Categoria: Storie

Cameriere per realizzare il sogno di diventare meccanico: “Il lavoro stagionale? Questione di fortuna”

La Repubblica degli Stagisti compie in questo mese di agosto un viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Floridon Peci, un ragazzo di origini kosovare e residente in Italia da molti anni. La sua passione sono i motori e vorrebbe lavorare in quel campo. Così, in attesa dell’occupazione dei sogni, si è cimentato come cameriere stagionale per guadagnare un po’ di soldi utili per costruire il suo futuro.Ho diciott'anni e vivo a Villa Rosa, un paese sul litorale abruzzese, in provincia di Teramo. Quest’anno ho conseguito la maturità turistica e in autunno vorrei trasferirmi in Germanio o in Svizzera per realizzare il mio sogno di diventare meccanico o carrozziere. Sin da quando ero piccolo nutro una grande passione per le auto e i motori. Un interesse che però non mi ha impedito di conoscere e sperimentare altri lavori, anzi mi ha spinto sin da subito a lavorare proprio nell’ottica di mettere da parte una somma necessaria per poter realizzare il mio desiderio. Mi piacerebbe lavorare all’estero perché credo che ci siano maggiori opportunità occupazionali, rispetto all’Italia. Ma per partire ho bisogno di mettere da parte un po’ di denaro.Per questo, durante le vacanze estive degli ultimi tre anni, ho svolto “lavoretti” di qualsiasi tipo. Ho la fortuna di vivere in una località dove c’è molto turismo nel periodo estivo e per questo è abbastanza facile trovare lavoro come dipendente stagionale, soprattutto nel settore della ristorazione.In questi anni ho lavorato come cameriere, prima in un bar poi in un hotel. Sono state due esperienze agli antipodi: quella del bar merita una votazione da 10 e lode, a differenza dell’esperienza in albergo che è da bocciatura.In hotel, al momento del colloquio i miei futuri datori di lavoro mi avevano fatto molte promesse: un contratto come lavoratore stagionale, dei giorni di riposo e turni da 8 ore. Ma una volta avviata la collaborazione tutte le promesse sono svanite nel nulla. Lavoravo dieci ore al giorno, comprendo tutti e tre i turni previsti: colazione, pranzo e cena. Praticamente ero sempre dentro la struttura.A seguito delle mie sollecitazioni, dopo venti giorni di lavoro mi è stato consegnato il contratto da firmare. Sul documento erano previste quattro ore di lavoro, anziché le otto pattuite – che poi peraltro si sono trasformate in dieci. Solo in un secondo momento mi è stato spiegato che le restanti quattro ore non indicate nel contratto mi sarebbero state pagate in nero. Le ore extra invece no, per quelle non era previsto nessuno straordinario. Insomma: molta confusione e poche tutele per me. L’estate successiva, data la brutta esperienza, ho scelto di cercare altrove. Così, abbandonata l’idea di lavorare di nuovo nell'albergo gestito da amici (o meglio ex amici) di mio padre, mi sono rivolto ai gestori del mio bar di fiducia, dove vado spesso a fare colazione.Dopo un breve colloquio mi hanno proposto un contratto di lavoro stagionale come barista. Con un po’ di timore, reduce dalla passata esperienza, ho accettato e sono veramente molto soddisfatto di averlo fatto. Sono stati tre mesi altamente formativi, trascorsi in un ambiente sereno e tranquillo, al fianco di seri professionisti che mi hanno trattato con rispetto ed educazione, insegnandomi molto. Il contratto è stato rispettato nei minimi dettagli: non ho lavorato nemmeno un minuto di più del previsto. Inoltre, essendo minorenne non potevo né lavorare la notte né servire alcolici e per questo i miei titolari hanno scelto di farmi fare il turno della mattina. Lavoravo 4 ore al giorno e guadagnavo circa 600 euro netti al mese.Di certo preparare cappuccini e servire la colazione in un bar non è l’occupazione dei miei sogni, ma intanto è un mestiere che ho imparato e che mi permetterà sempre di avere una porta aperta in questo settore.Alla luce delle mie esperienze posso dire che il lavoro stagionale è tutta questione di fortuna, come credo un po’ in tutte le situazioni che la vita offre. A fare la differenza non è il tipo di contratto che firmi, ma il datore di lavoro che trovi. Se il tuo titolare è una persona onesta e che ti rispetta hai modo di crescere professionalmente e umanamente, ma se davanti a te hai persone che ti percepiscono solo come forza lavoro verrai sempre e solo sfruttato.Il futuro? Seguirò la mia passione per i motori. Adesso che ho conseguito la maturità e ho un po’ di risparmi da parte, potrò finalmente partire alla volta della Germania o della Svizzera per diventare carrozziere o meccanico.Testo raccolto da Luisa Urbani

Girl Power, «Io, sviluppatrice web in un mondo di uomini. In questo lavoro conta solo cosa sai fare»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che fa sentire la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Francesca Dellisanti, Senior Java Developer per Spindox, azienda dell’RdS network che offre servizi di consulenza, system/business integration e soluzioni IT.       Ho trent'anni e sono originaria della Puglia. Ho studiato al liceo linguistico, ma lì mi sono accorta che ero più orientata verso le materie scientifiche e che mi affascinava tutta la parte dello sviluppo. Tutti mi dicevano “Se fai matematica non troverai mai lavoro”, così ho deciso di iscrivermi al corso di laurea in Ingegneria informatica, indirizzo automazione, all’università di Siena. Mi sono fermata alla triennale, perché la specializzazione che avevo scelto, in ingegneria elettronica, aveva pochi iscritti e non ha ingranato. Per fortuna nel frattempo ho trovato lavoro e non ho avuto l’esigenza di proseguire gli studi. Inizialmente mi avevano proposto un corso di formazione tramite una ditta di consulenza informatica, ma non era pagato: dunque ho preferito continuare a cercare. Ho trovato impiego a Milano in un gruppo che si occupava di test di applicazioni per le assicurazioni, tutto al femminile, con un contratto a progetto. Tuttavia non era quello per cui avevo studiato, quindi sono passata a una società di consulenza informatica, in cui mi occupavo di sviluppo di applicazioni web e di manutenzione su app già esistenti. Lì sono rimasta circa due anni, dopo di che sono approdata in Spindox, a Torino, dove attualmente lavoro e dove ho ottenuto sin da subito un contratto a tempo indeterminato.Ho cominciato come semplice sviluppatrice, dopo di che ho iniziato a gestire un gruppo di cinque persone (due donne e tre uomini) lato sviluppo e oggi sono un’interfaccia verso il cliente nella gestione sviluppi e rilasci. In questo momento mi sto occupando del progetto di un portale che gestisce viaggi, spedizioni e tracking per un’azienda di logistica che demanda le consegne a terze parti.Inizialmente, essendomi sempre occupata di cose tecniche, non ero abituata a gestire le interazioni con i clienti, ma oggi anche questo aspetto mi piace. D’altronde credo che in questo noi donne possiamo avere una marcia in più, anche perché abbiamo più pazienza. Io lavoro una media di dodici ore al giorno, mi capita di uscire da lavoro alle otto di sera e continuare a casa da mezzanotte alle due di notte. Il nostro non è un lavoro d’ufficio, prendi un impegno e devi portarlo a termine, anche se comporta uno sforzo extra. Per il momento posso permettermelo