Categoria: Approfondimenti

Farmacisti e crisi occupazionale, l’appello della Federazione: “Introducete il numero chiuso”

I farmacisti italiani sono sul podio dei professionisti più ricchi. Secondi i redditi medi per categoria pubblicati dall’Agenzia delle entrate (Fonte: Dichiarazioni dei redditi 2016), con i loro 121mila euro, sono secondi soltanto ai notai e precedono i medici. Ma questi dati non devono trarre in inganno sullo stato di salute della categoria. A meno che gli aspiranti farmacisti non abbiano alle spalle una farmacia di famiglia, la strada per loro non è proprio in discesa. Gli iscritti all’albo dei farmacisti sono circa 96mila (dati aggiornati al 2017). Di questi, 57mila, tra titolari e collaboratori, sono occupati nelle farmacie, che ammontano a 20mila tra comunali e private. 17mila, invece, quelli che operano in altri settori: Servizio sanitario nazionale, industria farmaceutica e distribuzione intermedia. Secondo i dati AlmaLaurea, il tasso di occupazione a un anno dal titolo nella classe di laurea in farmacia e farmacia industriale è del 55,1%, mentre la retribuzione netta mensile media è di 1.226 euro. In base alle previsioni della Joint Action Health Workforce Planning and Forecasting, iniziativa comunitaria cui partecipa il  nostro ministero della Salute, il fabbisogno di farmacisti per il Servizio sanitario nazionale per il periodo 2015-2040 è di circa 1.500 unità l’anno. «In media i 33 Dipartimenti di Farmacia in Italia producono 4.500 neolaureati l'anno. Ciò significa che c'è un esubero di 3mila laureati ogni anno», spiega Davide Petrosillo, presidente della Federazione nazionale associazioni giovani farmacisti (Fenagifar). Secondo le stime della Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi), da qui a vent’anni saranno 63mila i professionisti disoccupati.«Il problema occupazionale è il riflesso dell'attuale situazione di instabilità del settore» aggiunge Petrosillo «dovuta fra le altre cose anche alla recente novità dell'ingresso del capitale nelle farmacie, che porta i titolari di farmacie ad essere più oculati nelle assunzioni». La legge 124/2017 sulla concorrenza ha infatti autorizzato l'ingresso delle società di capitali nella titolarità dell'esercizio della farmacia privata.Ma non solo. «Diversi fattori economici, come la discesa del prezzo dei medicinali e la contrazione del Fondo sanitario, hanno ridotto fortemente i margini della farmacie di comunità» spiega il presidente della Fofi, Andrea Mandelli, senatore nella scorsa legislatura.Ma quali possono essere le soluzioni per migliorare l’accesso al mondo del lavoro? «La strada più percorribile al momento sarebbe quella di introdurre nei corsi di laurea in farmacia il numero programmato a livello nazionale», propone Petroselli. Una strada percorribile? «La fattibilità dipende dal legislatore. Di certo il numero dovrebbe tenere conto del fabbisogno individuato dal ministero, pari ad esempio a 448 unità l'anno per l'anno accademico 2017/18», commenta il presidente Fofi. Un’altra soluzione potrebbe arrivare dai nuovi sbocchi nella farmacia dei servizi. «La linea della Federazione si basa sul presupposto che il farmacista può e deve andare oltre la dispensazione del medicinale. Ad esempio» spiega Mandelli «egli può collaborare al processo di cura in un ambito strategico come l’aderenza alla terapia. Il modello della farmacia dei servizi è alla vigilia dell’implementazione sul territorio e speriamo che contribuisca definitivamente ad assorbire la disoccupazione. Anche il corso di laurea deve essere riformato per adeguarsi al nuovo ruolo del farmacista».A proposito di formazione, sono numerosi i nuovi ambiti da esplorare. «Oggi invitiamo i giovani a puntare  sugli aspetti più "etici" della professione come la galenica, la fitoterapia, la presa in carico del paziente e la comunicazione efficace», spiega Petroselli. Poi aggiunge: «Importante sarà di pari passo, curare gli aspetti del marketing e della gestione, in quanto con l'ingresso del capitale nelle farmacie non ci si potrà permettere errori di gestione economica. Se oggi i giovani continuano a scegliere farmacia è proprio perché la vedono come una professione in evoluzione».Altra proposta della Federazione è quella di incrementare gli organici dei farmacisti ospedalieri. «Il Servizio sanitario dovrebbe considerare che in tutto l’Occidente industrializzato il farmacista ospedaliero è presente a livello di reparto e fa parte dei team di cura, con effetti positivi in termini clinici ed economici». Secondo i dati dell'ultimo annuario statistico del Servizio sanitario nazionale (2016 su dati 2013), i farmacisti occupati nel Ssn erano 2.512, distribuiti fra i 1.070 ospedali, considerando – ricordiamo – che ciascun ospedale del Ssn è obbligato ad avere una farmacia.    Anche nel settore farmaceutico oggi sono tanti i giovani che si trasferiscono all’estero. In Europa ci sono oltre 150mila farmacie e i farmacisti italiani hanno la possibilità di esercitare la professione in qualsiasi paese europeo, in quanto i titoli richiesti in Italia (laurea, esame di Stato) sono riconosciuti dall’Unione europea. L’unico “ostacolo” è il test linguistico sulla conoscenza della lingua del paese ospitante. Al momento, secondo quanto riportato in uno studio di AgrifarLab, laboratorio di idee di giovani farmacisti Fenagifar, i paesi in cui cresce l’offerta sono la Germania e i Paesi scandinavi, mentre saturi risultano i mercati del Regno Unito e dei Paesi del Sud (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia). Per fornire una bussola ai futuri farmacisti sulle opportunità nazionali e internazionali, l’università La Sapienza di Roma qualche mese fa ha organizzato l’incontro “Cosa farò da grande: professione farmacista”, rivolto a laureandi e neo laureati e destinato ad essere il primo di un ciclo. «Ci siamo resi conto che i nostri ragazzi avevano poca consapevolezza delle opportunità post laurea» racconta alla Repubblica degli Stagisti Rossella Fioravanti, ricercatrice in Chimica farmaceutica presso l’ateneo e consigliere dell’Ordine dei farmacisti di Roma «così abbiamo voluto far capire loro, attraverso gli interventi di testimonial della categoria, che quella in farmacia è una laurea versatile e che non devono dare per scontato l’impiego all’interno di una farmacia». Insomma, anche se oggi chi si iscrive a questo corso di laurea non lo fa più per la garanzia di un’occupazione, sono tante e interessanti le sfide verso le quali il settore farmaceutico si avvia, sfide che potrebbero richiedere nuove competenze e creare nuove opportunità. Rossella Nocca

Voucher e lavoro occasionale, con le novità del decreto Dignità molto rumore per nulla

