Giudici onorari, precari fuori legge senza contributi né ferie proprio nei Tribunali dove si applica la legge

Sono nati nel 1998, con la così detta Legge Carotti, e reclutati con un concorso per titoli e un mandato di tre anni prorogabile per una sola volta: da allora i vice procuratori onorari (Vpo) e i giudici onorari di tribunale (Got) hanno visto puntualmente la propria carica prorogata ogni anno, diventando dei veri e propri dipendenti a cui non sono riconosciuti i minimi diritti. La storia è ben raccontata in Precari (fuori) legge, ogni giorno in tribunale, Round Robin editrice, scritto da Paola Bellone, 41 anni, vpo dal lontano 2002. «L’idea di scrivere il libro nasce davvero dalla voglia di narrare i processi con l’intenzione di raccogliere fondi per finanziare le azioni giudiziarie e chiedere di veder riconosciuta la previdenza. È stata la casa editrice che, conosciuta la nostra storia di precariato, ha chiesto di approfondirla». L’azione giudiziaria nel frattempo c’è stata: i vpo torinesi hanno fatto causa al ministero della Giustizia chiedendo che venisse riconosciuta la copertura pensionistica come collaborazione coordinata e continuativa. In primo grado hanno vinto ma la sentenza è stata impugnata dal ministero e in sede di appello la Corte ha stabilito che «non siamo cococo in quanto sussiste un rapporto di immedesimazione organica». In sostanza la Corte ammette che il rapporto di questi lavoratori è ormai diventata un’occupazione stabile e che la normativa attuale non è più idonea. Ma che non può esprimersi oltre perché la richiesta era stata solo quella di essere assimilati alle collaborazioni coordinate e continuative.Nonostante la causa sia stata persa, le spiegazioni della Corte di appello hanno in un certo senso rinforzato la volontà di veder riconosciuto il proprio lavoro subordinato. Per questo, assistiti dall’avvocato Claudio Tani del foro di Milano, «a settembre partiranno azioni di accertamento del rapporto di lavoro subordinato in tutto il territorio nazionale». Si partirà quindi con una nuova azione legale, ma questa volta non ristretta al solo capoluogo piemontese. «La nostra situazione oggi non è più tollerabile» dice perentoria Paola Bellone alla Repubblica degli Stagisti: «Il magistrato onorario è stato pensato tale dai deputati dell’assemblea costituente in quanto svolge le funzioni in modo occasionale e trae il proprio reddito da altre professioni». Di fatto, però, non è più così e anche il titolo di “onorario” è fuorviante visto che la maggior parte dei vpo ormai vive del solo compenso – definito “indennità” nella legge – riconosciuto per svolgere queste funzioni. C'è però comunque una percentuale, nel caso torinese non superiore al 20%, di vpo che continuano a fare la professione di avvocato, com'è pure consentito dalla legge, trovandosi nella situazione piuttosto strana di avere colleghi che talvolta fanno da controparte e talvolta da giudice. Al momento non c’è in cantiere solo l’azione giudiziaria ma anche la promozione di una riforma che sia conforme alla situazione di fatto. «Il disegno di legge depositato in Senato dal governo non va bene» dice la vice procuratrice onoraria «e non siamo gli unici a dirlo, l’hanno fatto molti professori e avvocati. Si aumentano le competenze dei magistrati onorari e si prevedono tre mandati di quattro anni, in tutto dodici». Non solo, si prevede un compenso con una quota fissa e un’altra incentivante subordinata al raggiungimento di obiettivi fissati dal capo dell’ufficio, ma non si stabilisce a quanto ammonti questo compenso. Per chi è già in servizio, poi, si prevede una maxiproroga «ancorata a fasce di età e senza prendere in considerazione l’anzianità di servizio. Mano a mano che si innalza l’età è previsto un minor numero di proroghe, con la conseguenza di rendere precario chi non lo è e disoccupato in età lavorativa chi è precario di lungo corso». Un esempio? Bellone lo fa proprio sulla sua pelle: «Ho 42 anni, sono in servizio dal 2002, prevedendo altri 12 anni di proroghe a 54 anni dovrei smettere e diventerei disoccupata». Non solo, la riforma non aggiunge altro, nessun contributo previdenziale, lasciandolo volontario a totale carico dei vpo. Come fondamentalmente succede già oggi. «Al momento non abbiamo copertura pensionistica. Chi fa anche l’avvocato ed è iscritto alla cassa forense versa volontariamente i contributi lì. Gli altri no, a meno che non abbiano una previdenza privata. Io, ad esempio, è dal 2002 che non ho un contributo versato». Una situazione pericolosa, per lei e per quanti sono nella sua stessa situazione, perché non aver mai versato contributi significa in prospettiva non poter contare su alcun trattamento pensionistico tra venti o trent'anni. Al momento la media «generosa» la definisce Bellone, è di un guadagno di 1700 euro netti al mese. Calcolati sui 73 euro netti che guadagnano al giorno per cinque ore di lavoro e che raddoppiano qualora, per qualche motivo, le udienze si prolunghino e si superino le cinque ore. Non sono previsti obblighi di giornate o ore di lavoro, «rispondiamo alle richieste che ci vengono fatte». Però è una situazione molto complessa che è difficile generalizzare. «Ho un badge orario che va dalle 7 alle 10 ore di lavoro. Ma il vero punto è che non siamo considerati lavoratori, da qui partono i problemi. Se ho un’udienza con 30 processi il lunedì mattina, la domenica andrò in ufficio a studiare i fascicoli, le eccezioni, gli interrogatori e per questa attività di studio, quindi ore di lavoro, non sono retribuita».  Il punto assurdo è anche il modo in cui questi lavoratori sono pagati, direttamente dal ministero della Giustizia. Per chi svolge contemporaneamente la libera professione e ha quindi una partita iva, «emette fattura alla fine del mese. Ma chi, come me, non ha la partiva Iva, allora ha la busta paga su cui c’è la dicitura “lavoratore a tempo indeterminato”. Il mio cud lo scarico come tutti gli altri dipendenti della pubblica amministrazione». La richiesta di questi lavoratori, oggi, è di essere inquadrati in un ruolo, con la precisazione però che non pretendono di essere arruolati nella magistratura di carriera né avere il suo trattamento economico. Ma veder riconosciuto il proprio lavoro, questo sì, perché senza questi 3800 vpo che si aggirano nei tribunali italiani una gran fetta di contenziosi rimarrebbero senza sentenze. Di quelli non se ne occupa la magistratura ordinaria, già impegnata con molti altri casi, né si potrebbe mai pensare che possa iniziare a farlo in futuro.«Iniziamo giovanissimi e ogni giorno impariamo qualcosa in più, è un lavoro appassionante» sottolinea con entusiasmo Paola Bellone, «che a noi piace tantissimo. Ma si arriva ad un’età in cui bisogna essere responsabili. Personalmente se ci sarà una riforma, continuerò, altrimenti è chiaro che me ne andrò perché non posso più continuare così». Anche perché c’è un fraintendimento che va evidenziato: nonostante la legge preveda la libertà di continuare a fare gli avvocati ricoprendo anche il ruolo di vpo, «la maggioranza fa solo questo. Qui a Torino l’80% lo svolge come lavoro esclusivo». Per chi non riuscisse a capire come è possibile che i magistrati italiani non riescano a seguire tutti i procedimenti, e sia necessario far fronte a queste altre figure professionali, è di aiuto la seconda parte del libro, che racconta le tante storie di processi davanti a cui si sono trovati negli anni questi vice procuratori onorari. Un lungo elenco delle vicende che finiscono davanti ai giudici intasando il sistema giustizia: dalla lite tra condomini all’insulto, dal litigio tra i coniugi all’indicazione errata degli ingredienti nel menù. «Piccole storie» le definisce nel libro Bellone, che arrivano anche al terzo grado di giudizio. Ha senso una giustizia così? «No, non ha senso. Ora è intervenuta la riforma che introduce il principio dell’indennità anche nei processi per i reati di competenza del tribunale monocratico. In alcuni casi ci sarà la possibilità di archiviare i procedimenti e ridurre i contenziosi. È ancora troppo presto, però, per fare una stima dei risultati».Vpo e Got non sono, però, gli unici “precari” della giustizia. Ce ne sono altri di cui la Repubblica degli Stagisti si è ampiamente occupata nell’ultimo anno. Sono i tirocinanti degli uffici giudiziari, che a partire dal 2010 in alcune regioni e 2012 in altre hanno svolto tirocini formativi, di volta in volta rinnovati, per aiutare lo smaltimento dell’arretrato. Giovani laureati alle prime esperienze lavorative ma anche cassintegrati e disoccupati, sfruttati per far funzionare gli uffici e poi puntualmente lasciati a casa. Non può quindi mancare un richiamo alla loro situazione, che per quanto diversa per molti aspetti sottolinea, come in questo caso, la fragilità di un sistema a rischio esplosione per numero di cause, di carte e materiale che si perde nei tribunali, di leggi che non semplificano ma complicano. E della conseguente necessità di personale, vedi vpo, got e tirocinanti, che in qualche modo aiuta a sfoltire questo caos. «Ormai la tendenza è snaturare la funzione formativa del tirocinio e la natura onoraria delle funzioni per risparmiare» commenta Bellone, lanciando un monito e dando un suggerimento su come uscirne: «In questo momento è la qualità ad essere a rischio. Bisognerebbe fare una riforma nazionale, investire nell’ufficio del processo con personale stabile, anche attraverso concorsi, magari decentrati. E, a mio avviso, sarebbe razionale prevedere in prospettiva un altro percorso di accesso alle funzioni attuali della magistratura di carriera: una sorta di cursus honorum». Marianna Lepore

