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Oltre 5mila ex stagisti in enti pubblici calabresi in attesa di uno sbocco

Trovare una soluzione per i tanti tirocinanti calabresi al momento fermi in attesa di nuovi provvedimenti: all'appello di Gianluca Gallo, consigliere regionale e presidente del gruppo della Casa delle Libertà nel Consiglio regionale della Calabria, si contrappone un “muro di gomma”, almeno finora. Non si parla di un territorio facile sotto il profilo occupazionale: gli ultimi dati Istat, infatti, raccontano di una regione con il tasso di disoccupazione più alto in Italia: il 21,6 per cento, il triplo della media nazionale.  Il problema è trasversale e coinvolge tanto i giovani quanto gli adulti: negli ultimi anni si è cercato di trovare spesso soluzioni temporanee con l’attivazione di vari progetti di tirocinio. Quello che ha coinvolto più lavoratori riguardava un accordo siglato nel dicembre 2016 «tra Regione e sindacati in ordine al riutilizzo di risorse finanziarie per tirocini semestrali in favore di lavoratori già percettori dell’indennità di mobilità in deroga», spiega Gallo alla Repubblica degli Stagisti. «I tirocini per oltre 5mila persone sono partiti nel giugno 2017, impiegando risorse all’interno di Comuni e Province». Enti locali già segnati dalla precarietà e nei quali «nell’ottica della promozione delle politiche attive del lavoro, era stato proposto di intraprendere un percorso di qualificazione con la prospettiva di un accompagnamento nel mondo del lavoro». Solo sulla carta, però, perché una volta usate le risorse disponibili ed esauriti i bandi «ci si ritrova con un bagaglio di competenze da non poter spendere. Una situazione assurda» rimarca Gallo, perché «la Regione ha investito somme ingenti per formare personale che oggi lascia a spasso senza curarsi che in Comuni e Province molti servizi essenziali erano garantiti proprio da questi lavoratori».I destinatari sono ex percettori di mobilità in deroga che avevano acquisito questo “status” entro il 2014 e che hanno potuto presentare domanda. In “palio” una opportunità tirocinio con un rimborso spese mensile di 800 euro: non pochissimi, considerando che si sarebbe trattato di un'attività part-time. Gli aspiranti tirocinanti dovevano, quindi, essere disoccupati e non essere stati avviati ad altre iniziative di politiche attive per il lavoro come i tirocini presso gli uffici giudiziari, quelli del comparto Mibac e Miur. I progetti sarebbero dovuti durare sei mesi, con un monte ore massimo di venti ore settimanali. Poi nel febbraio 2018, dopo verifiche di risparmio per il fatto che i tirocini effettivamente attivati erano stati un numero inferiore al previsto, è stata consentita una proroga di altri sei mesi «in coerenza con le previsioni delle manifestazioni di interesse approvate che autorizzavano tirocini della durata massima di dodici mesi». Il tirocinio non è, però, partito subito. Soltanto a fine luglio 2018 è stato approvato definitivamente l'impegno di spesa e gli elenchi dei destinatari. Stabilendo, peraltro, che il periodo di tirocinio finanziato «sia ridotto da 12 a sei mesi, salvo la possibilità di stabilire proroghe a seguito di ulteriori stanziamenti di risorse». E si stabilisce che al tirocinante verrà corrisposta un'indennità di 500 euro lordi mensili.   Dunque, nel dicembre 2016 la Regione Calabria firma un accordo con le organizzazioni sindacali per spostare alle politiche attive del lavoro alcune risorse destinate a quelle passive. Così fondi residui per l’ex mobilità in deroga confluiscono sui tirocini negli enti locali destinati a chi aveva già percepito l’indennità della mobilità in deroga. Si aspetta l’ok del ministero e alla fine solo sei mesi dopo, nel giugno 2017, viene stilata la graduatoria e partono i tirocini. Ognuno con tempistiche diverse, visto che ogni ente pubblico doveva valutare le domande e far partire gli stage. Tra gennaio e febbraio 2018 tutti gli stage si sono conclusi, peraltro con forti ritardi nei pagamenti delle indennità; il Presidente della Regione Oliverio, visto il risparmio del budget inizialmente stanziato, aveva annunciato una proroga del tirocinio. Ma questa proroga non era partita immediatamente: l'attesa si è protratta per qualche mese. Il via libera è arrivato gli ultimi giorni del mese di luglio 2018, per uno stage di sei mesi e un’indennità mensile ridotta a 500 euro lordi. A questo punto a partire dal mese di settembre dello scorso anno, anche qui con tempistiche diverse da città a città –  basti pensare che gli stagisti assegnati al comune di Cosenza solo in questi giorni stanno terminando il loro stage – sono ripartiti i nuovi tirocini. Che, alcuni prima alcuni dopo, al termine dei sei mesi si sono conclusi. Risultato: a partire da marzo di quest’anno i partecipanti sono rimasti in balia delle decisioni politiche, senza uno stage e senza un inserimento lavorativo.Il tirocinio era stato pensato come ponte tra la precarietà della mobilità in deroga e le prospettive che si sarebbero verificate al termine del periodo formativo. Ma, come spesso capita in questi casi, un unico grande bacino aveva accomunato persone tra di loro diversissime, con l'unico comune denominatore di essere ex percettori di mobilità in deroga. La platea destinataria coinvolge i trentenni, nati a partire dagli anni Ottanta, ma anche 40enni, 50enni e, pare, perfino qualche ultra 60enne. C'è chi ha solo un diploma, chi è perito elettrotecnico, chi in tasca ha una laurea, a volte perfino un master. Per tutti l'unica offerta è un tirocinio che, ad oggi, non ha prodotto nulla. «In extremis la giunta regionale si è attivata per cercare di far partire i tirocini di inclusione sociale, che sarebbero una soluzione provvisoria, ma finirebbero per peggiorare lo stato di precarietà sconfessando il senso stesso dei tirocini: formazione per avvio al lavoro», ricorda Gallo.Infatti a inizio agosto di quest'anno la giunta ha approvato una variazione di bilancio di 28 milioni di euro per proseguire percorsi di politiche attive attraverso tirocini per soggetti inseriti nel bacino dei percettori di mobilità in deroga. Una variazione che aveva fatto dichiarare al presidente della Regione Mario Oliverio di aver trovato «risorse finanziarie per la copertura di ulteriori 12 mesi per i tirocini formativi di quasi cinquemila persone che stanno svolgendo un’esperienza interessante nei Comuni calabresi. Sarebbe necessaria una programmazione di investimenti da parte del Governo nazionale per creare nelle regioni del Sud e in Calabria opportunità di lavoro al fine di consentire che progetti di inclusione sociale messi in atto nei mesi scorsi trovino sbocchi occupazionali stabili».C’è un punto però da chiarire: la proroga promessa da Oliverio non sarebbe a norma. La legge, infatti, come più volte ricordato dalla Repubblica degli Stagisti, prevede che i tirocini non possano durare più di 12 mesi, proroghe comprese, a meno che non siano attivati in favore di disabili o altre categorie particolarmente svantaggiate. Se quindi un ente decide di prorogare uno stage non destinato ad invalidi oltre i 12 mesi, di fatto va contro la legge.Nel frattempo il bando non è stato ancora pubblicato e in ogni caso, sottolinea Gallo, aumenterebbe solo nuovi rivoli di precarietà senza prevedere alcuna luce al fondo del cammino. D’altro canto la proposta di prevedere il tirocinio come titolo preferenziale o punteggio aggiuntivo nei concorsi ha ricevuto solo silenzio da parte della Regione.Non ci sono però solo i 5mila tirocinanti impiegati negli enti locali: in Calabria ci sono numeri da record anche per gli stagisti Miur e Mibac. La Regione, infatti, aveva deciso di adottare lo strumento dei tirocini per rispondere in maniera strutturata alle urgenze poste dalla crisi occupazionale e costruire delle concrete opportunità di lavoro. Che come da sempre la Repubblica degli Stagisti ripete, è difficile  che queste concrete possibilità possano esserci all’interno di enti pubblici, dove si può entrare solo tramite concorso e dove un eventuale stage potrebbe al massimo, in seguito a provvedimenti normativi ad hoc, valere un punto sul totale post selezione.Ad oggi anche gli stagisti del comparto Mibac e Miur, entrambi impiegati dopo intese raggiunte tra la Regione e i due ministeri, si trovano a spasso. Nel primo caso si parla di circa 600 tirocinanti reclutati con un bando del maggio 2016 per un tirocinio part-time di 12 mesi presso gli uffici periferici calabresi del Mibac. Il bando era destinato ai lavoratori percettori di ammortizzatori sociali in deroga e prevedeva un impegno massimo di 20 ore settimanali per 5-6 giornate lavorative, con un’indennità mensile lorda di 400 euro per i diplomati e 600 per i laureati. «In realtà questi stage sono cominciati due anni dopo, nel marzo 2018; alla fine, anche qui tutti fermi» riassume Gallo. Non solo: viste le competenze concorrenti tra ministero e Regione, si assiste a un rimpallo continuo senza esiti: «Avevo suggerito la costituzione di un tavolo di confronto e nonostante la proposta abbia ricevuto voto favorevole di maggioranza e minoranza in Consiglio regionale, stiamo ancora aspettando».Infine ci sono altre 600 persone, lavoratori espulsi dai processi produttivi e percettori di ammortizzatori sociali in deroga o disoccupati, che rispondendo a un bando del 2016 sono stati “prestate” per dieci mesi agli istituti scolastici calabresi firmatari di apposita convenzione. I tirocinanti selezionati dovevano svolgere massimo venti ore settimanali su 5 o 6 giornate lavorative ed era riconosciuta un’indennità mensile lorda di 500 euro per chi fosse in possesso della sola licenza media e di 600 euro per chi aveva la laurea o il diploma universitario. Anche in questo caso il destino è sospeso in attesa di risposte da parte degli enti. «La giunta regionale ha alzato un muro di gomma. Decidendo di non rispondere a richieste arrivate con voto unanime anche dal Consiglio regionale: mozioni, ordini del giorno, appelli. Tutto cestinato», spiega Gallo.Nel frattempo i tirocinanti restano nel limbo, in attesa di un’eventuale proroga. E sullo sfondo resta l’uso distorto dei tirocini: usati negli ultimi anni per coprire vuoti di organico anche in enti pubblici, con miraggi di punteggi aggiuntivi o eventuali inserimenti, o come ammortizzatori sociali impropri, perdono la loro funzione iniziale. Quella di insegnare un mestiere sul campo e consentire, alla fine, di iniziare un vero e proprio lavoro.Marianna Lepore