Nei primi giorni di agosto è stato approvato il cosiddetto Decreto Dignità che ha introdotto, tra le varie disposizioni, delle novità sul fronte dei buoni lavoro, meglio noti come voucher. Se prima questo inquadramento poteva essere usato per piccoli lavoretti – come ripetizioni, babysitting, o, ad esempio, la donna delle pulizie – da luglio l'uso dei voucher è vietato, dal punto di vista dei committenti (cioè da chi paga per avere un servizio) alle famiglie e alle microimprese, seppur con qualche eccezione; e dal punto di vista dei prestatori di lavoro (cioè da chi si mette a disposizione per offrire quel servizio) è stato confermato il divieto di utilizzo dei voucher per gli studenti sopra i 25 anni. I voucher inoltre non si possono più comprare dal tabaccaio, ma devono essere richiesti in modalità telematica tramite la piattaforma dell’Inps.Analizzando la normativa nel dettaglio, il decreto prevede il ritorno all’utilizzo dei voucher nel settore agricolo e negli enti locali che abbiano alle proprie dipendenze fino a cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato e per le strutture ricettive operanti nel settore del turismo, nel caso in cui abbiano alle proprie dipendenze fino a otto lavoratori. Inoltre i buoni lavoro possono essere applicati solo a determinati soggetti: studenti, pensionati, disoccupati e percettori di forme di sostegno al reddito. Le prestazioni devono avere una durata limite di 280 ore nello stesso anno e devono essere svolte nell’arco dei 10 giorni successivi all’attivazione. Ci sono poi dei limiti economici: per ciascun lavoratore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, i compensi non possono superare i 5mila euro. La stessa cifra è fissata committenti, con riferimento alla totalità dei lavoratori pagati attraverso questa modalità nel corso di un anno.È stata introdotta, inoltre, la possibilità per il prestatore di lavoro di richiedere, con l'atto di registrazione sulla piattaforma Inps, il pagamento in contanti presso qualsiasi sportello postale, invece che con bonifico bancario. Tale pagamento verrà effettuato trascorsi 15 giorni dal consolidamento della procedura informatica riguardante la singola prestazione lavorativa. «« Cosa cambia rispetto alla normativa precedente? Nel 2015, prima dell'abolizione dei voucher, secondo il report dell'Inps “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti”, dell’oltre un milione 380mila prestatori di lavoro accessorio nel 2015, poco meno della metà – per la precisione 595mila – erano stati giovani under 30. Secondo i dati pubblicati sul sito dell'Inps nel 2017, dopo l'abolizione, il numero complessivo di prestatori di lavoro accessorio è sceso a circa 700mila, di cui circa 260mila nella fascia d'età 20-29 anni. Gli under 30 sono insomma molto coinvolti dai cambiamenti normativi relativi ai voucher.Per comprendere le novità, in realtà poche, è necessario ricordare che a marzo 2017 il governo Gentiloni aveva abolito i buoni lavoro, spinto dalla pressione della Cgil relativa a un referendum abrogativo, legato a un abuso di questi strumenti. Qualche mese dopo, tuttavia, era stata varata una manovra correttiva contenente nuove disposizioni in sostituzione dei voucher cancellati in precedenza.«La scelta del governo Gentiloni di abolire i voucher è stata un grave errore, motivato solo da ragioni politiche: dopo lo scossone del referendum del 4 dicembre, il Governo voleva evitare di andare incontro al referendum promosso dalla Cgil. Appena abolito lo strumento, il legislatore si è reso conto che il mercato del lavoro aveva bisogno di una forma contrattuale che fosse utilizzabile per i piccoli lavori ed è stata quindi reintrodotta una disciplina simile a quella precedente, ma più burocratica e inutilmente complessa», rimarca Giampiero Falasca, avvocato specializzato in diritto del lavoro.La manovra correttiva aveva ribattezzato i “nuovi” voucher con la denominazione Libretto famiglia: simil “assegni” del valore di 10 euro, da utilizzare per il pagamento di prestazioni lavorative per piccoli lavori domestici, con il limite massimo di 2.500 euro l'anno percepiti dallo stesso lavoratore e di 280 ore annuali di lavoro per lo stesso datore.
 Per le imprese c’era invece la possibilità di ricorrere al contratto di prestazione occasionale ad alcune condizioni: il compenso minimo non doveva essere inferiore ai 9 euro orari, rispetto ai 7,5 previsti in precedenza, il tetto massimo di compensi annuali era di 5mila euro e non erano ammesse all'utilizzo aziende con più di 5 dipendenti. Non potevano ricorrere a questo tipo di contratto le imprese del settore edilizio e quelle artigiane. «La legge del 2017, varata principalmente al fine di evitare un referendum promosso dalla Cgil che avrebbe portato prevedibilmente all’abrogazione integrale di questa forma di organizzazione del lavoro occasionale, aveva sostituito i buoni lavoro in forma cartacea con i buoni virtuali, in forma interamente digitale, e ne aveva drasticamente ristretto il campo di possibile utilizzazione, escludendone tutte le imprese con più di cinque dipendenti», spiega il giuslavorista ed ex senatore Pietro Ichino.In qualche modo, quindi, si era cercato di mantenere lo strumento seppur in veste diversa, introducendo però maggiori restrizioni. Risultato: una netta diminuzione del ricorso a questa modalità di inquadramento del lavoro. «I dati disponibili sui primi due trimestri di applicazione della nuova normativa indicano, come era largamente prevedibile, una riduzione drastica, oltre il 90 per cento, del numero di ore lavorate e retribuite in questa forma» ribadisce Ichino: «E non c’è alcuna evidenza di una trasformazione del 90 per cento perduto in lavoro regolare ordinario: è molto probabile che oltre cento milioni di ore di lavoro occasionale siano transitate nell’area del lavoro nero, o si siano perse del tutto». Ora  si è aperta dunque una terza fase. Le disposizioni sui voucher del 2017 hanno avuto vita breve, circa un anno – neanche il tempo di abituarsi alle nuove regole, che già sono state superate da un altro sistema. Rispetto a questa fugace fase due, dunque, la nuova norma alza la soglia da cinque a otto dipendenti nel settore del turismo e dei relativi servizi e fissa a 10 i giorni dall’attivazione per l’avvio della prestazioni, in precedenza fissati a 3.  Viene però eliminata la possibilità da parte delle famiglie di ricorrere ai voucher per pagare lavori domestici o altre piccole prestazioni.Tirando le somme il decreto Dignità ha cercato, da una parte, di ampliare alcune soglie che restringevano il ricorso a questo tipo di strumento; dall’altra però l’impressione è che cambi poco o nulla. «Complessivamente non si può dire che il contenuto di questo decreto sia particolarmente incisivo: contiene una serie di ritocchi, tutto sommato marginali, alle norme varate nella passata legislatura, confermandone però l’impianto», conferma infatti Ichino.E Giampiero Falasca è dello stesso parere: «Le novità contenute nel decreto Dignità sono piccole modifiche che non risolvono il problema di fondo della disciplina vigente: è troppo complessa e si può applicare in casi troppo limitati. Un paese moderno dovrebbe regolare con un contratto adeguato i mini lavori, invece di mettere la testa sotto la sabbia con norme che sembrano nascondere la realtà. L'effetto di scelte come quelle dello scorso anno, ossia l'abolizione dei voucher e la successiva reintroduzione sotto forma di lavoro occasionale di un succedaneo meno fruibile, è stato molto negativo: una spinta verso forme contrattuali irregolari e di dubbia legittimità.Sarebbe stato auspicabile maggiore coraggio, su questo tema, invece sono stati introdotti piccoli aggiustamenti che risolvono solo in maniera limitata questi problemi».La rivoluzione annunciata al momento non c’è stata. Lo stesso Di Maio, in occasione della partenza del decreto Dignità lo scorso luglio, ha amesso che «se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa è evitare abusi in futuro». Per ora è ancora presto per analizzare gli effetti delle nuove disposizioni. L'Inps ha spiegato alla Repubblica degli Stagisti che il prossimo documento sul tema sarà diffuso non prima dell'anno prossimo. Attendiamo pazientemente.   Chiara Del Priore    

Perché c'è bisogno di una nuova legge sui tirocini curricolari, subito!

Una nuova regolamentazone dei tirocini curricolari, con l'obiettivo di dare ai giovani che fanno stage durante il proprio percorso di formazione per la maggior parte universitari, a occhio e croce 200mila all'anno un quadro più forte di diritti. L'appello che la Repubblica degli Stagisti da almeno cinque anni rivolge incessantemente alla politica si è trasformato in qualcosa di più: una proposta di legge che comincia il suo iter parlamentare. Ma perché c'è così tanto bisogno di una nuova normativa? Ci sono tre motivi principali.Il primo è che da più di cinque anni esistono di fatto in Italia dei tirocini di serie A e dei tirocini di serie B. I tirocini di serie A sono quelli extracurriculari, che grazie anche alle battaglie della Repubblica degli Stagisti, e a un indirizzo concordato in sede di conferenza Stato regioni, hanno ottenuto tra il 2012 e il 2014 un nuovo quadro normativo – frastagliato, è vero, in ventuno normative regionali diverse, ma con molte più garanzie per gli stagisti, a cominciare dal diritto a ricevere un emolumento mensile minimo. A fronte di queste grandi novità che hanno sensibilmente migliorato la vita dei tirocinanti extracurriculari, è rimasto completamente scoperto il grande segmento dei tirocini curriculari, svolti durante il percorso di studi, per i quali ad oggi le garanzie sono poche se non nulle: soprattutto non c’è nessuna tutela dal punto di vista della remunerazione, quindi gli stagisti di serie A hanno diritto ad essere pagati e quelli di serie B invece possono continuare a subire stage gratuiti. È ora di eliminare questa discriminazione!La seconda ragione è che la normativa inizialmente pensata vent’anni fa per regolamentare tutto il settore dei tirocini è ad oggi di fatto largamente inutilizzabile. Stiamo parlando del decreto ministeriale 142/1998, che per quindici anni ha costituito la normativa unica a cui hanno fatto riferimento università, aziende, centri per l’impiego e tutti gli altri attori dell’universo stage. Il problema è che poi, tra il 2012 e il 2014, di fatto questo universo stage è stato spaccato in due a livello ufficiale: da una parte sono stati messi gli stage extracurricolari, affidando la competenza normativa alle Regioni, e dall’altra parte gli stage curricolari, di competenza invece statale. Dunque una normativa che era stata pensata per normare un argomento si è trovata dimezzato il suo raggio d’azione, e dunque depotenziata. Senza contare che ovviamente alcuni dei punti specifici del vecchio testo vengono specificati e normati anche nei nuovi testi regionali, sovrapponendosi alle prescrizioni della legge 142/98 e rendendolo di fatto in alcuni casi addirittura inapplicabile, come nello specifico per quanto riguarda il limite massimo di tirocinante ospitabili contemporaneamente da ciascuna azienda. Un nuovo quadro normativo aiuterà dunque in primis i soggetti promotori dei tirocini, che nel caso dei curricolari sono sopratutto gli uffici stage & placement universitari.La terza ragione è che, per effetto di una sciagurata decisione risalente all'epoca in cui Roberto Maroni era ministro del lavoro, i tirocini curriculari sono da oltre un decennio scomparsi dal radar e quindi non ci sono dati precisi su quanti ne vengono attivati ogni anno, di quale durata, con quali esiti. Il rapporto molto dettagliato che il ministero del Lavoro è in grado di produrre ogni anno sui tirocini extracurriculari, grazie al fatto che questi tirocini devono essere comunicati, al momento dell’avvio, attraverso il meccanismo delle comunicazioni obbligatorie – analogamente a qualsiasi rapporto di lavoro – per quanto riguarda i tirocini curriculari non può esistere. Infatti nel 2007 si è deciso che no, non c’era bisogno di fare la comunicazione obbligatoria quando si avviava un tirocinio curricolare. Magari l’intento era anche buono, e cioè togliere dalle spalle degli soggetti promotori (come detto, sopratutto uffici stage universitari) un’incombenza burocratica, sopratutto considerando che una gran parte di questo tipo di tirocini aveva una durata molto limitata (150-250 ore, pari a tre/sette settimane), ma risultato è stato pessimo. Con due righe è stato cancellato l’unico strumento che poteva permettere di mappare uno per uno i tirocini curriculari. E se è di trasparenza c’è bisogno per capire se uno strumento funziona non funziona, se viene usato bene o male, allora è ora e tempo che anche i tirocini curriculari rientrino nel radar del controllo dello Stato.Per queste e molte altre ragioni non si può più aspettare: c'è bisogno in Italia di una nuova legge sui tirocini curricolari. 

