Italia Lavoro aiuta i cittadini a trovare un impiego, ma lascia a casa i suoi collaboratori

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 31 Ott 2012 in Help

Sono saliti all’onore delle cronache nel giugno 2011 quando durante un convegno domandarono all’ex ministro Renato Brunetta quali riforme il governo intendesse attuare per i tanti che lavorano per la pubblica amministrazione. Da allora non è cambiato nulla per i collaboratori di Italia Lavoro, l’agenzia tecnica interamente partecipata dal ministero dell’economia ed ente strumentale del ministero del lavoro. Che continua ad avvalersi per la gran parte di precari: al 31 dicembre 2011 su 1.102 persone totali in azienda, solo 420 risultavano essere dipendenti (di cui 34 dirigenti), mentre la maggior parte - 645 - era inquadrata come cococo o cocopro o con altri tipi di contratto (18 contratti d'opera, 2 occasionali, 17 professionisti, un giornalista). Ma una volta scadute le collaborazioni a progetto non ci sono tutele per gli ex lavoratori. Come il giovane che ha scritto alla Repubblica degli Stagisti per raccontare la sua storia, autodefinendosi “l'abbandonato da Italia Lavoro”.
Ha meno di trent’anni, un diploma di perito informatico e ha collezionato negli ultimi quattro anni una serie di contratti a progetto di durata variabile da un mese e mezzo a un anno e mezzo, con  periodi dai cinque giorni ai cinque mesi di pausa contrattuale tra uno e l'altro, con cui non portava a casa nemmeno mille euro netti al mese. Poi a dicembre 2011, in seguito a una nuova serie di tagli e alla riduzione dei posti messi a bando, «è stato palese che la mia figura professionale quasi non c’era più». Nessun nuovo contratto quindi, né per lui né per tanti altri collaboratori storici anche con più di cinquant'anni. Con l’aggravante «di non aver diritto a nessun sussidio visto che eravamo tutti collaboratori a progetto». Il paradosso che questo abbandonato racconta alla Repubblica degli Stagisti è che lui e i suoi colleghi hanno lavorato per anni sulla stabilizzazione dei precari e sul reinserimento occupazionale per poi ritrovarsi nella stessa condizione. Uno dei progetti più importanti di ItaliaLavoro e di cui
anche lui si occupava è, infatti, Welfare to work: «Grazie a degli accordi con la provincia o la regione dovevamo aiutare un gruppo di lavoratori in cassa integrazione a trovare una nuova ricollocazione e controllare come andava a finire. Lavoravo per cercare di stabilizzare lavoratori, mentre altri pensavano a come lasciarmi a terra». Da quasi un anno è quindi senza contratto, con l’ulteriore problema di risiedere in una regione, la Puglia, in cui le prospettive occupazionali per i giovani sono molto poche.
Nella sua stessa situazione ci sono molti altri ex dipendenti di ItaliaLavoro a cui il contratto non è più stato rinnovato, tutti con l’aggravante di non poter nemmeno fare fronte comune contro l’azienda. Perché i contratti firmati sono tutti individuali e così ogni ex lavoratore ha dovuto iniziare una singola vertenza e dovrà aspettare i tempi lenti della giustizia per avere una sentenza definitiva. C’è chi per cinque anni ha lavorato per la società arrivando a firmare anche dei contratti a tempo determinato: dopo la finanziaria del maggio 2010 le promesse di trasformare la collaborazione in contratto a tempo indeterminato sono svanite, con l’unica alternativa di rientrare al massimo come cocopro.
Roberto D’Andrea (nella foto), segretario Nidil Cgil, è esplicito nel definire «assurda» alla Repubblica degli Stagisti la politica di questa società «che su oltre mille lavoratori ne ha soltanto 400 stabili e si rifiuta di affrontare il problema su che tipo di organico vuole avere». La Cgil è l'unico sindacato che al momento sta seguendo questo caso, perché le altre associazioni sindacali hanno accettato il regolamento aziendale del 2008 in cui era scritto che Italia Lavoro non si sarebbe avvalsa
«del medesimo lavoratore con contratto di collaborazione per più di tre anni» e che «tale vincolo ha valore anche per le collaborazioni attualmente in essere». Mentre la Cgil nel 2009 ha deciso di ritirare la firma dall'accordo chiedendo di aprire un confronto sull'utilizzo delle collaborazioni. Approfittando, però, dell'accordo sottoscritto con gli altri sindacati, Italia Lavoro non ha più rinnovato i contratti e in alcuni casi, nei nuovi bandi pubblicati, ha ridotto anche il numero delle posizioni aperte.
«Ogni giorno devi controllare sul sito se esce un avviso di selezione e partecipare di nuovo, ma fino ad oggi per la mia figura nella mia regione non è uscito nulla», racconta l’abbandonato di Italia Lavoro. In controtendenza rispetto a qualsiasi buona pratica aziendale, la società preferisce quindi formare nuovi dipendenti piuttosto che sfruttare le competenze e le abilità di quanti per anni hanno cercato di risolvere il problema occupazionale di disoccupati e cassintegrati sognando la stessa stabilizzazione che anche a loro veniva negata.
E Italia Lavoro che dice? Interpellato dalla Repubblica degli Stagisti, l'ufficio stampa produce una nota in cui spiega che «in quanto società per azioni del ministero dell'economia e agenzia strumentale del ministero del lavoro, è obbligata a rispettare le stesse regole stabilite nelle ultime finanziarie per i dipendenti pubblici quindi la direzione del personale non può muoversi come una normale società per azioni». Sempre nella nota l'ufficio stampa assicura che è nello stesso interesse di Italia Lavoro «salvaguardare le esperienze maturate all’interno dei progetti realizzati», ma che «poiché gestisce le proprie attività attraverso finanziamenti comunitari del Fondo sociale europeo opera seguendo una cadenza cronologica stabilita in ambito comunitario»: da qui verrebbe l'impossibilità a fare altre tipologie contrattuali che non siano quelle a progetto, perché i finanziamenti UE arrivano per singoli progetti. La nota si chiude con un tentativo di rassicurazione: Italia Lavoro garantisce che si impegnerà a «salvaguardare le proprie professionalità», ammettendo però che «il blocco delle assunzioni imposto dalla spending review riguarda anche Italia Lavoro» e che quindi i contratti temporanei sono le uniche «soluzioni» che hanno consentito e consentiranno «l’utilizzo del patrimonio di esperienza dei collaboratori», restando «in linea con le leggi dello Stato». Parole che non suoneranno bene nè alle orecchie dei precari lasciati a casa negli ultimi mesi, nè del sindacato che sta seguendo il loro caso.

Marianna Lepore


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