Tirocinanti nelle corti d'appello, ok del ministero alla Regione Campania: ma nessuna stabilizzazione

I tirocini negli uffici giudiziari si sono rivelati negli ultimi anni molto utili per lo smaltimento degli arretrati all’interno dei tribunali. In particolare, ci sono oltre 2mila persone che dal 2010 in quasi in tutta Italia sono state coinvolte in uno speciale programma di stage di questo tipo, che è andato oltre ogni ragionevolezza: proroga dopo proroga, ci sono persone - anche cinquantenni - "tirocinanti" da 4 anni. Si sono autodefiniti "precari della giustizia" e per loro le proroghe sono terminate (sembrava in maniera definitiva) lo scorso 30 aprile. Qualcosa però si è mosso ultimamente in Campania: la Regione ha firmato un protocollo d’intesa con il ministero della Giustizia e le corti di appello di Napoli e Salerno per un nuovo utilizzo di queste persone, sempre in veste di "tirocinanti". La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capirne di più intervistando Cosimo Maria Ferri, 44 anni, magistrato, dal 2006 eletto membro del Consiglio superiore della magistratura, poi segretario generale di Magistratura indipendente nel 2011 fino alla nomina nel maggio 2013 a sottosegretario al ministero della Giustizia. Ferri ha sottoscritto insieme a Severino Nappi per la Regione Campania il «Protocollo d’intesa per l’utilizzo di tirocinanti presso gli uffici dei distretti delle corti di appello di Napoli e Salerno nell’ambito del piano regionale “Garanzia giovani in Campania”», ma nell’intervista sembra disconoscere l'argomento chiave del protocollo: i tirocini non sarebbero tirocini, infatti il sottosegretario parla quasi sempre di “lavoratori”. Qual è innanzitutto il numero dei tirocinanti che saranno ammessi nell'ambito di questo protocollo d’intesa?Il numero emerso durante l’incontro mi pare sia stato aumentato, quello finale dovrebbe essere 242.La Garanzia Giovani è un'iniziativa aperta a giovani disoccupati fino a 29 anni: anche in questo caso i tirocini saranno attivati solo per under 30? No, anche per quelli sopra i 30 anni. Riguarda i lavoratori che erano già presso gli uffici giudiziari. La Regione nello stipulare la convenzione ha voluto prevedere non solo la nostra ma anche altre, quindi la platea di quelli coinvolti potrebbe essere allargata. Per noi vale questa convenzione, di cui 140 persone sotto i 30 anni e il restante centinaio sopra. Ma così andrebbe contro il piano Garanzia Giovani che è diretto a una platea più giovane… Al ministero interessa il percorso di questi lavoratori che vengono utilizzati negli uffici giudiziari. Il requisito dell’età deve essere stabilito dalla Regione nel bando, che dovrà utilizzare correttamente i fondi. Abbiamo fatto la convenzione per cercare di consentire a tutte le persone che erano negli uffici giudiziari di continuare un percorso formativo. Quindi il fattore età è una cosa che deve ancora essere stabilita?Deve deciderlo la Regione, non è oggetto della convenzione. Oggetto dell’intesa è il protocollo che abbiamo stipulato rafforzando la volontà anche degli uffici giudiziari di far continuare un percorso formativo che contenga anche un inserimento graduale nel mondo del lavoro. Per noi va bene che questi lavoratori vadano negli uffici giudiziari e li autorizziamo. Poi i criteri di selezione e chi ha diritto deve stabilirlo la Regione, perché i soldi sono i loro. È chiaro che auspichiamo che tutti quelli che hanno iniziato questo percorso formativo lo continuino. Questo nuovo tirocinio non rischia di creare nuove false aspettative di assunzione? A me piace non illudere le persone ed essere molto chiaro. Oggi non penso si possa pensare a una stabilizzazione, nemmeno giuridicamente. Quindi illudere lavoratori e famiglie che possa esserci non è corretto. Quello che posso dire è che il ministero ha a cuore la situazione. So personalmente, perché ho svolto per tanti anni l’ufficio di magistrato, che negli uffici giudiziari la presenza di questi lavoratori è molto efficace, corretta, professionale e che dobbiamo ringraziarli. Quello che possiamo offrire, anche giuridicamente, sono questi progetti di lavoro, di formazione, perciò siamo andati avanti con delle proroghe. Nessuno, tantomeno io, ha mai parlato di stabilizzazione.  Come ministero avete firmato questo protocollo con la regione Campania: ci saranno tirocini attivati allo stesso modo anche in altre Regioni? Auspichiamo che questo modello, che ha comunque degli aspetti positivi, possa essere stipulato anche in altre Regioni. Se andiamo a vedere come questi tirocinanti si sono inseriti nel mondo degli uffici giudiziari, è stato attraverso bandi provinciali o regionali. Perciò credo che questo percorso vada condiviso con le altre Regioni. Il  ministero del Lavoro ha espressamente vietato con una circolare del 3 aprile i tirocini attivati attraverso la Garanzia Giovani negli enti pubblici. Come si pongono questi nuovi tirocini in confronto a questo divieto?Innanzitutto questo non è un tirocinio. Giustamente lei dice che c’è una norma, e anche giornalisticamente voi li chiamate tirocini, ma qui non è un problema di tirocinio. Loro sono entrati come stagisti, ma poi il tirocinio deve avere un inizio e una fine, anche giuridicamente. Quindi condivido la circolare del ministero del Lavoro. È un problema giuridico e non si può parlare di tirocinio. Non ho usato quest’espressione. È un progetto che comunque vuole coinvolgere questi soggetti che avevano fatto un percorso con il ministero della Giustizia. Siamo in una fase successiva al tirocinio. Ha detto che sarà poi la Regione Campania a stabilire le regole sull'utilizzo dei fondi della Garanzia Giovani. Ma poiché il programma funziona con un rimborso a consuntivo, se poi l’Unione europea dovesse rifiutare di rimborsare questi tirocini perché in contrasto con le sue linee guida, chi li pagherà? Dal punto di vista economico e della gestione del fondo è tutto rimesso alla Regione Campania che avrà fatto le sue valutazioni. Il ministero non entra in nessun modo. Noi dobbiamo autorizzare perché loro entrano nei nostri uffici. Nel frattempo si è inserita la Regione, come possono farle altre, che ha deciso di offrire questa situazione e ci ha chiesto l’autorizzazione. L’abbiamo data con dei protocolli: diciamo che per noi va bene che questi soggetti continuino il rapporto però poi la gestione dei fondi, la retribuzione e il titolo per accedere, a tutto risponde la Regione Campania.  Ci sono altri progetti al momento in fase di studio? Grazie a questo governo e al ministro della Giustizia, oggi siamo ente intermedio e quindi possiamo beneficiare dei fondi comunitari. E infatti stiamo lavorando per vedere se possiamo iniziare un percorso anche con i fondi sociali europei. Nel protocollo d’intesa si legge che le Corti di appello hanno aderito al progetto con «la finalità di non disperdere le conoscenze acquisite e porre parziale rimedio alle criticità funzionali degli uffici, dovute anche a una situazione di grave carenza di personale»… Questo è un problema serio che va affrontato. Non è un caso che nei dodici punti della riforma della giustizia per la prima volta questo governo ha parlato del problema di gestione del personale amministrativo, che è una criticità che va assolutamente risolta. Forse è la priorità delle priorità. Oggi c’è più bisogno di cancellieri e personale amministrativo che di magistrati. Arrivo a dire questo. Perché il personale amministrativo è il cuore dei problemi.Quali sono i punti da affrontare?Sono tre: dobbiamo motivare e riqualificare il personale amministrativo che è negli uffici giudiziari. Abbiamo un personale enorme che è il dipartimento dell’organizzazione giudiziaria che è l’unico dipartimento che non ha riqualificato il proprio personale. Farlo vuol dire valorizzare, riconoscere ai dipendenti una gratificazione. Il secondo punto, invece, è il problema dei vuoti di organico. Ogni giorno mi chiamano i presidenti dei tribunali e mi dicono: ci manca il personale. Abbiamo attivato due bandi interni di mobilità e un bando esterno per le province da cui prenderemo 1038 persone. Secondo me dovremmo ribadire una norma, fatta già nella finanziaria del 2007, per consentire agli uffici giudiziari di chiedere in comando i dipendenti delle altre amministrazioni. Abbiamo un sovrannumero di personale dalle province superiore ai mille che già transiteranno. L’unico modo è fare un bando di mobilità con altre amministrazioni. E il terzo punto? È il problema dei tirocinanti della giustizia. Finora siamo andati avanti con proroghe e progetti formativi e anche su quello occorre trovare delle risposte. È certamente il problema più delicato e difficile da risolvere. Ma non ci siamo fermati. Sono temi su cui stiamo lavorando e che mi stanno molto a cuore. Poi vogliamo creare l’ufficio del processo, in cui il ministero crede e su cui stiamo lavorando. Vogliamo investire risorse in questo ufficio del processo: ciò significa anche trovare delle soluzioni per quanto riguarda il personale, e iniziare a pensare a una selezione per alcuni di questi tirocinanti. È chiaro che dobbiamo dare delle risposte. Sono il primo a riconoscere che se andiamo insieme a Napoli Nord o a Nola ci dicono che c’è il problema del personale: è la priorità delle priorità e stiamo cercando di risolverla. Quali saranno i tempi per la realizzazione dell’ufficio del processo?Sulla carta già esiste: dobbiamo concretizzarlo. Non mi piace dare delle date che poi magari non vengono rispettate. Stiamo provando a migliorare la qualità e stiamo andando veloci. A ciò si aggiunge anche l’entrata in vigore del processo civile telematico: una rivoluzione non solo organizzativa e tecnologica ma anche culturale, che presuppone la formazione e il coinvolgimento di tutti. Intervista di Marianna Lepore

