Docenti non pagati negli istituti paritari, la soluzione? «Assumere almeno mille ispettori ministeriali»

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 24 Lug 2017 in Approfondimenti

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Andare a lavoro tutte le mattine, svolgere le proprie ore, tornare a casa e sapere che tutta la fatica prestata sarà poi ripagata alla fine del mese con lo stipendio. Sembrerà una banalità a quelli che da sempre sono stati ripagati per il proprio lavoro. Non lo è per quanti, invece, alla fine del mese ricevono a stento i contributi. Non è il caso solo di freelance, giornalisti, o giovani alle prime armi con il mondo del lavoro. Ma è quello che capita, in alcuni casi da molti anni, a centinaia di docenti che insegnano nelle scuole paritarie. E che il “ricatto” del lavoro non pagato lo accettano per fare l’agognato punteggio e riuscire poi a superare qualcuno nelle graduatorie di istituto ed essere quindi chiamati per qualche supplenza annuale.

Una storia vecchia, già descritta nel 2014 da Paolo Latella,
membro del direttivo nazionale Unicobas e segretario regionale per la Lombardia, in un dossier, diventato poi un libro, mandato ai ministri Carrozza e Giannini, che ad oggi non ha avuto ancora alcun riscontro. All’epoca Latella raccolse oltre 500 storie di illegalità dietro gli istituti parificati.

Da allora sono passati tre anni ma la situazione non è migliorata. Anzi, «è peggiorata. Anche perché il numero di iscritti nelle paritarie, sia pubbliche sia private, è aumentato. E quindi è aumentato anche il business. E poi non esistono controlli tanto che a tutt’oggi non c’è una mappatura reale a livello regionale in tutta Italia con i controlli effettuati», spiega il segretario regionale Unicobas alla Repubblica degli Stagisti. «L’anno scorso c’è stato un comunicato stampa che diceva che erano state riscontrate una percentuale di scuole non in regola, ma non si capisce dal comunicato qual è la scuola. Addirittura in Sicilia non sappiamo nemmeno quante siano state controllate!».

Il riferimento di Latella è al comunicato stampa del ministero dell’istruzione del novembre 2016, in cui si raccontavano i risultati delle 288 ispezioni effettuate nei primi sei mesi dell’anno che avevano portato a 27 revoche della parità. Con picchi di otto chiusure in Abruzzo, quattro in Lombardia e tre in Campania e Basilicata e l’assenza di qualsiasi dato per la Sicilia. Un numero che a prima vista potrebbe far pensare a maggiori violazioni al centro nord piuttosto che al sud, ma che Latella semplicemente motiva dicendo che «in Lombardia ci sono ispettori serissimi che non lasciano passare nulla». Il vero punto è che gli ispettori ministeriali non si occupano di controllare la regolarità dei contratti di lavoro e quindi l’eventuale mancanza di retribuzione per i docenti. «Quello è un discorso che dovrebbe fare la guardia di finanza o il ministero del lavoro quando l’ispettore trova e segnala delle anomalie».

Ma per gli ispettori è comunque un compito arduo visto che sono molte altre le cose che devono verificare. E poi perché, anche se il loro numero è
passato da 56 a 104 negli ultimi tre anni, sono sempre pochissimi: «Basti pensare che in Francia ci sono 600 ispettori in una singola città. I 104 in Italia non bastano per verificare tutto: i loro compiti spaziano dall’aiuto delle risorse economiche statali fino al monitoraggio e valutazione fino alla verifica dei requisiti delle scuole paritarie. Perciò è fortemente insufficiente e andrebbe rivisto», spiega Gianluca Vacca, deputato del Movimento 5 Stelle, membro alla Camera dei deputati della commissione Istruzione.

Ma anche sui dati pubblici dei controlli al momento disponibili, fermi al giugno 2016, non c’è nessuna specifica sulle violazioni. Non è dato sapere, quindi, se c’era qualcosa riguardo ai pagamenti degli insegnanti. «È tutto nascosto. Poi siamo già quasi in periodo pre elezioni politiche: figuriamoci se vanno a colpire le scuole che sono portatrici di bacini di voti. Ricordiamolo: le paritarie hanno contributi dallo Stato e dalle regioni e dai comuni. Perché dare 20-30mila euro alle strutture confessionali del territorio? Per tradurli in voti elettorali». Non c’è quindi nessuno, e Latella ci tiene a sottolinearlo più volte, che raccolga questi numeri.

