Stagisti giornalisti gratis nelle redazioni, un problema sempre più diffuso anche nel Regno Unito

È cominciato tutto qualche settimana fa, quando Il Guardian ha titolato: «Newsquest, il terzo più grande editore britannico, ha intenzione di far pagare gli studenti per pubblicare i loro servizi». L’articolo ha subito attirato l’attenzione dei media britannici perché affronta un tema, quello degli stage, che è molto sentito anche nel Regno Unito dove gli stagisti che lavorano senza ricevere alcuna indennità non sono affatto un’eccezione. Sul quotidiano inglese si affermava che i college con corsi di giornalismo avevano ricevuto varie lettere invitando gli studenti a scrivere articoli, gratis, in cambio di «un’opportunità unica ed eccitante per sperimentare il lavoro all’interno di un giornale locale». Nella lettera scritta da Diana Jarvis, giornalista e coordinatrice dello “Young reporter scheme” di Newsquest, si spiega che gli studenti per un periodo di lavoro di otto mesi avrebbero avuto la possibilità di costruire il proprio portfolio, scrivendo un articolo al mese, e di ricevere alla fine una lettera di raccomandazione da usare come referenza nel proprio curriculum. Per prendere parte allo stage, però, c’era una sorta di registrazione che doveva fare l’istituto scolastico pagando 120 sterline, di cui 20 a carico dello studente.Stagisti senza rimborso che devono anche pagare? La Repubblica degli Stagisti ha voluto vederci chiaro e ha parlato direttamente con Diana Jarvis, che ha subito messo le mani avanti: «Il sistema è partito sette anni fa ed è cominciato come un progetto pilota con due scuole. Ha avuto così tanto successo che molti altri istituti dell’area londinese hanno voluto aderire ed è cresciuto a tal punto da diventare un lavoro a tempo pieno» spiega la school coordinator. «È stato allora che ci siamo trovati di fronte a un bivio: abolire il progetto perché troppo costoso o introdurre un pagamento obbligatorio per le scuole come un’attività extracurriculare». Da allora ogni istituto ha pagato una tariffa fissa di 100 sterline a cui ogni singolo studente che ha voluto partecipare al programma ha aggiunto 20 sterline. «Soldi che coprono a malapena i costi di gestione del sistema» dice Jarvis alla RdS. La school coordinator di Newsquest sostiene quindi che il Sindacato nazionale dei giornalisti inglesi (NUJ) che pure ha dedicato vari articoli al tema ha semplicemente frainteso il programma da loro offerto. «L’idea che stiamo sostituendo giornalisti con stagisti, alcuni di questi quattordicenni con nessuna esperienza giornalistica, a cui chiediamo anche di pagare qualcosa è assolutamente ridicola e senza senso» dice la giornalista inglese alla Repubblica degli Stagisti. Arriva, quindi, la smentita ufficiale che nei giornali del gruppo editoriale Newsquest si utilizzino stagisti non pagati: «offriamo solo agli studenti la chance di vedere dal vivo cosa significa lavorare in una redazione giornalistica». Possibilità che finora hanno avuto migliaia di giovani e che non inciderà necessariamente nella loro vita professionale visto che alcuni di questi sono addirittura minorenni. Per questo Jarvis si scaglia contro il segretario generale del sindacato nazionale dei giornalisti inglesi (NUJ),  Michelle Stanistreet, che commentando questo caso ha definito la pratica degli stagisti non pagati «una delle ragioni del perché il mondo dei media è diventata una delle professioni più socialmente esclusive». «Ovviamente Stanistreet non ha capito come funziona questo progetto e ha fatto molte dichiarazioni senza conoscere i fatti» taglia corto Jarvis, che tra l’altro invita a leggere anche alcuni articoli da lei scritti che dovrebbero raccontare meglio i fatti. Eppure, leggendoli, si scopre che questa opportunità finora offerta ai liceali è in fase di lancio anche per i giovani dai 18 anni in su, che frequentano un college o l’università. «È la prima volta che il programma si estende alla “tertiary education”» spiega Diana Jarvis a un’ulteriore richiesta di chiarimenti della Repubblica degli Stagisti, «È solo una work-experience. Quindi se i college o le università sono interessate a questa opportunità, allora lavoreranno alle stesse condizioni offerte agli studenti delle scuole. Non sono offerti soldi agli studenti perché è solamente un’attività extra curriculare». Significa, quindi, che nemmeno ai giovani universitari verrà corrisposto per questa work-experience alcun rimborso spese. E non è una notizia da poco, perché nel Regno Unito sono anni che si dibatte sulla necessità di retribuire gli stagisti e di farlo anche per professioni abitualmente sfruttate, come quella dei giornalisti. Tanto che anche la cronista Beth Brewster, docente e responsabile del corso in giornalismo ed editoria alla Kingston University, ha commentato questo articolo su twitter confermando ai suoi studenti di giornalismo il consiglio «di non prestare le loro capacità, creatività e lavoro gratis». Secondo un rapporto del 2013 del National Council for Training of Journalists, infatti, l’82 per cento dei giornalisti britannici ha iniziato negli ultimi tre anni la propria carriera con uno stage e di questi ben 9 su 10 senza un rimborso spese. Numeri che evidenziano come per ognuno di questi singoli neo giornalisti fosse stata importantissima la situazione finanziaria pre stage. Perché se la lunghezza media di questi tirocini è all’incirca di due mesi, a volte ripetuti dopo un breve periodo di pausa, alcuni stage sono