Tirocini vietati ai farmacisti abilitati, fatta la “legge” trovato l’inganno?

Dopo anni di appelli e lettere di denuncia sull’abuso dei tirocini da parte delle farmacie, la richiesta degli organi di categoria è stata accolta. Le nuove linee guida in materia di tirocini formativi, approvate a maggio 2017, hanno stabilito che “non sono attivabili tirocini in favore di professionisti abilitati o qualificati all’esercizio di professioni regolamentate per attività tipiche ovvero riservate alla professione”. Per effetto di questa novità, sono banditi quindi anche gli stage per farmacisti abilitati e iscritti all'albo. O almeno così dovrebbe essere. Di fatto, non tutte le regioni hanno recepito questa parte della normativa nazionale. «Sono cinque le regioni che non si sono adeguate», spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesco Imperadrice, presidente del Sindacato nazionale dei farmacisti non titolari (Sinasfa), «ovvero Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Puglia. Stiamo monitorando la situazione e le prime due dovrebbero farlo entro ottobre». Una svolta importante, quella delle Linee guida 2017, ma che ha lasciato evidentemente un “vuoto” in cui gli abusi possono ancora perpetrarsi. Ha fatto discutere recentemente un bando del Comune di Campobasso rivolto a due laureati in farmacia o chimica e tecnologie farmaceutiche per un tirocinio della durata di sei mesi (prorogabile e rinnovabile) presso due farmacie comunali, con indennità di partecipazione mensile pari a 500 euro. Nel testo si specificava che per candidarsi occorreva “non aver conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione di farmacista” e “non essere iscritto all’Ordine dei Farmacisti”, per cui il bando formalmente è “a norma di legge”. Ma gli organi di categoria non ci stanno. «Non voglio pensare che sia un modo per aggirare le linee guida, ma a pensar male non si sbaglia mai» commenta  Fabio Romiti, vicepresidente del Movimento nazionale liberi farmacisti, che conta 12.500 farmacisti iscritti, per lo più farmacisti non titolari e farmacisti impiegati in parafarmacie. Fra l'altro il tirocinio post laurea per i non abilitati sarebbe praticamente un "doppione" di quello curriculare. «La prima cosa da fare è scegliere se far fare il tirocinio prima o dopo la laurea» è l'appello del vicepresidente del Movimento «altrimenti così viene utilizzato solo per non creare occupazione». Ricordiamo infatti che il tirocinio curriculare è obbligatorio per gli studenti dei corsi di laurea in farmacia e in chimica e tecnologie farmaceutiche, e ammonta a 936 ore spalmate su almeno sei mesi, da svolgere a partire dalla fine del quarto anno di corso, o interamente in una farmacia di comunità o per metà in una farmacia di comunità e per metà in una farmacia ospedaliera. Ciò vuol dire che nelle circa 20mila farmacie italiane dovrebbero arrivare ogni anno circa 4.500 laureandi. Le perplessità sul bando di Campobasso riguardano anche le possibili mansioni dei tirocinanti. «Cosa ci sta a fare un laureato non abilitato e non iscritto all’Ordine in farmacia» aggiunge Romiti «se non può maneggiare i farmaci… fa il magazziniere?». Ma dall’articolo 9 del bando sugli “obiettivi del tirocinio” sembra che ai tirocinanti sia consentito eccome di maneggiare i farmaci... d'altronde come potrebbe essere altrimenti? In particolare, si parla di «apprendimento di abilità tecnico-operative in riferimento alle attività di consulenza e dispensazione di farmaci e prodotti non farmaceutici, alle attività di controllo delle prescrizioni mediche, di acquisto e di conservazione dei farmaci, alle attività di gestione approvvigionamenti e magazzino di tutti i prodotti farmaceutici; acquisizione di abilità e competenze nella gestione dell’accoglienza e del commiato del cliente garantendo la privacy e la risoluzione dei reclami; acquisizione di tecniche di marketing finalizzate alla promozione e alla vendita di prodotti farmaceutici». Tante parole che non hanno convinto il Movimento nazionale liberi farmacisti, che ha chiesto conto all’amministrazione comunale della discutibile condotta. «Ci hanno risposto che si voleva dare un’opportunità ai neolaureati, ma per noi la risposta non è affatto soddisfacente. Abbiamo invitato la Federazione e l’Ordine a vigilare su questa situazione, ora possiamo solo aspettare», spiega. Dal canto suo, il presidente della Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi) Andrea Mandelli promette: «Intendiamo sollecitare il decisore politico e sanitario: gli ordini professionali devono svolgere una costante azione di vigilanza anche su questo aspetto. Quello che è successo è un fatto grave».Il vicepresidente del Movimento nazionale liberi farmacisti mette in guardia sulle insidie di un abuso dei tirocini: «Questo sistema, ripetuto con due tirocinanti l’anno, evita l’assunzione, occupando un’intera annata. E nel caso dei farmacisti ha creato non pochi problemi di occupazione. Per questo consideriamo il tirocinio extracurriculare per i farmacisti immorale». Un altro problema è la previdenza. «Gli iscritti all'albo che vanno avanti con gli stage consumano il bonus dei cinque anni di disoccupazione dopo i quali devono pagare il 50% della quota intera Enpaf, che di questi tempi non è un aspetto da poco», sottolinea Imperadrice. Ma non è solo una questione economica: «In questo lavoro è il rapporto continuativo con il cliente che apporta qualità al servizio», precisa Romiti. Insomma, l’abuso dei tirocini rischierebbe di compromettere non solo la condizione occupazionale della categoria dei farmacisti, ma anche la qualità della prestazione che essi forniscono alla clientela. Ma allo stesso tempo questa formula si traduce in un risparmio notevole per i titolari delle farmacie, in quanto un farmacista regolarmente assunto a tempo indeterminato, partendo dall'inquadramento più basso, costa mensilmente 1.400/1.450 euro netti. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a Federfarma, la Federazione nazionale dei titolari di farmacia italiani, un parere sull'utilizzo dei tirocini nel settore, ma ha ricevuto un diniego: Federfarma  dichiara di non voler prendere una posizione pubblica al riguardo. Fatto sta che tra i beneficiari dei tirocini ci potrebbero essere anche quei non pochi laureati in farmacia che non si iscrivono all'albo per esercitare. In Italia i dottori in farmacia sono infatti circa 70mila, di cui solo 57mila sono diventati poi farmacisti. Anche per questo per il momento i tirocinanti non sembrano destinati a scomparire dalle farmacie.Rossella Nocca

Servizio civile, 53mila opportunità nel bando 2018: candidature fino al 28 settembre

