Categoria: Storie

«La mia unica esperienza di stage? In EY, e... ottima!»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Lia Malandrucco, 25 anni, oggi con un contratto di apprendistato in EYSono nata in un paese della provincia di Frosinone, Alatri, e dopo il liceo classico mi sono trasferita a Milano, dove nel 2012 mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria gestionale al Politecnico. Una decisione presa dopo varie riflessioni sugli sbocchi lavorativi e le mie inclinazioni personali, che mi hanno portato a scegliere prima un percorso da ingegnere gestionale e poi l’università che meglio di tutte mi potesse offrire alta qualità della didattica, discreti sbocchi professionali e buona qualità della vita.I primi tempi sono stati duri: non conoscevo nessuno nella nuova città e affrontavo un percorso scientifico e una realtà così diversi da quelli che fino a quel momento avevo vissuto. Col passare dei mesi, però, ho cominciato a crearmi una rete di amicizie e a ingranare con lo studio, laureandomi in tempo, nel settembre 2017, e con successo: 110 e lode! Durante la laurea triennale ho seguito un percorso molto tradizionale mentre nella magistrale ho scelto l’indirizzo Advanced Manufacturing, durante il quale ho approfondito temi industriali più specifici, come la gestione e la pianificazione della produzione, alcune tecniche di manufacturing industriale o statistica applicata alla produzione.Nei cinque anni universitari ho vissuto in un appartamento nel quartiere del Politecnico, Bovisa, in un palazzo di quattro piani abitato solo da studenti. Non ricordo eventi universitari che abbiano particolarmente favorito la socializzazione specie tra fuorisede, ma abitando in un palazzo solo di studenti ho creato un forte network di amicizie in cui il senso di aggregazione e comunità venivano da sé. Pagavo circa 600 euro di affitto, che sarebbero stati insostenibili senza l’appoggio fondamentale dei miei genitori.Non ho fatto l’Erasmus per proseguire lo studio in maniera lineare, ma non ho rinunciato a esperienze estive all’estero. Per esempio nel 2014 ho fatto una vacanza studio a Brighton, dove ho frequentato un corso di inglese. Una scelta fatta soprattutto in vista dell’esame di certificazione obbligatorio per iscrivermi alla magistrale, in cui i corsi erano in lingua. Ho organizzato il viaggio da sola, sulla base di consigli di conoscenti. Così una volta scelta la scuola, per un costo totale di circa 1.600 euro, sono stata ospitata da una famiglia per tutta la durata del periodo di studio. È stata un’esperienza molto interessante sia per esercitare l’inglese sia per i legami e le amicizie che ho costruito.Prima di EY avevo solo svolto un progetto-laboratorio in azienda, previsto obbligatoriamente nel mio piano di studi, nell’ambito manufacturing e ingegneria industriale. Tra varie alternative proposte dall’università, ho scelto di svolgerlo in Cosberg, una piccola media impresa che opera nel settore dell’automazione industriale, con sede a Terno d’Isola. Il progetto è partito nel febbraio 2017 e si è concluso a luglio: eravamo un gruppo internazionale di cinque studenti di ingegneria gestionale al Politecnico, ma non era previsto alcun rimborso spese. Si è trattato di un progetto molto tecnico, nell’ambito della gestione della produzione, in cui ho avuto la possibilità di mettere in pratica gli insegnamenti universitari.Alcuni mesi dopo la laurea, nel febbraio 2018, nel pieno delle ricerche lavorative in cui mi ero dedicata sono stata contattata da un recruiter di EY, tramite Linkedin. Ero molto orientata all’ambiente industriale e ho svolto parecchi colloqui in grandi aziende manufatturiere italiane. Ma non volevo precludermi alcuna opportunità e ho deciso di effettuare lo stesso il colloquio per entrare nel team nell’area supply chain e operations che il recruiter mi ha proposto. L’iter è stato molto lineare e veloce: in un solo giorno ho svolto tutti i colloqui richiesti, case study di gruppo, individuale con recruiter e poi con un manager e dopo solo una settimana mi hanno comunicato l’esito positivo. Passato un mese dal colloquio, a marzo, ho iniziato il mio stage in EY.Il tirocinio che mi hanno offerto era di sei mesi con un rimborso spese di 850 euro più buoni pasto giornalieri da sette euro. Sono stata assegnata a diversi progetti e gruppi di lavoro seguendone alcuni anche fuori Milano. Ricordo ancora il mio primo giorno di stage: sono stata assegnata a una “buddy”, una collega che mi ha introdotto il mondo di EY e mi ha presentato a tutto il gruppo di lavoro. È stato molto utile avere una figura di riferimento informale, che mi potesse guidare negli aspetti più pratici del lavoro e presentare i colleghi e i senior manager con cui mi sarei trovata a lavorare in seguito. Per questo ho vissuto in maniera molto positiva i primi giorni di stage. Certo, era tutto nuovo, ma le persone con cui mi relazionavo sono state tutte molto disponibili e gentili.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una Ral di circa 26mila euro, come nello standard della maggior parte degli stagisti assunti in EY. Non è stata una sorpresa: già verso la fine del tirocinio mi era stato annunciato.Oggi all’interno di EY faccio parte del team di supply chain & operations, nella service line di advisory, la sezione consulenziale dell’azienda. Le mie mansioni quotidiane sono molto diversificate e si adattano a seconda del progetto e del team in cui mi trovo. Per ora si tratta di attività a bassa responsabilità: preparare presentazioni, supportare il team nelle interviste e negli incontri, fare sopralluoghi nelle sedi dei clienti. Spesso, infatti, lavoro presso gli uffici del cliente e non nella sede di Milano. Sono stata varie volte anche in trasferta, per esempio a Bologna e Brescia. In questo caso EY mi rimborsa tutte le spese che sostengo: trasporti, hotel e pasti. Visto il mio continuo cambio azienda e città è difficile descrivere una “giornata tipo”: potrei lavorare tutto il tempo a un file excel o a una presentazione o passare il giorno tra mille riunioni con il cliente. Nel mio lavoro non ci sono attività routinarie fisse, perché sono dettate dalle esigenze del team e del progetto in corso.È proprio questa caratteristica che mi ha portato a sviluppare un forte senso di adattamento e a lavorare sulle capacità relazionali nel settore della consulenza: si impara molto in fretta e si hanno diverse opportunità di crescita professionale, creazione di network e acquisizione di competenze. Sono ancora all’inizio del mio percorso lavorativo, ma in un anno mi sono già ritrovata di fronte a diverse situazioni e realtà, in cui ho cercato di imparare dagli altri a gestire le diverse complessità. Mi piacerebbe continuare su questo binario, ma ammetto che in futuro non so se proseguirò con la carriera in azienda o in consulenza. Quest’ultima mi affascina molto, soprattutto considerando i profili senior con cui lavoro e che rappresentano per me modelli di successo.La mia esperienza di stage in EY è stata ottima: avevo un rimborso spese che soddisfaceva le mie aspettative, mentre so che l’entità del compenso è il vero problema di gran parte dei tirocini, e non mi è stata negata nessuna possibilità progettuale. L’unico aspetto negativo era non avere un cellulare aziendale, visto che ero stagista, con la conseguenza di dover diffondere il mio numero personale a colleghi e clienti!Della Carta dei diritti dello stagista promossa dalla Repubblica degli Stagisti penso sia molto interessante l’attenzione per la cura e formazione dei tirocinanti: in alcune situazioni sono chiamati a svolgere solo attività molto operative e a basso valore e non considerate risorse su cui investire. Un consiglio a chi si affaccia al mondo del lavoro? Non avere paura di buttarsi, ma mettersi in gioco anche se si è fuori dalla propria comfort zone. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«Ho lasciato un determinato per uno stage in Nestlé, una scommessa ma ne è valsa la pena»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Lorenzo Bozzetti, 25 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Nestlé. Sono nato a Cremona e dopo il diploma classico mi sono iscritto nel settembre 2012 al corso di laurea in Economia e scienze sociali alla Bocconi. Pensavo potesse essere il giusto trampolino di lancio. La mia famiglia non ha mai cercato di influenzare la mia decisione: mio padre è medico ma non ha insistito né con me né con mio fratello perché seguissimo le sue orme. Il primo anno di università non è stato semplice, vuoi per un piccolo gap, colmabile, su alcune nozioni di matematica, vuoi perché facevo il pendolare tra Cremona – dove giocavo a basket – e Milano: in questo contesto era difficile trovare uno stacco tra sveglia all’alba, treni, lezioni tutto il giorno e palestra. Così il secondo anno mi sono trasferito a Milano in affitto, condividendo la casa con altri due ragazzi, ma rimanendo totalmente dipendente dai miei per le spese di vitto e alloggio, che da solo ammontava a circa 530 euro al mese! Presa la laurea triennale nel settembre 2015, mi sono iscritto al corso di Management sempre in Bocconi, dove ho preso la magistrale nell’ottobre 2017 con il massimo dei voti. Un indirizzo che mi ha dato una visione più pragmatica e aziendale.Durante il secondo anno della specialistica ho partecipato al progetto Erasmus: da agosto a dicembre 2016 a Maastricht, una piccola città olandese al confine con il Belgio. Avevo una piccola borsa di studio, circa 250 euro al mese, ed ero in affitto in una residenza per studenti, in un appartamento con altri tre ragazzi stranieri. L’inserimento è stato abbastanza facile perché la città era a misura d’uomo e prevalentemente universitaria. È stata un’esperienza che consiglio assolutamente e penso sia stata fondamentale nel mio percorso formativo. Sapevo che Maastricht non era una meta in cui l’Erasmus è tutto feste e voti facili, e proprio per questo sono tornato arricchito da un ambiente molto internazionale. Lì l’approccio all’università è diverso dal nostro: molti studenti lavorano oltre a frequentare l’università e queste esperienze extracurriculari sono valutate all’interno del percorso accademico. Le lezioni fatte da docenti sono poche, mentre ci sono molti lavori di gruppo, progetti e lezioni tenute da studenti: tutto questo mi ha permesso di migliorare l’uso dell’inglese e le capacità di public speaking.Nel frattempo avevo iniziato a monitorare le offerte di stage presenti sul portale dell’università per il tirocinio curriculare obbligatorio del secondo semestre. Sarebbe stata la mia prima esperienza con il mondo del lavoro. Tramite il portale dell’università ho trovato interessante un’offerta come business analyst presso Le Coq Sportif, azienda francese di abbigliamento sportivo che ha una sede a Milano. Fatto il colloquio, è partito il mio primo stage: sei mesi da febbraio ad agosto 2017 con un rimborso spese di 500 euro mensili più otto euro giornalieri di buono pasto. Dovevo analizzare le vendite di sellout di tutti i punti vendita sul territorio italiano, avendo la possibilità di interfacciarmi sia con i nostri agenti, sia con alcuni rappresentanti dei negozi oggetto d’analisi. Mi sono trovato molto bene nell’ambiente di lavoro grazie alla disponibilità di colleghi e tutor e al fatto che settimanalmente venissero organizzate attività extra lavorative, come il calcetto, che facilitavano l’inserimento.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto a tempo determinato di un anno, con una Ral di circa 21mila euro, dandomi la possibilità di consegnare prima la tesi che ho cominciato a scrivere durante le ultime settimane di stage. Poi è partito il contratto: avevo intenzione di fare tutti i dodici mesi e poi cercare una nuova opportunità in un’azienda più grande.Così partecipando al Bocconi&Jobs ho lasciato il mio curriculum alle aziende che mi sembrava offrissero opportunità interessanti. Tra queste c’era anche Nestlé, che cercava un profilo in linea con il mio. Dopo il primo contatto al Bocconi&Jobs e un breve colloquio telefonico motivazionale, sono andato in sede per un colloquio con le mie future responsabili. Mi sono sentito subito a mio agio, ho percepito interesse verso il mio profilo e la mia disponibilità a rimettermi in gioco con uno stage, rinunciando a un contratto già in mano.Una volta ricevuto il feedback positivo, ho trovato la massima disponibilità e comprensione da parte di Le Coq Sportif, che mi ha dato la possibilità di iniziare la nuova esperienza già da metà dicembre, invece di gennaio 2018 come inizialmente concordato. In questo modo ho potuto iniziare alcuni corsi di formazione in Nestlé per un paio di settimane prima della sospensione natalizia e rientrare a gennaio subito operativo.Ho cominciato il mio stage di sei mesi fino a giugno 2018, con un rimborso spese di 720 euro mensili, più la mensa interna. Ho collaborato alla transizione della divisione Buitoni da un fornitore banca dati a un altro. Le prime due settimane ho fatto corsi di formazione per prendere dimestichezza con i software che avrei dovuto usare. E dal 2018 ho dato un contributo effettivo all’impostazione della nuova reportistica. Fin dall’inizio ho ricevuto massima disponibilità e supporto dalla mia tutor aziendale e da tutto il gruppo di lavoro. Aggiornavo una reportistica settimanale e mensile di routine e davo una mano nell’impostare analisi più dettagliate dopo le richieste della divisione e dei brand manager. Ero felice di essere in una posizione analitico numerica che mi permetteva di essere a contatto con grandi istituti esterni e con l’intera divisione Buitoni, di occuparmi di formazione relativa al software per i neo stagisti e interfacciarmi direttamente con il Business executive officer. Non solo capacità “da smanettone” su excel, ma anche di interpretazione dei numeri e impostazione di analisi.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una Ral leggermente inferiore ai 30mila euro. È stata una naturale evoluzione del ruolo, coerente con quello che avevo fatto, con l’unica differenza che non ero più dedicato solo a Buitoni ma avevo la possibilità di entrare in contatto con tutta l’azienda. La grande fortuna del mio lavoro è fare qualcosa che mi piace, entrare in contatto con persone che appartengono a qualsiasi livello gerarchico e interfacciarmi con grossi fornitori esterni.Il settore del Food & Beverage è da sempre stato di mio interesse e posso confermare che è molto stimolante e dinamico. In più dall’interno di una grossa multinazionale è possibile avere un quadro completo sui trend che stanno muovendo il mercato. Oggi mi sento nel bel mezzo di un processo di crescita coerente, che mi sta portando ad assumere maggiori competenze e responsabilità. Non nego che in futuro mi piacerebbe ricoprire altri ruoli magari più focalizzati su un unico settore alimentare, così da poter approfondire maggiormente la conoscenza di un determinato mercato e le sue dinamiche specifiche.So di essere stato fortunato per il percorso che ho intrapreso: non capita a tutti. Spesso ci si accontenta della prima opportunità, mentre lo stage andrebbe preso molto seriamente, non solo come un passaggio obbligato del piano di studi.I due aspetti che penso più interessanti della Repubblica degli Stagisti, che conoscevo già da tempo, sono il network e le garanzie che forniscono le aziende aderenti, visto che si espongono pubblicamente con degli standard minimi, oltre alla possibilità di leggere testimonianze di coetanei, come la mia, che hanno attraversato stessi problemi, preoccupazioni e incertezze. Il mondo del lavoro cambia velocemente e in alcuni casi i consigli di persone molto più grandi possono risultare quasi anacronistici se calati nella situazione attuale. Mentre leggere le esperienze di coetanei è un po’ come chiedere i consigli a chi ha fatto l’esame di turno l’anno prima! Credo poi che il punto più interessante della Carta dei diritti dello stagista sia l’incentivo a non ritenere lo stage come unica tipologia di contratto formativa. Penso sia sovrautilizzato dalle aziende che spesso, prolungandolo, non aiutano a far capire allo stagista se stanno puntando su di lui.Ai giovani che si apprestano a entrare nel mio settore professionale do tre consigli: seguite le vostre passioni e interessi, svegliarsi tutte le mattine con la prospettiva di fare qualcosa che non vi piace è veramente demotivante; non abbiate paura a mettervi in gioco, soprattutto all’inizio la parte economica non deve essere l’unico criterio di scelta; non abbiate timore di dire la vostra opinione, fin dal primo colloquio.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Parvaneh Shafiei, programmatrice in EY e ambassador della Women in Data Science Conference: «Ragazze, studiate informatica!»

