"Stage in Commissione UE, una delle esperienze più formative nel mio campo "

Dal 1° al 31 gennaio è aperto il bando per candidarsi agli stage per la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Lorenzo Marchese. La comunicazione è dappertutto. Ne sono convinto. Tanto che inizio così la mia presentazione su LinkedIn. La mia passione per la comunicazione discende dalla mia passione per la politica. Secondo me non possono esistere in maniera separata. Qualsiasi attività pubblica ha bisogno di comunicazione. Per questo ne ho fatto la mia professione. Oggi sono un free lance. Un consulente indipendente in relazioni pubbliche, comunicazione  e affari europei a Bruxelles, ma la mia storia inizia in Italia, 27 anni fa. Sono nato ad Alessandria. Lì ho frequentato il liceo classico fino al terzo anno. Poi ho vinto una borsa di studio per il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico: 32mila euro per due anni, per concludere la mia formazione superiore a Trieste, con quello che viene chiamato baccellierato internazionale , concentrando gli studi su sei materie e in particolare, per me, in storia, filosofia e letteratura italiana. Ne sono venuto a conoscenza grazie a un bando regionale, mi sono candidato e ho passato due fasi di selezione, regionali e nazionali. La borsa copriva tutti i costi, compreso vitto e alloggio presso le strutture della scuola, e mi ha permesso di ottenere un diploma valido per l'ammissione universitaria in più di 80 Paesi al mondo. Dopo la maturità, volevo continuare a studiare filosofia. Per questo ho cercato un'università inglese, sia per la metodologia di studio, sia perché mi sembrava offrisse opportunità di carriera dopo il corso di studi. Mi hanno preso a Warwick, dove ho studiato per tre anni, dal 2006 al 2009. Le tasse universitarie erano di circa 3mila sterline l'anno, a cui bisognava aggiungerne almeno 800 euro al mese per vivere. In questo periodo ho potuto contare molto sul sostegno dei miei: non ho fatto lavori particolari per mantenermi, se non una breve esperienza estiva di un mese, tra il primo e il secondo anno di università, come insegnante di inglese in Polonia, per bambini tra gli 8 e i 12 anni, in un villaggio dal nome poco pronunciabile: Przytok. L'annuncio l'ho trovato nel dormitorio dell'università. Mi sono detto: perché no? Ho mandato il mio cv e mi hanno preso, anche se ero l'unico non madrelingua a insegnare inglese! Verso la fine del triennio, ho iniziato a guardarmi intorno per entrare nel mondo del lavoro. Vedevo però che molte posizioni richiedevano un master, così mi sono iscritto, sempre a Warwick, a un master in filosofia continentale (quella che da noi sarebbe "filosofia del Novecento"). Anche qui, l'appoggio della mia famiglia è stato fondamentale per mantenermi. I costi si aggiravano intorno alle 4mila sterline. Nello stesso periodo sono stato molto attivo in diverse attività studentesche: sono stato responsabile della comunicazione sia per la società studentesca di Amnesty international che per la società studentesca di filosofia, oltre che presidente studentesco del club di Tai Chi. Questa parte della mia carriera universitaria è stata molto importante per il mio futuro: non erano esperienze pagate, ma era comunque richiesto un certo impegno. E' lì che ho imparato i rudimenti della mia professione ed è in quel periodo che è nata la mia passione per la politica europea. Così, terminati gli studi, ho deciso di venire a Bruxelles. Mi sembrava il posto giusto dove stare e maturare. Mentre cercavo lavoro, ho iniziato a studiare francese e dopo quattro mesi ho trovato un posto da stagista come assistente al segretario generale di Lymec, l'associazione giovanile di ALDE, il gruppo politico dei liberali europei. Era uno stage con un contratto belga di "immersione professionale", pagato 700 euro al mese, da marzo a luglio 2011. Un buon rimborso. Di certo non abbastanza per essere indipendenti, ma potevo contare ancora su un leggero aiuto dalla mia famiglia. Per Lymec mi occupavo di comunicazione, organizzazione di eventi, editing di testi, social media, ma avevo già deciso, una volta conclusa l'esperienza, di fare un altro master, questa volta in studi europei: sentivo che la mia conoscenza della materia non era ancora abbastanza approfondita. Di nuovo, altro giro di candidature. Questa volta mi hanno preso alla London School of Economics, al master in "European Studies: Ideas and Identities". Un anno di corso, da settembre 2011 a ottobre 2012, su cui ho investito molto, anche a livello economico (le tasse universitarie erano di quasi 16mila sterline). In parallelo mi sono impegnato come responsabile della comunicazione per la Società europea degli studenti della LSE. E' stata un'altra esperienza fondamentale per il mio futuro, perché mi ha consentito di entrare in contatto con una rete molto estesa di esperti di materie europee, nonché di organizzare eventi con ospiti di rilievo: membri del Parlamento europeo (come Niccolò Rinaldi) o economisti riconosciuti a livello inglese o internazionale, come Yannick Naud. A Londra, poi, ho deciso di unire finalmente la mia passione per la comunicazione a quella per la politica: mi sono iscritto al partito Italia dei Valori e, come attivista, sono diventato responsabile per la comunicazione per il Regno Unito e, in seguito, assistente del direttore della comunicazione per gli italiani all'estero. Ho contribuito, ad esempio, alla costruzione del sito internet per le elezioni nazionali del 2013 e ho imparato moltissimo sulle tecniche di comunicazione pubblica e politica. Verso la fine del master, ho mandato la mia candidatura per lo stage alla Commissione europea. Dopo la prima fase di scrematura, sono entrato nel famoso bluebook, ovvero nella lista dei candidati che possono essere chiamati dalle varie Direzioni generali. A volte le unità cercano profili specifici, attraverso una ricerca per parole chiave. Ma chi è nel bluebook sa che è anche il momento di contattare gli uffici a cui sono interessati per mettersi in luce. Qualcuno usa la parola lobby. Secondo me non è corretto. Si tratta semplicemente di cercare di farsi conoscere, come si farebbe in qualsiasi momento uno cerchi lavoro. A me interessava la Direzione Generale per la Comunicazione: ho cercato quali fossero i direttori a cui mandare una mia presentazione mirata. Su quattro richieste, mi hanno contattato per due colloqui. E alla fine mi hanno offerto un tirocinio al Servizio del Portavoce, nell'unità "Cittadini e Budget", con il classico rimborso da mille euro al mese. Il Servizio di Portavoce è quello che ha il compito di interfacciarsi con i media, esprimendo la voce ufficiale della Commissione. Ho imparato come quello che succede alla Commissione viene raccontato alla stampa e penso ancora che quella sia stata una delle esperienze più formative per la mia carriera anche per la fortuna di lavorare con un grandissimo professionista nel campo delle relazioni pubbliche. Come stagista, aiutavo il portavoce per il budget, Patrizio Fiorilli, a preparare le risposte per i giornalisti e nella ricerca di dati di background, in quello che considero il momento più delicato e importante di tutto il dibattito politico europeo: era in fase di approvazione il Multiannual Financial Framework, ovvero il quadro delle politiche di spesa per il settennato 2014-2020. Al termine dello stage, volevo comunque restare a Bruxelles. Ho mandato quasi 60 curriculum e un mese dopo, nell'aprile 2013, ho ricevuto un'offerta di contratto a tempo determinato come project e communication officer per il Cefic, l'associazione delle industrie chimiche europee (European Chemical Industry Council), occupandomi di relazioni con i media, promozione di eventi, campagne di comunicazione online o offline. Di sicuro lo stage in Commissione ha avuto il suo peso nel curriculum. È un'esperienza che dà lustro anche se, nella comunicazione, credo sia ugualmente importante sviluppare competenze  tecniche con esperienza sul campo. Il mio contratto si è concluso un anno dopo, nell'aprile 2014, in un momento in cui il mercato del lavoro a Bruxelles non era molto aperto. Così mi sono creato da solo la mia opportunità: l'interesse che ho riscontrato per potenziali attività di comunicazione mi hanno spinto a diventare un consulente indipendente, un libero professionista. Nell'ottobre scorso ho aperto una partita iva belga. L'ho scelta non tanto per la tassazione, che non è poi così diversa da quella italiana (l'iva nel settore dei servizi è al 24% e tra contributi e tasse se ne va circa un terzo delle entrate lorde), quanto per la burocrazia: è molto forte anche qui in Belgio, ma almeno cerca di aiutare il lavoratore e non di ostacolarlo. Ai miei clienti, al momento principalmente formati da associazioni internazionali, offro pacchetti su misura con un impegno tra le 40 e le 50 ore mensili. La mia attività è ancora in fase di avviamento: sono partito a ottobre con un solo cliente e con un fatturato limitato. Ma l'attività sta crescendo e conto, entro giugno, di arrivare a un guadagno netto di almeno circa duemila euro al mese. Non escludo di tornare in Italia prima o poi. Non credo che sia una causa persa a livello di possibilità di cambiamento, anche per i giovani. Conosco ragazzi della mia età che hanno trovato buoni posti di lavoro. Non dico che non tornerei in Italia perché non offre opportunità. Solo che ne offre meno di altri. Anche qui a Bruxelles non è facile, ma al momento amo troppo questa città. Per me questa città è il punto di incontro tra il nord e il sud. Credo che prenda il meglio da tutte le culture europee: un'organizzazione abbastanza efficiente del welfare, ma anche un clima culturale vivo e un atteggiamento verso la vita piuttosto rilassato, oltre alla capacità di accoglienza verso tutti. Troverei il modo di restarci in ogni caso, anche se non ci fossero le istituzioni europee. testo raccolto da Maura Bertanzon