Da studenti a insegnanti per un giorno: i ragazzi insegnano la tecnologia agli over 60

In un’epoca in cui il digitale è sempre più presente nelle vite di ognuno, sono ancora in tanti a non avere grande dimestichezza con internet e soprattutto con lo smartphone, diventato per molti il primario mezzo con cui navigare in rete. Così il Comune di Milano ha deciso di andare incontro ad alcuni over 60. Lo ha fatto aderendo alla “Code Week”, iniziativa promossa dalla Commissione europea per la diffusione dell’alfabetizzazione digitale attraverso un laboratorio che anticipa l’edizione 2020 di #StemintheCity, in collaborazione con Business Integration Partners, multinazionale di consulenza, e Fondazione Mondo Digitale. L’evento si è svolto giovedì 17 nella Sala del Consiglio di Palazzo Marino, a Milano, ha visto coinvolti sessanta cittadini milanesi over 60 che guidati da altrettanti ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di secondo grado hanno scoperto come utilizzare al meglio il proprio smartphone. I giovani formati dalla Fondazione Mondo Digitale provenivano da tre scuole, mentre gli over 60 hanno potuto iscriversi rispondendo a degli annunci e newsletter diffusi dal Comune di Milano. «Durante il workshop sono state insegnate conoscenze basilari sull’uso dello smartphone, come per esempio l’impostazione della suoneria, l’utilizzo della rubrica o le informazioni sull’uso di internet dal cellulare», spiega alla Repubblica degli Stagisti Camilla Castaldo di BIP – Business integration partners, società di consulenza tra le principali in Europa che aderisce all’RdS network, e rispetta la Carta dei diritti dello stagista garantendo 800 euro di rimborso mensile, che sale a mille per i fuori sede, e il 90 per cento di assunti nel 2018 al termine dello stage, tutti con contratto a tempo indeterminato.L’appuntamento del Comune di Milano è stata una sorta di dimostrazione, ma questo progetto Fondazione Mondo Digitale - organizzazione non profit con l’obiettivo di promuovere la condivisione della conoscenza, l’inclusione e l’innovazione sociale, in particolare per le categorie a rischio esclusione come gli anziani, appunto, gli immigrati o i giovani disoccupati. - già lo fa in tutta Italia in collaborazione con CNA pensionati.«Abbiamo questo modello di apprendimento intergenerazionale che applichiamo dal 2003 ed è stato inventato dal nostro direttore scientifico, Alfonso Molina che è anche Ashoka Fellow», spiega Mirta Michilli, direttore generale della Fondazione. «È un programma con cui i ragazzi allenano le competenze per la vitia, le life skills, e insegnano agli anziani a navigare in internet, usare la posta elettronica, il computer, il cellulare. Il nostro progetto va avanti da tanti anni in diverse scuole italiane e i ragazzi che vi hanno partecipato sono stati invitati dall’assessore Roberta Cocco a fare una lezione a questi anziani invitati al Comune durante la settimana della European Code Week».Inizialmente i giovani hanno insegnato ai loro studenti particolari come usare lo smartphone, poi in un secondo momento si è passati alle informazioni per la ricerca sul web, la creazione di un indirizzo di posta elettronica, l’invio di una mail, l’iscrizione al portale del Comune per richiedere certificati online. Infine i social: da Facebook a Instagram. «I giovani sono sempre entusiasti di poter insegnare a qualcuno visto che normalmente si trovano nel ruolo opposto. E anche loro fanno fatica, come gli anziani, perché con questo progetto esercitano la pazienza: una virtù molto importante, visto che capita di dover spiegare a un anziano dieci volte come configurare il wifi. Perciò spesso si crea un rapporto personale tra l’anziano e il ragazzo», spiega Michilli. «Normalmente i corsi durano 30 ore all’interno dell’alternanza scuola lavoro».Un concetto, quello della vicinanza tra le due generazioni che sottolinea anche Maura Satta Flores, responsabile comunicazione e relazioni esterne di Bip. «Viviamo in un periodo in cui le competenze digitali sono indispensabili, ma è altrettanto indispensabile non perdere di vista la componente umana», spiega Flores, «La scelta di sostenere questo ambizioso progetto, voluto e supportato dall’assessorato alla traformazione digitale e servizi civici del Comune di Milano, rappresenta per noi la corretta strada verso la valorizzazione della diversity, finalmente vissuta come una delle grandi opportunità offerte dai nostri tempi».I giovani presenti sono stati molto attivi nella partecipazione, coinvolti dalla scuola e dall’assessore Roberta Cocco. Un’iniziativa molto importante che vuole eliminare il gap tra le diverse generazioni. «Come Bip siamo molto attenti a progetti di responsabilità sociale e questo ne è un esempio», aggiunge Castaldo: «questo progetto che per noi è un importante passo avanti verso la diversity generazionale». Un appuntamento che ha una grande importanza anche in funzione dello SPID, il sistema pubblico di identità digitale.«Il linguaggio digitale aumenta spesso la distanza tra generazioni, ma ci sono occasioni in cui questa lontananza si può ridurre», ha dichiarato Beppe Sala, sindaco di Milano, passato a salutare giovani e meno giovani a Palazzo Marino. «I ragazzi formati da Fondazione Mondo Digitale hanno saputo spiegare con pazienza e allegria come fare operazioni che per loro richiedono pochi secondi. La collaborazione e il dialogo tra generazioni che ho visto instaurarsi quando sono passato a salutarli mi ha colpito».Ora l’appuntamento si sposta al 2020 per la prossima edizione di #StemintheCity, l’iniziativa del Comune di Milano per promuovere le materie STEM e diffondere una nuova cultura digitale. E continua con il lavoro della Fondazione Mondo Digitale che porta l’innovazione e la tecnologia nella società. «Lo facciamo da oltre venti anni» ricorda Michilli, «ed è diventato sempre più importante perché lo sviluppo tecnologico è sempre più veloce e c’è il rischio che gran parte della popolazione ne rimanga fuori. Perciò iniziative come questa del Comune di Milano sono molto importanti». Marianna Lepore

Al via Maker Faire 2019, fiera dell'innovazione in cui «si impara, ci si diverte e si fanno affari»

