Categoria: Interviste

Anna Ascani, a trentadue anni neo viceministra dell'istruzione: “Ecco le mie priorità”

Anna Ascani è una delle parlamentari più giovani mai elette in Italia – giusto la settimana scorsa ha compiuto trentadue anni, ed è già al suo secondo mandato da deputata. Da sempre è attenta ai temi dell'occupazione giovanile e degli stagisti, tanto che alla scorsa tornata elettorale ha anche sottoscritto il “Patto per lo stage” proposto dalla Repubblica degli Stagisti ai candidati al Parlamento e ai consigli regionali. Umbra, laureata in Filosofia, nella passata legislatura ha fatto parte della Commissione Cultura, scienza e istruzione, accumulando competenze che l'hanno portata poche settimane fa a diventare viceministra dell'Istruzione, università e ricerca scientifica nel nuovo governo “Conte 2”, nato dalla collaborazione tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle – il ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti, è infatti un esponente del M5S.Ecco cosa pensa Anna Ascani di orientamento, alternanza scuola lavoro, tirocini e diritto allo studio, e cosa ha intenzione di fare nel suo nuovo ruolo.(Nell'intervista, raccolta mentre Ascani è su un treno, ci diamo del tu. È quello che facciamo nella vita, conoscendoci ormai da molti anni ed essendoci trovate molto spesso a lavorare e dibattere insieme).Come vi “spartirete” i compiti col ministro?Dal lato più formale ci sono le deleghe – cioè i temi che verranno ufficialmente assegnati a ciascuno di noi – che però ad oggi non sono ancora state stabilite. La cosa più importante è che, pur avendo sensibilità e orientamenti diversi, noi faremo squadra. Più che spartirci i compiti insomma c'è la volontà di fare sintesi, e l'accordo raggiunto nei giorni scorsi con i sindacati è la testimonianza esatta di quello che sto dicendo: siamo riusciti ad avere l'accordo delle forze politiche e sindacati su un percorso che dia uno sbocco ai precari della scuola e faccia ordine sul tema di come si diventa insegnanti.I tuoi tre obiettivi prioritari da viceministra.Il primo: sostenibilità e scuola a impatto zero – a livello energetico, ambientale, da tutti i punti di vista. Siamo tenuti a dare una risposta ai tanti ragazzi che stanno scioperando per dirci che questa è una cosa importante. La seconda priorità: la fascia zero-sei anni. In legge di bilancio c'è la gratuità degli asili nido: dobbiamo garantire l'accesso, anche perché i dati ci dicono che chi ha avuto l'opportunità di frequentare il nido poi raggiunge risultati migliori nel proseguo della vita. Terza priorità: la lotta alla dispersione scolastica e all'abbandono universitario. Come diceva don Milani, “il principale problema della scuola sono i ragazzi che perde”. E bisogna costruire un ponte vero tra scuola e università.Parliamo di alternanza scuola-lavoro, che adesso ha cambiato nome in PCTO, “percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento”... Ti convince la nuova denominazione?A me francamente non appassionano i nomi, mi interessa la funzione dell'alternanza scuola lavoro: dare la possibilità ai ragazzi di fare un'esperienza di formazione è importante. È chiaro che i ragazzi non debbano essere mandati al McDonald's, ma non è che perché ad alcuni ragazzi sono capitate esperienze sbagliate che dobbiamo rinunciare in toto allo strumento. Vorrei che mettessimo da parte l'ideologia e al centro la pratica. Si può fare alternanza nelle associazioni non profit, nelle biblioteche pubbliche... per i ragazzi è un bene! Il mondo del lavoro richiede competenze: quanto prima si acquisiscono, meglio è.Nella legge di bilancio approvata a fine 2018 dal governo “Conte 1” i fondi destinati a questa attività sono stati più che dimezzati, scendendo da 125 milioni a 50 per l'intero pacchetto. Stessa sorte per il monte ore complessivo – passato da 400 a 210 per gli istituti professionali, da 400 a 150 per i tecnici e da 200 a 90 per i licei. Si tornerà a puntare sull'alternanza? I fondi saranno aumentati nella legge di bilancio prossima ventura?Per ora non è oggetto dei primi passi di questo governo. Io però posso dire che spingerò perché si torni a dare un finanziamento adeguato e un numero maggiore di ore all'alternanza scuola lavoro. Magari non quelle che erano previste prima del taglio, che forse erano oggettivamente troppe; ma comunque più di adesso.Orientamento: il rapporto AlmaDiploma 2018 dice che alla vigilia della conclusione degli studi il 45% dei diplomati del 2016 dichiara che, potendo tornare indietro, non sceglierebbe lo stesso corso nella stessa scuola;  un ulteriore 25% dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo. Similmente, il rapporto AlmaLaurea 2018 sul Profilo dei laureati rivela che un laureato su tre non sceglierebbe lo stesso ateneo e lo stesso corso. Cosa si può fare per diminuire questa fetta insoddisfatti a causa di scelte sbagliate?Bisogna potenziare l'orientamento: lavorare sul fatto che scuole e università si parlino di più. Con l'alternanza scuola lavoro abbiamo introdotto uno strumento che tocca l'ultimo triennio, ma non basta. Ancora capita spesso che dopo la maturità i ragazzi scelgano di fretta, a settembre, disorientati. Le risorse per fare più orientamento ci sono, perché i nostri governi le hanno stanziate: bisogna però strutturare questi percorsi, far conoscere ai giovani gli sbocchi lavorativi.E il passaggio precedente, quello tra medie e superiori?Qui c'è il grande tema della riforma dei cicli, bisogna capire se  come sono strutturati ora funzionano. Ma non possiamo pensare di fare eventualmente una riforma così importante facendola calare dagli uffici del ministero; dobbiamo confrontarci col mondo del scuola, con insegnanti e pedagoghi. Il portale di orientamento del Miur “Io scelgo io studio” ha un profilo Twitter che risulta aperto nel 2013 ma mai usato, con una trentina di tweet e 350 follower in tutto; idem il profilo Youtube, con soli 250 abbonati al canale e meno di dieci video; e la sezione “Chiedi all’esperto” non funziona. Non è una vetrina irresistibile... Lo potenzierete? Credo che il Miur debba fare un salto in avanti notevole nella gestione delle tecnologie. Abbiamo fatto un piano nazionale Scuola Digitale per le scuole che tutto sommato le ha portate abbastanza avanti, però la digitalizzazione del ministero stesso ancora fatica: dobbiamo avere delle interfaccia più potabili per ragazzi e famiglie, per tutti coloro che hanno voglia di interagire col mondo della scuola. Quindi sicuramente è un lavoro che va fatto. Però non so se lo farò personalmente, perché ancora le deleghe non sono state assegnate.La Repubblica degli Stagisti, su commissione dell'assessorato al lavoro del Comune di Milano, ha quest'anno realizzato una “mappatura” dei tirocini svolti sul territorio milanese da cui è scaturito anche un focus sui curriculari, per i quali non esiste nessuna rilevazione sistematica ufficiale e che quindi rimangono sempre nell’ombra. La mappatura ha permesso di censire oltre 22mila tirocini di questo tipo avviati nel 2017. Poiché i curricolari si  svolgono durante periodo di studi, spesso potrebbe essere utile avere una formula “part-time” che consentisse al giovane di non dover interrompere completamente l'attività di studio. Purtroppo la modalità part-time non è ancora così diffusa: dalla mappatura risulta che abbia riguardato solo il 15% circa dei curricolari. Non potrebbe aver senso potenziare l'opzione dei tirocini part-time per studenti universitari? Francamente non era una cosa a cui avevo mai pensato: potrebbe essere una buona idea. Di certo il tirocinio curricolare è uno strumento importantissimo nel percorso universitario, ma ha bisogno di essere messo un po' meglio a regime. Tutti noi che abbiamo fatto l'università negli anni in cui si cominciava a ragionare di tirocini obbligatori per laurearsi sappiamo che quel percorso ha dei difetti, e spesso non è un vero orientamento: rischia di essere invece un momento nel quale ci si stacca dallo studio senza vedere poi effetti concreti nei rapporti col mondo del lavoro. Probabilmente poter avere un part-time che ti consenta comunque di mantenere attiva la tua esperienza di studio ma nel contempo di mettere il naso fuori dal mondo dello studio potrebbe essere positivo.Tema sostenibilità economica. Gli stagisti curricolari ricevono una indennità mensile? Non si sa: spesso i soggetti promotori, cioè le università, non monitorano questo aspetto, e sappiamo che purtroppo i tirocini curricolari sono ancora il più delle volte gratuiti: nel 90% dei casi, per esempio, per quanto riguarda l’università Statale.  C'è una proposta di legge a firma Massimo Ungaro sui tirocini curricolari, che tra le altre cose propone anche una indennità minima per tutti gli stage con durata superiore a un mese: c'è la possibilità che la riprendiate in considerazione?Certo: con Massimo in realtà avevamo lavorato insieme, quando era ancora nel PD, sul tema tirocini. C'è però un problema di sostenibilità, e dobbiamo trovare il modo di renderli poi appetibili lo stesso per le realtà che ospitano i tirocini: cioè dobbiamo evitare il rischio che poi i tirocini non si facciano più. Sicuramente non si può pensare di lavorare gratis, è una follia, abbiamo parlato tante volte con voi della Repubblica degli Stagisti di questo tema dello tirocinio che si configura troppo spesso come lavoro gratuito. Certamente c'è un periodo di semplice formazione, che però appunto è un mese e non più di un mese, e poi bisogna che ci sia un compenso minimo. Dobbiamo aprire un tavolo con le università, con le aziende, con le realtà che ospitano questi tirocini, per trovare una sintesi percorribile – magari anche ripartendo dai testi di legge che ci sono, perché no.A onor di cronaca, quando noi facevamo la prima battaglia contro la gratuità, chi ci contrastava diceva proprio che i tirocini sarebbero diminuiti perché c'era il rischio che le aziende non volessero più tirocinanti se si fosse introdotta una indennità minima obbligatoria. E invece il numero di tirocini extracurricolari......è cresciuto, certo. Ma anche perché si è dato un sostegno a questo tipo di formula. Quindi dobbiamo trovare un modo per far sì che funzioni anche coi curricolari. Io non è che dico che non funzionerà: dico che bisogna sostenere il fatto che funzioni. Sono sempre stata contraria alla gratuità e dall'inizio di queste battaglie, quindi figuriamoci se cambio idea adesso!Sei stata una sostenitrice della legge 107, la cosiddetta riforma della “Buona Scuola”, e per questo c'è chi nell'ambito della scuola prevede “frizioni e attriti quando si parlerà di questioni sensibili come per esempio la chiamata diretta o il bonus premiale”. Di che frizioni potrebbe trattarsi?Mi pare che la crociata contro la 107 abbia fatto il suo tempo – casomai il difetto di quella legge è che tante cose che erano previste, soprattutto nelle deleghe, non sono state attuate! – e che adesso sia ora di aprire un'altra fase. Gli strumenti che noi avevamo messo a disposizione sono validi: se qualcuno ha idee diverse sul come utilizzare il bonus docenti, o su altro, ce le faccia vedere e ne parleremo. Non ho mai avuto un approccio ideologico, neanche nei confronti delle cose che ho proposto e che ho difeso: e rifiuto l'approccio ideologico da parte degli altri.Diritto allo studio. Ci sono 103 milioni di euro nel bilancio del ministero, per l'anno scolastico in corso, per la “fornitura dei libri di testo in favore degli alunni meno abbienti delle scuole dell’obbligo e secondarie  superiori”. Non so se per le superiori basti... basta?Tutto sommato sì, queste risorse bastano a coprire soprattutto le fasce più deboli: poi si può anche ragionare di ampliare alla cosiddetta fascia media che oramai – ci dicono i sociologi – non esiste più, e quindi ha bisogno di un sostegno a sua volta. Però più che di risorse in questo caso specifico il tema è di funzionamento: il grande problema del diritto allo studio per quel che riguarda i libri è infatti che i rimborsi arrivano a consuntivo, per cui uno si trova a iniziare la scuola secondaria di primo grado – le scuole medie, per intenderci – e a sostenere il costo dei libri, dopo non averlo sostenuto nella scuola primaria; e questo comporta per le famiglie una spesa enorme. Dobbiamo trovare il modo di non dare i soldi a consuntivo, ma all'inizio. L'altro problema è il costo dei libri, io l'ho detto anche alla Fiera Didacta partecipando a un seminario sul costo dei libri e il supporto digitale: dobbiamo ragionarne con gli editori, perché nonostante tutto ancora i libri costano ancora troppo.Decliniamo invece il diritto allo studio rispetto all'università. Nella scorsa legislatura sei stata firmataria di una proposta di legge, a prima firma Marco Meloni ed altri, volta ad “assicurare la piena attuazione delle disposizioni sul diritto allo studio universitario”.  Una proposta di legge che risulta “assegnato in data 26 febbraio 2015” ma che poi non è stata mai discussa. Cosa invece si può fare oggi per il diritto allo studio degli studenti universitari?Il primo grande problema è che si tratta di una materia concorrente, e che in particolare è affidata alle Regioni l'erogazione delle borse. Questo fa sì che ci siano tante Regioni in Italia nelle quali non si riesce a dare la borsa agli idonei, quindi abbiamo circa 7.500 ragazzi che risultano idonei non beneficiari. È anche vero che molte Regioni provvedono mettendoci del proprio: io vengo da una Regione virtuosa, in Umbria abbiamo sempre assicurato il cento per cento delle borse di studio e credo sia un bel vanto, ma non va sempre così nel resto d'Italia. Quindi sicuramente serve un intervento economico sul Fis [il fondo integrativo statale, ndr],  un incremento che serva a coprire gli idonei non beneficiari. Dopodiché, anche qui bisogna mettersi seduti con le Regioni a capire perché ci sono così tante differenze in Italia sulla modalità con cui si gestisce questa partita. Tra parentesi, noi avevamo fatto una riforma costituzionale che tra le tante cose rendeva il diritto allo studio una materia di competenza statale. Era un mio emendamento, tra l'altro, ma purtroppo come sappiamo quella riforma non è mai passata – e quindi il diritto allo studio è tuttora di competenza concorrente.Un'altra proposta di legge che hai firmato negli anni scorsi è quella di Lia Quartapelle sul finanziamento di “programmi di tirocinio curriculare ed extracurriculare per studenti universitari e laureati presso l'amministrazione centrale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e presso gli uffici della rete diplomatico-consolare all'estero”: i cosiddetti Maeci-Crui. Che per ora però sono finanziati solo con una cifra molto piccola – gli studenti ricevono 300 euro al mese dalle loro università e i tirocini durano 3 mesi, dunque si può stimare che l'investimento del ministero in questa iniziativa sia di poco superiore a 1 milione di euro all'anno. Prevedete di aumentare le indennità che i partecipanti ricevono, e/o aumentare il numero di persone – al momento circa mille all'anno – che potranno sfruttare questa occasione?Credo che anzitutto bisogna lavorare sul numero: è una platea ancora troppo ristretta. Nei limiti e nelle costrizioni della legge di Bilancio – che come sappiamo è molto complicata – penso che questa sia una delle questioni su cui lavorare, e poi bisogna lavorare anche sull'importo che i ragazzi ricevono.Potreste anche riaprirlo per i neolaureati? Quando era gratuito era così, mentre ora vi possono accedere solo gli studenti universitari.Ne parleremo anche con Lia Quartapelle.Ultima domanda. Nel 2014 con Ivan Scalfarotto e altri avevi perorato la “distribuzione di profilattici e di materiale informativo nelle università e nelle scuole secondarie superiori, per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili”. Tornerai a occuparti di questo tema?Diciamo che non è direttamente competenza mia, ma sicuramente serve una educazione sulla sessualità...[la linea è disturbata, cade]Ecco, c'è una censura in atto... Riproviamoci.Sì! [ride] Serve una educazione sulla sessualità fatta in modo da generare più consapevolezza nei ragazzi, che oggi sono esposti a messaggi da ogni genere da questo punto di vista...[La linea cade di nuovo. Anna Ascani manda un sms per concludere la sua risposta, l'ultima di questa intervista] È chiaro che c’è una parte di provocazione nella questione profilattici. Quello che invece resta e che ci riguarda come Miur è l’educazione alla sessualità dei ragazzi, perché c’è un tema di consapevolezza che non si può ignorare.PS: chissà se alla viceministra potrebbe piacere il progetto “Making (of) Love” (qui il crowdfunding attualmente in corso, sono stati già raccolti oltre 35mila euro!), un film sul tema della sessualità degli adolescenti “scritto e diretto da otto ragazzi italiani”, esplicito e senza tabù, che  ha l'ambizione di essere poi distribuito nelle scuole. Forse è un po' presto per chiederglielo.