perché non ho figli e perché il mio compagno fa lo stesso lavoro, quindi... ci comprendiamo a vicenda!Nessuno ha mai cercato di dissuadermi rispetto alla mia scelta “inusuale” per una donna. Certo ho avvertito più volte il pregiudizio. All’università eravamo due donne a fronte di un centinaio di uomini e una volta un professore, durante un esame, guardando sul libretto i voti che avevo preso agli esami precedenti insinuò: “Quello ti ha messo 30 perché gli hai fatto gli occhi dolci”. Anche sul lavoro funziona così: se tu sei donna per far capire le tue ragioni devi metterci il doppio dell’impegno. Una volta stavo partecipando a un progetto in cui eravamo tre ragazzi e due ragazze, e i ragazzi erano convinti che io non mi potessi occupare della parte tecnica. Qui in Spindox a Torino siamo dieci donne su una sessantina di persone. Come responsabile però ho una donna e mi è di grande ispirazione: anche lei ha un profilo tecnico e una grande passione e i suoi comportamenti mi insegnano tanto su come agire. Il futuro? Mi auguro di continuare a lavorare sul punto di vista tecnico e seguire le richieste del cliente, ma magari di studiare soluzioni per progetti più a lungo termine. Consiglio l’ingegneria informatica perché ti permette di poter trovare subito una stabilità economica, ma anche perché ti fa vedere tante cose diverse in poco tempo, è interessante e, se si decide di cambiare lavoro, non si ha difficoltà a trovare altro. Inoltre dà una forma mentale e apre a diverse possibilità, dall’università all’insegnamento alle aziende: qualunque azienda ormai richiede una figura informatica! Inoltre voglio dire alle ragazze è che nel nostro lavoro conta cosa fai e che impegno ci metti. Bisogna essere sicuri di ciò che si fa e andare avanti. Certo tanto dipende anche dall’ambiente, ma bisogna saperlo affrontare e farsi valere sempre! Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Dalla laurea in Scienze dell’educazione a un lavoro altamente tecnologico: «Ragazze, lanciatevi»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che avrà la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Silvia Cozzi, Industry manager presso Everis Italia, azienda dell’RdS network  che si occupa di consulenza, system integration ed outsourcing nel settore assicurativo, bancario, telecomunicazioni, media, industria manifatturiera, utilities ed energia.      Ho quarantasei anni e sono manager per Everis Italia, settore Industry. Dopo la maturità alle magistrali, mi sono laureata in Scienze dell’educazione con indirizzo “Esperto nei processi formativi” – si chiama proprio così! – alla Cattolica di Milano. Ero partita da Scienze della formazione, poi per strada ho incontrato la formazione per adulti e me ne sono innamorata, così ho cambiato indirizzo. Per un annetto ho fatto la freelance, poi per motivi economici ho iniziato a cercare un lavoro dipendente.  Ho cominciato a lavorare, subito con un contratto a tempo indeterminato, in una società di consulenza verticale nel settore pharma, in ambito Crm e business intelligence. Queste per me all’inizio erano parole che non avevano molto senso, poi con il tempo le ho capite e fatte mie. Mi sono occupata di implementazione del servizio di formazione in Italia di una multinazionale francese e poi di security assurance per software client e ho lavorato come account manager per clienti “speciali”, ovvero non farmaceutici. Quindi, tre anni fa, si è presentata l’opportunità di cambiare totalmente vita. La mia società ha iniziato a tagliare teste, ma per fortuna il cambiamento è stato immediato e indolore. Ho terminato 29 dicembre e il 7 gennaio sono entrata in Everis, che lavorava nell’ambito della stessa azienda farmaceutica. Dopo un primo progetto per un’azienda food, ho iniziato a lavorare per l’ambito life science, di cui oggi ho la responsabilità, a contatto con aziende farmaceutiche e di device. Se allora avevo paura di mettermi in discussione, tornassi indietro cambierei molto prima. Qui ho trovato infatti una cultura aziendale totalmente diversa, che valorizza le caratteristiche personali e mette al centro le persone, spingendole a responsabilizzarsi e a fare le proprie scelte. Un ambiente giovane dove l’età media oggi è di trentuno anni e mezzo, dove la crescita delle persone non è subordinata a quella dell’azienda e si ha sempre la possibilità di cambiare idea sul proprio percorso. Quando sono entrata, tre anni fa, eravamo 450, oggi siamo quasi mille. In Everis, quando viene fatta un’assunzione, non conta nulla se sei un uomo o una donna, ma solo la capacità. La percentuale di donne manager director nel board è del 18,5 per cento e se si aggiungono le altre figure di responsabilità come team leader e project leader si arriva al 25 per cento. Ci sono colleghe che sono diventate manager o comunque hanno avuto promozioni durante la maternità. Certo non tutti gli ambienti sono così. Mi ha stupito una ragazza che durante un colloquio mi ha detto: “Io ho un problema e voglio dirlo. Sto seguendo un percorso di procreazione assistita, questo significa che dovrò assentarmi per alcuni periodi”. Io le ho risposto che non aveva alcuna importanza. Aspettative per il futuro? Voglio crescere insieme all’azienda, e spero in tempi brevi di diventare director, avendo seguito un percorso di carriera verticale quindi orientato verso ruoli manageriali direttivi.Consiglio alle ragazze la consulenza perché offre la possibilità di vedere e di confrontarsi con ambiti, clienti e bisogni totalmente diversi e riuscire a dar loro una mano è qualcosa di veramente stimolante che ti fa dire: “ho fatto un bel lavoro”. Sugli studi il suggerimento è seguire la propria passione: abbiamo ragazzi laureati in Lettere, in Geologia, e così via. La cosa importante, al di là del percorso, è capire cosa si sa fare e costruire su questo il proprio cv. Io ad esempio non ho una laurea in materie Stem, eppure sono finita in un ambito altamente tecnologico. Con impegno, pazienza, studio personale e aiuto da parte del team il gap si supera. Certo non sono in grado di sviluppare, ma se mi parlano di un database oggi so di cosa si tratta!Everis è un’azienda che ti aiuta a capire qual è la tua strada e ti ci porta passo passo. Attualmente ci sono circa centosessanta posizioni aperte, tra cui spiccano economisti e ingegneri gestionali. Invito chi vuole candidarsi a inserire nel cv tutte le esperienze, dal cameriere all’animatore, e a essere onesti sulla conoscenza delle lingue: l’inglese oggi è fondamentale e qui ancora di più. E alle ragazze in particolare dico: lanciatevi, provate, perché alla fine non c’è nessun tipo di differenza!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Spindox, il posto ideale per me: non mi sono mai sentita “una semplice stagista”

