Statuto del lavoro autonomo, cosa cambia per i freelance? «Per la prima volta siamo considerati lavoratori»

Irene Dominioni

Irene Dominioni

Scritto il 03 Apr 2017 in Interviste

Acta freelance Lavoro autonomo

Il lavoro autonomo si presenta sempre più come alternativa a quello dipendente, soprattutto in Italia. Secondo il 50esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis, riferito ai dati del 2016, su 100 italiani laureati circa 20 svolgono professioni in modo autonomo, contro i 13 della Germania, i 9 della Francia e gli 11 della media europea, e per ogni 100 lavoratori autonomi tra i 15 e i 74 anni, in Italia ci sono 16 professionisti – contro i 14 della Germania, i 12 del Regno Unito e 2 in media in Europa. Se si parla di giovani, poi, secondo gli ultimi dati del 2015 il nostro Paese è in testa alla classifica per quota di lavoratori indipendenti under 35: 941mila italiani, seguiti da 849mila inglesi e solo 528mila tedeschi.
Per una fascia di lavoratori che va ingrossandosi sempre più, occorrono quindi nuove e più mirate tutele. Così anche il Senato entro metà aprile dovrebbe dare ufficialmente il via libera allo Statuto del lavoro autonomo, che punta a regolamentare meglio il settore attraverso una serie di importanti interventi, dalla tutela dei tempi di pagamento alla deducibilità delle spese di formazione, l'aumento del periodo di maternità da 3 a 6 mesi, la sospensione dei versamenti previdenziali e l'equiparazione della degenza domiciliare a quella ospedaliera nei casi di malattia grave. La Repubblica degli Stagisti ha intervistato Anna Soru, presidente di Acta, l'associazione nazionale dei freelance, per individuare i punti salienti e le criticità del testo della legge, con particolare riferimento alla condizione giovanile.

anna soruSiete soddisfatti dello statuto?
Noi lo rivendichiamo come un nostro successo perché ha accolto molte delle nostre richieste e perché la sua impostazione riguarda tutto il lavoro autonomo professionale, senza distinzioni tra ordinistico e non ordinistico e tra economicamente dipendente e non. Per la prima volta veniamo considerati dei lavoratori e non dei venditori di servizi, e ciò testimonia un passaggio culturale importante. Si è finalmente accettata l'idea che il lavoratore autonomo è un lavoratore con un potere contrattuale asimmetrico rispetto al committente, e per questo è necessario introdurre anche delle norme di base di tutela. In questo senso va considerata la norma sui tempi di pagamento e soprattutto la norma sulle clausole vessatorie, quelle che permettevano ai due contraenti di accordarsi per tempi di pagamento superiori ai 60 giorni, che da ora non valgono più.

Quali sono gli scogli ancora da superare?
Se venisse approvato così com'è, lo statuto in ogni caso prevederebbe alcuni miglioramenti sulle tutele, per esempio il passaggio dei congedi parentali da tre ai sei mesi, il fatto che non sarà più necessario astenersi dal lavoro per avere diritto all'indennità di maternità, il fatto che nelle situazioni di malattia grave l'indennità domiciliare viene equiparata a quella ospedaliera, il che significa che è pagata di più e per un periodo di tempo molto più lungo (180 giorni anziché 61), e ancora la possibilità di rinviare i pagamenti dell'Inps sempre in caso di malattia grave. Lo statuto non ha accolto l'emendamento che prevede la delega al governo per aumentare le tutele, quindi alcuni altri provvedimenti non passerebbero subito, però ci sono degli spazi per poter intervenire ulteriormente, sia sulla maternità, sia sulla malattia.

Come è stata coinvolta Acta nella discussione per la stesura?
Sin dalle prime bozze dello statuto abbiamo dato i nostri pareri e contributi e siamo stati molto ascoltati, anche se non tutto quello che abbiamo chiesto l'abbiamo ottenuto. Per esempio, chiedevamo che nelle cause tra lavoratore e impresa o tra lavoratore e amministrazione intervenisse il rito del lavoro e non il rito ordinario, perché nel caso in cui il committente non paga, per esempio, il rito ordinario è molto più lento e questo rende molto meno efficace la norma, ma la richiesta non è passata. Speriamo di poterci arrivare successivamente, così come anche per alcune nostre richieste sulle tutele che non sono state accolte.

