Le borse di studio Fullbright compiono 70 anni: 10mila beneficiari per l'Italia dal 1946 a oggi

Sessanta borsisti Fullbright – italiani e statunitensi – rispettivamente in partenza per la propria sede di destinazione oppure sbarcati da poco in Italia si sono riuniti alla Farnesina per festeggiare con una giornata celebrativa i settant'anni del prestigioso programma internazionale. E anche uno dei più longevi (è nato nato negli Stati Uniti nel 1946 con la legge del senatore J. William Fulbright) e più rilevanti dal punto di vista numerico: sono 160 i paesi interessati e 300mila finora i beneficiari, di cui 10mila tra italiani e americani in Italia«I giovani italiani e americani che vengono da noi rafforzano un rapporto antico» ha commentato Vincenzo Amendola [nella foto a destra], sottosegretario agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale, «creando una ricchezza che rende le nostre democrazie più libere e forti rispetto ai rischi che corrono oggi più che mai».

Tra gli ex borsisti tanti nomi di spicco. Solo per citare i più noti il semiologo e scrittore scomparso di recente Umberto Eco, l’economista Irene Tinagli, il giornalista Gianni Riotta [nella foto sotto], presente a moderare l'incontro come ex borsista e attuale membro della commissione per gli Scambi culturali fra Italia e Stati Uniti, responsabile del programma per l'Italia. E perfino premi Nobel: i tre fulbrighter italiani a aver ricevuto il premio Nobel sono i fisici Roberto Giacconi e Carlo Rubbia, e l'economista Franco Modigliani.


A life changing experience
, direbbero gli americani. È così che definisce l'impatto sulla propria vita chi ci è passato. 
Lo ha testimoniato anche Riotta, che vincendo il premio ha potuto frequentato la Columbia University Graduate School of Journalism di New York, conseguendo un Master of science. «Non vivete una borsa Fullbright come qualcosa per la vostra carriera ma come un investimento per restituire agli altri il contributo che avete ricevuto» ha detto il giornalista all'incontro, a sottolineare il prestigio che ricopre il concorso: un riconoscimento d'eccellenza finalizzato a dare opportunità di studio, ricerca e insegnamento «con l’obiettivo di accrescere la comprensione reciproca fra popoli di lingue e culture differenti e, soprattutto, di rafforzare e contribuire al progresso accademico e scientifico dei paesi coinvolti».

I contributi non hanno eguali nel campo dei programmi internazionali, e sono finanziati con partnership strette di volta fondazioni o università (tra cui, per l'Italia, gli atenei Sapienza, Roma Tre, Tor Vergata e Luiss). Gli importi sono molto variabili, a seconda del ramo scelto tra i quattro a disposizione: 'Graduate Students' per laureati che intendono frequentare master e Ph.D., 'Research Scholars' per attività di ricerca o insegnamento da parte di accademici, 'Language Assistantships', per assistentati di lingua inglese e cultura americana in istituti di scuola secondaria e college negli Stati Uniti, 'Lectureships' per incarichi di insegnamento in specifiche discipline presso istituzioni universitarie.

Per fare qualche esempio, per i due posti destinati a un Mba biennale della scorsa edizione sul piatto c'erano 100mila dollari (88mila euro con il cambio attuale), oltre alla copertura di extra a vario titolo. Gli standard di accesso sono di riflesso piuttosto rigidi: profilo accademico d'eccellenza, doti di leadership, perfetto inglese. Molto diverse, ma comunque elevate per la media, le borse per assistentati all’insegnamento della lingua e cultura italiana: 5.400 dollari (4700 euro) per le spese di soggiorno per nove mesi, vitto e alloggio gratuito, circa 500-600 dollari (550 euro) di stipendio e biglietto aereo rimborsato fino a 1000 euro.

«I miei studenti mi chiedono perché una come me, che viene da New York, è finita qui a insegnare a noi» ha raccontato una delle borsiste assistente di lingua assegnata a una regione del Sud prendendo la parola all'evento. Il motivo è il grande desiderio «di scoprire un paese per quello che è veramente e non in base ai preconcetti», ha spiegato.

Non a caso uno dei requisti che compare nei bandi Fullbright è «la capacità di comportarsi da ambasciatore culturale in qualunque contesto»
. Le fa eco Paola Sartorio, direttrice della commissione Fullbright: «Per loro è un'esperienza dirimente perché li porta più vicini all'altro paese». E lo ha ribadito Amendola: «Fa sentire l'emozione di scoprire un altro paese mettendosi in grande discussione: si esce dagli stereotipi che si raccontano sulla società sia nostra che americana».

Ilaria Mariotti 

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