Categoria: Approfondimenti

Col crowdfunding si sostengono anche le start-up

Ancora aspetta di essere definito a livello normativo, ma ha già permesso di raccogliere qualcosa come 13 milioni di euro. È un mondo in fermento quello del crowdfunding, realtà polimorfica che permette a progetti di più varia natura di cercare finanziamenti in rete, anche da singoli privati cittadini che scelgono di sostenere idee che ritengono interessanti.Un settore che sarà al centro della sesta edizione del Festival del fundraising, in programma da oggi, martedì 14, fino a venerdì 17 al Gran Hotel Terme di Castrocaro, in provincia di Forlì-Cesena. La manifestazione è curata da Valerio Melandri, docente alla facoltà di Economia e direttore del master in Fundraising per il nonprofit e gli enti pubblici dell'università di Bologna, e si articola in oltre 80 appuntamenti dedicati al tema della raccolta di finanziamenti. Un comparto in cui, secondo i dati dell'associazione “Festival del fundraising” che promuove l'iniziativa di questi giorni, due occupati su tre sono donna e il 70% ha meno di 45 anni. La maggior parte degli addetti lavora in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna.Stando ai dati elaborati dall'ufficio placement del master in fundraising dell'Alma Mater, il 48% di chi lavora in questo settore guadagna meno di 15mila euro netti l'anno, mentre la stessa percentuale ha un reddito compreso tra i 15 ed i 25mila euro annui. Solo il 4% riesce a superare questa soglia. E del resto l'83% degli occupati lavora all'interno di organizzazioni nonprofit, mentre meno di uno su dieci è inserito in un'azienda profit che si occupi di raccogliere fondi. Una percentuale che, con l'approvazione del decreto Passera, è verosimilmente destinata a salire.Una delle questioni affrontate nella normativa riguarda infatti la possibilità per le start-up innovative di accedere alla «raccolta di capitali di rischio tramite portali on line», come recita l'articolo 30. La legge ha dato mandato alla Consob di definire le regole per il crowdfunding: l'autorità di controllo sulla Borsa avrebbe dovuto pubblicarle entro lo scorso 19 marzo, ma alla fine dello stesso mese ha allungato i tempi avviando una consultazione online,  che si è conclusa lo scorso 30 aprile, incentrata su una bozza di regolamento. Il tema al centro della questione riguarda le garanzie offerte ai piccoli investitori. Verosimilmente nel giro di qualche settimana dovrebbe essere pubblicato il regolamento, così da rendere operativa anche questa parte della cosiddetta Agenda digitale.Non che il mondo del crowdfunding resti ad aspettare con le mani in mano: erano ben 16 [vedi foto sotto] le piattaforme attive a novembre dello scorso anno, e altre cinque in fase di lancio. La più “antica”, Produzioni dal basso, ha iniziato ad operare nel lontano 2005. A censirle ci hanno pensato Daniela Castrataro e Ivana Pais: la prima è cofondatrice di Crowdfuture, conferenza dedicata alla raccolta di finanziamenti online, e direttrice della società di consulenza Twintangibles, la seconda è docente di Sociologia economica alla Cattolica di Milano.Stando alla loro "Analisi delle piattaforme di crowdfunding italiane", due terzi dei soggetti attivi  hanno scelto il modello reward-based o donation-based. In pratica, il finanziatore dona una somma di denaro ricevendo in cambio dei premi messi in palio da chi cerca fondi. In questa categoria rientrano anche delle piattaforme settoriali, come Musicraiser e Cineama, che raccolgono fondi rispettivamente per la produzione di dischi e di film. Pur essendo la realtà più numerosa, questo tipo di piattaforma ha raccolto negli anni un milione di euro sui 13 totali veicolati dall'intero settore.Dieci sono arrivati dai meccanismi di social-lending, per cui chi investe offre un prestito e si aspetta di vederselo restituire. Le piattaforme equity-based, per cui il finanziatore ottiene in cambio dei suoi soldi una quota nella società che sostiene con le proprie risorse, hanno invece permesso di raccogliere 2 milioni di euro. Meglio, la piattaforma: l'unica realtà studiata appositamente per agevolare le start-up operante in Italia è SiamoSoci, realtà milanese che raccoglie un pubblico di circa 700 potenziali investitori ed è già riuscita a garantire un finanziamento a sei aziende.È questo il modello sul quale punta il decreto Passera per sostenere le imprese innovative. Ad oggi, scrivono Castrataro e Pais, una delle principali difficoltà per il settore è rappresentato dal fatto che «molti addetti ai lavori reputano il corrente quadro legislativo restrittivo e poco chiaro». Alla Consob il compito di chiarirlo, per dare spazio anche in Italia ad un settore che, secondo la piattaforma statunitense Massolution, ha raccolto 2,7 miliardi di dollari nel solo 2012, con un incremento dell'81% rispetto all'anno precedente. Una somma che nel 2013 secondo le previsioni dovrebbe raggiungere i 5,1 miliardi. Quanta parte riuscirà a fare l'Italia dipende anche dalla rapidità con cui l'autorità di vigilanza sulla Borsa, già in ritardo di un paio di mesi, definirà le regole per le start-up innovative che vogliono cercare risorse attraverso il crowdfunding.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi saperne di più sul crowdfunding e sul decreto Passera? Leggi anche:- Crowdfunding e registro delle start-up innovative: il punto sul decreto Passera- Il decreto per le start-up è legge. E comincia già a far discutere- Start-up, la task force lavora a criteri più inclusivi e accelera sul decreto attuativo- «Restart Italia», con il decreto Sviluppo bis arrivano (quasi tutte) le proposte per le start-up- «L'Italia riparta dalle start-up»: ecco il piano del ministro PasseraVuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche:- Confrontare online i preventivi degli artigiani: l'idea di tre amici emiliani è «Fazland»- Il matrimonio diventa low-cost grazie alla start-up siracusana Progetto Wedding- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

Nuove norme sui tirocini, in Sicilia la politica tace. E allora interviene il sindacato