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Annachiara Pagliara, 27 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Spindox.Sono di Monteroni di Lecce, un paesino di circa 15mila abitanti in provincia di Lecce, dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza dividendomi tra scuola e conservatorio. Nel 2010 mi sono diplomata al liceo scientifico e l’anno seguente al conservatorio Tito Schipa di Lecce in flauto traverso.Il flauto è stato il mio primo grande amore, nato per caso a sei anni. Un amore coltivato con grande passione, fatto di sacrifici, rinunce ma anche di grandi soddisfazioni! Fino ai dodici anni ho studiato in una scuola di musica privata, poi sono entrata in conservatorio e a diciott'anni mi sono diplomata.È stata un’esperienza faticosa ma che consiglierei a tutti, perché ti permette di imparare sin da piccolo a gestire il tempo, prezioso per un musicista, gli impegni, a portare a termine i compiti richiesti, a superare gli esami e accettare le sconfitte, a collaborare con gli altri, a gestire l’ansia da palcoscenico, a essere consapevole delle tue capacità, a voler andare oltre quelli che pensi siano i tuoi limiti e a migliorarsi sempre.Dopo essermi diplomata mi sono ritrovata di fronte a un bivio: scegliere se continuare la carriera da musicista o proseguire gli studi e inseguire un altro sogno… laurearmi in psicologia. Alla fine dopo diverse valutazioni ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Scienze e tecniche psicologiche all’università di Chieti-Pescara. Ma non ho abbandonato totalmente lo strumento: ancora oggi continuo a suonare per me stessa e per la “gioia” dei miei vicini.Mi sono trasferita a Chieti per frequentare l’università e ho vissuto lì, con il sostegno economico dei miei genitori, fino alla laurea triennale in Psicologia, presa nell’aprile 2015. L’università non creava particolari momenti di aggregazione per gli studenti, ma non è stato difficile inserirsi anche perché erano tutti ragazzi fuori sede come me!Presa la laurea di primo livello, ho deciso di continuare gli studi e mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia per le organizzazioni: risorse umane, marketing e comunicazione. Ho deciso di trasferirmi a Milano, all’università Cattolica: questo ateneo era l’unico che prevedeva una formazione trasversale su queste tematiche e perché all’interno del percorso formativo alternava momenti teorici a momenti pratici. Trasferirsi non è stato un problema: amo la Puglia e la mia città, ma nel Salento penso che tornerò solo per le vacanze. Ormai la mia vita è a Milano, dove adoro vivere. Certo mi manca il mare e il calore della mia famiglia, ma per ovviare a questo problema cerco di tornare a casa ogni due mesi.Nel settembre 2017, dopo aver terminato tutti gli esami, ho iniziato a scrivere la mia tesi sperimentale, ma sentivo che mancava ancora qualcosa. Così ho deciso di perfezionare la mia formazione con un master part time del Sole 24ore Business School, della durata di sei mesi, in Hr Specialist. Il master è iniziato i primi di dicembre e pochi giorni dopo ho conseguito con lode la laurea magistrale in Psicologia.Ho scelto questo master perché affrontava gli argomenti di punta del mondo Hr, trasmettendo conoscenze, competenze e strumenti operativi necessari per operare efficacemente all’interno della direzione del personale. Il master era strutturato in tre moduli che mi hanno permesso di applicare la teoria alla pratica. Era organizzato con formula part time, che mi ha consentito di gestire la mia attività lavorativa con le mie esigenze di aggiornamento continuo e costante.Mentre scrivevo la tesi, infatti, oltre a cercare un master, ho sostenuto vari colloqui e a metà dicembre ho cominciato uno stage di sei mesi in una società di consulenza IT, Engineering Ingegneria Informatica, nel ruolo di recruiter jr con un rimborso spese di 800 euro al mese. Quindi ho frequentato il master e in contemporanea svolto lo stage, ma non è stato difficile. Sin da piccola sono stata abituata a gestire più cose contemporaneamente: ci vuole tanta costanza, impegno e determinazione, ma se si hanno degli obiettivi nella vita si fa di tutto per raggiungerli!Engineering è stata l’azienda dove ho iniziato a muovere i primi passi: un’esperienza altamente formativa durante la quale ricercavo i profili attraverso l’analisi dei curriculum o tramite Linkedin, affiancavo i colloqui di selezione ed ero di supporto alle attività di gestione del personale. Al termine del tirocinio ho avuto una proroga di sei mesi con un rimborso spese più alto, mille euro lordi al mese. In questi mesi ho iniziato a cercare altre opportunità di lavoro per aumentare le mie competenze nell’ambito della formazione e sviluppo delle risorse umane. In questa fase ho scoperto che Spindox era alla ricerca di una risorsa da inserire nel team Hr Learning & Development. L’azienda, infatti, ha un’iniziativa dal nome “Porta un amico in Spindox” che incoraggia i dipendenti a sponsorizzare profili in linea con le ricerche. Così il mio curriculum è stato inoltrato da un collega e dopo qualche giorno sono stata contattata per il colloquio. Ne ho fatti due: il primo con l’HR manager e l’HR Learning&Development, il secondo dopo qualche giorno con l’amministratore delegato nonché direttore del personale di Spindox.Mi trovavo bene nella società in cui ero, ma in Spindox potevo crescere e sperimentarmi in un altro ruolo. Così nel settembre 2018 ho cominciato lo stage nel ruolo di Hr learning & development jr con un rimborso spese di 800 euro al mese più ticket restaurant da 6,50 e rimborso spese per i mezzi pubblici. E inaspettatamente, tre mesi dopo, mi è stata proposta l’interruzione dello stage per un contratto di apprendistato… non me lo aspettavo proprio, è stata una grande gioia!A dicembre sono stata assunta in apprendistato con una retribuzione annua di 23mila euro. La mia vita non è cambiata molto: vivo per conto mio ormai da nove anni, e da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di mantenermi da sola per non gravare più sui miei genitori. Ho dei progetti futuri, come comprare casa a Milano, ma ci vorrà ancora un po’ per realizzarli.Entrata in Spindox mi è bastato poco per capire che era il posto ideale per me! È una realtà giovane, dinamica, un’azienda che ti fa sentire subito parte integrante e non un semplice stagista. Che premia e valorizza le persone.Ad oggi ricopro il ruolo di Hr learning & development jr: mi occupo di tutta la formazione del personale Spindox, dalla raccolta dei fabbisogni formativi alla definizione dei corsi utili per incrementare le competenze del personale. Gestisco il percorso formativo di colleghi assunti con contratto di apprendistato e supporto le mie responsabili nelle attività di crescita e sviluppo delle risorse.La laurea, il master e la voglia di conoscere nuove attività sono stati fondamentali per iniziare al meglio questo nuovo capitolo della mia vita professionale. La mia tutor di tirocinio ha fatto la differenza nel mio cammino: è stata una vera fonte di ispirazione e un riferimento, ha sempre creduto in me, spronandomi a fare meglio. Inoltre, la collaborazione, il coinvolgimento e la fiducia reciproca sono stati elementi che hanno da sempre contraddistinto il nostro rapporto e che ci hanno permesso di lavorare in sintonia. Oggi sono dove vorrei: il mio percorso è ancora all’inizio, ma so che in Spindox posso solo continuare a crescere. Senza l’aiuto dei miei genitori che mi hanno sostenuto emotivamente ed economicamente non sarei qui, e il mio percorso sarebbe risultato sicuramente più ostico, se non impossibile. Sono convinta che il lavoro svolto dalla Repubblica degli Stagisti aiuti le aziende a confrontarsi con i futuri tirocinanti e i giovani a conoscere meglio alcune imprese e affrontare il tirocinio con uno spirito diverso. Il mio consiglio a coloro che si apprestano ad entrare nel mio settore professionale è quello di voler essere caparbi e perseveranti e di non smettere mai di confrontarsi con i colleghi e tenersi sempre aggiornati. Il mondo del lavoro è impegnativo, ma ripaga di tutti i sacrifici!Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Dalla laurea umanistica a un lavoro nella consulenza: una filosofa e uno scienziato politico raccontano cos'è il BipBootCamp