Roma e innovazione, accoppiata inconsueta per la Città Eterna, eppure «questa città sa essere altro dalla solita narrazione su turismo e buon clima, suoi asset più tradizionali» afferma Barbara Marcotulli di Innova Camera, azienda della Camera di Commercio di Roma per l'innovazione. Lo scenario è la conferenza di apertura della settima edizione di Maker Faire, fiera sulla creatività e le nuove tecnologie che apre i battenti questo fine settimana lasciando presagire un'affluenza da record se i numeri dello scorso anno verranno confermati: 105mila presenze registrate nel 2018, tanto da trasformarla nel principale evento al di fuori degli Stati Uniti dove la community delle Maker Faire ha visto la luce. E proprio a Roma ha sede per esempio Translated, startup dedicata alle traduzioni fondata da Marco Trombetti, che oggi ha tra i propri clienti anche Google e Amazon. Funziona perché, spiega Trombetti, «tradurre costa meno che generare contenuto, anche se il mondo si sta allenando per produrre macchine che lo creino». Tanto che «non so bene su quale dei due aspetti lavorare, e questo dilemma si applica a diversi campi dell'industria». Il difficile per un 'maker' è infatti stare al passo con un mondo in continua e rapidissima evoluzione come quello dell'intelligenza artificiale. E permanere sul mercato con le proprie – a volte rivoluzionarie - idee. Già agli inizi del movimento culturale dei makers, nato nel 2005 su iniziativa della rivista dedicata all'hi-tech Make fondata da Dale Dougherty nella Bay Area di San Francisco, era chiaro come «la combinazione tra ingegno e tecnologie quali Arduino e stampanti 3D», come si legge sul sito della rivista, «abbia portato l'innovazione verso la manifattura, l'ingegneria, l'industria del design e l'istruzione». Un gruppo di inventori insomma, che non si ferma al proprio genio, ma che da freak (o più correttamente geek) comincia a diventare imprenditore e a lanciare start up. E infatti alla Maker Faire, organizzata dalla Camera di Commercio di Roma, «business, education e consumer si mescolano e creano una magica alchimia: si impara, ci si diverte e si fanno affari».Il senso più profondo di Maker Faire è «far incontrare le persone di tutte le nazionalità e scambiarsi idee» spiega dal palco della convention di lancio del mega evento nel distretto 'culturale' romano, di fronte al museo Maxxi, il cofondatore Massimo Banzi. A Maker Faire si possono vedere «esempi positivi di persone che poi da lì fanno nascere carriere». Un modello che punta a ispirare, perché quello a cui si ambisce «è per esempio che una bambina visiti la fiera e tornando a casa dica di voler diventare una scienziata, e magari trovare la cura per il cancro». Cambiare il mondo in meglio, insomma, ma anche monetizzare le proprie idee. Gli esempi non mancano. Uno su tutti quello di Niccolò Gallarati, 37enne fondadore di GaraGeeks insieme al socio Davide Viganò. La Repubblica degli Stagisti lo intervistò nel lontano 2015, agli albori: oggi la startup è ben posizionata sul mercato, con il primo prodotto, una ricarica per cellulare alimentata a energia solare. Anche loro sono passati per Maker Faire: «Conoscevo la manifestazione dalla stampa statunitense» racconta Gallarati: «Visitai l'edizione del 2014 e ne rimasi folgorato: finalmente la cultura dei makers celebrata anche in Italia». Così inviarono «in extremis il nostro neonato progetto, ancora allo stadio prototipale, e fummo selezionati per il nostro stand». Fu «una sfida anche a livello logistico: trasportavamo da Varese a Roma due stazioni di ricarica a energia solare alte tre metri e pesanti cento kg l'una». I frutti non si vedono sul momento, «ma il feedback avuto da centinaia di visitatori ci ha permesso di rifinire quello che allora era un prototipo, in un prodotto oggi installato in 20 città italiane». Il che «non si è tradotto in vendite, ma ci ha aiutato a ottenere articoli sulla stampa, indispensabili per far conoscere una nuova idea». E poi c'è tutto il discorso del fare network: «Ho conosciuto persone geniali come Alessandro Ranellucci (informatico oggi nel team del governo per la Trasformazione digitale, ndr) e Cory Doctorow (autore e attivista per il Creative Commons, ndr), ma anche stretto importanti amicizie. Questo è probabilmente il più grande risultato». Tante altre, alla conferenza, le storie di innovatori di successo. Tra gli speaker Sara Krugman, designer e consulente in ambito sanitario, la cui professione è nata da un problema di salute, il diabete, contro cui combatte da bambina. E ancora Brenda Mboya, esperta di robotica impegnata in un’iniziativa per consentire ai bambini africani di approcciarsi all’intelligenza artificiale. E poi Antonio Bicchi, professore di Robotica dell'università di Pisa, e Alejandro Miguel San Martìn, ingegnere della Nasa.Fino a domenica 20 ottobre la fiera di Roma ospiterà gli stand dei 600 progetti selezionati, oltre a workshop, seminari, laboratori. «Preparatevi a un pubblico eterogeneo: molti curiosi con tante domande, tra i quali però potrebbe nascondersi un imprenditore o un potenziale cliente con cui potrebbe nascere un seguito» avverte il fondatore di GaraGeeks. Il consiglio è di «tenere traccia di tutti i contatti interessanti con i quali scambiare i biglietti da visita, per poi fare il follow-up a fiera terminata». Con un occhio sempre vigile ai social, per cui «traete vantaggio delle persone che si fermeranno per strappare un like alla vostra pagina Facebook: i social rimangono un economico mezzo di comunicazione per mantenere un contatto». L'importante è in fin dei conti tenere allenata la curiosità: questo il messaggio di Luca Parmitano che dalla Stazione spaziale internazionale ha salutato la platea della conferenza. «Io imparo ogni giorno cose nuove con esperimenti scientifici per comprendere meglio il nostro ambiente e noi stessi». Non bisogna «mai smettere di fare domande, che sono più importanti delle risposte» ha ricordato, perché «il compito di noi adulti è proprio di educare i giovani alla scoperta».  Ilaria Mariotti

I giovani vogliono più stage alle superiori, e non sognano più il posto fisso: “Roba da genitori"

Il posto fisso? Un residuo del passato. A sognarlo restano i genitori: ai figli, decisamente più pragmatici, basta uno stipendio alto per rinunciare senza troppi pensieri al tempo indeterminato. Non sorprendono i risultati del sondaggio promosso da Nestlè in collaborazione con Camera di Commercio di Milano, Monza e Lodi e presentato l'altroieri in occasione della Settimana della Formazione Professionale.La rilevazione è stata effettuata da Toluna su un campione di ottocento giovani di tutta Italia agli ultimi anni delle superiori, provenienti sopratutto da licei, ma anche da istituti tecnici e istituti professionali. Intervistati anche duecento genitori e cento docenti. Il quadro emerso fotografa gli attori coinvolti nel delicato passaggio che dalle aule degli istituti superiori conduce alle aziende o agli atenei. Un bilancio senz'altro positivo dal punto di vista della qualità percepita della formazione: tutti sono concordi nel ritenerla di buon livello, seppur con percentuali leggermente differenti – a fronte di un 78% di professori, infatti, ascoltando la campana dei genitori si scende a 71% e l'entusiasmo degli studenti si ferma a 69%.Le cose cambiano se si parla della distanza scuola-lavoro. Solo il 55% degli studenti ritiene che le superiori preparino realmente alla vita d'impresa, e anche in questo caso genitori (49%) e insegnanti (54%) confermano. Eppure quasi due teenager su tre (il 62%) hanno effettuato periodi di alternanza scuola-lavoro – vecchia denominazione di quelli che oggi sono stati ribattezzati PTCO, Percorsi per le Competente Trasversali per l'Orientamento: un dato non altissimo ma in netto miglioramento rispetto a qualche anno fa, quando ad uscire dalle aule era una sparuta minoranza. Ma se si guarda alle mansioni svolte, si scopre che il 26% è stato impiegato in compiti decisamente semplici come inserire dati nei terminali, mentre il 24% ha eseguito attività di back office – le classiche fotocopie, o la messa in ordine di archivi. Insomma, portare i ragazzi in azienda non basta: bisogna sapere quali compiti affidare loro. E che gli adolescenti siano pronti. I casi reali aiutano a comprendere. «Nella nostra esperienza c'è una differenza tra  gli adolescenti che provengono dalla formazione tecnica e chi viene da studi liceali» afferma Giacomo Piantoni, direttore Risorse Umane del Gruppo Nestlè in Italia: «Quando i primi si recano negli stabilimenti produttivi lo scambio con i capireparto è facile. Sulla base del piano predisposto in precedenza, i responsabili assegnano questa o quella mansione in cui possono rendersi utili. Con chi viene dai licei, invece, abbiamo dovuto cambiare più volte schema: probabilmente incide anche il fatto che per loro il mondo del lavoro è ancora lontano» riflette il manager: «In questo caso si sono dimostrate più utili le spiegazioni sul funzionamento generale di un'azienda». La distanza tra sistema formativo e imprenditoria spiegata in parole semplici. Attraverso il programma Nestlè Needs Youth, ricorda Piantoni, sono stati assunti più di 1.600 giovani under 30 dal 2014, mentre sono più di 6mila quelli che hanno vissuto un'esperienza in azienda. Gli adulti di domani chiedono più stage curriculari (34%) e lavori occasionali in aziende e attività commerciali (32%), mentre i genitori suggeriscono uno spettro più ampio di attività che comprenda anche incontri in aula con professionisti ed esperti di risorse umane e formazione.  Nel mercato del lavoro le imprese, mostrano i dati, richiedono soprattutto flessibilità, lavoro di gruppo, problem solving: abilità trasversali che a scuola raramente si imparano, e che pochi gli insegnanti sono pronti a trasmettere. Il salto generazionale, in questi casi, si paga caro.  Dunque per far sì che alternanza scuola-lavoro e stage non diventino semplici attestati privi di valore è fondamentale anche il ruolo dei docenti – che però, a propria volta, devono essere formati per essere in grado di formare adeguatamente. Altrimenti tutto il peso dell'onere della formazione ricade sui tutor aziendali, e non tutte le aziende hanno le spalle abbastanza grosse per far fronte a questo tipo di responsabilità. «Se grandi multinazionali dotate di uffici HR possono trovarsi in difficoltà, che dire delle piccole aziende del territorio, che spesso hanno meno di dieci dipendenti?» si chiede infatti Paola Amodeo, responsabile dell'Alternanza Scuola Lavoro per la Camera di Commercio di Milano, Monza e Lodi.  Che ha provato a metterci una pezza con un programma di formazione gratuita rivolto a quattrocento docenti. I titoli dei corsi rispecchiano l'approccio innovativo: tra gli altri, "Da professore a coach" (supportato da Nestlè), "Consapevolezza e sviluppo del potenziale", "Progettare con il business model canvas","Curriculum vitae e nuove tecniche di selezione".I percorsi durano dalle tre alle dodici ore e si svolgono presso la sede di Formaper a Milano (iscrizioni online su questo form, info qui). C'è anche un supporto economico ala realizzazione di questi percorsi, attraverso incentivi alle micro, piccole e medie imprese del territorio che dal primo gennaio 2019 hanno accolto o accoglieranno studenti. Ci sono 130mila euro a disposizione: il contributo viene proporzionato al numero di studenti ospitati e va da un minimo di 500 euro per un solo studente a un massimo di  2.500 euro per cinque studenti. Le domande, se approvate dall'istruttoria, vengono accolte secondo  l'ordine cronologico di arrivo.Sono 10mila le imprese lombarde che accolgono gli studenti, con 54mila percorsi di alternanza offerti: la parte del leone la fanno proprio le province di Milano, Monza e Lodi, che da sole rappresentano con un quarto delle aziende (2.500) i tre quarti  delle opportunità di alternanza messe a disposizione dei ragazzi (per la precisione, 40mila).Una scuola superiore in grado di fornire le basi giuste per affrontare la ricerca di un impiego è essenziale per rendere fluido il passaggio nel mondo degli adulti ed evitare che i neodiplomati vadano a ingrossare le fila dei demoralizzati. Del resto, la fiducia dei ragazzi intervistati nel mondo lavorativo è italiano è scarsa – anche per questo, probabilmente, uno su cinque vede per sé un futuro all'estero: in pole position Stati Uniti e Gran Bretagna.Antonio Piemontese