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Tribunali, maxi stage lunghi 4 anni per coprire i buchi di organico: ma adesso tutti a casa

Se la giustizia in Italia è lenta non è solo per l'eccessivo numero di leggi e per i bizantinismi del sistema giudiziario. C'è anche un problema molto più terra-terra: la mancanza di personale. Gli uffici giudiziari sono infatti probabilmente il comparto pubblico che ha più buchi di organico: le stime parlano di 9mila dipendenti “mancanti”. Parte da questo punto, incontrovertibile, la storia che oggi la Repubblica degli Stagisti vuole raccontare. Una storia per molti versi assurda. Perché negli ultimi anni molti degli archivisti, commessi, centralinisti, impiegati che mancano nei Tribunali sono stati rimpiazzati da stagisti. Non solo giovani laureandi o neolaureati: in questo caso si tratta di quaranta-cinquantenni, cassintegrati o in mobilità, utilizzati come “tirocinanti” per un tempo abnorme: due, tre, in molti casi addirittura quattro anni, in spregio a tutte le leggi che fissano una durata massima per i tirocini. Nel 2010 a qualcuno viene in mente di utilizzare i lavoratori cassintegrati, in mobilità o in disoccupazione percettori di ammortizzatori sociali all’interno degli uffici amministrativi o delle cancellerie. I bandi vengono pubblicati dalle singole regioni o province e finanziati con fondi europei. I percorsi hanno l’obiettivo di aiutare la macchina giudiziaria ma vengono pubblicizzati anche – si legge per esempio nel bando del Lazio –  come «un’opportunità di lavoro e formazione on the job»; per chi la coglie ci sono 300 euro al mese di compenso, che vanno a sommarsi all’indennità di disoccupazione o alla cifra di cassa integrazione. La prima regione a partire è stata il Lazio e poi via via a macchia d’olio i bandi provinciali o regionali sono spuntati lungo tutta la Penisola, dalla Lombardia alla Sicilia. Il primo bando è partito nel 2010 ed «era un bando provinciale e aveva la durata di un anno solare, dal giugno 2010 al giugno 2011. Poi è subentrata la Regione e si è arrivati al giugno 2012» spiega alla Repubblica degli Stagisti Emiliano Viti, coordinatore nazionale dell’Unione precari giustizia e lui stesso ex tirocinante. «I nostri orari erano gli stessi dei dipendenti, dal lunedì al venerdì, anche con il rientro pomeridiano». Il compenso di 10 euro al giorno previsto per i 2.924 stagisti-cassintegrati era un’aggiunta alla cassa integrazione ma quest'ultima, con il tempo, si è esaurita: il compenso del tirocinio a quel punto è diventato per molti l'unica fonte di reddito. «La gran parte dei soggetti aveva solo questa come entrata mensile. Poi qualcuno con tempi più lunghi di cassa integrazione aveva qualcosa di più dignitoso», ma con il tempo i fondi degli ammortizzatori sono terminati anche «perché abbiamo finito un ciclo formativo che dura ormai da quattro anni» continua Viti. Perché uno degli aspetti più critici di questo caso sta proprio nella durata degli stage. Per legge potrebbero durare sei mesi, al massimo 12, proroghe comprese: invece questi tirocini nei Tribunali, grazie a una sorta di gioco delle tre carte, sono stati prorogati di anno in anno, dal 2010 al 2014, e ancora devono concludersi. I bandi nel corso degli anni sono stati banditi da soggetti diversi – inizialmente le Province e le Regioni, poi anche il ministero della Giustizia – cambiando nome e condizioni. Una volta scaduto un bando, insomma, e terminate le ore, subito veniva indetto un altro bando e le stesse persone che avevano partecipato al precedente, quasi senza soluzione di continuità, venivano riprese all'interno del successivo, e rimesse “in tirocinio”. Sempre negli stessi uffici giudiziari. Ad esempio a Cosenza nel 2012 il tirocinio era stato ribattezzato «Progetto Tirocinio “On the job”», inizialmente finanziato per tre mesi: con fondi europei dell’asse I adattabilità corrispondeva un rimborso spese pari a 10 euro al giorno per la distanza dal luogo di lavoro, più un’indennità di frequenza di 1,29 euro l’ora, più l’eventuale buono pasto se si lavorava per più di cinque ore al giorno. Ma poiché l'orario di lavoro non era mai superiore alle cinque ore al giorno, il buono pasto di fatto non c'era.Il meccanismo si è ripetuto identico in quasi tutte le regioni d’Italia nel 2010, 2011 e 2012. Difficile per i destinatari  sottrarsi. «In quanto iscritti negli elenchi dei lavoratori in mobilità, la prima cosa da fare per avere diritto agli ammortizzatori sociali è dare la propria disponibilità ad accettare un’offerta» spiega alla Repubblica degli Stagisti Patrizia Carere, tirocinante per quattro anni presso il tribunale di Cosenza e coordinatrice del Progetto Europa per l’Upg, che da mesi analizza i bandi iniziali dei singoli enti locali per verificare le loro finalità e controllare che sia stato fatto un uso corretto dei fondi europei che li finanziavano e servivano ad attivare politiche attive per il reinserimento lavorativo. Analisi che ha portato anche alla presentazione di un'interrogazione parlamentare di cui si attende a giorni una risposta. «Se vieni chiamato dal centro per l’impiego devi accettare per non perdere l’ammortizzatore sociale», continua la Carere, che è stata la prima a contattare la Repubblica degli Stagisti denunciando il caso. E, infatti, la convocazione da parte dei centri per l’impiego era esplicita su questo punto: «Il suo rifiuto alla partecipazione all’iniziativa comporterà il decadimento dai trattamenti previdenziali legati alla mobilità». È questo il motivo per cui in tanti hanno continuato ad accettare, proroga dopo proroga. Il vero cambiamento arriva con la legge di stabilità per il 2013, la 228 del 2012. Visti forse i buoni risultati che l’uso di questi tirocini aveva avuto, la gestione passa in mano al ministero della Giustizia. Nell’articolo 1 comma 25 lettera c della legge si stabilisce, infatti, la ripartizione delle spese che per il solo anno 2013 consentirà «ai lavoratori cassintegrati, in mobilità, socialmente utili e ai disoccupati e inoccupati che a partire dall’anno 2010 hanno partecipato a progetti formativi regionali o provinciali presso gli uffici giudiziari, il completamento del percorso formativo entro il 31 dicembre 2013, nel limite di spesa di 7,5 milioni di euro». Praticamente gli stessi individui passano sotto l’accreditamento del ministero della giustizia e non fanno altro che continuare a svolgere sempre gli stessi compiti. Attenzione al nome: con questo passaggio i tirocini passano dalla definizione di “tirocini formativi” a quella di “completamento dei tirocini”: come se non bastassero gli anni precedenti per aver completato l'apprendimento delle mansioni. Una ipocrisia bella e buona, che però in quel momento serve allo scopo: perché soddisfa contemporaneamente sia la necessità degli uffici giudiziari di avvalersi di quel “personale aggiuntivo”, ormai perfettamente operativo e dunque utilissimo nello svolgimento delle attività ordinarie, sia il desiderio dei disoccupati-tirocinanti, ormai “abituati” al loro “lavoro” nei Tribunali, e speranzosi che il tirocinio si possa prima o poi trasformare in una stabilizzazione. Dunque nella seconda parte del 2013, grazie ai 7 milioni e mezzo, ciascun “tirocinante della giustizia” svolge 210 ore (dunque all'incirca altri due mesi di stage). A questo punto si