È la regione del Sud in cui viene attivato il maggior numero di stage. Eppure ad oggi non è dato sapere come l'applicazione della riforma Fornero cambierà la vita dei quasi 30mila tirocinanti che ogni anno attivano percorsi di formazione sia nel pubblico che nel privato in Sicilia.Secondo l'Indagine Excelsior 2012, realizzata da Unioncamere sulla base dell'ottavo Censimento generale dell'industria e dei servizi redatto dall'Istat nel 2001, sono 16.530 gli stage che hanno preso il via nel 2011 all'interno delle aziende private siciliane. Inoltre la Repubblica degli Stagisti stima che le amministrazioni pubbliche dell'isola ospitino ogni anno circa 10mila percorsi formativi e che altri 3mila abbiano luogo nelle realtà che operano nel non-profit. Rispetto al titolo di studio di questi stagisti dalla rilevazione di Unioncamere - limitatamente alle imprese private - emerge che il 42,3% sia laureato; e per quanto riguarda la possibilità di essere assunti, appena il 7,2% ottiene una proporsta di contratto al termine dello stage.  La Conferenza Stato-Regioni ha fissato per il prossimo 24 luglio la data entro la quale le singole regioni, alle quali una recente sentenza della Corte costituzionale ha confermato l'esclusiva potestà legislativa in termini di formazione professionale, devono definire la «congrua indennità» dovuta ai tirocinanti per effetto dell'articolo 12 della riforma Fornero del mercato del lavoro, e molte altre garanzie in favore degli stagisti e misure di contrasto all'abuso.Quale sia la situazione in Sicilia, però, è difficile saperlo. Squilla a vuoto il telefono di Anna Rosa Corsello, dirigente del settore formazione professionale di Palazzo dei Normanni, mentre il presidente dell'Assemblea regionale siciliana Giovanni Ardizzone in due settimane non ha trovato tempo per rispondere alle domande della Repubblica degli Stagisti. Stesso risultato con i componenti della V Commissione dell'Ars, quella cioè che dovrebbe discutere la legge regionale proposta dalla giunta di Rosario Crocetta - ammesso che ve ne sia una - prima che arrivi al parlamento siciliano.A tutti la redazione della RdS ha scritto un'email chiedendo chiarimenti in merito, ma le risposte sono state molto poche.  Annunziata Luisa Lantieri (Grande Sud) ha inviato una conferma di lettura della mail, ma poi è scomparsa; Francesco Cascio (Pdl) ha lasciato che fosse la sua addetta stampa a far sapere che l'ex presidente dell'Ars non aveva dichiarazioni da rilasciare in merito. Antonio Venturino (M5S) ha risposto tramite la sua pagina Facebook, invitando a contattare il suo ufficio per fissare un appuntamento, ma anche in questo caso poi il telefono ha squillato a vuoto. Disponibile (a parole) ad un appuntamento anche Margherita La Rocca Ruvolo (Udc). Giovanni Greco (Mpa), vicepresidente della commissione, ha invece fatto sapere, tramite il suo ufficio stampa, che il suo partito ha presentato un emendamento alla finanziaria regionale approvata nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio. Un documento interessante, visto che chiede l'istituzione di un fondo per finanziare i rimborsi ai tirocinanti. A quanto ammonta? «In questo momento non lo ricordo esattamente», spiega al telefono Greco, «però posso assicurare che ha ottenuto l'approvazione dell'Ars». In realtà, la manovra finanziaria non parla di fondi per finanziare la congrua indennità degli stagisti. L'articolo 68 si limita infatti a modificare la legge 51/2002 in materia di tirocini. In particolare, viene fissato il numero massimo di stagisti che un singolo datore di lavoro può ospitare contemporaneamente: due per chi ha meno di cinque dipendenti, quattro se gli assunti sono tra i sei e i venti, una quota non superiore al 20% per le imprese con più di 21 lavoratori. Anche la Sicilia dunque sceglie di comportarsi come la Campania, "insubordinandosi" rispetto alla Conferenza Stato-Regioni e allontanando la sua regolamentazione sugli stage dai paletti stabiliti nelle linee guida. Una scelta, quella di aumentare il numero massimo di stagisti, che va ovviamente a vantaggio dei "soggetti ospitanti", cioè coloro che ospitano gli stagisti, offrendo formazione ma anche godendo dell'apporto dei giovani. «Il problema è fare in modo che non si utilizzi il tirocinio per mascherare il lavoro dipendente» riflette Andrea Gattuso, membro della segreteria dei giovani della Cgil siciliana.Oltre a questo, gli aspetti da normare sono molti di più, a cominciare dal rimborso per i tirocinanti. Cosa intende fare in proposito la giunta regionale? La Repubblica degli Stagisti ha provato a chiederlo a Nelli Scilabra [nella foto sotto], la giovane assessore alla Formazione professionale della giunta Crocetta. Anche in questo caso, nonostante i ripetuti tentativi condotti attraverso il suo ufficio stampa, non è stato possibile ottenere risposte in merito. Eppure l'esponente dell'esecutivo siciliano aveva in passato dimostrato sensibilità sul tema: «A fine febbraio, durante un incontro pubblico, abbiamo ottenuto importanti aperture da parte sua. Ci ha garantito che a breve sarebbe iniziato l'iter legislativo e che si sarebbe partiti dalla base della nostra legge di iniziativa popolare» racconta Gattuso. Nel marzo dello scorso anno infatti il sindacato, insieme ad alcune associazioni studentesche, ha raccolto 10mila firme e presentato una proposta di legge di iniziativa popolare con paletti precisi in tema di tirocini: rimborso spese minimo di 400 euro finanziato grazie ad un apposito fondo regionale di 10 milioni di euro, sei mesi comedurata massima degli stage, divieto di attivarli per quelle professioni che non richiedano periodi formativi articolati.  E ancora, incentivi alle aziende che assumano al termine del tirocinio.In questi giorni i confederati si preparano a tornare all'attacco per sollecitare lo sblocco di 452 milioni di euro legati al cosiddetto “Piano Barca”, un accordo siglato tra la regione e il ministero della Coesione territoriale. A fermare la pratica, il fatto che ancora non sia stato deciso come destinare i 282 milioni destinati alla formazione professionale. All'interno del provvedimento ci sono però anche 33 milioni di euro per il progetto “Formazione giovani in impresa”: 9 sono destinati a incentivi per le assunzioni, 24 per i rimborsi ai tirocinanti, «con un importo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 400 euro». Mentre la politica tace è insomma il sindacato a portare avanti la battaglia perché in Sicilia vengano riconosciuti i diritti degli stagisti: «La nostra legge rispetta quasi tutti i criteri delle linee guida approvate dalla Conferenza-Stato regioni, è un testo organico e chiediamo che si parta da lì», conclude Gattuso. Il quale mercoledì 15 maggio sarà ascoltato dalla Commissione Lavoro dell'Ars, di fronte alla quale avrà modo di ribadire le proprie richieste. E ricordare di come l'assessore Scilabra si sia impegnata pubblicamente per l'approvazione della legge di iniziativa popolare presentata dalla Cgil, anche se modalità e tempistiche restano avvolte dal mistero. L'unico elemento di certezza, almeno stando alle dichiarazioni pubbliche, è legato al fatto che sembra che in Sicilia l'idea sia che debba essere la regione e non le imprese che ospitano i tirocini a versare il rimborso agli stagisti. Scelta ovvia per i percorsi formativi nella pubblica amministrazione, meno per quelli attivati nelle imprese private. Le quali si troverebbero una risorsa in azienda a costo zero. Solo congetture però al momento. Anche perché, come racconta la consigliera del Movimento5Stelle Valentina Zafarana, unica a rispondere alle domande di RdS, «la trattazione del decreto non è ancora arrivata in commissione». Ci sono ancora poco più di due mesi per approvarlo, e il tempo scorre.Riccardo SaporitiVuoi saperne di più sulla situazione in Sicilia? Leggi anche:- Sicilia, 12mila firme per una legge sui tirocini di qualità- Stage in Sicilia, primo passo verso la legge di iniziativa popolareVuoi conoscere la situazione nelle altre regioni d'Italia? Leggi anche:- Nuove regole sugli stage, Emilia ancora in alto mare. Cgil: «C'è disaccordo sulle linee guida»- Leggi regionali sugli stage, la Puglia ha già una bozza: «La approveremo entro luglio»- Stage, la Regione Veneto promette «Veglieremo sugli abusi»: ma l'indennità minima sarà bassa- Stage, prime ribellioni alle linee guida: in Campania il numero massimo di stagisti sarà il triplo del previsto

Stage alla Curcio: chi sono gli enti promotori?