Da top manager ad Ashoka Fellow “Made in Carcere”, per dare un’altra chance ai detenuti

Inizia oggi il ritiro annuale degli Ashoka fellow italiani. Quest'anno si svolge a Lecce e la padrona di casa è Luciana Delle Donne, una bomba di energia ed entusiasmo, come si evince anche dall’agenda: per accogliere in terra pugliese i suoi colleghi Fellow è pronto un ricco ventaglio di impegni tra tour della città, incontri con gli imprenditori locali e  visita in carcere. Immancabile, quest'ultima, dato che dare una seconda chance a chi è in prigione è proprio la mission di Delle Donne, manager di estrazione bancaria con grande esperienza nell’innovazione tecnologica, che una dozzina d'anni fa ha scelto di lasciare il mondo della finanza ed entrare nelle carceri per aiutare le detenute in un percorso di cambiamento. Nel 2007, a quarantacinque anni, Delle Donne decide dunque di dare una svolta alla propria vita e crea Officina Creativa – una cooperativa sociale senza scopo di lucro tramite cui dà vita al marchio Made in Carcere, per il quale ha ottenuto il riconoscimento di Ashoka Fellow. Made in Carcere dà la possibilità alle detenute delle carceri di Lecce e Trani di intraprendere un percorso di formazione in campo tessile, da mettere a frutto nella produzione di oggettistica ricavata da materiali di scarto. Con la vendita di questi accessori le detenute si costruiscono un bagaglio di competenze professionali e un piccolo stipendio – ma, soprattutto, ricostruiscono la propria vita. A quest’iniziativa si affianca da qualche anno anche un progetto sull’educazione al cibo condotto in alcune carceri minorili, per dare anche ai più giovani l’opportunità di uscire da una situazione di disagio e rimettersi alla guida della propria vita. Come è scattata la scintilla che l’ha portata a lasciare un mondo fatto di sicurezze e a buttarsi nell'idea di Made in Carcere?Ho lasciato il mondo della finanza perché avevo voglia di esplorare nuovi mondi, di fare una nuova esperienza. Mi sentivo in quella che si definisce una “gabbia di vetro”. Non potevo lamentarmi, perché ero nella stanza dei bottoni, ma sentivo di voler esplorare nuovi territori, per mettere a disposizione le competenze che avevo acquisito negli anni e restituire, in qualche modo, la fortuna che avevo avuto.Quali sono stati i primi passi?Diciamo che il passaggio non è stato subito facile. Tanto per cominciare, ho iniziato con un fallimento. Avevo infatti brevettato un collo di camicia su cui avevo iniziato a lavorare con quindici detenute – che sono poiuscite tutte con l’indulto! Così mi sono ritrovata a dover ricominciare da capo. Il non avercela fatta è stata però un’illuminazione: mi ha fatto capire meglio dove stavo operando, cosa era possibile fare e cose invece no. In carcere infatti c’è un continuo turn over delle presenze e non si può pensare a una formazione che richieda troppo tempo. Serviva qualcosa che si imparasse velocemente. Così mi sono diretta sull’oggettistica etica, ricavata a partire da materiali e tessuti di scarto, per i quali è sufficiente una formazione di tre mesi. Produciamo borse, braccialetti, shopper bags e tanti altri accessori.Con questo progetto abbiamo sdoganato la parola “carcere” in Italia, abbiamo riportato al centro una realtà di cui, dieci anni fa, nessuno si occupava e sapeva nulla. Se prima si voleva solo lasciar tutto com’era e “buttar via la chiave”, poi c’è stato il necessario intervento educativo. L’ottanta per cento delle persone che in carcere ricevono un’educazione, non torna a delinquere: questo è fondamentale anche perché ogni detenuto costa allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, circa 60mila euro all’anno. Aiutare Made in Carcere significa quindi aiutare tutti, aiutare a non delinquere e aiutare i detenuti a ricostruirsi una dignità, una propria “cassetta degli attrezzi” con cui presentarsi poi sul mercato del lavoro. Costruite inclusione e sostenibilità.Esatto, impatto ambientale e inclusione sociale. I nostri progetti volgono infatti sul tessile, a partire da materiali di scarto, e sull’educazione al cibo. L’idea è quella di creare prodotti di qualità, che facciano bene al corpo e all’anima sia di chi le produce che di chi li acquista. Come è organizzato il lavoro tra i detenuti? Il progetto di sartoria coinvolge solamente donne, che hanno accolto con assoluta convinzione questa iniziativa. La maggior parte sono mamme, che avrebbero abbracciato qualsiasi progetto desse loro la possibilità di riacquisire dignità e credibilità, soprattutto agli occhi dei loro figli. Grazie a Made in Carcere hanno la possibilità di pagare ai loro figli i libri, la scuola. Prima di entrare in carcere abbiamo studiato molto, ci siamo informati, e abbiamo capito che dovevamo lasciarci il passato di queste donne alle spalle e creare una sorta di “tempo zero” nella loro vita dal quale ripartire, e così è stato. Con i ragazzi è stato più difficile: sono più diffidenti e cercano, più che altro, di mettersi in evidenza per manifestare il loro disagio. È a loro che è rivolto il progetto sull’educazione al cibo, tramite cui creano biscotti vegani con materie prime di altissima qualità. Questo ci ha permesso di creare anche con loro, pian piano, un rapporto di fiducia: sono più “complicati” delle donne, ma con il tempo e la cura si riesce a conquistarli. Ad oggi, quanti detenuti lavorano con Made in Carcere? Al momento abbiamo oltre trenta detenuti ma, chiaramente, ne sono passati centinaia: bisogna considerare che la detenzione media è di tre anni e c’è quindi un continuo “ricambio”. Anche dal punto di vista emotivo, siamo messi a dura prova. Con i detenuti si crea un rapporto affettivo ma, come accade a scuola, appena hanno imparato, se ne vanno. Fa piacere che imparino a camminare con le proprie gambe, ma dispiace vederli andar via. E i dipendenti?Il nostro staff è invece composto da circa dieci persone che si dividono tra i laboratori, ognuno dei quali richiede un responsabile di produzione, i corsi di formazione e il reparto marketing: insomma, un modello classico di impresa che però, invece di generare profitto, genera benessere.Dal punto di vista economico quali sono le vostre risorse?Il nostro approccio è, principalmente, quello dell’autofinanziamento. Attraverso la vendita dei manufatti ricaviamo infatti i fondi per pagare lo stipendio dei detenuti. A questo si affianca però anche la raccolta fondi tramite, ad esempio, il cinque per mille, e Charity Stars, che raccoglie fondi per organizzazioni no-profit. Ogni anno si tiene poi l’Old star game, un evento con le vecchie glorie della pallacanestro, il cui ricavato ci viene donato. Tutta questa raccolta ci permette di alimentare nuovi progetti, di crescere, sperimentare e innovare. Come si è svolto il percorso per diventare fellow Ashoka?Il percorso è stato duro ma piacevole. Ho affrontato un’intervista in tre giornate, che ha scavato nel mio passato, sino all’infanzia, facendo riaffiorare tanti ricordi. È stato un po’ come andare in psicanalisi. Volevano avere la conferma che fosse veramente nel mio dna l’avere una visione innovativa, la capacità di inventare e progettare, già nel presente, scenari futuri. È stata una bellissima esperienza, interessante quanto stimolante. L’elezione mi ha dato la conferma di stare percorrendo la strada giusta, mi ha dato quella consapevolezza che aiuta ad andare avanti e dà la forza per alzarsi convinti, anche se stanchi, ogni mattina... perché sai che ciò che fai è importante anche per altre persone, e che loro credono in te. Quali sono i prossimi step e i prossimi obiettivi che si pone per Made in Carcere?Il prossimo obiettivo è quello di ampliare due progetti che già adesso stiamo portando avanti. Made in Carceresostiene infatti lo sviluppo di nuove sartorie sociali di periferia, che coinvolgono persone che si trovano ai margini, in situazioni di forte difficoltà. Doniamo loro tessuti, stampiamo etichette con il loro logo, per aiutarli a far crescere la loro identità. Al momento collaboriamo con sartorie sociali nelle periferie di Lecce, Taranto, Bari, ma l’obiettivo è quello di creare una mappa sul territorio, tramite cui aiutare queste piccole realtà diffondendo il nostro know-how. Il secondo progetto consiste invece nell’ampliamento di una multipiattaforma online, la Second Chance Platform, che abbiamo creato per permettere a piccoli artigiani della bellezza etica e sostenibile di dar vita a un loro store online, dove pubblicizzare e vendere i loro prodotti. Si tratta di produttori che, altrimenti, non avrebbero avuto visibilità e che riescono così a proporre le loro idee senza dover creare un dominio, pagare un sito ecc. C’è poi un’ultima cosa: con noi è stata creata in carcere, forse per la prima volta in Italia, quella che io chiamo una “maison sartoriale”, un vero e proprio laboratorio in cui le celle sonostate trasformate in cucine e lo spazio, riempito da divani, tappeti e mobili antichi, è utilizzato per organizzare corsi, permettere alle detenute di mangiare insieme, trascorrere del tempo leggendo, sfogliando riviste e giornali. Se ci siamo riusciti è stato grazie alla direttrice del carcere di Lecce Rita Russo, la quale ci ha affidato un’intera ala del carcere da trasformare in maison.Oggi inizia a Lecce il ritiro annuale degli Ashoka fellow italiani. Qual è lo spirito con cui viene affrontato questo ritiro?L’evento parte oggi e si svolge in tre intense giornate. Saranno giornate di confronto e di riflessione, ma anche di relax, perché è in un’atmosfera rilassante che vengono fuori le idee migliori. Oggi visiteremo le periferie di alcune città, dopodiché faremo una cena - picnic a Lequile, il comune che ci ospita, a cui ogni fellow porterà qualcosa che ha preparato. Domani mattina andremo in carcere, per poi concederci un pomeriggio in un centro benessere e una passeggiata serale nel centro storico di Lecce. Domenica, infine, incontreremo vari imprenditori che hanno lo spirito e la voglia di confrontarsi con noi per riflettere e capire insieme come si può reagire, con l’innovazione sociale, alle sfide che ci si pongono davanti. Il mio desiderio è quello di poter trascorrere queste tre giornate di confronto in un ambiente comodo, non solo “didattico”, poiché abbiamo bisogno di essere un po’ “coccolati”: ci doniamo completamente a questi progetti di innovazione sociale e abbiamo bisogno di prenderci anche del tempo per noi stessi, per riflettere e rigenerarci senza stress.Intervista a cura di Giada Scotto

Miniere che inquinano, ecco l'Ashoka Fellow che si batte per l'ambiente in tutto il mondo

Un Erin Brockovich al maschile – e italiano – che combatte l'inquinamento causato dalle multinazionali e vince processi impossibili. Per il resto, però, la storia di Flaviano Bianchini è molto diversa da quella dell'attivista americana portata sullo schermo vent'anni fa da Julia Roberts. Marchigiano, trentasette anni, in tasca una specializzazione in Gestione e valorizzazione delle risorse naturali e un master in Diritti umani, Bianchini è fondatore e direttore di Source International, per la quale ha ottenuto il riconoscimento di Ashoka Fellow. Con la sua organizzazione collabora con comunità locali, in particolar modo centro e sud-americane, africane ed asiatiche, che si trovano a combattere con casi di inquinamento ambientale e danni alla salute legati specialmente alle attività di industrie estrattive, fornendo un supporto tecnico-scientifico che permetta loro di valutare i danni e di mettere in moto azioni riparative e di indennizzo. Grazie a Source, in Messico una comunità ha ottenuto cinquanta milioni di dollari di indennizzo da una compagnia mineraria. In Honduras la Corte suprema di giustizia ha dichiarato incostituzionale la legge mineraria. In Guatemala la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha condannato l'operato di un'altra compagnia mineraria. In Mongolia alcuni dissidenti ambientalisti che erano in carcere sono stati liberati. In Indonesia è stata ottenuta la bonifica di una zona inquinata da una discarica. In Mozambico uno staff locale controlla l'operato delle miniere di carbone; e nella città di Cerro de Pasco, in Perù, è stata dichiarata un'emergenza ambientale e sanitaria. Insomma, se non è Erin Brockovich poco ci manca: prima o poi arriverà forse sul grande schermo anche la vita di Flaviano Bianchini? Per ora, la Repubblica degli Stagisti si “accontenta” di farsela raccontare dal protagonista.Com'è nata Source International?Tutto è iniziato nel 2006, quando ho conosciuto un’attivista guatemalteca che si occupava delle violazioni dei diritti umani legate alle industrie estrattive. Le sue posizioni erano molto forti ma le mancava un supporto scientifico. Io stavo per laurearmi in scienze ambientali e, ottenuta la laurea pochi mesi dopo, sono partito per il Guatemala con un biglietto di sola andata. Ho lavorato per l'organizzazione di questa ragazza per quasi due anni, ma poi sono stato espulso dal Guatemala dopo aver vinto un’importante causa contro una multinazionale estrattiva. Ho deciso così di andare in Perù a lavorare per un'altra organizzazione, ma presto mi sono reso conto che mi mancava una base legale. Così sono tornato in Italia per studiare diritti umani. Nel frattempo stavo maturando l'idea di costituire un'organizzazione che aiutasse le comunità locali a difendersi dallo sfruttamento dei loro territori. L'organizzazione avrebbe dovuto avere delle fondamenta scientifiche e legali. Dopo il master in “Diritti Umani e Gestione di Conflitti” ho lavorato per l'organizzazione statunitense Elaw, che sta per Environmental law alliance worldwide, convincendomi sempre più dell'importanza di una struttura solida per difendere le comunità. Così nel 2012, dopo aver ricevuto la fellowship Ashoka in Messico, ho deciso di fondare Source International, un’organizzazione internazionale che difende, con dati scientifici e legali, le comunità che subiscono lo sfruttamento delle loro risorse e dei loro territori. Quali sono le principali attività dell'organizzazione? Lavorando in molti paesi differenti, collaborate con associazioni locali?Abbiamo seguito più di quaranta progetti in più di venti paesi, in cinque continenti, e in ogni progetto c'è un partner locale, che può essere una comunità, un’organizzazione di base, o un’altra ong. Secondo il nostro statuto, non operiamo se non abbiamo il mandato delle comunità locali: se queste non ci chiamano, non interveniamo, perché operare senza la loro "chiamata” sarebbe, per noi, un'altra forma di colonialismo. Oltre a collaborare con loro, fornendo il nostro supporto, lavoriamo anche per formare leader locali, chiamati promotori, che possano contribuire allo sviluppo di un sistema di monitoraggio ambientale e a formare, a loro volta, nuovi promotori nella loro regione, così da promuovere il modello e aumentarne l’efficacia.Com'è strutturata l'organizzazione e come funziona il lavoro al suo interno?L'organizzazione è strutturata in modo molto fluido. Non abbiamo una sede, e questo significa zero costi fissi, né orari fissi di lavoro. Ognuno vive e lavora dove vuole e lavora nell'orario che preferisce. Io supervisiono i progetti e i lavori ma non "controllo" i miei dipendenti, perché ognuno deve considerarsi autonomo al cento per cento e parte di un team in cui c'è totale fiducia gli uni negli altri. Ci coordiniamo per le varie attività ma siamo distanti anni luce da una struttura classica o gerarchica.Dal punto di vista economico, quali sono le vostre principali risorse?Circa il sessanta per cento delle nostre entrate proviene da "servizi", ovvero da comunità o organizzazioni di base che ci pagano affinché noi li aiutiamo. Il resto viene da fondazioni o donazioni, abbiamo progetti che spaziano dalle Nazioni Unite fino a piccole comunità indigene o organizzazioni locali con uno o due dipendenti. Da regolamento, non possiamo ricevere fondi da imprese estrattive.Come è possibile collaborare con Source International?Ogni anno arruoliamo nelle nostre file tesisti da diverse università: le nostre tesi spaziano da quelle strettamente scientifiche a quelle di diritto, fino anche a lavori di economia applicata. Non abbiamo attività di volontariato attive ma siamo aperti a proposte e idee da chiunque voglia proporcele.Come si è svolto il percorso di selezione per diventare Ashoka Fellow?Sono stato eletto in Messico e Centroamerica. Il processo di selezione è stato molto duro e lungo, ma essere un Ashoka fellow dà degli enormi vantaggi. La rete degli imprenditori sociali globale è sicuramente un punto di forza, ma anche il riconoscimento dato dall'essere fellow ci ha aiutato tantissimo nel nostro percorso: potersi presentare come fellow in giro per il mondo dà quella credibilità in più che spesso serve ad aprire un dialogo.Qual è l'impatto più forte di Source sulla società?Credo che il cambiamento più grande stia nel fatto che adesso le comunità che soffrono dello sfruttamento del territorio da parte di grandi imprese sanno che possono chiedere aiuto, e che noi possiamo aiutarli. Presto anche le imprese sapranno che non possono più operare come hanno sempre fatto, ma che devono cominciare ad essere più rispettose di ambiente e diritti umani, onde evitare danni e sanzioni.I prossimi obiettivi?Vogliamo crescere ma senza snaturare la nostra anima. Vorremmo riuscire ad operare in più paesi e su più progetti ma mantenendo lo spirito attivista che ci contraddistingue.Intervista a cura di Giada Scotto

