Categoria: Storie

Girl Power, a 27 anni designer di applicativi di consulenza: "Non è vero che con l'arte non si lavora"

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti dà voce alle testimonianze di donne – occupate nelle aziende dell’RdS network – che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Jessica Ruta, UX designer per Prometeia, società di consulenza, sviluppo software e ricerca economica, tra le principali nelle soluzioni per il Risk e il Wealth Management, e nei servizi per gli investitori istituzionali a livello europeo.Ho quasi 28 anni e vengo da Modica, in Sicilia. Sono sempre stata appassionata di arte sotto ogni suo aspetto, così ho frequentato il liceo artistico e poi l'Accademia delle Belle Arti di Catania, nello specifico il corso Arti tecnologiche, che mi ha permesso di scoprire come ad oggi è possibile applicare l’arte in molteplici settori. Passavamo dalle arti più convenzionali, come la fotografia e la grafica editoriale, fino al mondo dei videogiochi e alla realtà aumentata.Mi sono laureata riuscendo a includere nel mio progetto di tesi ben cinque aspetti dell’arte: fotografia, video, storia dei beni culturali, realtà aumentata e web design. Si trattava di un progetto turistico e innovativo: un sito web contenente un virtual tour del centro storico di Comiso, un paesino della provincia di Ragusa. Con l’unione di questi strumenti siamo riusciti a ottenere una visita guidata virtuale e interattiva di un piccolo borgo conosciuto da pochi. E, proprio grazie a questo progetto, sono stata contattata da uno studio grafico di Ragusa, dove ho lavorato per due anni, occupandomi di fotografia, web design, grafica editoriale e digitale per il marketing e la comunicazione.A un certo punto, anche se a malincuore, perché amo tanto la mia Sicilia, ho sentito il bisogno di cercare qualcosa di più concreto a livello professionale ma anche culturale. Mi sono spostata a Bologna, dove vivo da circa un anno. Ho cominciato a cercare lavoro e, a un evento professionale, un ragazzo mi ha parlato di Prometeia. Mi sono informata, e ho ottenuto un colloquio!Ho da subito notato, con mia grande sorpresa, una filosofia professionale dove al centro di tutto viene posta la persona. Una prospettiva che ad oggi, con una visione dall’interno, posso confermare: non si tratta soltanto di apparenza. Dopo il colloquio, per conoscere i miei metodi di lavoro e le mie competenze, mi hanno chiesto di sviluppare un piccolo progetto pratico, quindi mi hanno proposto un periodo di prova di tre mesi e successivamente un contratto di apprendistato di tre anni.Qui in Prometeia sono UX e UI designer, una figura introdotta da poco in azienda. Al momento, nell’area Wealth and Asset Management del Gruppo, siamo un team di due persone. Il nostro lavoro inizia dalla user experience: l’analisi e lo studio dei metodi più efficaci per l'usabilità degli applicativi di consulenza. Il secondo step è la user interface, con cui rendiamo l’aspetto più accattivante per garantire l’esperienza nell’utilizzo piacevole e funzionale. Trovarsi all'inizio di un nuovo percorso dell'azienda è complesso ma estremamente stimolante. Inoltre non ci occupiamo solo di progetti commissionati dai clienti, ma sviluppiamo anche attività interne dove diamo spazio alla nostra creatività e facciamo ricerca e sviluppo di innovazione. L'ideale per spezzare la monotonia di un qualsiasi lavoro.La complessità di questo ruolo mi ha sorpreso particolarmente: non è semplice trovare la giusta funzionalità di qualcosa. Bisogna studiare, capire, immedesimarsi in tutte le azioni che compie l'utente per utilizzare l'applicativo, e in questo l’esperienza e la costanza hanno decisamente un ruolo fondamentale.Tuttavia, anche se non avevo affrontato studi mirati in ambito UX, mi sono resa conto che ciò che ho studiato è strettamente legato ad esso. La user experience è dappertutto − dalla maniglia di una porta al pulsante di un elettrodomestico − e sono sempre stata una persona estremamente attenta ai dettagli. Un aspetto fondamentale: nel mio lavoro sono i dettagli a fare la differenza. Insomma, anche se per me è un mondo tutto nuovo, lo sento perfettamente in linea con il mio modo di essere.Anche l'ambiente di lavoro rispecchia a pieno le mie aspettative. Inizialmente temevo la pesantezza della grande azienda, il lavoro frenetico, le scadenze strette e magari anche il peso delle gerarchie, ma ho apprezzato tantissimo il metodo di lavoro, dove alla base c’è la collaborazione. Il lavoro in team è agevolato dal nuovo Headquarter del Gruppo, che è strutturato in open space per facilitare il confronto, a prescindere dalla seniority. In Prometeia tutti abbiamo la possibilità di dire la nostra, con la possibilità di valutare anche i nostri manager. Si può crescere come singoli ma soprattutto come gruppo.Auguro a tutti di riuscire a conciliare il lavoro con i propri interessi. Di insistere, non demoralizzarsi e credere sempre nelle proprie capacità!Rossella Nocca

Donne ed elettronica contro gli stereotipi: con una laurea in Ingegneria si può essere project manager a 27 anni

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che ha la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che, in campo scientifico più che altrove, di fronte al merito non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Martina Pedrielli, Project Manager in Meta System, azienda dell’RdS network specializzata in sistemi elettronici avanzati per il settore automobilistico. Ho 31 anni e vengo da Modena. Dopo il liceo scientifico, avevo tante idee diverse sul mio futuro. Volevo studiare Lingue e diventare interprete, ho fatto il Conservatorio e mi vedevo pianista o violoncellista. Ho fatto il test di ammissione alla facoltà di Medicina, ma sono rimasta fuori per pochi posti. Ho deciso allora di scegliere un corso di studi che mi desse più sbocchi occupazionali. Mio padre è ingegnere meccanico e non volevo prendere lo stesso ramo, perché abbiamo caratteri simili e ci saremmo scontrati. Ho optato per Ingegneria elettronica: all’inizio ho fatto la triennale a fatica, poi ho incontrato un gruppo di colleghi che mi ha accompagnato e aiutato a tenere ritmi serrati. Se prima ero orientata verso l’ambito biomedicale – via di mezzo tra medicina e ingegneria – poi ho proseguito con la magistrale sempre in ingegneria elettronica. Studiare l’ingegneria ti dà un approccio sfidante alle cose, una forma mentis che ti insegna ad arrivare fino in fondo. Capisci che ce la puoi fare e lo applichi al resto della vita. A fine percorso sono partita per l’America per scrivere la tesi magistrale a San Diego, in California, in una clinica che faceva drug discovery ad alti livelli. Consiglio a tutti di fare un’esperienza all’estero, perché ti forma e ti rende indipendente a un livello che a vent'anni non immagineresti mai. A me ha insegnato a buttarmi, a credere in me stessa. La prima cosa che mi hanno detto in America è che la differenza tra gli italiani e gli americani è che gli italiani davanti a una sfida mettono più in dubbio le proprie capacità, gli americani dicono “lo faremo e lo faremo meglio di tutti”, anche senza essere certi di averne le capacità. Al ritorno, prima ancora di laurearmi, mi sono ritrovata a fare una serie di colloqui tramite Almalaurea. Mi era chiaro che non volevo fare il tecnico puro. Sono finita un po’ per caso nel settore