Stage svolti da casa propria. Con il proprio computer, senza il supporto o la guida di colleghi o tutor, in solitudine. Revisionando per ore e ore in un file di testo pagine di vecchie enciclopedie, correggendo i refusi e aggiornando le informazioni. Questa è la segnalazione arrivata sul Forum della Repubblica degli Stagisti in merito ai tirocini presso Armando Curcio Editore [da non confondere con un'altra casa editrice, la Curci]. Una situazione sostanzialmente confermata dalla vicepresidente dell'azienda, che ha dichiarato anzi di aver avviato negli ultimi mesi nell'ambito di un particolare progetto editoriale, un'iniziativa congiunta Microsoft-Curcio, l'ingresso in qualità di stagisti di ben 15 giovani. 15 stage attivati a fronte di una dozzina di assunti a tempo indeterminato, più altrettanti collaboratori, è però una proporzione letteralmente "sproporzionata", a partire dalla normativa cui ancora si può fare riferimento (il dm 142/1998). Poiché ogni tirocinio, per esistere in maniera legale, ha bisogno - oltre che di un soggetto "ospitante", in questo caso la Curcio - anche di un soggetto promotore, la Repubblica degli Stagisti ha deciso di approfondire la questione. Come è stato possibile che nell'arco di pochi mesi questa casa editrice sia riuscita ad attivare un numero tanto elevato di stage presso un'azienda con un numero così esiguo di dipendenti? È verosimile che la Armando Curcio Editore abbia reperito stagisti prendendone un po' da ciascun ufficio stage delle università romane, un po' dai centri per l'impiego e ancora da enti privati (a cui è consentito di fungere da enti promotori)?Primo step: chiedere alla ragazza che con il suo post sul Forum ha fatto partire il caso chi fosse l'ente promotore del suo stage. Ma la risposta è sorprendente: «Non lo so, e non so nemmeno se ce ne fosse uno» è quel che sostiene Marta F., raccontando di non aver firmato nessun documento né prima né durante lo stage. A certificare il suo rapporto con la società ci sono solo le mail inviate dai responsabili e l'attestato finale [nella foto in basso]. È vero che la convenzione non va per forza controfirmata dallo stagista, e quindi potrebbe esistere senza che Marta ne avesse mai vista una copia, ma il fatto che invece nessun progetto formativo sia passato per le mani della stagista fa venire il sospetto che il tirocinio non abbia proprio nessuna pezza d'appoggio. A maggior ragione perché Marta assicura di aver letto l'annuncio sul sito di Jobsoul (annuncio che però è al momento irrintracciabile) ma di non aver fatto domanda per loro tramite, essendo laureata da più di dodici mesi e non potendo dunque prendere parte a uno stage in convezione con un'università. È lei stessa a spiegare di aver scavalcato i servizi del portale, facendo domanda direttamente alla casa editrice. Dunque l'università in questo caso non c'entra. E neppure Jobsoul, i cui referenti spiegano di «non aver mai ricevuto finora segnalazioni ma anzi di essere disponibili ad accoglierne proprio per prevenire comportamenti aziendali poco etici». È chiaro dunque che il sito di placement post-universitario in questo caso è stato un mero tramite tra università e azienda. A questo punto la Repubblica degli Stagisti si è messa alla ricerca. E ha rintracciato solo una università che ammette di aver attivato stage presso Curcio a favore di propri studenti o neolaureati. Si tratta di Tor Vergata: Caterina Bagni, responsabile dell'ufficio stage della facoltà di Lettere di Tor Vergata, riconosce dopo molto insistenze che il suo ufficio ha attivato due tirocini, «uno didattico curriculare e uno post laurea» con la Curcio Editore negli ultimi sei mesi. E siccome chi rende lo stage legale e lo promuove - gli enti promotori - è obbligato a stilare un progetto formativo, a indicare un tutor (in totale devono essere due, insieme a quello dell'ente ospitante) e a garantire un'assicurazione, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto alla Bagni se fosse a conoscenza delle irregolarità riscontrate dalla redazione. La risposta «È tutto secondo le procedure previste a norma di legge e corredato dagli atti ufficiali necessari», purtroppo, suona un po' ponziopilatesca: «Vanno fatte denunce in casi come questi ed è l'ispettorato del lavoro a muoversi». Ma su una cosa la Bagni sente di mettere la mano sul fuoco: «I tirocini che noi attiviamo sono in presenza» e non da casa. Eppure.Tutte le altre università romane si tirano fuori dalla questione, dichiarando di non aver mai promosso negli ultimi mesi tirocini presso la Curcio. A Roma Tre, che ha un ufficio stage centralizzato, la responsabile Marina Mariantoni è sicura: «Mai attivato stage con questa azienda». Anzi: «Se ci sono queste irregolarità, i ragazzi vengano a lamentarsi da noi». Una convenzione con la Curcio loro ce l'hanno, come si evince da una ricerca sul sito Jobsoul: probabilmente però finora non sono mai partiti progetti di tirocinio. E la Sapienza? Niente neppure su questo fronte. Dice Simona Tortora dell'ufficio stage di Lettere: «Non ho mai attivato stage con questa società». E però rilancia: «I ragazzi si devono pure aiutare da soli e se hanno problemi con l'ente ospitante lo devono dire. Certo è che se si muovono senza dietro un'università lo fanno a loro rischio e pericolo». E alla domanda sui provvedimenti che prenderebbe in caso di segnalazioni negative è sicura: «Io me lo segno così quando mi arriva il progetto formativo chiamo e chiedo. E in caso non mi convinca non lo approvo». Neppure le università private ne sanno qualcosa: né Luiss («Noi non ne sappiamo nulla») né Lumsa («Sono molto rigida» dice alla Repubblica degli Stagisti la responsabile dell'ufficio stage Raffaella Mecangeli «se so di casi del genere io li elimino»).  Ma l'elenco dei possibili enti promotori è lunghissimo. Ci sono innanzi tutto i centri per l'impiego, alcuni dei quali - contattati dalla redazione - hanno deciso di non collaborare trincerandosi dietro lo schermo della privacy. «Non sono notizie che possiamo dare così» riferiscono dal cpi di Primavalle, dimenticandosi forse di essere un ente pubblico e che la richiesta non riguarda dati sensibili come nomi e cognomi dei partecipanti ai progetti, tale da poter sollevare questioni di riservatezza. La stessa reazione dal cpi di Roma Tre: «Noi non forniamo questi dati» chiudono dal centralino. E anche Sportello Stage, ente no profit (ma a pagamento per le aziende), si chiude a riccio sulla domanda: «C'è la privacy, ma mandateci una mail». A cui però non arriva risposta. La Repubblica degli Stagisti sente anche Porta Futuro, e la referente Giorgia Cianfirglia si tira subito fuori: «Da quando abbiamo aperto non ci siamo mai occupati di stage con la Curcio». Un coro unanime di no, insomma. Ma allora chi sono gli enti promotori di questi stage? Esistono? Saperlo con certezza è impossibile perché si dovrebbero contattare singolarmente gli enti che potrebbero ricoprire questo ruolo, che spaziano dal pubblico al privato e sono potenzialmente centinaia. Oppure bisognerebbe parlare con tutti gli stagisti assegnati finora al progetto Curcio-Microsoft e sapere da loro se hanno firmato progetti formativi e per conto di chi. Ma con Repubblica degli Stagisti si è fatto avanti finora una sola ex stagista. L'ultimo tentativo è chiederlo direttamente al soggetto ospitante in questione: e cioè la Armando Curcio Editore. Dalla vicepresidente Siciliano arriva una conferma generica - l'esistenza di convenzioni con Roma Tre e Tor Vergata - ma non il dettaglio rispetto ai 15 stage in questione. Dunque il dubbio resta: sono stati tutti regolari, muniti di convenzione, progetto formativo e copertura assicurativa i 15 tirocini realizzati alla Armando Curcio Editore negli ultimi mesi? Oppure si è tralasciato questo passaggio? Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:  - Stagisti-correttori di bozze alla Armando Curcio Editore: il «lavoro» è da casa e senza rimborso- Stagisti in massa (e da casa loro) alla Curcio, la vicepresidente: «Formazione di base»E anche: - La responsabile didattica del master della Cattolica: «Aziende selezionate sulla base di criteri di serietà della formazione»- Problemi con lo stage: vanno segnalati subito all'ente promotore