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Laura Serrao: «Quanta fatica per riuscire a fare lo stage alla Commissione europea! Ma ne è valsa la pena: a distanza di due anni sono ancora qui. Assunta»

Dal 1° al 31 gennaio è aperto il bando per candidarsi agli stage presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Laura Serrao.Ho 29 anni e sono nata a Roma. Dopo il liceo linguistico mi iscrissi a Scienze politiche con l'idea di intraprendere la carriera diplomatica; al penultimo anno di università ottenni una borsa Erasmus e nell’ottobre 2003 partii per l'università Paris VIII - Saint-Denis, restandoci fino alla fine dall'anno accademico.  Un'esperienza molto formativa, per la prima volta mi trovavo a vivere da sola, e per di più in un altro Paese! Purtroppo dal punto di vista accademico mi sentii lasciata allo sbaraglio: niente informazioni o appoggio dalla mia università, grandi problemi nel farmi riconoscere gli esami. Così alla fine mi dedicai a fare ricerche per la tesi. Tornata in Italia, una volta finiti gli esami decisi di fare una prima esperienza lavorativa e attraverso l’ufficio stage dell’università scoprii il Mae-Crui, un programma che permette ai giovani di passare un periodo di tre mesi presso il ministero degli Esteri o in un'ambasciata o consolato. Cominciai il Mae-Crui nell'aprile del 2006; non era previsto alcun rimborso, neanche i buoni pasto. La mia università con fondi propri dava dei rimborsi - dai 500 ai mille euro per l'intero periodo, se non sbaglio - a chi veniva assegnato a sedi estere, ma essendo rimasta io a Roma non ne avevo diritto. Mi assegnarono al Cerimoniale diplomatico; all'inizio ero molto intimorita da quell'ambiente così formale, però con il passare del tempo imparai come muovermi e colsi l'occasione per confrontarmi con ambasciatori di vari paesi. Un'esperienza veramente formativa, che però al tempo stesso mi fece capire che non era quella la strada che volevo seguire.Al ministero gli stagisti erano concentrati presso gli uffici del 4° e 5° piano, mentre io mi trovavo al 1°: nel mio ufficio eravamo in tre. Alla fine dei tre mesi di stage chiesi e ottenni un rinnovo – anche se non molti lo sanno, il Mae-Crui può arrivare fino a 12 mesi. Rimasi lì fino alla fine di settembre del 2006. Per un breve periodo mi venne affidato il compito di formare le nuove stagiste: quando arrivarono, il capo dell'ufficio mi chiese di insegnare loro quello che avevo imparato io fino ad allora, anche perché nel frattempo il mio tutor era stato assegnato ad una sede estera e si attendeva l'arrivo di un nuovo diplomatico nell'ufficio – quindi in quel periodo oltre al capo ufficio e alle segretarie c'eravamo solo noi stagiste. Alla fine mi fu proposto di rimanere ancora, ma trattandosi di un ministero non c'era nessuna possibilità di ottenere un contratto; così decisi di riprendere gli studi.L'anno successivo, sempre tramite la Crui, feci un altro stage a cavallo dell'estate – da maggio a luglio – presso la sede centrale dell'Ice a Roma. Nel mio ufficio eravamo sei stagisti a fronte di una trentina di dipendenti. In questo caso era previsto un rimborso spese, ma quando arrivai io era stato sospeso a causa di tagli vari – ricevetti poi dei soldi qualche mese dopo la fine dello stage, una cifra intorno ai 300 euro. Purtroppo in quel caso fui costretta, per problemi familiari, a interrompere lo stage dopo appena due mesi. Poco dopo ottenni una borsa di studio del ministero degli Esteri per il Collegio d'Europa di Bruges, per un master internazionale in Affari europei considerato tra i più competitivi al mondo, e così partii alla volta del Belgio. Il master durò dal settembre del 2007 al giugno del 2008. La borsa di studio copriva solo parzialmente il costo del corso, all'epoca circa 7mila euro su 17mila; la scuola aveva dormitori e mensa, ma in pratica questa parte dei costi era a carico degli studenti. Alcuni miei compagni avevano ottenuto delle borse integrative dalle regioni o dalle università di provenienza, ma nel mio caso la Regione Lazio non prevedeva nulla di simile: quindi furono i miei genitori a coprire la restante quota, anche perché durante il master la frequenza era obbligatoria e la mole di lavoro non mi avrebbe consentito di lavorare.Nel frattempo, lo stage in Commissione. Questo era sempre stato un mio pallino: con delle mie compagne di università avevamo presentato domanda subito dopo la laurea, ma nessuna di noi era riuscita ad entrare nel “Bluebook”, il database da cui la Commissione attinge per reclutare gli stagisti. Ricordo la delusione, eravamo tutte neolaureate con ottimi voti e, pensavamo, con ottimi curriculum… Ora, dopo essere passata dall'altra parte della barricata (l'anno scorso ho fatto parte del jury di selezione) mi rendo della quantità e qualità delle domande che ogni sei mesi arrivano in Commissione, soprattutto dall'Italia – forse anche perché noi siamo tristemente abituati a stage non retribuiti, e un rimborso spese di più di mille euro è molto allettante, senza considerare il valore formativo di un'esperienza in Commissione.Insomma, mentre facevo il master a Bruges feci di nuovo domanda, e questa volta entrai nel Bluebook. Nelle settimane seguenti alcuni miei compagni vennero chiamati a Bruxelles per fare dei colloqui, altri avevano già ottenuto la conferma dello stage, io invece ricordo che tornai a Roma senza nessuna risposta. Ero un po’ delusa. Poi invece dopo quasi un mese ecco arrivare la mail tanto agognata: la Commissione mi offriva uno stage presso il Segretariato generale, nella direzione per i rapporti con il Parlamento. Non potevo chieder di più. A settembre sbarcai Bruxelles per cercare casa, insieme al mio ragazzo che aveva deciso di seguirmi. Trovato un appartamento rientrammo in Italia e a fine mese ripartimmo con la macchina carica di valigie e pacchi: 18 ore di viaggio, un incubo, ma finalmente eravamo pronti ad iniziare questa nuova avventura! Lo stage durò dall’ottobre del 2008 al febbraio del 2009. Eravamo una ventina di stagisti in tutto il Segretariato generale, che conta circa 600 membri dello staff; dei tre stagisti assegnati alla mia direzione io ero l'unica italiana. Il lavoro consisteva principalmente nel seguire i lavori del Parlamento Europeo, nelle commissioni parlamentari e nelle sedute plenarie. Ogni funzionario dell'ufficio era responsabile di seguire una commissione: per il primo periodo io seguii insieme alla mia advisor quella sulle Libertà fondamentali; dopo un paio di mesi, quando uno dei funzionari lasciò l'ufficio, il capo unità mi affidò la commissione per i Trasporti. Una grande responsabilità, che mi permise di dimostrare quello che avevo imparato fino ad allora: si trattava di seguire i lavori e poi relazionare all'ufficio e a tutta la gerarchia. In pratica andavo in Parlamento un paio di giorni a settimana e seguivo i dibattiti della Commissione per poi scrivere delle note informative. La casa, una settantina di metri quadrati nel cosiddetto “quartiere europeo”, costava a me e al mio ragazzo poco meno di mille euro comprese le spese. Anzi dovrei dire “ci costa”, perché ci siamo rimasti ben oltre il mio stage: viviamo ancora qui. Fin dal principio avevo intrapreso l'esperienza dello stage nell'ottica di fermarmi a Bruxelles dopo, perché rispetto all'Italia ci sono più possibilità lavorative e perché avevo speso i due anni precedenti a specializzarmi nel diritto e nella politica dell'UE. Purtroppo però il periodo è coinciso  con l'inizio della crisi economica, che chiaramente si è fatta sentire anche qui, quindi di offerte di lavoro non ce n’erano molte. Poi una mattina, poco prima delle vacanze di Natale, arrivo in ufficio, accendo il computer e tra le news sull'intranet vedo che un'unità della mia direzione cerca un agente contrattuale, con un profilo simile al mio. Un paio di anni prima avevo scoperto l'esistenza di queste selezioni per entrare nel database della Commissione per agenti contrattuali, e così nel corso degli anni avevo provato a propormi per dei contratti, ma senza successo. Ora proprio nel mio ufficio si apriva una possibilità: una specie di miracolo. Non passano neanche 30 minuti che ho già spedito la mail con il cv. Qualche giorno dopo vengo chiamata per il colloquio, la capo unità mi spiega che si tratta di un contratto di nove mesi per aiutare la Direzione durante il periodo di preparazione per le audizioni parlamentari della nuova Commissione Europea, mi dice che ci sarà tanto lavoro da fare, ma che sarà anche molto interessante vivere in prima persona il momento della transizione dopo le elezioni europee. Così subito dopo fine del mio stage ho iniziato a lavorare in Commissione. Da allora è passato più di un anno, il contratto iniziale è stato rinnovato, e quando il lavoro per cui sono stata assunta è terminato ho trovato posto presso un'altra Direzione generale della Commissione, la DG Ricerca, dove lavoro come project officer seguendo le sovvenzioni comunitarie ai ricercatori europei.Il mio stipendio netto è di 2410 euro, rispetto a quando sono stata assunta c'è stato un minimo aumento dovuto all'adattamento del salario al costo della vita e all'inflazione. Il mio caso è un po' particolare – intendo i vari contratti frammentati: normalmente i contratti standard sono di un anno e vengono poi rinnovati per altri due anni. Mi ritengo fortunata per aver potuto cominciare a lavorare subito. Il passaggio da stage a contratto non è automatico, anzi tutt'altro, e come in tutto serve la fortuna di trovarsi al momento giusto al posto giusto. Non basta essere apprezzati dal capo ufficio durante lo stage per ottenere un contratto alla fine dei cinque mesi: deve esserci un posto vacante, e bisogna avere il giusto profilo, e in linea di massima per ogni posto vacante devono essere chiamate per il colloquio almeno tre persone. In più per diventare agenti contrattuali bisogna aver superato una selezione (CAST), che si svolge in genere ogni uno o due anni, ed essere quindi in un database specifico. Fino a qualche anno fa inoltre c'era una regola, e forse in alcune DG c'è ancora, per cui non si può assumere un ex stagista se non dopo un certo periodo di tempo. Detto ciò il mio non è un caso isolato, conosco altri ex stagisti che poi hanno ottenuto un contratto, anche se spesso non nello stesso ufficio in cui hanno svolto lo stage o magari dopo qualche tempo. Il vantaggio di aver fatto lo stage è sicuramente quello di avere un'ottima formazione professionale: questo chiaramente in fase di selezione può fare la differenza. Lo stage in Commissione è molto apprezzato e spesso considerato un prerequisito per molte offerte di lavoro anche nel settore privato a Bruxelles.Testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Nuovo bando per 600 stage da mille euro al mese alla Commissione europea: ci si può candidare fino al 31 gennaio E le testimonianze degli altri ex stagisti:- Mario Sgarrella: «Ho fatto in sequenza lo stage all'Ecdc di Stoccolma e quello alla Commissione europea: due esperienze super interessanti»- Cinque Paesi in cinque anni: la storia di Daniela Amadio e il racconto del suo stage alla Commissione europea- Carlotta Pigella, Torino-Bruxelles andata e ritorno: «Il mio stage alla Direzione generale Affari Marittimi della Commissione UE? Internazionale e professionalizzante»- Pasquale D'Apice: «Rapporti umani e network di conoscenze, ecco il prezioso valore aggiunto degli stage alla Commissione europea»- Dalla metafisica al trattato di Lisbona: la storia di Mauro Pedruzzi, filosofo stagista alla Commissione europea- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»