Chi l'ha detto che chi ha studiato filosofia o scienze politiche non possa finire a fare il consulente manageriale? È certamente vero che la gran parte di giovani che vengono assunti nelle società di consulenza hanno background in economia o ingegneria, ma le cose stanno cambiando: prova ne sia il BipBootcamp, programma formativo intensivo di “Business & Management Induction” ideato dalla società di consulenza Bip in collaborazione con il MIP del Politecnico di Milano per formare in una formula “sprint” laureati umanistici alla professione della consulenza. Proprio in questi giorni – e fino a venerdì 2 agosto – sono aperte le candidature per partecipare alla seconda edizione del BipBootCamp; la Repubblica degli Stagisti ha incontrato due dei dodici partecipanti alla prima edizione poi assunti in Bip alla fine del percorso.Si parte con un po' di “serendipity”: se infatti Alice Allasia è oggi consulente in Bip è anche un po' grazie alla Repubblica degli Stagisti. Proprio su questo sito, infatti, questa ventiseienne piemontese laureata in Filosofia ha scoperto dell'esistenza del BipBootCamp e ha deciso di candidarsi.Alice ha alle spalle un percorso internazionale: prima un Erasmus a Oviedo, in Spagna, e poi dopo la laurea una borsa di studio che l'ha portata a fare un tirocinio all'università di Coimbra, in Portogallo, per cinque mesi. «Pensavo di continuare a studiare prendendo la strada del dottorato» racconta: «Se sei laureato in filosofia e vuoi lavorare con la filosofia, o vai a insegnare nei licei o fai il dottorato. Io avevo fatto application per alcuni dottorati all'estero: l'idea di continuare a studiare mi piaceva. Ma a un certo punto mi sono resa conto che avevo voglia di qualcosa di un po' più pratico: volevo fare esperienza nel mondo del lavoro».Un giorno di giugno dell'anno scorso Alice legge sulla Repubblica degli Stagisti l'articolo “Penalizzati dalle lauree umanistiche? Non per forza: Bip e la Business school del Politecnico di Milano lanciano un training accelerato” e ne resta colpita: «Mi ha incuriosito il fatto che cercassero laureati con un background umanistico e ho deciso di provare a inviare il cv. Non avevo mai sentito parlare della consulenza e durante il primo colloquio ho fatto tantissime domande».Alice esce da quel colloquio con una bella sensazione sulla pelle: «Mi ha suscitato molta curiosità, è stato un bel confronto: mi è sembrato di essere capita e compresa». La sensazione è corretta: il team HR di Bip la inserisce tra i quindici selezionati per partecipare alla prima edizione del BootCamp. Alice però non accetta immediatamente: «Mi sono presa qualche giorno per capire se volevo veramente buttarmi in questo percorso così diverso da quanto avevo fatto fino a quel momento» ricorda. Dell'opportunità che si staglia all'orizzonte vanno valutati anche gli aspetti economici: «Per me 1.500 euro erano una spesa grossa. Pur avendo sempre lavoricchiato nella mia vita, dopo la mia ultima esperienza di tirocinio all'estero ero tornata a vivere con i miei e l'idea di investire altri soldi in formazione non è stata facile, ma poi ho realizzato quanto mi sarebbe servita a livello formativo». E dunque, alla fine, la voglia di provare il BipBootCamp prevale.Del resto, per la cronaca, dopo il periodo in aula (che nell'edizione cui ha partecipato Alice durava quattro settimane, mentre ora ne dura cinque) il BootCamp prevede tre mesi di stage in Bip, e ai suoi stagisti Bip offre una indennità di 800 euro al mese: dunque si può dire che il costo della quota di adesione venga in qualche modo “ammortizzato”, anche se poi è vero che tutti i partecipanti che arrivano da fuori Milano devono comunque mettere in conto un budget per vitto e alloggio da fuorisede.«Il corso era organizzato con una parte in aula e un'altra parte online, con la modalità dell'e-learning» racconta Alice: «È stato molto impegnativo e duro per le tematiche affrontate, le materie, la pressione che giustamente ci mettevano addosso» aggiunge: «Tutto questo ci ha spinto a creare un gruppo bellissimo: ci siamo aiutati molto a vicenda. Dal Bootcamp ho imparato tanto, ancora oggi mi torna utile, a volte torno a riguardarmi gli appunti!».Da laureata in filosofia e neofita della consulenza, alla fine dello stage in Bip Alice non si aspettava di ricevere una proposta di assunzione direttamente a tempo indeterminato – oggi lavora nell'Area di business Grandi telecomunicazioni – e la sorpresa è stata grande: «Ma ancor più del contratto per me sono stati importanti i feedback ricevuti da parte dei miei superiori, che mi hanno detto che erano contenti di avermi all'interno del loro team... anche se ero un pesce fuor d'acqua!».Percorso del tutto diverso ma conclusione simile per uno dei colleghi “bootcampini” di Alice, Marco Laoreti. Venticinque anni, originario dell'Umbria, Marco si è diplomato al liceo classico – «ho sempre cercato di evitare la matematica nel mio percorso!», scherza – e poi ha studiato Scienze politiche a Roma per la triennale e Public Policies per la specialistica, in Germania. «A Berlino facevamo molta analisi quantitativa per la materia di Politiche pubbliche, per valutare l'effetto delle politiche pubbliche sulla società; è stata la prima volta in cui mi sono avvicinato ai numeri e alla statistica. Il mio progetto iniziale era andare a lavorare nel settore pubblico, entrando in qualche istituzione come un ministero, o la presidenza del consiglio» racconta.Poi in Germania è entrato in contatto con il settore della consulenza, ed è scattata la scintilla: «All'università venivano spesso società a presentarci il loro lavoro», e così Marco ha cominciato a guardare in quella direzione. «Una mia amica, sapendo di questo mio interesse, mi ha segnalato la pagina che raccontava del BootCamp di Bip»: Marco decide di provare a candidarsi, mentre ancora vive a Berlino. In poche settimane il percorso di selezione e la conferma di essere stato ammesso: «A settembre 2018 ho trasferito tutta la mia vita a Milano con un DHL, bicicletta compresa». E via con il BootCamp: «È stato una “induction”: non avevo mai fatto finanza, maneggiato un bilancio! La parte che ho preferito è stata quella di strategia, abbiamo potuto toccare la materia in concreto, fare dei business plan. Emozionante».Il fatto che il BootCamp non fosse gratuito non è stato un elemento critico: «Per me è stato una sorta di continuazione dell'investimento che avevo fatto sui miei studi e sulla mia formazione» racconta: «Ho valutato i corsi molto specifici, era una opportunità che valeva quei soldi. È stato un investimento su me stesso e sul mio futuro».Dopo il periodo in aula, Marco è stato inserito in stage in Bip e subito dopo assunto con un contratto a tempo indeterminato: «Non mi aspettavo di ottenerlo a venticinque anni. E non mi aspettavo di ottenerlo in Italia» ammette con un sorriso. Vedi come la vita a volte sorprende.