Ispettorato del lavoro, tirocini ancora tra le priorità: quattrocento stage irregolari già scovati nel 2018

Un anno fa la Repubblica degli Stagisti aveva intervistato l’allora Capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennisi, rispetto alla decisione di inserire nel “Documento di programmazione della vigilanza” il controllo sulla regolarità dei tirocini. Ebbene, per il 2019 questo impegno è stato confermato. «Saranno pianificate specifiche iniziative ispettive volte ad arginare il ricorso improprio ai tirocini formativi», si legge nel documento di quest'anno, «con particolare riferimento a quelli extra curriculari, talvolta utilizzati per celare veri e propri rapporti di lavoro subordinato». Inoltre, «laddove, all’esito degli accertamenti operati, emergano in concreto modalità di svolgimento della prestazione lavorativa tipiche del lavoro subordinato, il personale ispettivo provvederà alla riqualificazione del rapporto di lavoro e al conseguente recupero dei contributi dovuti, nonché all’irrogazione delle sanzioni amministrative per tutti gli illeciti riscontrati». A un anno di distanza la Repubblica degli Stagisti ha intervistato il nuovo Capo dell’Inl, Leonardo Alestra, rispetto all’esito dell’attività annuale e ai dettagli della nuova programmazione. I tirocini sono stati confermati tra i settori prioritari di intervento per il 2019. Perché questa decisione?Nel documento di programmazione dell’attività di vigilanza 2019 è espressamente prevista la pianificazione di specifiche iniziative di vigilanza in materia, dal momento che il fenomeno riguarda categorie di soggetti più esposte a forme di irregolarità e considerato che l’uso distorto dell’istituto in discussione consente un indebito risparmio sul costo del lavoro e, in definitiva, si traduce in un’alterazione del corretto funzionamento del mercato del lavoro ovvero in forme di concorrenza sleale.Come si è finora svolta l’attività di ispezione annuale? Sono state diramate agli Uffici territoriali linee operative utili a uniformare l’azione ispettiva, sottolineando l’importanza e la peculiarità dei controlli da effettuare nel settore, tenendo peraltro necessariamente conto delle discipline regionali di riferimento. I controlli sono stati perciò effettuati in sinergia con le Regioni, al fine di poter acquisire ogni dato utile a individuare, fra le imprese che hanno ospitato i tirocinanti, quelle a maggior rischio di irregolarità quali ricorso sistematico ai tirocini, attivazione di un numero di tirocini particolarmente elevato in rapporto all’organico aziendale, etc.Qual è il bilancio provvisorio dell’attività di controllo sugli stage?Stante il fatto che, su richiesta delle Regioni, gli Ispettorati territoriali del lavoro hanno effettuato sui tirocini anche controlli meramente amministrativi, la loro rendicontazione va suddivisa in: 1.473 controlli di matrice esclusivamente lavoristica, condotti d’iniziativa dagli Itl, risoltisi con esito regolare in 862 casi e con esito irregolare in 356 casi, ovvero oltre il 24% del totale. Mentre 256 sono i controlli ancora in corso e 189 le verifiche amministrative richieste dalle Regioni, con 120 controlli risultati regolari e 36 irregolari, ovvero il 19% del totale.Quanti ispettori sono stati impiegati? Che tipo di irregolarità sono state riscontrate e quali zone d'Italia sono risultate più critiche?Non si dispone di dati relativi al numero di ispettori specificamente impiegati nell'attività in discussione − in via generale può farsi presente che a ogni ispezione partecipano almeno due ispettori − nè il dettaglio delle aree geografiche maggiormente interessate dalle irregolarità in materia di tirocini.Le risorse umane impiegate nelle ispezioni sono state confermate/implementate?In base alla legge di bilancio 2019, nel triennio 2019-2021 è prevista l’assunzione straordinaria di circa 1.000 funzionari presso l’Inl, la maggior parte dei quali con qualifica ispettiva, da destinare al contrasto del lavoro sommerso e irregolare e, dunque, anche alla lotta all’utilizzo distorto dei tirocini.Dalle regioni ci è stata spesso denunciata una debole incidenza delle azioni di controllo a causa della penuria di personale. Molte regioni si stanno attivando per garantire una vigilanza più severa sulla genuinità dei tirocini (vedi Abruzzo) e non mancano iniziative spontanee come il Telefono Rosso, in Sardegna. In che modo l'Ispettorato dialoga con queste esperienze?Precisato che la competenza allo svolgimento della vigilanza in materia è propria dell’Ispettorato e non delle Regioni − che invece hanno competenza normativa sulla materia e che svolgono verifiche di carattere procedimentale e amministrativo alla luce delle quali possono eventualmente segnalare possibili anomalie ai competenti uffici dell’Inl − l’Agenzia guarda con favore a ogni forma di dialogo e collaborazione con altri soggetti istituzionali e non. Ne è riprova la circolare 8/2018 in materia di tirocini, che afferma che la programmazione degli interventi presuppone l’attivazione di apposite sinergie con i competenti uffici della Regione, al fine di individuare, attraverso l’analisi dei dati disponibili, possibili fenomeni di elusione quali, ad esempio, il ricorso sistematico ai tirocini da parte di taluni soggetti ospitanti o l’attivazione di un numero dei tirocini particolarmente elevato in rapporto all’organico aziendale. Intervista di Rossella Nocca

Com'è fare uno stage curricolare in Illimity? Tre ragazzi lo raccontano

Quando ti trovi di fronte un ventunenne già laureato, con esperienze di liceo in Australia, universitarie a Londra e Hong Kong e che parla inglese e francese fluenti, ti rendi conto che l’asticella della competizione per entrare in azienda si è alzata, e non di poco.  Milano, quartier generale di illimity, la nuova banca creata da Corrado Passera. Ambiente informale in un palazzo a due passi dalla Stazione Centrale che mixa stile corporate da istituto di credito a tocchi di brio cromatico. Chissà come dev’essere fare uno stage qui. L’occasione per scoprirlo è arrivata quando illimity ha deciso di aderire al network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti,  grazie alle disponibilità di tre ragazzi il cui percorso si è appena concluso, e che abbiamo intercettato per una breve chiacchierata.  Il “panel” è composto da Simona Vastola e Alberto Salvi (entrambi ventun anni e provenienti dalla Bocconi, dove hanno studiato Economia) e da Kelly LLain (ventisei anni, laureanda in Design del prodotto al Politecnico). I tre sono stati inseriti rispettivamente nelle divisioni HR, IR e UX. Che poi significa Human Resources, Investor Relations e User Experience. Simona e Alberto sono entrati in contatto con la banca tramite il proprio ateneo, mentre Kelly ha scovato l’opportunità da sola, grazie a Linkedin.  Storie di vita molto differenti, ragazzi ambiziosi, lucidi, accomunati da una certa maturità. La sensazione viene confermata dai toni e dalla scelta dei vocaboli che usano per raccontarsi. Si vede che hanno studiato da manager e che la vita aziendale con le sue logiche, ritmi e convenzioni a loro non dispiace – anzi.  Probabilmente questo discostarsi dallo stereotipo del bamboccione è dovuto in parte al fatto di aver vissuto a lungo lontano da casa. Come Alberto: è sua la storia tratteggiata all’inizio di questo articolo. E lui sta già per rimettersi in viaggio: destinazione Londra, per proseguire gli studi in finanza nella capitale britannica. O Kelly, che dalla Colombia ha scelto proprio il capoluogo lombardo per studiare al Politecnico. «Qui da voi si respira la cultura del design, c’è poco da fare» esordisce lei, raccontando di un’altra esperienza all’estero, questa volta in Brasile. Una scelta, quella di attraversare l'oceano Atlantico per venire a studiare all’ombra del Duomo, non certo a buon mercato. «Rispetto al mio paese costa tutto il triplo» confessa: «Mi sono pagata l’università con risparmi e borse di studio, oltre, ovviamente, all’aiuto dei miei. Ma adesso che sono in dirittura d’arrivo è necessario pensare a un lavoro. E qui ho avuto una buona opportunità per cominciare a fare pratica. Tra l’altro, sono una tra le poche nella mia cerchia di amici ad essere pagata mentre faccio uno stage». Cosa vede Kelly nel suo futuro? «Penso di restare all’estero ancora qualche anno, e poi magari tornare in Colombia e aprire la mia startup».  «L’aiuto della famiglia è stato fondamentale anche per me» le fa eco Simona, che viene da Salerno: «Senza di loro penso sarebbe stato difficile permettermi un’esperienza di studio o un percorso di stage a Milano, senza nulla togliere a illimity che, anzi, ci ha supportato». Kelly e Simona hanno ragione: illimity garantisce condizioni di stage più che buone. Agli stagisti offre un'indennità mensile di 700 euro, senza fare distinzioni tra curricolari ed extracurricolari, e in aggiunta buoni pasto da 6,75 euro al giorno, che rappresentano più o meno altri 150 euro al mese in tasca. «In realtà trovo che il capoluogo lombardo sia un buon compromesso» corregge però il tiro Alberto, rimasto incredulo di fronte al mercato immobiliare delle metropoli cinesi: «Posso dirlo dopo aver vissuto a Hong Kong: lì i prezzi per gli affitti arrivano al doppio». Ma anche lui, per sostenere tutte le spese, fa affidamento sulla famiglia e sul fratello, che già lavora, e con cui divide casa. E per il futuro? «Una quindicina d’anni all’estero, poi di nuovo in Italia».  Che bilancio tracciano questi tre ragazzi dell'esperienza in illimity? «Prima di arrivare in illimity mi aspettavo che durante uno stage sarei stata trattata da ultima ruota del carro» risponde Simona: «Mi sbagliavo. In realtà, oltre a imparare, qui abbiamo avuto la possibilità di essere messi costantemente al centro del progetto, forse anche perché si tratta di una banca nata pochi mesi fa, e la novità si respirava nei corridoi».  Aria frizzante, spettinata. «C’era la possibilità di confrontarmi senza fronzoli con persone molto più esperte di me. Il gap generazionale non ha impedito il dialogo, e questo mi ha sorpreso» aggiunge Alberto. «Merito di una cultura aziendale che privilegia la sostanza alla forma» sintetizza Ilaria Pascutti, che in illimity si occupa di Risorse Umane e Talent Aquisition e ha seguito passo per passo il percorso dei tre. Ma anche della diversity – in parte cercata e in parte, semplicemente, connaturata a un’azienda che ha avviato le operazioni meno di un anno fa. «Siamo in trecento dipendenti, e secondo le nostre stime proveniamo da circa centoventi aziende diverse: una ricchezza incalcolabile, che però va governata. L’energia enorme che deriva da un retroterra del genere è bilanciata dalla difficoltà di gestire persone abituate a seguire prassi lavorative molto differenti, e che per questo motivo vanno amalgamate all’interno di una cultura aziendale nuova e condivisa».  Per ora gli stagisti sono stati solo una decina. Possibile che questi ragazzi vengano assunti in futuro? «È un arrivederci, non un addio. Del resto qui non fanno solo uno stage, ma portano quella ventata di freschezza, idee e il carico di input che ci serve per raggiungere il target che ci prefiggiamo: un’audience giovane e nativa digitale. Che, tramite loro, possiamo conoscere direttamente». Antonio Piemontese