arrivati addirittura a 52 settimane - cioè un anno intero. «I tirocini non pagati sono illegali, se si sta lavorando con degli specifici compiti assegnati allora si dovrebbe ricevere almeno il salario minimo. Il vero problema» spiega alla Repubblica degli Stagisti Michelle Stanistreet, segretario generale NUJ, «è che tutto questo dovrebbe essere controllato dall’HMRC (ndr. Servizio per la riscossione e le dogane di Sua Maestà) e pochissime sono le azioni legali iniziate». Per questo motivo il sindacato ha lanciato nel 2013 la campagna Cashback for Interns che ha come obiettivo una giusta retribuzione per gli stagisti nel Paese. Grazie alla quale «il sindacato nazionale dei giornalisti è riuscito ad ottenere gli arretrati per i cronisti che hanno lavorato senza essere stati pagati. La nostra è una professione molto competitiva e le redazioni stanno sfruttando i giovani. A volte facendogli fare il lavoro di un qualsiasi redattore, altre volte usandoli per ordinare caffè o portare il cane a spasso. Come NUJ crediamo in una strutturata work experience, di breve durata, grazie alla quale i giovani possono conoscere il giornalismo», dice Stanistreet. «Ma se fanno gli stessi compiti dei redattori retribuiti, allora anche loro devono essere pagati. Se un giornale pubblica il loro lavoro, allora dovrebbero essere pagati per questo. Altrimenti l’unica conseguenza è che solo i giovani aiutati dalle famiglie possono tentare questo lavoro». Quando scopre annunci per tirocini non retribuiti, la NUJ contatta l’azienda editoriale spiegando che è illegale e la denuncia alla Low Pay Commission. Ed è proprio per questi motivi che Michelle Stanistreet ha accolto con grande soddisfazione la notizia, data a inizio febbraio, che il Financial Times incomincerà a pagare dal prossimo aprile i propri stagisti con il salario minimo, che è di 6,50 sterline l’ora per chi ha più di 21 anni. Notizia accolta entusiasticamente anche da Chris Hares, Campaigns manager di Intern Aware,  che alla Repubblica degli Stagisti esulta: «La decisione del Financial Times è fantastica. I tirocini non retribuiti sono, infatti, un problema per la mobilità sociale visto che lasciano i giovani in una situazione complicata: impossibilitati a trovare un lavoro perché senza esperienza e  impediti dal fare esperienza perché non possono permettersi di lavorare gratis». Proprio per questo motivo Hares crede che il cambio di rotta del FT sia importante, «perché significa che incominceranno a selezionare i loro nuovi giornalisti in base al talento e non solo in base a chi può mantenersi da solo mentre fa questa esperienza. Ed è importante, perché permetterà di ottenere molti punti di vista e idee differenti nella nostra stampa». Ma c’è un altro motivo per cui uno stage non pagato va rifiutato, anche in Gran Bretagna. «Trovare un lavoro retribuito alla fine di uno stage gratuito è molto più difficile rispetto a chi, invece, ne ha svolto uno con rimborso spese. Gli imprenditori che pagano i loro stagisti sono molto più disponibili ad assumerli» spiega Hares. Risposta a cui fa eco Stanistreet, che aggiunge «I nostri giovani iscritti ci raccontano che di solito devono fare molti stage non pagati prima di riuscire a trovare un lavoro vero». E sono ancora una volta i numeri ad avvalorare queste dichiarazioni: secondo un sondaggio del 2014 di YouGov, il 46% dei datori di lavoro che pagano gli stagisti lo reputano un metodo utile di selezione del personale. Percentuale che scende di oltre dieci punti per quanti, invece, non prevedono nemmeno un rimborso spese. Per questo recentemente Intern Aware e la National Union of Students hanno lanciato un’indagine nazionale sull’uso dei tirocini non retribuiti. «Il numero verde che abbiamo istituito consente agli studenti e laureati di raccontare i propri stage non pagati nel più totale anonimato. Ed è un bene» spiega Chris Hares «perché a volte parlarne può mettere a rischio le proprie opportunità di carriera. L’obiettivo è coinvolgere molte persone, ascoltare le loro storie e aiutarle a chiedere il rimborso della retribuzione che gli spetta attraverso Intern Aware». Oltre a cercare di sovvertire quello che secondo Hares è un pratica veramente scorretta. «L’unico risultato dell’uso indiscriminato dei tirocini non retribuiti è che solo chi ha i contatti, le risorse economiche e la famiglia giusta può riuscire ad avere una carriera. Ed è veramente ingiusto se si considera quanto i giovani debbano duramente lavorare per raggiungere una laurea. Non è certamente corretto che il secondo titolo necessario per diventare avvocati, artisti o giornalisti oggi sia semplicemente accettare di lavorare gratis». Sui risultati finali di questa indagine, però, Stanistreet è incerta tanto da dire «Credo che mostrerà quanto sia diffusa la pratica dei tirocini non retribuiti in molti settori lavorativi e allo stesso tempo come sia basso il numero di azioni legali intraprese». Per i risultati bisognerà aspettare ancora, ma questi avvenimenti avvicinano purtroppo il Regno Unito all’Italia, mostrando un’irresponsabile uso degli stage non pagati e della voglia dei giovani di imparare “a qualsiasi costo”, portando a un unico triste risultato: discriminare sempre di più, dividendo tra chi può permettersi di affrontare questo lungo cammino e chi no.   Foto quadrata: "Videojournalist" di Roberto Ferrari in modalità creative commons Foto rettangolare: dall'indagine "Journalists at work" del National Council for the training of journalists

