Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale

La prima volta che uno stage è finito in Tribunale è stato probabilmente nel 2001. Un’ispettrice della Direzione provinciale del lavoro di Trieste, arrivata in un supermercato per fare verifiche di tutt’altro genere, si accorse che veniva fatto un uso disinvolto di decine di giovanissimi stagisti. Approfondendo, vennero fuori almeno 42 casi in cui lo stage era stato utilizzato per mascherare ordinario lavoro dipendente. I ragazzi erano infatti utilizzati alla salumeria, alla cassa, o con il compito di disporre la merce sugli scaffali. Il verbale di ispezione fu lapidario: gli stagisti svolgono funzioni di dipendenti, e quindi l’azienda li assuma come dipendenti e paghi tutti i contributi arretrati all’Inail e all’Inps.
Ma i proprietari del supermercato non accettarono e, forti di un’assoluzione in un parallelo procedimento in sede penale (dove però, attenzione, l’accusa era di truffa ai danni dell’Inail e dell’Inps – non quello di uso improprio di stagisti, anche perché questo reato non esiste), fecero opposizione al verbale.
La palla passò nel 2004 al Tribunale del lavoro, che nell’agosto del 2007 ha emesso una prima sentenza in cui si legge chiaramente, tra l’altro, che per uno stage del genere una durata di sei mesi, «a fronte della tipologia poco qualificante delle mansioni, appare incongrua». «Di fatto i rapporti realizzati erano rapporti di lavoro subordinato», rileva il giudice Annalisa Multari, e specifica che lo strumento dello stage veniva utilizzato «al solo fine di poter far lavorare personale con bassa specializzazione a costo inferiore al dovuto, senza vincoli di mantenimento in servizio qualora la prestazione lavorativa non avesse soddisfatto determinati canoni, né tanto meno di assunzione successiva». I proprietari del supermercato hanno fatto appello: per la prossima udienza, però, bisognerà attendere l’ottobre del 2010.
Un caso simile è accaduto a Lecco, all’inizio del 2007: anche qui si è mossa la Direzione provinciale del lavoro, su segnalazione di un ragazzo, e ha riscontrato un uso improprio di sette stagisti, addetti principalmente alla disposizione dei generi alimentari sugli scaffali. Anche qui il supermercato, appartenente a una nota catena, si è opposto al verbale (che diffidava a legalizzare il rapporto con gli stagisti quale rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti), e quindi ora la vicenda si trasferirà in Tribunale.
Altri stage-truffa sono stati smascherati negli ultimi anni dalla Direzione provinciale del lavoro di Milano, anche a livelli di scolarità più alti. Un asilo nido per esempio aveva reclutato una 22enne diplomata al conservatorio come educatrice musicale dei bambini, salvo poi affidarle mansioni di tutt’altro genere (lavare le mani ai bambini, sistemare brandine, coperte e cuscini, pulire i tavoli) e in pratica usarla come puericultrice. Ma la ragazza non è stata al gioco, e si è rivolta alla DPL che ha fatto scattare l’ispezione scoperchiando un vaso di pandora: non solo l’asilo si reggeva sulle spalle di dipendenti tutti rigorosamente cocopro, ma nel caso dello stage non esisteva nemmeno un ente promotore e non era stata aperta una posizione Inail. Il massimo: uno stage in nero! La vicenda ha un parziale lieto fine: la proprietaria dell’asilo, convocata dagli ispettori presso gli uffici della DPL, ha acconsentito a regolarizzare i suoi dipendenti e a pagare le sanzioni amministrative per gli illeciti commessi. E così il caso si è chiuso prima ancora di finire in Tribunale.
Altri due invece arriveranno in giudizio, perché i datori di lavoro hanno impugnato le ordinanze con cui l’ufficio aveva confermato le ipotesi di violazione prospettate dal personale ispettivo.
Per uno gli stage risalgono al 2004 e la richiesta di intervento al 2006: due donne, all’epoca entrambe trentenni e neolaureate, hanno raccontato di aver trovato sulla bacheca della loro università l’annuncio per uno stage presso un’agenzia di grafica pubblicitaria convenzionata con l’ufficio tirocini. Lo stage però si è rivelato una truffa: le stagiste venivano utilizzate come dipendenti, e del tutor non c’era neanche l’ombra. Gli accertamenti, condotti dagli ispettori della di Milano insieme ai funzionari dell’Inpgi, si sono conclusi nel 2007. Le segnalazioni delle ragazze si sono dimostrate fondate: gli ispettori hanno accertato che durante il periodo dello stage il tutor era del tutto assente e che il socio amministratore della società esercitava di fatto un potere direttivo, organizzativo e gerarchico, organizzava il lavoro ed attribuiva i compiti, si riservava il diritto di concedere o meno eventuali permessi che le stagiste dovevano richiedere addirittura con una settimana di anticipo, e di muovere rimproveri in caso di assenze o ritardi. La causa è in corso: in questo momento si è alla fase istruttoria.
Così come è in corso la causa che ha come protagonista una società di ricerca, progettazione e sviluppo di sistemi di comunicazione e formazione per l'impresa, che non solo ospitava più stagisti di quanto la legge consenta (due stagisti e nemmeno un dipendente a tempo indeterminato), e li faceva lavorare come normali dipendenti, ma in più non aveva nemmeno formalizzato gli stage dal punto di vista burocratico: anche qui i due ragazzi in questione erano quindi stagisti in nero. La cosa interessante da rilevare, in questo caso, è che la società si è difesa affermando che la normativa, nell’indicare il limite massimo di tirocinanti ospitabili, non prevede alcun tipo di sanzione  in caso di mancato rispetto di questi termini, né tantomeno l’automatica trasformazione del rapporto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Cioè qualcosa del tipo «anche se ho infranto tutti i punti della normativa sui tirocini, voi  tantonon potete farmi niente perché non sono previste sanzioni precise». Fortunatamente le cose non stanno esattamente così, e alcune DPL lavorano per dimostrarlo.

Eleonora Voltolina

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