automotive, nell'azienda Meta System, dove cercavano un Project Manager, e ho subito ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Io non sapevo nemmeno inquadrare quel ruolo, ma per fortuna ho trovato persone che mi hanno guidato e allo stesso tempo lasciato prendere i miei spazi. Oggi mi occupo di elettrificazione di case auto elettriche e ibride e coordino un team di una ventina di persone. È un ruolo di forte responsabilità, perché rispondi di fronte al cliente sia dell’azienda che del lavoro delle altre persone. Per avere credibilità bisogna dedicare tempo e fare rinunce, ma poi si è ripagati. Il mio obiettivo ora è crescere nello stesso ruolo, guadagnando sempre più responsabilità e indipendenza.Qui ho trovato un mondo tutto maschile, sì, ma non maschilista. Già all’università eravamo due-tre ragazze su una cinquantina di studenti. In genere a Ingegneria è così, tranne per i rami civile e ambientale. In azienda ho due colleghe donne che hanno studiato come me elettronica.Quando sono entrata in Meta System avevo ventisette anni e un ruolo “manageriale” – ed ero una donna. Se dimostri che sei brava poi la gente crede nelle tue potenzialità. Per me è fondamentale che le persone con cui lavoro mi stimino: credo che la coesione rappresenti il 90 per cento della riuscita dei progetti. Qui l’ho trovata e mi sento fortunata. Alle ragazze consiglio di convincersi che arriveranno fino in fondo e di appoggiarsi a chi le supporta nel loro percorso. Il segreto è credere in te stessa anche quando gli altri ti guardano pensando che non ce la farai. Consiglio loro di scegliere senza remore le materie scientifiche, se le appassionano: è un percorso pieno di rinunce, ma anche di tanta soddisfazione!  Rossella Nocca

Girl Power, manager a meno di trent'anni: «Il bello della consulenza? Confrontarsi ogni giorno con qualcosa di diverso»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che avrà la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Silvia Giussani, manager presso il gruppo EY.      Ho 29 anni e vengo da Milano. Dopo il liceo scientifico mi sono laureata al Politecnico di Milano in Ingegneria matematica con specializzazione in statistica e decision making. La matematica è sempre stata la mia passione, ma quella “pura” mi spaventava e poi, nonostante abbia dato ripetizioni per dieci anni, non ho mai pensato di insegnare. Inoltre l’ingegneria mi dava una maggiore tranquillità nel poter scegliere dopo cosa fare e uno spettro più ampio di sbocchi. Non c’erano già ingegneri in famiglia: mio padre in realtà da giovane si era iscritto a Ingegneria, ma aveva poi lasciato!Già un anno e mezzo prima di laurearmi avevo iniziato a lavorare in un’azienda IT, EMC2, come business analyst − mi occupavo di reportistica − prima con uno stage e poi, dopo la laurea, con un contratto a tempo determinato. Avevo trovato questa opportunità grazie all’Associazione ingegneri matematici (Aim), che fa da ponte tra mondo accademico e mondo del lavoro per promuovere una specializzazione ancora poco conosciuta dalle aziende. Come membro del direttivo, ho contribuito a organizzare eventi volti a far incontrare aziende e ragazzi e in uno di questi ho lasciato un cv e sono stata contattata per un assessment. Lavorare e studiare ha significato sacrificare il mio tempo libero ma mi è servito tanto.Grazie a questo primo impiego ho imparato l’ “abc” del mondo del lavoro: scrivere mail, interfacciarmi con ruoli diversi etc. Tuttavia presto mi sono resa conto che non era quello che volevo fare, mi sembrava riduttivo, avevo voglia di approfondire altre tematiche. Inizialmente ho cambiato ruolo nella stessa azienda, diventando consulente in ambito big data. Ma mi occupavo di consulenza legata ai prodotti, quindi ero comunque ancora lontana dalla mia formazione. Quindi, nonostante l’azienda fosse una delle migliori mai viste come ambiente e welfare, dopo due anni ho deciso di cambiare. Prima di lasciare EMC2 ho seguito un percorso di mentoring dedicato alle donne, il Progetto generazioni, in collaborazione tra Politecnico di Milano e Donnalab. Sono stata assegnata a una manager di Intesa Sanpaolo, che mi ha aiutato a capire cosa fare ed è stata per me un modello per il suo percorso di carriera: l’anno dopo ha vinto anche il Premio Bellisario, dedicato alle donne che si distinguono in ambito professionale e non solo. Dopo aver cambiato idea mille volte, ho deciso di intraprendere il mondo della consulenza e mi sono candidata per una posizione di senior consultant  in EY. In quel periodo il gruppo stava iniziando a cercare figure diverse da quelle prettamente economiche: matematici, data scientist etc. Oggi EY è un’azienda sempre più completa, dove per lavorare bene devi imparare le “lingue” degli altri colleghi, dalle figure tecniche a quelle creative.Sono entrata subito con un contratto a tempo indeterminato e dopo un anno e mezzo sono già stata promossa manager. Quello della consulenza è un percorso complesso ma premiante! Io ho un ruolo che fa da ponte tra il mondo analitico puro e il mondo business puro, devo interpretare i dati in un linguaggio chiaro ai clienti, far capire cose complicate a livello computazionale spiegando obiettivi e benefici economici.Tra gli esempi, per un’azienda che organizza crociere ho progettato un modello di raccomandazione delle escursioni, in modo che il guest potesse trovare, attraverso strumenti come volantini e app, informazioni selezionate per lui sulla base del suo profilo e dei suoi interessi raccolti attraverso iscrizione, comportamento storico, profili social e così via. Un modo per soddisfare il cliente e insieme l’azienda. O ancora, in ambito media entertainment ho progettato un modello per un’azienda tv per consigliare i film di potenziale interesse.In EY c’è un ambiente molto giovane, a 29 anni quasi mi sento “vecchia”! Nel mio team, composto da circa dieci persone, la metà sono donne. A livelli apicali c’è invece ancora un gap, ma l’azienda sta lavorando per ridurlo, cercando di alternare a ogni promozione di un uomo quella di una donna. Io spero che non ce ne sia più bisogno! Certo lavorare nella consulenza occupa tanto tempo, io lavoro almeno dieci-undici ore al giorno e nei momenti di picco il bilanciamento con la vita privata è difficile. Ci sono stati momenti di crisi, ma li ho superati grazie a un ambiente di lavoro molto collaborativo e alla consapevolezza che questo ruolo ti porta a crescere velocemente, a confrontarti ogni giorno con qualcosa di diverso e a trovare sempre nuove soluzioni: non ci si annoia mai! Certo qualche volta sarebbe comodo fare un lavoro “meccanico” ed evitare di applicarsi, ma non darebbe la stessa soddisfazione.Il futuro? In questo campo le opportunità di cambiamento si manifestano velocemente grazie al continuo contatto con i clienti, ma secondo me prima di cambiare è importante avere un’esperienza più verticale possibile, diventare esperti in qualcosa. Alle ragazze dico che la laurea in ingegneria apre tantissime porte ed è una palestra super efficace. Oggi anche il gap di genere si sta superando: nel mio corso di laurea eravamo metà ragazze e metà ragazzi. Consiglio a chi vuole fare consulenza di cominciare subito perché prima si inizia meglio è, si ha la possibilità di vedere più cose possibile. E poi, prima di passare a un'altra esperienza, meglio sempre uscire con una qualifica più alta da spendere sul mercato: insomma, sconsiglio di spostarsi ogni anno inseguendo solo gli incrementi di stipendio. Qualunque cosa si scelga di fare, l’importante è non abbattersi e avere sempre un obiettivo!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Girl Power: «I miei dieci anni in SDG, da stagista a program manager di un team di trenta persone»