passa a una ulteriore nuova definizione e cioè il “perfezionamento” del percorso formativo per cui sono previsti questa volta ben 15 milioni di euro. Peraltro il ministero, scrivendo nero su bianco nei suoi documenti le parole “completamento” e “perfezionamento”, si dà – forse inconsapevolmente – la zappa sui piedi, perché i due termini fanno pensare subito a un unico grande tirocinio che seppure a momenti alterni va avanti fin dal giugno 2010. Qualcosa però va storto e una volta finito il “completamento” i tirocinanti sono chiamati per completare solo una parte del "perfezionamento", composto da due tranche ognuna di 230 ore. Finite le prime 230 ore nessuno viene convocato per le altre. Nonostante sia previsto che i soldi stanziati siano spesi entro il 31 dicembre 2014, i “tirocinanti della giustizia” dopo oltre tre anni vengono lasciati a casa. Così cominciano le proteste in piazza e sul web, che raccolgono appoggio da svariate figure politiche e giuridiche. Poi a dicembre il ministero recupera miracolosamente un milione e mezzo di euro – dei 7,5 mancanti – per permettere di svolgere 70 ore di quest'ultima tranche del "perfezionamento" entro la fine dell’anno. Quindi solo una parte delle ore previste inizialmente. I tirocinanti rientrano dunque, dopo alcuni mesi, negli stessi uffici dove hanno passato già migliaia di ore tra il 2010 e il 2013, e svolgono queste ultime 70 ore (pari a un paio di settimane), per le quali è previsto in questo caso il compenso di 10 euro lordi all'ora, dunque 700 euro. Da ricordare che per molti di loro le coperture della cassa integrazione e della mobilità si sono esaurite. Poi più nulla: ad oggi questi tirocinanti avanzano ancora 160 ore e non hanno avuto gli ultimi soldi che gli spettavano. «Devono ancora pagarci le 70 ore di dicembre» spiega Viti, e per salvare le ore previste e mai svolte all’ultimo momento il governo ha pensato di inserire nel decreto mille proroghe lo slittamento della data di chiusura del perfezionamento di tirocinio e di posticiparla al 28 febbraio. Si presume che il ministero stia ultimando le ultime pratiche per ricominciare, ma ad oggi, 16 gennaio, non c’è ancora nessuna notizia e si rischia di non fare in tempo a completarle entro la data prevista. Per questo i tirocinanti raggruppati in un comitato spontaneo che ha preso il nome di Unione precari giustizia cerca da mesi di attirare l’opinione pubblica e politica per avere delle risposte e ottenere i crediti ancora non pagati. L'Upg rivendica anche il diritto a vedere riconosciuti i titoli della formazione ricevuta: «Non cerchiamo scappatoie ad un eventuale selezione» chiarisce la Carere «ma in attesa di un concorso il governo ha tutti gli strumenti per darci la possibilità di rientrare visto che non usufruiamo più nemmeno degli ammortizzatori sociali». Perché il vero problema, come spesso capita quando si parla di tirocini svolti nella pubblica amministrazione e ancor di più quando essi coinvolgono persone adulte, è che competenze e professionalità acquisite non comportano uno sbocco professionale concreto. Si riceve una formazione specifica, si imparano a svolgere dei compiti che permettono di velocizzare e migliorare le prestazioni degli uffici in cui si lavora, si viene inseriti in organico con orari e turni e alla fine i fondi europei – o, in casi come questo, risorse inserite nella legge di stabilità – finiscono nel vuoto perché gli uffici pubblici non possono assumere e al settore privato le competenze specifiche del pubblico interessano poco. Si entra nel classico vortice all’italiana dello spreco: di fondi pubblici, di formazione e di tempo.  Il sostegno ai “tirocinanti della giustizia”, con la richiesta di farli assumere in qualche modo, sono arrivate da più parti: dal presidente della Corte di appello di Venezia, Antonino Mazzeo Rinaldi, come dal Primo presidente e dal procuratore generale della corte suprema di Cassazione, Giorgio Santacroce e Gianfranco Ciani, che in una lettera inviata ai ministri della giustizia, dell’economia e della pubblica amministrazione li hanno definiti «un ausilio di speciale rilievo nel recupero dell’arretrato» e auspicando che tali professionalità non si disperdessero e il rinnovo «della possibilità di fruire di questi lavoratori».   Torna il discorso dei buchi di organico: «C’è una carenza di organico riconosciuta di 9mila unità e quest’anno ci saranno altre mille unità che andranno in pensione» sottolinea il coordinatore Upg Viti: «Nonostante questo, l’ultimo concorso per il ministero della giustizia risale al 1996. Si parla sempre dei giudici e mai del personale amministrativo senza cui le cause non vanno avanti. Se ci facessero entrare in organico si coprirebbero almeno alcuni vuoti, anche se in realtà solo un terzo». La loro richiesta: «Fare una selezione pubblica, utilizzare i centri per l’impiego e veder riconosciuti i titoli. Molti di noi sono laureati e vengono da profili professionali medio alti ma c’è la disponibilità a entrare anche con profili più bassi. E a quel punto, per chi ne ha la possibilità e i titoli di studio, eventualmente accedere a un concorso interno per cancellieri». Una soluzione che secondo l’Unione precari giustizia consentirebbe quella riqualificazione del personale interno che si aspetta da tempo e la non dispersione delle professionalità acquisite, a spese di fondi pubblici peraltro. Perché alla fine, e questo è un punto centrale che va al di là delle ore che devono essere completate, la domanda che i decisori politici dovrebbero farsi è una: a questi lavoratori licenziati è stato reso un buon servizio, prevedendo per loro un maxistage di oltre tre anni in uffici giudiziari senza avere poi l'intenzione di assumerli? «Sulla possibilità di trovare un lavoro grazie a questo percorso sono abbastanza pessimista» si rammarica, infatti, Emiliano Viti.  E in questo senso sembra dargli ragione il progetto organizzativo Programma Strasburgo 2, il piano eccezionale del ministero della giustizia per lo smaltimento dell’arretrato civile ultratriennale, presentato proprio questa settimana dal guardasigilli Andrea Orlando, in cui si prevedono interventi per il reclutamento di nuove risorse umane da destinare agli uffici giudiziari di cui 1.031 posti (su 9mila vacanti) di personale amministrativo coperti con un’imminente bando di mobilità volontaria esterna, 71 unità già trasferite da altri ministeri con la mobilità compartimentale e 144 in corso di assunzione attraverso graduatorie rimaste parzialmente inutilizzate da altre amministrazioni. Per fortuna questa volta nessun tirocinio, nessuna work experience, nessun prolungamento di vecchi bandi forieri di false speranze, ma ancora nessun nuovo concorso e troppo poche risorse rispetto a quei famosi 9mila buchi di organico. A questo punto perché non indire un concorso, prevedendo per gli ex tirocinanti (Upg e non solo) un punteggio aggiuntivo come riconoscimento delle competenze acquisite, e permettendo il reclutamento di almeno parte del personale mancante attraverso una procedura trasparente e meritocratica? Foto rettangolare: di Alessio Viscardi in modalità creative commons

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Tirocini negli uffici giudiziari, Regione Campania e ministero della Giustizia ignorano le indicazioni del ministero del Lavoro su Garanzia Giovani