La laurea in Italia non “paga” come dovrebbe: le piccole imprese (e non solo) ne capiscono poco il valore

I laureati in Italia sono merce rara, sostiene il rapporto annuale sull'Istruzione dell'Ocse, Education at a Glance. Meno di uno su cinque (il 19%) ha infatti un'educazione 'terziaria', dunque superiore al diploma, nella popolazione della fascia d'età 25-64 anni, contro una media Ocse quasi doppia (37%). Eppure, pur essendo pochi, i laureati da noi non sono contesi e coccolati dal mercato del lavoro: anzi, sono penalizzati in fatto di stipendio. Apparentemente tutto bene, perché mediamente un laureato in Italia guadagna il 39% in più rispetto a chi possiede unicamente il diploma: dunque un vantaggio ce l'ha, di fatto. Ma il confronto con il resto dei Paesi Ocse fa capire che invece la situazione italiana è ben lungi dall'essere rosea: all'estero i laureati vengono premiati con un una busta paga più pesante del 57% rispetto a chi non ha fatto l'università. Una spiegazione c'è. Le nostre aziende andrebbero spinte «a innovare, e le innovazioni partono dalle competenze dei lavoratori. E a stare sul mercato con maggiori livelli di produttività con parallelo incremento del livello salariale di chi ha contribuito alla creazione del maggior valore» è il commento di Daniele Livon, il 46enne udinese oggi alla guida di Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario, e in precedenza dirigente presso il Miur. Ma la realtà è che «in Italia scontiamo troppo la piccola dimensione delle imprese che per loro natura sono poco propense a investire nel capitale umano e in politiche di medio termine». I laureati e le loro competenze passano dunque in secondo piano perché la grande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano, appunto composto da piccole imprese, «deve affrontare quotidianamente politiche di sopravvivenza».Spacchettando i dati per fasce di età si capisce ancor meglio il problema. A fare le spese dello scarso riguardo delle aziende nei confronti dei laureati sono soprattutto – e come sempre verrebbe proprio da dire – le generazioni più giovani. «Se i 45-54enni laureati guadagnano in Italia il 44% in più rispetto a chi, nella stessa fascia d’età, si è fermato al diploma di maturità, contro una media Ocse del 70% in più» snocciola Giovanni Maria Semeraro, uno dei curatori del report, sono i 25-34enni i più colpiti «con un guadagno che è maggiore solo del 19%, contro una media Ocse del 38». Il tutto si riflette anche nelle prospettive di trovare un lavoro e di fare carriera, che non sono poi così differenti – anzi «sono simili» secondo la definizione del rapporto  – per chi ha un titolo di studio elevato rispetto a chi si è invece fermato alla maturità. «Il 68% dei 25-34enni con una qualifica tecnico-professionale ha un lavoro rispetto al 67% dei giovani adulti con un’istruzione terziaria». Uno scenario che potrebbe scoraggiare chi pensa di iscriversi all'università, una strada che non sembrerebbe riservare nessuna garanzia dal punto di vista professionale.La Crui, la Conferenza dei rettori delle Università italiani, interpellata dalla Repubblica degli Stagisti sulla questione preferisce non commentare. Ma volendo, certo, si può cercare di guardare il bicchiere mezzo pieno: «I dati confermano comunque che le retribuzioni dei laureati sono superiori rispetto a quelle dei diplomati» dice ancora Livon. E poi «dal punto di vista culturale la laurea ha un valore in sé, lo dicono le statistiche sulle aspettative e sugli stili di vita, sulla capacità di esercitare pienamente un ruolo di cittadinanza attiva, di partecipare alla vita sociale e culturale». Ai laureati andrebbe insomma il premio di consolazione.Anche sul basso tasso di propensione agli studi universitari c'è da tirarsi su pensando che, tutto sommato, «sulla classe dei 25-34enni registriamo un aumento dal 27% del 2017 al 28% del 2018». E poi va fatta una precisazione, perché «nella lettura del dato sul numero dei laureati, tutte le organizzazioni internazionali non tengono mai in debito conto il fatto che in Italia non esiste un vero sistema duale, come in molti altri Paesi europei». Se infatti «si considerassero solo i laureati della formazione di tipo accademico la proporzione dei laureati magistrali sarebbe allineata alla media europea» ragiona Livon. Insomma gli altri Paesi avrebbero più laureati perché esistono modi di arrivare alla laurea che in Italia non hanno ancora preso piede, come quello dell'alternare lo studio all'apprendistato. Ma Education at a Glance 2019 mette in luce anche un'altra contraddizione del nostro sistema universitario, ovvero lo scarto tra chance di assunzione post laurea di determinati settori e le immatricolazioni che vanno in tutt'altra direzione. «Il tasso di impiego per gli adulti laureati nel campo delle tecnologie informatiche e della comunicazione (87%) e in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia (85%) è vicino alla media Ocse» chiariscono dall'Ocse. Eppure «la quota di 25-64enni con un titolo d’istruzione terziaria in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia è bassa (15%)», il che spiegherebbe anche la quasi totale assenza di disoccupazione per questo gruppo di laureati. Di contro però «l’Italia registra la seconda quota più alta (29%) di adulti laureati nelle discipline artistiche e umanistiche, in scienze sociali, giornalismo e nel settore dell’informazione tra i Paesi dell’Ocse». Pazienza a detta di Livon, perché «la libertà di scelta va garantita agli studenti, anche se è giusto renderli informati sulle opportunità di lavoro che offrono le diverse lauree, sapendo benissimo che si tratta di un mercato in continua e forte trasformazione». Una soluzione potrebbe essere però quella di prevedere «anche in campo umanistico insegnamenti tipici dell’ambito scientifico, il che potrebbe aumentare l’attrattività del mercato di lavoro anche per queste discipline». Più nel dettaglio, andrebbero inserite «conoscenze di base di matematica, statistica e di livello più avanzato in ambito linguistico e digitale, oggi necessarie per qualsiasi disciplina».A corollario di una situazione non certo rosea per l'istruzione del nostro paese, resta poi per l'Italia il macigno peggiore, ovvero il record dei giovani che non studiano e non lavorano: siamo al terzo posto in questa classifica negativa dopo Grecia e Turchia. «Il 26% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è Neet, rispetto alla media Ocse del 14%» si legge. Con picchi del 29% per i 20-24enni e fino al 37% per le donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni. Una delle ricette per invogliare allo studio secondo Livon potrebbe essere quella di «migliorare il collegamento tra scuola e università sensibilizzando insegnanti, studenti e famiglie, in particolare negli istituti tecnici e professionali, sull’importanza dell’investimento in formazione terziaria e investire nell’orientamento e tutoraggio nei primi due anni di università, anche rendendo più semplice l’eventuale passaggio tra corsi di laurea di classi diverse».Per poi «ridurre il tempo di passaggio tra conseguimento del titolo e ingresso nel mondo del lavoro, attraverso iniziative di orientamento in uscita e, a monte, una maggiore attenzione alle competenze richieste al momento della programmazione dell’offerta formativa». Anche perché restare per troppo tempo fuori dal mondo del lavoro «può portare a conseguenze nel lungo termine» avverte l'Ocse nel report. Motivo per cui le persone che si trovano attualmente nella condizione di Neet «devono rappresentare una preoccupazione per la politica odierna» prosegue il report, lanciando un grido di allarme: «Ci saranno problemi significativi sugli individui e sulla società intera se non saranno prese misure sufficienti per risolvere la situazione».Ilaria Mariotti