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti vuole dare voce alle testimonianze di donne - occupate nelle aziende dell’RdS network - che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" e/o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Valeria Beneduce, Program Manager presso SDG group, multinazionale di management consulting specializzata in Advantage Business Analytics, che quest'anno punta a superare i mille dipendenti in tutto il mondo.Sono nata a Varese 37 anni fa e oggi lavoro a Milano in SDG come Program Manager di un team di circa trenta persone.  Alle superiori ho studiato in un liceo classico con indirizzo sperimentale in Informatica; ho avuto quindi una formazione umanistica, completamente opposta alla tipologia di attività della mia attuale società, fortemente tecnica e tecnologica e orientata ai bisogni di business. Dopo il liceo mi sono iscritta al corso di laurea triennale in Discipline economiche sociali della Bocconi, un corso improntato sulle scienze dell’economia più che sulle scienze aziendali: studiavo matematica, statistica, analisi economica più che economia aziendale, marketing e così via.Nella scelta dell’università non ho seguito le orme familiari: mia mamma è una professoressa di lingue in pensione, mio padre, anche lui attualmente in pensione, era un ingegnere elettronico presso la Regione Lombardia; mio nonno materno, avvocato. Credo che nel momento in cui si sceglie il percorso di studi sia necessario bilanciare la passione con le esigenze del mercato del lavoro e corsi come Economia, Ingegneria e Matematica possono dare un ampio spettro di possibilità studiando materie che possono avere un risvolto intellettuale tanto quanto quelle umanistiche. Alla specialistica ho continuato nella stessa branca, scegliendo Economia e management dei mercati internazionali e delle nuove tecnologie, e sul finire del biennio ho fatto un’esperienza di lavoro all’estero, a Londra, dove ero già stata per viaggi studio di due-tre settimane. Ho lavorato presso la Camera di commercio italiana per il Regno Unito come assistente del Trade Fair Promotion Manager, responsabile di coinvolgere le aziende inglesi in eventi fieristici in Italia (Fiera Milano, Verona Fiere). Un’esperienza che mi ha dato modo di approfondire la lingua inglese, fondamentale oggi nel mio lavoro, e di confrontarmi con culture diverse, sviluppando una mentalità più aperta e tollerante. In entrambi i corsi ho scelto economia internazionale come materia di tesi: mi è sempre piaciuto guardare al di là dei confini internazionali, anche se poi ho deciso di coltivare la mia vita lavorativa qui in Italia. Dopo la laurea, nel 2008, ho cominciato a cercare lavoro tra Milano, una città piena di opportunità nonché vicina alla mia famiglia, e Londra, un posto che mi stava molto a cuore. Ho fatto diversi colloqui, soprattutto per società di consulenza, un settore che mi affascinava per la sua variabilità. Sono arrivata alla fine della selezione per lavorare in due società tra le più importanti a livello mondiale nella consulenza, e poi in SDG. Ho scelto quest’ultima perché mi ha dato subito l’idea di puntare sulla persona: dieci anni fa era una realtà più piccola rispetto ad oggi  e la sede di Milano contava meno di trenta persone – oggi i consulenti a Milano sono circa 110, su circa 300 totali in Italia e quasi 1.000 in tutto il mondo. Mi ha convinto il fatto di non essere solo un numero, e di poter diventare da subito parte attiva di un team e di un progetto. Sono entrata come stagista e sono diventata manager. Non cambiare lavoro in questi dieci anni è stata una scelta, non un relegarsi in una comfort zone, in un’era e in un ambiente come la consulenza in cui il turn over è molto alto. Dopo tre-quattro mesi di stage ho firmato un contratto di apprendistato di quattro anni, poi trasformato prima della scadenza in contratto a tempo indeterminato. Alla luce dei feedback positivi durante i primi anni di lavoro, non ho mai avuto dubbi sulle intenzioni di assunzione dell’azienda.I primi anni sono stati di forte conflitto interiore, in quanto mi scontravo con temi fortemente tecnici e tecnologici che fino a quel momento non erano mai stati parte del mio percorso, come datawarehousing, gestione e modellazione di dati, soluzioni di front-end destinate sia ad analisi operative che ad analisi più aggregate per il top management delle aziende nostre clienti. Più però consolidavo certe conoscenze, più guadagnavo in sicurezza. In questo percorso, inizialmente molto difficile per me, ho potuto contare sul supporto familiare e su quello dell’azienda, che ha accompagnato la mia crescita assecondando le mie inclinazioni. La svolta è avvenuta cinque anni fa con un progetto che ha segnato il mio percorso di crescita lavorativa e personale. Si trattava di un progetto per il sito francese di uno dei nostri più grandi clienti, di cui sono attualmente Program Manager. Allora ero Senior Consultant ed ero molto operativa: avevo un capo progetto che a un certo punto ha deciso di farmi navigare da sola, “sparendo” a poco a poco. Così ho dovuto confrontarmi con i colleghi e allo stesso tempo coordinarli, oltre che gestire un cliente esigente e preciso, con cui la cura della relazione era fondamentale. Quell’esperienza mi ha fatto comprendere di aver fatto un passo in avanti nella gestione professionale e in quella delle emozioni. Da allora mi sono resa conto che  coordinare team e affrontare il cliente in maniera diretta era quello che mi piaceva fare.  Oggi il cliente che gestisco ha attivi fra i venti e i trenta progetti contemporaneamente. Io mi occupo di coordinare il team, di allocare le risorse, di gestire i conflitti sia interni che esterni, di curare il rapporto con il cliente e le nuove opportunità, di pianificare le attività e far sì che siano completate nei tempi e nelle modalità attese. Una delle componenti più belle del mio lavoro è l’essere sempre in movimento, non annoiandosi mai, e questo ripaga dello stress. In dieci anni ho viaggiato tra Francia, Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti e Cina. Quando vai a fare workshop presso i clienti all’estero ti ritrovi una o due settimane con persone appartenenti a culture diverse che devono raggiungere un obiettivo comune e la soddisfazione di partire avendo definito il piano di un nuovo progetto o decretato il successo di un progetto appena concluso è impagabile. Oltre ai viaggi all’estero, tutte le settimane vado a Firenze per almeno due giorni. Nonostante le frequenti trasferte, penso di riuscire a garantirmi un life balance accettabile e sono certa che quando verrà il momento di crearmi una famiglia potrò contare su un’azienda aperta al dialogo insieme alla quale ricercherò il giusto bilanciamento tra sfera personale e sfera lavorativa.Quando sono entrata in SDG le donne erano molto poche – probabilmente anche per il poco marcato interesse verso il settore – e tuttavia il mio capo diretto era una donna. Oggi la componente femminile è aumentata, ma resta in minoranza, nonostante non ci sia