realtà, basterebbe una variazione nei bilanci degli enti pubblici per recuperare i fondi necessari senza aumentare la spesa. Da mesi la Repubblica degli stagisti pone l’attenzione su questo problema sia in riferimento al decreto liberalizzazioni per i praticantati, che nelle realtà pubbliche non ricevono nessun tipo di rimborso, sia alla riforma Fornero. Norma dopo l'applicazione della quale il ministero degli Esteri ha sospeso, salvo poi fare marcia indietro, i tirocini promossi con la Fondazione Crui.Tra gli enti che hanno sollevato la contraddizione tra l'obbligo di garantire una congrua indennità e quello di non generare un aumento della spesa c'è l'Avvocatura dello Stato. Una posizione che ha fatto discutere, suscitando un’interrogazione parlamentare depositata all'inizio di giugno dalla deputata del Partito democratico Marianna Madia, alla quale peraltro né il ministro del Lavoro, né quello della Giustizia hanno fornito ad oggi una risposta. Ieri, sempre alla Camera, è stata la volta di un question time, una interrogazione parlamentare a risposta immediata, «nato da una segnalazione di Repubblica degli Stagisti», depositato da Flavia Perina.Dopo aver ricordato che è già in vigore una prescrizione sul rimborso spese ai tirocinanti professionali (i praticanti), contenuto nel decreto liberalizzazioni, la deputata ha sottolineato che «l’Avvocatura dello Stato si è dichiarata esonerata dal dover dar seguito alle previsioni normative sui compensi ai praticanti in virtù dell’esigenza di non produrre nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica; pertanto, i laureati in giurisprudenza che svolgono il praticantato professionale per l’accesso alla professione forense presso questo ente non avranno diritto ad alcun rimborso». Una situazione che peraltro continua a rimanere in contraddizione con il codice deontologico forense (anche se questo codice, curiosamente, non riguarda l'Avvocatura dello Stato).Anche la Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane, ha dichiarato in un recente comunicato le sue «perplessità» relativamente «all'effetto combinato dei due comma dell'articolo 1 della cosiddetta Riforma Fornero», quelli cioè che impongono la congrua indennità e vietano di aumentare le spese. Arrivando alla conclusione che «le due prescrizioni rendono di fatto impossibile prevedere esperienze di formazione on the job nella Pubblica amministrazione».Nella sua interrogazione Perina ha sottolineato che, essendo noto che l’attività di formazione dei laureati nella pubblica amministrazione non sfocia in una occupazione stabile, sia quantomeno inopportuno esonerarla dagli obblighi che si impongono ai privati. Non è giusto, secondo la finiana, che i ministeri, le regioni e gli enti locali conservino la possibilità di disporre degli stagisti in maniera del tutto gratuita. «È condivisibile il principio per cui è necessario non appesantire le casse dello Stato, ma è assolutamente prioritario riconoscere il diritto ad una adeguata remunerazione a coloro i quali svolgono la propria attività di tirocinio nella Pubblica amministrazione». Per questo l'esponente di Fli ha chiesto al ministro se non ritenga opportuno intervenire, «anche con misure di carattere normativo, al fine di chiarire il portato applicativo delle disposizioni e garantire, in ogni caso, l’effettiva tutela del diritto ad ottenere un giusto ed equo compenso per l’attività formativa svolta anche nell’ambito della pa».Come previsto dal regolamento del question time, il ministro ha risposto immediatamente: «Siccome lo stage ha lo scopo di agevolare la scelta professionale anche in seguito alla conclusione degli studi e di agevolare l’entrata nel mondo del lavoro, l’intento del governo è stato fin da subito quello di prevenire gli abusi e lo sfruttamento. La ricostruzione normativa fatta dal deputato Perina è precisa ma purtroppo fino alla data di emanazione delle linee guida continueranno ad essere seguite le discipline regionali già presenti», ha esordito il ministro. Almeno fino a gennaio, dunque, la situazione non cambierà. E avranno un rimborso solo i tirocinanti che svolgono la loro esperienza in una regione che lo ha introdotto per legge.Patroni Griffi ha quindi aggiunto che «la riforma del mercato del lavoro non si applica direttamente alle pubbliche amministrazioni in quanto l'armonizzazione tra le nuove regole introdotte dalla riforma del mercato del lavoro e la disciplina del pubblico impiego è demandata a successivi atti, anche di carattere normativo, adottati su iniziativa del ministro per la pa». Serviranno dunque ulteriori provvedimenti perché anche gli enti pubblici si adeguino alla riforma Fornero. Parole che, per quanto l'esponente dell'esecutivo abbia garantito che «ci faremo carico del problema», forniscono un argomento in più a coloro che vorrebbero che gli enti pubblici fossero esclusi dall'obbligo di garantire un'indennità ai tirocinanti.Con riferimento ai tirocini Mae Crui il ministro ha spiegato che, in seguito all’emanazione delle sopra citate linee guida, si potrà valutare un’eventuale variazione di bilancio al fine di liberare delle risorse per la retribuzione dei suddetti tirocini. Bisognerà dunque aspettare il 2013 perché si parli di un rimborso per questi percorsi formativi che, in un caso su tre, si svolgono all'estero. Nessun riferimento, invece, al caso dei praticantati all’Avvocatura dello Stato.Una risposta che non ha soddisfatto Perina, che ha definito le rassicurazioni poste dal ministro «troppo generiche». Secondo la deputata «questo governo si dovrebbe far carico di allontanare il sospetto che nel pubblico si possa lavorare gratis mentre invece è proprio un organo statale, l’Avvocatura, a ritenersi esonerato dal pagare equi rimborsi ai praticanti». La deputata ha messo in luce come lo Stato dovrebbe invece essere d’esempio per ogni altro ambito: «La contraddizione sta nel fatto che i giovani vedranno che il settore privato offre maggiori garanzie e giustizia di quello pubblico». Questo, dunque, il dibattito parlamentare. Resta l'attesa perché gli impegni assunti da Patroni Griffi si traducano in realtà.Giulia CimpanelliPer saperne di più leggi anche:- Mae-Crui, parte l'interrogazione parlamentare. E il costituzionalista: «Nessun ostacolo al rimborso»- Pratica forense, all'Avvocatura ancora gratis. Per colpa di un comma- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?