Fino a venerdì 28 settembre sono aperte le selezioni per il Servizio civile. Il bando di quest’anno mette in palio ben 53.363 posti da volontari: più di 6mila opportunità in più rispetto all'anno scorso –  un dato che si avvicina al record storico di 57mila registrato nel 2006. Un numero sempre più consistente di giovani, infatti, decide ogni anno di investire dodici mesi della propria vita in un’esperienza di servizio civile. In Italia o all’estero. Ad esempio, stando ai dati che si leggono sul sito, nel 2016 – ultimo anno per cui sono disponibili le statistiche – le candidature sono state quasi 104mila. Il successo del servizio civile non è dovuto solo a ragioni di vocazione sociale o volontaristica ma anche al rimborso spese relativamente generoso – soprattutto quello per il servizio all’estero – che viene garantito ai volontari selezionati. «Una grande possibilità per fare un’esperienza, sia per sé stessi che per gli altri» nelle parole di Vincenzo Spadafora, 44enne sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega al servizio civile: «Per sé stessi in quanto si aderisce ad un progetto di formazione che potrà servire anche nel mondo lavoro, per gli altri in quanto si investe il proprio tempo in attività importanti per il bene del paese e, in generale, delle altre persone».Andiamo con ordine. Come ogni anno, l’iniziativa si rivolge a ragazzi e ragazze tra i 18 e i 28 anni, che siano cittadini italiani, di altri paesi dell’Unione Europea o extracomunitari con regolare permesso di soggiorno. Il servizio civile dura dodici mesi, può essere svolto una sola volta nella vita e unicamente presso enti pubblici o privati no-profit accreditati. Quest’anno, dei 53mila posti totali, 29mila sono messi in palio attraverso un bando che riguarda gli enti iscritti nell’Albo nazionale. Gli altri 24mila, invece, sono assegnati attraverso ventuno bandi relativi ai progetti degli enti iscritti negli Albi regionali (nel Trentino-Alto Adige c’è un bando sia per la provincia di Trento sia per quella di Bolzano). In tutto si tratta di oltre 5mila progetti per cui potranno essere selezionati i volontari per le attività più disparate nei settori ambiente, assistenza, educazione, promozione del patrimonio artistico e culturale, protezione civile o cooperazione internazionale.Come detto, caratteristica «vincente» del servizio civile è il rimborso spese. A tutti i volontari, infatti, viene riconosciuto un contributo di 433,80 euro al mese, cui va sommato il rimborso per le spese del viaggio iniziale che spetta ai volontari selezionati per un progetto che ha sede in un comune diverso da quello di residenza. Non è una cifra elevata, ma è comunque un importo significativo considerando che il servizio civile generalmente non è un'attività a tempo pieno, in quanto la maggior parte dei progetti prevede un impegno di un certo numero di ore per qualche giorno a settimana (comunque mai meno di 30); inoltre lo svolgimento del servizio civile non porta alla sospensione dell’iscrizione alle liste di mobilità o alle liste di collocamento e, generalmente, non è incompatibile con altre attività. Per il servizio civile all’estero il trattamento economico è ancora più vantaggioso, in quanto al contributo di 433,80 euro va aggiunta un’indennità fissa giornaliera, che varia a seconda del “costo paese” in cui i volontari sono impiegati. Queste indennità oscillano dai 13 euro per i progetti che si svolgono in Africa, Sud-est asiatico, Centro o Sud America, ai 15 per Europa, Nord America e Giappone. Sono inoltre coperte le spese di viaggio – che devono essere anticipate dall’ente – e i volontari hanno diritto a vitto e alloggio (a questo proposito, è previsto un contributo anche per gli enti organizzatori). I percorsi di servizio civile all'estero però sono una esigua minoranza, l'1,5% di tutti i posti disponibili: l'anno scorso, sui 47mila del bando 2017, solo 700 erano all'estero; il dato di quest’anno è 868.Per partecipare alle selezioni occorre andare sul sito e scaricare la domanda di partecipazione da inviare direttamente – via e-mail, a mezzo posta o via pec – all’ente presso cui si desidera svolgere il servizio civile, allegando la documentazione richiesta. Sempre sullo stesso sito si possono consultare gli elenchi dei progetti per cui sono aperte le selezioni e quelli degli enti organizzatori. Gli elenchi si trovano alle sezioni «Scegli il tuo progetto in Italia» o «Scegli il tuo progetto all’estero» – dalle quali si può accedere alle homepage dei siti degli enti organizzatori – oppure partendo dalle pagine web rispettivamente dedicate al bando nazionale e ai bandi regionali. Occorre prestare attenzione alle modalità con cui va presentata la domanda, dettagliatamente spiegate nel bando e chiarite anche dalle Faq. Soprattutto, bisogna tenere presente il fatto che «è possibile presentare una sola domanda di partecipazione per un unico progetto di servizio civile» e che, come si legge nel bando, «la presentazione di più domande comporta l’esclusione dalla partecipazione a tutti i progetti». Per quanto riguarda gli enti, è Arci Servizio Civile quello a offrire più progetti (335 a livello nazionale, con  2.403 volontari coinvolti) in Italia. Tra gli altri “a tre cifre”, si segnalano Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia, con 152 progetti e 2.624 posti, Amesci (109 progetti e 1.165 posti), Lega Nazionale Delle Cooperative e Mutue (127 progetti e 752 posti) e Caritas Italiana (191 progetti, 1.373 posti). Per i progetti all’estero, invece, spicca Volontari nel Mondo – Focsiv, con 32 progetti e 370 posti.Anche per quest’anno la regione che offre più opportunità è la Sicilia, il cui bando mette in palio 3.589 percorsi di servizio civile per un totale di 339 progetti. Bene anche la Campania, alla ricerca di 3.524 giovani. Il terzo gradino del podio spetta Lombardia con 296 progetti che coinvolgeranno 3.156 volontari. Tra le altre regioni popolose si segnala il Lazio con 2.615 volontari, di cui 281 all’interno di Roma Capitale. 1.331 sono i giovani che verranno reclutati dal bando della Puglia, 1.168 quelli dal Piemonte. Da segnalare il dato interessante della Sardegna che, nonostante la popolazione non elevatissima, ha pubblicato un bando per ricercare 932 volontari. Il dato è significativo soprattutto se rapportato alla popolazione tra i 18 e 28 residente nell’isola, che si ferma a 173.351: in Toscana il numero di opportunità è praticamente uguale (980) ma i ragazzi della stessa fascia di età sono oltre il doppio (370.497)!Leggendo questi dati si conferma la tendenza degli ultimi anni che vede la richiesta maggiore di volontari – nonché di candidature – provenire dal Sud e dalle isole. Ad esempio, nel 2016 – secondo gli ultimi disponibili sul sito – il 45% delle candidature si è concentrato proprio nel Sud e nelle isole, mentre il Nord e il Centro avevano registrato entrambi un dato attorno al 27,50%.Novità di quest’anno, introdotta con una riforma del 2017, sono i 151 progetti sperimentali, che si rivolgono a 1.236 volontari. La loro caratteristica è poter includere programmi che per certi aspetti si differenziano dal servizio civile tradizionale. Il primo di questi aspetti è la flessibilità della durata del progetto, che può essere anche tra gli 8 ed i 12 mesi. Vi può anche essere la diversa modulazione dell’orario di servizio, che può essere anche di 25 ore a settimana – ossia 5 ore inferiori al minimo per il servizio civile ordinario – o la transnazionalità, nel senso che il percorso, anziché essere svolto tutto nello stesso posto, può avere luogo per la maggior parte del tempo in Italia e per un periodo di durata variabile tra uno e tre mesi in un altro paese dell’Unione Europea (a questo periodo si applica lo stesso regime economico del servizio civile all’estero). Alcuni di questi progetti sperimentali prevedono poi un periodo di tutoraggio da uno a tre mesi mesi – svolto da tutor selezionati a monte sulla base dei curriculum – finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, più genericamente, «misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità» (ossia i Neet). Il che conferma il ruolo del Servizio Civile come strumento di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.Tra gli enti che propongono progetti sperimentali in Italia si segnalano Associazione ExpoItaly, che si rivolge a 95 volontari, Confcooperative e l’università di Bari alla ricerca, rispettivamente, di 75 e 68 volontari. Il primato spetta però all’Associazione Croce Rossa Italiana, pronta ad accogliere 96 ragazzi. Il solo soggetto a realizzare dei progetti – quattro – sperimentali per l’estero è CESC Project - Coordinamento Enti di Servizio Civile, il cui bando si rivolge a 32 volontari. In questo caso i bandi si rivolgono a lavoratori svantaggiati – ossia disoccupati da almeno sei mesi, di età tra i 15 e i 24 anni,  senza diploma o , soggetti appartententi a una minoranza etnica di uno Stato Ue – persone non inserite in percorsi di istruzione o formazione, iscritte al Programma Operativo Nazionale «Iniziativa Occupazione Giovani», soggeti provenienti da case famiglia e simili, affido familiare e da strutture per minori stranieri non accompagnati, residenti in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia (le Regioni “Obiettivo Convergenza”), soggetti a basso reddito.Per qualunque altra informazione sul servizio civile e sugli altri progetti del relativo dipartimento della presidenza del consiglio è possibile visitare il sito o rivolgersi all’Urp al numero 06 67792600.Giulio Monga

“Chiamati al Futuro”: un bando per valorizzare i giovani, ma inquadramento e compensi non sono precisati