Erasmus+ per la formazione professionale, speso il 99% dei fondi europei e a uno su tre viene offerto un lavoro

IIn Europa ci sono sei milioni di giovani disoccupati: eppure i posti vacanti sono oltre due milioni, per i quali si fatica a trovare un destinatario. «È su questo forte mismatch che lavora Erasmus+» dice Paola Nicastro, direttore generale dell'Inapp, l'agenzia del ministero del Lavoro dedicata all'analisi delle politiche pubbliche. E che, insieme a Indire e all'Agenzia giovani, gestisce per l'Italia il gigantesco programma europeo destinato alla mobilità transnazionale Erasmus+, finanziato dalla Ue con ben 14,7 miliardi di euro per il settennato 2014-2020. Servono «competenze giuste per il mercato del lavoro e Erasmus plus aiuta ad adeguarle in un contesto dinamico legato alle nuove tecnologie e all'invecchiamento demografico» ha spiegato Nicastro nella conferenza stampa di presentazione dei risultati del programma. Inapp, nello specifico, gestisce il troncone del programma relativo all'istruzione e formazione professionale, il cosiddetto «Vet Vocational Education and Training», ed è quindi preposta all'avvio dei progetti relativi a questo ambito. Gli esiti finora sono stati incoraggianti perché secondo i monitoraggi realizzati il 30,9% dei partecipanti ha avuto l’opportunità di un lavoro all’estero a fine esperienza: i beneficiari sono finora circa 31mila, di cui 25mila che hanno svolto tirocini presso aziende europee, e 2.500 sono invece docenti, formatori e tutor coinvolti nell’apprendimento e insegnamento all’estero. A questi si aggiungono 2100 ragazzi che hanno seguito corsi di formazione e 1200 accompagnatori.  Anche la performance del nostro Paese è risultata positiva, perché l'Italia si è attestata come quarta destinazione più popolare per l'Eramus+ Vet per gli stranieri dopo Regno Unito, Spagna e Germania.La dotazione finanziaria nostrana per il troncone della formazione professionale per il 2019 è stata pari a 54 milioni di euro, in aumento del venti per cento rispetto all’anno precedente. Fondi che, fanno sapere da Inapp, sono andati a finanziare 168 progetti (su un totale di 3.510 presentati dal 2014 a oggi). «Non tutti quelli che vengono depositati ricevono il finanziamento: andiamo in overbooking!» ammette Giancarlo Salemi, portavoce del presidente Inapp. Ma il punto è che nulla va sprecato perché la quasi totalità delle assegnazioni, il 99,94% dei fondi destinati, è stato speso.Un record per l'Italia, che invece manda spesso a vuoto i finanziamenti che arrivano dalla Ue. «E l'obiettivo è fare sempre meglio anche se l’Italia è già una dei paesi più virtuosi a livello europeo nell’utilizzo dei fondi insieme a Francia e Germania» ha ribadito Nicastro. Con l'auspicio poi che «la Commissione europea mantenga la promessa di raddoppiare gli stanziamenti per il prossimo settennato per avere risultati concreti sui partecipanti». E rendere il programma sempre più inclusivo. Da segnalare è infatti che sono cresciuti i progetti che coinvolgono soggetti con disabilità (più 27,6% rispetto al 2018) e chi ha minori opportunità economico-sociali (più 260%). Con un incremento anche di quelli per il Sud e le Isole (più 53,8%). Si tratta di esperienze che contribuiscono «allo sviluppo ed al miglioramento delle cosiddette soft skills, ossia delle capacità comunicative, relazionali, di adattamento a vivere e lavorare in ambienti multiculturali che risultano essere strategiche in un mondo sempre più globalizzato ed interconnesso» ha proseguito Nicastro. E i partecipanti rispondono con entusiamo tanto che dall'analisi condotta su 2.795 studenti e 696 docenti e formatori sugli effetti della partecipazione alla mobilità, emerge che il 77% dei giovani ritiene di aver ottenuto benefici sia personali che professionali. «I vantaggi si vedranno nell’arco dei prossimi anni: nuove generazioni di cittadini che saranno a loro agio con le lingue straniere, con culture diverse e con nuove opportunità lavorative che sono poi il vero pilastro dell’Unione Europea».Capire il programma e accedere ai fondi non è però così automatico, per cui diventa imprescindibile informarsi su come procedere. Dal 14 al 18 ottobre l’Agenzia Nazionale Erasmus+ Inapp organizzerà una serie di eventi in cui saranno raccontate testimonianze di alcuni studenti coinvolti in iniziative finanziate dal programma e saranno tenuti seminari sulla progettazione (qui il programma). E ad apertura della settimana dedicata alla formazione professionale si tiene proprio oggi 14 ottobre a Roma presso l'Inapp una conferenza dal titolo 'L'impatto del programma Erasmus+ sulla Vet: le indagini, i risultati e le buone pratiche'.Ilaria Mariotti