Italiana di fatto ma straniera per la burocrazia: dopo la laurea Sima rischia l'espulsione

Sima Travasso è una giovane neolaureata in design d’interni al Politecnico di Milano. E come tutte le ventiquattrenni vorrebbe entrare nel suo settore professionale, anche grazie a esperienze di stage. Ma finora non ha mai potuto farlo.Perché Sima, arrivata in Italia dall’India all’età di un anno perché i suoi genitori avevano trovato lavoro qui e cresciuta a Sesto San Giovanni, dove ha studiato dalle elementari alle superiori, ufficialmente non è italiana. La sua lingua madre è l’italiano e Sima non ha nemmeno imparato l’hindi. I suoi amici sono italiani e l’unica caratteristica che la differenzia da loro sono i tratti somatici tipicamente indiani.Dunque lei si sente, giustamente, italiana a tutti gli effetti. Ma per la legge non lo è. Quando ha compiuto diciotto anni ha dovuto richiedere un permesso per motivi di studio. Finché ha frequentato l’università nessun problema. Ma da quando si è laureata la sua vita è cambiata, paradossalmente in peggio: «Vivo ogni giorno nell’idea che dovrò abbandonare l’Italia, la mia famiglia, la mia città. Un vero incubo».Dopo la laurea Sima ha avuto un visto provvisorio di sei mesi, quello che si usa chi viene in Italia per cercare lavoro: «Mi hanno spiegato che alla scadenza del visto avrei dovuto dimostrare che stavo lavorando già da tre mesi», racconta. La ragazza aveva anche trovato un’offerta di stage in uno studio di design. Ha sostenuto il colloquio ed è stata presa: «All’inizio in questura mi hanno detto che avremmo potuto prolungare il visto per studi, considerando il tirocinio un’esperienza formativa, ma in seguito hanno ritrattato spiegando che non si poteva». Da quel momento Sima si è spesa per cercare un vero lavoro, in qualunque settore. «Un’amica di famiglia per venirmi incontro mi ha fatto un contratto da baby sitter e così ho potuto prolungare il permesso di un anno». Se perdesse il lavoro verrebbe comunque mandata immediatamente in India e se tra un anno non avrà un posto fisso la sua sorte sarà la medesima: «Per ora basta che il contratto che duri almeno un anno mentre per ottenere un permesso che dura due anni il contratto deve essere a tempo indeterminato», spiega.Sima ha richiesto qualche anno fa la cittadinanza italiana ma per quella sta ancora attendendo: «Ci vogliono diversi anni e a me ne mancano ancora almeno due. Se inoltre una volta scaduto il termine non avrò un posto di lavoro fisso la mia pratica verrà congelata». Sany, il fratello ventunenne di Sima, ha avuto più fortuna: è italiano a tutti gli effetti solamente perché è venuto al mondo in Italia, e dunque al compimento dei 18 anni ha potuto richiedere la cittadinanza con una procedura semplificata. Sima qualche mese fa ha inviato una lettera al prefetto di Milano, che ha risposto semplicemente che avrebbe dovuto trovare lavoro entro tre mesi altrimenti le sarebbe scaduto il visto e sarebbe stata mandata in India. Il caso di Sima era stato portato agli onori di cronaca dal sito web Italiani di frontiera che ad aprile aveva pubblicato con la collaborazione di Repubblica degli Stagisti un video in cui la ragazza raccontava la sua storia, ripreso anche dal sito dell’Unicef. Il video era riuscito a muovere l’interesse di Monica Chittò, candidata sindaco al comune di Sesto San Giovanni, che aveva promesso che - se fosse stata eletta - avrebbe cercato un modo per risolvere il problema di Sima e porre a livello nazionale la questione dei diritti di cittadinanza negati a giovani italiani figli di immigrati.Fortunatamente a volte anche nella vita vera il lieto fine esiste. L’amministrazione di Sesto San Giovanni si è mossa quindi in aiuto di Sima: due settimane fa l’assessore alle politiche giovanili, cooperazione internazionale, pace e diritti umani del comune di Sesto San Giovanni Elena Iannizzi ha contattato Sima e l’altroieri, giovedì, le due si sono incontrate. «Si è trattato di un momento molto importante perché siamo riusciti a trovare una risposta fattiva al problema di Sima e gliela abbiamo comunicata».Sima ha un fratello italiano a tutti gli effetti. La ragazza non sapeva che è possibile chiedere un permesso di soggiorno legato alla parentela con un cittadino: «Quando scadrà il permesso di un anno la accompagneremo in questura per chiedere questo nuovo permesso che può durare due o cinque anni a scelta del richiedente e che soprattutto non è vincolato al lavoro». Il permesso condurrà Sima fino al momento in cui le verrà finalmente riconosciuta la cittadinanza che lei ha richiesto nel 2009 e che le dovrebbe essere concessa dopo cinque o sei anni.Sima è felice e finalmente ha la possibilità di intraprendere uno stage per accedere al settore professionale dei suoi sogni e sa che potrà rimanere in Italia e costruirsi una vita qui.L’amministrazione comunale, d’altro canto, specifica che il caso di Sima, nella sua sfortuna, è stato fortunato: «Ci sono tanti giovani cresciuti in Italia che si ritrovano col suo stesso problema e che non hanno parenti italiani: il comune di Sesto cerca di dare una mano a tutti ma non tutti i casi si riescono a risolvere come quello di Sima». E la problematica degli italiani di seconda generazione, sempre più centrale nella nostra società, dovrà prima o poi essere affrontata per adeguare le leggi al buonsenso.Giulia CimpanelliPer saperne di più leggi anche:- Controesodo, istruzioni per l'uso: le FAQ utili ai giovani fuggiti all'estero che desiderano tornare in Italia approfittando della legge sugli incentivi fiscali- Emergenza Neet, all’Europa i giovani che non studiano e non lavorano costano 2 miliardi di euro a settimana- L'Italia può ancora essere un "paese per giovani", o la fuga è l'unica soluzione? Dibattito a Milano con Eleonora Voltolina e Alessandro Rosina