Fino al prossimo giovedì 20 settembre è possibile candidarsi per partecipare a “Chiamati al Futuro”, un progetto organizzato e promosso da Cnca, acronimo che sta per Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza. Si tratta di un’associazione di promozione sociale con sede a Roma, nata negli anni Ottanta e presente in diciassette regioni, con una rete di circa 250 affiliate – tra cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato ed enti religiosi – per le quali costituisce un raccordo a livello centrale.  L'organico di Cnca è formato da otto persone tra dipendenti e consulenti esterni – a cui possono essere aggiunti alcuni stagisti per specifici progetti – che si occupano soprattutto di aspetti amministrativi. La rete  associata, invece, è assai ampia e formata da circa 7mila lavoratori nelle organizzazioni che fanno parte del Coordinamento, più 4.500 volontari (secondo gli ultimi dati, rilevati nel 2012). “Chiamati al Futuro” è un’iniziativa che coinvolge alcune di queste organizzazioni, proponendosi di valorizzare le idee dei giovani che saranno coinvolti integrandoli in realtà già attive sul territorio e offrendo loro corsi di formazione su temi artistici, tecnologici, socio-educativi, urbanistico-architettonici, storici e culturali.Il progetto ha un budget totale di 250mila euro, di cui 200mila provengono dal Fondo per le politiche giovanili, gestito dal dipartimento Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio. Gli altri 50mila euro sono messi direttamente da Cnca e dagli altri partner, ossia la Federazione Italiana Cemea (“Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva”), LiberaMente Cemea Taranto e Cemea della Sardegna Cooperativa Sociale. I finanziamenti sono stati ottenuti rispondendo ad un avviso pubblico del governo pubblicato nel 2015. Il progetto si rivolge a giovani tra i 18 e i 35 anni e si propone di creare un effetto leva positivo per le attività che Cnca porta già avanti sul territorio.  L’obiettivo, infatti, è quello di coinvolgere più di 800 ragazzi – soprattutto Neet e altri soggetti con fragilità – oltre a quelli (il numero esatto non è precisato) che saranno selezionati con il bando.Nel presentare la propria candidatura bisogna indicare a quale dei progetti delle realtà coinvolte nell’iniziativa si desidera portare il proprio contributo. Per ciascun progetto saranno selezionati cinque ragazzi, di cui quattro inquadrati come «referenti delle azioni locali» e uno come «responsabile delle azioni locali», che avrà delle responsabilità maggiori e dovrà coordinare tutto il lavoro realizzato assieme ai referenti. In totale, quindi, saranno 40 i ragazzi selezionati. «Nell’ambito di questa iniziativa, i referenti e i responsabili di zona saranno una sorta di raccordo tra la federazione centrale e le varie realtà locali» dice alla Repubblica degli Stagisti Massimo Ruggeri, uno dei responsabili di “Chiamati al Futuro”: «L’idea è che essi riescano a portare il loro sapere sul territorio, valorizzando con il loro talento attività ed iniziative già avviate e facendo sì che altri ragazzi si avvicinino alle nostre realtà».Sia per i referenti sia per i responsabili locali è previsto un contratto di collaborazione con Cnca, valido fino a fine progetto, ossia aprile 2020. Ai primi è riconosciuto un compenso omnicomprensivo di circa 1.000 euro: una somma molto modesta, soprattutto considerato il fatto che l’iniziativa partirà a ottobre e si concluderà nell’aprile 2020. È sostanzialmente un contributo necessario a sostenere tutte le spese necessarie per partecipare agli incontri di formazione. I responsabili locali, invece, riceveranno il quadruplo: 4mila euro. Stando a quanto si legge sul bando, inoltre, il compenso in questione potrà essere erogato solo alla fine del progetto con i ragazzi – sia referenti che responsabili – che sarebbero costretti ad anticipare le spese di tasca propria. «Sappiamo che, ad esempio, per un ragazzo che viene dalla Sardegna raggiungere Roma o una delle altre sedi in cui si svolgeranno i corsi di formazione potrebbe essere proibitivo dal punto di vista economico» ammette Ruggeri: «Stiamo studiando delle formule per erogare il contributo in più tranche, senza dover aspettare la fine del programma, anche se dipende tutto dalle modalità di rendicontazione utilizzate a livello ministeriale». Al momento non si ancora neanche la disponibilità oraria richiesta ai ragazzi, che con tutta probabilità varierà a seconda dei progetti territoriali. Ciò che è certo è che ai responsabili è chiesto un impegno maggiore, sia a livello di tempo che di mansioni, in quanto dovranno coordinare a livello organizzativo le attività di tutto il gruppo selezionato.Tuttavia oltre alla somma prevista dal bando – come spiegato sia da Ruggeri sia dal direttore, Riccardo Poli – i giovani selezionati potrebbero ricevere un compenso anche dalle organizzazioni presso cui, effettivamente, svolgeranno il proprio lavoro. A seconda dei casi, infatti, essi potrebbero essere inquadrati come dipendenti a tempo determinato o come collaboratori. Ma il problema è che c'è anche l'opzione di inquadrarli come semplici volontari e in questo caso il rischio è che non ci sia alcun riconoscimento economico oltre alla possibilità di usufruire delle strutture degli organizzatori: perché, obiettivamente, chi mai farebbe un contratto a tempo determinato (con tutti gli oneri di retribuzione, contribuzione, tasse...) quando può avere la stessa persona come volontario e completamente gratis, senza avere alcun onere nei suoi confronti? La Repubblica degli Stagisti ha posto a Cnca la questione: «Al momento questi aspetti sono ancora in via di definizione, ma contiamo di avere un quadro completo entro ottobre» è la risposta di Ruggeri.Stessa domanda anche a Mauro Turrisi, che segue “Chiamati al Futuro” per conto dell’ente Cemea Taranto. «I ragazzi da noi selezionati contribuiranno allo sviluppo del progetto “Cafè Ludico”, già attivo nella promozione del gioco come valore sociale nel territorio di Martina Franca» risponde Turrisi: «La formula migliore riteniamo sia quella del contratto di collaborazione, anche se al momento non sappiamo con certezza se potremmo garantire ai ragazzi un compenso economico. Il nostro obiettivo, comunque, è quello di proseguire la collaborazione con i giovani talenti selezionati anche al termine de “Chiamati al Futuro”, ricorrendo a contratti a tempo indeterminato, determinato o di collaborazione». Almeno una volta tanto non si parla di tirocini, ma non è detto che sia una buona notizia: al di là dei buoni propositi per il futuro, resta il fatto che dal punto di vista di compensi e inquadramento, la situazione è ancora un cantiere aperto. «Purtroppo le risorse messe a disposizione dal governo erano molto poche e abbiamo dovuto lavorare di fantasia cercando di coniugare il più possibile le esigenze dei ragazzi con quelle della federazione e con quelle delle varie entità locali coinvolte» si giustifica Ruggeri «L’auspicio è che, grazie a risorse diverse che possono derivare da finanziamenti locali o da donazioni, le organizzazioni del territorio possano garantire un corrispettivo adeguato ai ragazzi e, soprattutto, possano instaurare con essi delle collaborazioni di lunga durata».“Chiamati al Futuro” ha avuto una vita piuttosto accidentata: nonostante l’avviso pubblico del governo a cui ha risposto Cnca fosse – come detto – del 2015, il via libero definitivo della Presidenza del consiglio è arrivato soltanto nella primavera 2018. Il ritardo, causato da una serie di intoppi e rallentamenti burocratici che hanno interessato il Dipartimento della presidenza del consiglio, è da considerarsi tra i motivi per cui la questione dei compensi è ancora in via di definizione.In via di definizione sono anche le sedi in cui si svolgeranno gli incontri di formazione. Intanto almeno si sa quali sono le cooperative sociali affiliate a Cnca coinvolte, che si trovano a Brescia (Il Calabrone Cooperativa Sociale), nell’Alta Padovana (Maranatha), a Rimini (Il Millepiedi), a Bologna (Open Group) a Conversano, in provincia di Bari (Itaca) e a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza (Adelante). Altri territori interessati dalle attività del progetto saranno le provincie di Taranto e Cagliari, dove operano i partner di Cnca LiberaMente Cemea Taranto e Cemea della Sardegna Cooperativa Sociale.Per sottoporre la propria candidatura occorre avere tra i 18 e i 35 anni e presentare la documentazione indicata nel bando: domanda di partecipazione compilata, cv, copia di documento d’identità, breve testo in cui si motiva la scelta di aderire ad uno specifico progetto. La documentazione può essere inviata via e-mail all’indirizzo ufficionazionale [chiocciola] cnca.it –  con richiesta di conferma lettura e con oggetto «Avviso Chiamati al futuro» – a mano o per posta alla sede romana di Cnca, in via S. Maria Maggiore 148; l’ufficio è aperto da lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Gli organizzatori effettueranno le selezioni e individueranno i responsabili e i referenti locali sulla base della documentazione ricevuta. La graduatoria finale sarà pubblicata entro sabato 29 settembre sul sito ufficiale di Cnca.Giulio Monga

Specializzandi in farmacia ospedaliera, gli “invisibili” senza stipendio del Servizio sanitario nazionale