Congedo di paternità retribuito, ci sono aziende più avanti della legge

È di questi giorni l’annuncio del neo ministro della Famiglia Elena Bonetti della volontà di inserire nella nuova manovra dieci giorni di congedo obbligatorio per i neopapà retribuiti al 100%, rispetto agli attuali cinque.Una situazione diametralmente opposta rispetto a quella dello scorso anno, quando il congedo di paternità aveva rischiato di scomparire – c'era voluta una petizione sostenuta da migliaia di firme e un forte lavoro di pressione dentro e fuori dal Parlamento per evitarne la cancellazione. Che adesso invece si parli di aumentare da cinque a dieci il numero di giorni di congedo di paternità obbligatorio retribuito sembra quasi una festa, ma in rapporto alla situazione di gran parte dei Paesi europei si tratta in realtà solo di una piccola goccia nell’oceano: basti pensare alle due settimane di Francia e Regno Unito o alle cinque della Spagna. Con i dieci giorni si farebbe però un altro piccolo passettino in avanti.Eppure qualcosa sta cambiando già da tempo, perlomeno nelle politiche di alcune aziende che stanno partendo da un assunto che dovrebbe essere più che scontato: madre e padre sono ugualmente protagonisti e importanti nei primi mesi di vita e nel percorso di crescita del bambino, per cui sarebbe più opportuno parlare di genitorialità che di maternità. Bisogna allora attivarsi per tutelare al massimo questo momento fondamentale.Danone è stata una delle prime aziende a inserire dieci giorni di congedo per i neopapà (in aggiunta a quelli previsti per legge naturalmente!): «Otto anni fa abbiamo inventato un decalogo che racchiude dieci regole di supporto economico, culturale e organizzativo per aiutare mamme e papà al lavoro, come i dieci giorni di paternità retribuita, il raddoppio del salario durante la maternità facoltativa, un sistema avanzato di welfare per la cura e l’educazione dei figli» racconta alla Repubblica degli Stagisti la direttrice HR Sonia Malaspina, in azienda dal 2011: «Oggi il 100% dei papà usufruisce dei dieci giorni di paternità retribuita, il 100% delle mamme rientra a lavoro dopo il congedo. Il 40% per cento delle promozioni l’anno scorso ha inoltre riguardato mamme al rientro dal congedo maternità su una popolazione di cinquecento persone. Oggi i papà condividono in misura maggiore la cura e l’accudimento dei figli rispetto al passato, ma è un percorso di cambiamento culturale ancora in atto».Non a caso infatti Danone da molti anni fa parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, impegnandosi nel garantire buone condizioni ai propri tirocinanti. Da un paio d'anni, inoltre, ha aderito al programma Maam: «Misuriamo le competenze manageriali prima e dopo il congedo grazie all’app Maam – Maternity as a master – di Riccarda Zezza» conferma Malaspina «e abbiamo riscontrato che le competenze manageriali più ricercate aumentano significativamente al rientro dal congedo. Insomma maternità e paternità sono incredibili palestre per la crescita manageriale oltre al valore umano e sociale che racchiudono». Nestlé ha un approccio simile, che favorisce «la valorizzazione della maternità e della paternità come elementi centrali del benessere e della crescita umana e sociale»: esordisce così Dario Migliavacca, Leadership & Team Development Manager di Nestlé, altra azienda virtuosa dell'RdS network, sempre attenta al tema del lavoro di qualità.La multinazionale svizzera del settore alimentare, con quartier generale italiano ad Assago, alle porte di Milano, è stata una delle prime ad aver introdotto in Italia nel 2012 i quindici giorni di congedo di paternità con il 100% della retribuzione, in aggiunta ad altri tre già riconosciuti in precedenza. «Tutte queste misure di welfare sono state implementate in maniera graduale nel corso degli anni, sempre nel rispetto dei principi aziendali e del corretto bilanciamento tra vita personale e lavorativa», commenta Migliavacca.Una scelta ampiamente apprezzata in azienda come dimostrano i dati: «Il congedo di paternità a quindici giorni è utilizzato dal 46% dei dipendenti. Ed ha più successo nelle fabbriche. Il riscontro che abbiamo avuto dai nostri collaboratori è senza dubbio positivo. Il sostegno alla genitorialità si è dimostrato un asset fondamentale per Nestlé. Non è un caso che in media abbiamo 1,5 figli per dipendente, l’11% in più rispetto alla media nazionale. In Nestlé nel 2016 sono nati 42 bambini, nel 2017 siamo saliti a 93 e lo scorso anno abbiamo raggiunto quota 125. Questi numeri sono la dimostrazione dell’efficacia delle nostre politiche di supporto alla genitorialità e al benessere dei dipendenti».In Nestle è quindi il termine genitorialità a prendere sempre più piede: «In questa prospettiva, per noi di Nestlé la genitorialità diventa un fattore che non riguarda unicamente le donne. Il congedo di paternità a quindici giorni, ad esempio, rappresenta uno strumento che abbiamo adottato per non escludere il padre dalle emozioni e responsabilità che sorgono nel momento in cui nasce un figlio. Inoltre, un segnale importante viene anche dall’aumento della componente maschile che si avvale dello smartworking (+26% rispetto al 2017). Un’altra delle iniziative di cui andiamo orgogliosi è l’asilo nido aziendale a Perugia, con il 60% della retta coperto dalla Nestlé. Ad Assago invece esiste una convenzione con una struttura privata, ma anche in questo caso è previsto un contributo per i dipendenti Nestlé che lasciano i figli al nido».In L’Oréal l’attenzione ai neopapà fa parte di un progetto più ampio chiamato Share&Care, nato nel 2014 e basato su quattro pilastri fondamentali, legati alla tutela e al benessere dei dipendenti attraverso iniziative differenti, dal benessere sul lavoro alla protezione in caso di eventi  imprevisti della vita. «A partire dal 2018, in coerenza L’Oréal, abbiamo previsto i permessi retribuiti per i neopapà di 10 giorni, quando la legge ne prevedeva quattro. Il senso era quello di far condividere a padri e madri in uguale misura un momento importantissimo come quello della nascita del figlio»  dice alla Repubblica degli Stagisti Antonio Franceschini, HR Development & Compensation: «Il primo ad averne usufruito è stato il direttore finanziario di allora, a dimostrazione che si tratta di un’esigenza sentita a tutti i livelli».Il permesso retribuito va di pari passo con un altro caposaldo dell’azienda, il lavoro flessibile: «Abbiamo quattro giorni di lavoro flessibile al mese e attualmente oltre il novanta per cento ha aderito, uomini e donne a tutti i livelli dell’organizzazione. Il lavoro flessibile risulta essere amato dai giovani, che lo sentono molto vicino al loro modo di essere. Più in generale la diffusione del lavoro flessibile si inserisce in un paradigma più ampio di trasformazione del modo di concepire il lavoro, non più vincolato all’ufficio, pienamente sposato dal nostro management e che rappresenta una direzione in cui molte aziende stanno andando».L'azienda più “generosa” di tutte, in Italia, sul congedo di paternità aziendale è probabilmente Procter&Gamble, che da marzo di quest'anno ha adottato #Sharethecare, una nuova forma di congedo parentale per i neopapà: «Si tratta di un congedo della durata di otto settimane consecutive da richiedersi nei primi 18 mesi dalla nascita o dall’adozione del bambino e dopo i giorni di congedo obbligatorio previsti dalla legge» spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesca Sagramora, direttore delle risorse umane di P&G per Italia, Spagna e Portogallo: «Il congedo viene concesso ai dipendenti che diventano padri, o genitori in una coppia dello stesso sesso, in contemporanea con il congedo parentale previsto dall’INPS. Per le otto settimane previste, P&G si impegna a garantire la retribuzione al cento per cento. La policy si applica anche a quei casi – coppie dello stesso sesso, o nel caso in cui la mamma avesse già usufruito del periodo retribuito dall’INPS al 30%” – per i quali l’Inps non eroga alcuna prestazione. Il riscontro da parte dell’organizzazione è stato ottimo. In appena sei mesi fa ne hanno beneficiato, soltanto in Italia, 24 neopapà. Riteniamo che l’aumento del numero di papà che usufruiscono di un congedo parentale contribuirà a rompere gli stereotipi esistenti sul ruolo della donna e dell’uomo in ambito familiare e professionale, restituendo ad entrambi la libertà di scegliere come organizzarsi in modo più equilibrato, paritario e secondo le proprie necessità».Anche Talent Garden, spazio di coworking e network digitale, ha adottato una politica per le neomamme e i neopapà che comprende una serie di possibilità aggiuntive rispetto a quelle previste dalla legge: «Nella progettazione della parental policy si è tenuto conto della gender equality e del modo di lavorare tipico del mondo digitale dove tutto si evolve velocemente» racconta Giulia Tognù, 33 anni,  che dal febbraio 2016 si occupa del coordinamento internazionale della parte di brand, PR e produzione contenuti all’interno del team Global Marketing&Communications di Talent Garden: «A completamento di quanto previsto dalla legge, le mamme hanno la possibilità di accedere al lavoro da casa con una progressione durante l’avanzamento della gravidanza: da un giorno a settimana a partire dal quarto mese fino ad arrivare a quattro giorni al settimo mese, possibilità di cui possono usufruire anche i papà per due giorni a settimana negli ultimi due mesi. Da novembre dello scorso anno Tognù è anche mamma. La sua azienda  Dopo la nascita del bambino i neopapà potranno godere di due settimane di congedo parentale, fino all’ottavo mese le mamme e i papà potranno beneficiare del lavoro da casa fino a 3 giorni a settimana, periodo che decresce progressivamente fino a 1 giorno nei 3 anni dopo la nascita, a cui si aggiungono 2,5 giorni di permesso retribuito per assistere il bambino durante il primo giorno d’asilo. In aggiunta è previsto un bonus di 3mila euro oltre a quanto previsto dalla previdenza sociale per coprire parte dei costi del nido, della babysitter e tutto il necessario per affrontare questa avventura con energia e serenità».In attesa di capire se il governo troverà davvero i fondi per i cinque giorni aggiuntivi di congedo di paternità  – non si tratta a dire il vero di cifre inavvicinabili: ogni giorno obbligatorio di congedo di paternità costa 10 milioni di euro alle casse dello Stato, dunque la misura costerebbe all'incirca 50 milioni di euro in più all'anno, portando la spesa annuale per congedo di paternità da cinquanta a cento milioni di euro – le aziende dimostrano di essere un passo avanti, nella speranza che possano contribuire a recuperare il grande divario accumulato su questo fronte dal nostro Paese rispetto al resto d’Europa.Chiara Del Priore

“C'è sempre tempo per migliorarsi” con la formazione: Bosch punta ancora sui Neet con NeetOn