Quando il master vale tanto ma non costa nulla ai partecipanti

Master finanziati al cento per cento da aziende. Per giunta di alto livello, organizzati in sinergia tra le migliori università italiane e le aziende d’eccellenza nostrane. Quello che emerge è il bisogno delle imprese di formare figure altamente specializzate e altrettanto selezionate in un determinato settore per poi, nella maggior parte dei casi, inserirle nel proprio organico. «Le imprese si sono accorte che per offrire una formazione di alto livello non bastano le loro competenze e i loro fondi ma che è necessario appoggiarsi a strutture che si occupano di formazione. Quindi chi meglio delle università?», spiega alla Repubblica degli Stagisti Vincenzo Gerbi, professore ordinario di scienze e tecnologie alimentari, presidente della Sistal (Società italiana di scienza e tecnologia degli alimenti) e direttore del master di secondo livello in Scienza e tecnologia dell’alimentazione e nutrizione umana intitolato a Michele Ferrero.E il master Ferrero è proprio uno di questi casi.  Ormai giunto alla quarta edizione (scadenza per presentare le domande di iscrizione 10 agosto 2012) è organizzato e finanziato da Ferrero con università degli studi di Torino. In questo caso l’azienda – già aderente, fin dagli albori, al progetto Bollino OK Stage della Repubblica degli Stagisti per garantire al suo interno tirocini di qualità – finanzia non solo l’intero importo della quota d’iscrizione al master (4500 euro per partecipante), ma anche un contributo di agevolazione alla frequenza del valore di 8mila euro. Per gli studenti stranieri residenti all’estero sono previsti sino ad un massimo di cinque grants del valore di 13mila euro. In sostanza gli iscritti dovranno solo pagare la tassa di iscrizione di 550 euro per un percorso di tredici mesi di cui tre di attività sperimentale all’interno di stabilimenti di produzione, italiani ed esteri, o nelle aree tecniche centrali (R&D, direzioni tecniche, materie prime/packaging). Il numero massimo di partecipanti è sedici ma finora non sono mai stati più di sei a edizione. Anche se l’azienda non garantisce che i diplomati al master verranno occupati all’interno delle sue strutture, l’interesse di Ferrero nel formare risorse specializzate ad hoc è palesato dalle percentuali: «La metà dei ragazzi che hanno frequentato il master nelle scorse tre edizioni è stato assunto in Ferrero e l’altro 50% è comunque rimasto nel settore». Una volta conseguito il diploma, dunque, i partecipanti non avranno la certezza di proseguire l’iter professionale in Ferrero ma solitamente a favorire il loro accesso in azienda è l’esperienza di stage condivisa per alcuni mesi, che prevede una industry assessment session progettata per valutare anche le attitudini e le competenze acquisite grazie all’esperienza culturale e umana vissuta nel master.È nato per iniziativa di un famoso imprenditore del settore, Luciano Barbera, il master delle Fibre nobili di Biella. In questo caso di mezzo non c’è un ateneo ma il corso è tenuto da docenti universitari in sinergia con gli esperti delle cinquanta aziende di settore internazionali che lo finanziano.  Ai quattro o cinque allievi ammessi ogni anno è riconosciuta la completa gratuità del master più una borsa di studio di 10mila euro destinata a coprire le spese di alloggio e dei numerosi viaggi che il master prevede. «Sì, perché il programma prevede dodici periodi di ministage in aziende italiane e cinque o sei all’estero, in Giappone, Stati Uniti, Scozia, Inghilterra, Australia e Cina per ogni studente, tutti alternati a periodi di lezioni frontali in cui si spiegano le varie fasi della produzione tessile», racconta il direttore Giovanni Schiapparelli. Il master offre una preparazione a tutto tondo sul comparto (dalla scelta e lavorazione delle materie prime alla distribuzione) che permette alle aziende sostenitrici di formare i futuri manager del settore: «L’80% dei diplomati è rimasto nel tessile, in una delle aziende sostenitrici. Il master si conclude ogni anno a gennaio e le statistiche confermano che entro due mesi tutti trovano un posto di lavoro».Il Piemonte si dimostra ricco di opportunità con un terzo master completamente finanziato, quello in Innovazione di reti e servizi nel settore Ict, organizzato dal politecnico di Torino e Telecom Italia. Il master, ad oggi in svolgimento nella sua sesta edizione, è completamente finanziato da Telecom che mette inoltre a disposizione di ogni studente ammesso una borsa di studio di 12mila euro lordi per mantenersi. Gli iscritti sono dai 15 in su, anche se di solito non superano mai di molto il tetto minimo. Il tirocinio curriculare, come nel caso del master Ferrero, si svolge presso strutture di Telecom Italia. L’azienda all’inizio ha esplicitato la forte esigenza del mercato di avere professionalità con competenze tecnologiche specifiche, ma anche con competenze economiche e gestionali trasversali. «Tutti i diplomati delle prime due edizioni sono infatti stati assunti da Telecom», spiega il coordinatore del master e professore ordinario nel settore telecomunicazioni presso il dipartimento di elettronica del politecnico di Torino Marco Ajmone Marsan, «Nella terza edizione Telecom ne ha assunti la metà e nella quarta pochissimi, per impossibilità dell’azienda nei confronti di nuove assunzioni. Ci auguriamo che alla fine di questa edizione ricomincino le assunzioni».Infine altro esempio di ateneo che favorisce le collaborazioni con le imprese e propone ben due master totalmente finanziati è la privata Liuc di Castellanza. L’ateneo lombardo ha infatti presentato la prima edizione del Mema, master meccatronica & management, rivolto a laureati in ingegneria meccanica, elettrotecnica ed elettronica. I partecipanti, per un numero massimo di 14, dovranno pagare di tasca propria solamente i 700 euro di iscrizione mentre il master è sostenuto dai contributi erogati dalle imprese del settore dell’automazione che lo sostengono: Fameccanica, Festo e Loccioni. Il percorso, al via il 15 ottobre 2012, richiede un impegno full time, per un totale di circa 450 ore d’aula e 700 di stage che si svolgeranno presso una delle tre aziende: «Il percorso didattico è organizzato in sinergia tra Liuc e le tre imprese. Com’è nato il progetto? I tre presidenti delle imprese sono venuti da noi è ci hanno detto: “Non troviamo giovani specializzati nel nostro settore, vogliamo formarli per creare i nostri manager del futuro”. E così li abbiamo accontentati, creando un canale di ingresso che assicurerà un futuro professionale a decine di giovani meritevoli», spiega il direttore del master Vittorio D'Amato, fondatore e presidente della Associazione italiana di analisi dinamica dei sistemi.È infine alla sue quarta edizione Helicopter and airplane - master universitario di secondo livello in management per il settore aeronautico, finanziato da otto tra aziende e istituzioni del settore. Anche in questo caso gli iscritti dovranno pagare solamente la quota di iscrizione, pari a 600 euro. Le imprese, invece, finanziano totalmente il costo del master. Obiettivo del master è formare i giovani ingegneri (da un minimo di 18 a un massimo di 21) a inserirsi nei ruoli tecnici delle aziende, combinando una preparazione tecnologica specifica per il settore, con competenze manageriali e abilità comportamentali. La faculty del master prevede la presenza congiunta di docenti dell'università Liuc e di professionisti del settore aeronautico. I partecipanti svolgono uno stage presso le aziende del settore in una delle seguenti aree: engineering, qualità, ingegneria di produzione, logistica e pianificazione dei materiali, customer service, Ict. Il master rappresenta una delle direttrici fondamentali per la competitività del Distretto aerospaziale lombardo. Una realtà, quest’ultima, che conta più di 185 imprese attive e oltre 15mila occupati nelle diverse aree di competenza del settore, per più di 4 miliardi di euro di valore complessivamente generato dal sistema. Anche qui le aziende si dicono intenzionate a formare le generazioni che assicureranno domani la prosecuzione del successo.Giulia CimpanelliPer saperne di più leggi anche:- Fondi tagliati e ombre di assistenzialismo, delude il «Master and back» della Regione Sardegna- Master post-laurea, un giro d'affari da 100 milioni di euro. E se la "bolla" stesse per sgonfiarsi?- Il master lo paga la Regione: fino a 25mila euro. Ai giovani laureati pugliesi ancora una settimana per rispondere al bando «Ritorno al Futuro»