Stessi doveri, ma non stessi diritti. Gli specializzandi in farmacia ospedaliera, proprio come quelli in medicina, svolgono presso il Servizio sanitario nazionale la propria specializzazione, che dura quattro anni e prevede 1.500 ore annuali di tirocinio. E avrebbero diritto, parimenti ai medici, ai contratti di formazione specialistica.Tuttavia «per i farmacisti ospedalieri sono in subordine alla capienza “delle risorse già previste”, e questa condizione fa scivolare il diritto nell’impossibilità, perché i fondi sono a mala pena sufficienti per coprire il fabbisogno dei medici specialisti», spiega alla Repubblica degli Stagisti Paolo Serra, responsabile nazionale area giovani e precari del Sindacato nazionale farmacisti ospedalieri (Sinafo). Ma non solo. Gli specializzandi in farmacia ospedaliera devono pagare mediamente 2.500 euro l'anno di tasse universitarie più 4.500 euro di aliquota intera all'Inps. La Repubblica degli Stagisti ha cercato di mappare il settore della farmacia ospedaliera in Italia rivolgendosi all'ente di riferimento, la Società italiana di farmacia ospedaliera e dei servizi farmaceutici delle aziende sanitarie (Sifo), ma a tre mesi dalla richiesta esso non è stato in grado di fornire i numeri sulle farmacie ospedaliere e i farmacisti ospedalieri attivi in Italia e sul fabbisogno annuale della categoria. Incredibile ma vero, Sifo non sa dire quante farmacie ospedaliere siano attive in Italia e quanti farmacisti ospedalieri impieghino, quale sia il fabbisogno annuale medio della categoria e neppure quanti posti vengano banditi annualmente dal Servizio sanitario nazionale. Comunque. Nel 2010 è arrivato in Parlamento il disegno di legge “Disposizioni per l’equiparazione dello status contrattuale ed economico dei laureati specializzandi medici e non medici che afferiscono alle scuole di specializzazione di area sanitaria”, che però non è riuscito a trovare i numeri per l’approvazione. Nel 2013 una sentenza del Consiglio di Stato ha imposto ai ministeri l’obbligo di retribuire gli specializzandi, in osservanza all’art.8 della legge n.401/2000. Per effetto della sentenza, le Scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera (Ssfo) sono state chiuse per timore di ricorso. Successivamente il decreto legge n.42/2016 ha abrogato l’articolo e le scuole hanno ripreso a bandire concorsi. Da allora gli specializzandi continuano a prestare lavoro gratuito al Ssn. E così i rappresentanti della piccola ma agguerrita categoria stanno pensando di fare quello che i colleghi di medicina fecero all'incirca vent'anni fa: fare ricorso alla Corte europea per veder sancito il loro diritto di essere inquadrati come lavoratori (ancorché "in formazione"), a essere pagati e a ricevere anche i contributi previdenziali. Tutti diritti che fino a soli vent'anni fa erano negati anche ai medici specializzandi, e che ora a quei medici sono garantiti proprio grazie a una sentenza.L’ultima delusione è arrivata con l’esclusione della categoria dal decreto n.402/2017, relativo ai requisiti minimi e agli standard delle scuole di specializzazione di area sanitaria. «L’inserimento nel decreto avrebbe garantito e migliorato la qualità del nostro percorso formativo specialistico. Inoltre saremmo stati al passo con gli standard europei e avremmo potuto rivendicare con voce ancora più forte il nostro diritto ai contratti di formazione» commenta Antonio Pirrone, presidente della Rete nazionale degli specializzandi in farmacia ospedaliera. La Renasfo, nata quattro anni fa per portare avanti la lotta per il riconoscimento dei diritti della categoria, dall'ottobre 2017 è un’associazione studentesca che conta circa 200 iscritti tra soci ordinari, ovvero specializzandi, e soci sostenitori. La scuola di farmacia ospedaliera ha una storia di quarant’anni - il primo concorso venne bandito a Napoli nel 1978 - ed è obbligatoria per accedere ai ruoli del Servizio sanitario nazionale. Oggi in Italia ci sono ventidue scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera, per un totale di circa 130 specializzandi. Numeri tutto sommato piccoli. «Per finanziare i nostri contratti di formazione basterebbero 10-15 milioni annui, ovvero il 3% dei contributi per i colleghi medici» puntualizza infatti Pirrone. Certo è che la situazione attuale fa del farmacista ospedaliero una professione “per pochi”. «A parte i pochi fortunati vincitori di borse, per lo più universitarie e regionali, molti di noi sono costretti a fare turni di notte o a lavorare il fine settimana in farmacie aperte al pubblico. A lungo andare questo mira la nostra formazione e non ci permette di raggiungere gli standard che lo Stato ci richiede», aggiunge Pirrone.Le borse di studio erogate dall’università sono sempre più rare. Ad esempio l’università di Milano, che negli anni scorsi ne metteva a disposizione quattro, nell’ultimo bando ne ha assegnate solo due, sulla base del reddito personale (non superiore a 7mila euro annui) e del principio di meritocrazia (posizionamento in graduatoria dopo il test di ammissione). Poi ci sono le borse di studio finanziate dalle strutture ospedaliere o territoriali, bandite dalle singole strutture e assegnate per titoli e colloquio. «Devo dire che alla fine dello scorso anno, con lo sblocco dei fondi regionali di Farmacovigilanza, questi bandi sono notevolmente aumentati in Lombardia» racconta il presidente di Renasfo «garantendo la copertura economica di molti colleghi. Ma questa non rappresenta la soluzione alla nostra situazione, lo ritengo un semplice palliativo che per il momento ci fa sopravvivere». Un altro problema che grava sulla condizione della categoria è quello della previdenza. «È stato incrementato il periodo in cui si può usufruire della riduzione dell’aliquota al 3%» spiega Pirrone «ma permangono altre problematiche, come il fatto che le borse di studio non contemplano la copertura previdenziale obbligatoria dell’Inps e che lo specializzando è costretto a pagare l’aliquota intera». Oggi l’unica strada possibile per ottenere il riconoscimento dei diritti rivendicati appare quella giudiziaria. «Dopo anni di dialogo con la parte politica e istituzionale non rimane che adire alle vie legali» afferma Serra «per inseguire, attraverso la magistratura, quello che riteniamo un diritto equo e dignitario».Rossella Nocca

Diritti dei riders, cosa dice la Carta di Bologna – e perché Foodora e gli altri big non la firmano

Con il boom della cosiddetta gig economy capita sempre più spesso, aggirandosi per le città italiane, di imbattersi nei riders, fattorini in bicicletta o motorino che consegnano cibo su ordinazione per conto di piattaforme popolari come Foodora, Globo, Just Eat o Deliveroo. La Fondazione Debenedetti stima che in Italia ce ne siano circa 10mila.Si tratta di figure utilizzate spesso come rappresentazione della situazione precaria del mercato del lavoro in cui si muovono le nuove generazioni. In particolare, negli ultimi mesi la questione è stata sotto la luce dei riflettori per via di diversi attacchi da parte di sindacati, prese di posizione di alcuni politici e inchieste giornalistiche che hanno evidenziato l’estrema precarietà di un settore economico –non per niente «gig economy» si traduce con «economia dei lavoretti» – caratterizzato dall’utilizzo di co.co.co. o collaborazioni occasionali con pagamenti – esigui – «a consegna». Il settore è scarsamente regolamentato in quanto diversi principi giuslavoristici si applicano a fatica ai rapporti di lavoro, assai atipici, tra i riders e le piattaforme per cui effettuano le consegne.Tra le varie iniziative sorte negli ultimi mesi spicca la Carta di Bologna («Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano»), in vigore da fine maggio per iniziativa della giunta del sindaco PD Virginio Merola. Si tratta del primo accordo in Europa tra riders, sindacati – oltre al sindacato di base Riders Union, protagonista della trattativa, anche Cgil, Cisl e Uil –, istituzioni e piattaforme digitali. «Abbiamo deciso di non aspettare. Abbiamo chiamato anche i sindacati, e abbiamo chiesto alle società di non mandarci i loro legali ma quelli che avevano potere di firma» ha raccontato di recente l’assessore Marco Lombardo durante un evento dell'associazione Milano In – Innovare x Includere a Milano, ricordando come la scintilla che ha dato avvio all'iniziativa è stato uno sciopero “natalizio” organizzato lo scorso dicembre da Riders Union. Ma dalla parte delle aziende hanno firmato la Carta soltanto Sgnam e MyMenu – start-up emiliane di recente fuse in Meal srl – che insieme rappresentano più o meno duecento lavoratori, sul totale dei cinquecento riders che operano sul territorio bolognese, mentre sono rimasti fuori tutti i big del settore. «Queste due piattaforme sono piccoline a livello nazionale, ma a Bologna rappresentano una rilevante quota sul totale dei riders attivi» spiega Lombardo.Il documento è molto snello: è composto da dodici articoli in cui sono elencati e disciplinati i «diritti fondamentali» dei riders. La Carta è organizzata in quattro punti programmatici, in cui sono stabiliti «standard minimi di tutela che si applicano a tutti i lavoratori e collaboratori operanti all’interno del territorio della Città metropolitana di Bologna» che lavorano per conto di una o più piattaforme digitali. La Carta si applica ai riders «indipendentemente dalla qualificazione dei rapporti di lavoro» con l’azienda. Tra i primi diritti/obblighi quello per cui le piattaforme devono comunicare informazioni come la propria identità, la data di inizio e la durata prevista il compenso e le modalità di pagamento e la procedura per terminare il rapporto di lavoro. Significativa la specificazione per cui «in mancanza di un luogo di lavoro fisso o predominante, il principio che il lavoratore è impiegato in luoghi diversi o è libero di determinare il proprio luogo di lavoro». La previsione è importante in quanto una delle critiche principali mosse negli ultimi mesi alle piattaforme è quella per cui i riders – pur non essendo inquadrati come dipendenti – siano, di fatto, obbligati a ritrovarsi in determinati luoghi da cui ricevere gli ordini di consegna dalle piattaforme.La parte principale della Carta è il Capo III, dedicato ai diritti della persona, tra cui quello ad un compenso orario fisso «equo e dignitoso», che ogni piattaforma deve garantire ai rider. Il compenso in questione, in particolare, non deve essere inferiore ai minimi tabellari «sanciti dai contratti collettivi di settore» sottoscritti dalle organizzazioni sindacali (al momento sono in corso negoziazioni in questo senso a livello nazionale). Inoltre, la Carta prescrive che ai lavoratori debbano essere garantite indennità per il lavoro notturno, nei giorni festivi o in «condizioni metereologiche sfavorevoli». Figurano nel documento anche il divieto di qualsiasi discriminazione e l’obbligo di comunicare con congruo preavviso e per iscritto il recesso dal rapporto di lavoro. Ai riders è riconosciuto anche il diritto di connessione e di disconnessione – il che non è banale, trattandosi di lavoratori «digitali» – oltre che ai diritti a formare organizzazioni sindacali, di sciopero (definito «diritto al conflitto») e alla tutela dei dati personali.Fondamentale è il riconoscimento di un diritto alla salute e alla sicurezza, da proteggere «indipendentemente dalla qualificazione giuridica» del rapporto di lavoro. Si tratta di una delle questioni più controverse di tutta la materia in quanto diverse inchieste giornalistiche hanno stimato come l’ottanta per cento circa dei riders, essendo inquadrati come collaboratori occasionali, non ha assicurazioni pagate dalle aziende. A questo proposito, la Carta prescrive invece che le piattaforme si facciano carico di «un’assicurazione che copra i lavoratori dal rischio di infortuni e di malattie sul lavoro», oltre che dai danni causati in caso di incidenti stradali – anche nei confronti dei terzi. Eventualità, quest’ultima, assai comune dal momento che i riders sfrecciano in bicicletta o in moto nelle città. Sempre a proposito di sicurezza, le piattaforme che hanno sottoscritto la Carta si impegnano, inoltre, a fornire ai riders «strumenti idonei e dispositivi di sicurezza obbligatori», oltre che a rimborsare in tutto o in parte le spese di manutenzione degli strumenti di lavoro, come ad esempio le biciclette.Gli ultimi due articoli della Carta riguardano gli impegni programmatici del comune di Bologna per promuovere il documento. Emblematico, a questo proposito, il fatto che Merola abbia chiesto pubblicamente di boicottare le piattaforme che non hanno aderito all’iniziativa. Come detto, queste ultime sono in realtà tutte le big del settore. Gianluca Cocco, ceo di Foodora Italy – società che recentemente ha annunciato il proprio addio dall’Italia – si è giustificato sostenendo che ci sarebbe il rischio di una «geopardizzazione» delle regole: «Pensiamo che il tavolo su cui articolare questa discussione sia a livello nazionale», e anche Deliveroo si è allineata.A livello nazionale, come noto, la situazione è in evoluzione. Nel suo primo appuntamento da ministro del lavoro, Luigi Di Maio – incontrando una delegazione di riders – aveva definito la categoria come «il simbolo di una generazione abbandonata» e aveva garantito l’impegno del governo sulla questione. Dopo vari incontri con le piattaforme, Di Maio aveva quindi annunciato l’apertura di una concertazione per scrivere un contratto collettivo in materia (che sarebbe il primo in Europa). Annuncio che, di riflesso, ha però portato all’esclusione dei riders dal decreto dignità. Nel frattempo, a metà luglio Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti hanno annunciato il riconoscimento dei riders come lavoratori subordinati nel contratto collettivo nazionale della logistica. Una dichiarazione però «unilaterale», che non ha soddisfatto gli attivisti di Riders Union Bologna, per cui il problema permarrà a prescindere, non essendo i riders assunti dalle piattaforme come lavoratori subordinati. E a fine luglio alcuni giornali hanno riportato la notizia del licenziamento per motivi «disciplinari» di Tommaso Falchi – portavoce di Riders Union che ha fatto parte della delegazione incontrata da Di Maio – che, a quanto riferito dai media, è stato sanzionato dall’impresa per cui lavorava per aver usato il furgone aziendale per lo sciopero.La situazione a livello nazionale è ancora in divenire e assai incerta; e per questo la Carta di Bologna può rappresentare un importante modello cui far riferimento.Giulio Monga

Saggistica da ombrellone? Un libro propone come migliorare il mondo del lavoro

Il mondo del lavoro è cambiato, questo lo sappiamo. Un mondo spesso popolato di persone con “lavoretti” poco stabili, di contratti (quando ci sono) a breve termine, di gig economy, di incertezza economica e – per diretta conseguenza - talvolta perfino esistenziale. Di giovani più o meno istruiti che scappano all'estero per cercare fortuna e di altri che restano a casa senza sapere dove sbattere la testa, che ancora oggi fanno tirocini mal pagati e senza prospettive, che impiegano anni interi per raggiungere un minimo di autonomia e sicurezza. E per quanto si cerchi di fare, non solo in Italia, ma anche a livello europeo, per contrastare il fenomeno della disoccupazione e del precariato (giovanile e non), gli unici movimenti si registrano ancora in differenze infinitesimali nei tassi Istat. La tendenza, insomma, rimane persistente. Ci vorrebbe una rivoluzione? Può darsi. Ed è proprio una piccola rivoluzione quella di cui parla Sandrino Graceffa, amministratore delegato di SMart, cooperativa di tutela e gestione di progetti creativi, nel suo libro Rifare il mondo… del lavoro. Un’alternativa alla uberizzazione dell’economia, edito da DeriveApprodi l'anno scorso. Una rivoluzione che parla di imprese cooperative condivise piuttosto che di startup, di mutualismo invece che di iper-concorrenza e di solidarietà redistributiva al posto di sistemi di protezione sociale ormai anacronistici rispetto al panorama non solo nazionale, ma anche europeo e mondiale. Le premesse sono quelle già citate: se negli anni Ottanta il lavoro era visto come un giogo e qualcosa di cui si sarebbe voluto fare a meno, oggi essere senza lavoro è causa di sofferenza. Il lavoro salariato permanente a tempo pieno, però, attualmente rappresenta solo il 22,5% dei lavoratori a livello mondiale, una minoranza assoluta. Il mercato è dominato da due tendenze: da un lato, sono in aumento forme di lavoro “a tempo parziale”, spesso più per obbligo che per scelta, e dall'altro crescono le forme di lavoro autonomo, naturale frutto di un'economia condivisa dove gli strumenti di produzione sono dematerializzati e sempre più legati alla capacità intellettuale e allo spirito creativo. E' questa l'“uberizzazione” di cui parla Graceffa, un sistema in cui potenzialmente ci sarebbero tutti i presupposti per un grande livello di autonomia ed emancipazione, ma che in realtà sempre più atomizza i lavoratori nelle loro attività, generando un contesto iper-concorrenziale in cui è difficile sopravvivere.La questione è a maggior ragione vera per i giovani di oggi, che si ritrovano ad avere a che fare non solo con un numero crescente di datori di lavoro (secondo Graceffa, dagli anni Sessanta il numero medio dei datori di lavoro che si incontrano si è moltiplicato per tre, e nei prossimi decenni è destinato a decuplicarsi) ma anche con esperienze lavorative spesso molto diverse tra loro. E se da un lato questa varietà rischia di compromettere l'integrità del percorso professionale, dall'altro comunque è garanzia di acquisizione di un gran numero di competenze, specifiche ma anche e soprattutto soft, spendibili in ogni contesto. Non è quindi a caso, spiega Graceffa, se i giovani di oggi tendono sempre più a diversificare esperienze e capacità e contestualmente puntano a volersi spendere in contesti più ibridi e articolati rispetto al classico impiego in banca o in azienda. Lavorare per progetti e per interessi, poiché se il posto fisso ormai è un miraggio, tanto vale trovare qualcosa che interessi e coinvolga davvero. Così, se i profili professionali più richiesti al giorno d'oggi sono specialisti dell'ICT, ingegneri e programmatori (di cui c'è grande carenza), al contrario sono tanti i professionisti che optano per carriere creative. Come quelli appartenenti al mondo dello spettacolo, gli stessi che SMart supporta ogni giorno. Secondo l'Osservatorio Gestione Lavoratori dello spettacolo e sportivi professionisti dell'Inps, il numero di lavoratori dello spettacolo con almeno una giornata retribuita nel 2017 è risultato pari a 306.234 (attori in testa), di cui la classe di età più numerosa è quella tra i 25 e i 29 anni con 44.219 lavoratori (il 14,4% del totale). Ma le retribuzioni? Scarse, in effetti: mediamente meno di 11mila euro all'anno.Anche questo fa parte del problema: al di là della spendibilità del proprio profilo professionale, in diversi settori – dice Graceffa - il fenomeno dell’auto-impiego sta promuovendo la crescita di vere e proprie forme di auto-sfruttamento. E sono tanti, probabilmente troppi coloro che finiscono per doversi accordare con il datore di lavoro su una somma forfetaria in cambio delle proprie prestazioni: in questi casi per il lavoratore è difficile arrivare a guadagnare più di 4 euro l’ora, e i pochi contributi versati non consentono di avere tutele e servizi commisurati al proprio lavoro. Una tendenza che si ripercuote sull'intero sistema: basti dire che, secondo l'Istat, nel 2015 l'economia sommersa (dove il lavoro nero fa il paio con le attività illegali) aveva un valore di 208 miliardi di euro, il 12,6% del Pil. Il lavoro dipendente a tempo indeterminato, insomma, non è più la forma predominante, ma nemmeno l’autoimprenditorialità universale può essere una via sostenibile per il futuro. Occorre trovare una terza via tra l’iperflessibilità e atomizzazione completa del lavoratore da un lato, e l’iperprotetto sistema fondato sul lavoro a durata indeterminata dall’altro. La soluzione che Graceffa propone a tal proposito muove in due direzioni: da un lato, la creazione di un regime europeo universale di protezione sociale (Reups) che riunisca i principi fondanti della previdenza sociale nel continente, rendendo la mobilità lavorativa più sostenibile. Dall'altro, l'introduzione di sperimentazioni sociali come le cooperative d’attività e impiego multisettoriali in Francia, organizzazioni dove le persone sono al tempo stesso salariati e soci dell’impresa, fissano la remunerazione e la indicizzano secondo il fatturato e non secondo il tempo di lavoro o le tabelle contrattuali. Un modello positivo che, secondo l'ad di SMart, potrebbe essere preso da esempio e implementato anche in diversi gruppi sociali e imprese.Potrebbe funzionare su larga scala? Difficile a dirsi, almeno per ora. Ma esempi positivi di certo non mancano: uno su tutti è Bigre!, primo esperimento transnazionale tra Francia e Belgio fondato su una comunità unica di lavoratori autonomi che garantiscono scambi mutualistici nella gestione fiscale, protezione sociale, auto-finanziamento e tutela dei diritti dei lavoratori intermittenti o indipendenti.Troppo lontano dalla realtà? L’inizio di un’economia parallela senza scopo di lucro, basata sulla condivisione e la solidarietà redistributiva, è già in atto. La macchina del cambiamento, silenziosa ma tenace, è partita, e Graceffa ci dice che sta crescendo in maniera organica e pervasiva. Chissà che non raggiunga anche voi, lì sotto l'ombrellone, mentre sfogliate le pagine di questo libro.Irene Dominioni