Formare venti giovani Neet come addetti alle vendite e selezionare i più talentuosi per inserirli in azienda. È lo scopo di NEETON, iniziativa per la ricerca attiva del lavoro promossa da Bosch Italia, azienda dell'RdS network, in collaborazione con lo studio legale LabLaw, ManpowerGroup, la fondazione Generation Italy e la scuola di formazione Bosch TEC, giunta alla sua seconda edizione. Il Recruting Day si terrà nella seconda metà di ottobre presso la sede ELIS di Roma. I partecipanti sosterranno un colloquio con i referenti aziendali del Gruppo Bosch, di ManpowerGroup e di Generation Italy, allo scopo di far emergere la propria motivazione a intraprendere il percorso formativo. Le candidature restano aperte fino a venerdì 11 ottobre: per fare domanda di partecipazione occorre compilare l'apposito form sui siti Bosch, Manpower e Generation. La seconda edizione del progetto, rivolto a giovani tra i 18 e i 29 anni non impegnati in un percorso formativo e professionale, disoccupati (“Neet”, appunto) e residenti in Italia, consisterà in 250 ore di formazione in aula e on the job distribuite nell'arco di tre mesi. «L'obiettivo di NEETON è offrire un percorso formativo che sviluppi know-how e competenze tecniche, ma soprattutto maggiore consapevolezza e conoscenza di sé stessi» commenta Roberto Zecchino, vice presidente Risorse Umane e Organizzazione di Robert Bosch Sud Europa: «Vogliamo generare competenza e trasmettere il messaggio che c’è sempre spazio e tempo per migliorarsi con allenamento e passione, oltre che offrire un’esperienza concreta che avvicini i giovani al mondo del lavoro». Due mondi che oggi fanno fatica a incontrarsi.«Nel nostro Paese 1,3 milioni di giovani sono alla ricerca di un posto di lavoro e al tempo stesso le aziende dichiarano di avere difficoltà nel ricoprire oltre 730mila posizioni» sottolinea Oscar Pasquali, Country Manager di Generation Italy: «Il nostro progetto ha l’ambizione di contribuire a colmare questa distanza attraverso una formazione professionalizzante di breve durata, esperienziale, che parte dalle esigenze delle aziende».L'edizione pilota di NEETON, avviata a marzo 2019 a Udine, ha coinvolto quattordici ragazzi provenienti da Italia, Albania, Georgia e Romania, che hanno avuto la possibilità di conoscere da vicino la realtà aziendale, grazie all'esperienza svolta presso Freud Spa, società del Gruppo Bosch. A sette di loro, distintisi per partecipazione, iniziativa, contributo e motivazione, è stato offerto un rapporto di lavoro subordinato con contratto disomministrazione.«Sono tra i fortunati che hanno avuto un "lieto fine"» racconta Gianluca Bucci, 29 anni e un diploma al liceo linguistico «e auguro a chiunque di fare il mio percorso. Sono venuto a conoscenza del progetto in un periodo particolare in cui ero sfiduciato e mi ha dato un'opportunità per me fondamentale». Durante i sei mesi di progetto ciascun partecipante ha svolto un'esperienza formativa in azienda, intervallata da appuntamenti mensili di formazione in aula presso la sede Bosch per trattare vari aspetti, dalla gestione dello stress e del tempo passando per la salute e il benessere. Per quanto riguarda la formazione on the job, Bucci ad esempio è stato assegnato allo studio legale LabLaw, nella divisione Comunicazione, dove si è occupato di raccontare lo studio attraverso comunicati stampa, gestione dei social media e così via. Al termine dell'esperienza gli è stata offerta l'opportunità di entrare nel mondo Bosch, prima con un secondo stage e poi, a partire dal luglio scorso, con un contratto di apprendistato professionalizzante. «Oggi sono Administration specialist presso la divisione Termotecnica e  mi occupo di amministrazione, dai contratti a marchio Bosch ai cambi di ragione sociale, fornendo assistenza ai vari centri dislocati per l'Italia» racconta Bucci: «L'azienda mi ha dato fiducia, formandomi dalla A alla Z, e qui ho trovato un ambiente accogliente e collaborativo, con tante età e generazioni diverse, capaci ognuna di darti qualcosa». Insomma, NEETON è stato un trampolino di lancio verso il mondo del lavoro, ma non solo. «Oltre che una chance di occupazione» conclude l'ex Neet «il progetto mi ha dato la possibilità di accrescere la mia autostima, la mia capacità di lavorare in team e le mie doti di leadership, anche grazie al percorso con la psicologa del lavoro, che mi ha permesso di raccontarmi come mai avevo fatto, cogliendo sfaccettature che nemmeno sapevo di possedere». L’Italia è al primo posto in Europa per numero di Neet, ragazzi tra i 20 e i 34 anni che non sono impegnati né in un percorso formativo né professionale, con una percentuale pari a 28,9 per cento (Fonte: Eurostat). Per questo Bosch, da sempre vicina ai temi della formazione e dell’orientamento al futuro professionale dei giovani, ha scelto di dedicare a questi ragazzi un progetto ad hoc, come già fatto in precedenza con NEETandiamoavincere.NEETON rappresenta un'occasione per dare fiducia a una categoria debole della nostra società, che si è arresa alla mancanza di lavoro o ad altre difficoltà, per restituirle dignità e speranza nel futuro. Rossella Nocca

Maeci-Crui, ecco il nuovo bando da 401 posti: ma tante posizioni restano inutilizzate

Fino al 14 ottobre è possibile candidarsi per la nuova tornata dei tirocini Maeci-Crui. Si tratta del quarto bando del 2019 e a bando ci sono 401 stage curricolari da svolgersi presso rappresentanze diplomatiche, uffici consolari o istituti italiani di cultura.Il numero dei posti è di poco superiore ai 395 dell’ultimo bando di maggio. In quella tornata erano arrivate 684 candidature, di cui solo 388 poi esaminate dalla commissione, e alla fine i tirocini attivati erano stati solamente 337, con un 15% di opportunità rimaste purtroppo non utilizzate. A che cosa si deve il grande divario tra candidature idonee e non idonee? Probabilmente, la risposta sta nei requisiti stringenti che caratterizzano il programma Maeci-Crui. Si tratta, infatti, di tirocini curricolari, rivolti soltanto agli studenti degli atenei universitari che hanno aderito all’iniziativa: 53 in questa tornata – l’elenco completo si trova in fondo all’articolo – contro i 50 di maggio.Un altro requisito determinante è quello delle facoltà. Alle selezioni per i tirocini presso le ambasciate e le rappresentanze consolari possono, infatti, partecipare soltanto studenti di laurea magistrale o a ciclo unico di facoltà che danno accesso alla carriera diplomatica (adesempio Giurisprudenza, Economia, Scienze Politiche e affini). La rosa è più ampia per gli istituti di cultura dove, oltre alle facoltà già citate, si possono candidare anche studenti di facoltà umanistiche come Lingue, Lettere ed affini. L’elenco completo è consultabile nel bando. Da notare come lo stesso bando richieda di avere acquisito almeno 60 cfu nel caso delle lauree specialistiche o magistrali e almeno 230 cfu nel caso delle lauree magistrali a ciclo unico.Altri requisiti sono la cittadinanza italiana, non essere stati condannati per delitti non colposi, un inglese a livello B2 certificato, una media voti non inferiore a 27/30 e un’età non superiore ai 28 anni. Non possono candidarsi gli ex tirocinanti Maeci-Crui o i vincitori che, in passato, abbiano rinunciato al posto. Sono invece ammesse le candidature di quanti, a suo tempo, erano stati selezionati per un subentro e avevano rinunciato al posto. Una condanna, la perdita della cittadinanza italiana o dello status di studente durante il tirocinio ne comporterà la conclusione immediata.I tirocini dureranno di base tre mesi, prorogabili di un ulteriore mese, d’intesa tra la sede ospitante, il tirocinante e l’università di provenienza. Il periodo in cui si svolgeranno andrà dal 13 gennaio al 10 aprile 2020. Eventuali scostamenti della data stabilita per l’inizio del tirocinio non possono superare i sette giorni, e l’impegno richiesto è a tempo pieno. In accordo con il tutor di riferimento, ci si potrà assentare per un massimo di sei giorni lavorativi a trimestre. È previsto il riconoscimento di almeno un cfu per ciascun mese di attività effettiva.A livello economico è previsto che lo stagista riceva un rimborso spese mensile di 300 euro, a carico dell’università. Alcune sedi inoltre metteranno a disposizione l’alloggio gratuito (con spese di utilizzo ordinario a carico dello stagista). Queste sedi sono segnalate nel bando, ma non c'è da farsi troppo la bocca buona: si tratta di sole 19 sedi, di cui 8 in Europa e 11 nel resto del mondo.Per candidarti, occorre, prima di tutto, registrarsi su un applicativo online. Nell’applicativo in questione, i candidati devono, quindi, inserire i propri dati anagrafici, compilare la voce relativa al proprio cv (formazione di base, conoscenza delle lingue, conoscenze informatiche, tirocini, esperienze lavorative, altro) e quella sul curriculum universitario (ateneo e corso di studi a cui si è attualmente iscritti, media voti aritmetica, cfu acquisiti, esami e voti). Inserite queste informazioni si passa alla candidatura vera e propria, per la quale serve un’autocertificazione della veridicità delle informazioni fornite e del rispetto dei requisiti del bando – con relativo modulo che si trova nella sezione “Candidatura” dell’applicativo – e una lettera motivazionale di massimo 3mila caratteri, spazi inclusi. Devono essere obbligatoriamente indicate due preferenze circa le sedi di destinazione. Le varie sedi sono divise due macro-gruppi: il Gr1 – formato dai paesi UE, Norvegia, Principato di Monaco, Santa Sede, Svizzera e Usa – e il Gr2, relativo al resto del mondo. Ciascun candidato deve scegliere due stati diversi, uno nel Gr1 e uno nel Gr2, pena l’esclusione dalle selezioni. L’indicazione delle sedi all’interno della candidatura non è da intendersi in ordine di preferenza. Questo significa che il candidato vincitore in una delle due sedi prescelte non concorre alla selezione per l’altra sede indicata.I posti offerti in questo bando sono 186 in Europa, 56 in Asia, 49 in America Del Nord, 37 in Centro e Sud America, 36 in Africa, 23 in Medio Oriente, 10 in Oceania e 4 in Italia. Per quanto riguarda le tipologie di soggetto ospitante, 189 saranno in ambasciata, 105 nei consolati, 65 negli istituti di cultura, 41 nelle rappresentanze e 1 in delegazione.Per avere un’idea sul gradimento degli studenti, nell’ultimo bando le mete più ambite sono state, nel Gr1, la rappresentanza Ue di Bruxelles (62 candidature), l’ambasciata di Madrid (50) e le rappresentenza Onu di New York (37) e Roma (36). Nel Gr2, invece, è l’istituto di culturale di Toronto a vincere con ben 54 candidature. Segue, staccato, l’istituto di Tokyo (24) e l’ambasciata della stessa Toronto a 22.Tutte le candidature vengono preselezionate dall’università di appartenenza del candidato, le quali verificano i requisiti indicati nel bando e nella convenzione Maeci-Crui. Al termine della preselezione, le candidature ritenute idonee dagli atenei vengono esaminate da una commissione congiunta Maeci-Miur-Fondazione Crui. Al termine della selezione, la Fondazione Crui comunica quindi i nominativi dei candidati ammessi alle varie università, le quali informano i vincitori, che, a loro volta, devono accettare o rifiutare l’offerta entro tre giorni lavorativi. Per candidarsi c’è tempo fino alle 17 del 14 ottobre.Giulio MongaUniversità aderenti- Bari - Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"- Bari Politecnico - Politecnico di Bari- Bergamo - Università degli Studi di Bergamo- Bologna - Alma Mater Studiorum Università di Bologna- Brescia - Università degli Studi di Brescia- Cagliari - Università degli Studi di Cagliari- Camerino - Università degli studi di Camerino- Campania Vanvitelli - Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"- Catania - Università degli Studi di Catania- Chieti Pescara - Università degli Studi "G. D'Annunzio" Chieti Pescara- Firenze - Università degli Studi di Firenze- Genova - Università degli Studi di Genova- Insubria - Università dell'Insubria- Macerata - Università degli Studi di Macerata- Messina - Università degli Studi di Messina- Milano - Università degli Studi di Milano- Milano Bicocca - Università degli Studi di Milano-Bicocca- Milano Bocconi - Università Commerciale "Luigi Bocconi"- Milano Cattolica - Università Cattolica del Sacro Cuore- Milano IULM - Libera Università di Lingue e Comunicazione – IULM- Napoli – Università degli Studi di Napoli “Federico II”- Napoli L'Orientale - Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"- Napoli Parthenope - Università degli Studi di Napoli "Parthenope"- Napoli Suor O. Benincasa - Univesità degli Studi "Suor Orsola Benincasa"- Padova - Università degli Studi di Padova- Palermo - Università degli Studi di Palermo- Parma - Università degli Studi di Parma- Pavia - Università degli Studi di Pavia- Perugia - Università degli Studi di Perugia- Perugia Univ. Stranieri - Università per Stranieri di Perugia- Piemonte Orientale - Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro"- Pisa - Università di Pisa- Pisa Scuola Normale - Scuola Normale Superiore- Pisa Scuola S. Anna - Scuola Superiore "S.Anna" di Studi Universitari e di Perfezionamento- Roma La Sapienza - Università degli Studi di Roma "La Sapienza"- Roma Link Campus - Link Campus University- Roma LUISS G. Carli - Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli" - LUISS- Roma LUMSA - Libera Università "Maria SS. 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Da oggi disponibile la nuova Guida Best Stage, strumento indispensabile per i giovani