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Studiare in Europa del nord, da Londra alla Danimarca tutti i dettagli su costi e meccanismi

Dopo il Nord America e l’Asia, per la terza puntata dedicata alle università estere le distanze si accorciano: destinazione Nord Europa. Per esempio l’Inghilterra, che da tempo è meta nota di numerosi studenti italiani, specialmente nei centri accademici più prestigiosi come la London school of economics and political science, leader mondiale nell’ambito degli studi sociali e internazionali, seconda solo ad Harvard in questo campo stando al Qs Ranking 2013, dove figura al 68simo posto. I dati ufficiali relativi all’anno accademico 2012-2013 confermano questa tendenza: su un totale di 7.301 overseas students, gli studenti stranieri, quelli provenienti dall’Italia erano 253, di cui 15 undergraduate e 238 graduate, in lento ma costante aumento: nel 2010-2011 erano per esempio 226. Un numero discreto, superato in Europa solo dalla Francia e dalla Germania. A detenere il record è la Cina, a quota mille overseas, seguita dagli Stati Uniti con 899 studenti. Qual è la ragione di questo successo internazionale? Per dare una risposta si può partire dal motto dell’università stessa: rerum cognoscere causas, conoscere le cause delle cose.E la prima causa, apparentemente banale, consiste nella chiarezza del sito. Alla voce “study” è possibile passare in rassegna i programmi disponibili per ogni corso di laurea, principalmente per le due categorie ormai conosciute ai lettori della Repubblica degli Stagisti, quelle di undergraduate e graduate students.La presentazione del piano formativo, dei servizi connessi e dei metodi di insegnamento, ad entrambi i livelli, è riassunta e commentata dettagliatamente all’interno delle presentazioni (prospectus), che possono essere ordinate nella versione cartacea oppure visibili online in formato pdf. Inoltre agli studenti internazionali è dedicata una pagina apposita, in cui sono fornite tutte le informazioni indispensabili ai fini dell’ammissione, suddivise per singola nazione. Per quanto riguarda l’Italia, se per i cosiddetti taught master's programmes il requisito fondamentale è il possesso di una laurea conseguita con un punteggio minimo di 106/110, per i laureati italiani intenzionati ad iscriversi ad uno dei programmi di ricerca - research programmes - rivolti appunto alla ricerca scientifica e compresi tra i tre e i sei anni (Master of research, Master of philosophy e PhD), la griglia si estende notevolmente. Infatti oltre al voto di laurea si richiede, tra le altre cose, la qualifica nell’ambito dell'International baccalaureate. E poi almeno un anno di studio in un’altra istituzione accademica e un certificato di lingua inglese, il cui punteggio minimo complessivo è 7 per Ielts e 107 per il Toefl.Se quello stesso studente italiano volesse saperne di più circa le tasse da pagare è tutto scritto in un pratico menu a tendina: nel 2014/2015 i neoammessi inglesi ed europei pagheranno 9mila sterline, circa 10mila euro, se si iscrivono ad un undergraduate full-time programme mentre le tasse dei programmi taught full time programmes sono più elevate, da un minimo di 9.180 ad un massimo di 20.656 sterline (tra 11mila e 25mila euro).Tra le risorse finanziarie segnalate, vi sono la borsa di studio Lse bursary per i primi, con un valore annuale che va da 750 a 4mila sterline (tra 900 e 4820 euro), e per i secondi il sostegno Graduate support scheme, vincolato alle condizioni economiche, che ha un valore medio di 6mila sterline (circa 7.230 euro).Completamente gratuita è invece l’istruzione universitaria in Danimarca, per chi proviene dall’Europa e dai paesi membri dello Spazio economico europeo, per gli studenti che partecipano a scambi internazionali e per gli iscritti svizzeri. Per tutti gli altri le tasse oscillano tra le 55mila e le 111mila corone danesi, cioè tra i 7mila e i 15mila euro, in base alla cittadinanza e al corso di laurea frequentato.Agli studenti danesi, nessuno escluso, viene garantito dallo Stato anche una sorta di “stipendio” mensile (chiamato SU), del valore di 2.903 corone (circa 390 euro) se vivono ancora con i genitori e di 5.839 corone (un po' più di 780 euro) se vivono da soli, specifica alla Repubblica degli Stagisti Carl Hagman, responsabile della comunicazione dell’università di Copenaghen, 45sima nella classifica Qs Ranking. Di questo aiuto economico possono usufruire anche altri beneficiari, rispettando le condizioni della legge danese ed europea: ad esempio quella per cui l’aspirante candidato alla Su deve lavorare o aver lavorato in Danimarca, come si legge sul sito "Study in Denmark" del Ministero della scienza, tecnologia e innovazione.Ora, se le tasse non gravano sul bilancio complessivo, bisogna comunque sostenere il costo della vita. Per capire quanto si spende valga il conteggio indicativo proposto da Hagman: considerando che una corona danese corrisponde a 0,134 euro, ogni mese vanno via in media tra le 2.600 e le 4.800 corone solo per l’alloggio (pari a una media tra 340 e 640 euro), tra le 1.500 e le 2.500 per il vitto (tra 200 e 330 euro), e tra 1.500 e 2mila euro a semestre per libri e materiale di studio (tra 200 e più di 260 euro). Infine nel budget bisogna includere tra le 600 e le mille corone necessarie per i mezzi di trasporto (80-130 euro) e infine un pacchetto mensile tra i 100 e i 250 euro, da destinare a spese aggiuntive.Può capitare allora di dover cercare un lavoretto extra ma l’impatto con la sezione online dell’università della capitale, creata per l’argomento, è tutt’altro che incoraggiante: vi si trova scritto testualmente che «è abbastanza difficile per gli studenti internazionali trovare un lavoro in Danimarca, cosicché nel programmare il soggiorno a Copenaghen, non dovreste basare le vostre finanze sulla possibilità di ottenere un impiego retribuito». Subito dopo per fortuna viene proposta qualche soluzione utile, tramite il collegamento ad un’altra pagina chiamata “Ku Jobbank” e al sito “Work in Denmark” - entrambi vetrine di annunci di lavoro - e agli uffici dell’ateneo competenti per il rilascio del permesso di lavoro, chiamato work permit.La cosa potrebbe interessare qualche membro della consistente popolazione italiana presente nell’università: lo scorso anno quest'ultima contava 47 dottorandi italiani, oltre 29 studenti post-doc, 34 professori e un centinaio di studenti iscritti ad un master a tempo pieno, con le facoltà umanistiche in testa. Di certo il sistema è molto diverso da quello italiano, a partire proprio dalla gestione degli studi: «La famiglia passa in secondo piano, non ti dà più soldi, i figli sono indipendenti».Lo racconta alla Repubblica degli Stagisti Antonio Tredanari, pugliese d’origine, danese d'adozione. Nell’agosto 2009 lascia Parma, dopo la triennale in Scienze e tecnologie ambientali e l'iscrizione alla specialistica. Un Erasmus di sei mesi in Svezia è per lui la spinta a prendere una decisione coraggiosa: fa la “rinuncia agli studi” in Italia e decide di partecipare al progetto EnvEuro, all'epoca alla terza edizione, grazie al quale svolge la specialistica (master) all’estero, trascorrendo il primo anno a Copenaghen e il secondo in Svezia dove scrive la tesi che discute nel 2011, per poi stabilirsi nuovamente in Danimarca.L’università di Copenaghen propone una vasta offerta di master’s programmes, riportati dalla a alla zeta sul sito: appurato che senza laurea triennale (bachelor’s degree) l’ammissione è fuori discussione, bisogna leggere attentamente lo schema di ciascun corso perché i requisiti, il processo di candidatura e i termini utili sono diversi l’uno dall’altro. Nel sito viene descritta in linea generale anche l’organizzazione dello studio, che secondo l’esperienza di Antonio è articolato in modo più pratico e specializzato rispetto all’Italia, essendo i 120 crediti annuali spalmati non tanto su libri quanto su presentazioni, lavori di gruppo, valutazioni costanti, casi da studiare.«Un aspetto positivo è che mi sono relazionato con sistemi formativi differenti riuscendo in qualche modo a prenderne il meglio» spiega facendo un bilancio di quel biennio: «Ma il master non mi ha facilitato nell’ingresso nel mondo del lavoro. I contatti con l’esterno erano abbastanza limitati. Ora magari le cose sono cambiate, hanno imparato dai nostri feedback». In definitiva «la situazione non è stata rosa e fiori neppure in Danimarca, tuttavia qui il sistema è diverso perché ci si prende molta più cura dei disoccupati. Non ti senti abbandonato».In che modo? «Bisogna iscriversi ad un’associazione, paghi una membership e loro ti danno per due anni un sussidio per aiutarti a trovare un altro lavoro. Questo vale per i quarantenni come per i neolaureati che hanno studiato in Danimarca». Il sussidio ammonta a circa 1.200 euro al mese, una cifra non altissima se paragonata al costo della vita, ma accompagnata dall’offerta di corsi per giocarsi altre carte: Antonio ne ha seguito uno di lingua danese che gli ha permesso di lavorare, dopo più di un anno di inattività, al Ministero dell’alimentazione, dell’agricoltura e della pesca, svolgendo un «vikariat, che sta per posizione temporanea», con una retribuzione di circa 1500 euro netti. Ma non passa neanche un mese che il ragazzo riceve una nuova proposta di lavoro nella sua compagnia attuale, in cui si occupa di monitoraggio ambientale guadagnando, con un contratto da ingegnere alla prima esperienza, tra i 2.200 e i 2.500 euro netti al mese.Antonio Tredanari non vuole andarsene. La Danimarca gli piace perché non è una società competitiva e ognuno lavora per dare il suo contributo. Per spiegare in che modo, lui dice così: «Il sistema qui tende ad appiattire e a rendere tutti più o meno uguali, non accetta molto le disuguaglianze, ma non si tratta di omologazione. Non noti molto le differenze tra il capo e il sottoposto a livello di relazioni. E anche le variazioni di reddito non sono poi così esagerate».Marta Latini- La foto della Lse è di Jim Larrison - licenza creative commons- La foto della biblioteca della Lse è di SomeDriftwood - licenza creative commonsPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Studiare all’estero, ecco tre università top del Nord America: costi da capogiro ma chi vale viene premiato- Università sotto casa addio, io vado in Asia: piccola guida per neodiplomati per studiare in Estremo orienteE anche:- Università in Europa, quanto mi costi- Radiografia del reddito minimo garantito: cos’è, quanto costa, come funziona- Come cambia lo stage in Europa: viaggio nei Paesi scandinavi