alcuna disparità di genere nelle attività di recruiting. Non ho mai pensato che se fossi stata un uomo avrei ricevuto un trattamento diverso. Nel momento in cui una donna vive il rapporto di lavoro con un uomo come paritario, gli dà la percezione che non c’è spazio per la prevaricazione. Sono certa che in questo percorso interno il mio livello salariale è stato pari a quello di un uomo e sono anche convinta di non essere mai stata vittima di un gender gap, ma certo non posso dire che fuori il problema non esista. Le donne possono avere all’inizio maggiore emotività e insicurezza, ma devono saper sfruttare queste “debolezze” a proprio favore. L’intelligenza emotiva infatti può essere un plus, perché porta ad approfondire, ad andare oltre quello che viene detto, cogliendone le sfumature. Le donne della mia famiglia mi hanno sempre spinto ad andare a fondo nelle cose e ad essere tollerante con chi mi circonda. Sul lavoro il modello di manager al femminile è stato il mio primo capo, una donna giovane con caratteristiche tecniche e funzionali forti: lavorare con lei mi ha aiutato a capire che quella poteva essere la mia strada. Il consiglio che do alle ragazze è di non abbattersi mai, perché soprattutto nei primi anni di lavoro la fatica può essere tanta, ma lavorare sodo porterà a dei risultati. La consulenza offre opportunità a laureati di tanti ambiti diversi: qualsiasi materia scientifica ed economica può andar bene se si hanno curiosità, impegno, voglia di imparare e determinazione. L’importante è rendersi consapevoli delle proprie possibilità. Un altro consiglio è di mantenere sempre aperto il dialogo con le persone con cui si lavora, di non avere timore di confrontarsi anche con persone di seniority superiore, ovviamente sempre con rispetto ed educazione! Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Lavorare nel settore Robotica e intelligenza artificiale non è facile, all'inizio: ma porta grandi soddisfazioni»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Pierluigi Colombo, 28 anni, oggi con un contratto di apprendistato in EY.Sono da sempre stato attratto dalle materie scientifiche, per questo ho frequentato prima il liceo scientifico nella mia città, Termoli, e poi la facoltà di Ingegneria energetica al Politecnico di Milano, dove mi sono iscritto nel 2010. Trasferirsi a Milano non è stato un problema: mi sono subito ambientato e ho stretto amicizie che mi hanno accompagnato per tutto il periodo universitario e tuttora lo fanno. I partecipanti ai corsi universitari, infatti, erano tutti fuori sede e socializzare non è stato difficile. Passati due anni ho deciso di cambiare facoltà e di iscrivermi ad Ingegneria matematica, sempre al Politecnico, dove ho iniziato a seguire i nuovi corsi nel settembre del 2012.La matematica mi è sempre piaciuta ed aver trovato un corso di studi che si focalizzasse sul suo utilizzo per risolvere problemi ingegneristici mi ha convinto a fare questo cambiamento, pur perdendo alcuni esami sostenuti. Non molti, però, visto che nel cambio di corso di laurea mi sono stati riconosciuti tutti i corsi base.Ho preso la laurea triennale nel 2014 e nello stesso anno mi sono iscritto alla magistrale di Ingegneria matematica con un percorso di studi ad hoc che prevedeva anche esami di ingegneria nucleare, un percorso particolare che offre solo il Politecnico di Milano. Ho preso poi la laurea magistrale nel 2017.In tutti questi anni ho sempre ricevuto il sostegno economico dei miei genitori, ogni tanto facevo ripetizioni di fisica per arrotondare qualchesa extra. Sono stati i miei, però, a consentirmi di pagare l’affitto di una stanza in condivisione a 350 euro al mese, e poi, dopo due anni, una singola a 440 euro.Pochi mesi dopo la laurea, nell’ottobre 2017, ho trovato un annuncio su internet in cui EY offriva posti in ambito intelligenza artificiale e robotic process automation (RPA) e visto che mi interessava ho scritto una mail ai referenti. Il giorno dopo sono stato contattato e mi è stato chiesto di fare un test online di logica, matematica e inglese. Andato bene il test online, sono stato invitato a partecipare a un colloquio di gruppo, con candidati che avevano fatto domanda per altri settori in EY e con profili diversi dal mio. Durante il colloquio di gruppo, infatti, eravamo insieme sia ingegneri sia economisti. Finito questo colloquio ce n’è stato un altro frontale con le risorse umane e alla fine uno tecnico. Qualche giorno dopo sono stato contattato e mi hanno proposto uno stage di tre mesi a 850 euro al mese nella sede di EY Milano.Sarebbe stato il mio primo giorno in assoluto di lavoro, visto che prima di allora non avevo avuto nessun’altra esperienza di stage o collaborazioni di alcun tipo. E lo ricordo bene: durante la mattinata mi hanno spiegato nel dettaglio cosa fa l’azienda, come siamo strutturati e i percorsi di carriera. Poi dopo pranzo ogni neoassunto ha raggiunto il suo team di lavoro, e io sono stato presentato ai miei futuri colleghi. Voglio essere sincero: all’inizio non ero sicuro di aver trovato l’ambiente giusto per me. Venivo da un ecosistema universitario abbastanza diverso e il primo periodo mi sono dovuto ambientare. Col tempo, però, grazie ai colleghi con cui lavoro, ho avuto la conferma di aver trovato il team giusto.Durante lo stage ho preso parte a un progetto in corso di robotic process automation. È stata una sfida, ma l’esperienza fatta in quei mesi è stata fondamentale per acquisire delle competenze che tuttora utilizzo nel lavoro e che sono alla base di quello che faccio ogni giorno.Il mio tutor è stato subito in grado di fornirmi un percorso di studio e formazione dettagliato, che coprisse quasi tutti gli aspetti fondamentali del nostro lavoro. Questo è stato davvero molto importante per me perché, non venendo da una facoltà come informatica o ingegneria informatica, su alcuni argomenti mi sentivo un po’ carente. Il tutor e gli altri colleghi sono sempre stati disponibili per ogni dubbio. Per me lo stage è stato veramente un periodo di formazione puro, in cui ogni giorno ho imparato qualcosa di nuovo, immediatamente applicabile al mondo del lavoro.A inizio tirocinio mi avevano anticipato la possibilità di essere confermato con un contratto di apprendistato. La sorpresa è arrivata a dicembre, quando dopo solo due mesi di stage mi è stato proposto un contratto di apprendistato con una Ral di 25mila euro e buoni pasto da sette euro. Ral che nel settembre del 2018 è salita a 27mila euro.Ora la mia vita, rispetto a quella universitaria, è cambiata molto. Da studente, infatti, ho sofferto molto la mancanza di autonomia: essere in affitto, con i costi di Milano, e a carico dei miei mi pesava sempre di più. Mentre ora riuscire a gestire tutte le mie spese coltivando meglio rispetto al passato i miei hobby e le mie passioni e, soprattutto, essere completamente autonomo mi sembra sia uno dei traguardi più importanti della mia vita. Al momento vivo sempre in affitto con altri coinquilini, ma mi piacerebbe comprare casa. Non pianifico, però, di spostarmi da Milano: mi piacerebbe rimanerci ancora per un po’.Ora lavoro nel centro di eccellenza di Robotic and process automation ed intelligenza artificiale in EY. Sono principalmente uno sviluppatore, ma spesso può capitare di fare riunioni e interfacciarmi con i clienti. Le competenze che sviluppo ogni giorno sono molto varie a seconda dei