Da oggi è disponibile, e scaricabile gratuitamente da questo sito, la sesta edizione della Guida Best Stage, la pubblicazione annuale che la Repubblica degli Stagisti dedica ai suoi lettori: un vademecum snello e di facile lettura (almeno, questo è il nostro intento!) che mira a fornire tutte le informazioni più importanti per chiunque sia a qualsiasi titolo interessato al tema stage. Best Stage 2019 vede la luce nell’anno del nostro decennale: proprio così, il debutto del portale Repubblicadeglistagisti.it risale esattamente a dieci anni fa! Molto lavoro è stato fatto, tanti risultati sono stati portati a casa, primo tra tutti l’indennità divenuta ormai da qualche anno obbligatoria per tutti i tirocini extracurricolari... ma ancora moltissimo resta da fare, sempre al fianco dei giovani.La Guida racconta della collaborazione della RdS con la Cisl Lombardia da cui è scaturita una serie dal titolo “StaGeneration”, composta di videopillole – disponibili su Facebook e su YouTube – che focalizzano ciascuna uno specifico tema riguardante gli stage. Dalla pillola che risponde alla domanda “Gli stagisti hanno diritto al rimborso spese?” a quella dedicata alle differenze tra stage curricolari e stage extracurricolari, dalla pillola “Cosa NON è uno stage” che smonta molte delle leggende metropolitane che circolano sul tema a quella che descrive “Come si attiva uno stage”, passando per la pillola su “Chi tutela lo stagista” e quella sui “Pro e contro dello stage all’estero”, le puntate della prima stagione coprono un arco davvero molto vario. Un altro progetto molto importante che la Repubblica degli Stagisti ha portato avanti in questi ultimi mesi, su input dell'assessorato al lavoro del Comune di Milano, è la “mappatura” dell’utilizzo dello strumento dello stage sul territorio milanese: in Best Stage 2019 troverete un “riassunto” dei principali risultati di questa indagine.La Guida anche quest’anno poi contiene naturalmente una sezione dedicata alle aziende che fanno parte dell’RdS network, il progetto che la Repubblica degli Stagisti ha creato per stimolare il mondo delle imprese a garantire buone occasioni di stage e di lavoro ai giovani e a rendere trasparenti le proprie policy HR, valorizzando quelle che si impegnano in questo senso. Perché, come diciamo sempre: no, le aziende non sono tutte uguali! Come di consueto ogni azienda virtuosa dell’RdS network ha una sua pagina attraverso cui si racconta ai lettori con una breve descrizione di sé, una sintesi della policy che riserva ai propri stagisti (con tutti i dettagli sul trattamento economico!), una panoramica di quanti stagisti ha accolto l’anno scorso e quanti ne ha poi assunti. In alcune delle pagine troverete anche dei “badge”: il “Bollino Ok Stage”, che va a tutte le aziende del network che hanno avuto buone performance di assunzione post stage nel 2018; gli “AwaRdS” che sono i premi che ogni anno la Repubblica degli Stagisti assegna alle aziende che si sono particolarmente distinte per l’eccellenza di un dettaglio della policy verso i giovani; e in ne il marchio “Future@Work” creato dalla partnership tra la Repubblica degli Stagisti e MAAM, due realtà che ciascuna a suo modo propongono un nuovo modo di considerare l’investimento in Risorse umane, valorizzando - anziché penalizzando - le due categorie più svantaggiate del mercato del lavoro: rispettivamente i giovani per RdS e le mamme per MAAM.   Anche in questa edizione di Best Stage vi è una sezione dedicata alle leggi che regolano l’universo stage, in particolare alle normative che ciascuna Regione italiana ha dedicato ai tirocini extracurricolari. La sezione è stata naturalmente aggiornata in modo da comprendere tutti i provvedimenti normativi entrati in vigore negli ultimi mesi: basterà dunque andare a cercare la Regione in cui si sta per svolgere il proprio stage per avere un quadro chiaro e sintetico di quale sarà il rimborso spese minimo a cui si avrà diritto, la durata massima del tirocinio, e i riferimenti precisi alla normativa di quella Regione. Attenzione, però, perché non proprio sempre fa fede la normativa della Regione in cui si svolge lo stage: a volte infatti le realtà “multilocalizzate” possono decidere di fare riferimento, per tutte le proprie sedi, alla normativa della Regione in cui è ubicata la sede legale. Si tratta di una circostanza abbastanza rara, ma può accadere. A chiudere la guida è come di consueto la sezione dedicata alle FAQ, le “frequently asked questions”, completamente revisionate e aggiornate, e arricchite con quattro nuovi quesiti: in particolare le novità di quest’anno sono le risposte alle domande “Uno stage può prevedere un periodo di prova?”, “Esistono gli stage in nero?”, “Uno stagista puo’ essere lasciato solo?” e in ne “È vietato dare soldi a uno stagista curricolare?” (spoiler: no. Solo, a di erenza di quanto accade per gli extracurricolari, non è obbligatorio). A questo punto non ci resta che augurarvi buona lettura, e invitarvi a venire a consultare il nostro sito ogni volta che avrete un dubbio, una richiesta di aiuto, o anche solo voglia di condividere la vostra esperienza con la redazione della Repubblica degli Stagisti.Che dire ancora? Buona lettura!