Quanto è durato l'iter dello statuto del lavoro autonomo?
Possiamo dire che è partito nell'estate del 2015. Anche se è chiaro che questo non risolve tutti i nostri problemi, è un passo avanti molto importante, sia per la nuova impostazione, sia perché ci porta una serie di nuove norme che concretamente potranno migliorare la nostra situazione: mi riferisco a quelle sulle tutele, ma anche a una norma importantissima, che è la deducibilità totale delle spese di formazione. In questo modo si prende atto che per noi gli investimenti principali non sono quelli in attrezzature o capannoni ma quelli in formazione.

In Italia c'è un grandissimo numero di lavoratori autonomi giovani: quanti secondo voi si sono dati alla libera professione per scelta e quanti per mancanza di opportunità e per sfiducia?
Secondo me c'è una terza categoria, ed è quella di chi non necessariamente sceglie di essere autonomo, ma sceglie un lavoro che può essere svolto solo con modalità autonome: pensiamo a tutte le professioni legate al web, ma anche alcune vecchie professioni, come il traduttore. Sulla base dei dati dell'Istat sembra che il lavoro autonomo corrisponda in gran parte ad una scelta, però è vero che esistono delle situazioni di scorrettezza e alcune di queste situazioni sono presenti in attività regolate dagli ordini. Il caso dei medici e degli infermieri, ad esempio, è paradigmatico: ci sono situazioni assolutamente assurde di medici che lavorano a partita IVA per ospedali, ma facendo il lavoro di corsia. Purtroppo la pubblica amministrazione dà il cattivo esempio.

Secondo voi lo statuto del lavoro autonomo tutela i giovani?
Lo statuto non nasce per i giovani, però il fatto che si crei un ambiente con qualche tutela e diritti in più va a favorire soprattutto i lavoratori autonomi più deboli, e quindi è un elemento di vantaggio anche per loro.

Tommaso Nannicini, economista della Bocconi ed ex consigliere di Matteo Renzi, ha proposto di ridurre la pressione fiscale sui più giovani, facendo pagare a loro un po' meno tasse e spostando di più il peso sulle generazioni più anziane. Lei come la vede?
Io sono un po' scettica su questo tipo di intervento, perché spesso finisce per essere sfruttato a vantaggio del committente. Ci sono già regimi fiscali che favoriscono, ad esempio, i giovani che avviano un'attività, e il loro effetto complessivo a mio parere è stato quello di favorire un abbassamento dei compensi. Dal momento che i committenti sono perfettamente coscienti dell'esistenza di questi regimi agevolati, li sfruttano per pagare di meno, oppure il giovane professionista fa prezzi più bassi perché sa di pagare meno tasse. E uno dei problemi che noi riscontriamo è che, finito il periodo di agevolazione, molti si ritrovano a non riuscire a stare più sul mercato. Credo che il cuneo fiscale vada abbassato, e semmai si debba intervenire per alzare la no tax area in generale, in modo che ne fruiscano un po' tutti, e crescentemente di meno all'aumentare del reddito, in modo da intervenire in maniera più armonica.

Da un punto di vista femminile, oltre alla maternità
esistono anche altri ostacoli peculiari per le lavoratrici autonome?
A parte ciò che attiene alla sfera della maternità, per il resto non credo ci siano grandissime differenze tra lavoro autonomo professionale femminile e maschile. C'è una prevalenza di uomini in questo tipo di lavori, ma la presenza femminile sta aumentando ed è elevata soprattutto in termini di lavoro autonomo non professionale: per molte è una scelta proprio perché permette maggiore flessibilità nella gestione del lavoro di cura. Comunque, se si interviene per dare maggiori tutele in generale al lavoro autonomo, senza distinzione tra uomini e donne, si favorisce anche il lavoro femminile, che si presenta così come un'opzione più interessante e favorevole di quanto non lo fosse in passato. Se prima si doveva scegliere tra flessibilità e tutele, ora è più facile avere entrambe.

Di recente avete sviluppato una partnership con Smart, organizzazione che tutela i freelance e gli artisti. Quali sono i vostri obiettivi con loro?
La nostra collaborazione con Smart nasce dal fatto di avere obiettivi e modalità d'azione molto coerenti tra loro, perché entrambi cerchiamo di trovare delle soluzioni pratiche per supportare i freelance e, nel loro caso, anche i lavoratori dello spettacolo. Quando ci siamo conosciuti non sapevamo neppure come avremmo collaborato, stanno emergendo con l'andar del tempo delle nuove aree di collaborazione, però stiamo già facendo insieme alcune iniziative, come lo sportello informativo. Smart offre i suoi servizi anche ai freelance, quindi possono interessare molti dei nostri iscritti, c'è fiducia reciproca e contiamo di sviluppare altre iniziative.

Intervista di Irene Dominioni

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