progetti su cui sto lavorando: molto rapidi o di un paio di mesi, con la possibilità di continuare a imparare ogni giorno cose nuove: è quello che più mi piace del mio lavoro.La mia aspirazione è quella di continuare a crescere nel mio ambiente. Vorrei acquisire skills tecniche per crearmi un bagaglio di conoscenze solido sullo stato dell’arte della nostra tecnologia, e competenze trasversali che mi permettano di comunicare meglio e in maniera più efficace il nostro lavoro. Ho vari obiettivi: imparare ad analizzare i problemi e i bisogni dei nostri clienti per proporre soluzioni innovative che alla base hanno l’intelligenza artificiale e la robotic process automation; e imparare a gestire dei progetti in questo ambito in maniera autonoma.Durante l’università pensavo di andare all’estero, ma poi ho trovato questa posizione prima di laurearmi e non ci ho più pensato. Nel futuro per adesso c’è l’opportunità che partano progetti esteri per il nostro team. Se ci sarà l’occasione parteciperò volentieri.Leggendo la vostra Carta dei diritti dello stagista, penso si potrebbe aggiungere una nota al punto quattro, dove si parla di esperienza concretamente formativa. Visto che spesso lo stage è il primo vero ingresso nel mondo del lavoro, sarebbe interessante far fare al candidato durante il primo mese una esplorazione dei vari dipartimenti aziendali in modo da farlo familiarizzare meglio con tutti i diversi tipi di lavoro che si svolgono in azienda. In questo modo lo stagista potrebbe poi scegliere in quale dipartimento dedicare il resto dello stage, così da formarsi in maniera specifica nell’ambito lavorativo che più gli interessa.Un ultimo consiglio a chi vuole entrare in un settore lavorativo come il mio? Non scoraggiatevi all’inizio, quando c’è molto da imparare e vedendo così tante cose nuove può venir voglia di mollare. Stringete i denti: questo lavoro vi farà crescere tantissimo e vi darà tante soddisfazioni lungo tutto il percorso.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Girl Power, appassionate di matematica? L'informatica è uno sbocco “perfetto”

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti dà voce alle testimonianze di donne – occupate nelle aziende dell’RdS network – che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Sara Sciarra, sviluppatrice software per Prometeia, società italiana di consulenza, sviluppo software e ricerca economica per banche, assicurazioni e imprese.Ho 40 anni e vengo da San Benedetto del Tronto. Ho sempre avuto la passione per la matematica, così mi sono iscritta al liceo scientifico e poi alla facoltà di Matematica a Bologna, con un indirizzo interno in analisi numerica. All'epoca non erano così chiari gli sbocchi che questo tipo di laurea poteva dare oltre all'insegnamento. Tuttavia quest'ultimo non mi dispiaceva, anche perché mia madre era un'insegnante.Poi durante il percorso ho cambiato idea, perché mi sono appassionata all'analisi numerica e all'informatica e ho esplorato altre strade, che mi sembravano sfidanti. Ho sviluppato la curiosità tipica dei matematici. Dopo la laurea ho vinto una borsa di studio per un master in alta matematica applicata a industria ed economia, ambiti di applicazione diversi rispetto a quello classico. A conclusione del master ho svolto uno stage di tre mesi in ambito medico: ero entusiasta perché finalmente dopo tanta teoria potevo vederne l'applicazione pratica, di cui sentivo la necessità. È stato il mio primo lavoro da sviluppatore: lavoravo al progetto Adam, un software per il riconoscimento dei melanomi da nevi mediante analisi grafica. Il mio compito era aiutare il team ad aumentare la probabilità di successo nell’ identificazione del melanoma.Terminato lo stage ho inviato il mio curriculum a Prometeia, trovando a 24 anni il mio primo vero lavoro. L'annuncio riguardava uno stage come sviluppatore software per il rischio di credito, quindi in ambito finanziario, proprio quello che avevo approfondito durante il master. Sin dal colloquio ho pensato subito "Questo posto mi piace", perché lo vedevo molto dinamico, proprio quello che cercavo. Dopo sei mesi di stage ho avuto prima un contratto a tempo determinato di un anno e poi un contratto a tempo indeterminato.All'inizio è stata dura: quando hai una laurea in matematica devi colmare il gap con l'informatica. Ma studiare per un matematico non è un problema, in quanto ha molta curiosità. Quando sono arrivata c'erano pochi sviluppatori, oggi siamo un team di quaranta persone e ci occupiamo di soluzioni software, principalmente a supporto di consulenza finanziaria per le banche in ambito Alm, liquidity, Bsm e rischio di credito. Attualmente solo quattro componenti del gruppo di lavoro sono donne. Nonostante Prometeia sia un'azienda aperta, il campo informatico è ancora poco esplorato dal mondo femminile. All'università eravamo in maggioranza donne a Matematica, ma poche considerano questo sbocco.Seppure il lavoro sia sfidante e il ritmo costantemente alto in linea con i tempi di oggi, Prometeia rispetto ad altre realtà è un' "isola felice". Da quando sono qui ho avuto due figli, che oggi hanno tre e sei anni, e per i loro primi anni l’azienda mi è venuta incontro, concedendomi un part-time a sette ore.La cosa che più mi piace di questo lavoro è la crescita professionale costante: qui si cerca sempre qualcosa di nuovo. E ti senti continuamente stimolato, anche perché sei circondato da ragazzi giovani che portano innovazione. Anche dopo le brevi pause maternità non mi sono mai sentita "ferma", perché ho sempre percepito l'evoluzione tecnologica dell'azienda. Qui sono cresciuta tantissimo e ho imparato a risolvere i problemi con un approccio più razionale, controllando l'ansia. Trovarsi bene e stare a proprio agio sul posto di lavoro è una cosa bellissima e qui questo si respira. Alle ragazze consiglio di seguire la propria passione e, se è la matematica, di scegliere in particolare l'informatica, perché è un settore perfetto per valorizzare la laurea in matematica e dove oggi c'è grande richiesta, dai big data all'intelligenza artificiale. È vero,  quello dell’informatica è  un mondo a predominanza maschile e talvolta ci vuole più determinazione, ma gli stereotipi per fortuna sono più deboli rispetto al passato. Siate dannatamente ostinate!Rossella Nocca