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Come cambia lo stage in Europa: viaggio nei Paesi scandinavi

Nell'immaginario comune i Paesi scandinavi rappresentano una (pen)isola felice: competitivi, con ottimi tenori di vita, welfare solido, all'avanguardia nella ricerca. Per scoprire se anche in fatto di stage il modello scandinavo è vincente, la Repubblica degli Stagisti ha sfogliato le pagine dell'Overview on traineeship disposto dalla Commissione Ue - voci "Svezia", "Finlandia" e "Danimarca". Per i giovani svedesi l'ingresso nel mondo del lavoro avviene piuttosto tardi, soprattutto perché in molti scelgono l'università - il 45% dei diplomati - rimanendoci anche a lungo: nel 2010 gli universitari erano 370mila, un quarto dei quali sopra i 30 anni. La crisi poi ha generato il tasso di disoccupazione più alto dal secondo dopoguerra, ora al 30% (anche se il periodo medio di inattività è di appena un mese). Esistono quattro tipologie di stage, normati nelle loro linee essenziali dal testo unico sulla formazione entrato in vigore lo scorso primo luglio. Si parte sin dalle superiori: qui i tirocini, destinati a studenti dell'ultimo triennio, sono obbligatori per alcuni corsi, durano circa 15 settimane e non sono pagati, anche se i ragazzi «possono richiedere un contributo per l'intero periodo di stage». Nel 2010 in quasi 200mila hanno fatto questa esperienza. La scuola superiore inoltre è stata recentemente oggetto di un'importante riforma, che punta ad avvicinare il mondo del lavoro; e tra le misure più innovative spicca l'investimento di 85milioni di euro in tre anni per creare 30mila nuovi posti di apprendistato - l'unica tipologia di cui si ha notizia nel testo. L'apprendistato però, a differenza di molti altri Paesi Ue, in Svezia non costituisce rapporto di lavoro, e lo studente non riceve  alcuna remunerazione. Pagati ma non sempre, a seconda degli accordi tra istituzioni formatrici e aziende, sono i tirocini inseriti in corsi di formazione professionale, che durano da uno a tre anni, di cui lo stage occupa in genere sei mesi. Ci sono poi naturalmente i percorsi universitari, curriculari e no, rimborsati e no. Dipende molto dalle facoltà scelte: «gli studenti di architettura ricevono anche 2mila euro al mese, mentre gli ingegneri civili non vengono pagati affatto»; fortunati anche gli giornalisti, categoria notoriamente bistrattata, che ricevono la metà della retribuzione minima dall'associazione di riferimento (in Svezia non vige il salario minimo). Chi fa un tirocinio per acquisire la qualifica psicologo, a studi conclusi, riceve invece oltre 2300 euro; e i medici anche di più. Ad ogni modo, se lo stage è gratuito, gli studenti possono sempre chiedere aiuto alle università. Infine ci sono i programmi di Politiche attive per il lavoro. Il Youth employment garantee ad esempio si rivolge ai disoccupati dai 16 ai 25 anni, aiutandoli a trovare un impiego ed erogando un sussidio di disoccupazione. La fascia d'età più rappresentata è comunque quella 25-34, anche in virtù della lunga permanenza sui banchi universitari.A sovraintendere il sistema dei controlli ci sono due agenzie indipendenti, che fanno capo al ministero dell'Ostruzione. La Skolverket ad esempio stabilisce rigidi criteri di qualità per le istituzioni scolastiche ed universitarie, da cui riceve report annuali sui percorsi attivati; mentre l'Ispettorato scolastico vigila su municipalità e scuole indipendenti. Nonostante ciò però l'Ocse nel 2008 ha espresso scetticismo sugli standard qualitativi utilizzati nelle scuole superiori, «carenti di credibilità sul mercato del lavoro». Da cui probabilmente la riforma del 2011. Anche in Finlandia lo scenario appare a tratti problematico. Mai così alta in dieci anni, la disoccupazione giovanile tocca il 20%, a fronte di un dato generale del 7%. Lo scorso autunno il governo ha lanciato un fondo di garanzia sociale per i giovani, che sarà pienamente attivo solo nel 2013 ma già stabilisce che ad ogni under 25 e laureato sotto i 30 anni disoccupato da più di tre mesi siano fatte offerte di lavoro, tirocinio o studio, così da contrastare il fenomeno Neet. Qui sono circa 60mila su una popolazione di 5 milioni: un dato tutto sommato contenuto. Gli stagisti godono di diverse tutele, pur mancando un quadro legislativo specifico. Una definizione di tirocinio ad ogni modo c'è, anche se datata: già nel 1972 il ministero dell'Istruzione ne parlava come di «un'esperienza di lavoro legata ad un programma di studio che ha lo scopo di aumentare conoscenze e competenze [del tirocinante] sotto la guida di un datore di lavoro, o di un suo rappresentante, in un reale ambiente di lavoro». Definizione che, quindi, non sembra contemplare la possibilità di percorsi post formazione - tipologia che pure esiste. «In Finlandia le istituzioni formative hanno una lunga tradizione di cooperazione con i datori di lavoro locali, per permettere ai loro studenti di trovare subito lavoro» si legge nel report. La maggior parte dei percorsi ha appunto luogo all'università; quelli curriculari richiedono un impegno pari ad almeno 30 Ects (cioè 15 cfu, 375 ore) e non sono retribuiti; più lunghi, fino a sei mesi full time (cioè 40 cfu), quelli dei cosiddetti "politecnici", o università delle scienze applicate, corsi che rilasciano titoli equivalenti alle lauree triennali, pur durando un po' di più. Nel 2010 in 82mila si sono laureati con almeno un tirocinio di questo tipo alle spalle. Gli studenti che invece scelgono in autonomia di diventare stagisti, il più delle volte riceve un aiuto finanziario, in genere erogato dalla Kela, l'istituto nazionale di sicurezza sociale, sotto forma di borsa di studio, contributo sull'alloggio o prestiti; e per chi va all'estero c'è una cifra extra per l'alloggio. Questo per «garantire un introito anche a quanti non possono essere sostenuti dai genitori»; qui lo stagista appartiene quindi ai più diversi contesti sociali. Il sistema di istruzione dà a tutti l'opportunità di formarsi e anzi proprio «l'istruzione è concepita come il modo migliore per prevenire l'esclusione delle fasce giovani».Per l'inserimento o il reinserimento di giovani e adulti infine anche qui vengono attivati percorsi AMLP (Active Market Labour Policies), finanziati con soldi pubblici, che privilegiano i settori  sanitario, assistenziale  e  business administration. In questo come in tutti gli altri casi, nessun onere finanziario grava sulle aziende che ospitano stagisti.Last but non least - anzi - la Danimarca. Il Paese che a detta di molti giuslavoristi, senatore Pietro Ichino in testa, possiede il migliore sistema europeo di flexsecurity: lineare, organico, con tutele erga omnes. Secondo l'Ocse è qui che si registra il più alto tasso di mobilità sociale Ue e c'è addirittura chi lo elegge «Paese più felice del mondo». Gli stagisti danesi magari non saranno i più felici del mondo, ma possono contare su una solidissima tradizione di scambi e alternanza tra mondo della formazione e del lavoro: un adolescente su due nella fascia 15-19 anni e i due terzi dei giovani fino a 24 anni risultano occupati, seppure part time; nonostante la crisi abbia avuto anche qui effetti disastrosi sui giovani, richiedendo un intervento statale di 13milioni e mezzo di euro. Quasi tutti i percorsi di studio, anche alle superiori, prevedono un tirocinio: i principali programmi VET - di stampo tecnico-professionale e che riguardano studenti dai 14 ai 25 anni circa - hanno una quota di formazione lavorativa che va dal 50 al 70% del monte orario complessivo, pagata con somme definite dai vari contratti nazionali di lavoro. Nel 2011 sono partiti 50mila tirocini di questo tipo, tutti regolamentati da un'apposita legge. Anche per conseguire una laurea triennale bisogna quasi sempre "spendere" in tirocinio dai 30 (750 ore) ai 60 cfu (1500 ore, un anno universitario) e «quelli gratuiti sono ammessi solo in circostanze particolari». Un caso a parte, degno di nota, è quello degli aspiranti giornalisti: per loro la formazione dura quattro anni, di cui ben un anno e mezzo sul campo, con un contributo di oltre 1700 euro al mese. Naturalmente uno studente può anche fare uno stage volontario, ma in questo caso di rado riceve rimborso. L'obbligatorietà del tirocinio però, nota l'agenzia di valutazione nazionale Eva, può essere un'arma a doppio taglio e «impedire persino il conseguimento del titolo per abbandono dello studente», se questi non riesce ad individuare il percorso adatto né riceve supporto dall'istituto - circostanza che interessa per lo più gli studenti immigrati. Del resto, i giovani scelgono scuole ed università anche in base alla qualità della formazione lavorativa che sono in grado di offrire, giocando di prevenzione.  Il sistema formatvo danese abitua  suoi giovani, sin da adolescenti, a "pensare doppio": da un lato i libri, dall'altro l'esperienza diretta nel mercato del lavoro, aumentano le probabilità di un ingresso fluido, indolore e spesso precoce rispetto agli standard europei.Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Come funziona lo stage in Europa: viaggio in Germania e Olanda- Paese che vai, stage che trovi: maxi report della Commissione europea- Nuova risoluzione Ue, regolamento europeo sugli stage più vicino

