Bamboccioni? Nel libro «L'Italia fatta in casa» Alesina e Ichino spiegano di chi è la colpa

Eleonora Della Ratta

Eleonora Della Ratta

Scritto il 25 Gen 2010 in Approfondimenti

Bamboccioni per colpa di mamma e papà? O sono le università troppo costose, lo status di eterno stagista e lavori precari a impedire ai ragazzi italiani di andarsene dalla casa dei genitori? La storia è nota: ci si laurea grazie all’aiuto dei genitori, spesso scegliendo non l’ateneo migliore ma quello più vicino a casa - perché essere dei fuori sede costa molto. Nel mondo del lavoro si entra sempre più spesso attraverso lo stage. Anzi, gli stage: il primo con funzioni formative, e forse anche il secondo o il terzo, poi quando arriva il momento di essere retribuiti ci si mette la crisi finanziaria a bloccare tutto. E voi intanto siete ancora a casa della mamma. Oppure siete fortunati perchè la famiglia ha potuto (e voluto) investire sul vostro futuro e vi ha permesso di laurearvi in una università lontana da casa, avete fatto esperienze all’estero, svolto due o tre stage – questi toccano anche ai privilegiati – ma poi a trent’anni cominciate ad avere uno stipendio che vi permette di pagare da soli l’affitto.

La diatriba nata dopo la penultima provocazione del ministro Renato Brunetta (“Fuori a 18 anni, per legge” - l'ultima è di dare 500 euro a tutti quelli che se ne vanno da casa, e già ha fatto venire le palpitazioni a Tremonti) trova molte risposte nel saggio di Alberto Alesina e Andrea Ichino L’Italia fatta in casa, pubblicato il mese scorso da Mondadori [nell'immagine, la copertina]. Alesina insegna Economia ad Harvard; Andrea Ichino, professore a Bologna, è il fratello del giuslavorista e senatore Pd Pietro. I due economisti hanno indagato la realtà sociale ed economica dell’Italia partendo dal suo nucleo portante: la famiglia. Un sistema che vede i giovani più come vittime che come figli viziati e privilegiati. Anche se a qualcuno, magari, lo status di "bamboccione" non dispiace affatto. La solidarietà familiare supplisce alle mancanze del sistema sociale e questo frena lo sviluppo lavorativo delle donne, costrette a rinunciare a brillanti carriere per crescere i figli, prima, e per guardare genitori e suoceri anziani, poi. Gli stessi genitori e suoceri che trent’anni prima hanno sborsato il necessario per mettere alla giovane coppia un tetto sopra la testa: «Quanti giovani in Italia si sono comprati la prima casa senza alcun aiuto dei genitori stessi? Pochissimi…E sono proprio i figli trentenni ad avere i primi figli e a necessitare di una casa. Ecco allora che un sistema pensionistico generoso diventa un modo indiretto per aiutare due generazioni, i percettori della pensione stessa e i loro figli».

La famiglia funziona anche da ufficio di collocamento, aiutando i figli a trovare lavoro ma con l'effetto collaterale pericolosissimo dell’immobilità occupazionale: imprese con manager scelti in base alla parentela invece che alle capacità, “raccomandazioni” ad amici e parenti: «Attraverso i canali familiari si trova lavoro molto più rapidamente, ma con una retribuzione inferiore». Ci sono casi in cui il legame padre-figlio non compromette la qualità della scelta, come nell’esempio citato dai due autori dei due Maldini in nazionale, ma il meccanismo è comunque anomalo e diffuso soprattutto in alcuni settori: imprese, studi notarili e di avvocati, di medici, di dentisti; farmacie, atenei universitari, redazioni giornalistiche... Ma anche idraulici e panettieri non scherzano. In un sistema così, addio meritocrazia.

Ad uccidere la meritocrazia, secondo gli autori, è anche l’università: «La finzione dell’egualitarismo educativo e dell’immobilismo degli studenti sono due facce della stessa medaglia». Fino a oggi la mancanza di una valutazione degli atenei in base a cui spartire i finanziamenti e lo spreco di risorse hanno portato a un sistema per cui tutti abbiamo le aule sotto casa (non solo chi abita a Milano, Bologna o Firenze, ma anche a Varese, Rimini o Prato!) ma poi dopo la laurea è ben difficile andare lontano sulle proprie gambe.
Come risolvere il problema? Alesina e Ichino cominciano con un primo suggerimento: un unico test nazionale per accedere alla facoltà di Medicina e chirurgia. I migliori potranno scegliere in quale ateneo andare, gli altri invece dovranno adeguarsi in base ai posti liberi. Un palermitano è il primo della lista e sceglierà di andare a Roma? Se ai romani non resteranno posti nella propria città vorrà dire che dovranno fare la valigia e trasferirsi altrove - oppure rinunciare. Questo sistema innovativo e virtuoso verrebbe sorretto da molte borse di studio, finanziate grazie a qualche taglio per strutture inutili e destinate ai più bravi. Solo un sogno?

Eleonora Della Ratta

 


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