«Il problema degli stage? La disparità tra Nord e Sud»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Antonio Affuso, 31 anni, che oggi ha un contratto a tempo indeterminato in Ferrero.Sono napoletano ed è proprio nella mia città che ho fatto tutto il mio percorso universitario: sia la laurea triennale che il biennio specialistico in Economia Aziendale alla Federico II. Ho scelto questa facoltà per i suoi sbocchi lavorativi: chiave di scelta è stata sicuramente la possibilità di avere una porta aperta anche nell’ambito della libera professione. Nonostante durante gli studi abbia concluso i tre anni di tirocinio per diventare dottore commercialista, contemporaneamente all’ultimo anno del triennio e ai due della magistrale, non ho poi portato a termine il percorso con l’esame di abilitazione. Questo studio, però, mi è stato utile proprio per capire quello che non volevo fare. In realtà sapevo fin dall’inizio che volevo fare marketing. È sempre stata la mia materia preferita: anche gli esami a scelta erano tutti indirizzati verso quest’ambito. Così, presa la specialistica nell’aprile del 2014 ho subito cominciato il master in Marketing and Service Management dell’università Federico II, terminato nell’agosto 2015. È stata una scelta naturale quella di specializzarmi in questo settore. Il master durava 12 mesi comprensivi di stage e costava 1.500 euro, con la possibilità di borse di studio all’ingresso di 1.500 euro, in base al merito - quindi al voto di laurea, attestati di lingua e voto al colloquio - e 1.500 euro all’uscita, assegnati sulla base delle competenze sviluppate, sulla media del voto agli esami e la qualità del project work. Ho ricevuto entrambe le borse di studio, quindi mi è andata più che bene perché ho chiuso con un attivo di 1.500 euro!Il master prevedeva anche uno stage curriculare. Il nostro tutor ha iniziato a diffondere i curricula dei partecipanti a varie aziende, io ho partecipato alla fase di selezione in Ferrero che era divisa in tre step: test online di ragionamento logico, numerico e verbale, colloquio di gruppo nella sede Ferrero con società di recruiting e risorse umane, e infine colloquio individuale con responsabile marketing e Hr. Ho superato tutti i tre step e cominciato lo stage il 31 agosto 2015: cinque mesi con un rimborso spese di 250 euro, l’alloggio in residence per tutta la durata del tirocinio, pc aziendale, mensa e palestra. Sin dal primo giorno ho supportato i colleghi sui brand di competenza imparando sistemi e procedure che ancora oggi applico nel mio lavoro quotidiano.Mi sono logicamente dovuto trasferire a Torino, visto che la prima sede di lavoro è stata Pino Torinese. Il residence era in pieno centro in zona quadrilatero: questo mi ha permesso di ambientarmi facilmente al nuovo contesto. Anche grazie ai colleghi che ancora oggi rappresentano la mia comitiva extra. Avevo un bilocale dove vivevo da solo. Il rimborso spese, è vero, sembra basso, ma considerando che pranzavo in mensa aziendale e l’alloggio era pagato, tutto sommato sono riuscito ad avere una vita privata e sociale più che dignitosa! Anche se l’aiuto dei miei genitori è stato fondamentale, soprattutto per tutti gli spostamenti di viaggio.Una delle prime cose che mi è stata detta una volta entrato in Ferrero dal mio tutor era: «la tua opinione conta». Dovevo tirar fuori le mie idee perché in azienda tutti vengono ascoltati. Il rapporto lavorativo e umano è sempre stato fantastico. Ma la cosa più bella in questa azienda è sentirsi parte di una famiglia. A un mese dal termine dello stage mi hanno comunicato che avrei proseguito con un contratto di apprendistato di tre anni. E infatti il primo febbraio 2016 ho cominciato questo nuovo percorso in Ferrero. In questo caso con una retribuzione lorda annuale di 29mila euro per i primi 18 mesi, salita a 35mila euro per i rimanenti 18. Oltre ai benefit: pc aziendale e mensa. Certo, i feedback ricevuti durante lo stage sono sempre stati positivi, ma non ho mai dato nulla per scontato, quindi quando ho ricevuto la notizia della conferma è stata veramente una sorpresa. Poi finito l'apprendistato sono stato confermato con un contratto a tempo indeterminato e una Ral di 35mila euro l'anno. Oggi lavoro nel dipartimento marketing della Ferrero, tra un’analisi di mercato e un morso a un Kinder Pinguì!Ricordo il mio primo giorno di stage: ero terrorizzato! In pochi giorni avevo lasciato Napoli, la famiglia, gli amici e stavo per affrontare il mio primo giorno assoluto in azienda. Per giunta il 31 agosto! Il primo impatto è stato con le risorse umane, poi con il mio tutor, infine con il primo collega che oggi è diventato uno dei miei più cari amici. A quattro anni e mezzo dal mio ingresso in azienda non è cambiato il lavoro che svolgo. Sono cambiate le responsabilità e la consapevolezza dei processi. Quello che mi hanno insegnato durante lo stage è alla base del mio lavoro: senza il supporto dei miei tutor e colleghi adesso non avrei la solidità che mi riconosco. Oggi mi occupo di analizzare dati di vendita di sell in e sell out, realizzare la comunicazione per social, radio, digital e punti vendita. Il tutto interfacciandomi con le funzioni interne e i fornitori esterni.La cosa che più mi piace del mio lavoro e vedere realizzati i progetti. Passo ore e giornate dietro la scrivania a seguire un progetto dalle basi ma la soddisfazione più grande è vedere il tuo materiale in esposizione al supermercato o i bambini per strada che mangiano i “tuoi” prodotti. Il settore in cui lavoro oggi, quello del Fast Moving Consumer Goods è sicuramente quello in cui mi sento a mio agio. I consumatori cambiano continuamente e capire il loro punto di vista, il motivo per cui decidono di spendere per un prodotto o un altro ti mette in sfida continua. Il mio obiettivo futuro è continuare a imparare e magari provare a insegnare a qualcun altro le basi di questo mestiere.Non ho ancora mai inviato il mio curriculum all’estero ma ho indicato nel mio percorso di carriera la mobilità internazionale. Questo vuol dire che se ci sono posizioni in altri paesi posso candidarmi per la posizione. Il fine è acquisire competenze ed esperienze diverse. Non c’è nulla di più importante all’interno di una multinazionale di aprire i propri confini di apprendimento.Con il mio unico stage in Ferrero sono stato fortunato. Ma il problema dei tirocini in Italia, oggi, è che il tessuto economico del nostro Paese è spezzato in due. Un nord che funziona grazie alla presenza di aziende e servizi e un centro sud dove non funziona. Sembra banale, ma il problema non è lo stage in senso stretto, ma è un problema di possibilità. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Il consiglio “Girl power” (non solo per ragazze!): Scegliete studi in ambito Stem

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che ha la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che, in campo scientifico più che altrove, di fronte al merito non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Antonella Fontana, 35 anni, Senior Business Analyst & Trainer per Everis, multinazionale della consulenza che fa parte dell'RdS network.  Ho 35 anni e sono originaria della Sicilia. Dopo il diploma all’istituto tecnico commerciale mi sono iscritta al corso di laurea in Economia Aziendale, per poi trasferirmi e concludere gli studi a Parma, e infine spostarmi a Milano per lavoro. Sono stata la prima e l’unica della mia famiglia a scegliere un percorso di studi di stampo economico. Alle scuole superiori il mondo economico, quindi il controllo di gestione, lo studio dei fenomeni e la gestione dei progetti mi avevano affascinata esattamente come mi affascinano ancora oggi: per questa ragione, se potessi tornare indietro, rifarei tutto. Nascere in una famiglia poco abbiente mi ha portata a iniziare a lavorare però molto presto. Dall’età di quattordici anni ho lavorato come lavapiatti, cameriera, cassiera, operaia e a dare ripetizioni scolastiche, causa di tantissime notti insonni passate a studiare, perché a tutti i costi volevo dare forma all’idea di donna che sin da piccolina mi ero prefissata di divenire. Questi lavori mi hanno molto rallentata nello studio ma mi hanno permesso di acquisire, senza neanche accorgermene, soft skills preziosissime che ormai fanno parte di me e del mio essere: empatia, capacità organizzative, problem solving, team working, competenze motivazionali, capacità di adattamento e socialità, lealtà e onestà intellettuale.Dopo