Giornalismo, le scuole muovono quasi 2 milioni di euro all'anno: tutti i numeri

Master di I livello in giornalismo della Libera Università “Maria Ss. Assunta” (Lumsa) di Roma, nato nel 1999 (VII° edizione) biennio 2011/2013 (iniziato a gennaio 2012)- numero di posti: 30- costo iscrizione selezioni: 150 euro - retta biennale a carico degli allievi: 20mila euro  - borse di studio a disposizione: 12 per un totale di 60mila euro  - introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti/orali: 7.950 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 540mila euro- requisiti per accesso: nessun limite di età  [Risposte solo parziali, dati elaborati dalle graduatorie presenti sul sito internet]Scuola superiore di giornalismo “Massimo Baldini” della Luiss di Roma, nata nel 1983, biennio 2011/2013 - numero di posti: 30- costo iscrizione selezioni: 80 euro + 120 euro test cultura generale + 100 euro prove scritte - retta biennale a carico degli allievi: 20mila euro- borse di studio a disposizione: 12 per un totale di 120mila euro   - introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 42.400 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 480mila euro- requisiti per accesso: nessun limite d’etàMaster biennale di I livello in giornalismo dell'università Suor Orsola Benincasa di Napoli, nato nel 2003, biennio biennio 2011/2013- numero di posti: 30- costo iscrizione selezioni: 25 euro per partecipare alla selezione - retta biennale a carico degli allievi: 13.800 euro - borse di studio a disposizione: 3 borse di studio da 5mila euro (15mila euro totali)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 1.225 euro  - introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 399mila euro- requisiti per accesso: non aver compiuto 32 anni[Nessuna risposta, dati elaborati dalle graduatorie presenti sul sito internet] Scuola di giornalismo post-laurea dell'università di Salerno, nata nel 2006 (IV° edizione) biennio 2010/2012 - numero di posti: 25- costo iscrizione selezioni: 50 euro - retta biennale a carico degli allievi: 15mila euro (uguale per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: nessuna (per il biennio 2012/2014 sono previste 3 borse di studio ma non è specificata la cifra)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti/orali: 4.500 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 375mila euro- requisiti per accesso: nessun limite di etàScuola di giornalismo Walter Tobagi di Milano, nata nel 2009 (V° edizione) dalla fusione del master dell’università Statale di Milano e dell’IFG Carlo De Martino biennio 2010/2012- numero di posti: 30 (iscritti 29)- costo iscrizione selezioni: 50 euro - retta biennale a carico degli allievi: 13mila euro (14mila euro per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: 1 borsa di studio a copertura totale, 13mila euro e 9 a copertura parziale 6.500 euro (le borse di studio per il biennio 2012/2014 sono: 1 di 14mila euro e 7 di 7mila euro)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti/orali: 11.700 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 305.500 euro- requisiti per accesso: nessun limite di etàIstituto per la formazione al giornalismo di Urbino, fondato nel 1990- numero di posti: 32- costo iscrizione selezioni: 50 euro per la domanda + 150 euro per partecipare a prove scritte- retta biennale a carico degli allievi: 10mila euro (14mila euro per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: 10 borse di studio di 2.500 euro l’una (dieci borse di studio di 3.500 euro l'una per il biennio 2012/2014)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 24.200 euro - introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 295mila euro- requisiti per accesso: limite di età a 28 anni [analisi su biennio 2010/2012]Master in giornalismo a stampa radiotelevisivo e multimediale dell'Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo dell'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nato nel 2004- numero di posti: 20- costo iscrizione selezioni: 80 euro per partecipare alla selezione - retta biennale a carico degli allievi: 16mila euro (uguale per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: 5 borse di studio da 5mila euro e 39mila euro di altre borse (sei borse di studio da 4mila euro per il biennio 2012/2014)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 4mila euro - introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 256mila euro - requisiti per accesso: nessuno[dati solo parziali, analisi fatta per il biennio 2010/2012 sul numero di candidati che ha superato la prova scritta]Master in giornalismo della Iulm di Milano, nato nel 2004- numero di posti: 15- costo iscrizione selezioni: 50 euro per domanda + 150 euro per prova scritta (detraibile se ammessi)- retta biennale a carico degli allievi: 19mila euro (uguale per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: diverse per un totale di 28.500 euro (4 borse di studio per ogni anno di corso per il biennio 2012/2014 pari al 15% delle somme versate dagli allievi)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 19.350 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 254.250 euro - requisiti per accesso: non aver compiuto 30 anni[analisi su biennio 2011-2013]Master in giornalismo dell'università di Torino, nato nel 2004- numero di posti: 20- costo iscrizione selezioni: nessun costo - retta biennale a carico degli allievi: 23.500 euro, di cui 11.500 coperti da fondi F.s.e. (18.500 euro per biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: nessuna, ma il finanziamento del Fondo Sociale Europeo copriva metà della retta (per il biennio 2012/2014 saranno distribuite borse di studio basandosi su un mix tra reddito Isee e merito, verrà rispettato il tetto minimo del 15% di borse di studio indicato dall'Ordine, ma l'organizzazione spera di superarlo)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti/orali: nessuno- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto del finanziamento FSE]: 240mila euro- requisiti per accesso: limite di età a 35 anni [analisi su biennio 2010-2012]Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia, nata nel 1992 (XI biennio)  - numero di posti: 25- costo iscrizione selezioni: 100 euro + 100 euro se ammessi alle prove scritte- retta biennale a carico degli allievi: 10mila euro (12mila per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: 1 di 5mila euro annui più altre borse non specificate (8 borse di studio per un totale di 24.665 euro per il biennio 2012/2014)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti/orali: 34.200 euro- introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 240mila euro - requisiti per accesso: non aver compiuto 30 anni alla scadenza del bando [analisi su biennio 2010/2012]Master biennale di I livello in giornalismo dell'università di Bari, nato nel 2006- numero di posti: 30 (partecipanti 19)- costo iscrizione selezioni: versamento di 15,49 euro - retta biennale a carico degli allievi: 8mila euro (uguale per il biennio 2012/2014)- borse di studio a disposizione: borse di studio della Regione Puglia, non è indicata né è stata comunicata la cifra (per il biennio 2012/2014 ci saranno borse di studio di altri enti ma non è stato comunicato quali e di che cifra)- introiti della scuola provenienti da tasse di iscrizione dei candidati agli esami scritti e orali: 294 euro - introiti della scuola provenienti da tasse degli allievi [al netto delle borse di studio]: 152mila euro - requisiti per accesso: nessun limite di età [analisi su biennio 2010/2012. Dati solo parziali, analisi fatta sul numero di candidati che ha superato la prova scritta]Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi?- Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge, ma i freelance non demordono- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi E anche:- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità- Costi, remunerazione minima, articoli richiesti: tutti i requisiti per diventare pubblicisti, Ordine per Ordine

Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi?