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In Inghilterra un'impresa su cinque usa gli stagisti come lavoratori a basso costo

Gli imprenditori inglesi lo ammettono senza troppi problemi: spesso gli stagisti sono dipendenti a basso costo. A fare outing è quasi un'impresa su cinque, il 17% per la precisione, secondo i dati raccolti dalla società di ricerche YouGov per Internocracy, impresa sociale gestita da  giovani che lotta per «cambiare in meglio la cultura dello stage nel Regno unito». Insomma, una sorta di Repubblica degli Stagisti d'oltremanica. I risultati dell'indagine sono apparsi sul sito del britannico Guardian in un articolo firmato da Shiv Malik, trentenne giornalista d'inchiesta e co-autore di Jilted Generation, How Britain has bunkrupted its youth, ovvero "Una generazione scaricata: come la Gran Bretagna ha mandato in bancarotta i suoi giovani", per ora disponibile solo in inglese [a fianco, la copertina del libro; sotto, uno screenshot dell'articolo]. Oltre ad ammettere lo sfruttamento, il 95% delle 218 aziende intervistate ritiene poi che gli interns siano effettivamente utili sul posto di lavoro, continua Malik, sfatando il mito dello studentello spaesato e sfaccendato. Non si sa il numero preciso degli stagisti inglesi, ma si può tentare una stima: ell'estate 2010 il Chartered Institute of Personnell and Development nelle sole aziende ne ha stimati 250mila, in gran parte non retribuiti - mentre in Italia, con due milioni di abitanti in meno, nelle imprese ci sono stati quasi 100mila stagisti in più (senza contare quegli negli enti pubblici, che fanno lievitare il totale a circa mezzo milione). «È scoraggiante che non si apprezzi il loro talento, l'energia e l'entusiasmo che portano in azienda», dice Becky Heath,  trentenne co-fondatrice e capo di Internocracy nonché ex stagista. «Ed è un vero peccato che i ragazzi non conoscano i loro diritti». Solo uno su dieci sa ad esempio che periodi di work experience non retribuiti «potrebbero essere illegali», riporta l'autore dell'articolo. In Gran Bretagna vige il national minimum wage, la retribuzione lavorativa minima garantita per legge, e «chiunque abbia più di 21 anni ed esercita una qualsiasi forma di lavoro ha diritto a un compenso di almeno 6,08 sterline all'ora» - poco meno di sette euro - continua Malik. Ma molti sostengono che lo stage non sia lavoro; e comunque la legge prevede delle eccezioni (ad esempio uno studente che frequenta un tirocinio curriculare inferiore ad un anno non ha diritto ad una retribuzione). «La maggior parte dei ragazzi in stage, soprattutto in un mercato del lavoro così difficile, cercano solo una buona esperienza formativa. Non si aspettano certo di essere pagati», afferma un portavoce della Confederation of British Industry - corrispettivo inglese di Confindustria - ma solo il 9% dell'opinione pubblica è d'accordo. E, sul versante politico il deputato conservatore Nick Clegg sfidala linea del partito e insieme alla Low Pay Commission invita l'autorità fiscale inglese, la Hmrc, ad usare più polso con le aziende. «Molti manager continuano a fingere di star offrendo opportunità ai ragazzi, per bontà d'animo, affinché possano fare esperienza» afferma Tanya de Grunwald, direttrice del sito Graduate Fog, altro "cugino" inglese della Repubblica degli Stagisti. «Dobbiamo mettere da parte questa falsità. Quello che fanno le aziende è accaparrarsi lavoro senza pagarlo. Gli stagisti non sono lì a fare il thè e a distribuire la posta - lavorano sul serio e hanno diritto a essere pagati». La pensa così anche la maggior parte dei lettori che hanno commentato l'articolo («Gratis? Se mi dicessero che non mi pagano li manderei al diavolo»), ma c'è anche chi invita a essere più flessibili: «Io ho iniziato lavorando per due soldi, ma ho imparato cose che non hanno prezzo». D'altra parte, nota qualcuno, non tutti possono permettersi di lavorare gratis o quasi, che si impari qualcosa o meno, e gli stage gratuiti necessariamente diventano una forma di discriminazione sociale. Tra i commenti emerge però anche una certa confusione in materia legislativa: quando un tirocinio è fuori legge? Chi ha diritto al salario garantito per legge, chi no? Sono previste sanzioni per le aziende? Domande comuni a tanti stagisti inglesi come italiani.Annalisa Di Palo Per saperne di più, leggi anche:- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»- Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino- Gli stagisti inglesi visti dal Guardian: «carne da macello». E non è solo una metafora - Il Daily Telegraph mette il naso nella vita degli stagisti inglesi. Conclusione: non se la passano bene neanche loro