Da operaia a responsabile del reparto Surface mount technology, la storia di una donna in un mondo tutto maschile

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che ha la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che, in campo scientifico più che altrove, di fronte al merito non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Clarissa Bonini, responsabile tecnico SMT in Meta System, azienda dell’RdS network specializzata in sistemi elettronici avanzati per il settore automobilistico. Sono di Reggio Emilia, ho quarantuno anni e da oltre veni lavoro in Meta System, la mia prima vera esperienza lavorativa dopo le superiori. Mi sono diplomata in un istituto tecnico professionale con indirizzo abbigliamento, venendo da un territorio fortemente specializzato nel settore. Ero convinta che da grande avrei lavorato per MaxMara, business fondamentale per questa zona. Poi per caso ho scoperto Meta System e oggi sono veramente felice di essere dove sono. Ho iniziato a lavorare come operaia di terzo livello da turnista nelle linee di produzione, prima con un contratto a tempo determinato e poi, dopo sei mesi, a tempo indeterminato. Dopo sette anni sono diventata addetta qualità, posizione che ho ricoperto per dieci anni. Quindi, circa tre anni e mezzo fa, mi è stata offerta la possibilità di fare il responsabile tecnico per il reparto SMT (Surface mount technology, tecnologia a montaggio superficiale), un’offerta che ho colto con un misto di paura e di entusiasmo. Lavoro sui prodotti automotive, e in particolare caricabatterie per auto elettriche e black box per assicurazioni telematiche. Negli anni sono cresciuta, ho seguito corsi di problem solving e sono diventata trainer per la certificazione internazionale IPC-A-610 sull’elettronica applicata. Sono “atipica”, perché non ho fatto un percorso formativo scolastico a livello ingegneristico o meccatronico, ma ho sviluppato la mia specializzazione sul campo, in azienda. Meta System mi ha dato le possibilità per crescere e io le ho sapute valorizzare. Oggi gestisco tredici persone e ho un lavoro di grande  responsabilità, che prende in capo tutto il processo produttivo del reparto, ma anche incredibilmente stimolante. L’elettronica è in continua evoluzione tecnologica, bisogna studiare tanto, testare per stare al passo, immaginare quello che ancora non ti serve ma di cui avrai bisogno domani. Non ci si annoia mai, non c’è un mese uguale all’altro. All’inizio non è stato facile. Non partendo da una formazione meccanica, ho dovuto imparare come lavorano le macchine, cosa serve veramente. È stata una sfida molto grossa e i momenti di scoraggiamento non sono mancati, ma la passione è stata più forte, come anche il supporto del gruppo di lavoro. Un buon gruppo ti porta a crescere, a colmare le lacune. Anche la migliore soluzione è impoverita se non condivisa. Io ho avuto la fortuna di trovare un ambiente positivo e collaborativo. Importante è stato anche l’incontro con Gaia, una mia amica che lavora come ingegnere indistrializzatore nel mio stesso settore. Poter parlare con lei del nostro lavoro e avere uno scambio dal punto di vista femminile, che ha sfumature molto più dettagliate, mi ha aiutato molto. Soprattutto all’inizio, quando mi chiedevo se sarei stata in grado di affermarmi in un mondo così fortemente maschile. Sulle linee di produzione abbiamo sempre avuto una tradizione molto femminile, ma non a livello verticistico, alle riunioni al massimo siamo un paio di donne e non ho avuto modo di conoscere nessuna altra donna che faccia il mio stesso lavoro. All’esterno mi è successo più volte di essere guardata con stupore e che qualcuno mi dicesse “Non mi capacito che lei faccia il suo lavoro”. Ma diffidenza mai, e alla fine la stima delle altre persone è sempre stata motivo di orgoglio. L’impressione generale è che nel mondo del lavoro agli uomini si perdonino sempre più cose. Se una donna fa una sfuriata è isterica, se la fa un uomo è un uomo di polso. Per fortuna la mia famiglia ha sempre avuto fiducia nelle mie capacità, dai miei genitori a mio marito. Unica “critica” che mi viene mossa è che giro tanto e lavoro molte ore al giorno, ma alla fine riesco a conciliare vita privata e professionale. Che l’ambito meccanico ed elettronico siano prettamente maschili oggi è solo un retaggio, non dipende dal fatto che sia più o meno approcciabile per una donna, qui si lavora di concetto e di processo. Auspico, anzi sono certa che questo mondo si aprirà sempre di più alla presenza femminile. Secondo me la società è pronta per far fare alle donne qualsiasi cosa, ad esempio in Ricerca e sviluppo ci sono sempre più donne, molto preparate. Se hai una passione e sai fare una cosa non c’è pregiudizio che te lo possa togliere. L’autorevolezza non è data dal genere ma dalla capacità.Se dovessi dare un consiglio alle ragazze, direi che le figure più ricercate saranno sempre più i gestionali, perché le strutture sono sempre più complesse e se non sono organizzate rimangono delle isole non interconnesse. La meccatronica è forse l’ambito di studio che abbraccia di più le esigenze attuali, fermo restando che il lavoro va comunque anche imparato sul campo. O almeno questa è la mia storia.Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Solo mansioni secondarie agli stagisti? Per fortuna in Sic non è così!»