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Prima stagista e poi social media manager: per Chiara il lavoro arriva dopo il tirocinio in Commissione Ue

C'è ancora pochissimo tempo, fino al 3 febbraio a mezzogiorno, per candidarsi a uno dei 700 tirocini offerti dalla Commissione Europea per la sessione autunnale del progetto. Il compenso è di più di mille euro al mese, e l'esperienza - come racconta alla Repubblica degli Stagisti Chiara Scilhanick, ex stagista all'ente di governo Ue e oggi social media manager per il Parlamento europeo - di quelle che non si dimenticano.    Dopo il liceo scientifico, nel 2005, ho lasciato Mantova per seguire il sogno della carriera diplomatica a Roma. Una scelta che ho fatto in totale indipendenza dalla mia famiglia, che mi ha però sostenuto in questa decisione. Avevo diciannove anni; mi sono iscritta a Scienze Politiche all’università Luiss e ho poi proseguito gli studi in Relazioni Internazionali presso lo stesso ateneo. All’inizio del secondo anno di triennale ho saputo che un gruppo di ragazzi dell’università stava dando vita a un progetto di radio studentesca, che ho subito abbracciato con entusiasmo: la collaborazione con RadioLuiss mi ha accompagnata fino alla fine della specialistica. Da speaker e coautrice di un programma di intrattenimento, sono passata alle Relazioni esterne, settore che poi ho guidato per circa un anno. Ho imparato molto da quell’esperienza. Pur essendo tutti ragazzi lavoravamo come dei 'grandi': le riunioni settimanali, i direttivi, i rapporti con gli uffici dell’università, con gli uffici stampa, con gli ospiti e con i fornitori esterni.Durante la specialistica ho vinto due borse di studio di tre mesi, per un valore complessivo di circa 1400 euro, entrambe finalizzate alla stesura della tesi all’estero: dopo l’Erasmus a Sciences Po a Parigi ho seguito il mio relatore a Bruxelles, dove ho svolto ricerche in Commissione europea e interviste a funzionari, corrispondenti e giornalisti. Poco prima di rientrare in Italia ho scoperto di essere stata selezionata per il tirocinio Mae Crui in Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione europea e ho quindi prolungato il mio soggiorno brussellese di qualche mese, fino a fine maggio 2010. Ho lavorato per cinque mesi nell’ufficio per le relazioni con il Parlamento europeo, una funzione un po’ differente rispetto a quelle degli altri circa venti tirocinanti selezionati insieme a me, dislocati principalmente tra le diverse aree legate alle politiche seguite dal Consiglio dell’Ue. Considero l’esperienza presso la Rappresentanza Permanente la più formativa che abbia svolto sino ad ora: non ancora laureata (ho discusso la tesi, ottenendo la lode e la dignità di pubblicazione, ad aprile 2010) e alla prima vera esperienza di stage, mi trovavo a seguire le discussioni delle diverse commissioni parlamentari, a redigere report e resoconti che venivano inviati, anche con la mia firma, al ministero degli Esteri, ad assistere alle sessioni plenarie di Strasburgo, a incontrare parlamentari europei italiani e non e a partecipare a incontri esterni, ad esempio presso la rappresentanza di Confindustria.Dal punto di vista finanziario, la situazione non era delle migliori: il tirocinio Mae Crui non prevedeva alcuna retribuzione e a Bruxelles spendevo circa 500 euro per l’affitto. Tuttavia la ritengo comunque una fase del mio percorso professionale valida e altamente formativa, specialmente perché vissuto prima della laurea.  Al rientro in Italia, dopo essermi messa alla prova con il concorso diplomatico, ho svolto un nuovo tirocinio nella stessa università in cui avevo studiato, nel settore Sviluppo internazionale e accordi: sei mesi per poco meno di 600 euro al mese. Nel frattempo mi ero candidata per lo stage in Commissione europea e a dicembre ho scoperto di essere stata preselezionata e inserita nel Blue Book. Poco prima avevo fatto un colloquio per uno stage 'atipico', quindi senza indennità, nella Rappresentanza della Commissione europea a Roma e avevo rinunciato proprio per non perdere l’opportunità dello stage che prevedeva compenso (non è possibile svolgere lo stage classico in Commissione europea se si è già svolta un’esperienza di più di sei settimane in una qualsiasi istituzione Ue). Ho quindi pensato di ricontattarli: nella scelta della direzione generale avevo infatti indicato come prima preferenza la sezione Comunicazione, nella quale rientrano anche le Rappresentanze, e la mia tesi di laurea specialistica aveva come titolo «La percezione dell’Unione europea nei mass media e nell’opinione pubblica»: la Rappresentanza mi calzava quindi a pennello! A gennaio ho avuto la conferma di essere stata selezionata e il primo marzo 2012 ho iniziato il mio stage nel settore stampa, per 1070 euro al mese più il rimborso del viaggio da e per Roma (da Mantova, luogo di residenza) e una missione spesata di tre giorni a Bruxelles per incontrare gli altri 600 tirocinanti.Le Rappresentanze negli Stati membri vengono scarsamente prese in considerazione quando si fa domanda per lo stage in Commissione europea, invece in alcuni casi possono rappresentare la scelta ottimale. Certo, l’ambiente di Bruxelles è diverso, ad ogni ciclo ci sono centinaia di ragazzi da tutta Europa che si incontrano e vivono una sorta di Erasmus, un’esperienza divertente e stimolante allo stesso tempo, che io avevo in qualche modo provato l’anno precedente. L’ambiente più ristretto della Rappresentanza offre però delle opportunità che difficilmente si hanno a Bruxelles: la possibilità di occuparsi di mille mansioni diverse ad esempio, oppure di incontrare personalmente commissari e direttori generali. Pur essendo formalmente inserita nel settore stampa ho svolto tantissime attività diverse: dal monitoraggio dei media, all’organizzazione di eventi e incontri ristretti e di alto livello, alla partecipazione a fiere e manifestazioni, alla gestione degli account social media. Così come era stato con il tirocinio in Rappresentanza Permanente a Bruxelles, l’aspetto migliore dello stage in Commissione è il fatto di essere considerati a tutti gli effetti parte dello staff: il tirocinante è coinvolto in tutte le attività dell’ufficio e i compiti affidati sono quasi sempre di responsabilità. Durante lo stage ho avuto modo di seguire la fase preliminare di un progetto pilota sui social media che avrebbe coinvolto la Rappresentanza nei mesi successivi: mi sono candidata per parteciparvi e, dopo il colloquio a Bruxelles con la società esterna vincitrice dell’appalto, ora sono social media community manager per la Rappresentanza della Commissione e l’ufficio d’Informazione del Parlamento europeo, che si trova nello stesso edificio a Roma. Faccio parte di un team europeo (siamo 28 ragazzi, uno per Stato membro) con un coordinatore centrale a Bruxelles, e mi occupo di sostenere e affiancare gli uffici nella gestione dei propri account social media. Tre giorni a settimana da dividere tra Commissione e Parlamento per 250 euro lordi al giorno: circa 1700 euro netti al mese. Lavoro come consulente freelance, sulla base di buoni d’ordine mensili, e il progetto dovrebbe terminare alla fine del 2014.Al sogno della carriera diplomatica si è insomma negli anni sostituita l'ambizione di continuare a lavorare per le istituzioni europee ed è su questo che mi sto impegnando attualmente. Sono soddisfatta del lavoro che svolgo, che trovo estremamente stimolante e perfettamente in linea sia con il mio percorso di studi che con le mie inclinazioni e mi ritengo decisamente fortunata rispetto a molti miei coetanei, ancora a caccia di stage mal retribuiti e poco entusiasmanti.Credo che il tirocinio in Commissione europea sia stato determinante per la funzione che svolgo ora: è chiaro e risaputo che gli stage in Commissione hanno una durata fissa e le assunzioni nelle istituzioni europee avvengono quasi esclusivamente tramite concorso, tuttavia il suo peso sul curriculum è sicuramente importante e averlo svolto può costituire una condizione preferenziale nella ricerca di un lavoro a Bruxelles o comunque in ambito europeo.Concludo con un plauso al lavoro svolto dalla Repubblica degli Stagisti. Trovo in particolare utilissima l’idea del Bollino OK stage per reperire le informazioni utili prima di candidarsi e individuare i percorsi che val la pena seguire e quelli che, invece, andrebbero evitati.Testo raccolto da Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Mille euro al mese per 700 stagisti: al via le nuove selezioni alla Commissione Ue- Decine di stage nelle agenzie "minori" della Ue: compensi da più di mille euro all'Era, Efsa ed Ecdc- «Nel bluebook della Commissione Ue si entra grazie al cv, ma per lo stage bisogna fare lobbying»- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»- Dalla metafisica al trattato di Lisbona: la storia di Mauro Pedruzzi, filosofo stagista alla Commissione europea

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«In Commissione europea la mia passione per il video è diventata un lavoro»: la storia di Maddalena Monge

Dal 1° luglio al 1° settembre è aperto il bando per candidarsi agli stage da mille euro al mese presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Maddalena Monge.Ho quasi 29 anni e sono di Rovigo. Nel 2001 dopo il liceo scientifico mi sono iscritta a Scienze della comunicazione a Ferrara, svolgendo metà del secondo anno a Barcellona con un Erasmus. Per la specialistica invece mi sono trasferita a Milano per studiare Televisione, cinema e produzione multimediale alla Iulm. Il primo anno ho usufruito del pensionato universitario, molto economico - pagavo meno di 200 euro per una doppia - e ottimo per conoscere nuova gente; poi ho preso di nuovo una doppia a 300 euro, un prezzo comunque basso per gli standard milanesi. Già la retta era abbastanza cara: 4.500 euro all'anno!Negli ultimi sei mesi della biennale, che ho finito a febbraio 2006, ho fatto anche il mio primo stage in un'agenzia di comunicazione: si trattava di documentare con video e foto alcuni eventi milanesi - la settimana del design ad esempio - dando spazio agli artisti minori o con scarsa visibilità e alla street culture. Il tutto con un contributo di 10 euro al giorno. Come volontaria invece ho collaborato con Esterni.org, realizzando ad esempio il backstage del Miff, il Milano International Film Festival. Io e i miei colleghi universitari compravano da soli le videocassette, ma poi andavamo gratis al cinema e alle serate; allora era più che sufficiente: quello che ci interessava era praticare la teoria che spiegavano a lezione. E poi ho partecipato a mostre fotografiche, creazioni video, loghi pubblicitari; tutto gratis o con piccoli contribuiti. Finita l'università ho iniziato un master in Ideazione e progettazione di audiovisivi alla Cattolica, pagando 5 mila euro per un anno. Alla fine era previsto uno stage di quattro mesi, che io ho svolto a Roma presso la società di produzione audiovisiva Wilder per la trasmissione Tetris di La 7, a partire da settembre 2007. A Tetris svolgevo ricerche, preparavo scalette, schede degli ospiti, interviste; e svolgevo assistenza per i servizi su Roma e in studio il venerdì. Il clima in redazione era informale e amichevole: oltre a me e un altro stagista, c'erano tre giornalisti, un caporedattore, tre autori e tre produttori. Si lavorava tanto ma eravamo motivati. Per quei quattro mesi, fino a dicembre, ho ricevuto dall'università un contributo di 400 euro mensili - una borsa di studio in sostanza. Poi finito lo stage a febbraio sono stata assunta con un contratto co.co.co da 750 euro mensili per le ultime dieci puntate della stagione. Alla fine, causa tagli, non si sapeva se il programma sarebbe stato confermato e io nel frattempo mi ero preparata un "piano B" facendo domanda per uno stage alla Commissione europea. Quando gli autori di La7 hanno avuto l'ok io ero già in partenza per Bruxelles. Avevo saputo di questa opportunità tramite una newsletter, e ci ho voluto provare. In ambito internazionale avevo già all'attivo il Servizio civile internazionale a Reykjavik, in Islanda, durante l’estate 2008: un progetto di sensibilizzazione ambientale tramite la fotografia scoperto tramite la Scuola romana di fotografia dove avevo fatto un corso serale. Per candidarsi agli stage in Commissione è sufficiente sapere bene un'altra lingua Ue - anche se poi la competività è molto alta - quindi mi sono fatta avanti. Ed ecco a giugno 2009 la risposta positiva della Commissione. A settembre mi sono trasferita a Bruxelles, dove ho trovato uno studio per me sola - io lo chiamavo corridoio, viste le dimensioni - a 400 euro al mese; vista la zona carina, Chatelain, erano anche pochi. Il rimborso era di 1030 euro, quindi senza grosse spese extra riuscivo a cavarmela. Sono stata assegnata al Direttorato di informazione e società e lavoravo per Media, il programma europeo in appoggio dell’audiovisivo [a fianco, uno screenshot della homepage del sito], occupandomi di alfabetizzazione ai media. La mia tesi specialistica era stata appunto uno studio sui cambiamenti del giornalismo ai tempi di internet, quindi l’argomento mi era familiare e mi interessava. Gli altri stagiaire che ho conosciuto venivano soprattutto da scienze politiche, giurisprudenza, studi europei, ma il mio background universitario atipico non è mai stato un problema. All'inizio facevo molte domande per "entrare nel meccanismo" e non mi mai stata negata una risposta; potevo partecipare a ogni riunione o briefing ufficiale e mi è stato anche concesso un corso di formazione di due giorni intitolato “Mastering your communication skills”. Il contesto multiculturale è fantastico: pian piano parlare quotidianamente più lingue, che soddisfazione! Credo che se non fossi stata a Bruxelles non mi sarebbe mai capitato di lavorare con una ragazza norvegese o di preparare una moussaka con un greco, che era poi il mio vicino di casa. Ho partecipato anche all'organizzazione di due stage committee:  lo stagiaire journal and il cineclub. E ho incontrato persone che ancora oggi dopo due anni sono mie amiche, anche più di prima; con alcune abbiamo formato un gruppo di cucina e ci troviamo per delle gran mangiate almeno una volta al mese. Dopo lo stage sono rimasta un mese in più a Bruxelles alla ricerca di lavoro, incoraggiata soprattutto da una funzionaria francese di Media - lì da quando il programma è stato creato, venti anni fa, una che conosce tutto e tutti! Al tempo stesso cercavo anche a Roma Barcellona, le altre due città che conoscevo. Qui però nessuno ha mai risposto alle mie candidature. A Bruxelles sì, ma è un po’ difficile per un non francofono: serve una buona conoscenza del francese, a volte anche del fiammingo, mentre l’inglese fluente ed eccelso lo danno per scontato. E i colloqui sono seri. Ho mandato parecchi cv, ogni volta riadattandoli in base al profilo richiesto, con lettera di motivazione ad hoc. E qualcuno ha richiamato. Non ne è venuto un lavoro ma un altro stage: sei mesi al segretariato dell'European Schoolnet, un consorzio di ministeri della cultura europei, pagato 750 euro mensili. Mi occupavo della parte video del sito e nonostante i ritmi serrati il clima era amichevole.  Un'altra bella esperienza, ma al quarto mese ho lasciato perché dalla Commissione Ue è arrivata un'offerta di lavoro come assistente esecutiva di Media! Sono stata assunta con un contratto quadro tramite l'agenzia belga Cecoforma, che con il programma aveva vinto un appalto di quattro anni. Da agosto ad ottobre quindi ho seguito l’organizzazione dei mercati cinematografici europei dove Media ha uno stand e organizza attività o conferenze. Facevo un po’ di tutto, tante mail e telefonate organizzative, ma la parte migliore era l'assistenza allo stand durante le missioni. Per ogni mercato firmavo un contratto specifico a seconda del lavoro previsto  quindi a inizio 2010 ho aperto la partita Iva, e da allora lavoro come indipendente.Dopo una missione a Cannes, ho ricevuto dal mio attuale capo la proposta di lavorare per EbS, il canale televisivo satellitare ufficiale delle istituzioni europee, e da un anno sono il loro webmaster. Essendo freelance è difficile quantificare il mio stipendio, dipende dai giorni di lavoro effettivo; non navigo certo nell'oro ma mi mantengo autonomamente. Vivo con un ragazzo croato in un appartamento da 550 euro al mese, semplice ma con tutti i confort. Sono contenta. A fine mese se rimane qualcosa lo risparmio o lo uso perviaggiare e per andare alla ricerca di festival cinematografici, che sono tuttora la mia passione. Tornare in Italia? Per il momento solo per qualche weekend. Testo raccolto da Annalisa Di PaloScopri tutte le altre storie degli ex stagisti in Commissione europeaE per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Seicento stage da mille euro al mese alla Commissione europea: bando aperto fino al 1° settembre. E dall'Italia è ancora boom di domande

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Volontariato in crescita: chi lo fa è anche più felice

Sarà perché il lavoro è sempre più scarso, la disoccupazione sale e tante persone hanno, volenti o nolenti, molto tempo libero. Sarà che a volte, in un mondo di consumismo, fa bene ritrovare il valore della semplicità e del dono. Sta di fatto che il volontariato, così come in generale tutto il terzo settore o comparto non profit che dir si voglia, è in forte ascesa. E non certo solo per la malavita che – come informa la cronaca  – ha attinto a piene mani da questo bacino. Chi sceglie questa strada lo fa perché ci crede davvero e per un'autentica spinta altruistica. Del resto chi l'ha detto che la soddisfazione personale arrivi solo dalle occupazioni retribuite? A censire il fenomeno è stato l'Istat insieme a CSVnet (Coordinamento nazionale centri servizio per il volontariato) e Fondazione Volontariato e Partecipazione.A «offire il proprio tempo per gli altri» fa sapere alla presentazione Tania Cappadozzi, responsabile della ricerca, «sono 6,63 milioni di volontari operativi, di cui 4,14 attivi in organizzazioni». Considerando una settimana lavorativa standard da 36 ore, l’ammontare del lavoro volontario equivale a quello di circa 875mila unità occupate a tempo pieno. La sezione più cospicua è quella dei 45-65enni, quasi un quinto del totale. Più pigri i 25-44enni, che costituiscono solo 15% del totale. Al Nord est è concentrata la parte più attiva dei volontari (16%), seguiti da Nord ovest (13%) e Centro quasi a pari merito. Il Sud è invece fanalino di coda con un più ristretto 8% di persone che si impegnano per il prossimo. Ed è sbagliato credere che a dedicarsi agli altri siano risorse con poche chance di essere occupate: al contrario, la maggior parte di loro possiede una laurea e ha anche già un impiego.La decisione di utilizzare quel tempo che avanza dopo il lavoro (sempre che ci sia, il lavoro) è quindi dovuta a una voglia di darsi da fare che prescinde dalla ricompensa economica. Corollario di questo profilo stilato dalla Cappadozzi è che il «benessere soggettivo», come lo definisce la ricercatrice, è più spiccato nei volontari rispetto al resto della popolazione. Tra i volontari organizzati - quelli cioè che prestano servizio per organizzazioni vere e proprie, a differenza dei non organizzati, che agiscono per conto proprio - la fiducia nel prossimo è superiore di quasi quindici punti rispetto agli altri: 35 contro 20%. Di pari passo cresce la soddisfazione nei confronti della propria vita (+11%) e l'ottimismo verso il futuro (+6%). Il ritorno sul piano umano per chi esercita una qualche attività di volontariato è indiscusso: tantissimi dicono di «sentirsi meglio con se stessi, di aver allargato la propria rete di conoscenze, di aver addirittura cambiato modo di vedere le cose», sottolinea Riccardo Guidi della Fondazione Volontariato e Partecipazione, che ha curato una ripartizione dell'esercito dei volontari italiani particolarmente interessante. Ci sono quelli che lo abbracciano per «sopperire ai bisogni non soddisfatti della comunità e dell'ambiente», la metà circa, abitata soprattutto dalla fascia di mezzo dei 45-54enni (58%). Ci sono i volontari per amicizia, che lo praticano «per stringere e coltivare nuovi rapporti» (il 30% che però diventa il 40 nei ragazzi tra i 15 e i 24 anni), o per credo religioso (il 25%). E poi c'è anche una piccola fetta che lo fa invece per «valere, ossia mettersi alla prova, valorizzare le proprie capacità o accrescere la propria occupabilità». Sono il 17% dei 4 milioni di volontari italiani organizzati, ma «i giovani tra i 14 e i 24 anni e tra i 25 e i 34 anni caratterizzano significativamente questo gruppo», spiega Guidi. Ed è qui che infatti si ristabilisce un ponte tra terzo settore e mondo del lavoro, tutt'altro che separati. Marco Musella, docente di economia politica alla Federico II di Napoli, ha illustrato nella sua ricerca come «il volontariato sia infatti propulsore di nuove professioni». Il professore lo ritiene «sperimentatore di nuove professioni, strumento di accumulazione di capitale umano e facilitatore dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro». È in questo campo che si crea infatti l'esigenza di «operatori di primo contatto, che si dedichino all'accoglienza» ad esempio. Insieme a loro si rendono necessari «animatori di centri socio-educativi» che accompagnino le persone nella crescita e nel benessere personale attraverso la cosiddetta 'education', ovvero l'insieme dei processi formativi. Per rendicontare i progetti si crea spazio poi per «figure gestionali e amministrative di vari livelli», sottolinea Musella, che «reperiscano risorse e organizzino processi produttivi sui generis». E poi ci sono i progettisti, quelli che per mestiere devono conoscere le caratteristiche dei bandi pubblici e quindi essere in grado di formulare progetti che possano vincerli.Qui si aprono possibilità anche per «un profilo alto, di tipo manageriale, del quale si avverte il bisogno in settori come la cultura, l'ambiente, il sociale, dove i processi produttivi avvengono sfruttando le reti relazionali corte e lunghe». Il volontariato «contribuisce alla creazione di capitale umano e all'incremento delle competenze trasversali». Non a caso le principali attività svolte nelle organizzazioni di volontariato sono in mano a specialisti delle scienze gestionali (per il 76% dei casi).  Il volontariato agevola pure il matching tra domanda e offerta di lavoro: anche nel non profit, come altrove, la partecipazione delle persone rende più facile la circolazione delle informazioni e quindi la creazione di nuovo «capitale umano». Ilaria Mariotti 