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«Il mio stage in Infocert? Un canestro perfetto»: la storia di Florentina

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Florentina Ponzi, Sales Manager in apprendistato per Infocert, a Roma.Se nella vita di ciascuno esistesse un momento preciso a cui attribuire un effettivo cambiamento, una variazione di rotta, per me sarebbe il 20 marzo intorno alle 15: la fine del mio percorso universitario. Ricordo ancora le emozioni ed il senso di libertà. Fin lì era stato come aver corso per anni, riuscendo a battere dei record, ma perdendo molto del rapporto con le persone… Poi, nel preciso momento della proclamazione, l'orologio ha rallentato, e ho iniziato ad avanzare con più serenità.Mi chiamo Florentina, ho 26 anni e sono cresciuta a Frosinone, dove nel 2007 mi sono diplomata al liceo scientifico. Un'estate e qualche falò dopo, eccomi a decidere non solo qualche materia approfondire, ma il mio intero futuro. Non avevo affatto le idee chiare su cosa volessi diventare, se non una giocatrice di basket, dopo 17 anni passati sul campo di gioco; ma, complice la mia statura, avevo chiuso a malincuore quel sogno nel cassetto. Questo non mi ha impedito di segnare comunque almeno altri due tiri vincenti sulla sirena. Il primo quando ho superato il test di Economia alla Luiss. Mi sono trasferita a Roma, nella casa di famiglia in cui da allora abito con mio fratello, e ho cominciato ad organizzare le mie giornate in autonomia, con lo studio ad occupare gran parte del mio tempo. Tre anni dopo ho conseguito la laurea di primo livello in Economia aziendale, indirizzo Management Internazionale; poi nel 2013 quella magistrale in Economia e direzione delle imprese con 110/110, e con all'attivo un Erasmus di sei mesi a San Sebastian, una delle città più belle dei Paesi baschi.Il secondo tiro a segno? Non si è nemmeno sentito il rumore gentile della rete che sbuffa al passaggio della palla: un centro perfetto, con una mail che diceva «la contatto per comunicarle che è stata scelta per lo stage in Sales Management...». Il mittente era la divisione HR di Infocert, società di servizi informatici presso cui mi ero candidata ad aprile 2014, giusto dieci giorni dopo il mio 25esimo compleanno. Ho iniziato i miei sei mesi in azienda ad inizio giugno, con un rimborso di 500 euro mensili e generosi ticket restaurant e, terminato lo stage, sono stata confermata nella direzione commerciale con un contratto di apprendistato triennale e uno stipendio di 1.200 euro netti, più buoni pasto da 9 euro.Oggi svolgo mansioni varie, molte delle quali apprese sin dai primi giorni dello stage, con un po' di difficoltà e insicurezza, ma in affiancamento continuo al mio responsabile. All'inizio è fondamentale uscire il prima possibile dalla propria comfort zone, buttarsi anche senza avere tutti gli strumenti, con la fiducia che il tempo che ci è concesso basterà a farsi trovare pronti. Da un anno e mezzo dunque in Infocert cerco di capire il processo decisionale dei clienti, le loro esigenze, e le rendo condivisibili tra gli attori aziendali coinvolti - linea prodotto, marketing, supporto tecnico - per trovare la soluzione migliore. Una volta trovata, redigo proposta economica e documentazione a corredo. Nel tempo le mie responsabilità sono aumentate, assumendo maggiore autonomia e cominciando a gestire clienti per il raggiungimento di obiettivi di fatturato. Sono stata inserita in una realtà estremamente operativa e oggi sono sicuramente maturata, ho imparato a gestire meglio l'ansia da performance, ad acquisire giorno dopo giorno maggiore sicurezza e a guardare con meno paura al futuro.L'azienda opera per digitalizzare i processi di documentazione cartacea - un motivo in più per cui non mi mai stato chiesto di fare una fotocopia in stage - ma ammetto che fatico a non stampare qualsiasi cosa possa essermi utile per imparare, approfondire, aggiornarmi, avendo un supporto teorico quanto più simile ad un libro. Non posso che giudicare positivamente la mia prima ed unica esperienza di stage. Se guardo indietro vedo seduta sui divanetti dell'ufficio una ragazza spaurita che aspetta di essere ricevuta a colloquio da colui che poi sarà non solo il suo responsabile, ma anche una guida preziosa, un esempio di dedizione e un punto di riferimento sempre pronto all'ascolto. Oggi la stessa ragazza passa davanti quei divanetti con un passo decisamente più sicuro. È possibile che segnerò altri canestri vincenti sul suono sirena, o altri meno emozionanti; ma anche che sbaglierò tiri, perderò partite, che mi affideranno il tiro decisivo e lo sbaglierò… Ma sarò sempre lì, pronta a tirare di nuovo!Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

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«Niente fotocopie, qui ci serve un programmatore» e per Ivan inizia la carriera in SIC