Nel mondo delle start-up la questione meridionale non esiste

Da Cagliari a Catania passando per Salerno: Startupper viaggia verso Sud per raccontare la storia di tre acceleratori d'impresa. E spiegare come l'ecosistema sembri non conoscere alcuna questione meridionale. Anzi, ci sono aziende che dal Nord sono scese nel Mezzogiorno per essere incubate.È successo in Sardegna dove la milanese Eximia, start-up che si occupa di prodotti legati alle radio frequenze, ha scelto di crescere all'interno di The Net Value [a destra il logo]. Per non parlare di Daniele Calabrese che, dopo aver lavorato alla Banca mondiale, si è trasferito a Cagliari per dare vita a Soundtracker. E del resto per le tecnologie legate al digitale il capoluogo sardo rappresenta un terreno molto fertile: qui all'inizio degli anni Novanta nacque CRS4, centro di ricerca voluto dalla regione e coordinato dal premio Nobel Carlo Rubbia. Una realtà che ha favorito nel 1994 la nascita di Video on line, uno dei primi provider italiani e di Tiscali nel gennaio del 1998.Ed è stato proprio uno dei cofondatori di questa azienda, Mario Mariani, a dare vita nel 2009 a The Net Value. «Potrà apparire singolare, ma in questo territorio ci sono bravi sviluppatori, competenze diffuse e anche l'opportunità di avere dei finanziamenti», spiega Roberto Massa, membro del team di TNV. «Per quanto ci riguarda», aggiunge, «noi accompagniamo le start-up lungo il percorso di crescita». I servizi offerti, in cambio di un ingresso come soci di minoranza nel capitale sociale, vanno dall'aiuto nella selezione del personale alla consulenza sotto il profilo commerciale. Oltre al mentorato offerto da alcuni imprenditori italiani e stranieri. «Noi vogliamo dare una dimensione internazionale alle nostre aziende e anche per questo abbiamo scelto di avere un sito esclusivamente in lingua inglese». Sono circa una trentina i progetti passati attraverso questo acceleratore, che attualmente incuba 17 aziende.Sono invece tre quelle che hanno trovato spazio all'interno di 56Cube [nella foto sopra il logo], progetto lanciato alla fine di ottobre dello scorso anno a Fisciano (Salerno) da Digital Magics, incubatore milanese che ha scelto la Campania per espandere la propria attività. E lo ha fatto stringendo un accordo di collaborazione con l'università di Salerno, che mette le proprie competenze a disposizione degli startupper. Nato per contribuire allo sviluppo di imprese innovative nel settore Internet, 56Cube svolge un doppio ruolo: da un lato è venture capitalist, garantisce cioè un primo finanziamento alle start-up, dall'altro è incubatore, nel senso che offre una serie di servizi alle aziende che ospita e le accompagna nella ricerca di capitali ed investitori privati. «Ci rivolgiamo a tutti i creatori del Sud Italia che abbiano un'idea innovativa e vogliano fare impresa nell'economia digitale», spiega il fondatore e amministratore delegato Gennaro Tesone, «grazie alle competenze condivise con l'Università di Salerno e Digital Magics saremo in grado di sviluppare modelli di business di successo».Partirà invece tra aprile e maggio l'incubatore lanciato da StartupCT, la realtà voluta dai giovani della Confindustria catanese per favorire lo sviluppo di nuove imprese. Nato come realtà informale la scorsa estate, grazie ad una collaborazione con Indigeni digitali e l'incubatore universitario Youth Hub, «si è occupato di attività di animazione del territorio. Ora però ci prepariamo ad un passo importante», spiega Antonio Perdichizzi, presidente dei giovani imprenditori etnei. Il riferimento alla nascita del vero e proprio acceleratore d'impresa, che nascerà in collaborazione con il progetto Working Capital di Telecom Italia. Una sinergia che cresce in un territorio che si dimostra molto fertile: due delle aziende che saranno incubate hanno infatti già trovato un finanziamento. La prima è Flazio, che ha ricevuto 280mila euro da un fondo privato e 120mila da alcuni imprenditori catanesi, la seconda è AppsBuilder, fondata da startupper di Torino e Milano che in Sicilia hanno però trovato un investimento pari a 1,5 milioni di euro.«Crediamo fortemente che sul tema della creazione d'impresa, nei settori giusti, la nostra regione possa giocarsi le sue carte alla pari di altri territori», spiega Perdichizzi. Convinto che l'ecosistema sia in grado di superare tutti gli ostacoli che un'azienda possa incontrare da queste parti. «Noi andiamo nelle scuole a parlare ai ragazzi e ci sentiamo dire che la burocrazia e la legalità sono dei vincoli. Ma le start-up li superano tutti: sul digitale la burocrazia non è così perigliosa e oggi la mafia non colpisce i social network. E per quanto riguarda il credito, come insegnano tante storie di successo, si può partire da zero ma i fondi per sostenere le buone idee si trovano». Indipendentemente dal fatto che un'azienda nasca nella Silicon Valley, in val padana o alle pendici dell'Etna.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi saperne di più sugli incubatori di impresa? Leggi anche:- Aspiranti imprenditori, una pizza è l'occasione per partire- H-Farm. Boox e Nanabianca, un'«alliance» per sostenere le start-up- Milano capitale delle start-up grazie a Polihub e Tag MilanoVuoi conoscere alcune storie di start-up? Leggi anche:- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Dalla Romania a Torino per diventare startupper. E italiano- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

Confrontare online i preventivi degli artigiani: l'idea di tre amici emiliani è «Fazland»

Una piattaforma che permette agli utenti di raccogliere preventivi per vari tipi di servizi, dai lavori in casa  e in giardino fino alle riparazioni. «Una piazza virtuale che fa incontrare domanda e offerta tra privati e professionisti in settori che oggi sono solo marginalmente toccati da internet: elettricisti, idraulici, imbianchini, meccanici, giardinieri, imprese di pulizie e di traslochi, palestre, fotografi, noleggi bus. Fazland si propone come la terra di chi cerca il valore, e di chi emerge per il merito», spiegano i tre fondatori Alessandro Iotti, Giovanni Azzali e Vittorio Guarini, reggiani, 30 anni il primo, 31 gli altri, che all'inizio di aprile hanno lanciato la versione definitiva del loro sito. Per sviluppare il progetto, due di loro hanno lasciato contratti a tempo indeterminato, in grandi gruppi e con ottime possibilità di carriera; un altro sta passando a un part time. Amici alle superiori («giocavamo insieme a calcio»), percorrono per anni tre strade diverse. Alessandro e Giovanni  prendono insieme la laurea triennale in Economia, reti e informazione all’università di Reggio Emilia. Dopo, il primo si sposta per la specialistica alla Business school di Aarhus, seconda città della Danimarca e alla fine degli studi viene assunto da Siemens nella vicina Brande come sales manager: «Mi occupavo di vendere parchi eolici costruiti al largo delle coste. Dopo un anno ho ottenuto la promozione e a gennaio 2012 sono stato trasferito a Londra». Giovanni prosegue l’università in Emilia, affiancando il lavoro a corsi ed esami: «Subito dopo il diploma ho iniziato a insegnare informatica nell’istituto tecnico che avevo frequentato. In questo periodo sto preparando la tesi, dedicata proprio a Fazland». Vittorio si laurea invece in Ingegneria gestionale a Reggio Emilia e nel 2006 entra in Accenture come project manager: «Mi sono occupato di consulenza direzionale per grandi società del settore media e telecomunicazioni. Ho lavorato due anni a Londra, uno a Lisbona e uno a Madrid». L’idea del sito viene una sera a Alessandro, mentre è in pub in Danimarca con un amico, alla fine dell’estate di due anni fa: «Come tutte le idee migliori, è nata davanti a una birra», scherza. «Il mio amico doveva far riparare l’auto, ma conosceva poco la lingua e aveva paura di prendere una fregatura. La prima lampadina mi si è accesa lì, poi ne ho parlato con Vittorio e Giovanni. Vivevamo lontani, ma ci era sempre rimasta l’idea di fare qualcosa insieme. Ne riparlavamo ogni estate, quando ci rivedevamo durante le vacanze».Dopo un anno di ricerche di mercato, sondaggi, interviste e lancio di una versione sperimentale del sito, la decisione: «A fine 2012 ci siamo resi conto che il progetto era arrivato a una svolta: o decidevamo di dedicarci completamente a Fazland, oppure abbandonavamo il nostro sogno». Così, a febbraio 2013 Alessandro ha lasciato Siemens e Londra per tornare con la moglie incinta a Reggio Emilia; Vittorio si è licenziato da Accenture e Giovanni dal prossimo anno scolastico chiederà di lavorare part time. Una decisione radicale, ma, sintetizza Vittorio, «presa consapevoli delle potenzialità del progetto. A un certo punto la vera domanda non era più “Perché farlo?”, ma “Perché non farlo?”».La versione definitiva del sito è stata preceduta da una lunga fase di ricerca e sviluppo in cui i tre fondatori hanno investito circa 20mila euro dei loro risparmi. «Per prima cosa abbiamo contattato 80 aziende tra Reggio Emilia, Padova e Pescara, aree scelte con l'obiettivo di testare tre province medie del nord e centro Italia. Abbiamo avuto un primo riscontro positivo, visto che l’85% degli intervistati si è detto interessato alla nostra idea. Nei primi sei mesi del 2012 ci siamo quindi dedicati a realizzare, insieme a un team di sviluppatori, la prima versione del sito. Fazland 1.0 è stato testato da cento professionisti, dai quali abbiamo cercato di raccogliere osservazioni sulle criticità del sito. Abbiamo anche condotto un sondaggio tra potenziali utenti, per capire cosa dovevamo migliorare». L’edizione beta stata lanciata per ora in quattro città del centro-nord: Torino, Brescia, Firenze e Bologna. In Italia e in Europa ci sono già servizi on line di raccolta e confronto dei preventivi, ma hanno meno funzionalità rispetto a Fazland: «È l’unico a offrire un percorso guidato, in modo da garantire la massima precisione nella richiesta da parte dei clienti, che possono anche caricare foto, per esempio della parete da dipingere o del giardino da far sistemare. Anche i professionisti possono inserire certificazioni di cui sono in possesso, o immagini di lavori fatti in precedenza». Gli utenti hanno anche la possibilità di stilare una classifica delle varie offerte ricevute: «I professionisti vedranno l’ordine di preferenza e saranno stimolati a migliorare e rilanciare la propria proposta». I clienti potranno anche lasciare commenti sugli operatori, in merito a puntualità, coerenza tra prezzo e preventivo, qualità e chiarezza nella comunicazione: «Se un elettricista o un meccanico non ci danno un buon servizio, fino ad oggi potevamo dirlo ai vicini o agli amici. Questo sistema, che consentirà a tutti di leggere i feedback online sul modello di eBay, scoraggerà comportamenti opportunistici e scorretti da parte dei professionisti».  Un complesso meccanismo che cerca di facilitare l'impresa di far riparare l'auto o imbiancare casa a un buon prezzo, ottenendo allo stesso tempo prestazioni di buona qualità: «Il nome nasce da un personaggio immaginario che rappresenta il bisogno stesso che abbiamo individuato nel mercato: il Faz è chi cerca o chi vende servizi, “pazzo” perché insoddisfatto. È una mascotte che useremo nelle azioni di social media marketing».L’iscrizione per utenti e imprese è gratuita: «Non ci sono costi fissi. Se ci si aggiudica un lavoro grazie al nostro servizio, Fazland trattiene dall’impresa una quota che va dal 5% al 7% del totale del preventivo». Ma nel Paese dei lavoretti in nero, il sito riuscirà a rendere artigiani e professionisti più onesti? La piattaforma, spiegano i suoi ideatori, «non gestendo le transazioni cliente-professionista, ma solo la  provvigione dal professionista, non ha strumenti per disincentivare direttamente il nero. Ovviamente ci poniamo a favore di chi rispetta le regole del bene comune e la transazione tra noi e i professionisti è assolutamente trasparente e comprensiva delle imposte vigenti».La srl è nata ufficialmente a ottobre 2011 e a febbraio scorso è stata registrata anche come start up innovativa, in accordo con il decreto Sviluppo. Nei prossimi mesi i tre soci procederanno su due strade: far iscrivere più persone possibile e trovare finanziatori. «Abbiamo già in programma la partecipazione a fiere di settore per far conoscere il nostro servizio e stiamo dialogando con le associazioni di categoria, che potrebbero trarre un vantaggio dalla partecipazione a Fazland dei propri affiliati. Sul versante investimenti, siamo in contatto con diversi business angel e venture capitalist: adesso iniziano i 12 mesi decisivi». Veronica Ulivieri Vuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche: - Il matrimonio diventa low-cost grazie alla start-up siracusana Progetto Wedding- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Dalla Romania a Torino per diventare startupper. E italiano- Tiny Bull Studios, la start-up che guarda al futuro dei mobile game- Tekné Italia, quando la tradizione si fa start-up- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

L'Abruzzo investe 9 milioni per le start-up: la speranza sta nell'innovazione

Un fondo di rotazione da 9 milioni di euro per finanziare start-up innovative in Abruzzo. Lo ha lanciato la Regione tramite Fira, finanziaria che fa capo al Palazzo dell'Emiciclo, e in collaborazione con la Banca popolare di Lanciano e Sulmona e le Casse di risparmio delle provincie di L’Aquila, Chieti, Teramo e Pescara. Si chiama StartHope e dallo scorso 16 aprile ha iniziato a raccogliere le candidature da parte delle giovani imprese.Come per la definizione di start-up innovativa contenuta nel decreto Passera, non si guarda all'età degli startupper, ma a quella della loro azienda: possono infatti presentare domanda quelle imprese costituite da non più di 48 mesi in cui la maggioranza del capitale è detenuto da persone fisiche. Oppure quei gruppi che abbiano un progetto senza avergli ancora dato una forma giuridica, ma si impegnino a farlo entro 60 giorni dall'accoglimento della candidatura. Altro vincolo di natura burocratica, quello di avere sede operativa in Abruzzo o comunque di essere disposti a trasferirla all'interno dei confini regionali nei due mesi successivi alla firma del contratto con Fira.Questo fondo si impegna infatti ad entrare nel capitale sociale delle start-up che saranno ammesse, per una quota compresa tra il 15 ed il 45% ed un investimento massimo di 1,5 milioni di euro per ciascuna impresa. Tecnicamente le tipologie di intervento previste dal bando StartHope, le modalità con cui questo fondo si propone di sostenere le start-up, sono tre. La prima è quella del seed capital, l'investimento più rischioso: quello concesso nella fase iniziale di definizione del progetto aziendale. Poi c'è lo start-up capital, un finanziamento a realtà che si affacciano sul mercato ed hanno bisogno di una “spinta” per sviluppare e commercializzare il loro prodotto. Infine Fira può decidere di dedicarsi all'expansion capital, investendo in un'azienda che è già attiva ed è prossima al raggiungimento del punto di pareggio o addirittura in grado di produrre utile. In questo caso, il capitale aggiuntivo garantito attraverso i 9 milioni di questo fondo di rotazione servirà ad aiutare le imprese a conquistare nuove fette di mercato.Quali saranno però i criteri sulla base dei quali saranno selezionate le start-up ammesse al finanziamento? Il bando afferma che gli interventi dovranno essere «strumentali» rispetto ad alcune «finalità», come l'innovazione di prodotto o servizio in settori ad alta conoscenza, il miglioramento dei metodi produttivi o distributivi, l'innovazione organizzativa e lo sviluppo sperimentale, il trasferimento tecnologico dalla ricerca alla produzione. All'atto pratico, nella valutazione delle richieste di finanziamento il fondo terrà conto di elementi come la rilevanza tecnico-scientifica delle proposte e il loro grado di innovazione, ma anche la possibilie ricaduta in termini di occupazione.Una volta accolta la domanda - sono più di 150 quelle già presentate dall'apertura del bando - al momento del finanziamento verranno sottoscritti dei patti parasociali che dovranno definire le modalità di governance dell'azienda, ma soprattutto chiarire i meccanismi di disinvestimento. Il sostegno di Fira infatti non potrà durare più di cinque anni, trascorsi i quali le (ormai ex) start-up verranno accompagnate nella fase del cosiddetto go to market: la ricerca di nuovi soci di capitale piuttosto che della piena autosufficienza economica.«Abbiamo scelto di investire in queste realtà perché il mondo sta cambiando: da parte pubblica non basta più il finanziamento, ma serve l'investimento: occorre selezionare buone idee e progetti che crescano e permettano di far rientrare i soldi, così che possano essere utilizzari per finanziare nuove imprese», spiega Rocco Micucci [nella foto a destra], presidente della finanziaria che fa capo alla Regione. I 9 milioni del fondo di rotazione arrivano dal bilancio di Palazzo dell'Emiciclo, ma il modello di gestione è ritagliato su quello delle società di venture capital. «Se non avessimo dato un taglio privato il progetto non avrebbe funzionato. Noi vogliamo far diventare l'Abruzzo una terra attrattiva per le start-up, vogliamo attrarre menti brillanti da Nord e da Sud, dai Balcani e da tutto il bacino del Mediterraneo». E anche la scelta del nome del progetto va in questa direzione: «l'obiettivo era quello di riaccendere la speranza, dare un segnale positivo e cominciare a credere nella crescita. In pochi giorni, però, abbiamo ricevuto oltre 150 candidature. Con questi numeri possiamo passare dalla speranza alla fiducia nel fatto che il futuro dipenda da noi».Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi conoscere altre iniziative di sostegno alle start-up? Leggi anche:- Al via Wind business factor 2013, il campionato italiano delle start-up- Non solo mele, con TechPeaks a Trento si coltiveranno anche start-upVuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche:- Il matrimonio diventa low-cost grazie alla start-up siracusana Progetto Wedding- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

L'azienda invece dello Stato: il welfare aziendale come antidoto alla crisi

Il potere d'acquisto dei lavoratori italiani è diventato una delle prime emergenze del Paese. E questo non solo a partire dalla crisi del 2008, che ha unicamente aggravato un problema già esistente - come dimostra il fatto che il dibattito sulla riduzione del cuneo fiscale (ovvero lo scarto tra ciò che l'azienda paga per il lavoratore e quello che poi effettivamente entra in busta paga, al 49,6% in Italia nel 2010 secondo dati Oecd) si sono basate intere campagne elettorali anche nelle precedenti tornate. Una possibile soluzione emersa negli ultimi tempi sta nel cosiddetto welfare secondario o aziendale: una serie di agevolazioni riconosciute ai lavoratori o dalla singola azienda o per mezzo della contrattazione collettiva, con l'intento di migliorarne il benessere e accrescere l'organizzazione del lavoro. In pratica si aiutano gli occupati mettendo servizi a loro disposizione e nel frattempo lo Stato risparmia e l'azienda guadagna in termini di produttività (i beneficiari - si spera - sono più sereni e lavorano meglio). Di esempi teorici su come applicarlo ce ne sono a non finire, dagli asili nido ai voucher, dai corsi di formazione ai buoni pasto. Il nodo principale resta - come sempre, e soprattutto in Italia - la pratica. Se ne è parlato di recente in un convegno romano a cura dell'Arel, in occasione della presentazione del volume Welfare: dalla crisi alle opportunità, dove il dibattito è ruotato attorno alla questione centrale: come far sì che se ad esempio un impiegato - perché, tanto per cambiare, dai benefit restano esclusi i tantissimi lavoratori autonomi e i precari - percepisce 100 euro di aumento in busta paga, la metà di questi non finisca all'erario per via del benedetto cuneo fiscale? Un'idea che ha poi fatto scuola è stata quella messa in pratica dalla Luxottica già nel 2009: incentivare i dipendenti invece che con un banale e poco fruttuoso aumento salariale, regalando carrelli della spesa da 100 euro con beni alimentari di prima necessità. Avvantaggiando così sia il lavoratore dal punto di vista del potere d'acquisto, sia l'azienda che poteva contare su cospicui sconti da parte dei fornitori vista l'enorme quantità di alimenti acquistati. Il welfare aziendale e il dibattito che ne è scaturito non è affatto marginale, perché «nei prossimi anni assisteremo a una scarsità delle risorse da destinare al welfare pubblico. Il Paese sarà impegnato al rientro dal debito eccessivo e sarà difficile incrementare la spesa sociale, per lo meno in maniera da soddisfare in maniera crescente i bisogni di una popolazione che sta invecchiando» spiegano l'economista Carlo Dell'Aringa [nella foto sotto] e l'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu [nella foto a destra] nell'introduzione a quattro mani del libro. «L'attenzione alla persona si è fatta più forte» scrivono e su questo sono le parti sociali, i sindacati, a dover fare bene il loro lavoro di difesa dei diritti. Perché la questione del welfare non è solo legata solo allo scarso reddito di chi lavora ma anche al sopperimento delle esigenze delle fasce deboli della popolazione, a cui lo Stato potrà farà fronte sempre di meno. Ne è certo Roberto Cicciomessere di Italia Lavoro, che fa un confronto con altri Paesi più avanzati: «La quota di spesa sociale nel nostro Paese è molto bassa (2,1% di Pil), a fronte del 3% di Francia e Germania e del 7,1% del Regno Unito. Le esperienze di welfare aziendale sono molto limitate in Italia anche se il dibattito su come implementarlo ha iniziato a interessare molti attori economici». E anche i lavoratori che ne beneficiano sono pochi: solo il 17,6% dei lavoratori gode di buoni pasto, l'8,4% di mense aziendali, il 2,3% ha il rimborso per le spese sanitarie e lo 0,4% per l'asilo nido. Un esempio virtuoso che sta partendo in Italia è richiamato nel libro da Franca Maino, docente di Teoria e politiche dello stato sociale all'università di Milano: si tratta del caso della Regione Lombardia, che ha avviato progetti sperimentali come la Dote conciliazione "Servizi alla persona", che offre ai genitori rientrati al lavoro dopo i congedi rimborsi di servizi per l'infanzia pari a 200 euro al mese per otto mensilità (totale 1600 euro). O ancora la Dote conciliazione "Premialità assunzione" che stanzia per le pmi un voucher di mille euro per l'assunzione di madri escluse dal mercato del lavoro o precarie. Sono solo due dei 33 progetti avviati - di durata biennale - e che hanno coinvolto 6.300 lavoratori. Per ora si parla di provvedimenti pilota, ma potrebbero dare uno scossone alla condizione occupazionale delle donne che - nel 2011 - «erano disoccupate per il 50%» secondo dati Eurostat ripresi da Roberta Marracino di McKinsey (società di consulenza e ricerca in business, marketing e finanza) e Carlo Alberto Carnevale, docente alla Bocconi. Il risultato di un così scarso impiego della componente femminile della società si riflette anche sul Pil che in Italia «tra il 2000 e il 2010 è salito dello 0,4%, contro il 2,2% della Svezia dove il tasso di occupazione femminile è del 76%». Scettica è poi la posizione di Sandro Del fattore, del dipartimento Welfare della Cgil, che nega l'eventuale aumento di produttività che i buoni aziendali garantirebbero perché - scrive - «non è un buono che dà un servizio ma la sua esistenza. Un voucher, ancorché defiscalizzato, non sostituisce ad esempio l'asilo nido». Ovvero c'è bisogno di infrastrutture in questi casi, non si può demandare tutto al privato eliminando lo Stato. E poi - aspetto non secondario - se il welfare aziendale dipende dalla contrattazione collettiva nazionale, si taglia fuori praticamente la metà dei lavoratori «nel paese delle microimprese» che è l'Italia. La Cgil, d'altronde, non è nuova a critiche simili verso questa sorta di 'ammortizzatori sociali' a carico delle aziende, un sistema che i sindacati in generale non vedono di buon grado, ma anzi osteggiano. Caso esemplare è stato quello dell'imprenditore del cachemire Bruno Cucinelli, che a Natale 2012 ha deciso di suddividere una porzione degli utili annuali - 5 milioni - con i suoi quasi 800 dipendenti. Elargizione concretizzata in un 'regalo' da 6.385 euro ciascuno. Il precedente c'era stato con Diego Della Valle nel 2008, quando il manager premiò i lavoratori con un bonus da 1400 euro. Magnanimità ripetuta poi di anno in anno fino al 2012, anno in cui il numero uno della Tod's ha garantito ai suoi dipendenti la copertura per l'acquisto dei libri scolastici dei figli e per le spese mediche familiari. Tutti gesti questi che i sindacati hanno invece paradossalmente attaccato. Ma chi paga i servizi di welfare aziendale? La questione è stata aperta dai relatori Treu e Dell'Aringa. «L'incentivo pubblico è giustificato dagli obiettivi che il sistema è in grado di raggiungere. E non vi è dubbio che la qualità di questi obiettivi giustificano anche l'intervento del fisco». La normativa andrebbe aggiornata, non è più accettabile, a loro dire, applicare l'esenzione fiscale solo al di sotto del tetto massimo dei 5 euro (il valore standard del buono pasto), come stabilisce la legge attuale. Bisogna fare di più per rendere il sistema efficiente e appetibile. Un'ipotesi è anche quella della ripartizione del costo dei servizi «tra Stato, impresa e lavoratori: in fondo se il lavoratore paga ha comunque un vantaggio perché il costo del servizio è inferiore al valore di ciò di cui usufruisce». In questo senso «la strada più semplice è lasciare ai dipendenti un menu di possibili servizi, il cui totale dovrebbe essere equivalente in moneta per tutti». In tempi di crisi, insomma, tocca arrangiarsi. E anche il ripensamento del sistema del welfare, che - come dicono gli esperti - potrebbe trovarsi a breve senza fondi, deve passare attraverso il filtro di una riduzione delle risorse disponibili. Il che non vuol dire necessariamente stare peggio: una spesa al supermercato già fatta invece di 100 euro in più in busta paga è un'ottima idea, che semplifica la vita e ottimizza i tempi dei lavoratori, specie se donne e ancor più se madri. La prospettiva è a prima vista entusiasmante. Non sarebbe tollerabile però un potenziamento del welfare solo a favore di chi dispone di un contratto a tempo indeterminato. La crisi chiede anche di guardare a chi più ha bisogno: e in questo momento sono i precari. Marracino e Carnevale accennano al problema nella monografia all'interno del libro: «A fronte della generazione degli inpergaranatiti dal welfare, i cittadini più giovani si trovano di fronte a un saldo fiscale strutturalmente negativo, per il quale non hanno nessuna prospettiva di maturare gli stessi privilegi dei genitori ma si trovano anche a dover obbligatoriamente pagare il conto degli eccessi di debito accumulati». Oggi, scrivono, abbiamo un «welfare recessivo» che «sta scatenando un diffuso e comprensibile risentimento generazionale». Per questo è indispensabile ripensare un nuovo welfare «solidale ma sussidiario, sostenibile e orientato alla produttività e allo sviluppo». Per la società civile, «una priorità assoluta». Ilaria Mariotti Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Videointervista a Michel Martone: welfare dei privati, cos'è e a cosa serve- Maternità precaria: per avere un sussidio meglio essere ragazza madre- Indennità di maternità per le precarie, quanto danno le casse previdenziali dei professionisti- La Regione Veneto avvia Welfare to Work: 1.250 stage con rimborso di 600 euro al mese per gli under 30

Il matrimonio diventa low-cost grazie alla start-up siracusana Progetto Wedding

«Tutto è partito da una nostra esigenza: quando stavamo organizzando il nostro matrimonio siamo andati in cerca di prodotti originali sul web. Nessuno offriva questo servizio e li abbiamo acquistati all'estero. Ma tornati dal viaggio di nozze abbiamo fatto un'analisi di mercato dettagliata». A raccontare la nascita di Progetto Wedding è Salvatore Cobuzio (34), che insieme alla moglie Simona Canto (30) [a destra nella foto] e a Laura Bevelacqua (31) hanno dato vita a questa start-up che si dedica al commercio on-line di prodotti legati alle cerimonie.I tre, tutti originari di Siracusa dove ha sede anche l'azienda, si conoscono da una vita. E tra il 2005 ed il 2010 hanno condiviso anche un soggiorno a Roma dove Cobuzio, a quattro esami dalla laurea in Architettura, ha lavorato alle campagne pubblicitarie di Zoomarine e Sammontana. Ed ha anche scritto un libro, “Il testamento di Salvatore Siciliano”, uscito per Fazi, casa editrice della quale è poi diventato direttore marketing. Nel suo staff ha sempre voluto accanto a sé Bevelacqua, che invece si è laureata in Storia e conservazione dei beni culturali. Mentre Canto, nella capitale, ha lavorato come commerciale in diverse realtà.Unico tratto comune, oltre all'amicizia reciproca, il contratto a progetto: «Noi non abbiamo nemmeno mai chiesto qualcosa di diverso, avevamo l'obiettivo di creare qualcosa di nostro. Volevamo uscire dalla Sicilia per fare esperienza per poi lanciare un progetto nella nostra regione, dove i costi di gestione sono più bassi». A cominciare da quelli per la sede, che «a tutt'oggi è ancora casa mia».L'azienda è nata ufficialmente nel settembre del 2011, anche se il sito è andato on-line solo nel gennaio 2012. Il nome scelto parte dall'esperienza delle nozze tra due dei tre fondatori: «Organizzare un matrimonio richiede un progetto». In particolare, il modello di business ricalca i servizi dei quali Cobuzio e Costa avrebbero voluto usufruire prima di sposarsi. Non si tratta solo di vendere bomboniere, abiti, confetti e partecipazioni: «Abbiamo attivato una serie di collaborazioni con wedding planner, fotografi, location e autonoleggi in tutta Italia», un gruppo di professionisti che, in cambio della visibilità offerta dal portale, offrono ai clienti di Progetto Wedding dei prezzi vantaggiosi. E in breve tempo l'orizzonte si è allargato anche alle nascite, ai battesimi, alle feste di compleanno.«Fare e-commerce in Italia è molto duro, la gente non si fida». Per combattere la diffidenza dei potenziali clienti i tre startupper siracusani hanno escogitato «nuove modalità di pagamento, come quello alla consegna. Abbiamo un numero di telefono sempre a disposizione e spediamo anche un semplice campione», così che gli utenti del sito possano decidere l'acquisto avendo toccato con mano il prodotto. I risultati di questa politica non sono tardati: «in un anno abbiamo realizzato quasi 2mila spedizioni e come utenti unici sul sito superiamo i 10mila al mese».Anche sul piano economico, i risultati sono positivi. Il punto di pareggio è stato raggiunto «due giorni dopo la messa on-line, anche perché era molto basso». Il primo mese ha portato un fatturato di 12mila euro, «dopo il primo anno abbiamo superato i 150mila». I tre fondatori riescono così a vivere del loro lavoro ed hanno appena assunto una ragazza di Milano che si occuperà solo di abiti da sposa e un ingegnere torinese che si occuperà di ottimizzare il sito web. In entrambi i casi con contratti a progetto, ma «non appena diventeremo srl passeranno a tempo indeterminato, sono persone che valgono e le vogliamo bloccare».Al momento, infatti, Progetto Wedding è una ditta individuale, «perché i costi sono più bassi: con un migliaio di euro abbiamo registrato l'azienda e creato il sito», ma tra qualche settimana verrà registrata come società a responsabilità limitata. Il tutto grazie ad un aumento di capitale garantito da investitori privati e fondi di venture capital. «Dovremmo raggiungere qualche centinaio di migliaia di euro, ma ancora non possiamo dare notizie ufficiali».Un risultato reso possibile anche grazie alla particolare tecnica di marketing messa in piedi da questa start-up nata con lo scopo di «vendere un sogno e venderlo low-cost». Non un euro è stato investito in pubblicità: «Siamo su Internet tutto il giorno, frequentiamo blog e forum dove si parla di matrimoni e cerimonie in genere. Vediamo cosa cerca la gente e rispondiamo dicendo che noi l'abbiamo». Ed inserendo il link al proprio sito: tutto viral & unconventional marketing, insomma. Il risultato è quello di un'azienda partita da un garage di Siracusa, che tuttora ospita il magazzino dal quale partono i prodotti che vengono spediti anche in Francia e Spagna, ed arrivata tra i finalisti del terzo girone di Wind Business Factor 2012 e del concorso “Prendi parte al cambiamento” di Ing-Direct. E che con l'aumento di capitale punta ad attuare un piano di sviluppo che prevede l'inserimento in azienda di altre dieci persone. Chiamate a contribuire alla realizzazione del Progetto Wedding.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche:- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Dalla Romania a Torino per diventare startupper. E italiano- Tiny Bull Studios, la start-up che guarda al futuro dei mobile game- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresaVuoi saperne di più sui concorsi per le start-up? Leggi anche:- Al via Wind business factor 2013, il campionato italiano delle start-up

Talento x investimento = risultati: la formula anticrisi per i giovani

Cinque anni. Da tanto dura la crisi economica peggiore dal secondo dopoguerra; ma oggi più che mai in Italia, complice lo stallo politico, si fatica ad intravedere valide soluzioni agli squarci creati nel tessuto produttivo e sociale, a cominciare da un mercato del lavoro in panne. Verrebbe da chiedersi: cosa fare quando tutto sembra non funzionare?Puntare sul proprio talento, risponde Sebastiano Zanolli, 48 anni, da sei direttore generale di una famosa linea di abbigliamento giovanile. «Dovresti tornare a guidare il camion Elvis» è il suo quinto libro (107 pagine, Franco Angeli Editore, disponibile anche in versione e-book), uno di quelli che fa comodo avere tra le mani quando la propria strada sembra difficile da scoprire, o da percorrere. Come successe ad Elvis Presley all'inizio della sua carriera: da camionista aspirante cantante a The King passando per svariati giudizi al vetriolo, come quello a cui si rifà il titolo del libro, pronunciato da un poco lungimirante talent scout. «Che possibilità abbiamo di essere ciò che sentiamo più coerente con la nostra essenza, qual è questa essenza, come arriviamo a capirlo? Quanto contano il parere del prossimo, le situazioni contingenti, la fortuna e il destino, e che reali possibilità ci sono in un mondo così diverso da quello del passato?». Laurea in Economia alla Ca' Foscari di Venezia e un'esperienza ventennale nel marketing di multinazionali del settore abbigliamento (passando per la vendita di software e di condizionatori, leggi qui l'intervista all'autore), Zanolli ha messo su carta i consigli che avrebbe lui stesso voluto ricevere e le riflessioni di un manager tanto di successo quanto singolare, che passa ore a rispondere alle domande e agli sfoghi su Facebook e realizza gratuitamente incontri di orientamento lavorativo per i giovani - coltivando nel frattempo una tenace allergia a giacche e cravatte.Il libro, curiosamente introdotto da una nota di Donatella Rettore, è un invito appassionato a inseguire i propri sogni, a non mollare, a rischiare, a far rumore, a non soccombere alla logica del "tanto non cambia niente". Nonostante la miopia delle classi dirigenti, nonostante i corporativismi, la precarietà dei contratti, le retribuzioni basse, le porte in faccia. O forse grazie a queste difficoltà inedite, nota Zanolli, visto che «la pancia piena, la sicurezza, non pungolano e non fanno scattare alcuna molla motivazionale». Non a caso il volume nasce spontaneamente da un popolare post dell'autore sul proprio blog, intitolato provocatoriamente "Non ce la farai", un po' un leitmotiv della sua gioventù. E invece sì, è il rimbecco implicito. Il segreto? Fare ciò che si ama, scoprire e coltivare il proprio talento. È una conquista, il punto di arrivo di un viaggio. Già la prima fase, la scoperta, può essere faticosa. Molti talenti non sono ovvi, lampanti, ma vanno riportati alla luce. Sebastiano Zanolli spiega il suo personale metodo, fatto di un percorso a ritroso nel passato (cosa da piccoli faceva passare il tempo in fretta, dava più gioia e soddisfazione, sembrava venire naturale?), ricostruzioni di sè nelle parole delle persone più care e test scientifici basati sulla psicologia junghiana. Un mix di introspezione e rigore, alla ricerca di "fili rossi", di indizi: tratti della personalità ricorrenti, abilità singolari, passioni sopite che puntino in una direzione.Ma siamo solo all'inizio: talent is overrated, il talento è sopravvalutato, per dirla con il giornalista Geoff Colvin. «Per ottenere un risultato serve qualcosa in più» spiega Zanolli «un lungo impegno cosciente, intenzionale e ininterrotto». Serve investire rigorosamente su se stessi e lavorare alla costruzione di reti: «quanto tempo alla settimana dedicate a preparare un'alternativa alla vostra situazione? Potrebbe essere studiare, contattare, informarsi, risparmiare». Qui, oggi, lo possono fare tutti. I mezzi non mancano. Ma prima bisogna liberarsi dalla convinzione di essere in credito, e dall'abitudine «a farci compatire più che a farci valere». Come ha scritto l'autore altrove, serve ottimismo e pelle dura. L'antidoto alla paura si chiama azione e nei momenti di difficoltà alcuni pezzetti di storia possono servire a spronarci: «La chitarra va bene John, ma non ti darà certo di che vivere», disse la zia di un giovane John Lennon (parole poi incise su targa) o, appunto, «Dovresti tornare a guidare il camion Elvis».Annalisa Di Palo [foto: Yorick Photography]Per saperne di più su questo argomento: - La pacchia è finita, giovani: ma potete farcela lo stesso. Basta crederci, come Elvis Presley - «Sta a noi, oggi, costruirci un domani migliore»: Rosina smonta gli alibi dell'Italia che non cresce- Al via Controesodo, lo scudo fiscale per il rientro dei talenti in Italia- In Nordafrica i giovani hanno deciso che il loro tempo è adesso. E in Italia?

Crowdfunding e registro delle start-up innovative: il punto sul decreto Passera

La Consob ha aperto una consultazione online sul regolamento per il crowdfunding, 453 imprese si sono iscritte nel registro delle start-up innovative, Mise e Miur hanno stanziato 30 milioni di euro a sostegno delle nuove aziende del Sud.  Questo il punto della situazione a quattro mesi dalla conversione in legge del decreto Sviluppo bis.Il tassello mancante nel mosaico definito dal governo a partire dal rapporto Restart Italia!, realizzato da una task force voluta a inizio 2012 dal ministro Corrado Passera, è appunto quello del crowdfunding, ovvero la possibilità per le imprese di raccogliere finanziamenti attraverso sottoscrizioni in Rete. La norma prevedeva che entro il 19 marzo la Consob, l'autorità che vigila sulla Borsa, definisse le regole del gioco. Una scadenza che l'autorità di controllo dei mercati in realtà non ha rispettato: nelle scorse settimane ha rivolto un questionario a investitori professionali e startupper, sui risultati del quale ha stilato una bozza di regolamento pubblicata sul proprio sito.Questo documento prevede l'istituzione di un registro dei gestori, ovvero un albo dei soggetti che si occupano di piattaforme di crowdfunding al quale deve iscriversi chiunque voglia muoversi nel settore della raccolta di fondi destinati alle start-up. Viene inoltre stabilito il principio per cui la pubblicazione delle offerte sarà possibile se almeno il 5% della somma richiesta sia stata sottoscritta da investitori professionali. Ovvero da fondazioni bancarie, società finanziarie, venture capitalist e incubatori di impresa. A tutela degli aspiranti azionisti, inoltre, i gestori sono tenuti a sottolineare i rischi di perdita dell'intero capitale e di illiquidità, così come il fatto che per i primi cinque anni di attività le start-up innovative non possono distribuire utili. Rispetto a questo documento, gli interessati possono far pervenire le proprie osservazioni entro il 30 aprile. Solo successivamente verrà quindi redatto il testo definitivo.In attesa che la Consob stabilisca le regole perché possano ottenere finanziamenti online, cresce - anche se a passo di lumaca - il numero di start-up innovative che si iscrivono nell'apposito registro istituito dalle singole Camere di Commercio. Lo scorso 25 marzo, data dell'ultima rilevazione, erano 453 le nuove aziende inserite nell'elenco. Il settore maggiormente presente è quello dei servizi, con 325 realtà, seguito da industria ed artigianato rappresentate da 90 imprese. La provincia che vede il maggior numero di iscrizioni è Torino, dove sono 53 le ragioni sociali inserite nell'elenco curato dalla Cciaa. Seguono Milano e Roma, rispettivamente con 31 e 24 start-up innovative.Va molto peggio al Sud: solo 15 in tutta la Puglia, 10 in Sicilia, 4 in Calabria e appena 3 in Campania. Per favorire lo sviluppo di nuoveaziende in queste quattro regioni, però, il ministero dell'Istruzione insieme a quello per lo Sviluppo economico hanno stanziato 30 milioni per finanziare micro, piccole e medie imprese attive da meno di sei anni. I titolari hanno tempo fino al 13 maggio per presentare domanda e ottenere finanziamenti biennali di entità compresa tra i 400mila ed il milione e 200mila euro.Il bando si articola in quattro sezioni. Quella sulla quale si concentra la maggior entità di risorse (14 milioni) è quello culturale: il governo vuole sostenere imprese in grado di sviluppare tecnologie per la valorizzazione dei beni artistici e culturali. Altri 8 milioni vanno al cosiddetto “Big data”, ovvero alle start-up che si occupano della gestione di grandi quantità di dati, mentre 7 sono riservati alla social innovation, cioè ad aziende che lavorano in settori come le energie rinnovabili, l'istruzione, il dialogo interculturale, le produzioni biologiche, la finanza etica. Infine 1 milione di euro viene riservato alle università con sede in queste quattro regioni che sviluppino dei Contamination labs, ovvero spazi aperti a studenti di diverse discipline nei qualsi si organizzino eventi di promozione dell'imprenditorialità e dell'innovazione. L'auspicio è che queste realtà possano rappresentare il brodo di coltura per lo sviluppo di nuove start-up nel Mezzogiorno.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it Vuoi saperne di più sul decreto Sviluppo bis e sul sostegno alle start-up? Leggi anche:- Il decreto per le start-up è legge. E comincia già a far discutere- Start-up, la task force lavora a criteri più inclusivi e accelera sul decreto attuativo- «Restart Italia», con il decreto Sviluppo bis arrivano (quasi tutte) le proposte per le start-up- «L'Italia riparta dalle start-up»: ecco il piano del ministro PasseraVuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche:- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa