All'estero con il programma “au pair”: un’esperienza per tutti, ma solo uno su dieci è maschio

Rossella Nocca

Rossella Nocca

Scritto il 06 Ago 2018 in Approfondimenti

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Ogni volta che sentiamo parlare di lavoro au pair, si parla di “ragazze alla pari”. E forse in pochi sanno che questa esperienza non è preclusa ai maschi. Semplicemente, si tende a pensare che le mansioni del lavoro alla pari siano tipicamente femminili, ma è ora di sfatare anche questo tabù. 

«Le persone che fanno un'esperienza "au pair" sono circa 80-100mila all'anno in tutto il mondo», spiega Patricia Brunner, managing director dell'International Au Pair  Association (Iapa): «L'ottanta-novanta per cento sono donne. I principali paesi ospitanti sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Austria, mentre quelli che inviano più ragazzi alla pari sono Germania, Brasile, Colombia e Messico».

In Italia il fenomeno au pair è in crescita. «Nell’ultimo anno i numeri delle partenze sono quasi raddoppiati, arrivando a 1.300 ragazzi italiani alla pari, senza considerare le partenze “clandestine” con le tante agenzie non ufficiali o con accordi privati», spiega Gaia Leonardi, presidente dell’agenzia International Au Pair Italy nonché dell'Associazione nazionale italiana delle agenzie alla pari (Aniap), «Attualmente il rapporto tra i ragazzi e le ragazze che partono è di uno a dieci. Le ragazze sono sicuramente le più richieste, soprattutto se hanno esperienza con i bambini, ma i ragazzi stanno aumentando». 

Le mete preferite dagli italiani sono Gran Bretagna e Irlanda – per lo più per la maggiore vicinanza e per la lingua – seguite da Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Germania, Cina. Il 90% delle esperienze au pair va a buon fine: solo il 10% viene interrotto prima del termine. 

Tra le destinazioni, l'Italia negli ultimi anni ha perso appeal. «Sono drasticamente calati gli arrivi di ragazzi alla pari nelle famiglie italiane – solo 600 quest’anno – soprattutto dai paesi extra Ue, in quanto l’Italia non ha recepito la direttiva Ue n.801/2016» aggiunge Leonardi «che negli altri paesi autorizza i cittadini di paesi terzi a soggiornare all’estero per motivi di collocamento alla pari per l’intera durata del periodo au pair, quindi per loro il limite di permanenza è di soli tre mesi». 

L’esperienza au pair è considerata un progetto di scambio culturale per l’apprendimento e il perfezionamento di una lingua straniera, regolamentato a livello europeo. Il periodo all’estero può variare fra tre mesi e un anno e possono fare domanda per diventare au pair i giovani fra i 17 e i 30 anni, anche se nella maggior parte dei paesi la fascia è compresa fra i 18 e i 27. I candidati devono essere non sposati, senza figli e avere una conoscenza almeno basilare della lingua del paese in cui intendono soggiornare. Conoscenza che sarà approfondita con appositi corsi in loco dal costo medio di 100-150 euro.


«Chiediamo ai ragazzi di compilare un questionario con le loro referenze da baby sitter, le certificazioni quali diploma e corsi di lingua, la patente di guida, il certificato medico e quello giudiziario», spiega alla Repubblica degli Stagisti Elizabeth Lenihan, presidente della Celtic ChildCare Aupairs, agenzia affiliata all’Aniap e all’International Au Pair Association. 

Le famiglie che intendono ospitare ragazzi alla pari in Italia devono avere bambini minorenni in casa eassicurare  al ragazzo o alla ragazza una camera singola, un bagno di uso esclusivo, il vitto e un pocket money settimanale minimo che, in linea con lo standard europeo, è di 80 euro per circa 30 ore di aiuto a settimana. Nel Regno Unito la British Au Pair Agencies Association (Bapaa) raccomanda un pocket money di almeno 80 sterline – ovvero quasi 90 euro – a settimana. In Francia si percepiscono tra i 70 e gli 80 euro, in Irlanda si arriva a ricevere circa 162 euro a settimana, negli Stati Uniti circa 140 dollari per un massimo di 45 ore a settimana. In Italia la cifra media varia di città in città: ad esempio a Roma si mantiene sugli 80 euro, mentre a Milano può arriva a 90-100 euro. 

Il lavoro alla pari è classificato in varie tipologie. C’è la formula demi pair, che consiste nella collaborazione in famiglia per cinque giorni alla settimana, con tre ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; due giorni e tre sere liberi alla settimana. E c’è la demi pair plus, alle stesse condizioni, ma con quattro ore al giorno di lavoro anziché tre. 

Altra opzione è la formula au pair: collaborazione in famiglia per sei giorni alla settimana, per cinque ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; un giorno e tre/cinque sere libere alla settimana. Anche qui è prevista la versione plus: sei giorni di lavoro per cinque/otto ore al giorno (massimo 40 ore di lavoro settimanali); con quattro/cinque pomeriggi, tre/quattro sere e uno/due interi giorni liberi alla settimana. Infine ecco la formula mother’s help: collaborazione in famiglia per 50 ore settimanali; con due/tre sere di baby sitting; un giorno e mezzo libero e tre/cinque sere libere. Quest’ultima prevede un pocket money superiore, che può arrivare a 120 euro settimanali. 

Ma come fare per diventare ragazzi alla pari? «Il primo consiglio è quello di rivolgersi ad agenzie affidabili, come quelle affiliate all’Aniap», suggerisce Gaia Leonardi, «che supportano i ragazzi sia pre partenza che sul posto, attraverso una figura di riferimento nel paese ospitante». Questo è l’unico modo per difendersi dalle truffe: «Qualche tempo fa sono stata contattata da una ragazza che aveva trovato tramite Facebook una famiglia ospitante, che prima le ha chiesto 1.800 euro per il visto e poi è sparita». Insomma, in questi casi, è preferibile evitare il fai-da-te. 

«Noi forniamo a chi parte la lista dei ragazzi e delle ragazze alla pari presenti nella zona, li mettiamo in contatto tramite un gruppo Facebook e abbiamo solo famiglie ben referenziate», spiega Lenihan.

I costi del servizio variano di agenzia in agenzia. La International Au Pair Italy, ad esempio, richiede 90 euro di tassa di iscrizione e poi 300 euro alla famiglia ospitante e 200 al ragazzo che vuole partire. La Celtic ChildCare non richiede ai ragazzi tassa di iscrizione, ma direttamente 350 una volta stipulato il contratto au pair. Invece le famiglie ospitanti pagano dai 290 ai 790 euro – più 125 di iscrizione – per un periodo di ospitalità da un mese a dodici mesi. Per i ragazzi sono da aggiungere le spese di passaporto e visto, che dipendono ovviamente dalla scelta del paese. Ad esempio per andare negli Stati Uniti si spendono 600 euro tra visto e costi di agenzia. 

Ogni stato disciplina diversamente l’accoglienza dei ragazzi alla pari. Ad esempio negli Usa i costi del viaggio di andata e ritorno e dell’assistenza sanitaria sono a carico della famiglia ospitante. Qui inoltre si richiedono: età fra i 18 e i 26 anni, patente di guida, diploma di scuola media superiore una discreta conoscenza dell’inglese. Il corso di lingua sul posto è obbligatorio. La Svizzera ospita per un periodo non inferiore ai 12 mesi. In Islanda esiste il limite di 25 anni, e si richiedono: il possesso del diploma di scuola media superiore, l’esperienza nella cura dei bambini e una buona conoscenza della lingua inglese.
Poi ovviamente ci sono le richieste delle singole famiglie: c’è chi richiede che il giovane abbia la patente di guida, chi accetta solo non fumatori... e così via.

Il consiglio è di fare domanda almeno tre mesi prima della partenza, per dare all’agenzia il tempo di selezionare la famiglia e avere modo di conoscerla attraverso telefonate e videochiamate. Poi si stipula una sorta di contratto che definisce tutti gli aspetti del rapporto, dagli orari al pocket money.

Ma perché un ragazzo dovrebbe fare un’esperienza alla pari? «Lavoro da una decina d’anni nel settore e ho scelto di farlo dopo aver ospitato ragazzi alla pari e dopo aver mandato le mie figlie all’estero con questo programma», racconta Leonardi, «perché credo che sia un’esperienza completa e il modo più genuino e più forte per conoscere una nuova cultura: bisognerebbe farla conoscere di più, soprattutto ai maschi!».

Rossella Nocca

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