Posto in banca grigio e noioso? Tutto il contrario in illimity

C'è una nuova azienda che è entrata da pochi giorni nel network della Repubblica degli Stagisti: si tratta di illimity, start-up bancaria fondata da Corrado Passera, operativa da pochi mesi e caratterizzata da un modello di business fortemente innovativo e ad alto tasso tecnologico. In questi giorni illimity è stata presente a Campus Party, l'evento “in tenda” dedicato ai giovani e alla tecnologia. Tra gli stand di Campus Party la Repubblica degli Stagisti ha incontrato Marco Russomando, il direttore del personale di illimity. Romano trapiantato a Milano, 45 anni, Russomando ha una lunga esperienza nel settore: prima di buttarsi in questa esperienza aveva trascorso oltre un decennio in Unicredit, arrivando a guidarne il gruppo Talent Acquisition. Il suo entusiasmo per la nuova avventura, per l'idea di “costruire qualcosa che non c'era”, emerge da ogni sua parola.“Compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?” cantava Antonello Venditti nel 1975. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più che una donna ed un impiego in banca” gli faceva eco Gino Paoli nel 1991. La banca aveva – ha? – una reputazione di mestiere sicuro ma noioso. Oggi non è più così?Non lo so la banca in generale, ma se dobbiamo usare uno slogan, quello di illimity è “Mollo tutto e vado a lavorare in banca”. Per curiosità – per qualcosa che ti affascina. Non un lavoro stabile, ma un lavoro dinamico. Non un lavoro “vecchio” ma un lavoro “nuovo”, che può essere fatto anche di competenze vecchie che abbiamo forse dismesso troppo velocemente – ma che accende passione. Puoi stare con la cravatta, puoi stare con le maniche tirate su, ma ti fa molto piacere andare a lavorare perché sei curioso di sperimentare e sperimentarti.Quindi l'opposto del “ grigio posto in banca”.Non a caso il nostro logo è pieno di colore, pieno di movimento. Noi pensiamo che le diversità facciano la differenza; che il “meticcio” vinca, e sopratutto che il meticcio si diverta tantissimo – pur facendo tanta fatica.Nell'ultimo decennio da una parte la tecnologia ha portato via posti di lavoro dal settore – servono meno persone agli sportelli – dall’altra ne ha creati, perché l’homebanking bisogna progettarlo, aggiornarlo. E' questo il paradigma per cui un giovane oggi può essere attratto da questo settore?Sì, anche. La banca in generale come concetto, non come luogo fisico, è oggetto di una trasformazione mostruosa. E le banche hanno grandi capacità di investimento, che non tutte le aziende hanno. Quindi se un giovane vuole sperimentare un percorso per creare qualcosa di nuovo lavorare in banca – in questa banca, illimity –  secondo me ha un grande senso, perché nella storia tutte le rivoluzioni industriali e tecnologiche hanno sempre creato qualcos'altro. Le sartine distruggevano i telai e poi si sono convertite in operaie che sapevano o riparare il telaio oppure cominciavano a fare i modelli.Eh, sì: video killed the radio star...Già!Quanti giovani avete assunto in questo primo anno di attività?  Il 25% degli assunti, un quarto dei nostri trecento dipendenti, ha meno di trent'anni, e abbiamo stagisti del 1999! Il canale che funziona di più è quello esperienziale – “sono andato lì, mi sono incuriosito, ho fatto un colloquio, m'hanno assunto, è bellissimo”. Quello che mi fa più piacere: “sono andato lì, mi sono incuriosito, ho fatto un colloquio, è bellissimo, non mi hanno preso, li continuo a seguire perché prima o poi ci voglio entrare”. Che reazione c'è di fronte a un nome nuovo nel panorama bancario da parte dei potenziali candidati?  Grande curiosità. Un nome strano. Troppi colori. Un claim “banca oltre la forma”, ma la banca è forma: nasce per essere forma, per essere carta, tra virgolette. Il nostro modo di essere evidentemente, fino a oggi, parla una lingua che incuriosisce i giovani. Nativi digitali: un universo nuovo che ha bisogno di metodi di recruiting nuovi?Beh questa è una banca tutta cloud: non abbiamo un server. Siamo l'unica banca in Italia, la seconda in Europa. Abbiamo una sola filiale, a Modena, perché pensiamo che l'intimità nei confronti del cliente non passi necessariamente per la presenza. Questo significa cercare di fare le cose in modo diverso. La stessa cosa cerchiamo di farla coi candidati, sia quelli che poi assumiamo sia quelli che non assumiamo. Nel momento in cui parliamo di contatto con i ragazzi però a volte c'è la presenza, e per esempio questo è uno dei casi. Questo è anche il senso della presenza di illimity qui a Campus Party?Illimity sta dove c'è creatività, dove c'è curiosità, dove c'è diversità. E qui ci sono ragazzi di non so quante nazionalità, di quante culture, di quante idee, alcuni pieni di tatuaggi, altri vestiti benissimo, alcuni timidi, alcuni estroversi, e sono portatori di potenziale. Dato che lo scopo di questa banca è sbloccare il potenziale delle imprese, noi la stessa cosa la facciamo con le persone.Col 25% di popolazione aziendale under 30 siete una banca più “giovane” della media. Quali sono le sfide?L'età media del settore in effetti è superiore ai cinquant'anni. La complessità è data dal fatto che io ho tre generazioni al lavoro; non posso focalizzarmi soltanto su una. La chiave è creare un ecosistema in cui tutte le diversità di genere, di età, di cultura, di Paese, di provenienza, si sentano semplicemente a loro agio. La soluzione è questa. Se tu stai bene con gli altri, stai meglio con te stesso perché riesci ad esprimere più quello che tu profondamente sei, quindi ti togli delle lenti...… e delle pesantezze che a volte bloccano nel lavoro.La leggerezza che si diceva prima di Calvino [sul palco, poco prima, il ceo di Edenred Luca Palermo aveva dato come consiglio di lettura ai ragazzi le “Lezioni Americane” di Italo Calvino]. Questo significa che ti puoi focalizzare sulla passione, sul generare fermento. E' per questo che il nostro amministratore delegato, Corrado Passera, dice che l'obiettivo finale di illimity da un punto di vista organizzativo è rimanere start-up tutta la vita, perché solo così tu riesci a far sentire le persone bene. L'obiettivo dell'HR – che non è il capo del personale: sono tutti i dipendenti, con ruoli differenti – è quello che la somma degli addendi sia superiore al totale. Avete appena aderito all'RdS network: come, quanto, perché volete investire nello strumento dello stage?Noi pensiamo che accogliere stagisti curricolari ed extracurricolari sia estremamente vantaggioso per noi perché ci porta, diciamo così, pensiero laterale; ci porta menti fresche, tabule abbastanza rase, che quindi possono spingere sull'innovazione. Pensiamo che i ragazzi e le ragazze possano fare una bella esperienza perché noi siamo in una fase appunto di fermento, e quindi la collaborazione con la Repubblica degli Stagisti è una cosa assolutamente naturale, una modalità per incentivare tutto questo. Lo stage rappresenta un momento formativo biunivoco per il ragazzo o la ragazza ma anche per l'azienda; bisogna trattarlo in modo serio, bisogna lasciare le persone esprimere, lasciare che portino i loro contributi facendo loro scoprire dove fanno bene ma sopratutto dove fanno meno bene, perché poi alla fine le cose che ti ricordi di più sono i feedback dove qualcuno ti ha spiegato costruttivamente cosa hai da migliorare, cosa fare in modo diverso.Noi raccogliamo le storie dei ragazzi che fanno uno stage in una delle aziende del nostro network e poi vengono assunti; me ne viene in mente una, di una ragazza che aveva fatto un'esperienza in Spindox per la quale avevamo scelto come titolo: «ho avuto anche una preziosa opportunità: quella di sbagliare».E' stata molto fortunata. Ancor prima di quello, in Italia già dissentire è tanto. Se poi ti consentono anche di sbagliare, vuol dire che vivi in un'azienda che capisce che il successo passa per l'insuccesso. Chiamate i vostri dipendenti, e quelli futuri, “illimiter”. Che significa? Che valori cercate nelle persone da assumere?Illimiter significa una persona impaziente, molto curiosa, che pensa di avere limiti ma che può ogni giorno superarli un pochino. Gli illimiter non sono solo in illimity, non è uno status, non è una mostrina, quindi ogni giorno... “deserve it”. Ci sono tante imprese che per noi sono illimiters, fortunate o sfortunate, come dicevamo prima. Nelle persone noi cerchiamo passione, curiosità, voglia di faticare – divertendosi, ma faticare. E di prendersi dei rischi, imparando dai propri sbagli e sopratutto con una voglia straordinaria di lavorare in squadra.intervista di Eleonora Voltolina

Rom ancora discriminati, un Ashoka Fellow si batte contro la politica della ruspa

