Via dall'Italia, 128mila nuovi “expat” in un anno: il problema è che difficilmente torneranno

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 28 Ott 2019 in Notizie

esperienza all'estero Expat

Scappano da un'Italia che li priva di opportunità. Il problema tuttavia non sono gli expat, perché «la mobilità in sé non è un male» si legge nell'ultimo Rapporto sugli Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes. La questione è invece «la possibilità di scegliere di tornare» spiega la curatrice del Rapporto Delfina Licata, sociologa 42enne, alla presentazione del volume. Una strada che chi emigra non considera quasi mai. Ed è comprensibile, dal momento che altri Paesi «più lungimiranti», scrivono i ricercatori, «attirano a sé capacità e competenze, investono su di loro e le rendono fruttuose al meglio, trasformandole in protagoniste dei processi di crescita». Le migrazioni nostrane mancano al contrario di quella «circolarità» che si produce «nel continuo e proficuo scambio tra realtà nazionali tutte parimenti attraenti». Si parte insomma, e non si pensa di fare ritorno.

Così il «vuoto sociale» aumenta e si stabilizza. Gli italiani espatriati nell'ultimo anno superano di nuovo quota 128mila, il che significa «che la mobilità è diventata strutturale» 
prosegue Licata. Si perdono persone «nel pieno della vitalità, che arricchiscono i Paesi di approdo invece che quello di partenza».

Non a caso l'età dell'expat medio scende: il 40,6% ha tra i 18 e i 34 anni, mentre i giovani adulti tra i 35 e i 49 si fermano a 24,3%. Se ne va «chi ha deciso di mettere a frutto le capacità e le competenze acquisite fuori dai confini nazionali». E sceglie come destinazione Paesi percepiti come meritocratici, in cui si spera di compiere il salto: il Regno Unito nel 16% dei casi, la Germania (14) e la Francia (10). 

L'altro dato è che a essere interessati dalle partenze sono non solo i single, ma anche «molti nuclei familiari giovani»: gli under 18 rappresentano un quinto del totale degli expat. E il peso di chi ha meno di dieci anni, in questa fascia che comprende solo i minorenni, è del 60%. La motivazione è che «è probabilmente più semplice decidere per un drastico cambiamento di vita quando i figli non hanno ancora raggiunto l'età scolare o frequentano i primi anni della scuola». Un elemento che si collega anche al tasso di natalità ai minimi storici e che continua a caratterizzare «il pieno inverno demografico che vive l'Italia, a cui si uniscono la bassa crescita economica e la formazione e l'istruzione inadeguate, nonostante un lieve aumento dei dati sull'occupazione».

C'è poi un altro fenomeno migratorio che si svolge dentro i confini nazionali e riguarda il Meridione e il suo progressivo impoverimento. Nel dopoguerra «i flussi verso il settentrione erano costituiti prevalentemente da manodopera proveniente dalle aree rurali», ricorda lo studio, «mentre nell'ultimo decennio il 70% di chi è partito possedeva un'istruzione medio alta».

Senza le sue risorse più qualificate, «il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando i differenziali economici con il Centro Nord»,
insieme a una parallela perdita economica stimata in tre miliardi di euro. Sono i siciliani a emigrare di più (il 14% degli expat), seguiti dai campani (9%) a parimerito con i lombardi (una strana vicinanza in classifica spiegata dal fatto che per i lombardi ha poco senso espatriare in altre regioni italiane, perché meno ricche della propria). 
È finita insomma l'era dello «stereotipo della donna meridionale prolifica» sottolinea un altro relatore della conferenza, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, membro della direzione nazionale del Pd. Siamo invece passati a quello «della coppia meridionale senza figli perché senza reddito e impossibilitata a progettare». Per Provenzano «il diritto al futuro è la vera emergenza democratica del Paese». 

L'altra faccia della medaglia dei barconi in arrivo quello della mobilità nostrana e che dovrebbe ricordarci che «siamo un popolo migratorio» come ha sottolineato David Sassoli, ex giornalista televisivo e oggi presidente del Parlamento europeo, intervenuto all'incontro con un videomessaggio. Il Paese dà segnali di sempre maggiore intolleranza verso gli stranieri che da noi approdano, mentre invece «dovremmo essere più lucidi perché non siamo solo un paese di arrrivo ma anche di partenza». Un'insofferenza peraltro infondata perché gli immigrati non sono così tanti come si tende a credere, anzi «sono in fase di stagnazione e il ricambio è dato solo dalle nuove nascite» ha evidenziato Licata. «Spesso poi sono le seconde generazioni a scegliere di partire e andare altrove per un progetto di vita migliore: non c'è più attrazione per l'Italia».

L'estero, invece che una salvezza, dovrebbe essere «una scelta e non una necessità» conclude Licata, e «la globalizzazione dovrebbe garantire radici che non si spezzano». Sarà difficile – se non impossibile – finché le condizioni da noi resteranno immutate, «con ben cinque milioni di persone in povertà assoluta» ricorda il rapporto. E altri studi non fanno che confermare che le acque in cui navigano gli italiani non sono affatto buone.

«Lo spostamento oltre confine serve a garantire uno status di classe media che si teme non possa essere sostenuto» fa presente il presidente delle Acli Roberto Rossini, citando uno studio condotto dalle sue associazioni. Qui da noi «l'avanzamento nella piramide sociale è prossimo allo zero» e inoltre si sperimenta «una “sovraeducazione”, con un titolo di studio nettamente superiore a quello necessario per essere assunti». All'estero si trovano «contratti stabili, facilità a essere reinseriti in nuovi lavori, donne con figli che raggiungono apici di occupazione al 66%» continua Rossini. Non serve chiedersi dunque perché solo il 15% degli intervistati in quello stesso studio dichiari di «desiderare un rientro in Italia».


Ilaria Mariotti 

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