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Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato

Oggi vengo a parlarvi di soldi – di quei soldi che i giovani italiani non vedono, perchè incastrati in quello che è stato definito il lavoro low cost. E vi parlo di soldi partendo da un articolo della nostra Costituzione, il numero 36, che dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». La dignità è un concetto che più volte è emerso nel corso di questa giornata di convegno; ma i giovani italiani spesso lavorano percependo retribuzioni al di sotto della soglia di dignità, o non percependone affatto. Il lavoro così viene confuso con il volontariato, una sovrapposizione gravissima e molto pericolosa. In particolare la Repubblica degli Stagisti monitora la fase di passaggio dalla formazione al lavoro: per inquadrare il problema, si calcoli che ci sono in Italia oggi circa 500mila stagisti all’anno, e un numero di praticanti non ben definito ma superiore a 100mila, forse 200mila, forse addirittura 300mila. In oltre la metà dei casi non percepiscono un euro di rimborso spese. Vi sono poi i giovani inquadrati come lavoratori autonomi: quelli che lo sono davvero, i professionisti, spesso guadagnano meno di 10mila euro all’anno, un dato emerso da una recente indagine Ires. E poi ci sono gli autonomi che mascherano lavoro dipendente: falsi cocopro e false partite Iva, che oltre che sottoinquadrati sono nella maggior parte anche sottopagati.Con quale risultato? Che i giovani pesano sulle famiglie, alimentando un circolo vizioso che azzera il conflitto generazionale. Conflitto che, anche se qualcuno la pensa diversamente, molte volte è utile anzi indispensabile per permettere ai figli di fare scelte per conto proprio, perfino in contrasto con i genitori. Basti pensare a chi sogna di fare un mestiere che la famiglia non approva: se si è costretti a farsi mantenere dai genitori, quelli avranno sempre voce in capitolo in ogni scelta, e non sarà facile porsi in contrasto con chi paga affitto e bollette. Un cordone ombelicale che impedisce ai giovani di diventare adulti. Il fatto che  dipendano così a lungo dalle loro famiglie ricrea tra l’altro una sorta di classismo, blocca la mobilità sociale; solo chi ha una famiglia abbiente alle spalle può infatti permettersi lunghi anni di gavetta non pagata, o pagata pochissimo. Quelli che non hanno la famiglia a sostenerli, finisce spesso che debbano abbandonare i propri sogni professionali.Senza soldi, senza autonomia economica, non c’è nemmeno quella libertà di cui parla la Costituzione. Le magre prospettive di reddito che i giovani italiani vedono stagliarsi all’orizzonte producono conseguenze nefaste. Innanzitutto la fuga dei cervelli, perchè all’estero gli stipendi sono più alti, e quindi tanti giovani emigrano. Poi la disillusione: i risultati di un sondaggio realizzato da Termometro Politico e presentato la settimana scorsa a Italia 110, un altro evento del PD, sono drammatici perchè tratteggiano un profilo di giovani terrorizzati, senza più alcuna fiducia nel futuro: ultraconservatori, senza la minima propensione a quel rischio che invece dovrebbe essere la naturale caratteristica della loro età. Fino alla conseguenza più preoccupante: il freno a mano tirato sulla costruzione di una vita autonoma. Giovani in casa dei genitori fino a trent’anni, che non riescono a farsi una famiglia, a mettere al mondo dei figli, creando una spaventosa denatalità di cui tra qualche anno tutto il Paese subirà le conseguenze. E allora, i soldi: si riparta dai soldi. Per quanto riguarda lo stage, considerando il fatto che oltre la metà non viene pagata, noi ormai più di due anni fa abbiamo lanciato la nostra Carta dei diritti dello stagista, il manifesto di come dovrebbe essere un buono stage, prevedendo fra i punti fondamentali quello di un dignitoso rimborso spese. E piano piano, finalmente, anche altri soggetti sono andati nella stessa direzione: la Cgil con la sua campagna «Giovani non + disposti a tutto», con uno spin-off tematico sugli stage dal titolo «Non + stage truffa». Il senatore Pietro Ichino che nella sua proposta Codice del lavoro in 70 articoli ne ha dedicato uno alla regolamentazione dello stage. Il ddl Damiano, presentato pochi mesi fa alla Camera, che si propone di riordinare la materia di stage e tirocini e introduce, sul modello della normativa francese, un compenso minimo di 400 euro al mese. La Regione Toscana, che proprio qualche giorno fa ha presentato nell’ambito del progetto «Giovani sì» una misura specificamente destinata agli stagisti, anche qui prevedendo un emolumento minimo di 400 euro, di cui 200 li metterà la Regione ma altri 200 i soggetti ospitanti. E poi le promesse fatte in campagna elettorale da due neosindaci, Fassino e Pisapia: il primo in maniera più soft, il secondo con promesse specifiche, si sono impegnati a rivoluzioneranno la gestione dei tirocini all’interno dei propri Comuni, introducendo un rimborso spese. La Repubblica degli Stagisti controllerà che mantengano le promesse. Anche perchè è importante, importantissimo che il pubblico dia il buon esempio. Se invece è la pubblica amministrazione la prima a comportarsi malamente con i suoi stagisti, comprensibilmente l’impresa privata si sentirà autorizzata a fare altrettanto. Faccio solo un riferimento flash al caso dell’Inps e dell’Avvocatura dello Stato che non pagano i giovani che fanno la pratica forense nei loro uffici legali: dal 1° al 24° mese questi praticanti non ricevono un euro, e questo malgrado il Codice deontologico forense prescriva chiaramente che ogni avvocato sarebbe tenuto a erogare al praticante un compenso commisurato all’apporto che il giovane fornisce allo studio. Proprio gli enti pubblici violano i codici deontologici.Quindi, i soldi. Una giusta retribuzione come primo tassello per un riequilibrio generale dell’occupazione. E anche però incentivi fiscali per l’imprenditoria giovanile, e sgravi per i lavoratori autonomi con redditi bassi. Bisogna proteggere i giovani dallo sfruttamento, introducendo un salario minimo per i lavoratori sul modello del minimum wage anglosassone, o dello Smic francese: sono contenta di aver sentito stamattina Stefano Fassina [foto], nella relazione introduttiva di questo convegno, dire chiaramente che questi punti sono parte integrante del Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile, che il PD si impegna a sostenere. Personalmente sono anche convinta della necessità di lavorare per la realizzazione dell’idea di contratto unico proposta da Ichino.L’altra faccia della medaglia del lavoro low cost è la necessità di applicare la massima severità nei confronti di chi sfrutta, e si avvale di lavoro gratuito o semigratuito. Perchè purtroppo una legge che prescriva delle regole ma senza introdurre una sanzione in caso di violazione, derubrica immediatamente quelle regole al rango di meri suggerimenti. Bene quindi, in questo senso, di nuovo il ddl Damiano, che introduce sanzioni per chi viola la normativa sullo stage: per le violazioni più lievi prevedendo lo stop temporaneo alla possibilità di accogliere stagisti, per quelle più pesanti obbligando ad assumere lo stagista con un contratto di apprendistato, che è appunto il contratto giusto per la formazione-lavoro. Bene anche la Regione Toscana, che ha basato il suo progetto su un protocollo, condiviso con le parti sociali, per tirocini di qualità. Ma sopratutto è necessario guarire i datori di lavoro, pubblici o privati che siano, dalla miopia: bisogna far capire che sfruttare i giovani, puntare tutta la propria politica sulla riduzione del costo del lavoro, non conviene! Basta con l’ipocrisia della «formazione»: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500? Io ho scelto, la Repubblica degli Stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni.Eleonora Voltolina[testo tratto dall'intervento al convegno «Prima il lavoro» del PD. Genova, venerdì 17 giugno]Per saperne di più su questo argomento: - Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano - La proposta di Ichino per riformare la normativa sugli stage: più brevi e retribuiti. E lunedì 3 maggio la racconta in CattolicaE anche:- Milledodici, ovvero almeno mille euro netti al mese per almeno un anno. Ecco le condizioni minime per offerte di lavoro dignitose- Nelle pagine del Rapporto sullo stato sociale un allarme sulla questione giovanile: e tra 15 anni la previdenza sarà al collasso

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Stage, volontariato, diritti umani: il no profit che non paga

Tanti sogni, un solo obiettivo: mettersi a servizio degli altri e impegnarsi per tutelare i diritti umani. Il percorso? Una laurea, un master, diversi corsi di lingua, uno stage. E poi? Un lavoro per potersi mantenere durante l’ennesimo stage o volontariato non retribuito. Questo è il destino di tanti giovani italiani alla ricerca di un’organizzazione non governativa, di un’associazione, di un ente disposto ad accoglierli. Un amaro risveglio per tanti giovani laureati che ogni giorno finiscono per accettare stage privi di compenso in associazioni e organismi con fini di solidarietà sociale e sviluppo, nella speranza di vedersi riconosciuto un giorno il diritto ad essere pagati. Come funziona il no profit in Italia? E quale peso ha nel sistema produttivo nazionale? Il No profit in ItaliaIl no profit è disciplinato dal decreto legislativo 4 dicembre 1997 n. 460. L’articolo 10 afferma che «sono organizzazioni non lucrative di utilità sociale (onlus) le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato». Si tratta di una definizione ampia che comprende anche le organizzazioni di volontariato iscritte nell’apposito registro regionale e le organizzazioni non governative (Ong) riconosciute idonee dal ministero degli Esteri e le cooperative sociali. Nello specifico queste ultime, per essere riconosciute dal Ministero e per operare nel campo della cooperazione, devono soddisfare determinati criteri elencati dalla legge 49/187. E’ bene ricordare inoltre che le Ong operano principalmente a livello internazionale in Paesi in via si sviluppo a differenza delle associazioni che invece concentrano la loro azione a livello nazionale.Il peso del No profit nell’economia nazionaleSecondo l’ultimo Censimento dell’industria e dei servizi, pubblicato dall’Istat nel 2011, le istituzioni no profit e gli enti senza scopo di lucro e con natura privatistica sono più di 300mila. All’interno di tali organizzazioni i lavoratori temporanei ed esterni corrispondono rispettivamente a 5mila e 270mila, a fronte di 680mila lavoratori dipendenti e di quasi 5 milioni di volontari impiegati in settori diversi. Il rapporto Cooperazione, non profit e imprenditoria sociale: economia e lavoro 2014, curato da Unioncamere-Si.Camera, ha evidenziato inoltre come il peso occupazionale delle istituzioni no profit nel sistema produttivo nazionale sia aumentato rispetto al 2001, anno del secondo censimento. Secondo quest’ultimo, infatti, «i lavoratori esterni rappresentano oltre un terzo del totale nazionale comprensivo della sfera privata e pubblica oltre a quella no profit». Negli ultimi dieci anni l’inclusione sociale e i servizi hanno impiegato figure professionali diverse e gli addetti sono così passati da 488mila a più di 680mila unità.La crescita del no profit ha incrementato il suo peso del settore nell’economia nazionale arrivando a rappresentare il 6,4% dell’economia nazionale, con 65mila unità attive in più rispetto al 2011. Ma bisogna anche considerare che negli ultimi dieci anni sono aumentate le istituzioni che impiegano lavoratori esterni - 36mila nel 2011 contro 17mila nel 2001 con un incremento del numero di collaboratori del 169,4% - e che al contempo si è registrato un moderato aumento delle istituzioni con addetti con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%. Un risultato che trova una spiegazione nella precarietà dei progetti gestiti su base annuale a seconda dei finanziamenti e coordinati da figure professionali spesso inquadrate con contratti a progetto o altre forme di collaborazione. Nonostante la crisi abbia avuto un notevole impatto sul funzionamento di tali enti, considerato che i loro fondi sono costituiti da donazioni private e finanziamenti pubblici, il settore continua a richiamare figure professionali di alto livello alle quali, peraltro, nella maggior parte dei casi non vengono riconosciuti una retribuzione equa e un corretto inquadramento contrattuale.Stage negli enti no profit: il miraggio del rimborso speseIn un mondo globalizzato, il settore no profit risulta essere dunque in crescita. I servizi forniti spesso fungono da compensatore rispetto alle lacune del welfare, e stando al Rapporto Almalaurea pubblicato nel 2013 impiegano attualmente il 7% dei laureati. Nessun rapporto censisce però quanti stagisti vengano ospitati all’interno di organizzazioni no profit. La Repubblica degli Stagisti già nel 2012 aveva posto all'ordine del giorno questo problema, stimando per parte sua che nelle oltre 200 mila associazioni esistenti gli stagisti fossero più di 60mila. I dati si riferivano al Censimento generale dell’industria e servizi realizzato dall’Istat nel 2001. Considerato che oggi gli enti no profit sono più di 300mila il numero degli stagisti potrebbe aggirarsi sui 90mila all’anno.I giovani laureati, attratti dai principi e dai valori propugnati da tali associazioni, si affacciano nel settore allo scopo di promuovere la cultura, attività sportive, ricreative, di sostegno agli anziani e alle famiglie e nel settore della sanità, spesso in grande buona fede e non completamente consapevoli che la gavetta sarà, nella maggior parte dei casi, caratterizzata da stage non retribuiti e lunghi periodi di volontariato full time. Peraltro in realtà l’art. 2 della legge 266/91 afferma che per volontariato «deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l'organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà».Gli annunci: stage gratuiti in associazioniEppure basta accedere alla sezione lavora con noi per rendersi conto che per potersi occupare di diritti umani bisognerà rinunciare ai propri. Ecco due esempi, assolutamente casuali, per descrivere la situazione che accomuna decine di migliaia di soggetti che fanno parte della galassia del no profit. Un'associazione che tutela i diritti dei bambini offre tantissimi stage, tutti «full time» e tutti rigorosamente «gratuiti» (anche definiti, in maniera impropria, «non retribuiti»). Spesso negli annunci viene specificato che sarà data precedenza a chi ha una determinata laurea, oppure esperienze pregresse nello stesso campo, oppure una conoscenza approfondita di una certa lingua. Insomma, skills che si richiedono solitamente a chi si candida per un lavoro - non per un'esperienza di formazione on the job. Peraltro negli annunci dell'Aibi come di moltissime altre associazioni spesso viene specificato che un periodo di volontariato svolto in precedenza può aiutare il candidato a essere selezionato. Ecco allora che si mette in moto un meccanismo malato, per cui donare il proprio tempo per motivi solidaristici si trasforma nell’unica possibilità di poter poi sperare di entrare - ovviamente attraverso uno stage - in una determinata realtà non profit. Un altro esempio: MArteLive, l'associazione culturale no-profit Procult, ha pubblicato nelle scorse settimane un annuncio su molti siti specializzati, tra cui Bakeca.it, annunciando di cercare «urgentemente» un/a stagista under 35 da inserire nel progetto MarteCard. Come «urgentemente»? Il carattere di urgenza è completamente incompatibile con la finalità dello stage, che è quella di realizzare un percorso formativo esclusivamente a vantaggio del tirocinante. Se qualcuno ha bisogno «urgente» di un collaboratore dovrebbe aprire una posizione di lavoro, non di stage. Invece qui gli annunci segnalano che «lo stage è di 3/6 mesi e non è retribuito» aggiungendo a mò di contentino che «per chi fosse interessato esiste l'opportunità di acquisire crediti formativi e l'attestato di Stage per il progetto biennale MArteLive 2014 e di diventare collaboratori di riferimento per MarteLive». Dopo aver prestato per mesi servizio gratuitamente, però. Lo stage prima della laurea All’interno delle università la situazione non cambia. A spiegarlo è Paolo De Stefani, ricercatore e professore aggregato di diritto internazionale presso la facoltà di scienze politiche dell'u\niversità di Padova: «Per gli studenti non ci sono borse in generale e quindi nemmeno per il sostegno ai tirocini, in materia di diritti umani o altro. Gli stage universitari sono quasi per definizione non retribuiti, anche se sarebbe buona prassi prevedere qualche forma di rimborso. Il settore dei diritti umani non fa eccezione». Secondo il docente, ma sembra più un auspicio che una constatazione, «Chi opera in questo settore tende a essere più attento a fenomeni di "sfruttamento" che possono coinvolgere lo stagiaire o altri collaboratori delle strutture ospitanti». Ma la situazione anziché migliorare sta peggiorando: «Negli ultimi anni la disponibilità di enti pubblici o privati a corrispondere rimborsi o pocket money è diminuita, così come si è ristretta la possibilità di accedere a stage dopo aver conseguito la laurea. Bisognerebbe utilizzare meglio l'opportunità di abbinare lo stage universitario con programmi che prevedono delle borse. Per esempio, far riconoscere come stage il servizio civile nazionale o regionale, abbinare stage universitario e esperienze a programmi di mobilità internazionale: il servizio volontario europeo, una sperimentazione è stata avviata in questi anni a Padova, o il programma Gioventù in azione - dal 2014 confluito nel programma Erasmus+. Gli studenti - e le università, naturalmente - dovrebbero meglio organizzarsi per cercare opportunità di finanziamento presso istituti, fondazioni, sia italiane sia straniere. Ciò non esenta le università dal cercare di attuare accordi ad hoc con fondazioni bancarie o aziende dedicate a finanziare, tra l'altro, le internship presso organismi privati o pubblici attivi sui diritti umani o materia connesse» conclude De Stefani. Il tabù italianoA fronte della frequentissima negazione di un compenso, si può dire insomma che i giovani che aspirano a una carriera nel no profit abbiano accettato lo status quo, prendendo per buona la risposta standard che le associazioni utilizzano per giustificare gli stage gratuiti e i compensi molto bassi ai collaboratori: «abbiamo pochi soldi, non si può pretendere di essere pagati, altrimenti si toglierebbero soldi alle opere di bene». Ma è davvero così? Quanti sono i fondi che effettivamente ricevono tali associazioni? É possibile che nemmeno le Ong riconosciute dal ministero degli Esteri e spesso destinatarie di fondi pubblici non siano in grado di pagare i loro stagisti? Parlare di questo in Italia è tabù.  L’anno scorso infatti la pubblicazione del libro-denuncia L’industria della carità di Valentina Furlanetto ha sollevato un polverone. Senza voler screditare il lavoro del mondo della solidarietà molto attivo e fruttuoso in Italia, è difficile non ammettere che il no profit sia molto meno controllato del profit - anche considerando che le Odv e le Ong con proventi inferiori a 51mila Euro non hanno l’obbligo di presentazione dei loro bilanci. La Furlanetto in un’intervista al quotidiano La Repubblica aveva richiamato l’attenzione sulla relazione della Corte dei Conti del 2012, ricordando gli ottantaquattro progetti analizzati dalla Corte dal 2008 al 2010, da cui è emerso che spesso i fondi non sono arrivati a destinazione, i rendiconti sono spariti e i progetti sono rimasti fermi.Nebbia fitta dunque per i giovani italiani che desiderano lavorare nel settore, in attesa di una normativa chiara ed efficiente capace di distinguere tra volontariato e stage, tra diritto al rimborso spese e utilizzazione dei fondi per scopi solidaristici. Questo non succede solo in Italia - dove peraltro nel corso del 2013 sono entrate in vigore in quasi tutte le Regioni italiane nuove normative in materia di stage che almeno per quelli "extracurriculari" prevedono l'obbligo di corrispondere un compenso mensile (tra i 300 e i 600 euro a seconda della Regione), obbligo cui devono assoggettarsi anche gli enti no profit -  bensì anche all’estero. Nel prossimo articolo la Repubblica degli Stagisti andrà a indagare la situazione nelle le sedi del no profit per antonomasia: Bruxelles, Ginevra e New York. Alessia BottonePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Lavoro e volontariato, dove sta il confine?- La lista dei tirchi: la "black list" degli organismi internazionali che non pagano gli stagisti- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?  

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Servizio volontario europeo: centinaia di opportunità tra volontariato e formazione

Nel 2007 il programma europeo Gioventù in Azione, istituito da Commissione europea, Parlamento europeo e dagli Stati membri dell'Unione, ha istituito un'opportunità di volontariato a costo zero per giovani tra i 18 e i 30 anni. La mission dello SVE (Servizio Volontario Europeo) è promuovere la cittadinanza attiva dei giovani dell'Unione Europea, offrendo loro l'opportunità di svolgere un'attività non lucrativa a beneficio della collettività: in concreto, si tratta di un'esperienza che permette ai ragazzi di conoscere una differente realtà culturale e perfezionare le loro competenze linguistiche. Sono circa 1.400 i volontari italiani che, dal 2007 al 2010, hanno fatto questa esperienza, con una media di 350 partecipanti all'anno.Ma quali sono le caratteristiche dello SVE e come vi si può accedere? Si tratta di un progetto di volontariato destinato a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, che possono trascorrere un periodo dai due ai dodici mesi (variabile a seconda del progetto scelto) in un Paese europeo o in anche extraeuropeo (tra quelli partner dell'iniziativa).Enti e associazioni di questi Paesi presentano un progetto le cui caratteristiche ricordano da vicino quelle dei progetti di Servizio Civile Nazionale: si tratta di progetti legati ad attività con i bambini, con categorie svantaggiate (anziani, disabili, ecc), oppure progetti di promozione culturale o tutela dell'ambiente. Ogni progetto ha una durata variabile, prevede un numero variabile di volontari e può essere o meno rinnovato a discrezione dell'ente stesso e dei fondi a disposizione: una volta approvato dal programma Gioventù in Azione, il progetto viene inserito in un database consultabile liberamente dagli aspiranti volontari, allo scopo di invididuare quello più vicino alle loro attitudini e interessi.Anche se è ufficialmente considerato attività volontaria non remunerata, di fatto prevede alcune agevolazioni economiche: in primo luogo la partecipazione allo SVE è completamente a carico dell'ente ospitante, ossia il volontario è spesato di tutti i costi del viaggio di andata e ritorno, dell'alloggio, della copertura sanitaria, deltrasporto locale e della formazione linguistica e specifica per le attività previste nel progetto. Il volontario percepisce inoltre un pocket money mensile, variabile in base al costo della vita del Paese di destinazione e alle spese vive previste dal progetto: l'importo varia dai 60 € mensili della Romania ai 140 € mensili della Danimarca. L'elenco dettagliato del rimborso Paese per Paese è consultabile nella "Guida al programma Gioventù in Azione" sul sito di Agenzia Giovani (pag. 68-71). Si tratta dunque di un'attività di volontariato che - pur non facendo ricevere uno stipendio vero e proprio - consente ai giovani di vivere questa esperienza formativa e di lavoro totalmente (o quasi) a costo zero.Attenzione, però. Anche se l'omonimia può generare confusione, lo SVE è un percorso molto diverso da quello del Servizio Civile Nazionale. Le principali differenze sono due: la prima è che il Servizio Civile Nazionale è regolato da un bando che viene pubblicato in genere una volta l'anno, con un numero ben preciso di progetti e di posti disponibili. Nel caso dello SVE non esiste un bando né un numero fisso di progetti né di posti a disposizione, ma i progetti e il relativo numero di volontari variano a seconda del periodo, degli enti ospitanti e delle attività specifiche. La seconda differenza è che per accadere al Servizio Civile Nazionale è obbligatorio fare domanda per un solo progetto, pena l'esclusione da tutti i progetti; a seguire c'è una selezione e viene stilata una graduatoria dei candidati selezionati. Viceversa, chi vuole partecipare allo SVE può fare domanda a un numero potenzialmente illimitato di associazioni: le organizzazioni che fanno da intermediarie fra enti e volontari consigliano ai ragazzi di fare un numero non inferiore ai 60-70 domande, per aumentare così le probabilità di essere ricontattati. Nello SVE non ci sono selezioni né graduatorie, la dinamica che lo regola è di fatto molto simile a quella di una normale ricerca di lavoro: si contattano più enti possibili nella speranza di essere richiamati.Per partecipare allo SVE è necessario prendere contatti con l'ente di invio della propria città, che di norma è l'ente che si occupa a livello cittadino e/o regionale delle attività di volontariato: l'elenco completo delle organizzazioni di invio è consultabile sul Database europeo degli enti SVE accreditati, inserendo i dati nei campi "Country", "Town" e "Type of accreditation" (in quest'ultimo punto selezionare "Sending organisation").Qualche esempio: a Roma se ne occupa l'associazione Oikos, a Torino Informagiovani, a Milano  Ciessevi (vedi foto). Si è aiutati nella scelta del progetto e nel contatto con il potenziale ente ospitante, e si è supportati in tutte le pratiche burocratiche in vista della partenza. È possibile consultare il database delle associazioni sulla pagina dedicata nel sito dell'Unione Europea: analogamente al Servizio Civile Nazionale, si può ricercare il progetto di proprio interesse per Paese o per attività, valutando ciò che è più affine alle proprie attitudini e capacità.Quando si può fare domanda? Nell'arco dell'anno sono previste cinque scadenze per la presentazione dei progetti da parte delle associazioni, ciascuna delle quali in vista di un diverso periodo di partenza: 1 febbraio (per partenze dal 1 maggio al 30 settembre), 1 maggio (dal 1 settembre al 31 gennaio), 1 ottobre (dal 1 dicembre al 30 aprile).Marta TraversoPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Servizio civile, si parte: 19mila giovani tirano un sospiro di sollievo per il rientrato allarme scatenato dalla sentenza "antidiscriminazione"- «Aprire l'accesso al servizio civile agli stranieri? Attenzione, può portare cortocircuiti». 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