Albert Camus lo definiva «Il mestiere più bello del mondo», ma in Italia per tanti giovani il giornalismo è sicuramente diventato il mestiere più costoso. Oggi oltre alla lunga gavetta nei quotidiani e alla possibilità – ormai in realtà quasi solo teorica – di essere assunti con un contratto di praticantato giornalistico, esistono undici scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine nazionale che garantiscono i 18 mesi di praticantato necessari per accedere all’esame per diventare professionisti. La Repubblica degli Stagisti ha analizzato i bandi di accesso di queste scuole per capire se sono solo per i figli dei ricchi.Non esce un quadro entusiasmante: sembrano lontanissimi i tempi - fine anni Settanta - in cui a Milano nasceva la prima scuola, l’Ifg de Martino, rimasta completamente gratuita fino al 2007. E sono lontani anche gli anni in cui il passaggio attraverso un master garantiva almeno il posto di lavoro. Adesso chi vuole provare questa carta per diventare professionista deve mettere in conto di spendere cifre che vanno dagli 8mila ai 20mila euro solo per la retta, cui vanno aggiunti tutti i costi connessi: dal vitto e alloggio per i fuori sede e durante gli stage (spesso lontani dalla sede della scuola) alle spese per partecipare all’esame di Stato. E una volta diventati professionisti la lotta sul campo con gli altri colleghi non sempre permette di conquistare un posto di lavoro.Con gli anni i costi dei master sono lievitati fino ai 20mila euro richiesti per il biennio dalle scuole di giornalismo della Lumsa e della Luiss, entrambe a Roma, le più costose. 19mila per la Iulm a Milano, 18mila per il master a Torino (uno dei pochi in controtendenza: fino all’anno scorso costava 23.500 euro, per metà coperti dal Fondo sociale europeo)  e 16mila per l’università Cattolica a Milano. I costi iniziano a scendere con l’università di Salerno dove per il master in giornalismo sono richiesti 15mila euro. Mille in meno, 14mila, per la scuola di giornalismo Walter Tobagi dell’università di Milano, nata  nel 2009 in seguito a un accordo tra il master dell’università di Milano e l’Ifg Carlo De Martino, storica scuola che nei suoi ultimi due bienni aveva fatto registrare un flop occupazionale. L’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, fondato nel 1990, ha aumentato la quota del 40% passando dai 10mila del passato biennio ai 14mila per il 2012-2014. Poco più bassa, 13.800 euro, la cifra richiesta dal master del Suor Orsola Benincasa di Napoli seguito dai 12mila della scuola di giornalismo di Perugia  per il biennio 2012-2014. Chiude la graduatoria in ordine di costo la scuola di giornalismo dell’università di Bari, che continuerà a chiedere "solo" 8mila euro anche nel prossimo bando, in uscita entro luglio. Insomma, un giro d’affari che complessivamente arriva a oltre un milione e 800mila euro all’anno. I guadagni delle scuole di giornalismo non si fermano, però, solo alle rette degli studenti. Il business che ruota intorno è più ampio: molte delle scuole, infatti, prevedono dei costi per la presentazione delle domande che vanno dai 15 euro di Bari ai 300 euro che tra domanda, ammissione al test di cultura generale e alle prove scritte e orali, hanno pagato gli attuali corsisti alla Luiss. E le borse di studio? Ce ne sono ben poche e variano a seconda dei master. Le scuole più virtuose sono la Walter Tobagi di Milano – unica ad avere sette borse di studio parziali, ognuna di 7mila euro, e in più una borsa totale da 14mila euro – seguita dalla  Luiss e dalla Lumsa, che mettono entrambe a disposizione dodici borse di studio: la prima per un totale di 120mila euro e la seconda per 60mila euro. A seguire, la Cattolica di Milano che nel corso del biennio distribuisce 64mila euro in borse di studio. In alcuni casi, come Salerno, non erano proprio previste e solo dal prossimo biennio ne verranno garantite tre – non è ancora chiaro di quale importo – a fronte delle aspre osservazioni dell’Ordine dei giornalisti. La meno virtuosa dopo Salerno è Napoli, con solo tre borse di studio ognuna di 5mila euro.Ma se i soldi investiti dai praticanti giornalisti creano per le scuole un introito non indifferente, il tempo e il denaro speso non garantiscono un posto di lavoro e nemmeno una retribuzione decente. Già una prima ricerca effettuata dall’Ordine dei giornalisti nel 2010, Smascheriamo gli editori, mostrava come i collaboratori di testate nazionali e locali venissero pagati anche meno di 3 euro a pezzo, a volte dopo anni dalla pubblicazione dell’articolo. Un’analisi fatta a livello regionale in Campania – dove l’Ordine dei giornalisti dopo aver autorizzato l’apertura di due scuole di giornalismo ha bloccato, proprio su segnalazione del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania (nella foto a destra), l’ipotesi di una terza scuola ad Avellino – ha dimostrato che la gran parte degli ex partecipanti ai master della regione rientra in una fascia di reddito che, quando va bene, non supera i 500 euro al mese. Un’indagine sui giornalisti precari è stata condotta a febbraio di quest’anno anche dal coordinamento dei giornalisti romani Errori di Stampa, rivelando le tariffe vergogna degli editori, con articoli che possono essere pagati anche cinque euro lordi, in cui sono inclusi i costi di trasporto, telefono e attrezzature necessarie. Dati allarmanti che hanno rilanciato la necessità dell’approvazione di una legge sull’equo compenso che, dopo un lungo stop, qualche giorno fa è tornata in discussione al Senato in commissione lavoro.I numeri sulla retribuzione dei giornalisti e quelli sull’occupazione degli ex studenti delle scuole di giornalismo, affiancati ai costi sempre crescenti dei master, fanno diventare altissima e non sempre giustificata la spesa che un giovane oggi si trova ad affrontare per intraprendere questa strada. E sembra che i giovani stiano cominciando a capire che il gioco troppo spesso non vale la candela: i candidati iniziano a diminuire, tanto che ben due scuole, sia a Bologna sia a Cassino, quest’anno non hanno preso il via per mancanza di iscritti. Nonostante abbiano il meritevole scopo di formare i futuri cronisti, oggi le scuole di giornalismo rischiano di diventare dei meccanismi mangiasoldi, catturando le aspettative di tanti aspiranti giornalisti senza però avere un vero aggancio con il mercato editoriale.Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge, ma i freelance non demordono- Giornalismo, al Festival i problemi della professione- Giornalismo, le scuole muovono 2 milioni di euro all'anno: tutti i numeri E anche:- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità

Mae-Crui, i deputati al governo: trovate i fondi per l'indennità agli stagisti

Caro ministro del Lavoro, caro ministro degli Esteri, perfavore adoperatevi per trovare i fondi per garantire un dignitoso rimborso spese a tutti i brillanti studenti e neolaureati che fanno i tirocini Mae-Crui all’interno della Farnesina o nelle sedi di ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo. Stavolta l’appello non arriva dai diretti interessati, quelle migliaia e migliaia di giovani che ogni anno compilano la domanda per essere ammessi al programma Mae-Crui, sperando di poter aggiungere un fiore all’occhiello al proprio cv. E neppure dalla Repubblica degli Stagisti, che pure da anni conduce una battaglia contro la gratuità di questi tirocini, sottolineando che essi comportano ingenti spese di viaggio e di alloggio e che è ingiusto che queste spese ricadano tutte sulle spalle delle famiglie, e anche che le pubbliche amministrazioni dovrebbero dare il buon esempio nel garantire buone condizioni ai propri stagisti. A indirizzare questo appello a Elsa Fornero e soprattutto a Giulio Terzi di Sant’Agata è un gruppo di parlamentari, capitanati dalla giovane piddina Marianna Madia, che ha seguito con particolare interesse la bizzarra vicenda del II° bando Mae-Crui 2012 congelato all’inizio di luglio e poi repentinamente sbloccato. Insieme a lei i colleghi di partito Onorio Giovannelli, Marialuisa Gnecchi, Donella Mattesini, l’ex ministro della gioventù Giovanna Melandri, Amalia Schirru, Guglielmo Vaccaro, Marco Beltrandi e quasi tutta la pattuglia radicale del gruppo PD (Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci,  Elisabetta Zamparutti) e l’esponente di Futuro e Libertà Aldo Di Biagio, hanno formulato un’interrogazione parlamentare. Obiettivo: esporre la situazione e soprattutto chiedere al governo di fare tutto il possibile per trovare, all’interno del bilancio del Mae, i fondi per offrire una congrua indennità agli stagisti. Congrua indennità che peraltro tra qualche mese potrebbe anche diventare obbligatoria: dunque meglio pensarci per tempo, e non farsi trovare impreparati.Nella premessa dell’interrogazione si fa infatti innanzitutto riferimento a quel passaggio della riforma Fornero che «in previsione della stesura e approvazione di linee guida concordate tra Ministero del lavoro e conferenza Stato-regioni relativamente ai tirocini formativi, preannuncia l'introduzione di un obbligo a riconoscere a ciascun tirocinante/stagista una congrua indennità, anche in forma forfetaria, in relazione alla prestazione svolta» evidenziando però che al comma 36 la stessa riforma «dispone che non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Viene ricordato che questo provvedimento, «come riportato da diversi organi di stampa (Repubblica.it, la Repubblica degli Stagisti), ha suscitato una reazione da parte del Ministero degli affari esteri che avrebbe sospeso il programma Mae-Crui», riepilogando anche il “felice” esito della vicenda («il ministero degli Esteri ha poi ripristinato le partenze previste a settembre 2012 per i circa 550 vincitori del II° bando 2012»). E quantificando il fondo che servirebbe per poter garantire finalmente un rimborso spese dignitoso: «Coinvolgendo complessivamente ogni anno il programma di tirocini Mae-Crui circa 1800 partecipanti,  la testata giornalistica online Repubblica degli Stagisti ha calcolato che per garantire 500 euro al mese a tutti gli stagisti Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1000 euro al mese a tutti coloro che vengono assegnati a destinazioni extraeuropee, servirebbero tra i 3 milioni e 500mila e i 4 milioni di euro».Tutto ciò premesso, i parlamentari chiedono dunque ai ministri competenti di prevedere «nell’attivazione dei futuri stage Mae-Crui […] lo stanziamento di somme, anche forfettarie a titolo di rimborso spese e/o indennità, da attingere, a risorse invariate, dagli stanziamenti rimodulabili e al netto degli impegni presi delle missioni con obiettivi coerenti del bilancio del Ministero degli Affari Esteri o da altri stanziamenti impegnabili». L’interrogazione, come spiega la prima firmataria Madia, è già stata depositata e ha anche un documento “gemello”, un ordine del giorno dal contenuto pressoché identico, che chiede al governo di impegnarsi in questo senso e che verrà presentato al momento del voto di fiducia sul decreto sviluppo.Come la Repubblica degli Stagisti ha evidenziato nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri potrebbe già disporre di soldi per le indennità ai tirocinanti. Nella Nota integrativa alla legge di bilancio per l’anno 2012 e per il triennio 2012 – 2014 del Ministero degli Affari Esteri, che esplicita il «Piano degli obiettivi per missione e programma», sono infatti presenti alcune voci pienamente compatibili con questa uscita. In particolare nell'obiettivo 27 c'è tra gli altri il punto «preparazione degli aspiranti alla carriera diplomatica»: per questo obiettivo sono previsti stanziamenti in c/competenza per la realizzazione dell'obiettivo pari a 35 milioni 559.250 euro per il 2012, 35 milioni 568.644 per il 2013 e 36 milioni 630.865 per il 2014. E nell'obiettivo 38 il punto F recita «curare le attività relative a borse di studio e scambi giovanili»: qui gli stanziamenti sono di 177 milioni 040.017 per il 2012, 174 milioni 063.087 per il 2013 e 172 milioni 636.048 per il 2014. Non resta a questo punto al governo che verificare che tali capitoli di spesa e voci specifiche siano o non siano già impegnate, e già dal terzo bando 2012 – quello che dovrebbe essere pubblicato a settembre 2012 e raccogliere le candidature per i tirocini che partiranno a gennaio 2013 – il programma Mae-Crui potrebbe finalmente prevedere un rimborso a favore dei partecipanti. Sempre che ve ne sia, beninteso, la volontà politica.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Mae-Crui, il ministero degli Esteri avrebbe già i fondi per l'indennità agli stagisti: ecco doveE anche:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?

Quattro milioni di euro per le idee giovani dei «bollenti spiriti»: riparte in Puglia il bando Principi attivi