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Ivan Tridico, 25 anni, oggi assunto con contratto di apprendistato in SIC Servizi Integrati & Consulenze, a Milano.   Sono uno sviluppatore software innamorato del suo lavoro. Ho 25 anni, la stessa età dell’azienda che mi ha cresciuto, la SIC Servizi integrati & Consulenze, una società informatica piccola ma autorevole che fornisce servizi soprattutto alle aziende del settore energetico, chimico e meccanico. Ma partiamo dall’inizio.Sono nato e cresciuto a Milano, dove nel 2008 mi sono diplomato come perito informatico con 92/100. Poi ho scelto di proseguire con l’università, optando per Ingegneria energetica al Politecnico. Fin da ragazzino ho affiancato i miei studi a vari lavoretti: volantinaggio, addetto alla sicurezza, allestitore nelle fiere e collaboratore in un centro trasmissione dati. Più tanto sport, soprattutto arti marziali e basket, quest’ultimo sia da giocatore e da allenatore. Tutto ciò alle superiori non mi ha mai impedito di realizzarmi negli studi, grazie anche ad alcuni ottimi docenti e alla tanta passione che c’era dietro le attività extra scolastiche. Però arrivato al secondo anno di università alcuni problemi familiari hanno avuto il sopravvento, e sono stato costretto ad abbandonare, pur avendo dato metà esami. Mi sono concentrato a tempo pieno sui miei lavori: facendone due o tre per volta riuscivo a guadagnare anche 1200 euro al mese, però senza contratti stabili. Il lavoro non è mai mancato, ma era a chiamata. Del resto mi piacevano questi lavori e lavoretti, anche se spesso su turni notturni, perché sono sempre riuscito ad integrarmi bene nell’ambiente e a socializzare con colleghi e superiori.  Poi ad inizio 2012 mi sono imbattuto in un annuncio interessante pubblicato sulla Repubblica degli Stagisti: la società SIC offriva uno stage semestrale per sviluppatori software, con un rimborso mensile da 600 euro netti e generosi ticket restaurant. All'epoca come ho detto guadagnavo piuttosto bene, ma non ho esitato a inviare la mia candidatura: l’informatica era, ed è, la mia vocazione. A fine febbraio ho sostenuto il primo colloquio con l’aziendo presso la sede di Loreto, e poi un secondo colloquio a inizio marzo. Più di tutto delle selezioni mi è rimasto impresso un momento, o meglio una frase: «Qui non ci serve qualcuno che faccia delle fotocopie, qui ci serve un programmatore». E confermo, così è stato.Il 26 marzo ho iniziato il mio stage in SIC e in sei mesi ho imparato tantissimo, ho avuto modo di applicare e vedere in azione la teoria che da avido autodidatta mi sono costruito nel tempo. La fortuna di lavorare in una piccola azienda - SIC ha circa una ventina di dipendenti - sta anche nel fatto che si fa un po’ di tutto. In particolare io mi sono occupato dell'analisi delle esigenze del cliente, della progettazione e scrittura del database, dei programmi... Tutto ciò che sta dietro la realizzazione di un software. L'azienda fornisce software per la gestione di impianti petroliferi e per la telematizzazione delle accise e dei documenti doganali, oltre che assistenza e formazione tecnico-procedurale. A fine stage – era ottobre 2012 - sono stato confermato per un anno come collaboratore a progetto, in attesa di incentivi statali alle assunzioni che tardavano ad arrivare. In quel periodo il mio stipendio ammontava a circa mille euro al mese, senza buoni pasto. Poi finalmente, scaduto il contratto a progetto, è arrivata la bella notizia: la proposta di un contratto di lavoro molto più tutelante, un apprendistato triennale, con uno stipendio di 1200 euro e buoni pasto da 7,50 euro. Solo oggi quindi sono tornato a guadagnare cifre simili a quelle che guadagnavo qualche anno fa – seppur facendo lavori non contrattualizzati e che poco avevano a che fare con l’informatica - quindi sotto il punto di vista strettamente economico non è stato un buon investimento. Guardandomi indietro però so con assoluta certezza che rifarei la pazzia di dire addio ad un’entrata mensile pressoché stabile in favore di uno stage, perché alzarsi ogni mattina per andare a lavorare col sorriso, vedere i risultati dei propri sforzi e vivere otto, nove ore al giorno in un ambiente così professionale e amichevole,  che mantiene viva la mia passione, mi realizza come nient’altro farebbe. Qui in SIC srl mi sento veramente bene. Prendendo a prestito un'espressione dell'amministratore delegato Aurelio Fallabrino, mi sento uno di famiglia: perché è così che tutti mi hanno trattato sin dal primo giorno.  Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo    

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«Roma costosissima per gli stagisti, io ce l'ho fatta solo grazie a un'azienda rispettosa»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Giovanna Mostacciuolo, oggi assunta a tempo indeterminato nel settore contabilità di Infocert, a Roma. Ho 31 anni e sono di San Giorgio a Cremano, un paese a pochi chilometri da Napoli. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Economia della Federico II di Napoli, anche se l’esigenza di confrontarmi con il mondo del lavoro si è fatta sentire presto, già dai primi anni universitari. Così ho cominciato lavorando come hostess, oppure facendo volantinaggio ed animazione per bambini. Poi ho collaborato nell'azienda di famiglia, a titolo gratuito: mi occupavo di attività amministrative, redazione delle gare di appalto pubbliche e gestione del sistema di qualità Uni En Iso. Ad ottobre 2009 ho ottenuto la laurea specialistica in Economia delle imprese e dei mercati e ho deciso di cambiare città, non tanto per lavoro - avrei potuto  continuare a lavorare nell’azienda di famiglia, con altre condizioni contrattuali ovviamente - ma per essere indipendente ed essenzialmente per migliorare la qualità della mia vita. Così mi sono trasferita a Roma. Poco dopo il mio arrivo ho iniziato a lavorare con un contratto a progetto per una società che gestisce il credito di una multinazionale del settore telecomunicazioni. Nello specifico, mi occupavo di verificare la correttezza delle fatture  e di fidelizzare i clienti scontenti apportando degli sconti. Il tutto è durato tre mesi, a partire da giugno 2010, poi mi sono licenziata, ma per un'ottima ragione. Nel frattempo infatti mi ero candidata per uno stage: un mio amico, che durante la redazione della tesi si era interessato all’attività di InfoCert, azienda specializzata in servizi di certificazione digitale e gestione dei documenti elettronici, mi aveva segnalato che nella loro area amministrativa era aperta una buona posizione. Compilato il modulo sul sito aziendale, dopo qualche giorno sono stata contattata dall’ufficio Risorse umane per un primo colloquio conoscitivo telefonico. Poi sono stata invitata a sostenere un altro colloquio presso la sede Infocert, al quartiere Ardeatino, alla presenza delle risorse umane, del responsabile amministrativo e di quello che sarebbe diventato il mio tutor.  Il colloquio è durato circa un’ora e ricordo di essere rimasta colpita dall'ambiente giovanile e privo di formalismi, mi sono sentita da subito a mio agio. Ho parlato dei miei studi, delle mie esperienze lavorative precedenti, delle mie attitudini e punti di debolezza, e mi sono stati illustrati i dettagli dell'offerta di stage. Passate un paio di settimane poi è arrivata la telefonata dalle Risorse umane che mi informavano di aver passato le selezioni. E non solo: erano anche interessati  anche alla mie impressioni sulla società, cosa che mi lasciò quanto meno stupita. Nel mondo del lavoro purtroppo spesso non vengono considerate le idee e i punti di vista dei dipendenti. In InfoCert, invece, il dipendente conta, è considerato parte integrante e sostanziale dell’azienda. E non è poco! A fine settembre 2010 quindi ho iniziato il mio stage semestrale nell’amministrazione di InfoCert, dove mi sono occupata principalmente di contabilità ordinaria e controllo di gestione, all’inizio in affiancamento e in seguito in autonomia, percependo ogni mese un rimborso spese di  600 euro netti, più buoni pasto da 8,50 euro al giorno.  Un'avventura supportata da un lato da colleghi leali e disponibili e dall’altro dalla mia famiglia, che mi ha aiutata economicamente ad affrontare le spese. Roma è una città viva e piena di iniziative, non ci si potrebbe trovare male, ma la grande bellezza di questa città è offuscata dai suoi prezzi esorbitanti. Per uno stagista - anche con un buon rimborso - non è semplice far fronte alle spese, prima fra tutte l’affitto di una stanza. I monolocali sono inavvicinabili. Il costo della vita è quasi doppio rispetto a quello della mia città di origine, ma ho imparato presto ad adattarmi e oggi mi godo la città quasi come fossi turista, guardandola con ammirazione ed interesse costante. Roma oggi infatti è diventata la mia città adottiva: dopo i sei mesi di stage in Infocert, più uno di proroga, sono stata confermata con un contratto di apprendistato di 36 mesi, iniziato ad aprile 2011 [l'azienda dichiara una percentuale di stagisti assunti con questa tipologia contrattuale pari al 55%, ndr]. Quattro mesi prima della scadenza poi, l'apprendistato si è stato trasformato in contratto a tempo indeterminato. Oggi quindi, grazie ad uno stage in un’azienda seria e rispettosa, ho un lavoro che mi dà sicurezza, che mi piace, e che con uno stipendio netto di 1.200 euro al mese mi permette di non gravare più sulle finanze dei miei genitori. Direi che lo scopo per cui quattro anni fa ho lasciato il mio paese d'origine è stato raggiunto.   Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo 