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Federico Parravicini, 24 anni, oggi con un contratto a tempo indeterminato in Sic.Mi sono diplomato al liceo scientifico nel 2013 e subito dopo ho lavorato per un anno come artigiano presso l’azienda di famiglia. Avevo già in mente, però, di intraprendere un percorso di studi legato all’ambito della tecnologia, vista la mia passione per il mondo informatico. E, infatti, l’anno seguente mi sono iscritto alla facoltà di Informatica all’università Bicocca, a Milano. Mi sembrava un corso attinente ai miei interessi e, soprattutto, ho considerato il fatto che il settore tecnologico informatico è in continuo sviluppo, motivo per cui ho pensato poteva essere l’ambito giusto per intraprendere una futura carriera lavorativa. Il mio corso di laurea era triennale: un periodo di cui ho dei bei ricordi perché, nonostante lo studio fosse intenso, era meno pesante e stressante rispetto alle scuole superiori. Probabilmente perché gli esami universitari avevano cadenze mensili e il tempo a disposizione per prepararsi è maggiore.Il mio incontro con il mondo degli stage è iniziato poco prima di laurearmi. Una settimana prima della seduta di laurea, infatti, sono entrato in contatto con Sic grazie ad un conoscente e preso appuntamento per un colloquio, svolto nel mese di luglio dell’anno scorso, solo tre giorni prima della discussione della tesi! Il mio colloquio è stato per lo più conoscitivo, mi hanno fatto domande di natura tecnica, per esempio su argomenti informatici in generale, per verificare le mie effettive conoscenze. L’azienda mi ha fatto capire subito che era interessata al mio profilo e, infatti, nel giro di una sola settimana sono stato contattato per la proposta di stage che ho accettato.Ho cominciato il tirocinio a metà settembre 2018: sei mesi con un rimborso spese di 800 euro mensili. Ricordo ancora il mio primo giorno di stage: mi sentivo spaesato dall’ambiente nuovo e, confesso, in parte annoiato perché non mi è stato affidato subito un incarico visto che dovevo prima prendere confidenza con i software che avrei dovuto utilizzare. Con il passare dei giorni mi sono stati affidati sviluppi piccoli sotto la supervisione del mio tutor, che mi ha seguito con costanza e dedizione durante tutto il percorso di stage.Non avendo fatto precedentemente altri tirocini, ero convinto che gli stagisti svolgessero per lo più mansioni secondarie. Ma in Sic non è così. Dopo qualche settimana di pratica con l’ambiente di sviluppo dell’azienda mi sono stati affidati sviluppi importanti, sempre sotto la supervisione del tutor che è stato fondamentale per la mia crescita come sviluppatore. Per questo oggi posso dirmi soddisfatto della mia prima e unica esperienza di stage! Quattro mesi dopo l’inizio del tirocinio ho fatto il punto della situazione lavorativa con il mio tutor e in quel contesto mi è stato detto che la società stava pensando a un prolungamento del rapporto lavorativo. Non sapevo ancora, però, con quale modalità di contratto. Poi due settimane prima del termine mi è stata fatta la proposta di un contratto a tempo indeterminato, con una Ral di 23mila euro circa più buoni pasto da 7,50 euro al giorno. Mi aspettavo sì un prolungamento, ma ammetto che non pensavo a un contratto indeterminato subito! Per questo quando me lo hanno comunicato sono stato felice e ho accettato subito senza esitazione.Oggi in Sic sono sviluppatore software: un ruolo che mi consente di lavorare su progetti diversi permettendomi di apprendere in continuazione, accrescendo la mia esperienza di sviluppatore e la conoscenza dei molti strumenti usati da chi svolge questo lavoro. Sono contento di lavorare qui e spero di rimanere in azienda il più a lungo possibile, visto che il settore a cui faccio riferimento per la mia carriera lavorativa è proprio quello informatico.Sono stato fortunato perché ho svolto un solo stage: ho trovato un ambiente ottimale per il mio percorso, cosa che non è successa ad esempio a molti miei amici. Credo che il problema principale degli stage in Italia, oggi, sia lo sfruttamento degli stagisti per mansioni marginali. Spesso i tirocinanti sono trattati come lavoratori usa e getta: presi per svolgere lavori poco formativi che nessun altro vuole fare e poi lasciati a casa. Per questo si è creata tra i giovani una sorta di malcontento verso il lavoro che fa crescere la voglia di esperienze all’estero.L’argomento stage non è semplice da trattare perché varia a seconda del settore lavorativo e della Regione: credo che mettere a disposizione di tutti informazioni ma, soprattutto, le esperienze di chi ha vissuto precedentemente la stessa situazione, come fa la Repubblica degli Stagisti, sia molto utile. Ho letto la Carta dei diritti dello stagista e penso che rispecchi appieno ciò che un tirocinante dovrebbe ottenere nel suo percorso. Durante il mio stage in Sic quei diritti sono stati rispettati, ma sfortunatamente so che per molti giovani non è lo stesso!Oggi vivo in provincia di Monza con la mia famiglia e non ho in programma a breve di vivere per conto mio, visto anche che la mia assunzione a tempo indeterminato è avvenuta da poco. Il lavoro non ha impedito o limitato in alcun modo la mia vita sociale o represso le mie passioni e, infatti, pratico calcio due volte a settimana. A chi, oggi, si appresta a entrare nel mondo del lavoro consiglio di non abbattersi ai primi accenni di difficoltà: spesso chi ha studiato a lungo senza mai avere esperienze lavorative fa fatica ad ambientarsi in un mondo totalmente diverso da quello scolastico. Ma con un po’ di pazienza e dedizione ci si abitua in fretta! Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Quella volta che il prof a Ingegneria mi disse “Ma lei, signorina, non potrebbe fare altro?”. La risposta: Girl Power!

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che esprime la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Giulia Brunetti, Senior System Integration Engineer presso Meta System, azienda dell’RdS network specializzata in sistemi elettronici avanzati per il settore automobilistico.      Ho 28 anni e sono della provincia di Pesaro. Ho frequentato il liceo scientifico a indirizzo sperimentale, studiando inglese e tedesco, poi mi sono iscritta al corso di laurea in Ingegneria biomedica all’università di Cesena e infine mi sono specializzata a Modena in Ingegneria elettronica, seguendo il corso in lingua inglese. Ho sempre avuto una predisposizione per le materie scientifiche e una grande passione per la matematica. Durante la triennale ho scoperto l’ingegneria elettronica, che non avevo mai sentito nominare prima, e ho deciso di sceglierla, perché mi piaceva ma anche perché mi poteva dare una possibilità di lavoro molto concreta. E infatti mi ha portato in poco tempo a essere completamente indipendente dalla mia famiglia e a poter fare progetti per il futuro a breve termine con il mio compagno. Due anni fa, a neanche un mese dalla laurea, ho trovato un lavoro con contratto a tempo indeterminato presso l’azienda Meta System. Mi hanno contattato loro, attraverso AlmaLaurea. La posizione ricercata, che attualmente ricopro, era quella di ingegnere di sistema, con il compito di definire il design e le specifiche interne del prodotto, che nel nostro caso sono i caricabatterie per automobili. Al colloquio credo di averli convinti per la mia determinazione a non precludermi nulla, oltre che per la mia carriera accademica e per la conoscenza, fondamentale nel mio lavoro, della lingua inglese. Le maggiori difficoltà non le ho trovate tanto all’ingresso nel mondo del lavoro quanto nel percorso universitario. Non è stato semplice, soprattutto per la mancanza del background tecnico che ti può dare un istituto tecnico. Qualche volta ho pensato “Magari non fa per me”, ma poi non ho mai trovato niente che mi piacesse di più. E non sono per nulla pentita: quello che faccio mi piace perché imparo molto tecnicamente ma ho anche un grande contatto con le persone, sia in azienda che esternamente. Inoltre in Meta System c’è un ambiente di lavoro giovane, alcune persone le conoscevo già dall’università, e c’è grande apertura e flessibilità. Per fortuna la mia famiglia, dove sono stata la prima laureata, mi ha spinto a coltivare la mia passione anche se comunemente viene percepita come più “maschile”. Mia mamma e mia nonna sono state per me di grande ispirazione, in quanto hanno sempre lavorato otto-nove ore al giorno senza mai far sentire una mancanza alla famiglia, così mi sono detta che poteva farcela anch’io. Certo all’esterno il pregiudizio l’ho avvertito. Alla specialistica eravamo tre ragazze su dodici iscritti. Una volta un professore di Fisica mi ha detto: “Ma lei, signorina, perché fa ingegneria? Non potrebbe andare a fare altro nella vita?”