All'estero con il programma “au pair”: un’esperienza per tutti, ma solo uno su dieci è maschio

Ogni volta che sentiamo parlare di lavoro au pair, si parla di “ragazze alla pari”. E forse in pochi sanno che questa esperienza non è preclusa ai maschi. Semplicemente, si tende a pensare che le mansioni del lavoro alla pari siano tipicamente femminili, ma è ora di sfatare anche questo tabù. «Le persone che fanno un'esperienza "au pair" sono circa 80-100mila all'anno in tutto il mondo», spiega Patricia Brunner, managing director dell'International Au Pair  Association (Iapa): «L'ottanta-novanta per cento sono donne. I principali paesi ospitanti sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Austria, mentre quelli che inviano più ragazzi alla pari sono Germania, Brasile, Colombia e Messico».In Italia il fenomeno au pair è in crescita. «Nell’ultimo anno i numeri delle partenze sono quasi raddoppiati, arrivando a 1.300 ragazzi italiani alla pari, senza considerare le partenze “clandestine” con le tante agenzie non ufficiali o con accordi privati», spiega Gaia Leonardi, presidente dell’agenzia International Au Pair Italy nonché dell'Associazione nazionale italiana delle agenzie alla pari (Aniap), «Attualmente il rapporto tra i ragazzi e le ragazze che partono è di uno a dieci. Le ragazze sono sicuramente le più richieste, soprattutto se hanno esperienza con i bambini, ma i ragazzi stanno aumentando». Le mete preferite dagli italiani sono Gran Bretagna e Irlanda – per lo più per la maggiore vicinanza e per la lingua – seguite da Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Germania, Cina. Il 90% delle esperienze au pair va a buon fine: solo il 10% viene interrotto prima del termine. Tra le destinazioni, l'Italia negli ultimi anni ha perso appeal. «Sono drasticamente calati gli arrivi di ragazzi alla pari nelle famiglie italiane – solo 600 quest’anno – soprattutto dai paesi extra Ue, in quanto l’Italia non ha recepito la direttiva Ue n.801/2016» aggiunge Leonardi «che negli altri paesi autorizza i cittadini di paesi terzi a soggiornare all’estero per motivi di collocamento alla pari per l’intera durata del periodo au pair, quindi per loro il limite di permanenza è di soli tre mesi». L’esperienza au pair è considerata un progetto di scambio culturale per l’apprendimento e il perfezionamento di una lingua straniera, regolamentato a livello europeo. Il periodo all’estero può variare fra tre mesi e un anno e possono fare domanda per diventare au pair i giovani fra i 17 e i 30 anni, anche se nella maggior parte dei paesi la fascia è compresa fra i 18 e i 27. I candidati devono essere non sposati, senza figli e avere una conoscenza almeno basilare della lingua del paese in cui intendono soggiornare. Conoscenza che sarà approfondita con appositi corsi in loco dal costo medio di 100-150 euro. «Chiediamo ai ragazzi di compilare un questionario con le loro referenze da baby sitter, le certificazioni quali diploma e corsi di lingua, la patente di guida, il certificato medico e quello giudiziario», spiega alla Repubblica degli Stagisti Elizabeth Lenihan, presidente della Celtic ChildCare Aupairs, agenzia affiliata all’Aniap e all’International Au Pair Association. Le famiglie che intendono ospitare ragazzi alla pari in Italia devono avere bambini minorenni in casa eassicurare  al ragazzo o alla ragazza una camera singola, un bagno di uso esclusivo, il vitto e un pocket money settimanale minimo che, in linea con lo standard europeo, è di 80 euro per circa 30 ore di aiuto a settimana. Nel Regno Unito la British Au Pair Agencies Association (Bapaa) raccomanda un pocket money di almeno 80 sterline – ovvero quasi 90 euro – a settimana. In Francia si percepiscono tra i 70 e gli 80 euro, in Irlanda si arriva a ricevere circa 162 euro a settimana, negli Stati Uniti circa 140 dollari per un massimo di 45 ore a settimana. In Italia la cifra media varia di città in città: ad esempio a Roma si mantiene sugli 80 euro, mentre a Milano può arriva a 90-100 euro. Il lavoro alla pari è classificato in varie tipologie. C’è la formula demi pair, che consiste nella collaborazione in famiglia per cinque giorni alla settimana, con tre ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; due giorni e tre sere liberi alla settimana. E c’è la demi pair plus, alle stesse condizioni, ma con quattro ore al giorno di lavoro anziché tre. Altra opzione è la formula au pair: collaborazione in famiglia per sei giorni alla settimana, per cinque ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; un giorno e tre/cinque sere libere alla settimana. Anche qui è prevista la versione plus: sei giorni di lavoro per cinque/otto ore al giorno (massimo 40 ore di lavoro settimanali); con quattro/cinque pomeriggi, tre/quattro sere e uno/due interi giorni liberi alla settimana. Infine ecco la formula mother’s help: collaborazione in famiglia per 50 ore settimanali; con due/tre sere di baby sitting; un giorno e mezzo libero e tre/cinque sere libere. Quest’ultima prevede un pocket money superiore, che può arrivare a 120 euro settimanali. Tuttavia in Italia, secondo quanto stabilito dalla legge n.304/1973, l'impegno dell'au pair non deve superare le 5 ore giornaliere per 6 giorni a settimana, quindi la soglia massima è di 30 ore settimanali (comprese le ore serali di babysitting). Ma come fare per diventare ragazzi alla pari? «Il primo consiglio è quello di rivolgersi ad agenzie affidabili, come quelle affiliate all’Aniap», suggerisce Gaia Leonardi, «che supportano i ragazzi sia pre partenza che sul posto, attraverso una figura di riferimento nel paese ospitante». Questo è l’unico modo per difendersi dalle truffe: «Qualche tempo fa sono stata contattata da una ragazza che aveva trovato tramite Facebook una famiglia ospitante, che prima le ha chiesto 1.800 euro per il visto e poi è sparita». Insomma, in questi casi, è preferibile evitare il fai-da-te. «Noi forniamo a chi parte la lista dei ragazzi e delle ragazze alla pari presenti nella zona, li mettiamo in contatto tramite un gruppo Facebook e abbiamo solo famiglie ben referenziate», spiega Lenihan.I costi del servizio variano di agenzia in agenzia. La International Au Pair Italy, ad esempio, richiede 90 euro di tassa di iscrizione e poi 300 euro alla famiglia ospitante e 200 al ragazzo che vuole partire. La Celtic ChildCare non richiede ai ragazzi tassa di iscrizione, ma direttamente 350 una volta stipulato il contratto au pair. Invece le famiglie ospitanti pagano dai 290 ai 790 euro – più 125 di iscrizione – per un periodo di ospitalità da un mese a dodici mesi. Per i ragazzi sono da aggiungere le spese di passaporto e visto, che dipendono ovviamente dalla scelta del paese. Ad esempio per andare negli Stati Uniti si spendono 600 euro tra visto e costi di agenzia. Ogni stato disciplina diversamente l’accoglienza dei ragazzi alla pari. Ad esempio negli Usa i costi del viaggio di andata e ritorno e dell’assistenza sanitaria sono a carico della famiglia ospitante. Qui inoltre si richiedono: età fra i 18 e i 26 anni, patente di guida, diploma di scuola media superiore una discreta conoscenza dell’inglese. Il corso di lingua sul posto è obbligatorio. La Svizzera ospita per un periodo non inferiore ai 12 mesi. In Islanda esiste il limite di 25 anni, e si richiedono: il possesso del diploma di scuola media superiore, l’esperienza nella cura dei bambini e una buona conoscenza della lingua inglese. Poi ovviamente ci sono le richieste delle singole famiglie: c’è chi richiede che il giovane abbia la patente di guida, chi accetta solo non fumatori... e così via. Il consiglio è di fare domanda almeno tre mesi prima della partenza, per dare all’agenzia il tempo di selezionare la famiglia e avere modo di conoscerla attraverso telefonate e videochiamate. Poi si stipula una sorta di contratto che definisce tutti gli aspetti del rapporto, dagli orari al pocket money.Ma perché un ragazzo dovrebbe fare un’esperienza alla pari? «Lavoro da una decina d’anni nel settore e ho scelto di farlo dopo aver ospitato ragazzi alla pari e dopo aver mandato le mie figlie all’estero con questo programma», racconta Leonardi, «perché credo che sia un’esperienza completa e il modo più genuino e più forte per conoscere una nuova cultura: bisognerebbe farla conoscere di più, soprattutto ai maschi!».Rossella Nocca