La quarta intervista del ciclo dedicato da Repubblica degli Stagisti agli Ashoka Fellow è a Carlo Stasolla, 54 anni, presidente dell’Associazione 21 luglio, che opera dal 2010 nel campo dell’inclusione delle comunità rom. Il nome dell'associazione è legato alla storia di una bambina che, dopo esser stata tolta alla madre naturale per problemi di droga e affidata per due anni a una giovane coppia con cui è cresciuta serena, è stata data in adozione, per sentenza del tribunale, senza che potesse tuttavia svolgersi un percorso di distacco graduale dalla famiglia con cui aveva trascorso i suoi primi anni di vita. 21 luglio nasce e si caratterizza dunque per la tutela dei diritti umani, in particolar modo dei più deboli. Carlo Stasolla, già membro, come rappresentante dell'associazione, della commissione parlamentare per il contrasto della xenofobia Jo Cox e della Consulta per le migrazioni della Fondazione Migrantes, dopo aver vissuto per quattordici anni all’interno degli insediamenti rom della capitale, dove ha conosciuto anche sua moglie Dzemila Salkanovic, di etnia rom, si impegna nella testimonianza e nella lotta per il rispetto dei diritti di queste comunità e per il miglioramento delle loro condizioni di vita, favorendone l’integrazione. Nel 2013 pubblica “Sulla pelle dei rom”, in cui conduce un’analisi delle politiche verso le comunità rom messe a punto dal Comune di Roma all'epoca in cui il sindaco era Gianni Alemanno. Con 21 luglio lavora a livello istituzionale, per la formulazione di concrete strategie di inclusione, ma anche a livello comunitario, per mettere le singole comunità nella condizione di accedere ai diversi servizi di assistenza sociale, e mass-mediatico, nel tentativo di sensibilizzare un’opinione pubblica spesso ostaggio di pregiudizi. A nove anni dalla nascita dell'associazione, si può dire che in questo momento storico si manifesta in modo particolarmente urgente la necessità di riportare al centro il tema della condizione di discriminazione e, in alcuni casi, di segregazione delle minoranze?L’idea dell'associazione nasce in piena emergenza nomadi. Si trattava del periodo di massima violazione dei diritti umani nei confronti delle comunità rom in Italia e 21 Luglio si costituisce proprio con la volontà di creare un’organizzazione indipendente svincolata dai fondi pubblici - che, secondo le regole fissate dal primo Statuto, non possiamo ricevere - con un approccio legato ai diritti umani e con una visione sistemica del tema. Bisogna però dire che in realtà, su questo tema, c’è un deficit costante, che è possibile osservare nell’operato delle varie forze politiche che si sono alternate e si alternano alla guida del Paese. C’è un razzismo esplicito e diretto, che si manifesta oggi e che è sotto gli occhi di tutti, e un razzismo più pericoloso perché meno evidente, quello “democratico”, quello per esempio della sinistra rutelliana e veltroniana che a Roma ha dato vita al “sistema campi”, un dispositivo istituzionale che marginalizza e segrega su base etnica i gruppi rom in quanto tali.Cosa sta succedendo in Campania?A Giugliano un’amministrazione di sinistra ha deciso, i primi giorni di aprile, di espellere dal Comune quattrocento persone di etnia rom, di cui più della metà minorenni, presenti sul territorio da più di trent'anni. Il nostro intervento si è esplicato in diverse azioni, che vanno dallo sciopero della fame, all’attività mediatica, al lavoro di advocacy, fino ad arrivare al ricorso alla Corte europea per i diritti umani. È così che siamo riusciti a far sì che queste persone potessero restare nel Comune, accampandosi in un’area da cui non sarebbero state nuovamente sgomberate, e ad avviare un’interlocuzione con il Comune fino ad ottenere l’impegno di quest’ultimo nel reperimento di somme che permettano l’inclusione abitativa delle famiglie rom di Giugliano. È necessario continuare a seguire la vicenda, che potrebbe rappresentare un precedente molto importante.Quali sono le principali azioni che mettete in campo?In una visione sistemica del tema dell’inclusione delle comunità rom marginalizzate, svolgiamo attività di ricerca, di advocacy e di monitoraggio sul territorio nazionale: in questo modo possiamo poi redigere report e “rapporti ombra”, promuovendo anche azioni legali. Poi c’è il lavoro di empowerment che conduciamo con la comunità rom, attraverso attività educative particolarmente innovative e sempre rigorosamente di alta qualità. Abbiamo, ad esempio, organizzato un corso di formazione per attivisti rom e sinti, così da preparare dodici giovani sull’utilizzo degli strumenti nazionali e internazionali di tutela dei diritti e lotta alla discriminazione: al termine del corso, ai partecipanti più meritevoli è stata data la possibilità di svolgere un tirocinio retribuito di tre mesi a Roma o a Budapest, mentre agli altri è stato dato sostegno nella ricerca di ulteriori opportunità di stage. Un altro importante progetto è stato “Danzare la vita”, che ha coinvolto 46 minori rom e non rom di un Istituto comprensivo di Roma in incontri di danzaterapia e danza teatrale, al fine di favorire l’integrazione utilizzando l’elemento artistico quale strumento educativo. In questo momento, sono aperte le iscrizioni per il corso di formazione per amministratori pubblici sul superamento dei campi rom in Italia. Si tratta di un corso rivolto ad esponenti delle istituzioni regionali e locali, dirigenti e funzionari pubblici, e personale di uffici comunali, che perseguono l’obiettivo dell’inclusione delle comunità rom e sinte. Gli incontri avranno luogo il 26 e 27 settembre a Roma, località Tor Bella Monaca, al Polo ex Fienile di largo Mengaroni, e per iscriversi c’è tempo fino al 30 agosto. Basta andare sul nostro sito e compilare il modulo, da inviare insieme al proprio cv. Sebbene molte delle nostre attività si svolgano a Roma, e in particolare proprio nella difficile area di Tor Bella Monaca, bisogna ricordare che, grazie al partenariato con tante associazioni italiane e internazionali, l'associazione opera anche in altre città italiane, come ad esempio Torino e Napoli, e in generale ovunque si abbia a che fare con comunità in condizioni di svantaggio e marginalizzazione.Dal punto di vista economico, quali sono le risorse e i sostenitori di 21 Luglio?Non potendo da Statuto accedere a finanziamenti pubblici, i nostri finanziatori sono soprattutto fondazioni estere e, in piccola parte, italiane. Contiamo poi anche sul sostegno di donatori individuali che hanno sposato la nostra causa e che ci sono vicini.Come funziona il lavoro nell’associazione?Abbiamo un direttivo composto da sette persone, tre delle quali provengono dalle comunità rom, e di uno staff operativo compone da una ventina di persone, impegnate in vari settori:  alcuni si occupano della gestione, dello sviluppo e della crescita dell’associazione, altri dell’area diritti umani, e altri ancora dell’area empowerment all’interno la comunità, che svolgiamo prevalentemente nel cuore della periferia romana, a Tor Bella Monaca.Come si può collaborare con l’associazione?Chi ha a cuore la nostra causa e vuole sposare la nostra battaglia può aiutarci diventando volontario. I nostri volontari hanno la possibilità di svolgere compiti differenti, in base alle loro capacità e ai loro desideri: possono supportare l’attività di sostegno scolastico all’interno di alcuni insediamenti rom della periferia di Roma, partecipare alla preparazione di eventi e attività dell’associazione o lavorare alla traduzione di documenti e rapporti internazionali. Per coloro che hanno particolare familiarità con la tecnologia e il web design, c’è la possibilità di diventare un “volontario digitale”, diffondendo le nostre iniziative sui social network, mentre ad esempio, per gli appassionati di fotografia, c’è la possibilità di lavorare alla produzione di materiale fotografico per documentare il contesto in cui operiamo. Per candidarsi come volontari basta andare sul nostro sito e compilare l’apposito modulo. I candidati selezionati saranno poi coinvolti in una giornata di formazione, mentre per i volontari già operativi sono previsti aggiornamenti periodici.Qual è la risposta della società alla vostra attività?Bisogna dire che i pregiudizi e gli stereotipi che avvolgono il mondo rom si riverberano anche sulla considerazione che l’opinione pubblica può avere della nostra associazione. Se questo è, da una parte, un limite, dall’altro è anche una risorsa, poiché se riusciamo, come associazione, a farci conoscere e apprezzare, possiamo arrivare allo stesso tempo a cambiare anche la percezione che grande maggioranza delle persone ha dei gruppi rom. In che cosa 21 Luglio può considerarsi diversa dagli altri progetti? E che significato ha avuto esser nominato Fellow?Il solo fatto di occuparsi dei diritti di rom, nel contesto attuale, costituisce una sfida controcorrente. Vogliamo distinguerci, come altre organizzazioni amiche, per fibra etica, professionalità, passione e coerenza. In questo senso, ricevere la nomina ad Ashoka Fellow dà sicuramente una grande spinta, una spinta in più a lavorare meglio e con sempre maggiore incisività.Quale è l'impatto più forte che la vostra attività ha avuto nella società?Sicuramente abbiamo fatto maturare tra gli amministratori pubblici e nella società la consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza di superare la segregazione abitativa delle comunità rom in Italia. Sono in tanti, adesso, ad esserne convinti. Il prossimo passo è far capire che la cosiddetta politica della “ruspa” è sicuramente meno impattante e più costosa della politica dell’inclusione. E’ questa la sfida che ci attende domani.Intervista a cura di Giada Scotto

Colloquio in SDG, istruzioni per l’uso

Tra le aziende parte del network virtuoso della Repubblica degli Stagisti, e in particolare tra quelle che si occupano di consulenza, si trova SDG Group, gruppo internazionale di management consulting focalizzato su Business analytics, Big data management, CPM & Financial analytics. Con quattro sedi in Italia a Milano, Firenze, Roma e Verona – e inoltre più branch in Spagna, Germania, Francia, UK, USA e Middle East – ai suoi stagisti SDG offre 900 euro di rimborso spese più buoni pasto, e ha un tasso di assunzione post stage di oltre il 40%. Protagonista di questa nuova puntata della rubrica “Colloquio, istruzioni per l’uso”, a parlare del processo di recruiting in azienda è Federica Vascello, 28 anni, laureata in Formazione e sviluppo delle risorse umane all'università di Milano Bicocca e da un anno HR Talent acquisition recruiter dopo un'esperienza in un'altra grande realtà consulenziale, Accenture.Quali sono i profili che ricercate maggiormente nella vostra azienda?I profili più interessanti per noi sono neolaureati in discipline tecnico-scientifiche. Le lauree di maggiore interesse sono ingegneria gestionale, ingegneria informatica, ingegneria matematica, ingegneria biomedica, ingegneria fisica, matematica, fisica, statistica ed economia. Il candidato ideale è una persona fortemente interessata al mondo della consulenza con una forte inclinazione per la tecnologia applicata alla gestione dei processi di business. Occorre avere ottime capacità logiche, essere intraprendenti e curiosi, con uno spiccato senso di responsabilità professionale e con un’ottima e comprovata conoscenza della lingua inglese scritta e parlata, perché molti dei nostri progetti sono internazionali.Come funziona in generale il vostro iter di selezione?Dopo aver ricevuto il curriculum, se il candidato è interessante lo contattiamo telefonicamente per un colloquio motivazionale. In seguito il candidato viene invitato a partecipare ad un recruiting day insieme ad una decina di persone: la maggior parte delle volte infatti tutti gli step di selezione vengono affrontati dai candidati in un’unica giornata. Durante la giornata organizziamo un assessment di gruppo, anche per più posizioni, dove presentiamo la società e sottoponiamo un business case da risolvere, prima in maniera individuale e poi in gruppo attraverso una discussione. La risoluzione del caso ci fa capire come ragiona una persona, come approccia il problema, come reagisce, se entra in ansia o se cerca di superarlo, e quindi dà conto di soft skills come il problem solving e la capacità di comunicazione e di relazione. Alla fine dell’assessment i candidati compilano un questionario motivazionale, che poi viene discusso con il team delle risorse umane. La selezione prosegue, per chi supera questo primo step di un paio d’ore, con altri due colloqui: il primo con un manager di linea, più tecnico, dove viene sottoposto un altro business case di tipo quantitativo e logico, esercizi Excel per testarne la conoscenza e vedere come il candidato si pone, più qualche domanda in inglese. Sulla lingua la certificazione non è necessaria ma chiediamo un livello buono, B2 o C1, e apprezziamo anche l’eventuale conoscenza di altre lingue. A seguire c’è un ultimo colloquio con un partner, sempre conoscitivo e motivazionale.Preferite i cv nel formato standard “europass”?No, è assolutamente preferibile un cv personalizzato, innanzitutto perché un neolaureato non ha necessità di fare un cv troppo lungo: inserire esperienze lavorative è importante, ma considerando che di solito i neolaureati si candidano per posizioni di cui non hanno mai avuto modo di approfondire le attività, non ha senso inserire esperienze pregresse che non sono pertinenti con il loro titolo di studio. Preferiamo di gran lunga un curriculum di una pagina in cui emergano le informazioni fondamentali, la creatività e le passioni del candidato (come lo sport: un candidato che ha fatto dieci anni di sport di squadra fa capire che è una persona che lavora bene in team), piuttosto che una lista di esperienze poco significative. Apprezzate le autocandidature oppure preferite che ci si candidi solamente ai vostri annunci?Certo, apprezziamo sicuramente le autocandidature! Sul nostro sito web abbiamo una sezione dedicata sia per consentire ai candidati di inviare il curriculum spontaneamente, sia per segnalare le posizioni aperte per cui fare domanda. Pubblichiamo anche gli annunci tra le pagine delle università e su siti come Monster e Infojobs. Guardiamo ai curriculum che ci arrivano da tutti i canali, anche semplicemente per email. Sui social, per pubblicizzare le posizioni aperte utilizziamo soprattutto Linkedin e consigliamo sempre ai nostri candidati di seguire la nostra pagina per restare aggiornati su tutte le offerte lavorative e non. Siamo presenti anche su Facebook e Instagram, anche se non sono canali che usiamo per fare recruiting.Dato che i vostri candidati ideali hanno profili tecnico scientifici, riscontrate qualche difficoltà a reperire candidati donne?Negli ultimi mesi le quote rosa sono sicuramente aumentate, siamo assolutamente sensibili a questa tematica. Il lavoro del consulente si pensa sia più in linea con le vesti maschili, a causa di frequenti trasferte, stress e così via. Le nostre consulenti però hanno una forte determinazione e flessibilità, pari a quelle degli uomini.E più in generale, ci sono delle competenze che ricercate nei candidati ma che faticate a trovare?Il più delle volte si tratta di competenze tecniche, magari legate ai linguaggi di programmazione. Alcuni neolaureati, ad esempio gli economisti, infatti, hanno di solito poca dimestichezza perché non sono materie che hanno affrontato durante il loro percorso di studi. Qual è l'errore che non vorreste mai veder fare a un candidato durante un colloquio? Che un candidato chieda come primissima informazione, in occasione del primo colloquio, addirittura magari già al telefono, informazioni sullo stipendio e l'orario di lavoro. Purtroppo ci è capitato, ed è un comportamento che non fa una buona impression. Perché nel primo colloquio ci sono tanti aspetti su cui informarsi prima: si sa che nel campo della consulenza gli orari sono flessibili, quindi si presume che un candidato interessato a lavorare in questo ambiente si sia informato anche su questi aspetti. Come date i vostri feedback?Siamo molto rapidi nel gestire l’iter, soprattutto se facciamo i recruiting day. Tutti i candidati hanno un riscontro entro 10-15 giorni dalla data del colloquio. Se è negativo, solitamente arriva per mail, mentre se è positivo facciamo una telefonata.Ci sono differenze tra l'iter di selezione per selezionare uno stagista oppure una persona da inserire direttamente con contratto?Uno stagista in SDG è un consulente a tutti gli effetti, quindi l'iter è lo stesso. Offriamo stage anche a chi non ha ancora concluso il percorso formativo ma ha concluso gli esami, in modo da poter essere il più flessibili alla richiesta di permessi studio, e offriamo stage part-time a chi ha qualche esame da concludere. Se lo stage viene attivato e dà esito positivo, proponiamo l’apprendistato.Intervista raccolta da Irene Dominioni

"Addio al pizzo" consumando e viaggiando criticamente: una rivoluzione silenziosa nelle parole di Dario Riccobono

Dar vita a una rivoluzione culturale contro la mafia e restituire ai cittadini la loro libertà, perché “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. È con questa idea che Dario Riccobono, protagonista della terza intervista del ciclo dedicato da Repubblica degli Stagisti agli Ashoka Fellow, decide insieme ad un gruppo di giovani di dar vita nel 2004 ad Addiopizzo, un’associazione senza scopo di lucro che promuove il consumo critico contro il pizzo, sostenendo i commercianti che hanno deciso di ribellarsi alla mafia. Dalla stessa idea nasce nel 2009 anche Addiopizzo Travel, cooperativa sociale e tour operator che propone un “turismo etico” alla scoperta dei luoghi e delle storie più significative della lotta antimafia. Siciliano, classe 1979, con una laurea in Scienze della comunicazione e un master in Economia e gestione del turismo, Dario cresce infatti negli anni che vedono la sua terra impegnata più che mai nella lotta alla criminalità mafiosa, gli anni di Borsellino e di Falcone, ucciso proprio nel paese in cui Dario è nato, Capaci. Così decide di mettersi a lavoro per dare un segnale forte al proprio territorio. Come nasce l’idea di Addiopizzo?Come un vero e proprio movimento provocatorio. Nel 2004 un gruppo di sette ragazzi eragazze tra i venticinque e i trent'anni, di cui ancora non facevo parte, tutti studenti universitari e giovani lavoratori, inizia ad affiggere di notte, per la città di Palermo, adesivi con scritto “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. L’idea era quella di smuovere i palermitani e i siciliani tutti, costringendoli a riflettere sul fenomeno del pizzo come su di un problema che tocca tutta la collettività, fatta di commercianti e imprenditori, ma anche di consumatori. Il nucleo iniziale di sette persone è cresciuto velocemente e, dopo un mese da quel gesto, sono iniziate riunioni partecipatissime, a cui ho partecipato insieme a più di altri cento giovani. Lì è nata l’idea di creare di un sito web, a cui ha fatto seguito la fondazione di un’associazione senza scopo di lucro, Addiopizzo appunto, che doveva promuovere l’acquisto di prodotti presso quei commercianti che, non cedendo alle richieste estorsive, si sono apertamente schierati contro la prepotenza mafiosa. Così nel 2005 lanciamo la campagna di consumo critico Pago chi non paga, che costituisce tutt’ora il fulcro della nostra azione. Ma non finisce qua. Cinque anni dopo, nel 2009 insieme a Edoardo Zaffuto e Francesca Vannini, diamo vita a Addiopizzo Travel, oggi cooperativa sociale e tour operator che propone quello che definiamo un “turismo etico”, ossia un turismo che permetta di scoprire luoghi e storie significative della lotta antimafia. I nostri itinerari sono aperti a chiunque, turisti e non, voglia fare questo tipo di esperienza, anche se la maggior parte della nostra attività si concentra nell’incontro con gli studenti durante i loro viaggi d’istruzione in Sicilia: cerchiamo di trasformare la gita in un percorso di educazione civica. Anche qui, come nel “consumo critico”, l’approccio è “pizzofree”, poiché i fornitori a cui ci appoggiamo – albergatori, ristoratori, proprietari di aziende agricole – hanno tutti scelto di ribellarsi alla mafia.Avvicinare i più giovani al tema della lotta antimafia è quindi una delle vostre priorità. Promuovete altre attività in questa direzione?Accanto al consumo e al turismo critico, ci occupiamo di progetti di educativa di strada, per entrare in contatto con bambini che vivono in contesti difficile e a rischio: i nostri volontari organizzano incontri di formazione ed educazione ma anche attività sportive e culturali che coinvolgono i ragazzi meno abbienti del quartiere popolare della Kalsa, nei pressi di piazza Magione, a Palermo. E poi ci occupiamo di educazione alla legalità: dal 2005 interveniamo infatti nelle scuole di Palermo e della provincia con percorsi che mirano a far conoscere ai più giovani il fenomeno del pizzo. All’inizio eravamo noi a proporci, adesso sono i presidi stessi ad invitarci nelle loro scuole, così che il nostro lavoro ha portato al coinvolgimento di oltre centottanta scuole nella provincia di Palermo e alla realizzazione di veri e propri progetti educativi.Qual è la risposta della società alla vostra attività?Per fortuna abbiamo ottimi riscontri. Oggi pagare il pizzo in città è diventato un disvalore, cosa impensabile quando abbiamo cominciato! E crescono anche le denunce, assenti quindici anni fa. I negozi e le imprese che hanno aderito ad Addiopizzo e al suo “consumo critico” sono oggi quasi mille, per l'esattezza 999, e i consumatori che li sostengono oltre 13mila. Per raggiungere questi risultati abbiamo puntato ad intervenire, da un lato, sui sentimenti dei consumatori, stanchi di sentirsi complici e finanziatori, seppur indirettamente, della mafia, e dall’altro sulle responsabilità dei commercianti, facendo leva sul senso di responsabilità ma anche sulla convenienza economica: aderire ad Addiopizzo significa anche guadagnare clienti.  C’è poi un altro aspetto da tenere inconto: negli ultimi anni, infatti, molti commercianti ci hanno spontaneamente cercati poiché far parte di un’ampia rete di persone che si stringono e fanno forza reciprocamente porta a una sorta di “protezione preventiva” contro la mafia. All’inizio non è stato affatto facile convincere i commercianti, perché c’era tanta paura. Ma con pazienza e sacrifici siamo riusciti a far crescere la lista e oggi non pagare il pizzo e non rischiare nulla è una realtà a Palermo. Alcuni pentiti di mafia hanno confermato che Cosa Nostra non si rivolge più ai commercianti pizzo-free per richieste estorsive per paura di essere denunciata. Anche il “turismo etico” sta ottenendo grandi risultati, e i viaggiatori che scelgono vacanze pizzofree aumentano infatti in maniera esponenziale: hanno già collaborato con noi oltre sessanta scuole siciliane, 166 scuole e università italiane e una quarantina di scuole e università straniere, nonché circa ottanta tour operator e agenzie di viaggio.Come funziona il lavoro in Addiopizzo e in Addiopizzo Travel?Addiopizzo ha due dipendenti che si occupano della segreteria, mentre tutti gli altri, me compreso, sono volontari; le principali risorse arrivano dal “cinque per mille”, a cui si aggiungono altri proventi come, ad esempio, le donazioni e il contributo della regione Sicilia antiracket. Addiopizzo Travel, invece, è una cooperativa sociale che dà lavoro a sei persone in ufficio, a cui si aggiungono una decina di collaboratori con partita Iva che guidano i gruppi in varie attività sia a Palermo che nei resto della Sicilia; vive principalmente delle quote dei viaggiatori.L’elezione ad Ashoka fellow è andata ad Addiopizzo o direttamente a te? L’elezione ha riguardato me, ma Ashoka Italia ha capito sin da subito che il nostro è un progetto collettivo,efficace e incisivo solo perché corale. Il percorso è stato impegnativo, ci sono stati molti colloqui da affrontare, ma siamo stati tutti fiduciosi sin dall’inizio, proprio perché sicuri del nostro operato. A sorprenderci di più è stato l’esito della ricerca sugli imprenditori sociali in Italia: moltissimi innovatori sociali italiani, dovendo fare il nome di altri innovatori sociali, hanno fatto il nostro, tanto che siamo risultati tra i primi tre più citati dal campione. E questa è stata una piacevolissima sorpresa.Che significato ha esser nominati Fellow?È fantastico! Rappresenta non solo un riconoscimento importantissimo, che ripaga di tutti i sacrifici fatti, ma, soprattutto, una possibilità di crescita straordinaria. E stare accanto a tante persone che ammiro è motivo di forte crescita.In che cosa Addipizzo può considerarsi diverso dagli altri progetti?Addiopizzo è diverso perché nasce dal basso, dalla consapevolezza che la nostra terra può migliorare solo con l’impegno di tutti. E poi è diverso perché non ci siamo prefissati un obiettivo finale, un traguardo, ma ne raggiungiamo uno nuovo ogni giorno, preoccupandoci più del cammino che del punto di arrivo. Quello che sentiamo sulle spalle è un peso enorme, la responsabilità verso tutti coloro che hanno lasciato a malincuore la nostra terra e verso coloro che, non volendo chinare la tesa, hanno perso la vita, e quello che ci muove è questa voglia di fare il nostro dovere, di fare pace con noi stessi e con la nostra terra, di placare i sensi di colpa dopo anni di indifferenza. Questo è quello che mettiamo in campo ogni giorno con orgoglio e passione.Quale è l'impatto più forte che senti di aver avuto nella società con questa attività?La cosa più importante è aver contribuito a rendere conveniente lo stare dalla parte della legalità. In una terra dove la mafia era un punto di riferimento, dove era il boss a risolverti i problemi e trovarti un posto di lavoro, questo è un gran passo in avanti. Oggi ci sono giovani che non sono costretti ad emigrare grazie alle possibilità che gli abbiamo offerto e aziende che devono al nostro lavoro la loro sopravvivenza.Intervista a cura di Giada Scotto

Reddito di cittadinanza, domande e risposte

Chi ha diritto al reddito di cittadinanza? E quali sono i requisiti per accedere a questa misura, che a fine aprile - secondo quanto comunicato dall'Inps - è stata richiesta da oltre un milione di italiani? La Repubblica degli Stagisti ha chiesto all'avvocato Andrea Brunelli, 34 anni, che dal 2013 si occupa di diritto del lavoro nel proprio studio di Genova, di ripercorrere le "regole di ingaggio" della nuova norma voluta dal governo. Avvocato, quali sono i requisiti per richiedere il reddito di cittadinanza?Andiamo a riprendere il testo normativo, cioè il decreto legge 4/2019. Per presentare richiesta di reddito di cittadinanza è necessario essere cittadini italiani, di un paese comunitario o straniero con un permesso di soggiorno di lungo periodo; la residenza da non meno di dieci anni, di cui gli ultimi due continuativamente; non avere la disponibilità di beni mobili di valore superiore ai 6mila euro. Quindi un expat appena rientrato in Italia non avrebbe diritto alla misura?In teoria no. Su questo punto esistono delle riserve e nei prossimi mesi potrebbero essere sollevate delle eccezioni di costituzionalità da parte di gruppi di cittadini interessati alla tematica: lederebbe il principio di uguaglianza. Quali sono le soglie di reddito? È necessario avere un Isee non superiore ai 9.360 euro annui e avere un reddito familiare complessivo inferiore a 6mila euro; si sale a 9.630 per chi vive in affitto. Naturalmente, nessun componente del nucleo familiare deve possedere auto o moto di grossa cilindrata, navi e imbarcazioni da diporto. Questo a grandi linee: per essere sicuri di rientrare nei parametri è importante controllare i requisiti sul sito governativo dedicato al reddito di cittadinanza. Cosa si intende per nucleo familiare? Il nucleo familiare è lo stesso che viene considerato per l'Isee. E' composto innazitutto dal dichiarante e dai componenti della famiglia anagrafica, cioè coloro che risiedono sotto lo stesso tetto. Si considerano però parte del nucleo familiare anche i soggetti a carico non conviventi, ad esempio un figlio minorenne che viva dai nonni per motivi di studio o un figlio maggiorenne, sotto i 24 anni e i 4mila euro di reddito annuo: è il caso di tanti studenti che vivono fuori casa per l'università ma si mantengono le piccole spese con un lavoretto part time. E nessuno dei componenti del nucleo deve essersi licenziato volontariamente di recente. Si, nessun deve aver presentato le dimissioni senza giusta causa nei 12 mesi precedenti alla richiesta: la ratio è che lo stato di disoccupazione deve essere “incolpevole”. Sono escluse, ovviamente, le dimissioni per giusta causa. Qualche esempio? Chi  non veniva pagato, chi subiva discriminazioni su base etnica o religiosa oppure pesanti forme di mobbing. Questi soggetti possono accedere alla disoccupazione e anche al reddito. E per le donne che hanno appena avuto un figlio? Se hanno un lavoro ci sono già le tutele previste per la maternità. Se sono disoccupate e rientrano nei requisiti, possono invece accedere alla misura. Ricordo che le dimissioni entro l'anno di vita del neonato sono considerate aventi giusta causa, ma devono essere convalidate dall'ispettorato del lavoro per evitare abusi, che purtroppo in Italia sono frequenti. Il licenziamento entro i 12 mesi di vita del bambino è, invece, sempre impugnabile. Quali sono le modalità attraverso cui è possibile richiedere il reddito di cittadinanza? Il reddito di cittadinanza può essere chiesto autonomamente collegandosi al sito del ministero del Lavoro.  Ma naturalmente è possibile anche richiederlo presentando di persona la domanda ai Centri di Assistenza Fiscale (CAF) oppure agli uffici postali, dopo il quinto giorno di ciascun mese. Dove si trovano i moduli per presentare la domanda? I link si trovano sul sito dedicato: la domanda va stampata, compilata e presentata negli uffici postali o al CAF. In alternativa, è possibile compilare la  domanda direttamente dal proprio computer; in questo caso sono necessarie le credenziali SPID2 per verificare l'identità del richiedente. Alcuni sostengono che il reddito di cittadinanza potrebbe scoraggiare la ricerca di lavoro.Ma chi chiede il reddito di cittadinanza deve dichiararsi immediatamente disponibile al lavoro e impegnarsi a effettuare un percorso di inclusione sociale e lavorativa. È necessario impegnarsi a terminare gli studi, a mettersi al servizio della comunità, a riqualificarsi professionalmente, e naturalmente, bisogna attivarsi per cercare un impiego. A quanto ammonta il reddito di cittadinanza, e per quanto tempo si percepisce l’assegno? Gli importi possono arrivare fino a 780 euro, per chi vive in affitto. L’assegno si può percepire per un massimo di 18 mesi rinnovabili una volta. Ma negli ultimi giorni si è verificato un fatto sorprendente: data la modularità della misura e i controlli che portava con sé, ai CAF hanno cominciato ad arrivare molte rinunce. È possibile la sospensione?Si, certamente. Avviene in caso di rifiuto di un’offerta di lavoro congrua, ma anche di accettazione di una proposta di lavoro con un reddito che supera i parametri. Cosa si intende per "offerta congrua? Per offerta congrua si intende una proposta coerente con le esperienze lavorative precedenti del soggetto percettore del reddito e con le sue competenze professionali. Il problema vero è quello delle distanze: la norma prevede che la prima proposta di lavoro sia ritenuta congrua se entro i 100 km dal luogo di residenza, la seconda entro i 250, mentre per la terza il requisito è che sia sul territorio nazionale. Veniamo ora allo stage. È possibile richiedere, percepire o continuare a percepire il reddito di cittadinanza se si sta effettuando un tirocinio extracurriculare? A mio avviso sì. Il reddito di cittadinanza è compatibile, in generale, con eventuali redditi da lavoro o indennità, ovviamente molto bassi, altrimenti si sforerebbero i limiti per poter accedere alla misura.E nel caso di un tirocinio curriculare?Si guarda sempre all'indennità. Se si effettua uno stage si ha diritto al reddito, a meno che il nucleo familiare superi le soglie di cui sopra. Il reddito di cittadinanza è cumulabile con la Naspi, cioè il sussidio comunemente detto “di disoccupazione”?Sì, viene espressamente previsto da una norma del cosiddetto “Decretone”. Ovviamente la percezione della Naspi determina una rimodulazione del reddito di cittadinanza il cui importo sarà, conseguentemente, più basso.Si ha già notizia di escamotage per ottenere il reddito di cittadinanza indebitamente? Gli escamotages più “semplici” sono quello di ottenere una separazione solo formale da parte dei coniugi – con uno dei due che cambia contestualmente residenza – e cambiamenti strategici di residenza, specie per le famiglie che possono godere della proprietà di un immobile in qualche comune rurale, magari quello d’origine delle famiglie. È stata inserita una norma che, però, subordina l’efficacia della separazione ai fini della percezione del reddito di cittadinanza alla presentazione di una dichiarazione della Polizia Municipale che attesta che, effettivamente, i coniugi separati non vivano realmente più nello stesso immobile.Esiste la possibilità che un ragazzo di buona famiglia "esca" dal nucleo familiare per percepire indebitamente il reddito? In teoria sì, ma a mio avviso si tratta di un falso problema: uscendo dallo stato di famiglia il genitore non scarica la sua posizione dalle tasse, annullando quasi il beneficio. Se invece il figlio vuole veramente rendersi autonomo, è giusto che lo percepisca. intervista a cura di Antonio Piemontese