Nel frattempo la politica non è stata totalmente inerme. Dalla consegna del libro di denuncia di Latella nel 2014 ad oggi il Movimento 5 stelle si è occupato a più riprese del problema dei docenti non retribuiti nelle paritarie. L’ha fatto presentando nel giugno 2014 una prima interrogazione a risposta immediata all’allora ministra dell’istruzione, Stefania Giannini. Interrogazione in cui il deputato Silvia Chimienti proprio sul tema delle scuole paritarie e del dossier del professor Latella, che raccoglieva oltre 500 testimonianze di docenti non pagati, chiedeva come mai nessuno «abbia mosso un dito per approfondire la vicenda» e «quali iniziative il ministero intende adottare per porre fine a questo gravissimo scandalo, che non può più essere ignorato».

Richiesta a cui l’ex ministra Giannini rispondeva ricordando che la vigilanza nelle paritarie è esercitata dagli uffici scolastici regionali che predispongono annualmente le ispezioni e che il ministero in più occasioni ha richiamato l’attenzione ad approfondire questa vigilanza, «con particolare riferimento al tema delicatissimo dei contratti di lavoro dei docenti». Il ministero in pratica non è competente sul controllo e in quella risposta ammetteva che le misure messe in atto fino a quel momento non erano state efficaci visto che «hanno potuto solamente superare alcune criticità anche a causa dell’impugnazione continua di questi atti». Ma l'ex ministra era convinta che i 55 nuovi ispettori reclutati avrebbero contribuito in modo concreto ad un miglior controllo che, in base al nuovo regolamento del 2013 doveva riguardare anche l’utilizzo del personale e quindi la legittimità o meno di certe procedure. Ipotesi che in realtà non si è realizzata visto che in tre anni la situazione non è cambiata.

Il Movimento 5 Stelle ha continuato ad occuparsi del problema presentando due proposte di legge. La prima nel febbraio 2014 con Vacca primo firmatario, che proponeva un piano di monitoraggio continuo, in parte recepito dalla Buona scuola, e chiedeva come requisito necessario per il riconoscimento della parità scolastica l’obbligo di presentare la documentazione che attesti i pagamenti degli stipendi dei docenti.

La seconda proposta di legge, invece, è stata presentata nel febbraio 2015 e chiedeva l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla condizione dei docenti nelle scuole private. «C’è stata da parte nostra un’azione continua per portare l’attenzione in commissione e qualcosa è stato fatto. Ma il vero problema è che deve diventare un controllo strutturale, periodico e continuo, altrimenti si risolve in un’azione mediatica che serve alla maggioranza per dire che qualcosa è stato fatto, ma in realtà gli istituti si reciclano e continuano a fiorire i diplomifici».

Le proposte di legge del M5S, però, non sono mai state nemmeno calendarizzate. E ora che le elezioni anticipate sembrano essere state messe da parte, è comunque molto probabile, secondo Vacca, che il tutto venga rimandato alla prossima legislatura. Sottostando nuovamente ai giochi di forza delle maggioranze ed alleanze in Parlamento.

Ma nel frattempo, mentre la politica posticipa il problema, il malcostume resta. Il pentastellato racconta come per esempio nella sua regione, l’Abruzzo, tra il 2015 e il 2016 siano state revocate molte parità scolastiche a vari istituti. «Il problema però è che spesso si riciclano. Rinascono con un sistema di passaggi di proprietà, sotto mentite spoglie. Perciò servirebbe un monitoraggio continuo, con controlli mirati insieme alla guardia di finanza. Non ci vuole poi tanto per verificare se gli stipendi sono pagati regolarmente o se i docenti sono abilitati. Manca però il personale per fare i controlli e la volontà di fare un’azione continua nel tempo».

Un punto, quello del maggior controllo, su cui è d’accordo anche Latella che spiega «La soluzione è assumere almeno mille ispettori ministeriali che vadano a controllare i pagamenti degli insegnanti, i finanziamenti delle scuole e la preparazione dei docenti. Soprattutto di quelli che a 27 anni si trovano con 7-8 anni di servizio contro chi in età matura continua a vivere al nord in un appartamento con quattro colleghi per farsi uno spezzone di supplenza».


Marianna Lepore

Foto rettangolare: da Pixabay in modalità Creative Commons

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