Considerare i giovani risorsa invece che problema, investendo in fiducia prima ancora che in denaro. È il paradigma che da anni sta dietro Bollenti Spiriti, il programma di politiche giovanili che mezza Italia invidia alla Regione Puglia e che ha da poco inaugurato la terza edizione del suo bando Principi attivi, in scadenza il 19 ottobre. La formula è chiara e sempre la stessa: minimo due persone, una buona idea, un anno di tempo per realizzarla e fino a 25mila euro di finanziamento a fondo perduto. Imprenditorialità giovanile? Non proprio. Si potrebbe definire un'iniziativa di educazione non formale al lavoro, basata sul principio che il modo più efficace di imparare a fare qualcosa è farlo. Un po' come avviene per lo stage, ma questa volta dando progettualità in prima persona alle proprie idee e passioni. L'opportunità è aperta a tutti i residenti in Puglia di età compresa tra i 18 e i 32 anni, costituiti in gruppi informali di almeno due membri (non viene esplicitato invece un limite massimo). Al centro di tutto c'è un'idea, una qualsiasi idea - purché appartenente a una delle tre macroaree indicate: territorio, società e tecnologia - finanziabile fino ad un massimo di 25mila euro (al lordo di eventuali tasse ed oneri) per un anno. Soldi che vengono erogati in due tranche, per il 70% all'inizio e per il resto alla fine del progetto.  A disposizione ci sono 4 milioni e 100mila euro, provenienti dal Fondo nazionale per le Politiche giovanili istituito nel 2007 dall'ex ministero della Gioventù e sufficienti a finanziare circa 150 progetti. Ovvero quasi un terzo della prima edizione, quella 2008. Ma come spiega alla Repubblica degli Stagisti Annibale D'Elia, coordinatore dello staff Bollenti spiriti, non si tratta necessariamente di un male [leggi qui l'intervista completa]. Una bella novità riguarda poi la procedura di candidatura, che diventa interamente online attraverso un processo affidato all'agenzia regionale Innova Puglia, con cui è stato stipulato un contratto biennale da 200mila euro complessivi. Si potrà accedere al form fino alle ore 12 del 19 ottobre ma, ancora prima, chi ne è sprovvisto dovrà dotarsi di indirizzo Pec, la posta elettronica certificata attraverso cui avvengono tassativamente tutte le comunicazioni. Compreso l'invio, entro il 26 ottobre, della ricevuta finale di domanda, firmata da tutti i membri e scansionata. Non è obbligatorio ma senz'altro utile invece reperire un buon commercialista e un buon notaio, che aiutino i meno pratici a districarsi tra i tecnicismi della materia - spese ammissibili, fideiussioni, costituzione di nuovi organismi giuridici. E che saranno tanto più utili in caso di vincita, quando il gruppo informale dovrà obbligatoriamente formare  una società, associazione, cooperativa, la forma più idonea di caso in caso, per la realizzazione del progetto. Il Forum, ben curato, può dare una grossa mano; oppure si può chiedere direttamente ai responsabili BS durante uno degli tanti incontri previsti questa estate in giro per la Puglia. Nel 2008 il primo bando Principi attivi ha finanziato 420 progetti, con un budget complessivo di 10 milioni e mezzo di euro, per il 70% provenienti dallo Stato; la rimanente parte, 3 milioni di euro, provenivano invece dalle casse regionali. Grande disponibilità di risorse insomma, di cui hanno beneficiato quasi 1.300 giovani pugliesi, su un totale di oltre 4mila partecipanti e 1.500 progetti presentati. Ad assumersi l'onere di valutarli uno ad uno, spiega il coordinatore di Bollenti spiriti, è stata una commissione composta tra tre membri dello staff - tra cui lo stesso D'Elia - e una mezza dozzina di esperti esterni alla Regione (quindi pagati a parte) individuati dall'Arti, l'Agenzia regionale per la tecnologia e l'innovazione. Esperti delle più varie materie, ciascuno afferente ad una delle tre macroaree progettuali. La commissione deve aver scelto bene se tre anni dopo, nel 2011, oltre il 70% degli organismi nati con Principi attivi risultavano pienamente operativi, nei due terzi dei casi sotto forma di associazioni, poi di micro imprese (27%) e cooperative (5%). E gli altri? Un centinaio di realtà si sono sciolte (o pur rimenendo in essere non sono operative) e un numero simile si è riorganizzato in altre forme giuridiche, o ha avviato progetti in continuità con quello finanziato. Il più delle volte utilizzando risorse aggiuntive personali o - purtroppo molto meno frequentemente - provenienti dai proventi dei progetti. Arte, cultura, territorio e web gli ambiti più gettonati, con ospitalità e ristorazione che invece languono a fondo classifica. Tutti dati che Bollenti Spiriti pubblica sul suo sito, nel report dedicato. Per il bilancio della seconda edizione di Principi attivi invece si dovrà attendere ancora perché «gran parte di quei progetti, nati nel corso del 2011, sono appena conclusi o ancora in corso», come spiega D'Elia. Di certo c'è che per il secondo bando la Regione Puglia ha fatto da sè: zero finanziamenti statali e 4,8 milioni di euro suoi, provenienti dall'assessorato guidato da Nicola Fratoianni, che nel 2010 ne aveva raccolto l'eredità da Guglielmo Minervini (tra i principali artefici di Bollenti Spiriti e attualmente assessore regionale ai Trasporti; sopra invece Nichi Vendola durante il Bollenti spiriti Camp 2012 di Lecce, in una foto di Paride De Carlo]. Il numero di progetti finanziati, di conseguenza, si è più che dimezzato, scendendo a 190. I candidati 2010 si sono dovuti dare battaglia quindi, soprattutto a fronte di un +37% nel numero domande. Alla fine a farcela sono stati in 530, ugualmente divisi tra maschi e femmine e in genere vicini ai 30 anni.Il senso di Principi attivi si può riassumere efficacemente utilizzando la metafora di uno dei ragazzi intervistati nell'indagine Cosa Bolle in pentola?: nel nostro Paese se fai un gol l'avversario non cerca di fartene un altro, ma corre dall'arbitro per fartelo annullare. Tutto deve rimanere «zero a zero», perché in questa maniera è più facile sentirsi tutti assolti, giustificare la propria immobilità. Iniziative come queste mirano a scardinare la "logica dello zero a zero": tempo di tornare a giocare lealmente. E magari (ri)scoprire il gusto della competizione.Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Annibale D'Elia: «Principi attivi non è X Factor, la sua forza è la dimensione collettiva»- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa- Timbuktu: è italiano il magazine per bambini più scaricato dall'Apple Store - Imprenditoria giovanile, ecco chi la sostiene

Praticantato, il ministero cambia idea: massimo 18 mesi per tutti, anche per chi ha già iniziato