Niente stage negli enti pubblici, almeno per quanto riguarda quelli attivati all’interno del progetto Garanzia Giovani: all’inizio di aprile il ministero del Lavoro aveva esplicitato in un documento ufficiale il divieto, spiegando che questo tipo di stage non può mai portare a un’assunzione visto che l’accesso al lavoro nel pubblico impiego è vincolato ai concorsi, e quindi va contro i dettami che l’Unione europea ha impartito a tutti i Paesi per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi della Youth Employment Initiative. Eppure, solo un mese dopo, in Campania è stato annunciato davanti alla stampa e alla presenza del sottosegretario del ministero della Giustizia un programma per l’utilizzo degli gli ex tirocinanti che negli ultimi anni hanno svolto percorsi formativi nei tribunali – che altro non sono se non uffici pubblici – proprio all’interno del piano regionale “Garanzia giovani in Campania”. Possibile che un ministero sigli una convenzione che contraddice completamente le indicazioni di un altro ministero? Alla base di questo programma di tirocini c’è un protocollo che da una parte vede la Regione Campania, insieme a corti di appello e procure della Repubblica di Napoli e Salerno, e dall'altra il ministero della giustizia. Questo protocollo ha il preciso intento di «reinserire in un percorso di formazione soggetti che abbiano partecipato alle attività formative presso gli uffici giudiziari della Regione, attivate dal ministero della Giustizia, con la finalità di non disperdere le conoscenze acquisite e porre parziale rimedio alle criticità funzionali degli stessi, dovuti anche a una situazione di grave carenza di personale». Lecito domandarsi che senso abbia proporre un percorso di formazione a chi ha già partecipato ad attività formative, e interrogarsi sulla opportunità di coprire i buchi di organico con gli stagisti anziché con un concorso che porti a nuove assunzioni. È infatti evidente che questo progetto va espressamente contro la circolare del ministero del Lavoro. Perché fin dal suo titolo si inscrive all'interno di Garanzia Giovani: nel testo si legge che «i soggetti ospitanti presenteranno un progetto di tirocinio denominato “Giovani per la giustizia”» e si fa riferimento più volte al termine “tirocinio”. Eppure dal ministero della giustizia, che ha controfirmato il protocollo, non sembrano preoccuparsi di questo punto.«Condivido la circolare del ministero del lavoro» dice anzi alla Repubblica degli Stagisti il sottosegretario Cosimo Ferri «ma questo non è un tirocinio. È un progetto che vuole coinvolgere questi soggetti». Cosa esattamente sia un “progetto”, purtroppo non è dato sapere; quanto a “questi soggetti”, sarebbero circa 300 persone che dal 2012 ad oggi sono già state a più riprese coinvolte in tirocini formativi all'interno degli uffici giudiziari campani: si sono autodefiniti “precari della giustizia”, sono oltre 2mila in tutta Italia, e la Repubblica degli Stagisti ha raccontato negli ultimi mesi la loro allucinante storia, con percorsi di tirocinio completamente al di fuori della legalità – con una durata complessiva di 2-3 anni, addirittura 4 per chi vive nelle Regioni che hanno attivato per prime (nel 2010) questi programmi di tirocinio. Le criticità immediatamente evidenti rispetto a quel che sta accadendo in Campania, oltre al palese contrasto con la direttiva del ministero del Lavoro, sono due. La prima: se i “precari della giustizia” in tutta Italia sono anche 40-50enni, talvolta ex cassintegrati, com'è possibile inscriverli nel programma Garanzia Giovani che è aperto solamente a persone under 30? La seconda: che senso ha far fare un ulteriore tirocinio a chi ha già alle spalle già 2-3 anni di tirocinio in una struttura simile (prima tribunale, ora corte d'appello), oltretutto sapendo che non c'è alcuna prospettiva di assunzione? Di quale ulteriore “formazione” hanno bisogno queste persone?  Il ministero della Giustizia non vuole entrare nella legittimità del protocollo perché «È tutto rimesso alla Regione Campania». Anzi, il sottosegretario non vede aspetti negativi nel progetto e arriva a dire: «Auspichiamo che il modello possa essere stipulato anche in altre Regioni» [qui l'intera intervista rilasciata alla Repubblica degli Stagisti]. Un auspicio condiviso anche da Antonio Cavallaro, responsabile del coordinamento spontaneo “Unione precari giustizia” per la Campania, che ammette che l’attivazione di questi tirocini nella sua regione ha creato malcontento negli altri tirocinanti: «Purtroppo il governo sta ultimamente usando una politica di divisione dei lavoratori. Non c’è solo la contestazione tra il tirocinante campano e quello delle altre regioni. Ma è anche l’attrito tra tirocinanti e dipendenti interni che chiedono la riqualificazione. È chiaro che i tirocinanti delle altre regioni possano restarci male, ma l’obiettivo che ci siamo posti come precari giustizia è quello di coinvolgere le regioni insieme al ministero e trovare tutte le soluzioni possibili per tutelare il bacino». Perché poi la richiesta finale è quella di «aprire un tavolo di discussione coinvolgendo ministero e Regioni per trovare una soluzione finale sicura per tutti i  gli oltre 2mila tirocinanti» riassume Cavallaro. Che però ci tiene a rimarcare le differenze tra la loro situazione e quella degli altri “colleghi”. «Siamo principalmente disoccupati e inoccupati e veniamo dal mondo universitario e dalle selezioni rivolte ai laureati e a una piccola parte di laureandi» spiega alla Repubblica degli Stagisti, chiarendo dunque perchè almeno dal punto di vista anagrafico non ci sarebbero problemi con la Garanzia Giovani: «Siamo una situazione un po’ diversa da altre Regioni, come il Lazio, in cui la selezione ha riguardato principalmente cassintegrati chiamati attraverso i centri per l’impiego. Per loro si trattava di reinserimento nel mondo del lavoro: per noi invece di inserimento, a volte per la prima volta. Abbiamo sostenuto delle prove scritte e orali organizzate da tutte le università campane in cui per ogni quindici posti c’erano all’incirca 1500 candidati e, svolto un primo periodo con la Regione, ci siamo poi trovati nel percorso di formazione gestito direttamente dal ministero». Dunque l'obiettivo di Cavallaro e dei suoi “colleghi”, prevalentemente laureati in Giurisprudenza e impegnati dal 2012 negli uffici giudiziari campani in un lunghissimo percorso come tirocinanti, è quello di una stabilizzazione. Questa nuova opportunità di tirocinio è dunque salutata con favore, perché permette di “tenere un piede dentro”.  Anche perché la Campania ha la particolarità di avere, come detto, circa 300 ex tirocinanti del bacino “precari giustizia” a fronte di  un vuoto di organico, secondo dati del ministero, di 270 dipendenti nel solo distretto della corte di appello di Napoli. Insomma: questi uffici giudiziari di nuove risorse avrebbero molto bisogno.  Ma può tutto questo essere la scusa per non rispettare il protocollo del ministero del Lavoro? Proprio dai precari della giustizia arriva l’esplicita richiesta alla soluzione del caso: «Chiediamo la contrattualizzazione, rispettando le norme del pubblico impiego. Quindi anche un concorso» ci tiene a precisare Cavallaro, «ma valorizzando l’esperienza che abbiamo fatto, perché altrimenti si butterebbe all’aria questa formazione». La verità è che di stabilizzazione il ministero della Giustizia non vuol neanche sentire parlare. Il sottosegretario con la Repubblica degli Stagisti non lascia adito a dubbi: «Mi piace non illudere le persone ed essere molto chiaro: oggi non si può pensare a una loro stabilizzazione e non penso si possa farlo nemmeno giuridicamente». E i sindacati in tutta questa situazione che posizione prendono? Bisogna partire dal fatto che in Campania la situazione lavorativa è drammatica: «Nella sola annata 2013-2014 si sono perse 93 imprese al giorno e il sud ne ha perse quotidianamente 336» snocciola il segretario regionale Cisl Lina Lucci: «Questo dovrebbe far interrogare il governo quando decide delle politiche occupazionali». La Cisl Campania in questa situazione dunque non se la sente di scagliarsi contro questi 250-300 tirocini “proroga” che sistemeranno, almeno per 6 mesi, i “precari della giustizia”: «Il problema non è che il protocollo va contro la circolare del ministero del Lavoro, il problema è che è uno strumento tampone» denuncia la Lucci: «Il ministero dovrebbe ammettere di aver fallito nella strategia della nuova occupazione per i giovani. Potrei fare almeno cento di esempi nel Paese nelle altre regioni dove i governatori si sono inventati uno strumento per poter dare una risposta al territorio e non perdere le risorse».  Resta sullo sfondo la domanda sulla opportunità di fare un nuovo tirocinio per chi tirocinante lo è da anni, senza alcuna prospettiva di essere assunto né direttamente né tramite un concorso, violando una circolare del ministero del Lavoro e rischiando oltretutto di illudere i partecipanti che questo possa essere un nuovo step verso la tanto agognata assunzione.  Marianna Lepore

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Startupper, chi ha paura di farsi rubare l'idea?