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Voglia di diventare grande: e Marco lascia l'università per uno stage col Bollino

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Marco Ciacchini, 27 anni, assunto a tempo inderminato in Everis a Milano         Vengo da Fornacette, una frazione di un comune pisano; una volta diplomato a pieni voti all'istituto tecnico, nel 2005 mi sono iscritto ad Ingegneria delle telecomunicazioni all'università di Pisa e, influenzato da una miriade di interessi - innanzitutto la passione per auto e moto d'epoca, ereditata da mio padre, e poi quella per i viaggi - sono andato un po' a rilento: ho terminato la triennale nel 2010, proseguendo poi con la magistrale. Anni corredati peraltro anche da vari lavoretti per tirare su un gruzzoletto a fine mese, dalle ripetizioni alla compravendita di pezzi di auto e moto d'epoca. Seguiti tutti i corsi della magistrale e dopo aver sostenuto la metà degli esami necessari a ottenere la laurea, un colpo di testa mi ha fatto iniziare a mandare curricula qua e là, ma sempre in Toscana, per sondare le possibilità lavorative nella mia regione. A 25 anni, trovare lavoro e acquisire dipendenza era diventato un pallino e il completamento del corso di laurea è passato in secondo piano, rimanendoci. Dopo alcuni colloqui andati a vuoto, ho iniziato a ricevere chiamate con prefisso 02: il mio curriculum, caricato su un sito specializzato in job search, iniziava a essere visionato da alcune società di consulenza milanesi. E il telefono squillava. Pur non volendo spostarmi dalla Toscana, alla fine l'idea del trasferimento nella capitale del lavoro ha acquisito forma, e anche un nome: Everis, una società giovane e vivace che mi ha fatto sentire a casa fin dal primo giorno delle selezioni. Ci sono state diverse tappe: una prova di gruppo - un caso aziendale da discutere - una prova di inglese e colloquio individuale; poi altri colloqui individuali e tecnici, fino alla scelta finale, che è ricaduta su di me e su un altra ragazza, a partire da una decina di candidati. Dal primo contatto all'inserimento in team sono passati circa venti giorni. Mi sono trasferito a Milano - ricordo la data esatta - il 17 marzo dell'anno scorso e dopo due giorni ho iniziato la mia avventura in Everis: uno stage di sei mesi rimborsato 730 euro netti e venti buoni pasto da a 5,30 al mese. Con i tempi che correvano e corrono tutt'ora, un'opportunità da non lasciarsi sfuggire. Certo, non essendo di Milano buona parte del rimborso andava via in affitto - bisogna mettere in conto almeno 400 euro al mese - nonché in viaggi Intercity da e per la Toscana. Dal primo giorno di stage ho collaborato ad un progetto di consulenza IT per la gestione della parte CRM e di una porzione infrastrutturale di una piattaforma televisiva, acquisendo giorno dopo giorno maggiori conoscenze e competenze: una scuola pratica per entrare a pieno nel giro, senza che per questo mi fossero affidati compiti irrilevanti solo perché ero stagista. Alla fine dello stage mi è stato proposto subito un tempo indeterminato del terzo livello del ccn del commercio, retribuito con circa 1600euro lordi mensili e buoni pasto da 8.50 euro e sempre all'interno del settore IT. Proposta accettata con gioia naturalmente. La qualità del lavoro e della vita aziendale, anche facendo paragoni con amici che hanno occupazioni uguali o simili, è molto alta: si sta bene, non ci sono rigidi formalismi, l’atmosfera è quasi sempre piacevole e rilassata. E con i tanti progetti avviati dall'azienda, si ha modo di vagliare alternative eterogenee, e di capire quale settore può piacere e quale no. Al momento sinceramente non so se questa è la carriera giusta per me: ci sono sono così tante sfaccettature e stimoli che mi circondano che il dubbio bussa sempre alla porta, ma mi sento molto fortunato ad avere un lavoro come questo. Per il momento non mi pento di non aver terminato la specialistica: sono ariuscito ad arrivare dove sono già con una buona triennale e l'elasticità mentale che l'università non ti può insegnare. Il settore e il progetto nel quale sono inserito sono di per sè attraenti e il rapporto con i colleghi è ottimo, quindi per il momento direi che va più che bene così. Con uno stipendio pieno riesco a mantenermi autonomamente e vivo in affitto con un mio amico, delle mie parti, trasferitosi anche lui per lavoro. Dire che sono soddisfatto del mio tenore di vita forse è eccessivo, ma sono ciò che più mi gratifica è riuscire a fare tutto con le mie forze, senza chiedere supporto alla mia famiglia. A seconda dei mesi, riesco anche a mettere qualcosa da parte.  Insomma, a 26 anni mi sento grande. Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo Leggi qui tutte le altre testimonianze degli Stagisti col BollinoScopri a questo link quali sono le aziende che hanno aderito al Bollino OK Stage, sottoscrivendo la Carta dei diritti dello StagistaVai alla sezione Annunci per vedere se qualcuna di queste aziende sta cercando uno stagista!

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