Il ministero della Giustizia fa retrofront e stabilisce che tutti i cosiddetti "praticantati", cioè i tirocini professionali per l'accesso alle professioni regolamentate, non possano durare più di un anno e mezzo - per uniformarsi ai dettami del decreto liberalizzazioni, precisamente del suo articolo 9 comma 6, in cui la durata massima del tirocinio è stata ridotta appunto a 18 mesi. A metà maggio lo stesso ministero aveva risposto a un quesito del Consiglio nazionale forense sostenendo una tesi esattamente contraria: e cioè che tutti i percorsi di tirocinio professionale avviati «in epoca anteriore al 24 gennaio 2012» dovessero mantenere la vecchia durata e che «le nuove norme» fossero «destinate a trovare applicazione solo quanto il tirocinio» fosse «iniziato successivamente» a quella data. Il parere era stato firmato da Augusta Iannini, all'epoca capo dell'ufficio legislativo del ministero, forse più nota per essere la moglie di Bruno Vespa. La Iannini però è stata nominata un paio di settimane fa vicepresidente dell'autorithy sulla privacy. Pochi giorni dopo il suo trasferimento, il capo del dipartimento per gli Affari di giustizia Eugenio Selvaggi e il direttore della Direzione generale della giustizia civile Maria Teresa Saragnano devono aver avviato una riflessione sul tema dei tirocini professionali, decidendo di rivedere la posizione ufficiale del ministero. All'inizio di luglio hanno dunque diramato una circolare, intitolata «Durata del tirocinio previsto per l'accesso alle professioni regolamentate. Interpretazione dell'art 9, comma 6, del d.l. 24 gennaio 2012, convertito con modificazioni dalla l. 24 marzo 2012 n. 27», spiegando di aver ricevuto «da privati e da Ordini professionali» numerose richieste «di parere in merito alla applicabilità della suddetta disposizione anche a coloro i quali abbiano iniziato il tirocinio anteriormente alla data di entrata in vigore della nuova legge» e ammettendo subito la complessità della questione, anche in ragione della mancanza di appigli normativi espliciti: «né il decreto legge né la legge di conversione contengono disposizioni transitorie volte a regolare i casi di tirocinio professionale iniziato prima dell’entrata in vigore del decreto-legge».Ma, scrivono Selvaggi e Saragnano, si può sempre fare riferimento «ai principi generali in materia di successione di leggi nel tempo». E se è vero che secondo l’articolo 11 delle disposizioni preleggi del codice civile «la legge dispone per l’avvenire», è vero anche che «la nuova legge può applicarsi agli effetti non esauriti di un rapporto giuridico sorto anteriormente quando sia diretta a regolare questi effetti indipendentemente dall’atto o dal fatto giuridico che li generò». Insomma, il ministero si è ora convinto che «nel caso di specie, deve ritenersi che la norma sia applicabile immediatamente, ovvero anche ai casi di tirocinio iniziato in precedenza», perché «la volontà del legislatore è chiaramente improntata ad ampliare fin dall’immediato la possibilità di accesso dei giovani al mondo del lavoro, in armonia con il più generale disegno di liberalizzazioni delle professioni». A far pendere l'ago della bilancia per questa interpretazione sono state certamente le centinaia di voci di protesta che si sono levate non solo dalle associazioni e dai forum dei praticanti, ma anche dagli stessi ordini professionali: «Non mi si venga a dire che si agevolano i giovani facendo il taglio del tirocinio in quel modo. Perché chi ha iniziato il tirocinio a gennaio si deve fare 36 mesi e chi l'ha iniziato a maggio ne fa 18?» aveva dichiarato in un'intervista alla Repubblica degli Stagisti Andrea Bonechi [nella foto], delegato alla riforma della professioni per il Consiglio nazionale dei commercialisti.Queste motivazioni appaiono nel testo della circolare: «Ove si accedesse alla contraria interpretazione, si verificherebbero situazioni di palese disparità di trattamento nell’accesso alla professione in relazione alla data di inizio del tirocinio, nel senso di penalizzare fortemente coloro che abbiano iniziato la pratica professionale immediatamente prima dell’entrata in vigore della norma». E questo, non mancano di notare Selvaggi e Saragnano, violerebbe l'articolo della costituzione che sancisce il principio di uguaglianza. Una "prova" della volontà del legislatore viene poi individuata nella scelta del tempo verbale: «in sede di conversione il legislatore ha usato – per riferirsi alla durata del tirocinio – il tempo presente in sostituzione del tempo futuro previsto nel decreto». Questa frase, in particolare, si pone in aperto contrasto con quanto affermato dall'ufficio legislativo nel documento di metà maggio, dove si leggeva testualmente che «L'uso del tempo presente in luogo di quello futuro non può essere interpretato come espressione della mutata volontà del legislatore di applicare le nuove disposizioni anche ai tirocini in corso, giacché - anche in tal caso - sarebbe stato necessario inserire norme transitorie per disciplinare i tirocini iniziati nel periodo tra l'emanazione del decreto-legge e l'entrata in vigore della legge di conversione».La circolare ricorda infine, un po' pleonasticamente, che per i primi sei mesi il tirocinio può essere svolto durante il percorso universitario (solo in presenza di apposite convenzioni tra ministero e Ordini professionali però), e che «ai fini del compimento della pratica professionale è necessario che un periodo di dodici mesi, non surrogabile con altra forma di tirocinio, sia svolto con la frequentazione effettiva di uno studio professionale».A questo punto migliaia di praticanti tirano un sospiro di sollievo: in particolare gli aspiranti commercialisti, per i quali la differenza sarebbe stata abissale (36 mesi contro 18). Sempre che il ministero della Giustizia non cambi di nuovo idea.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Commercialisti: «Governo maldestro sul praticantato, durata e compenso normati male»- Equo compenso addio: per Confprofessioni «non cambia molto», ma per i praticanti sì

Mae-Crui, il ministero revoca la sospensione: «I tirocini si svolgeranno regolarmente»

I 555 studenti e neolaureati vincitori del secondo bando Mae-Crui 2012 partiranno, a settembre, verso le sedi diplomatiche cui erano stati destinati: ambasciate, consolati, istituti di cultura. Dopo otto giorni di "congelamento", di proteste e di lettere aperte a giornali, ministri e perfino al presidente della Repubblica, una riunione fiume interministeriale ha affrontato l'argomento giungendo a una conclusione: non essendoci ancora nessuna legge che impone il rimborso spese a favore degli stagisti, non è necessario bloccare questo bando perchè il Mae non ha previsto fondi per questi rimborsi. L'unica conclusione logica, a dir la verità, di una vicenda dai contorni quasi surreali: un ministero che blocca un'iniziativa in ragione di un cambiamento di normativa non ancora avvenuto.Il comunicato congiunto emesso ieri nel tardo pomeriggio dal ministero degli Esteri e da quello del Lavoro è infatti di una semplicità disarmante: «Le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 34 e 35, della legge n. 92/2012 non sono di immediata applicazione e fissano alcuni obiettivi di principio che troveranno piena applicazione solo in seguito all'adozione in sede di Conferenza Stato-Regioni di linee-guida». Aggiungendo, per i duri d'orecchio, che tali linee guida «dovranno essere adottate entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di riforma del mercato del lavoro». Ne deriva che l'eventuale introduzione, nei prossimi mesi, dell'obbligo di erogare una congrua indennità in favore dei tirocinanti non troverà, com'era prevedibile, applicazione «nei confronti dei tirocini del Programma MAE-CRUI attivati prima dell'adozione delle richiamate linee-guida».Il comunicato congiunto stabilisce dunque che non ha senso bloccare i tirocini del secondo bando, le cui selezioni sono avvenute tra aprile e giugno, che sicuramente partiranno e con tutta probabilità si concluderanno prima ancora che queste linee guida abbiano visto la luce: «Si svolgeranno regolarmente i tirocini presso il Ministero degli Esteri e la sua rete all'estero previsti da settembre a dicembre 2012». Non appena la notizia ha cominciato a circolare, sulla pagina Facebook dei "maecruini" che si erano coalizzati per battagliare contro la sospensione è scoppiata la festa.In definitiva, molto rumore per nulla. La Repubblica degli Stagisti l'aveva del resto sostenuto fin dal principio:  «nella riforma Fornero non vi sono affatto "nuove disposizioni in materia di tirocini". Quindi non c'è nulla che giustifichi un atto tanto improvviso e forte come la sospensione di un programma già approvato e in partenza». Spiegando che nella riforma Fornero non vi era nulla di prescrittivo rispetto agli stage: solo l'impegno del governo ad accordarsi con le regioni su alcune linee guida per stabilire parametri base tra i quali «il riconoscimento di una congrua indennità, anche in forma forfettaria» agli stagisti: «Pubblicate in Gazzetta ufficiale mercoledì 3 luglio, le misure volute dal ministro Elsa Fornero dispiegheranno i propri effetti solo a partire dal 18 luglio. Fatti due conti, il provvedimento che stabilirà i rimborsi minimi dovrebbe arrivare entro la prima metà del gennaio 2013. Ma allora che problema c'è? Per quella data i tirocini del II° bando Mae-Crui, previsti in partenza per il 3 settembre prima della sospensiva, sarebbero conclusi da un pezzo. Perché  fermare tutto adesso?». Infatti, perchè? Ci sono voluti 8 giorni, grandi maldipancia per oltre 500 ragazzi, centinaia di mail e telefonate, perchè anche il Mae si convincesse che in effetti, non serve uniformarsi a leggi ancora inesistenti. Meglio tardi che mai.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Mae-Crui, il ministero revoca la sospensione: «I tirocini si svolgeranno regolarmente»- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?