Raccontare la propria idea a potenziali investitori oppure tenerla nascosta per evitare che venga rubata? Un tema cruciale per chi fa startup e che di tanto in tanto riaffiora nel dibattito. L'ultima voce è quella di Emanuele Rivoira, fondatore di AlliumTech che, in una recente intervista a StartupItalia!, ha raccontato di aver rinunciato a bandi, venture capital e business angels: «devi raccontare ai quattro venti cosa hai in progetto di fare senza alcuna garanzia che qualcuno non si prenda il tuo business plan e lo implementi per conto suo».Per dar vita alla sua azienda, fondata insieme al padre e ad un terzo socio, Rivoira si è affidato alle tre 'F', ovvero family, friends and fool. Finora i fatti gli hanno dato ragione, visto che la sua azienda da lavoro a una sessantina di persone. Ma chi non avesse familiari o amici pronti a finanziarlo che dovrebbe fare?«Naturalmente, massimo rispetto per chi ha dato vita ad un'impresa e sta creando valore e posti di lavoro», premette Marco Bicocchi Picchi, neo eletto presidente di Italia Startup, «ma questo timore è poco realistico: le idee valgono per come sono messe in pratica». È qui che secondo il numero uno dell'associazione fondata da Riccardo Donadon sta la differenza: «Chiunque può aprire un bar, ma chi sa trattare con i clienti, arredare il locale e preparare le brioche più buone avrà successo». Detto altrimenti, «il vantaggio competitivo non nasce da un'intuizione, ma dalla capacità di eseguirla. L'essenza dell'imprenditorialità sta nell'organizzare capitale e lavoro».Eppure Rivoira non è certo il solo a nutrire la lieve paranoia di poter essere derubato della propria idea geniale: su Chefuturo! un paio d'anni fa lo startupper Raffaele Gaito aveva dedicato al tema un intero post, intitolato «Quelli che… la startup non la racconto, sennò me la copiano», riprendendolo poi anche sul suo blog personale: «ho avuto la conferma che nell'ambiente startup c'è una forte paura nel raccontare la propria idea»; altrove nel web è stata definita addirittura la "paura atavica" degli aspiranti startupper. «Non parlo della mia idea per paura che me la rubino è una delle ricette per l'insuccesso», afferma perentorio Alberto Onetti, responsabile di Startup Europe Partnership e presidente della fondazione Mind the Bridge. «I progetti non comunicati finiscono per rimanere nel cassetto o per essere realizzati male», aggiunge, «dal confronto nascono i progetti solidi e, risultato ancor più valido, muoiono rapidamente quelli deboli». Anche secondo Onetti, non è l'idea che fa l'impresa: «gli imprenditori», afferma, «sono quelli che la realizzano».Senza contare che parlare di ciò che si ha in mente è fondamentale per convincere potenziali finanziatori ad investire nella propria start-up. «Se vai da un venture capitalist solo per i soldi, hai visto solo metà del film», ammonisce Gianluca Dettori [nella foto a sinistra, di Alessio Jacona], «il denaro è solo una parte del processo. Noi stiamo accanto ai team quotidianamente, aiutandoli a trovare relazioni e nuovi clienti». Il presidente del fondo dPixel spiega anche perché gli startupper non devono aver paura di vedersi rubato il progetto. «La verità è che noi facciamo un altro mestiere, non avremmo nemmeno il tempo di implementare idee altrui. Del resto, se lo facessi poi non potrei più svolgere il mio lavoro. Certo», ammette, «il rischio c'è se si va a chiedere soldi a un'azienda strutturata ma potenzialmente concorrente». Ma questo è un comportamento fin troppo ingenuo.Cosa ne pensa, però, chi si trova dall'altra parte? Ovvero gli startupper, quelli che hanno dovuto cercare dei fondi per realizzare la loro idea? «Purtroppo non ci sono misure di sicurezza» ammette Selene Biffi, fondatrice tra le altre di PlainInk e Spillover: «L'unica cosa che puoi fare è arrivare per primo sul mercato, cosa che non sempre è possibile per motivi economici, di costruzione del team o di complessità nella realizzazione del progetto». Il problema, come detto, tocca più direttamente quelle start-up che non possono proteggersi con un brevetto.Ma non sembra comunque spaventare gli startupper. Ad esempio Luca Sini, oggi ceo di Guide Me Right, start-up che permette di visitare le città affiancati da una guida locale, lo dice chiaramente: «Trovo spesso inconsistente la paura di farsi rubare un'idea. Per lanciare un nuovo progetto occorre sostegno finanziario e lavorativo, ma se non si è disposti a raccontare ciò che si ha in mente non si troverà mai». Ciò che conta, continua quasi citando Bicocchi Picchi, «è essere in grado di trasformare l'idea in fatti nel miglior modo possibile». Ne è convinto anche Daniele Biffoli, fondatore della piattaforma di e-commerce Gourmant. «La paura che la propria intuizione venga 'rubata' è naturale ma insensata. L'idea non è che il primo, piccolissimo passo in un progetto», spiega, «non vedo alcun rischio nel divulgare quello che si è pensato, perché è incredibilmente vero l'adagio per cui tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare».Gli startupper non hanno paura, quindi. Ma questo non significa che siano degli incoscienti. Anche quelli che possono ricorrere a un brevetto “pesano” le parole di fronte agli investitori. «Evito categoricamente di partecipare a bandi e concorsi mediante i quali gli enti erogatori potrebbero acquisire dei diritti sulla proprietà intellettuale», afferma Mary Franzese, co-founder della start-up biomedicale NeuronGuard, «inoltre prestiamo molta attenzione quando raccontiamo il nostro progetto, focalizzandoci molto di più sulle potenzialità del prodotto piuttosto che sulle caratteristiche tecnologiche». La giovane imprenditrice sembra però essere l'unica a concedere qualcosa a Rivoira: «ha ragione nel sostenere che i bandi potrebbero rubarci l'idea, sta a noi saperli selezionare non guardando solo all'aspetto meramente economico ma scegliendo solo quelli che ci consentono di dare risalto al nostro progetto». Del quale bisogna parlare: basta solo fare attenzione a ciò che si racconta.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itPhoto credit: thetaxhaven e Robert Scoble