la laurea triennale ho frequentato diversi corsi, di cui uno in Project Management e altri più specifici sul tema del data management presso Sas. Ad oggi ho in sospeso tre esami per conseguire la laurea magistrale in Scienze statistiche, ma ho così tante idee e progetti per la testa che al momento ciò non rappresenta la mia priorità.Credo proprio che siano state le competenze e le certificazioni acquisite durante questi corsi a creare l’occasione per farmi ottenere subito un contratto a tempo indeterminato come Business Analyst presso Finance Evolution, la prima azienda di consulenza nella quale ho lavorato e di cui non smetterò mai di ringraziare i responsabili per la fiducia che sin dal primo momento mi hanno dimostrato. Lì mi occupavo di estrazioni e aggregazioni di dati, predisposizione e presentazione della reportistica e delle analisi relative ai dati aziendali anche durante i Sal – riunioni di stato avanzamento lavori – di progetto.Dopo poco più di un anno e mezzo, si è aperta in Everis una posizione simile ma con maggiori responsabilità, così ho iniziato la mia carriera in quest’azienda, dove oggi sono una Senior Business Analyst e dove coordino un team. Il mio lavoro è un mix di attività diverse: analitiche, organizzative, di gestione, di training e tanto altro. Al momento gestisco tre clienti nel settore farmaceutico, ma il mondo della consulenza è molto dinamico, quindi a breve cambierò progetto e anche cliente. Everis è un’azienda che dà spazio e modo alle persone di esprimersi: idee, iniziative, workshop e aperitivi vengono accolti sempre con tantissimo entusiasmo. Qui ognuno può essere se stesso, nella sua diversità. Inoltre l’ambiente è giovane, inclusivo e si fa molto team building: a fine giugno abbiamo organizzato le prime Olimpiadi di Everis, con gare di tennis, pallavolo, calcetto e paddle! Obiettivi per la mia carriera? Diventare una manager, intesa come punto di riferimento umano e professionale, non solo per le persone che gestirò ma anche per i clienti o i fornitori con cui mi interfaccerò.All’università non ho avvertito differenza di genere, noi donne a Economia eravamo in maggioranza: 60% contro 40%! Qui in Everis invece il gender gap esiste, è un dato di fatto: solo un dipendente su quattro è donna, anche se il trend sta cambiando velocemente. Personalmente non mi è mai capitato di subire discriminazioni, nonostante i miei colleghi siano per lo più uomini.Qualche tempo fa ho scoperto su LinkedIn l’iniziativa “StemA in the City” organizzata dal Comune di Milano con LeadHer, una società impegnata nella formazione e sensibilizzazione sulla parità di genere. Attraverso un post sul social, ho chiesto di poter partecipare all’evento a titolo personale ma poi, dopo un primo confronto con una delle fondatrici Silvia Pettinicchio, anche Everis è stata coinvolta nell’iniziativa. Così a maggio abbiamo partecipato a una giornata formativa presso lo Iulm di Milano, dove si è discusso di personal branding, networking e mentoring, con le testimonianze di varie donne. Parallelamente, sono stati svolti una serie di colloqui con giovani neo laureati interessati a entrare in azienda. Ma l’impegno di Everis sul tema della gender balance non finisce qui: abbiamo in programma un workshop sul tema, per chiamare la popolazione Everis a un confronto entro la fine del 2019 e stiamo raccogliendo idee e proposte interessanti su come gestire questo evento!Non solo, a inizio giugno a noi dipendenti è arrivata la comunicazione ufficiale dell’avvio dello smart working: tutti potranno usufruire di un giorno a settimana di smart working, mentre le donne in maternità, sin dal primo accertamento dello stato di gravidanza, potranno chiederne due a settimana. Nulla di eclatante, ma ciò ha un impatto fortissimo, in quanto esprime quanto l’azienda sia vicina e sensibile alle esigenze di ognuno nella sua diversità.Se oggi dovessi dare un consiglio alle ragazze e ai ragazzi direi loro di scegliere una facoltà in ambito Stem. Ci sono ad esempio tantissimi indirizzi ingegneristici molto interessanti. Economia è già un contesto più circoscritto, che tuttavia consiglio a tutti quelli a cui piacciono, come a me, le materie economiche.Il lavoro in consulenza lo consiglio perché è davvero un ambiente sfidante, spesso risulta difficile, specie all’inizio, e tante volte pensi che non ce la farai e che sei al limite. Ma se in un’azienda “normale” vedi solo alcuni contesti, nella consulenza ne vedi tantissimi, incontri persone diverse, affronti temi diversi e ciò ti rende smart, efficiente e sempre alla ricerca di soluzioni in davvero poco tempo. Non c’è mai un giorno uguale a un altro, con i suoi pro e i suoi contro ovviamente.In assoluto, un percorso formativo della categoria Stem può darti delle conoscenze aggiuntive e maggiormente in linea per lavorare in questo settore. Tuttavia quello della consulenza è un mondo dove si può lavorare bene anche partendo da contesti universitari diversi, da Giurisprudenza ad esempio. Dopotutto il percorso di studi non è l’unico a far la differenza: a contare sono anche e soprattutto le persone e l’impegno che vogliono metterci.Infine, non stancatevi mai di chiedere consigli e feedback alle persone con cui lavorate, di esplorare ciò che stuzzica la vostra curiosità e soprattutto non arrendetevi e non abbiate mai paura di essere voi stessi: siate autentici, sempre!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca 

Lavoro stagionale, preziosa occasione: «Anche se lo stipendio non è alto si può imparare un mestiere»

La Repubblica degli Stagisti prosegue anche a settembre il suo viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Chiara Piunti, 38enne marchigiana. Oggi si occupa di comunicazione aziendale in una ditta di prodotti di termoidraulica, ma in passato ha svolto vari lavori come dipendente stagionale. Un’esperienza – a suo avviso – molto costruttiva e fondamentale per il futuro.Ho 38 anni e vivo a San Benedetto del Tronto, una località di mare in provincia di Ascoli Piceno. Sin dai tempi del liceo classico ho deciso che avrei lavorato nel mondo della comunicazione, e quindi mi sono iscritta a Scienze della comunicazione a Macerata. Durante la mia esperienza universitaria volevo essere economicamente indipendente: abitando in una città che vive di turismo, in estate non è difficile farsi “assumere” come camerieri o baristi. In verità parlare di assunzione è sbagliato dato che nel mio caso, ma non solo, non ho mai visto nessun contratto. In una delle mie esperienza estive ho lavorato come cameriera in uno stabilimento balneare. Lo stipendio era buono: guadagnavo circa dieci euro l’ora e lavoravo solo le ore che erano state pattuite. L’unico problema era che venivo pagata in contanti a fine giornata, quindi zero garanzie e zero tutele. Ero agli inizi, e vedere quei cinquanta euro stretti nella mia mano mi bastava. Non chiedevo altro. Con il senno di poi, però, penso che avrei dovuto rivendicare i miei diritti. Per fortuna non ho mai avuto infortuni mentre ero in servizio, ma se mi fossi fatta male durante l’orario di lavoro? Come avrei fatto dato che non avevo nessun contratto?Nel 2006, terminati gli studi universitari, ho avuto diversi lavori, sempre legati al marketing e alla comunicazione. Ho collaborato con un’impresa di pulizie e con una palestra locale. Poi però sono rimasta senza un’occupazione e, dato che la stagione estiva era alle porte, ho pensato di cercare nuovamente un lavoro come stagionale.Grazie ad un amico ho saputo che un residence a Grottammare, una località vicina a San Benedetto del Tronto, cercava un receptionist per la stagione estiva. Così ho inviato il mio curriculum e sono stata chiamata per un colloquio che si è concluso con successo perché mi è stata subito proposta una collaborazione. Avrei lavorato da maggio a settembre, prima però dovevo fare un periodo di formazione non retribuita. In assenza di alternative ho accettato il lavoro e così, dopo due mesi di formazione, ho firmato il contratto. La somma pattuita era di 1.200 euro netti per circa otto ore al giorno nelle quali dovevo accogliere i clienti, rispondere alle telefonate e prendere le prenotazioni. Era un buono stipendio, anche se i giorni di riposo non venivano rispettati. Di fatto ho lavorato ininterrottamente per cinque mesi. Nonostante le ore extra però è stata un’esperienza più che positiva soprattutto perché, in quei mesi, sono stata affiancata da persone qualificate che mi hanno insegnato con cura e attenzione come svolgere il lavoro. Sono stati mesi duri ma che mi hanno arricchito professionalmente – insegnandomi, di fatto, un nuovo mestiere. L’esperienza è stata così positiva che, terminata la stagione estiva, i miei titolari mi hanno proposto di iniziare quella invernale in un’altra città italiana. Non ho accettato perché non volevo trasferirmi.Alla luce delle mie esperienze credo che il lavoro stagionale, che è visto da molti come una semplice forma di sfruttamento, non lo sia affatto. Senza dubbio non si può generalizzare il discorso e si devono considerare i singoli casi. Quel che è certo però è che, anche se la retribuzione percepita è bassa, quella del lavoro stagionale è un’esperienza che ti permette di imparare molto. Per certi versi può essere visto come uno stage curriculare: non percepisci denaro – o quantomeno, ne percepisci poco – ma investi il tuo tempo per imparare qualcosa. Secondo me questo tipo di lavoro va concepito così.Attualmente mi occupo della parte commerciale di un’azienda che produce prodotti di termoidraulica e per fortuna ho un contratto a tempo indeterminato che mi da una stabilità economica e non mi fa preoccupare per il mio futuro. Ma, sperando che non accadrà mai, se dovessi essere di nuovo alla ricerca di un’occupazione ho già il piano B pronto. Ed è solo grazie all’esperienza di lavoro stagionale come receptionist.Testo raccolto da Luisa Urbani

“Il lavoro stagionale insegna a stare al mondo: oggi lo consiglio ai miei alunni, ma... mai in nero!”

La Repubblica degli Stagisti prosegue anche a settembre il suo viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Guglielmo Bin che oggi, a 31 anni, fa l'insegnante alle superiori. Quando era più giovane, ha lavorato per diversi anni come stagionale: un’esperienza che, dice, gli ha dato molto e insegnato per la prima volta il significato della parola “dovere”.Sono un insegnante: da cinque anni insegno italiano e latino alle superiori nella mia città, Latina, ma prima di trovare la mia strada ho lavorato per diversi anni come stagionale. La mia prima esperienza l’ho avuta in quarto liceo scientifico. Vivevo a Pontinia, in provincia di Latina, con la mia famiglia. Avevo compiuto da poco diciott'anni e iniziavo a sentire l’esigenza, come accade a quasi tutti i ragazzi di quella età, di voler mettere un po’ di soldi da parte. A quei tempi a Pontinia c’era una grossa fabbrica che si occupava della lavorazione e trasformazione del pomodoro. Era un po’ il punto di riferimento della zona perché dava occupazione a tantissimi abitanti: ci lavorava anche mia madre. È stato proprio a lei che ho chiesto di accompagnarmi a cercare un posto lì. È stato semplice farsi assumere: a quell’epoca c’era molto lavoro e i figli dei dipendenti venivano presi per fare la stagione.   Così ho firmato il mio primo contratto da lavoratore stagionale: sono stato inquadrato come operaio semplice. Lavoravo otto ore al giorno per otto euro lordi l’ora, il minimo sindacale che poteva percepire un operaio. A volte mi chiedevano di fare degli straordinari, tutti regolarmente registrati e retribuiti. Dal punto di vista contrattuale non ho subito nessun tipo di ingiustizia: quello che c’era scritto sul contratto venne rispettato alla lettera.Tre mesi sono passati in fretta anche se sono stati molto stancanti: lavorare in estate a temperature che toccano picchi oltre i 40° non è facile. Nonostante il caldo e i chili persi per la fatica, sono rimasto molto soddisfatto del mio primo contatto con il mondo del lavoro e così sono tornato nello stabilimento anche l’anno successivo, quello della maturità: chiusi libri e quaderni ho ricominciato a produrre passate di pomodoro per altri tre mesi..A settembre di quell'anno mi sono iscritto all’università, scegliendo filologia moderna. La prima estate da universitario ho abbandonato l’idea di tornare in fabbrica: c’era molto da studiare e la sessione estiva non mi permetteva di fare un lavoro di otto ore al giorno. Così ho scelto un’alternativa che mi consentisse di coniugare studio e lavoro: fare il cameriere in una delle tante strutture ricettive della costa laziale. Quelle vissute a San Felice Circeo sono state tutte esperienze positive dal punto di vista lavorativo: facevo orari umani e percepivo paghe dignitose. C’era però un aspetto profondamente negativo: venivo retribuito in nero. A vent'anni accettavo queste condizioni, ma sbagliavo. In Italia, purtroppo, c’è la convinzione che lavorare in nero sia una cosa normale e questo spinge i ragazzi alle prime esperienze a dire di sì a tutto, ma non è giusto perché ogni lavoratore ha diritto ad avere un contratto che lo tuteli. Adesso insegno italiano e latino alle superiori e quando mi capita di parlare con i miei alunni di lavoro stagionale, non perdo occasione per raccontargli la mia esperienza – sperando che possa essergli utile per non vivere brutte avventure.Cosa ho imparato da queste esperienze? Innanzitutto che non si devono mai sottovalutare i propri diritti e che bisogna – se necessario – rivendicarli. Quando si è giovani e alle prime esperienze, purtroppo, si accetta ogni condizione. In fabbrica, ad esempio, non prestavo molta attenzione nel verificare se le norme di sicurezza venissero rispettate dai miei titolari: all'epoca non mi preoccupavo di questi aspetti, mi bastava lavorare. Per fortuna non si è verificato nessun incidente, ma con il senno di poi avrei dovuto essere più attento. Credo che lavorare durante la stagione estiva sia un’esperienza che tutti dovrebbero vivere. Essere impiegati già a quell'età ti abitua ad entrare in contatto con il mondo del lavoro, che è poi quello in cui vivrai per tutta la vita. Se non si fanno mestieri di questo tipo da ragazzi, quando poi si entra nel mondo del lavoro si hanno maggiori difficoltà. Il lavoro stagionale ti insegna a stare al mondo: capisci il senso del dovere, cosa significa essere indipendenti e quale sia il vero valore del denaro. Insomma, ti aiuta ad avere il primo contatto con la realtà, con la concretezza della vita.Se un ragazzo studia e basta non riesce a comprendere molte dinamiche che poi gli torneranno fondamentali per la vita lavorativa e non solo. Per questo consiglio sempre ai miei alunni di trovare qualche lavoretto estivo.Testimonianza raccolta da Luisa Urbani