. Anche sul lavoro bisogna dimostrare due, tre volte di più per non essere viste come segretarie. Nella mia divisione Ricerca e Sviluppo su centoventi dipendenti siamo circa una decina di donne. Per fortuna nelle Risorse Umane ci sono solo donne e si stanno impegnando per favorire l’ingresso femminile. Il lato positivo di un ambiente maschile è che le donne sono molto unite, si fa squadra e ci si sostiene molto. Consigli alle ragazze sul futuro? Oggi senza dubbio ci sono figure richieste più di altre, come ad esempio gli ingegneri elettronici e informatici. Si pensi, nel caso della mia azienda che tratta con case automobilistiche, al fatto che oggi non si parla più solo di meccanica ma anche di elettrica. Credo che nessuno, nel mio ambito come in altri, debba farsi fermare dai pregiudizi: il segreto della felicità è seguire quello che uno sente dentro. Anche se vuoi fare filosofia e ti dicono che non troverai lavoro oppure vuoi fare ingegneria e ti dicono che è un lavoro da uomini. In generale, se fai vedere quello che sei e vali, riesci a far sparire i pregiudizi!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Girl Power in EY, «Amo il data science perché fa vedere i problemi da una prospettiva diversa»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che avrà la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Laura Degl’Innocenti, data scientist per il gruppo EY.      Ho ventiquattro anni, vengo dalla provincia di Firenze e lavoro a Milano come data scientist per il gruppo EY. Nell’estate del 2018 mi sono laureata con il massimo dei voti in matematica all’università di Padova e a ottobre già ero in EY: è stato il mio primo impiego!Dopo il liceo scientifico ero indecisa tra Matematica e Lettere antiche. Ma la passione per la matematica ha prevalso, insieme alla garanzia di maggiori sbocchi occupazionali. La matematica mi ha sempre affascinato perché rappresenta un mondo a sé stante, che parte da azioni ed è costruito in modo da non poter mai essere smontato né contraddetto, a differenza di altre discipline come la fisica, dove le teorie sono invalidabili. Non avevo un’idea precisa di cosa avrei fatto dopo, anche se l’insegnamento ad esempio non è mai stato tra le mie opzioni.Nel mio corso di laurea non c’era un grande squilibrio tra uomini e donne: eravamo quasi alla pari, anche se andando avanti negli anni il tasso di abbandono femminile era più alto di quello maschile. Ma il gap si avvertiva soprattutto tra i docenti: in cinque anni di università solo una volta ho avuto una donna come professoressa. Tuttavia non ho mai vissuto discriminazioni. All’università ho visto quello matematico come un ambiente un po’ troppo astratto per me, così ho cercato un campo di applicazione che potesse farmi relazionare con problemi quotidiani senza tuttavia perdere l’interesse teorico. Quello del data science mi è sembrato un settore interessante e in crescita, dove avere nuove idee e pensare a nuovi problemi. Così mi sono candidata per una posizione da data scientist nel gruppo EY e sono stata assunta con un contratto di apprendistato. Attualmente lavoro in un gruppo di diciassette persone che, in vari ruoli, si occupano di analisi di dati. Siamo tre donne e quattordici uomini. Sono stata fortunata perché si tratta di un gruppo giovane e inclusivo. Io mi occupo di ascoltare le esigenze del cliente per ottenere database e trovare un modo intelligente per creare modelli statistici e di machine learning che rispondano a quelle esigenze. Tra i progetti principali mi occupo di fraud detection – cioè prevenzione e scoperta di frodi – e di modelli di customer experience. Il mio lavoro mi piace perché non è mai statico, c’è sempre la possibilità di pensare e proporre idee nuove ed escogitare metodi innovativi per risolvere i problemi. Non si smette mai di studiare e di aggiornarsi!Certo all’inizio le difficoltà non sono mancate. La principale è secondo me apprendere ciò che veramente serve per questo tipo di lavoro. Appena assunto entri in un mondo nuovo con tante persone con più capacità di te e vieni bombardato di informazioni: piano piano devi imparare a discernere cosa è veramente utile e cosa è trascurabile. Per fortuna nel mio caso ho trovato persone capaci di guidarmi e trasmettermi la metodologia di lavoro giusta. All'inizio di marzo di quest'anno ho portato la mia testimonianza alla Women in Data Science (WiDS) Milan Conference, evento dedicato alle donne nella scienza. Lì ho spiegato proprio le difficoltà di un mondo, quello del data science e del machine learning, che può sembrare un mondo magico, la “ricetta” per risolvere tutti i problemi, ma se non si è guidati da persone esperte può condurre verso risultati non corretti. Nella mia vita la mia prima fonte di ispirazione è stata ed è mia madre, anche per il fatto di essere stata la prima laureata della famiglia, cosa che mi ha sempre incoraggiata a studiare e a non accontentarmi mai. Altri modelli sono le grandi scienziate italiane, due su tutte: Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. Alle ragazze che scelgono una carriera scientifica come la mia consiglio di non lasciarsi mai abbattere da quanto può succedere nel lavoro o nello studio. Spesso quando si incontra un ostacolo si tende a scontrarsi con esso più che a tentare di scavalcarlo. Io invito a sentirsi sempre e comunque valevoli e a non dire mai “non ce la posso fare, gli altri sono più competenti di me”, a porsi obiettivi sempre nuovi e a non accontentarsi mai. Pensare di non essere mai abbastanza fa parte di un retaggio culturale che dobbiamo superare. Ormai va sdoganata l’idea che il data science sia prerogativa degli uomini: le donne possono dare un contributo originale a questo campo. Questo è un campo bellissimo che fa vedere i problemi da una prospettiva diversa e che oggi è il presente e può essere il futuro, anche per le donne! Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Milano mi ha accolta: è ancora possibile realizzare i nostri sogni»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Alessia Speciale, 28 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Spindox. Sono siciliana, di Palermo, città in cui ho studiato e completato il mio percorso accademico. Dopo il diploma al liceo linguistico ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Scienze Politiche e di scegliere il corso di laurea in Scienze dell'amministrazione e gestione delle risorse umane, un percorso universitario che assecondava le mie inclinazioni e, al contempo, mi pareva concreto e spendibile nel mondo del lavoro.Sin dai tempi del liceo sognavo di vivere un'esperienza all'estero e ho sempre amato la lingua francese, così ho deciso di partecipare al progetto Erasmus. Destinazione scelta: Tolosa, facoltà di Sciences Politiques! Sono partita nel settembre 2010 e sono stati dieci mesi molto intensi nei quali ho avuto la possibilità di imparare ed espandere i miei orizzonti. Vivevo in uno studentato, in una stanzetta di nove metri quadrati, con una cucina comune nella quale organizzavamo spesso cene interculturali. Ambientarsi non è stato facile, ma anche grazie agli eventi organizzati dall’università per gli studenti Erasmus, dopo non molto tempo si è creato un clima familiare. Durante quel periodo avevo una borsa di studio pari a duecento euro, somma decisamente insufficiente e per di più erogata in ritardo, perciò facevo la babysitter a cinque fratellini un paio di volte a settimana per guadagnare qualcosa e consolidare le mie basi di lingua francese. Ma senza l’aiuto economico dei miei genitori non ce l’avrei mai fatta.Tornata dall’Erasmus, nel giugno 2011, ho continuato gli studi. Poi nel 2015 ho preso la laurea triennale e deciso di intraprendere un percorso formativo “on the job” iscrivendomi all'albo dei praticanti Consulenti del lavoro. Parallelamente al praticantato, durante il weekend, ho cominciato a lavorare nel mondo delle ricerche di mercato con contratti di collaborazione rinnovati semestralmente. La società con cui ho lavorato più a lungo è l’istituto Piepoli, per cui intervistavo i turisti presso l’aeroporto di Palermo. Ho scelto questo lavoro perché mi permetteva di parlare e migliorare le lingue straniere. La retribuzione era pari a circa otto euro lordi all’ora, guadagnando sui 400 euro mensili, e il pagamento bimestrale: riuscivo così ad avere una mia parziale autonomia finanziaria. Lavoravo in coppia con una collega, eravamo tenute a rispettare tempi ed obiettivi richiesti. Terminati i diciotto mesi di praticantato all’interno di uno studio con un rimborso spese simbolico di 100 euro al mese, e superato l'esame di abilitazione alla professione, ho deciso di partecipare a una masterclass in Human Resources Management con focus specifico su ricerca e selezione del personale, dal nome Future Manager Business School, a Milano. L'obiettivo era avvicinarmi al mondo Hr cimentandomi in un campo differente nel quale avrei potuto mettere in gioco la parte di me più predisposta alle relazioni interpersonali. E poi sono sempre stata affascinata più dal mondo aziendale che da quello degli uffici paralegali.Il mio primo stage è cominciato nell'ottobre 2017 ed è durato sei mesi: era un tirocinio extracurriculare presso l’ufficio di ricerca, selezione e sviluppo di un’importante multinazionale francese nel settore della ristorazione collettiva a Milano. Ho scoperto che c’era questa possibilità grazie alla masterclass in Human resources management dove in occasione di una docenza ho conosciuto la mia futura tutor aziendale. Proprio lei mi aveva detto che si sarebbero aperte a breve delle posizioni e avrebbe valutato la mia candidatura. Sono stata scelta e mi sono trasferita a Milano, inizialmente ospite a casa di un’amica e poi in un appartamento condiviso con altre ragazze. Durante lo stage ricevevo un rimborso spese di 500 euro più buoni pasto. Svolgevo attività di recruiting del personale, aiutando il mio tutor nella pubblicazione degli annunci, lo screening dei curricula e affiancandola durante i colloqui con i candidati. Vi era collaborazione e fiducia e tutt’ora sono in ottimi rapporti con il mio tutor. Ho interrotto lo stage poco prima della fine perché avrei dovuto sostenere di lì a poco l’esame d’abilitazione e intendevo incanalare le mie energie per raggiungere questo importante obiettivo. E così il mese dopo, riesco a realizzare quanto mi ero prefissata, superando l'esame di abilitazione.La mia esperienza in Spindox, invece, è cominciata grazie a Linkedin! L'ufficio di Resource Planning cercava un profilo idoneo per uno stage presso l'ufficio Hr. L’azienda ha visitato il mio profilo e mi ha contattata telefonicamente nel maggio 2018. In quel periodo avevo già altri iter di selezione in corso, ma sia il profilo dell’azienda che quello del ruolo professionale offerto avevano suscitato in me un certo interesse. Così ho svolto un primo colloquio conoscitivo con il Recruiter di riferimento e in seguito un secondo con l'Hr manager. Superati entrambi gli step c’è stato un ultimo colloquio con il presidente, nonché direttore dell'ufficio Hr: è stato lui stesso a comunicarmi che avrei cominciato da lì a breve. Durante il tirocinio ho ricevuto un rimborso spese pari a 800 euro al mese più i buoni pasto e la possibilità di richiedere il rimborso dei mezzi di trasporto.Spindox è un'azienda giovane, il clima è davvero familiare, nonostante conti all’incirca 700 dipendenti, sembra non si sia persa l’attenzione verso la persona. Sia la mia tutor che i colleghi sono stati disponibili, mi sono sentita accolta e a mio agio. Ho affiancato il tutor nella gestione e nell’amministrazione del personale, dal disbrigo delle pratiche d’assunzione, alla reportistica mensile e agli adempimenti amministrativi utili all’elaborazione dei cedolini mensili. Il percorso di tirocinio offerto da Spindox nasce per fornire allo stagista un’esperienza formativa reale con un inserimento in azienda in più del novanta per cento dei casi. Anche per me è stato così, ho iniziato il mio tirocinio a giugno del 2018: doveva durare sei mesi, ma a metà percorso mi è stato offerto un contratto d’apprendistato professionalizzante con una retribuzione pari a circa 22mila euro. Così a settembre dello scorso anno ho cominciato questo nuovo cammino: non mi aspettavo proprio questa proposta in anticipo e ora sento di avere un futuro professionale più stabile.Attualmente sono un Hr administration junior: insieme ad altri colleghi e al Hr administration manager ci occupiamo di gestione e amministrazione del personale. La mia giornata lavorativa si divide fra adempimenti amministrativi e relazioni con i dipendenti. Mi occupo, ad esempio, del disbrigo delle pratiche d’assunzione, cessazione e trasformazione dei rapporti di lavoro, dell’attivazione dei tirocini facendo da ponte con l’ente promotore, della reportistica mensile legata all’amministrazione del personale e dell’elaborazione dell’approvazione delle presenze mensili dei dipendenti. Ciò che ho visto sui libri oggi riesce ad avere una concretezza e una valenza dal punto di vista pratico.Sono felice di vivere e lavorare in Italia, nonostante le forti criticità che presenta il nostro Paese e il mercato del lavoro. La Sicilia, dove sono nata e cresciuta, rappresenta la regione che negli ultimi anni ha perso il maggior numero di residenti a causa del bassissimo tasso occupazionale, per questa ragione attualmente ho molti amici che vivono e lavorano all’estero. Sarebbe bellissimo riuscire a vivere in una città meravigliosa come Palermo mantenendo ambizioni ed aspirazioni personali, ma al momento, purtroppo, sembra impossibile. Milano, però, è la città che mi ha accolta, facendomi credere che in Italia è ancora possibile realizzare i propri sogni e credo di poter dire di essermi ormai trasferita stabilmente.Al contrario di quello che fa Spindox, non tutte le aziende in Italia pensano allo stage come ad uno strumento utile a garantire formazione on the job e spesso diventa un sotterfugio per camuffare il lavoro subordinato mal retribuito. Questo è il vero problema degli stage. Perciò credo che il lavoro che svolge la Repubblica degli Stagisti, che già conoscevo, sia molto utile per i giovani: rappresenta una guida e un’ottima fonte di informazione!  Testimonianza raccolta da Marianna Lepore