«Non è un paese per bamboccioni», un libro per chi è stufo di piangersi addosso

C’era una volta Mark Zuckerberg, e la geniale invenzione di Facebook che  a 23 anni lo rese il più giovane miliardario al mondo. Una storia capitata – come sempre, si dirà – negli States. Ma siamo sicuri che solo l’America sia l’eldorado dei giovani vincenti? Agli italiani sull’orlo di una crisi di nervi perché l’estenuante ricerca di un lavoro non produce risultati potrebbe piacere un libro appena uscito: si chiama Non è un paese per bamboccioni (Cairo Editore)  e gli autori sono Matteo Fini e Alessandra Sestito, due trentenni rispettivamente di Milano e Lecce, che hanno raccolto le storie di undici giovani tra i venti e quarant’anni riusciti nell’intento di realizzare un sogno. Il loro. Proprio in questo sta la forza dei racconti, non ordinarie storie di una gioventù italiana le cui aspettative sono state bruciate dalle politiche delle generazioni precedenti: qui non c’è spazio per la lamentela e il piangersi addosso. I percorsi di Federico Grom, Riccardo Moroni, Gianluca Petrella, Laura Torresin hanno un minimo comune denominatore: non solo il successo ottenuto a suon di sacrificio e impegno, ma anche lo spirito d’iniziativa, la voglia di fare, la passione e l’entusiasmo. Proprio quello che spesso viene meno in chi si scontra quotidianamente con il precariato o la disoccupazione, e vede la vita scorrere inesorabilmente davanti a sè senza poterla fermare e condurre dove si vuole. Così, con buona pace di quella definizione che nel 2007 fece arrabbiare  i giovani italiani tacciati di 'bamboccionismo' perché giudicati incapaci di (e non impossibilitati a) emanciparsi, Fini e Sestito ribaltano la questione, senza soffermarsi a sindacare sulle colpe dei padri o sulla mancanza di prospettive della maggior parte dei figli. Nel libro si parla di giovani che non hanno trovato la strada spianata da raccomandazioni o scorciatoie di varia natura, ma che semplicemente si sono imposti con idee innovative, fantasia e coraggio, coronando i loro progetti grazie a una buona dose di fatica e intraprendenza. Certo l’aiuto c’è stato, quello di qualcuno più grande di loro, un qualche mentore di passaggio che li ha spinti nella direzione verso cui già erano diretti, piuttosto che ostacolarli – o peggio – scoraggiarli dicendo che non ce l’avrebbero fatta. Con un linguaggio adrenalinico e uno stile asciutto, le storie vengono snocciolate tra stralci di vita capaci di trasmettere carica e positività. Con passaggi come questo: «Un po’ è anche colpa tua. Devi vincere la pigrizia, armarti di volontà, crederci. Anche rischiare un po’. Con giudizio, con studio, con pianificazione e strategia. Ma devi osare, magari sganciarti dalla famiglia che ha un’attività già avviata, sicura, per iniziare una cosa tua che ti cresca tra le mani». È una parte dell'episodio sul carwasher, Riccardo Moroni, che ad appena 22 anni e con un mutuo di 700mila euro si lancia in un’impresa di autolavaggi che poco a poco conquista la sua città – Lurago d’Erba – fino a piazzarsi anche altrove, puntando tutto sulla qualità del prodotto, come la spumosissima schiuma che ammalia i bambini. C’è poi la minestra perfetta della cuoca Laura Torresin, nata nel 1979 a Treviso, che dalle uova fritte cucinate in un chiosco australiano passa a una grande scuola di cucina e finisce a rappresentare l’Italia in uno dei concorsi più prestigiosi al mondo. E ancora: i gelati di Federico Grom e Guido Martinetti, due under 30 torinesi, che trasformano la passione per il gelato in un fiorente business internazionale investendo 120mila euro (di cui 60mila in prestito); gli orologi di silicone del marchio Too Late nati da un’idea di Alessandro Fogazzi, classe 1980, che sull’onda di un’ispirazione ne compra mille pezzi per 20mila euro al Moma di New York; il ContactLab di Massimo Fubini, che inizia in uno scantinato di Milano (facendo fruttare 5 milioni di vecchie lire di risparmi) e finisce a dirigere una società di sessanta persone; la proteina scoperta da Ruggiero Mango, fondamentale nella prevenzione del rischio di infarto. Ma ci sono anche le storie dei pluripremiati Gianluca Petrella, astro nascente del jazz, quella dell’italoafricano Fred Kuwornu, quarantenne, autore di un cortometraggio proiettato in tutto il mondo, del manager 29enne Giampiero Traetta, di Sara Caminati che si è inventata il lavoro di curatrice dell’immagine dei vip sul web, e dell’operatrice umanitaria Selene Biffi che dal computer della sua cucina, con i 150 euro regalati dal padre, ha creato un corso online per formare volontari su come migliorare le condizioni di vita delle popolazioni povere. Sono tutti dei fenomeni questi ragazzi? Forse qualcuno, ma non è stata questa la chiave del trionfo. Ce l’hanno fatta perché si sono lanciati in un’idea in cui credevano, e non si sono risparmiati nel perseguire un obiettivo che alla fine è arrivato, aprendo le porte del futuro. Una possibilità che solletica in tempi in cui nessuno è disposto a dare credito alle nuove generazioni, in cui sembra che per loro non ci  sia spazio. Ma forse, a volte, bisogna andarselo a prendere questo spazio.     Ilaria Mariotti   Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Career Day Cattolica, esce il nuovo numero del freepress Walk on Job dedicato a giovani e lavoro - Peter Pan non per scelta ma per forza - L'Italia è un paese per vecchi che parlano di giovan  

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Gianluca Dettori: «Decreto start-up, un passo nella giusta direzione»

Un passo avanti, un'inversione a 'U' rispetto ad un Paese in cui al Viminale «si parlava di chiudere Facebook». Gianluca Dettori, saluta così l'approvazione del decreto Sviluppo bis e delle norme dedicate alle start-up. Classe 1967, una laurea in Economia all'università di Torino, nel 1999 ha fondato Vitaminic, primo distiributore discografico digitale in Europa. Nel 2006 ha dato vita a dPixel, società di venture capital per le internet start-up che ha nel proprio portfolio 12 giovani aziende innovative, tra le quali c'è anche Sardex, realtà della quale Startupper si è occupata in estate. Dopo la pubblicazione del decreto, Dettori ha accettato di commentarlo con Repubblica degli Stagisti.Cosa pensa dei contenuti del decreto Sviluppo bis?Mi sembra un ottimo decreto, contiene molti elementi. Ovviamente mi focalizzo sulle start-up, ma penso che anche le innovazioni introdotte per la pubblica amministrazione, se effettivamente riusciranno ad implementarle, rappresentano un piano ambizioso per la digitalizzazione. Questo è buono perché fa risparmiare dei soldi e consente maggiori efficienze sotto il profilo economico. Inoltre migliora i servizi e porta il digitale in mano a molti, che oggi nemmeno se lo immaginano. E questo potrebbe allargare il mercato digitale, cosa che indirettamente può favorire anche le start-up. Sul tema specifico, mi sembra che il decreto sia ottimo per incominciare, ci sono un paio di cose che ci si aspettava e invece non ci sono, ma nel complesso è un provvedimento con un obiettivo preciso: si è scelto focalizzarsi sulle imprese innovative e sui giovani. Una delle cose che trovo molto innovative è il fatto che sia possibile il crowdfunding, introdotto in una misura che potremmo definire come una versione ristretta di quella contenute nel Jobs act di Obama.Lei parla di focus sui giovani. Eppure non è previsto alcun limite di età per gli startupper.Andiamo a vedere l'impianto della norma: al di là del fatto che ci sia un limite di età o meno, se si guarda l'impianto è chiaro che è tipicamente indirizzato a chi deve fare nuove imprese nel campo dell'innovazione. Ci sono requisiti, come quelli legati agli incubatori, al ruolo degli investitori. E poi c'è il crowdfunding. Nel complesso è un impianto che andrà ad attecchire su larghe fasce di giovani disoccupati che, invece di cercare un posto che non trovano, possono creare un'azienda con una serie di semplificazioni all'atto della fondazione, con la possibilità di effettuare operazioni ad oggi riservate alle società per azioni, come la cessione di stock option defiscalizzate per cui persone chiave nell'organigramma diventano socie, con le agevolazioni fiscali agli investitori, un incentivo in più per far affluire capitali. Il decreto mira a costruire un mercato, interviene su un contesto che già esiste e gli affida degli strumenti non banali. Certo, resta il tema dei soldi: il crowdfunding lo risolve in parte. Resta aperta la questione del Fondo dei fondi, però si parla di un impegno da parte della Cassa depositi e prestiti.A questo proposito, pensa che la mancata introduzione del Fondo dei fondi e dell'Iva per cassa possano indebolire il provvedimento?Sono i due elementi cose che impattano sulla liquidità. Oggi le risorse dello Stato sono molto limitate e non sono riusciti a farli stare in piedi. Io dico che questo è il primo provvedimento che facciamo sul digitale: si può sempre fare di più ma è già un'ottima partenza. Realizzare in tempi ragionevoli quanto è previsto nel decreto è importante, è il primo di una serie di passi che si possono fare nel tempo. Certo, uno dei problemi oggi è che mancano i capitali per partire, il Fondo avrebbe avuto senso per far fronte a questa situazione. Ma la questione avrà i suoi sviluppi visto che c'è l'impegno della Cdp. Ad esempio in Francia succede questo, con la Caisse des Dépôts che svolge un importante ruolo di investitore istituzionale.È d'accordo con la definizione di start-up contenuta nel rapporto e ripresa nel decreto? Come giudica la scelta di limitare il campo di attività alla sola innovazione tecnologica?Mi sembra che le definizioni siano abbastanza corrette. Dare una definizione serve per non fare un intervento a pioggia, si stringe il mirino su quelle che comunemente si chiamano start-up. Per come è scritta nel decreto, mi sembra che voglia evitare che si definisca start-up qualcosa che non lo è, garantendo allo stesso tempo un set abbastanza ampio per cui rientra nel novero anche una start-up software che non ha brevetti ma investe in ricerca. Mi sembra che sia un approccio sensato nel contesto di una norma che supporta le realtà innovative. Se poi si vuole fare una start-up meccanica, questa prospettiva non è preclusa, ma questa azienda deve innovare. Chiaro che se invece si vuole fare una normale officina, in quel caso ci sono le agevolazioni per le piccole e medie imprese, c'è già una infrastruttura di sostegno esistente.Sia la iSrl, introdotta dal decreto, che la Ssrl, la società a 1 euro, praticamente non hanno capitale sociale. Non ritiene che questo rischi di bloccarne la crescita?Questa è una questione che forse crea qualche confusione. Oggi, se si vuole si fondare l'equivalente di una spa con qualche dollaro on line si guarda al Regno Unito o agli Usa. Molti dei ragazzi che vengono qui in dPixel hanno fondato con 100 sterline una Ltd in Gran Bretagna. Questo provvedimento vuole permettere di fare qualcosa di analogo, cioè consentire a chi vuole dar vita a una start-up di creare una società senza dover tirare fuori una somma elevata, ma solo un capitale limitato, che qualunque ragazzo può avere. Questo è possibile perché le società non si reggono sul capitale sociale. E ora evidentemente non ha più senso creare una Ltd a Londra perché si può fondare una iSrl in Italia.Ma senza capitale come si sopravvive?Il capitale è un fatto di bilancio, le società mica vivono di questo. Anche con la srl si versa qualche migliaio di euro, poi però si deve avere un fatturato e con quello pagare i costi.In rete si è parlato di un possibile conflitto di interessi da parte di alcuni membri della task force. Lei cosa ne pensa?Mi sembra che siano chiacchiere che lasciano il tempo che trovano. Il decreto l'ha scritto il ministro, che ha deciso di fare una consultazione aperta e pubblica, con i nomi e i cognomi delle persone a cui chiesto dei contenuti. Tra questi c'è Annibale D'Elia, che è un funzionario della Regione Puglia che ha dato vita al progetto Bollenti spiriti, c'è Selene Biffi, che è una startupper nel sociale. Poi, certo, ci sono i venture capital. Però non riesco a capire il tema di questo conflitto di interessi. Se fai consultazione di questo tipo a chi bisogna chiedere? Agli idraulici? La task force ha scritto ciò che riteneva corretto, ha compiuto delle scelte precise. In Italia è ora che si venga fuori con delle soluzioni piuttosto che con dei problemi: se si hanno idee migliori che si propongano, ma dietrologie sono solo tempo perso.Crede che grazie a questo decreto l'Italia possa davvero diventare un terreno fertile per le start-up?Il diavolo sta nei dettagli e nell'implementazione. Intanto il decreto deve essere convertito in legge,  quindi dovrà passare attraverso un dibattito in Parlamento. Diciamo che se tutti i contenuti fossero implementati in tempi rapidi, come peraltro la situazione richiede, faremmo un passo avanti notevole. Ricordo che due anni fa un ministro dell'Interno parlava di chiudere Facebook, ora abbiamo fatto un'inversione a 'U' e abbiamo imboccato la direzione giusta.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itSe hai trovato interessante questo articolo, leggi anche:- «Restart Italia», con il decreto Sviluppo bis arrivano (quasi tutte) le proposte per le start-up- «L'Italia riparta dalle start-up»: ecco il piano del ministro Passera- Impresa a 1 euro, dopo otto mesi la promessa del governo è finalmente realtàE anche:- Una startupper sarda negli States: «Qui conta il merito. Ma si può fare anche in Italia»- Guk Kim, il giovane coreano che suggerisce agli italiani dove andare a mangiare: con un'app- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

