Della Valle risponde a una precaria nella prima puntata della trasmissione di Santoro: basta lotta di classe

redazione

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Scritto il 07 Nov 2011 in Editoriali

Michele Santoro è tornato sugli schermi la scorsa settimana con il suo Servizio Pubblico. stageUn esperimento di produzione indipendente veicolato attraverso una multitudine di canali diversi, compreso il web: una modalità innovativa di concepire un prodotto multimediale moderno che potrebbe aprire nuove prospettive nel futuro.
Nella prima puntata della trasmissione c'è stato un momento di grande tensione: una giovane precaria ha attaccato duramente l'imprenditore Diego Della Valle, presente tra gli ospiti. Il succo del suo intervento infuocato: esiste una lotta tra imprenditori e lavoratori, tra ricchi e poveri, ed è venuto il momento di dire basta alla collusione tra poteri economici e politici per tornare al lavoro come diritto costituzionale.

Malgrado un tono purtroppo paternalistico, caratteristica molto italiota dell'anziano che si rivolge al giovane ribelle come se fosse un figlio in piena crisi adolescenziale, Della Valle ha dato tuttavia una risposta su cui vale la pena riflettere. Ha invitato a evitare di guardare il mondo in modo manicheo, ma sopratutto "verticale". In altre parole, l'opposizione novecentesca tra ricchi e poveri oggi non porta più da nessuna parte.
Andrebbero invece applicate delle valutazioni "orizzontali" per creare una distinzione, ben più ancorata alla realtà, tra le persone corrette e quelle scorrette. Ci sono degli imprenditori perbene e degli imprenditori mascalzoni. stageCi sono dei politici perbene e dei politici che pensano solo al proprio interesse. E ci sono dei lavoratori perbene, ma anche dei lavoratori disonesti.
Questo concetto è fondamentale in una società dove il malessere sociale, la pressoché totale paralisi politica e la scelta di troppe aziende di usare le leggi vigenti sul lavoro a proprio unico beneficio, fanno crescere la sensazione di "schifo generalizzato". Ma questo sentimento, seppur legittimo e in gran parte veritiero, non è costruttivo. Mai. Impedisce anzi alle parti sane, concrete, oneste della politica e dell'imprenditoria di emergere, e dunque di mostrare vie d'uscita, esempi positivi dai quali trarre spunti per migliorare.
Rifiutandosi di vedere le differenze, preferendo usare etichette standard - "politico", "imprenditore", "lavoratore" - come se fossero tutti uguali, si annulla l'impegno di chi agisce in maniera onesta, di chi non si è adeguato al sistema. Vale per i politici, per le imprese e anche per i lavoratori o chi lotta per loro.
Troppo spesso nelle conversazioni si sente dire in questo periodo una frase emblematica: «Io non saprei per chi votare, tanto sono tutti uguali». Ma in una democrazia rappresentativa si devono denunciare e tentare di escludere i politici scorretti o che non convincono, e però ci si deve anche sforzare di trovare le persone giuste e affidabili da sostenere e da proporre al posto di quelle "impresentabili". È l'unico modo in cui il popolo sovrano può esercitare davvero il suo potere.

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