Stage e laurea? Anche per gli «studenti-detenuti»

Annalisa Ausilio

Annalisa Ausilio

Scritto il 28 Nov 2012 in Approfondimenti

Sono universitari, faticano sui libri, sostengono esami puntando alla laurea. Tutto dietro le sbarre. Sono «studenti-detenuti» iscritti nei sedici poli universitari penitenziari, nati da protocolli di intesa fra università, amministrazioni carcerarie, enti regionali, cooperative e associazioni. Da Torino a Bologna, passando per Sassari e Roma, i carcerati che ambiscono a diventare dottori beneficiano di appositi spazi adeguati allo studio. Su 66mila detenuti, circa trecento sono universitari (secondo l’ultima ricerca relativa al 2010) di cui ottanta donne e quaranta stranieri, i meno agiati in regola con gli esami ricevono borse di studio e rimborso tasse dagli enti regionali. E per molti il percorso universitario, così come per gli studenti “a piede libero”, comporta anche lo svolgimento di tirocini formativi.
«La detenzione comporta la necessità di trovare continuamente accordi per conciliare le esigenze della didattica con quelle dell’istituto», spiega alla
Repubblica degli Stagisti Antonio Vallini docente di diritto penale e delegato alla facoltà di Scienze politiche del polo penitenziario dell’università di Firenze che nel 2000, a seguito della convenzione fra Regione Toscana e amministrazione penitenziaria, ha istituito una sede didattica nella casa circondariale di Prato. Due sezioni del carcere, in media e in alta sicurezza, sono dedicate interamente al polo universitario: sono reclusi solo i sessanta «studenti-detenuti» che hanno accesso a sale comuni per poter studiare, ricevere i professori e sostenere esami. Le difficoltà non mancano, soprattutto quando per ottenere crediti formativi lo studente è chiamato a svolgere uno stage.
I permessi giornalieri
«È chiaro che il tirocinio non è una motivazione sufficiente per aprire le porte del carcere», chiarisce Vallini: «l’università e l’istituto studiano delle soluzioni a seconda del singolo caso». Diversi sono i fattori da prendere in considerazione: durata dello stage, pena residua e condizione del detenuto. Se il numero di ore è limitato, si possono ottenere i crediti formativi attraverso permessi di uscita rilasciati dalla direzione dell’istituto. In questi casi lo studente può acquisire conoscenze pratiche delle materie che ha conosciuto solo attraverso i libri in alcune strutture prossime al carcere come cooperative o associazioni individuate dall’università. Ma quando il tirocinio prevede oltre 150 ore i permessi giornalieri non sono più sufficienti.
Le misure alternative per i tirocinanti
Qualcuno ottiene dall’amministrazione penitenziaria il regime di semilibertà o l’articolo 21 esterno, un beneficio che consente di svolgere attività formative o lavorative fuori. «Sono valutazioni che non competono a noi, in diverse occasioni ci siamo trovati ad affrontare un diniego da parte dell’istituto», afferma Vallini. In queste situazioni la carriera universitaria dello studente detenuto può subire un rallentamento in attesa di ottenere misure alternative o trovare, di intesa con il delegato della propria facoltà, altre soluzioni come esami integrativi o tesine supplementari. Se invece l’amministrazione concede il beneficio, il tirocinio diventa non solo l’occasione per ritornare all’esterno ma anche per entrare in contatto con il mondo del lavoro. Le strutture sono individuate dal delegato del corso di laurea e soggette alla valutazione dell’amministrazione penitenziaria.
E dopo lo stage?
Parlare di inserimento lavorativo dopo lo stage per un detenuto è azzardato non solo per le difficoltà economiche del momento ma anche per gli ostacoli legati al percorso di reinserimento. «Lo scopo del tirocinio è formativo, l’università non ha il compito di trovare lavoro», chiarisce Vallini. Insomma  una volta fuori, terminato il tirocinio e conseguita la laurea, anche loro, entrano nella condizione comune a tutti i neolaureati: cercareno un impiego. E, come per tutti i neolaureati, l’impresa non è semplice. Molto dipende, oltre che dalla condizione individuale di ognuno, dal titolo di studio conseguito.
A determinare la scelta del corso di laurea concorrono diversi fattori: non solo la spendibilità lavorativa, ma anche la pena residua e gli interessi personali. Sull’inserimento nel mondo del lavoro degli ex detenuti diventati dottori dietro le sbarre non ci sono dati specifici: certo laurearsi in carcere, oltre ad essere un importante elemento nel percorso rieducativo, potrebbe accorciare le distanze con il mondo del lavoro – ma una volta fuori l’ex detenuto deve fare i conti con la complessità, e le difficoltà, del reinserimento.
I numeri
Dopo dodici anni di attività, nel carcere di Prato si contano venti laureati e attualmente oltre sessanta studenti iscritti alle diverse facoltà. Sono 53 i corsi di laurea attivi: la maggior parte degli studenti predilige l’indirizzo giuridico, letterario e politico-sociale. Nel 2010, si legge nella ricerca di Antonella Barone “I numeri del trattamento”, su 300 iscritti si sono laureati 19 detenuti, di cui dieci uomini e nove donne.
Studiare dietro le sbarre
I poli universitari penitenziari sono sedi universitarie a tutti gli effetti: i docenti sono tenuti ad entrare in carcere per permettere agli studenti di sostenere gli esami. I professori più volenterosi possono decidere di tenere anche delle lezioni per gli iscritti al loro corso di laurea, a volte anche un solo studente. Le associazioni apportano un fondamentale contributo: seguono i detenuti nello studio, forniscono i testi e curano i contatti con i docenti. I volontari sono l’anello di congiunzione fra il contesto universitario e quello penitenziario: contribuiscono, fra mille ristrettezze, a portare avanti il difficile percorso universitario degli studenti-detenuti. Perché come scriveva Victor Hugo quasi duecento anni fa nel suo poema Mélancholia «se si apre una scuola si chiude una prigione».

 

Annalisa Ausilio

 

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