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Il decreto per le start-up è legge. E comincia già a far discutere

Scende da 5 anni a 24 mesi il periodo per il quale bisogna garantire che la maggioranza delle quote sia detenuta da persone fisiche, una misura che rende più semplice l'ingresso dei fondi di venture capital. Si riduce dal 30 al 20% la quota di utili da investire in ricerca per essere riconosciute come start-up innovative, spese nelle quali rientrano anche quelle legate all'incubazione. Viene concesso il credito di imposta al personale altamente qualificato assunto a tempo indeterminato. Sono queste le principali modifiche che il dibattito parlamentare ha apportato al decreto Sviluppo bis, convertito in legge dalla Camera dei Deputati lo scorso 13 dicembre.Un voto non scontato, messo a rischio dall'imminente crisi di governo che ha fatto scivolare su un binario morto altri provvedimenti in discussione, come quello sul riordino delle province. La fiducia posta dall'esecutivo e un forte movimento di pressione che ha animato Twitter con l'hashtag #firmateildecreto, scelto anche se il decreto era già stato firmato dal Presidente della Repubblica e necessitava invece di essere votato, hanno portato all'approvazione della prima legge italiana che si occupa di start-up.«Sarebbe stato uno spreco buttare tutta l'attività di rinnovamento svolta in questi mesi», commenta Alberto Onetti, professore di Management all'Università dell'Insubria di Varese e presidente della Fondazione «Mind the bridge». Nessuno spazio a facili ottimismi, però: «un Paese non diventa una fucina di start-up per decreto. Certamente il fatto di avere una legge che si pone il problema è un evento quasi storico, ma non lo trovo di per sé risolutivo». Soprattutto perché «interviene su un mondo che per sua natura è in fortissima evoluzione e mal si presta ad essere normato». La vera sfida, a questo punto, è quella di «modificare la cultura imprenditoriale» per renderla più simile a quella di ecosistemi più evoluti come quello della Silicon Valley. Ma questo è un «lavoro che si muove su tempi necessariamente lunghi».Intanto il documento licenziato dal Parlamento suscita pareri contrastanti. Ovviamente favorevole quello di Riccardo Donadon, patron di H-Farm, membro della task force che ha elaborato il rapporto «Restart Italia!» alla base del decreto, nonché presidente di ItaliaStartup. E proprio sul sito di questa associazione Donadon si dice «felicissimo» per il voto della Camera. «Il provvedimento è un ottimo inizio e sono convinto che sia il primo mattone su cui costruire tanti progetti. I giovani e tutti coloro che ci vogliono provare (la norma non pone infatti alcun limite di età per costituire start-up innovative, ndr) hanno oggi molte più opportunità per prendere in mano il loro destino e far nascere delle nuove aziende».Ottimista anche Gianluca Dettori, presidente di dPixel, uno dei principali fondi di venture capital italiani. «Questo testo è un ottimo punto di partenza, offre un'impostazione chiara. Adesso inizia la fase due, quella più interessante», commenta. Il riferimento, in particolare, alla definizione degli aspetti legati al crowdfunding. «Avremo la fortuna di osservare come sarà implementato quello legato al Jobs Act americano e di prendere in considerazione gli accorgimenti introdotti in proposito dalla Sec».Certamente non mancano i commenti più scettici, come quello di Marco Zamperini [foto sotto], responsabile dell'innovazione per NTT Data Italia. «Come si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto», afferma, «ci sono alcuni punti che non sono del tutto soddisfacenti, a cominciare dal fatto che non si comprende come saranno definiti gli incubatori». L'auspicio, alla luce dell'ampio consenso parlamentare, è che «le forze politiche si facciano parte dirigente nel portare avanti una serie di emendamenti che non sono stati discussi alla luce del voto di fiducia chiesto dal governo, ma che comunque avevano un certo consenso». Tra gli elementi positivi, anche Zamperini indica il crowdfunding e il fatto che si sia cominciato a «manifestare sensibilità verso l'agenda digitale».Decisamente critica, invece, la voce di Gianmarco Carnovale. «Imporre che le start-up per essere tali debbano realizzare un prodotto tecnologico e innovativo taglia fuori chi produce cose non tecnologiche ma con processi innovativi e chi offre servizi. Google che farebbe in Italia?», lamenta il presidente di Roma Startup. Convinto che la quota da destinare in ricerca, pur scesa dal 30 al 20 per cento degli utili, sia «ancora elevatissima: una realtà che ha definito il proprio prodotto o servizio i costi maggiori li ha nel marketing e nello sviluppo di mercato». Ancora, «il limite di fatturato di 5 milioni di euro è assurdo, a questa somma ci si trova appena all'inizio di un'attività internazionale». In altre parole, «appena l'azienda inizia a crescere, le tagliano le gambe».Carnovale non si limita alla critica, ma ha anzi collaborato alla stesura di alcuni emendamenti, poi congelati dal voto di fiducia. In particolare, «avevo posto due paletti. Il primo è quello di una crescita minima, perché se una start-up smette di crescere non ha senso garantirle condizioni speciali. In altre parole, lo Stato la favorisce finché è in espansione, ma nel momento in cui si è consolidata viene considerata come un'impresa tradizionale». L'altro meccanismo riguarda invece la definizione stessa di realtà innovativa, tale «se riceve finanziamenti dagli investitori professionali. Se una persona che lo fa di mestiere giudica un'azienda interessante e innovativa è perché vede che ha una possibilità di creare valore». E appunto «spostare su un soggetto privato l'identificazione dei progetti interessanti significa massimizzare le probabilità di successo».Dibattito serrato, dunque, attorno al decreto Sviluppo bis. Che per diventare completamente operativo ora attende solo due ulteriori elementi. Il primo è un decreto attuativo che il ministero dello Sviluppo economico dovrà emanare entro 60 giorni dal voto della Camera per definire i criteri per l'iscrizione degli incubatori nella sezione speciale del registro delle imprese. La seconda è la definizione da parte della Consob, entro 90 giorni, delle modalità di gestione delle attività di crowdfunding. Dopodiché l'ecosistema italiano, così come pensato dal governo, potrà iniziare a prendere forma.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it Vuoi saperne di più sul decreto Sviluppo e sul sostegno alle start-up? 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