Domani, mercoledì 6 marzo, si terrà la Women in Data Science (WiDS) Milan Conference, prima edizione milanese della Global WiDS Conference, conferenza internazionale dedicata alle donne che lavorano o fanno ricerca nel settore data science. Tra le ambassador c’è Parvaneh Shafiei, senior data scientist del gruppo EY, sponsor dell'evento e multinazionale della consulenza appartenente all’RdS network. Per la rubrica Girl Power di oggi abbiamo raccolto la sua testimonianza. Sono nata in Iran trentatré anni fa e da sette sono in Italia dove, dopo la laurea in Software engineering, sono arrivata per seguire un Master in computer science al Politecnico di Milano.  Quest’anno sono ambassador della Women in Data Science (WiDS) Milan Conference e ho avuto il compito di organizzare l’evento, individuando le speaker. Oltre a me interverranno sette donne, provenienti da esperienze diverse: non solo delle data scientist, ma anche una dottoranda in machine learning, due manager, una digital analyst e una head of innovation models. Ognuna farà uno storytelling di circa dieci minuti, raccontando la sua esperienza, la sua scelta di studiare la data science o un suo progetto specifico. Seguiranno un panel e un momento di networking e mentoring per gli interessati. L’obiettivo è quello di aiutare gli studenti e le studentesse che vorrebbero occuparsi di data science ma non sanno che tipo di carriera intraprendere. Vogliamo far capire loro che questo è un mondo nuovo e variegato. All’interno del gruppo EY abbiamo persone con backgroud diversi: laureati in matematica, fisica, informatica, biomedica e così via. Ma ci servono anche persone con mentalità diverse, per questo vogliamo aumentare la presenza femminile: al momento è solo del 20 per cento ma per il 2019 ci piacerebbe arrivare al 50. In particolare, oggi nel team data science ci sono dieci ragazze su cinquanta, di cui sette si occupano di programmazione. Io mi sento fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre supportato, appoggiando la scelta di studiare informatica, come mia sorella e i miei cugini, nonostante avrebbero preferito che scegliessi arte o musica – ero brava a suonare il piano! – sia in quella di trasferirmi in Italia. In Iran non ho mai avvertito un divario di genere. All’università c’era parità, da noi molte ragazze scelgono l’informatica e anche l’ingegneria civile e meccanica. Ero convinta che in Europa sarebbe stato anche meglio. Invece al master a Milano eravamo solo sei ragazze su quaranta, di cui una sola era italiana. Poi ho iniziato a lavorare come junior data scientist ero l’unica donna. Non è facile lavorare in un ambiente maschile: a volte non ti prendono seriamente e pensano “è una ragazza, non ha ambizioni”. Ho capito che qui le donne devono lavorare più degli uomini per essere apprezzate in questo settore. Penso sia così anche perché non se ne parla abbastanza: bisogna innanzitutto cambiare la mentalità delle persone. Per questo nel 2017 ho fondato RLadies Milano, gruppo dedicato alle donne data scientist, che fa parte dell’organizzazione mondiale R-Ladies, nata con la missione di promuovere la diversità di genere nel settore informatico. Con RLadies organizzo eventi per coinvolgere le donne a parlare delle proprie attività. Un giorno mi piacerebbe anche avviare dei progetti nelle scuole, perché è importante coinvolgere i ragazzi da subito e far capire che oggi è importante che tutti sappiano programmare a livello base, perché a prescindere da cosa faranno nella vita è una capability che può aiutare tantissimo.Riguardo la mia carriera, dopo aver cambiato due aziende per vedere più progetti diversi possibile, sono arrivata in EY, dove ho la possibilità di cambiare progetto ogni tre/sei mesi restando nella stessa azienda. Questo è l’aspetto più bello e interessante della consulenza. Mi occupo di programmazione pura, ad esempio sviluppando modelli produttivi di recommendation system per aziende turistiche, planning, documenti per presentare i risultati ai clienti. Fondamentale nel mio lavoro è saper spiegare i risultati nel modo giusto anche a chi non sa nulla di informatica.  Alle ragazze dico: bisogna esplorare, leggere, viaggiare, partecipare a eventi. Siamo in un mondo digitale e dobbiamo sfruttare l’accessibilità che ne deriva. Il mondo data science può essere una grande opportunità, e attenzione: non è fatto solo di programmazione ma anche di altri livelli, come lo storytelling e la creazione di dashboard non solo tecnici. E qui le donne, che hanno più soft skills degli uomini, possono avere una marcia in più. Non esistono limitazioni se non quelle che ci diamo noi!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

La passione per i computer è diventata un lavoro per Gianluca in Spindox

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Gianluca De Bartolo, 23 anni, oggi con un contratto di apprendistato in SpindoxSono di Terlizzi, un paesino in provincia di Bari: un posto che mi manca molto e che ho fatto fatica a lasciare, nonostante sapessi da sempre che un giorno o l’altro sarebbe successo. Mi sono diplomato come geometra nel 2014. Avevo scelto quella scuola per seguire le orme di mio padre: da piccolo lo guardavo lavorare al computer e mi appassionava, ma solo in seguito ho realizzato che non mi interessava realmente “cosa” facesse, ma “con cosa”. La passione per i computer, infatti, è cresciuta a tal punto che finita la scuola superiore ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Informatica dell’università di Bari.L’impatto con il mondo dei codici e della programmazione non è stato per niente semplice, ma pian piano ho cominciato ad amarne l’ambiente e le potenzialità. Durante gli studi ho lavorato saltuariamente come agricoltore, sia in piccole aziende a gestione familiare sia per conto terzi. Questa esperienza mi ha fatto crescere molto perché ho capito cosa significa davvero faticare e che non bisogna mai lamentarsi per delle banalità, ma cercare sempre di mettercela tutta. E poi mi ha aiutato a dare il giusto valore al denaro: quando torni a casa sfinito per 25 euro al giorno capisci meglio quanto vale. Di solito i giovani lavorano la sera in qualche pub o cose simili, ma dalle mie parti è più facile trovare un lavoro come agricoltore. Visto che studiavo, non sarei stato in grado di garantire una regolarità, come richiesto in altri lavori: questo era l’unico modo per guadagnare qualcosina senza sacrificare l’università.Ad aprile 2018 sono riuscito a laurearmi in Informatica e tecnologie per la produzione del software all’università di Bari ed è stato lì che ho cominciato a pensare al mio futuro. O meglio, un’idea già ce l’avevo, quella di continuare con la laurea magistrale alla Sapienza di Roma e contemporaneamente di iniziare a fare esperienza come sviluppatore e cominciare a lavorare. Così ho iniziato a mandare curriculum alle aziende di Roma: cercavo posizioni su Linkedin come Java developer e mi sono candidato ad un annuncio di Spindox. Qualche giorno dopo ho ricevuto una mail dall’azienda che era interessata al mio profilo.La selezione era articolata in tre colloqui: il primo con l’Hr che mi ha presentato l’azienda, le tecnologie utilizzate, i requisiti della posizione per la quale mi ero candidato e i termini del contratto che mi avrebbero proposto in caso di assunzione. Il secondo colloquio era di carattere tecnico con l’attuale capo della mia service line, mentre il terzo era con il responsabile della sede di Roma. Entrambi mi hanno fatto domande sulle mie esperienze professionali e universitarie, sulle tecnologie conosciute e con cui mi sentivo più a mio agio. Alla fine Spindox mi ha offerto uno stage di sei mesi come Developer junior, con un rimborso spese di 800 euro al mese, pc aziendale e buoni pasto da 6,50 euro al giorno. Ho cominciato il primo giugno e mi è stato assegnato un tutor che all’inizio mi avrebbe seguito e più avanti avrei affiancato nel lavoro.Ricordo perfettamente il mio primo giorno di stage: la sensazione maggiore che ho provato è stato lo stupore. Non mi aspettavo nulla di ciò che vedevo. Ero convinto di trovare un ambiente più teso e meno amichevole. Ho avuto anche un po’ di paura per i discorsi che facevano i miei colleghi: non riuscivo a cogliere il significato dei loro ragionamenti, ma dopo un po’ è passato! Quello che mi  ha colpito di più è stata la disponibilità del mio tutor e dei colleghi, che hanno fatto di tutto per farmi sentire a casa sin dal primo giorno, nonostante fossi l’ultimo arrivato. Il mio tutor mi ha spiegato i progetti che avrei seguito e le tecnologie che avrei imparato e utilizzato. Poi dopo qualche settimana di studio e pratica ho cominciato ad essere parte integrante del gruppo Java, fino a diventare completamente autonomo. Devo molto al mio tutor: mi ha seguito sempre e ha avuto la pazienza di ascoltarmi e spiegarmi ciò che non conoscevo, dispensando consigli fondamentali che mi aiutano e aiuteranno a crescere. Ho imparato tanto in questi mesi, seguendo gli sviluppi sugli applicativi Java dei progetti in carico a Spindox Roma per un noto cliente.Finito lo stage, il 3 dicembre, Spindox mi ha proposto un contratto di apprendistato di due anni con una Ral di 23.400 euro, dal primo all’ottavo mese, con successivi scatti di crescita. Non mi aspettavo proprio un contratto di questo tipo! Non solo in termini economici, ma proprio come obiettivo. Prima di cominciare questa avventura, infatti, non credevo che lo stage avrebbe effettivamente portato all’assunzione. Quindi oggi sono felice di aver scelto proprio Spindox per le possibilità che mi sta offrendo.Grazie al mio stipendio ho iniziato a togliermi qualche sfizio, ma non ho fretta: in futuro penso che comprerò un’auto per essere più indipendente ma preferisco fare le cose con calma. Questo piccolo successo mi rincuora soprattutto considerando che molti ragazzi della mia età fanno fatica a realizzarsi e a trovare una stabilità.Intanto a ottobre mi sono iscritto alla laurea magistrale in Computer Science e sto cercando di studiare parallelamente al lavoro. Ad oggi sono riuscito a bilanciare il tempo di lavoro con quello dedicato allo studio. Spindox, infatti, mette a disposizione dei permessi che consistono in 150 ore retribuite utilizzabili per motivi di studio ed è possibile assentarsi il giorno dell’esame. Studio nei week-end e la sera, quando torno a casa, e so che potrei utilizzare le ore di permesso messe a disposizione da Spindox anche se ad oggi non ne ho fatto uso. Non sto frequentando le lezioni, ma non mi pesa molto, sono abituato a questo già dalla triennale. Non è facile portare avanti entrambi i percorsi, ma cerco di fare di tutto per riuscirci. Oggi vivo in un appartamento con altri tre ragazzi che lavorano nel mio stesso campo e grazie al mio stipendio riesco a pagare affitto, circa 400 euro al mese, e università senza chiedere nulla ai miei. Trasferirsi da Terlizzi a Roma è stato decisamente un grosso cambiamento. E forse la cosa più difficile da accettare è stata quella di vivere di mezzi di trasporto e non poter essere autonomo come in passato. Ma penso che sarà solo una questione di abitudine a cui con il tempo non farò più caso. D’altro canto Roma è bellissima!In Spindox metto in pratica quelli che sono i requisiti del cliente, proponendo soluzioni più appropriate in relazione alle diverse situazioni, discutendone con gli altri membri del mio team. Insieme cerchiamo di risolvere tutti i problemi che inevitabilmente sorgono sugli applicativi che sviluppiamo. Ogni giorno c’è del nuovo lavoro da fare, perciò dividiamo i compiti per rispettare le scadenze spesso stringenti, collaborando e aiutandoci a vicenda. Non mi occupo solo di scrivere codici, ma anche di gestire tutti gli strumenti che possono essere utili per riprodurre al meglio gli ambienti sui quali girano i nostri applicativi e poter, quindi, essere pronti a fronteggiare qualsiasi tipo di imprevisto.Aspiro a diventare un buon sviluppatore, senza smettere mai di imparare. Vorrei specializzarmi sulle tecnologie su cui lavoro senza fossilizzarmi solo sulla programmazione Java. Certo, sono solo all’inizio del mio percorso lavorativo e mi auguro di avere anche in futuro la stessa voglia di conoscere il mondo in cui lavoro che ho oggi.Nella fase in cui cercavo lavoro ero sempre alla ricerca di notizie sulle aziende che contattavo: è stato allora che ho conosciuto la Repubblica degli stagisti e ho letto molti articoli e storie come quella che oggi sto raccontando. Credo sia uno strumento molto utile per promuovere il nome delle aziende che trattano al meglio i propri dipendenti e soprattutto mantengono le promesse. E poi è fondamentale per indirizzare i giovani senza esperienza che si apprestano a entrare nel mondo del lavoro attraverso i consigli di chi ha fatto lo stesso percorso. Conoscevo anche la Carta dei diritti dello stagista e ne condivido pienamente i principi. Spesso le aziende prevedono che i tutor esprimano un feedback rispetto alla crescita dello stagista, ma credo che sarebbe utile che avvenisse anche il contrario, e che ogni stagista potesse esprimere il proprio feedback, positivo o negativo, in relazione all’ambiente che lo circonda, ai colleghi e alle mansioni che svolge e permettere all’azienda di costruire al meglio il suo percorso formativo.Un consiglio ai giovani che si apprestano a entrare nel mio stesso settore professionale? Ne ho ben tre! Innanzitutto, condividere: saper lavorare in gruppo è indispensabile. Non spaventarsi mai di fronte a ciò che non si conosce, l’importante è avere la voglia di imparare nuove tecnologie. Infine cercare di sfruttare i colleghi più esperti e seguire la fame di conoscenza dei più giovani. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«Lo stage al Consiglio dell’Unione europea, grande meta per un giovane traduttore»

Il Consiglio dell'Unione europea offre ogni anno un centinaio di posti per tirocinanti con almeno la laurea di primo livello, con un buon rimborso spese: più di 1000 euro mensili. L'avvio degli stage per chi farà domanda e verrà selezionato, è previsto per settembre 2019. Davide Cavanna, 32 anni, ha partecipato al progetto dal settembre 2011 al gennaio 2012 e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza a Bruxelles.Sono di Alessandria, città che ho lasciato una volta terminato il liceo linguistico. Volevo iscrivermi all’università a Trieste o Forlì, ma molto prima dei test di ingresso in questi atenei ho provato quello per la laurea triennale in comunicazione multilingue a Ginevra: l’ho superato e mi sono trasferito in Svizzera. Ambientarsi non è stato difficile. Vivevo in uno studentato con altri ragazzi di varie nazionalità molto vicino all’università. L’ambiente è stato molto accogliente e non ho avuto problemi con la lingua visto che ho parlato fin troppo italiano con molti professori del nostro Paese. La città è sicuramente cara per la vita di tutti i giorni, ma per l’università non tanto. Ancora oggi si paga a semestre 500 franchi, circa 400 euro, una cifra che per Ginevra è veramente bassa. A questo però andava sommato l’affitto dello studentato che costava 400 franchi al mese. Cifre che senza l’aiuto dei miei genitori certamente non avrei potuto sostenere.Finita la laurea triennale, nel 2009, avrei voluto fare subito quello che sto studiando ora: la specialistica da interprete. Ma visto che non ho superato le selezioni in un paio di università ho deciso di allargare la mia ricerca e ho optato per una triennale in studi internazionali presso l’università di Bologna. Volevo scegliere l’Italia, ma non vivere troppo vicino ai miei e Bologna era un buon compromesso stando a tre ore da casa. Avrei dovuto vivere lì tre anni ma grazie al riconoscimento di alcuni esami in due anni sono riuscito a laurearmi. Mi è piaciuta molto l’esperienza bolognese, sia la città che l’università. E in confronto a Ginevra ho apprezzato molto il calore umano che in Svizzera è meno evidente, e dove, però, la burocrazia è molto più semplice e lineare.Nel frattempo avevo fatto domanda per lo stage al Consiglio dell’Unione europea: una destinazione che per chi ambisce a fare il traduttore è la massima meta. Durante l’estate ho saputo che la mia domanda era stata accettata e così sono nuovamente partito, questa volta meta Bruxelles per svolgere il mio stage dal settembre 2011 al gennaio 2012. Ero assegnato alla Segreteria del Consiglio e in particolare nell’unità di traduzione di lingua italiana. Sono stato seguito da due persone all’interno del team che mi hanno guidato e consigliato, dandomi sempre un feedback tempestivo. Durante quei mesi ho principalmente tradotto dall’inglese, molto meno dal francese, collaborando anche con altri dipartimenti del Consiglio. Una volta arrivato a Bruxelles, la prima cosa è stata trovare una stanza: all’inizio l’avevo presa ad Anderlecht, poi mi sono spostato più vicino al Consiglio, a Woluwe-Sint Lambert. Non ho avuto però problemi a mantenermi, visto che il rimborso spese era di circa mille euro che, all’epoca, mi hanno consentito di vivere in città, pagando l’affitto della camera intorno ai 300-350 euro al mese.L’esperienza dello stage al Consiglio è stata positiva sia per la possibilità di sperimentare il lavoro all’interno dell’Unione europea, sia per il tempo passato con i colleghi tirocinanti da tutta Europa, di cui almeno un paio con il tempo sono diventati dei veri e propri amici con cui sono ancora in contatto.Terminato lo stage al Consiglio ho lavorato per sei mesi da febbraio a luglio del 2012 con un contratto a tempo determinato in un ente in bilico tra lucro e no, nel settore dell’istruzione a livello europeo, sempre a Bruxelles, esperienza altrettanto positiva.Non volevo, però, rimanere a Bruxelles e ho pensato di approfondire il diritto internazionale: ho mandato varie domande per master e sono stato accettato dall’università del Sussex per il master in International Law. La scelta di dirigermi verso l’Inghilterra era dovuta a una semplice constatazione: non avevo mai vissuto in un paese di lingua inglese e porprio questo è un requisito importante per chi vuole fare la specialistica da interprete. Poi verso la fine del master, nella primavera del 2013, ho ricominciato a mandare curriculum in giro e alla fine sono stato selezionato da Amazon Lussemburgo per lavorare come traduttore interno. Anzi, consiglio a tutti di dare un’occhiata ai posti cercati dall’azienda: sono innumerevoli e in tanti ambiti diversi. Dopo due anni sono passato in una società di gestione di fondi a matrice tedesca, ma poi ho deciso di lavorare per conto mio, come traduttore e interprete di trattativa da tedesco, francese e inglese.Al momento, quindi, lavoro con partita Iva in Lussemburgo, cosa che in parte facevo fin dall’estate 2008 ma visti i volumi limitati all’epoca ancora con ritenuta d’acconto in Italia. Oggi posso dire che la mia passione per le lingue si è trasformata effettivamente nel mio lavoro e mi sento fortunato per questo. Al momento sono anche in formazione per diventare interprete di conferenza, consecutiva e simultanea. E spero di poter combinare traduzione e interpretariato da autonomo. Non so ancora se un domani tornerò in Italia. Non lo escludo, ma per ora sto bene qui: gestire la partita iva in Lussemburgo è facile e poi è una posizione fisica strategica tra Strasburgo e Bruxelles. L’anno prossimo una volta conclusa la formazione da interprete deciderò se spostarmi di nuovo. Non conosco abbastanza la situazione stage in Italia, ma sono sicuro del fatto che qualunque stage andrebbe pagato: non è giustificabile un lavoro gratuito anche se si è un principiante. Il numero di domande per partecipare ai tirocini presso il Consiglio dell’Unione europea sono sempre tantissime, quindi è un po’ un terno al lotto essere ammessi. Ma credo che se l’ambito prescelto rientra nelle proprie passioni, questo dovrebbe trasparire nella propria application e facilitare l’entrata.Oggi sono contento del percorso fatto e ringrazio i miei che fino ai 24 anni mi hanno mantenuto e permesso di arrivare fin qui. Tornando indietro forse inizierei a lavorare prima. E a chi si appresta a studiare le lingue con l’obiettivo della traduzione do un piccolo consiglio: coltivate le lingue ma fate un percorso parallelo in una materia che vi interessa, perché la competenza è una marcia in più quando si fa il traduttore. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«Cercavo il lavoro giusto per me e ho incontrato Nestlé sul mio cammino»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Silvia Innocenti, 24 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Nestlé.Sono di Bergamo, città in cui ho continuato a vivere fino a pochi mesi fa, anche mentre facevo l’università a Milano. Nel 2013 mi sono iscritta al corso di laurea triennale in Marketing, comunicazione aziendale e mercati globali in Bicocca. Durante l’ultimo anno della triennale ho deciso di non candidarmi per l’Erasmus ma di cercare uno stage, anche se non era previsto dal piano di studi, per iniziare a inserirmi nel mondo del lavoro e capire meglio le sue dinamiche.Così da febbraio a maggio 2016 ho fatto il mio primo stage extracurriculare, trovato autonomamente, presso l’agenzia di pubblicità e comunicazione Leo Burnett a Milano. Questa esperienza mi ha permesso di sviluppare competenze professionali in ambito di comunicazione e mi ha aiutato a comprendere meglio quale ruolo potesse essere più adeguato alle mie caratteristiche, passioni e aspirazioni. Avevo il ruolo di junior account, con un rimborso spese mensile di 400 euro, e ho supportato il mio tutor nel rilancio di una campagna pubblicitaria di un noto brand. Mi occupavo di svolgere analisi sulla competizione in Italia e all’estero per quanto riguarda piattaforme tradizionali e social, in contatto continuo con il reparto creativo per il riposizionamento del brand sul mercato. È stato un periodo in cui ho lavorato sulle mie soft skills! Finito lo stage ho deciso di continuare gli studi e mi sono iscritta al master in Corporate communication dell’università Cattolica, che mi era stato consigliato proprio dal Ceo dell’agenzia Burnett.Finito il master – il percorso aveva un costo poco superiore a 8mila euro – ho iniziato a fare molti colloqui di lavoro, ho ricevuto alcune proposte, alcuni rifiuti, ma io stessa ho anche detto tante volte di no. Stavo aspettando il lavoro giusto per me, senza compromessi. Volevo seguire la mia passione e trovare un lavoro che mi rendesse felice. Durante questo periodo ho avuto il primo incontro con Nestlé, in un Career day dell’università Cattolica. Un momento davvero unico in cui ci si può mettere alla prova, mostrando le proprie potenzialità. Spesso un foglio di carta non è in grado di rappresentare una persona a pieno, diversamente da un contatto faccia a faccia. Così mi sono presentata all’Hr Nestlé: le ho raccontato le mie passioni e le mie idee, quelle che ogni giorno mi fanno alzare la mattina per portare qualcosa di fresco e nuovo alle persone che stanno con me. Ho cercato di dare il massimo e di trasmettere tutta l’energia che mi caratterizza. E qualche giorno dopo è arrivata la fatidica chiamata! La settimana seguente ho fatto il colloquio con la mia attuale responsabile per l’area digital dell’azienda e all'inizio di novembre del 2017 ho cominciato il mio stage in Nestlé, con un rimborso spese di 700 euro mensili, inclusa la mensa e la palestra del Forum di Assago.È stata un’esperienza davvero unica che mi ha permesso di conoscere numerosi business, interfacciarmi con diverse persone e far crescere le mie passioni nell’area marketing e comunicazione. Ricordo le sensazioni del mio primo giorno di stage: ero felicissima perché dopo tanti sacrifici ero riuscita a conquistarmi una opportunità. I miei colleghi mi hanno subito messa a mio agio, mostrandomi l’azienda e spiegandomi con pazienza le diverse attività che avrei svolto.Qualche mese prima che finisse lo stage mi avevano avvisata che mi sarebbe arrivata la proposta di un contratto di apprendistato di due anni, con una Ral di circa 28mila euro. E, infatti, a maggio di quest’anno ho terminato il mio stage e appena tre giorni dopo sono stata ufficialmente assunta come dipendente. Quando mi hanno dato la notizia della conferma ero davvero felice: era la dimostrazione che se ti impegni tanto e ci credi fino in fondo, i risultati arrivano. Grazie a questo contratto la mia vita è sicuramente cambiata, oggi ho un po’ di stabilità e sono riuscita anche a prendere una casa in affitto a Milano.Lavoro nella divisione Consumer marketing & communication per Nestlé e ricopro il ruolo di community manager e content studio lead. Ci occupiamo della gestione delle pagine social per i nostri brand, delle interazioni one-to-one, effettuiamo “social listening” per valutare i trend del momento e monitoriamo le campagne digital. Inoltre, da quando sono entrata in azienda, mi sono occupata anche della creazione grafica, all’inizio di Real Time Marketing e poi di veri e propri post e video per i piani editoriali social. Un’occasione molto importante per me, poiché ho avuto modo di mettermi alla prova e unire le mie passioni per la fotografia e il videomaking al lavoro.Finito lo stage, quindi, ho continuato con le mie attività di Community manager e in questo momento sto guidando la creazione di un content studio interno per la realizzazione di contenuti digital e social per l’azienda. In un mondo in costante cambiamento, in cui la realizzazione di contenuti deve essere sempre in real-time e bisogna essere in grado di raggiungere il consumatore in maniera personalizzata, abbiamo deciso di arricchire il ruolo del Community manager, che, quindi, è responsabile anche della creazione dei contenuti. In questo modo, Nestlé si sta impegnando per creare all’interno figure che siano pronte a essere dei veri e propri brand manager 2.0. È stato un lungo cammino e sono cresciuta molto in un anno e questo grazie anche alla mia responsabile, Laura, che ha creduto in me e si è fidata nel farmi portare avanti questo progetto a soli 23 anni.Oggi il settore che sento più vicino a me è quello dei “Fast Moving Consumer Goods”, in cui è possibile avere un contatto diretto con i consumatori e i loro bisogni. Mi reputo molto fortunata, perché mi piace il mio lavoro e si capisce subito dall’energia che trasmetto quando ne parlo! La mia prospettiva è riuscire a fare, anche negli anni futuri, un lavoro stimolante, avvincente e vicino alle mie passioni creative, di comunicazione e perché no, visto che sono un’appassionata di sci freeride e di mountan bike, magari anche sportive!Ho scoperto la Repubblica degli Stagisti qui in Nestlé e trovo davvero interessante il lavoro che fa, permettendo ai più giovani di condividere le proprie esperienze e mostrare il proprio percorso di crescita. Oggi in Italia la percezione dello stage è di un periodo di lavoro sottopagato se non addirittura gratuito e caratterizzato talvolta da attività ripetitive che danno poche occasioni di crescere e sviluppare competenze. Il vero problema, poi, è che spesso non porta all’assunzione e costringe lo stagista a trovarsi un’altra opportunità in tempi brevi – opportunità che, spesso, si traduce in un nuovo stage.Forse per questo tanti scappano via: io ho mandato qualche curriculum all’estero, ma onestamente non avevo necessità di andare via dall’Italia. Sentivo e sento che il mio Paese può ancora darmi qualcosa.E ai giovani che come me si apprestano a entrare nel mondo del lavoro consiglio di non smettere mai di lottare, di mettersi alla prova, di sbagliare e rialzarsi in piedi. Prendetevi le vostre responsabilità e imparate dai vostri colleghi, ascoltate i loro consigli e aiutateli quando ne avranno bisogno. Concentratevi sulle vostre passioni e su ciò che fate bene. Non limitatevi a svolgere solo quello che vi viene richiesto, ma andate oltre. Fatevi domande, approfondite e mostratevi curiosi.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

La Storia di Teresa: da Giurisprudenza alla carriera internazionale passando per la Commissione Europea

La Commissione Europea offre ogni anno 1.300 posti per stagisti europei laureati in ogni disciplina, con un buon rimborso spese: più di 1000 euro mensili, pubblicando ogni anno due bandi. L'avvio degli stage per chi farà domanda entro il 4 fabbraio, e verrà selezionato, è previsto per ottobre 2019. Teresa Caterino 28 anni, ha partecipato al progetto da ottobre 2018 a febbraio 2019 e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza.Sono nata nel 1991. Dopo il liceo classico nella mia città, in in provincia di Varese, ho deciso di iscrivermi a Giurisprudenza, con il sogno di diventare magistrato, possibilmente antimafia. Ho scelto l’università di Trento attratta non solo dall’ottima fama ma anche dall’approccio internazionale e comparatistico, e non sono stata delusa: già dal 2010 ho respirato un’aria internazionale, fino a scegliere poi di trascorrere il mio quarto anno all’Università di Amburgo, in Germania, nel quadro del programma Erasmus. Quest’esperienza è stata molto utile per farmi capire che in realtà il diritto non era la materia di cui avrei voluto occuparmi per il resto della vita. Tornata in Italia, dopo la laurea nel 2016 ho  deciso di iscrivermi al Master in Cooperazione Internazionale all'Ispi puntando a una carriera come project manager per il no profit.Proprio in seguito al master, attraverso l'Ispi, ho svolto uno stage curriculare come assistente Program manager di quattro mesi con Oxfam Italia nei Territori Palestinesi Occupati: come gran parte degli stage curriculari questo non prevedeva un compenso, ma percepivo un rimborso spese mensile di circa 300 dollari per la copertura parziale delle spese di alloggio. Questo stage è stato utilissimo: la mia tutor è stata paziente nello spiegarmi tutti i tecnicismi del lavoro, affidandomi anche mansioni di responsabilità e credendo sempre nelle mie capacità. Dopo la fine dello stage mi ha proposto un rinnovo dello stesso alle medesime condizioni, ma purtroppo economicamente non sarebbe stato per me sostenibile.Tornata in Italia, dopo due mesi di ricerca quotidiana e frustrante, sono stata assunta come apprendista da una ong torinese come progettista. La retribuzione era di circa 1200 euro netti al mese; si tratta di una forma contrattuale a tempo indeterminato che prevede una parte di formazione. Il posto di lavoro era caratterizzato da un clima molto informale, e il rapporto con i colleghi era buono, anche se la tensione tra il reparto cooperazione allo sviluppo e gli altri reparti si faceva talvolta sentire. Dopo riflessioni e dilemmi personali, tuttavia, ho deciso di interrompere il rapporto di lavoro e di trasferirmi all’estero, accettando una posizione in una azienda che si occupa di traduzioni legali, sempre da project manager e con lo stesso contratto di apprendistato. Ho quindi iniziato a lavorare da Barcellona nella gestione e pianificazione di progetti di traduzioni di medie e grandi dimensioni, in un ambiente molto esigente, veloce e stressante. Le condizioni retributive erano leggermente migliori, ma il rapporto con i colleghi risentiva del carico di lavoro sbilanciato e degli orari impegnativi (ogni giorno erano da mettere in conto un paio di ore di straordinario, non retribuite). Di conseguenza, quando a metà luglio 2018 ho ricevuto l’offerta di stage alla Commissione Europea ho deciso di fare questo salto nel vuoto lasciando il lavoro e ricominciando dalla gavetta.Avevo fatto domanda per la posizione da stagista per la seconda volta già a gennaio 2018. Era stata l’università a farci conoscere tale possibilità, ma la mia prima candidatura, immediatamente dopo il master, aveva avuto esito negativo. Invece questa volta sono stata chiamata da Easme, l’agenzia esecutiva per le piccole e medie imprese: nonostante non fosse tra le mie scelte preferite (che sarebbero state le DG più in linea con la mia formazione umanitaria), mi è sembrata un’agenzia interessante e che mi avrebbe permesso di acquisire competenze a tutto tondo nell’ambito della gestione di progetti. Mi sono trasferita a Bruxelles lo scorso settembre, e dal primo ottobre 2018 ho iniziato lo stage nel dipartimento monitoraggio e valutazione di EASME, con il compito di assistere i project advisor nel monitoraggio quotidiano di budget e progetti e la responsabilità di gestire autonomamente i database del network. Ho quindi acquisito competenze più specifiche in un campo che in precedenza mi era ignoto, nello specifico progetti europei di sviluppo economico e più in generale il MAE (monitoring and evaluation).Fin da subito è stata un’esperienza molto positiva, sia per il contesto lavorativo (accoglienza organizzata nei minimi dettagli, creazione fin da subito di una comunità di trainee, team di lavoro molto aperto e accogliente, presenza di subcomitati autogestiti per varie attività di volontariato extracurriculari…) sia per il contesto privato e abitativo: avevo già un’amica qui, e per le prime settimane sono stata da lei, prima di trasferirmi in una casa condivisa con altri tre stagisti in varie organizzazioni. Certo l’affitto a Bruxelles è caro (500/600 euro sono la norma per una stanza singola), ma il rimborso spese della Commissione, di circa 1200 euro è sufficiente per mantenersi autonomamente.Durante lo stage ho conosciuto persone di background diversi, stringendo rapporti di amicizia molto intensi considerato il tempo limitato a disposizione. Credo sia un’ottima opportunità per entrare in contatto con persone che hanno intrapreso percorsi professionali eterogenei e imparare moltissimo. Allo stesso tempo, un rapporto di stima mi lega a molti membri del mio team, con cui spero di mantenere i contatti anche dopo che la mia parentesi belga/alla Commissione sarà terminata.Infatti, mi piacerebbe, ora che ho acquisito uno sguardo più profondo e competenze più sfaccettate, tornare nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, idealmente con delle missioni sul campo, in Africa subsahariana o in Medioriente – anche se non mi dispiacerebbe rimanere nell’ambito delle istituzioni europee o quantomeno della gestione di progetti finanziati dall’UE. Credo di essere all’inizio di un percorso professionale lungo e faticoso, e sono disposta ad accettare altre posizioni di stage in quanto sento che posso imparare ancora molto, ma allo stesso tempo so di avere qualifiche e competenze uniche, grazie anche a questo stage.Per il momento, dietro proposta del mio head of sector, ho rinunciato all’ultimo mese di stage – febbraio – per iniziare a lavorare nel reparto in cui ero stagista con contratto ad interim. Continuerò a mantenermi completamente da sola, e resterò nella casa in cui ho abitato finora. Sono molto soddisfatta del mio tenore di vita e del mio percorso professionale finora, che se anche tortuoso mi ha permesso di acquisire esperienza e capacità, nonché di essere economicamente indipendente da quasi un anno. Spero comunque di riuscire a tornare sul campo in tempi brevi: sarebbe una sfida sotto ogni punto di vista.Non considero probabile il mio rientro in Italia sul breve-medio periodo, perché le opportunità professionali per il mio settore sono in prevalenza non retribuite, e perché sono in qualche modo affezionata al dinamismo e all’aria internazionale che si respira all’estero – ho vissuto in Palestina, Spagna e Belgio nell’ultimo anno e mezzo, e credo che si impari e si cresca anche dall’abbandonare i contesti più familiari. La prevalenza dei miei amici e colleghi di università, tuttavia, è rimasta in Italia ed è felice: pur dovendo faticare molto per veder riconosciuti i propri meriti, e pur percependo spesso stipendi irrisori, hanno scelto di rimanere vicini ai propri affetti. Ovviamente ci sono le eccezioni però!Credo che il problema principale degli stage in Italia oggi sia da un lato l’aspetto finanziario – anche se con le ultime norme di legge, che prevedono un rimborso obbligatorio almeno per gli extracurricolari, sono stati fatti dei passi avanti. Dall’altro lato c’è ancora la errata percezione dello stage come fonte di lavoro qualificato a basso costo. Manca sovente qualsiasi aspetto di formazione e inserimento nel vivo del lavoro: questo è deleterio per noi stagisti, avviliti da offerte di stage che non prevedono rimborsi e chiedono anni di esperienza, ma anche per i datori di lavoro, che non approfittano di uno sguardo magari ancora inesperto ma proprio per questo potenzialmente innovativo.Conosco la Repubblica degli Stagisti solo da alcuni mesi, dopo averne sentito parlare per caso in un programma di radio radicale, e ancora credo di non aver sfruttato appieno la potenzialità di informazione e, talvolta, consolazione che offre, ma intanto colgo l’occasione di ringraziare tutto il team per l’impegno e la coscienza critica!Per chi oggi si appresti ad entrare nel settore della gestione di progetti di cooperazione internazionale, il mio consiglio è: non demordete! Abbiate fiducia e fede in voi stessi, continuate a formarvi, non scoraggiatevi. Cogliete ogni opportunità, siate coraggiosi e sappiate quali sacrifici siete disposti a compiere, così ogni scelta sarà un po’ più semplice.Testimonianza raccolta da Giulio Monga

“Difficile trovare di meglio in Italia”, tre giovani ingegneri raccontano il loro Talent Program in Bosch

Ingegneri meccanici, del software, meccatronici, elettrici: sono alcune delle diciotto figure che stanno per concludere il primo biennio di alto apprendistato con il Bosch Industry 4.0 Talent Program. Giovani ingegneri brillanti, che si dicono entusiasti dell’esperienza e che la consigliano ai neo laureati appassionati di Industry 4.0.«Probabilmente non sarei riuscito a trovare niente di meglio in Italia» racconta alla Repubblica degli Stagisti Stefano Palmieri, 26 anni, napoletano, ingegnere meccatronico, che sta svolgendo l’apprendistato presso la sede commerciale Bosch di Torino: «Perché il Talent è un’opportunità unica nel suo genere. Ti permette di crescere professionalmente e di conoscere le persone giuste per futuri progetti mentre continui ad apprendere nuove cose. E in più di vivere un’esperienza all’estero e di imparare una nuova lingua, tutte cose per niente scontate nel mondo del lavoro di oggi». «Il Talent è un’esperienza molto varia di lavoro e di formazione a 360 gradi» conferma Luca Vendramin, 26 anni, fiorentino, ingegnere elettrico e dell’automazione, oggi presso il reparto di ingegneria di produzione del plant Bosch di Nonantola, specializzato nell’oliodinamica: «Dagli aspetti più tecnici alla vista sui processi nel loro insieme acquisita nei plant fino alle attività meno collegate alla linea di produzione, come organizzare presentazioni per i membri del management. Il tutto con l’obiettivo di portare la digitalizzazione nell’industria, realizzando progetti pratici per usare le conoscenze acquisite all’interno dei siti produttivi e commerciali». Nel team 4.0 c'è anche una (sola) donna, testimonianza di quanti passi si debbano ancora fare prima di raggiungere la parità nelle materie Stem: le candidature di donne sono state enormemente meno numerose di quelle di uomini. «Grazie ai miei colleghi mi sono integrata perfettamente all'interno del team e non ho mai avvertito discriminazione» racconta Eliana Bove, ingegnera informatica trentenne di Corato, oggi presso la sede Bosch di Bari: «Ma non nego che avrei preferito una maggiore presenza femminile, anche per i momenti più ludici». Tra i punti di forza del programma Bosch c’è il network. «Ho apprezzato particolarmente l’aspetto relazionale, ovvero la possibilità di interagire con figure Bosch da varie parti del mondo e di lavorare a temi simili con diciassette persone con formazioni diverse» aggiunge Vendramin «ma tutte motivate e capaci. In più i nuovi arrivati avranno la possibilità di confrontarsi anche con noi e di vedere implementati i feedback da noi forniti, valore aggiunto della seconda edizione del progetto».Gli apprendisti sono distribuiti tra gli stabilimenti produttivi e le sedi commerciali del Gruppo Bosch. «Grazie al programma mi sono avvicinato a un mondo che non conoscevo», racconta Palmieri, «quello commerciale e del rapporto con i clienti. Un lato di solito sottovalutato dagli ingegneri e invece molto importante, anche perché la figura commerciale oggi si sta trasformando e, oltre a non aver paura di interfacciarsi con i clienti, deve avere sempre di più competenze tecniche per risolvere i loro problemi». «Essere selezionato per me è stata una sorpresa» aggiunge «perché avevo già fatto in precedenza un colloquio in Bosch per un’altra posizione e mi avevano scartato perché avevo “un carattere troppo aperto”. Poi finalmente hanno trovato il ruolo più adatto a me». Eliana Bove, Stefano Palmieri, Luca Vendramin e i loro colleghi sono stati scelti tra circa un migliaio di candidati. Tutti i giovani ingegneri, spiegano dai recruiter Bosch, riceveranno una proposta per restare nel gruppo, anche se non necessariamente nella stessa sede e/o posizione. «Non c'è ancora nulla di ufficiale e ben definito» specifica Bove «ma la proposta nel mio caso dovrebbe essere quella di proseguire il progetto startato durante il periodo a Stoccarda presso il Dipartimento Logistics Innovation, IT Systems and Processes, e improntato su nuove soluzioni tecnologiche in ambito logistico, su cui Bosch sta investendo molto».«Il Talent è un investimento importante per l’azienda: figure come le nostre sono difficili da trovare sul mercato, per questo sono considerate alte e sono supportate. Inoltre Bosch è una realtà talmente grande che un’opportunità sfidante la trovi sempre» assicura Palmieri. Ma qual è l’iter per superare la selezione? «Dopo aver inviato il mio curriculum vitae, sono stato contattato dalle risorse umane di Bosch per un primo colloquio via Skype» racconta Vendramin: «Mi hanno chiesto del mio percorso e hanno verificato la mia conoscenza della lingua inglese, quindi c’è stata la fase di selezione in presenza, consistente nella presentazione di un lavoro di gruppo, nella simulazione della preparazione e del lancio di un nuovo prodotto e in un colloquio individuale. Ultimo step è stato l’Hackathon di Milano, in cui ci è stato chiesto di sviluppare, a gruppi di quattro o cinque persone, il demo di un progetto di controllo a livello industriale».Il segreto per essere selezionati? Secondo Vendramin il gruppo Bosch, oltre che brillanti ingegneri, ricerca «persone proattive, pragmatiche, volenterose di proporre le proprie idee, capaci di apprendere e adattarsi e di pensare soluzioni applicabili alla realtà in cui si trovano». Chi sente di possedere queste caratteristiche, può farsi avanti attraverso il sito Bosch o l’offerta LinkedIn dedicata.Rossella Nocca 

Girl Power, l'informatica è un mondo felice dal punto di vista della stabilità dei contratti

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che ha la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che, in campo scientifico più che altrove, di fronte al merito non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Fabiana Lanotte, 31 anni, data scientist per Prometeia, azienda di consulenza, sviluppo software e ricerca economica che fa parte dell'RdS network.  Sono di Barletta e ho studiato al liceo scientifico. Mi piaceva la matematica, così ho iniziato ad analizzare potenziali percorsi correlati. Ho scelto l'informatica anche sull'esempio familiare: mio padre voleva fare il programmatore e mia zia è una informatica... cosa che non capita tutti i giorni! Anche mio fratello ha scelto lo stesso percorso di studi e ora sta preparando la tesi. Mi sono laureata prima alla triennale e poi alla specialistica all’università di Bari. I primi mesi sono stati duri: non sapevo nulla di programmazione mentre quasi tutti venivano dall'industriale e l'avevano studiata. Io non avevo le basi, ma poi mi sono impegnata e ho superato il gap.Sempre a Bari ho fatto un dottorato di tre anni in machine learning, metodo di analisi di dati con cui si creano degli algoritmi che permettono alle macchine di automatizzare lavori, come ad esempio indirizzare la posta elettronica indesiderata in spam. Ho trascorso otto mesi negli Stati Uniti presso l'università dell'Illinois a Urbana - Champaign. Le più grandi scoperte di computer science vengono dall'America, così ho scelto di confrontarmi con quel contesto. Il mio gruppo di ricerca KDDE ha sponsorizzato la mia borsa, altrimenti andare in America non sarebbe stato nelle mie possibilità. Mi sento fortunata perché l'ambiente intorno mi ha aiutato, ci sono invece donne in gamba che l'ambiente reprime. Alla triennale il numero di donne era bassissimo: eravamo quindici su duecento, e solo tre o quattro sono effettivamente arrivate alla laurea. Il tasso di abbandono lì è altissimo. Tuttavia al dipartimento di Informatica di Bari paradossalmente vigeva una sorta di “matriarcato” e anche tra i direttori ci sono state diverse donne. Alcune figure, come la professoressa Floriana Esposito, fanno da mentore: anche senza saperlo, con il loro modo di comportarsi e di reagire ai problemi sono state punto di riferimento e catalizzatrici per tutte le donne che sono passate dal dipartimento.Quando sono tornata dagli Stati Uniti mi sono trasferita a Milano per lavorare in un'azienda di consulenza strategica che si occupa di ottimizzare le performance secondo le metriche che un'azienda considera prioritarie. Lavoravo come data scientist in un ruolo "jolly", sia come esperta in programmazione che in machine learning. Poi l'allora presidente del consiglio Matteo Renzi due anni fa decise di accelerare il processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione e chiese a Diego Piacentini, senior vice president international di Amazon, di venire in Italia come commissario straordinario per l'attuazione della cosiddetta “Agenda Digitale”. Piacentini accettò, a patto di creare una squadra da zero. La squadra era formata da designer, sviluppatori, data scientist: una ventina di persone, di cui il 15-20 per cento donne, soprattutto nei ruoli amministrativi (indicativamente una metà). Io, anche se in molti si stupiscono, avevo banalmente inviato il mio cv, ho fatto i colloqui e mi hanno presa. Mi occupavo del progetto "Data analytics framework", per la creazione di una piattaforma nazionale di analisi dati. L'obiettivo era portare l'interoperabilità e l'analisi dati nella Pa come c'era già nel privato, eravamo in quattro o cinque a lavorarci. Altro progetto importante era l' “Anagrafe nazionale popolazione residente”, che conta solo il 10 per cento della popolazione italiana. La maggior parte dei comuni, infatti, conserva i dati dei residenti su un unico server: se si rompe vanno persi. Nel team di Piacentini abbiamo lavorato anche a un prototipo utilizzabile per Anac, che ha degli open data per la descrizione di appalti e bandi di gara per la trasparenza. Ho analizzato i dati per scoprire quali erano i bisogni che le pubbliche amministazioni avevano o verificare zone d'ombra nelle gare a cui partecipano sempre gli stessi. Un sistema automatico che permette di aggregare i dati, che sono tantissimi, i tantissimi campi, permette di salvaguardare il bene comune e il benessere delle persone. Ho lavorato in Team Digitale dal 2016 fino a settembre 2018, poi sono entrata in Prometeia. Avevo conosciuto Maddalena Amoruso, che oggi è diventata la mia prima “capa” donna, e lei mi aveva detto che c'erano delle posizioni aperte in azienda. Quando mi ha presentato il suo gruppo me ne sono innamorata. Sin dall'università ho imparato che deve piacermi l'ambiente prima che il lavoro.Anche in Prometeia sono data scientist e il mio ruolo è creare prototipi utilizzabili. Ho già un contratto a tempo indeterminato: l'informatica è un mondo felice da questo punto di vista. Siamo in venticinque: metà figure tecniche metà "business translator", mediatori tra chi parla "informatichese" e chi ha un linguaggio business. Su venticinque siamo cinque ragazze, di cui un paio informatiche. In ambienti in cui sono tutti informatici e sviluppatori la discriminazione di genere si respira, mentre in ambienti eterogenei no, perché lì la gente è abituata da tempo a collaborare con figure femminili. In passato mi sono accorta di un gender pay gap e ne ho parlato. Lo stereotipo c'è, è da stupidi ignorarlo. Credo sia sbagliato sia dire che non esiste sia pensare che il problema siamo noi donne. Bisogna avere la consapevolezza che, se c'è davanti un muro di gomma, è meglio circumnavigarlo che andarci a sbattere. Come donna informatica non ho paura di fare un figlio perché il settore è uno dei pochi in cui la domanda supera l'offerta, quindi è stupido per un'azienda rinunciare a una persona che non potrà rimpiazzare facilmente. Io sono contenta di quello che sto facendo e mi piacerebbe rimanere dove sono, e in particolare in questo ambito. L'azienda è fatta dalle persone e se le persone sono interessanti e intelligenti non c'è bisogno di andare via. Molti pensano che l'informatica sia solo programmare videogiochi o fare siti web, invece è cugina di primo grado della matematica e della fisica. Oggi gli sbocchi sono tantissimi: cybersecurity, analisi dati, intelligenza artificiale e così via. Un mondo nuovo e inesplorato. L'informatica peraltro è una delle poche discipline che ti consentono di fare davvero quello hai studiato. Nella consulenza poi si ha la possibilità di vedere cose molto diverse tra di loro: non ci si annoia mai!Ai ragazzi e alle ragazze dico di non scoraggiarsi. Quando sei ai piedi della montagna, la vedi così alta, poi inizi a camminare e ti accorgi che arrivi alla cima e la superi. L'importante è avere il coraggio di buttarsi e prendere il buono da quel che viene!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Dallo snowboard ai pullman, subito dopo lo stage un contratto a tempo indeterminato con Flixbus per Ruggero

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Ruggero Naccari Carlizzi, 27 anni, oggi con un contratto a tempo indeterminato in Flixbus.Sono nato in provincia di Pavia, ma sono cresciuto in giro per il mondo. Durante gli anni del liceo, infatti, ero nella squadra nazionale italiana di snowboard freestyle, quindi gareggiavo e mi allenavo tutto l’anno spostandomi di continuo. Non era facile portare avanti parallelamente liceo e carriera sportiva e ammetto che il mio impegno era prevalentemente dedicato allo sport. Finita la mia carriera da atleta, nel 2011 ho iniziato il corso di laurea in comunicazione e marketing alla Iulm di Milano, in contrasto con mio padre che per me sperava una continuazione degli studi classici. Avevo vent’anni e sognavo di diventare marketing manager come i team manager dei miei sponsor di una volta, e un corso in marketing sembrava la soluzione più mirata per realizzare questa ambizione: alcuni dei miei vecchi team manager provenivano dalla Iulm!Il mio obiettivo era quello di accedere a qualche tech-company fuori dall’Italia. Così nell’ottobre del 2014, quando ero ancora iscritto all’università, ho fatto application per uno stage in business development presso Stylight, azienda di Monaco di Baviera focalizzata sull’ecommerce moda. La responsabile con cui feci l’intervista, mi disse però che l’azienda stava disinvestendo dal mercato italiano, settore per cui avrei dovuto lavorare, e mi parlò di Flixbus, e in particolare di Andrea Incondi che stava iniziando a sviluppare il mercato italiano come country manager. Così girai il mio curriculum anche a Flixbus e dopo una settimana avevo già fatto un colloquio nella hall di un albergo vicino alla stazione centrale di Milano, durante il quale Andrea mi chiese in quanto tempo sarei stato pronto a trasferirmi in Germania.La mia risposta fu: subito! Così a novembre ho iniziato il mio stage di tre mesi a Monaco di Baviera, con un rimborso spese di 500 euro netti più le spese di accomodation. Non conoscevo il tedesco e non ero nemmeno particolarmente attratto dalla cultura locale, ma mi affascinava il modello di business particolarmente innovativo e tecnologico. Nel primo periodo ho vissuto a casa di amici di amici che mi hanno ospitato gratuitamente. In seguito ho trovato casa insieme ad un ragazzo francese che lavorava in un’altra azienda. Durante lo stage, FlixBus Italia stava finalmente nascendo e servivano sempre più risorse per sviluppare il business italiano. Così dopo essermi laureato, nel marzo 2015, mi hanno proposto un apprendistato di tre anni con il ruolo di Junior operations manager. Contratto che è poi terminato e a cui ha fatto seguito un contratto a tempo indeterminato: oggi sono un Travel experience manager e ho una ral di 33mila euro.Certo, sono stato fortunato, perché prima di Flixbus non ho fatto nessun altro stage e quando sono partito per Monaco non avevo nemmeno terminato la laurea triennale! Prima di allora avevo solo firmato contratti con gli sponsor, nel periodo in cui ancora ero uno snowboarder, contratti annuali che consideravano una parte di stipendio fisso e una variabile come rimborsi spese per viaggi. Questo mi ha permesso di avere molta autonomia: ero l’unico tra i miei coetanei dell’epoca ad avere uno stipendio! Pensavo sarebbe stato il lavoro della mia vita, ma per fortuna ho deciso di aprirmi anche altre strade.Non ho però totalmente abbandonato lo sport: tutt’ora nei weekend mi diverto a fare il maestro di snowboard - per fortuna durante l’università ho ascoltato il consiglio dei miei genitori e fatto il corso maestri. È sicuramente la mia soluzione prediletta per scappare dalla città e immergermi nella natura, facendo ciò che amo e guadagnano qualcosina. Nell’ultimo anno, poi, ho aperto con altri quattro soci un marketplace di prodotti enogastronomici, Qualimenti.com, che opera a livello B2C sia in Italia sia in Europa. L’idea ci venne proprio perché volevamo riproporre un modello di intermediazione come quello di Flixbus, ma nel settore della logistica alimentare, composta da migliaia di piccoli operatori e produttori che, purtroppo, non hanno particolare forza per commerciare e promuovere i loro prodotti online.Da un paio d’anni Flixbus ha aperto in Italia e io ora lavoro nell’ufficio di Milano: all’interno del team Operations mi occupo di coordinare le forniture tecnologiche presenti a bordo della flotta FlixBus Italia, dal wifi ai sistemi di navigazione di webfleet e tomtom. Coordino, inoltre, i team di installatori tecnologici esterni e il roll-out di diversi progetti che puntano ad aumentare la user experience o migliorare la nostra cost efficiency operativa.In futuro mi piacerebbe lavorare nel settore della logistica e sono convinto che ci siano diversi segmenti che possono essere migliorati in termini di efficientamento e digitalizzazione. Le mie aspirazioni sono di vedere crescere un’azienda mia e portare innovazione lì dove manca, semplificando processi quotidiani per imprese e utenti privati. Penso di essere in una fase in cui ho ancora molto da imparare. Ma credo che in generale non si smetta mai di farlo! E non escludo, in futuro, se il progetto Qualimenti.com dovesse continuare a crescere, potrei decidere di dedicarmi totalmente solo a quello.Al contrario di altri l’esperienza di lavoro all’estero l’ho già fatta: penso possa dare dei vantaggi anche rilevanti a livello di retribuzione, ma per ora mi trovo bene in Italia e sono contento della mia situazione.Sono stato fortunato con gli stage, so che non capita a molti e credo che il problema derivi dalla struttura di molte aziende italiane. Da noi sono spesso piene di persone con molta “seniority” e poca voglia di fare. Così diventa difficile in ambienti di questo tipo imparare ed è quasi impossibile fare carriera. Perciò gli stagisti si trovano spesso a fare lavori molto manuali e decontestualizzati, spesso poco formativi. Fortunatamente ci sono anche realtà come FlixBus che permettono ai giovani di formarsi e di mettersi in gioco fin da subito!I principi espressi nella Carta dei diritti dello stagista della Repubblica degli Stagisti? Li condivido naturalmente, ma temo siano un po’ … “utopici”, per colpa delle aziende e delle università. Gli universitari all’estero fanno esperienza in diverse aziende, con modalità differenti, prima di arrivare a quella che si tramuterà in un vero e proprio lavoro. In Italia questo non è previsto o richiesto da parte delle università, e i giovani si trovano spiazzati il giorno in cui finalmente devono inserirsi nel mondo del lavoro. Il mio consiglio è di non avere paura, soprattutto in questa prima fase professionale. L’obiettivo non è arrivare all’assunzione con il primo stage. Più realtà si riescono ad esplorare, più ricca diventa la nostra esperienza nel mondo del lavoro e di conseguenza diventa più facile capire in che settori o aziende si vuol dedicare gran parte della propria vita.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore