Censis: in Italia i laureati lavorano meno dei diplomati. E i giovani non credono più nel «pezzo di carta»

Chiara Del Priore

Chiara Del Priore

Scritto il 20 Giu 2011 in Approfondimenti

Nel nostro Paese la laurea non aiuta a trovare lavoro. Almeno secondo quanto emerge dall’«Indagine conoscitiva sul mercato del lavoro tra dinamiche di accesso e fattori di sviluppo» del Censis, uno dei più importanti istituti di ricerca italiani, specializzato soprattutto in analisi di tipo socio-economico. stageI dati delll'analisi sono stati presentati a maggio dal direttore generale Giuseppe Roma nel corso di un’audizione presso la commissione Lavoro della Camera.
Se paragonata ai principali paesi europei (Germania, Spagna, Francia, Regno Unito), infatti, l’Italia ha un triste primato: è  quello con il tasso di occupazione più basso tra i laureati, 66,9%, contro una media Ue dell’84%. C’è di più: da noi chi ha un diploma ottiene più facilmente un lavoro rispetto a chi ha una laurea (la percentuale di occupati con un’istruzione secondaria e post secondaria non universitaria è del 69,5%). A un percorso di studi più lungo e articolato non corrispondono, quindi, maggiori prospettive di inserimento lavorativo. E questo nonostante il numero dei nostri laureati sia anche inferiore alla media europea e agli altri paesi: in Italia chi possiede un titolo universitario è il 3,1% nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni e il 20,7% in quella 25/34; la media dei paesi dell’Europa a 27 Stati è del 7,8% nel primo caso e del 33% nel secondo.
Il problema è in parte legato al nostro sistema universitario: i giovani iniziano a lavorare tardi (fino ai 25 anni ha un’occupazione solo uno su cinque) e spesso senza la preparazione giusta. Non a caso, secondo lo studio dell’istituto di ricerca, oltre un quarto degli imprenditori italiani afferma di avere difficoltà a trovare profili professionali adatti, per mancanza di candidati o per scarsa preparazione degli aspiranti tali.
A questo si aggiunge un altro dato rilevante: negli ultimi tre anni, il calo occupazionale ha colpito soprattutto le persone di età inferiore ai 35 anni, mentre il mercato lavorativo “adulto” ha addirittura registrato un incremento. Dal 2007 al 2010, per la fascia 15/34 anni l’occupazione è diminuita del 6,6%, mentre per gli over 35 si è rilevato un +1,7%. I nostri atenei, dunque, “sfornerebbero” laureati il più delle volte senza le competenze adatte, che si affacciano su un mercato dove i posti di lavoro sono in netta diminuzione.
Come invertire la tendenza? Il documento del Censis comprende una serie di proposte: innanzitutto, sul fronte formazione, una riqualificazione della laurea breve, che dovrebbe essere non una fase intermedia verso la specialistica, ma un momento conclusivo nel percorso di studi, sufficiente a svolgere alcuni tipi di professioni. Anche per le lauree specialistiche sarebbe opportuno accorciare i tempi: come avviene già in altri paesi europei, per alcune professioni (per esempio magistrati, medici, architetti) si potrebbe accorpare il periodo di formazione post laurea con la stessa specialistica o almeno con il suo ultimo anno. In questo modo, si renderebbe più snello un percorso oggi spesso dispersivo e poco funzionale all’inserimento lavorativo. Un modo per metterci al passo con il resto dell’Europa: nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 mediamente il 34,1% dei giovani europei ha, infatti, già un lavoro, mentre in Italia la percentuale è pari al 20,5%.
Allo stesso tempo, però, per il Censis bisogna rivitalizzare il mercato del lavoro, favorendo, ad esempio, l’attività in proprio (ad esempio mediante sistemi di detassazione per le nuove imprese), o puntando sul ricambio generazionale all’interno delle imprese.
Al momento a prevalere è la sfiducia verso l’effettivo valore del titolo universitario. La cartina di tornasole dei dati dell’istituto di ricerca italiano è la recente indagine di Eurobarometro su aspirazioni e timori di 30 mila ragazzi europei tra 15 e 35 anni. Secondo il servizio della Commissione europea che fotografa le tendenze dell’opinione pubblica, quattro su dieci giovani italiani di questa fascia d’età ritengono che la laurea non sia una soluzione appetibile, il doppio rispetto alla media europea. Sull’effettivo valore del “pezzo di carta” siamo attualmente i più scettici, insieme a Francia (35%) e Spagna (23%), mentre i più ottimisti sono i giovani del nord Europa (le percentuali qui scendono sotto il dieci per cento). Tra gli italiani prevale anche il timore di non trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso di studi: la pensa così oltre la metà degli intervistati.
Dati come questi rischiano di deprimere tanti giovani, convincendoli di aver investito a vuoto tempo e denaro per raggiungere il traguardo della laurea. Alla politica e al mondo delle imprese il compito di convincerli che invece la laurea paga.


Chiara Del Priore



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