In Italia due giovani su tre vivono con mamma e papà. Anche quando hanno un lavoro

In Italia due giovani su tre vivono in famiglia: quasi sette milioni di ragazzi e ragazze tra i 18 ed i 34 anni che, nel 2013, non erano ancora riusciti ad uscire di casa. Sono studenti, disoccupati, ma anche lavoratori con uno stipendio insufficiente per rendersi indipendenti.Lo afferma l'Istat, che ha recentemente pubblicato i dati relativi ai giovani che vivono in famiglia. Cifre che parlano di 6 milioni e 975mila persone tra i 18 ed i 34 anni, pari al 62,4% del totale, che non riescono a costruire la propria vita. «Questi numeri danno il segno di un Paese che non considera l'intraprendenza dei giovani un valore da sostenere», commenta Alessandro Rosina, professore ordinario e da poco eletto direttore del dipartimento di Demografia all'università Cattolica di Milano: «L’Italia è una delle nazioni sviluppate con la più alta incidenza di giovani che fino ai 30 anni e oltre abitano ancora con i genitori, ovvero non hanno iniziato il proprio percorso di autonomia, mentre in larga parte del mondo occidentale a 25 anni la maggioranza della popolazione vive già indipendentemente da mamma e papà, imparando a cavarsela da soli e a esprimersi in tutti gli ambiti sociali come pieni cittadini e non come figli».Una problematica, quella evidenziata dall'Istituto nazionale di statistica, che colpisce indistintamente da Nord a Sud: si va dal 28,4% di giovani che vivono con mamma e papà della Valle d'Aosta, al 57,6% della Basilicata, passando dal 40,4% della Lombardia e dal 46% del Veneto. Ecco la situazione regione per regione:[Grafico: Percentuale di giovani che vivono in casa per regione]Ma la cosa forse più grave è che dei 7 milioni di ragazzi e ragazze under 34 che non riescono ad uscire di casa, ben 2 milioni e mezzo non sono in grado di farlo pur avendo un lavoro. La regione più colpita da questo fenomeno è la ricca ed operosa Lombardia, dove 502mila giovani, nonostante siano occupati, dormono ancora nella loro cameretta. Ma attenzione: «Questo vale in numeri assoluti, visto che si tratta della regione più popolosa, ma non necessariamente in termini relativi». In altre parole, spiega Rosina, «se guardiamo all'incidenza sul totale dei giovani ci accorgiamo che negli ultimi vent'anni a vedere inasprito questo fenomeno è stato soprattutto il Sud». In particolar modo quelle regioni del Mezzogiorno con la più alta percentuale di disoccupazione giovanile.Questo non significa che il Nord sia esente dal problema. Anche in questi territori «continua ad essere troppo ampio il divario tra le aspettative e i desideri di autonomia degli under 34 e l'effettiva possibilità di realizzare questi obiettivi». La mappa mostra, regione per regione, il numero di occupati, disoccupati e studenti che vivono con i loro genitori.[Mappa: i giovani che vivono in famiglia]L'unico aspetto positivo della faccenda lo si coglie guardando indietro. Rispetto al 2005, anno cui risale la più vecchia indagine Istat in materia, il numero di giovani che vivono con i genitori è sceso da 7,5 a poco meno di 7 milioni. Più significativa la riduzione della quota di occupati che non possono prendere casa, passati da 3,6 a 2,5 milioni. Dati parzialmente positivi, ma subito controbilanciati dall'aumento del 50% dei disoccupati che abitano con la famiglia, saliti da 1,2 a 1,8 milioni. Anche se in calo, il numero di ragazzi e ragazze che non riescono a diventare autonomi ha però ancora i contorni dell'emergenza. Ecco l'andamento dal 2005 al 2013: [L'evoluzione negli ultimi anni]Ma sono solo aspetti economici a frenare l'emancipazione delle giovani generazioni? «Il fenomeno è da ricondurre ad un mix di fattori culturali e strutturali», l'analisi del docente della Cattolica. Intanto, «alcuni aspetti del “familismo” italiano rischiano di lasciare più a lungo immaturi gli adolescenti e ritardare la conquista di autonomia da parte dei giovani». Una tendenza che i Millenials avevano provato ad invertire, salvo scontrarsi con la crisi economica «e con la carenza di politiche di sostegno attivo all'autonomia e all'inserimento nel mercato del lavoro». Un contesto che li ha ricondotti da mamma e papà.Eppure, questi 7 milioni di under 34 che vivono ancora con i genitori non lo fanno solo perché costretti dalle circostanze. «Come evidenziano i dati del Rapporto giovani dell'Istituto Toniolo, è rilevante anche la quota di giovani lavoratori che rimangono in famiglia per aiutarla a superare la crisi contribuendo con le proprie entrate» dice Rosina. Sì, nel Paese che ha delegato il welfare ai nuclei familiari succede anche questo: «Noi diamo per scontato che siano i genitori ad aiutare i figli, ma non sono rari i casi in cui avviene il contrario, non solo in termini economici ma anche di assistenza a parenti non autosufficienti. È il modello di solidarietà familiare italiano che compensa i limiti delle politiche pubbliche». Che invece avrebbero 7 milioni di casi dei quali occuparsi.Riccardo Saporiti 

Un esercito immobile: l'editoriale di Alessandro Rosina su giovani disoccupati e precari

Il punto di vista di un outsider che invita i giovani a riappropriarsi del loro futuro: con questo nuovo editoriale Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del bel saggio Non è un paese per giovani (Marsilio) prosegue la sua collaborazione con la Repubblica degli Stagisti. L'editoriale è stato pubblicato anche sulla pagina Facebook di Nidil - Cgil Milano, sindacato dei lavoratori atipici.Ad un certo punto ci si può anche stancare. M’immagino il giovane italiano come un incazzato al quadrato.In primo luogo, nei confronti delle generazioni più vecchie per la condizione in cui sono state messe le nuove generazioni. I dati dell’ultimo rapporto Istat sono un’ulteriore conferma di quanto i costi delle mancate riforme, del mancato sviluppo, della difesa ad oltranza dei piccoli interessi di parte, siano state fatte ricadere sui più giovani. Che ora si trovano con un enorme debito pubblico sulle spalle, con scarse opportunità occupazionali e di remunerazione, con futura pensione da fame, con un sistema di welfare che fa acqua da tutte le parti. Costretti a trent’anni a dipendere ancora dai genitori perché il lavoro non c’è o è precario e si è sottopagati.In secondo luogo, incazzato anche nei confronti dei propri coetanei. Mi immagino, infatti, che l’ipotetico giovane si chieda: Come abbiamo potuto accettare che tutto accadesse? Lasciare che in questi quindici anni qualsiasi scelta politica fosse sempre sistematicamente a danno delle nuove generazioni? Dove eravamo noi giovani? Troppo immaturi per capire o per votare (e votare chi, poi)? Forse sì. Ma cosa possiamo fare ora? Certamente non limitarci a piangerci addosso.L’Italia ha bisogno di una piena partecipazione attiva dei giovani, non di giovani passivi e sfruttati. L’Istat dice che ci sono oltre due milioni di under 30 a spasso, che non lavorano e non studiano? Con un esercito così si potrebbe fare una rivoluzione, perché invece nulla accade? Perché non invadono simbolicamente una piazza? Perché non occupano pacificamente un palazzo del potere? Il giovane solo, che aspetta nella casa dei genitori che i tempi migliorino, è un perdente. Una generazione che si mobilita può ottenere qualsiasi cosa.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giovani e disoccupazione, binomio sempre più stretto: l'Istat traccia un quadro cupo per le nuove generazioni in cerca di lavoroE anche:- Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi- Chance ai giovani, Bangladesh - Italia uno a zero. A quando anche qui un microcredito "alla Yunus" per aiutare i ragazzi a diventare indipendenti?

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Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi

Il punto di vista di un outsider che invita i giovani a riappropriarsi del loro futuro: con questo editoriale Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del bel saggio Non è un Paese per giovani (Marsilio) inaugura la sua collaborazione con la Repubblica degli Stagisti. L’Italia è diventata, negli ultimi decenni, uno dei paesi sviluppati che meno offrono opportunità ai giovani. La strategia più comune è diventata quella di rimanere a vivere il più a lungo possibile a carico dei genitori. E, se proprio si deve uscire, meglio andarsene all’estero. Il bilancio fortemente negativo tra giovani cervelli che se ne vanno oltre confine e quelli che riusciamo ad attrarre dal resto del mondo sviluppato è uno dei tanti indicatori che documentano lo stato di sottosviluppo raggiunto dall’Italia sul piano delle possibilità offerte alle nuove generazioni.Uno stato candidamente riconosciuto da Pier Luigi Celli, che sulla prima pagina del quotidiano Repubblica invita il figlio Mattia, finita l’università, a lasciare l’Italia: «scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati». La lettera di Celli, sessantasettenne direttore generale della Luiss, è la dichiarazione di un fallimento. La sua generazione si è presa tutto quello che poteva. La generazione dei figli non è riuscita a detronizzarla e viene quindi invitata ad andarsene in esilio.Il nostro paese, del resto, assomiglia sempre di più ad una squadra di calcio nella quale giocano sempre i soliti, quelli della vecchia guardia. I giovani se ne stanno più o meno comodamente in panchina, chiedendo ogni tanto timidamente di entrare. Insomma, come se Paolo Rossi e Dino Zoff, quelli dell’Italia del 1982 che oggi hanno 50-60 anni, pretendessero di andare loro l’anno prossimo in Sudafrica a giocarsi la coppa del mondo, al posto di ventenni come Davide Santon e Antonio Candreva, le vere promesse dell’Italia 2010.Rimanendo nella metafora, ecco allora la cronaca degli ultimi avvenimenti. I vecchi giocatori litigano continuamente, non si passano la palla, vogliono tutti segnare, nessuno si sacrifica a centrocampo, e la porta rimane fragilmente esposta agli attacchi esterni. Uno di loro, tra i più sornioni in campo, si avvicina alla panchina. Vorrà finalmente uscire? Inizia la stagione dei cambi? Pia illusione. Si ferma vicino alla linea laterale. Fa cenno al figlio di avvicinarsi, ma senza oltrepassare la line bianca, e gli dice: «Caro Mattia, ho visto che ti sei riscaldato bene e con impegno, ma è inutile che pensi di entrare. Come vedi qui giochiamo noi e ci divertiamo molto, anche se in effetti perdiamo sempre. Tu sei bravo, ma qui non c’è spazio per te. Perché allora, invece di perdere tempo qui, non te ne vai a giocare da un’altra parte? Meglio per te, sai. Questa è una squadra di cialtroni che però non vogliono mai mollare, me compreso. Se vali, come penso, vedrai che non farai fatica a trovare un’altra squadra in cui giocare e diventare magari un campione».Ecco, dopo il danno, la beffa. E se invece di emigrare, le riserve facessero una bella invasione di campo?Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

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«Milano oggi non è una città per giovani»: la lettera aperta di Giuliano Pisapia, uno dei candidati a sindaco di Milano, alla Repubblica degli Stagisti

La Repubblica degli Stagisti pubblica di seguito la lettera aperta che Giuliano Pisapia, avvocato e candidato sindaco di Milano per il centrosinistra, ha indirizzato a Eleonora Voltolina all'indomani della pubblicazione sull'edizione milanese del quotidiano La Repubblica dell'articolo «Affitti d'oro e palazzi vuoti, date la caccia agli speculatori».Cara Eleonora,il tuo commento su La Repubblica del 22 settembre denuncia una gravissima situazione che colpisce soprattutto i giovani.Oggi ho risposto alle questioni poste da te a dai tuoi colleghi sullo stesso giornale affrontando il problema della casa, della ricerca, della cultura, dell’innovazione e della vivibilità. L’inadeguatezza delle risposte date dalle istituzioni ha aggravato la situazione in cui i giovani si trovano.Gli stage non retribuiti o sottopagati non adempioni al ruolo di collegamento tra l’esperienza universitaria e un ingresso regolato nel mondo del lavoro. La conquista dell’indipendenza e dell’autonomia dalla famiglia d’origine è un diritto che la politica ha il dovere di garantire ha tutti giovani. L’amministrazione comunale deve essere la prima a impegnarsi perché questo diritto venga garantito.Se dovessi essere eletto metterò in regola il Comune di Milano rispetto alla retribuzione degli stage in quanto momenti fondamentali della formazione al lavoro.  La CasaMilano oggi non è una città per giovani. Sono convinto che il Comune possa fare moltissimo per trasformare Milano in una città più attrattiva per gli studenti, tenuto conto che una  delle sue ambizioni irrisolte è quella di essere una città universitaria. Tutti i dati dimostrano drammaticamente che Milano è una città inospitale, nonostante il numero incredibilmente alto di appartamenti sfitti e inutilizzati. Il problema non è quello di aumentare il numero di metri cubi costruiti, ma di avere e applicare una politica della casa che tenga conto delle esigenze reali della popolazione. Dico questo perché la mancanza di posti letto per studenti fa di Milano una città inadeguata rispetto alla richiesta legata alle esigenze di chi studia e i grattacieli non sarebbero comunque alla portata dei ragazzi. Il problema del caro affitti colpisce anche le giovani coppie. Questa situazione accentua il dramma dei giovani che non riescono a uscire dalle case dei genitori perché gli alloggi sono troppo cari. Su questo piano il Comune ha un ruolo di straordinaria importanza. Deve fare una politica di affitti agevolati mettendo a disposizione i tanti immobili si sua proprietà. Dobbiamo evitare che le giovani generazioni abbandonino la città. La RicercaIl problema della ricerca, naturalmente, non è di competenza solo del Comune, ma Milano è una città che deve coltivare l'ambizione di porsi alla guida dell'innovazione, della ricerca scientifica, della cultura. Di qui deve partire un segnale di ripresa, di qui devono venire le ricette per far sì che Milano entri nel circuito mondiale delle eccellenze. In questi ultimi anni, proprio da Milano, sono partiti i migliori cervelli che sono andati ad arricchire la fascia più alta della ricerca internazionale. Ma qui ci sono i centri più avanzati della ricerca per la lotta contro il cancro, qui c'è la tradizione  del pensiero scientifico, qui il Politecnico ha sfornato le energie migliori per il progresso tecnico e tecnologico.  Il punto vero è che tutto questo patrimonio sembra essere ignorato e osteggiato dai governi della città che negli ultimi decenni sono stati in mano al centrodestra. Bisogna invertire la rotta e riportare Milano ai vertici mondiali della ricerca scientifica, non solo per questioni di prestigio, ma anche e soprattutto perché questo si traduce in posti di lavoro reali e concreti. I progetti di stage non possono essere solo sfruttamento ma devono essere il collegamento tra il mondo universitario e l'ingresso regolato nel mondo del lavoro. Per approfondire questi ed altri temi invito te e gli amici della Repubblica degli Stagisti  a partecipare all’incontro con giovani di diverse realtà giovedì 30 settembre a Milano. Giuliano PisapiaCandidato Sindaco(qui la pagina per sostenerlo su Facebook)Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- l'articolo di Eleonora Voltolina su Repubblica Milano- «Giovani, partiamo dalla casa»: anche Stefano Boeri, uno dei candidati a sindaco di Milano, scrive alla Repubblica degli Stagisti

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Italiani di frontiera, un libro e un progetto web per sfidare i propri confini. E far crescere l'Italia

Abbandonare le consuetudini di una vita, rassicuranti e limitanti in ugual misura, e partire da zero alla scoperta di nuovi modi di vivere e pensare. Provare a immaginare un futuro che non c'è, rischiare; arrivare ai confini di ciò che si è sempre saputo, superarli. Esporsi alle difficoltà e alle gratificazioni di tracciare strade nuove, più che affollare quelle da tempo asfaltate. Esiste una sana inquietudine ma l'Italia sembra non accorgersene più.A gettare acqua fresca sul viso arriva il bel libro di Roberto Bonzio, 60 anni quest'anno, giornalista e ideatore nel 2008 del progetto di storytelling multimediale Italiani di Frontiera [a fianco, in una foto tratta dagli annuari dell'università Ca' Foscari, che nel 20013 l'ha eletto Cafoscarino dell'anno]. Dallo scorso marzo il progetto multimediale è appunto affiancato anche da un libro, sottotitolo Dal west al web: un'avventura in Silicon Valley (176 pagine, Egea editore, da poco disponibile su cartaceo anche negli USA): una collezione di storie di italiani innovatori di successo raccolte da Bonzio nel 2008 nell'arco di sei mesi di «overdose di adrenalina, idee ed emozioni» in California. Storie che nel libro si incrociano con quelle della corsa all'oro di fine Ottocento, ma anche con le altre emerse negli ultimi anni di attività di IdF, tutte introdotte dalla prefazione di Gian Antonio Stella.No, sembra dire Bonzio con questa ricognizione lunga più di un secolo: la felice "sindrome Marco Polo" non è estinta ma solo sopita. Il bel Paese è ancora seduto su una miniera d'oro di talento ed energia, per quanto difficile da mettere a frutto. Di italiani "inquieti" è piena la storia, del passato ma anche del presente, e a tuffarsi nei racconti di ciascuno è difficile non rimanerne entusiasmati ed ispirati (centro al bersaglio per l'autore). Provo, mi butto, perché no. Quell'idea non è poi così folle. Senza questo spirito probabilmente il mondo non avrebbe mai avuto un Carlos Montezuma, rapito e messo all'asta all'età cinque anni ma riscattato dal fotografo napoletano Carlo Gentile, che lo adotta e lo fa studiare. E chissà come funzionerebbero oggi i computer, senza lo sviluppo della Silicon Gate Technology e l'invenzione del microprocessore da parte del vicentino Federico Faggin.  Oggi, ricorda Gian Antonio Stella, non si vedono più cartelloni "Wanted" nel far west della Silicon Valley, ma la caccia all'uomo continua. «Serratissima. È la taglia sulla testa dei programmatori più creativi, dei laureati più brillanti, dei tecnici più sveliti a trovare le soluzioni... E sono davvero tanti, gli italiani che nella contea di Santa Clara, a sud di San Francisco, hanno trovato la loro pepita». Come le trentenni Elena Favilli e Francesca Cavallo, le menti dietro l'emagazine touchscreen più scaricato al mondo, Timbuktu. Come i giovani Augusto Marietti, Marco Palladino e Michele Zonca, che a San Francisco sono riusciti a far decollare Mashape, oggi marketplace di successo per sviluppatori di app, fondata nel 2009 a Milano. O come Gianluca Iaccarino, 44enne ingegenere di Sorrento laureato alla Federico II di Napoli, premiato già nel 2010 alla Casa Bianca da Obama con il prestigioso Presidential Early Career Award for Scientists and Engineers.Anche l'autore fa in un certo senso parte di questi eroi moderni. Anche lui ha assecondato - big time, direbbero in America, con tutti i crismi - il pungolio che lo spingeva a scoprire il nuovo, spazzando via decenni di macerie culturali. Ha infatti un bel posto fisso sicuro nella redazione di Reuters quando nel 2008 il 53enne Bonzio decide di lasciare tutto e andare negli USA: prende un'aspettativa dalla sua testata e si butta nell'autoproduzione di quella che sarà un'«avventura entusiasmante, di non ritorno» trasferendosi per sei mesi con la famiglia nella leggendaria Bay Area, quartier generale di titani come HP, Apple, Google, YouTube, Amazon. Un luogo il cui tratto culturale più distintivo è stato efficacemente riassunto da Steve Jobs a Tony Blair: «Se fai una cosa nuova e fallisci, qui sei considerato uno che ha tentato una cosa nuova, nel resto del mondo uno che ha fallito».Volendosi cimentare con il "trova le differenze", la lista è lunga: «In Italia esiste l'idea di una torta finita» racconta lo scienziato Federico Faggin a Bonzio «e se io prendo un a fetta più grande faccio sì che quella degli altri diventi più piccola. Lì no, se uno lavora e crea nuove industrie, la fetta di torta diventa più grande per tutti». Concetto poco intuitivo e ancora meno conosciuto in Italia, dove tendono a prevalere sentimenti di invidia e disfattismo, e la sconfitta è accettabile solo se è comune. O dove, peggio ancora, la sconfitta altrui è motivazione di gratificazione e realizzazione: "sindrome del Palio di Siena", la definisce l'autore, rendendo solo in parte meno indigesta l'idea. L'identikit culturale della Silicon Valley conta anche efficienza («una riunione alle 8 inizia alle 8 e se è fissata di un'ora, un'ora dura»), meritocrazia («ci si scervella veramente per capire qual è il candidato migliore»), informalità nei rapporti con i superiori («Gentile professore Herschlag...» «Chiamami Dan»), valore della pianificazione (l'italico colpo di genio all'ultimo minuto può fare comodo ma non fare curriculum).Italiani di frontiera, va detto, non è stato tanto il prodotto di un salto nel vuoto, ma il suo trampolino: una maniera per dare forma e sostanza al quella sana inquietudine, che da sola non basta ad ottenere un visto di ingresso negli USA. Il prodotto vero per Roberto Bonzio è stata una rivoluzione di sguardo, su di sè, sul modo di fare giornalismo, sui problemi e sulle risorse dell'Italia. Per lui vale ciò che ha avuto modo di dire Renzo Piano, riferendosi ai giovani ma non solo: «devono partire, ma per curiosità non per disperazione. Andare, per capire il mondo ma anche un'altra cosa, ancora più importante: se stessi». Il viaggio per Roberto Bonzio continua tutt'oggi, a tempo pieno dal 2011, quando ha dato le dimissioni da giornalista Reuters per dedicarsi a tempo pieno al progetto IdF, e in ottima compagnia Sull'onda del successo della precedente edizione, partirà il prossimo 22 agosto il secondo Italiani di frontiera Silicon Valley tour 2015, rivolto a manager e imprenditori desiderosi di trovare contatti, ispirazione, idee. E riportarli in Italia.Annalisa Di Palo

Borse Fulbright, da 60 anni un bel modo per studiare negli Usa

Da sei a nove mesi negli Stati Uniti per sviluppare progetti di ricerca di respiro internazionale. È questo il cuore del bando Fulbright Research Scholar, che offre per l’anno accademico 2015-2016 nove borse di studio. Le candidature sono ancora aperte e scadono il 9 gennaio 2015. Possono presentare la domanda assegnisti di ricerca che abbiano conseguito il dottorato da almeno due anni al momento dello scadere del concorso, ricercatori universitari, professori associati e artisti con “documentata esperienza artistica di rilievo anche se non formalmente inquadrati in un contesto accademico" (qui il link alla pagina ufficiale). Requisiti fondamentali: essere cittadini italiani, avere un’affiliazione accademica presso università o centri di ricerca italiani o europei. E avere in tasca la lettera d’invito di un ateneo o centro di ricerca americano. Va da sé che anche un’ottima conoscenza dell’inglese è imprescindibile: è consigliato infatti, anche se non obbligatorio, presentare una certificazione linguistica recente come il Toefl o lo Ielts. La borsa Fulbright Research Scholar è rivolta a tutte le discipline scientifiche, con la sola eccezione delle attività di tipo clinico, che prevedono cioè il contatto clinico o terapeutico con pazienti umani o animali, per le specializzazioni di Medicina e Chirurgia, Veterinaria, Odontoiatria, Scienze infermieristiche e psicologia. Fulbright Research Scholar fa però parte di una rosa di proposte più ampia, che per l’Italia mette a disposizione nel complesso tra le 70 e 80 borse all’anno, suddivise in modo bilanciato tra gli americani che desiderano venire nel nostro Paese e gli italiani che partono per gli States. Solo negli ultimi dieci anni sono stati 494 gli italiani (136 col programma Research Scholar) che hanno trascorso negli Usa soggiorni di studio o ricerca. Nel complesso, alla Commissione Fulbright per gli Scambi culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti, braccio operativo che su indicazione dell’ambasciata americana a Roma e del Ministero degli Affari esteri gestisce da sempre il programma Fulbright nel nostro Paese, arrivano stabilmente poco meno di un centinaio di candidature italiane all’anno. Per quanto riguarda questo “ramo” particolare, la Fulbright Research Scholar, «lo scopo è mandare negli Stati Uniti ricercatori di tutti gli ambiti disciplinari, perché al loro ritorno possano mettere a frutto in Italia i risultati conseguiti», spiega alla Repubblica degli Stagisti Sandro Zinani, educational advisor della Commissione Fulbright italiana. Nel complesso il programma Fulbright ha coinvolto, in sessant'anni di storia, quasi 250mila partecipanti in uno scambio continuo da e verso gli Stati Uniti diventando una delle iniziative di scambio scientifico e culturale più competitive e longeve a livello mondiale. Discipline scientifiche, scienze politiche ed economiche, sociologia, giornalismo, discipline artistiche: il programma Fulbright si estende con le sue proposte a tutti gli ambiti della conoscenza. Tra i suoi borsisti più illustri, solo per fare qualche nome, Muhammad Yunus, Joseph Stieglitz e Javier Solana. In tutto 53 premi Nobel e 78 premi Pulitzer. Tra gli italiani, sono stati borsisti Fulbright Carlo Rubbia, Margherita Hack, Umberto Eco, Giovanni Sartori, Gianni Riotta e Irene Bignardi. Senza contare il premio Fulbright per la "Comprensione internazionale" (J. William Fulbright Prize for International Understanding), assegnato a personalità come Nelson Mandela, Bill Clinton e Desmond Tutu dall'associazione degli ex borsisti Fulbright. Con 155 Paesi coinvolti e circa 7.500 borse assegnate ogni anno, a guidare il programma Fulbright resta un fil rouge di fondo: la scelta di progetti e di esperienze di eccellenza. Nell'opzione Research Scholar, le borse per l'anno 2015-2016 garantiscono la copertura dei costi da un minimo di 9mila dollari per soggiorni di sei mesi fino a un massimo di 12mila dollari per nove mesi, con un contributo forfettario di 1.100 euro per le spese di viaggio. I partecipanti vengono coperti da un’assicurazione medica finanziata dal governo americano e inoltre esentati dal pagamento della tassa consolare e dalla Sevis fee per l’ottenimento del visto d’ingresso negli Stati Uniti ( qui il link al sito dell'ambasciata Usa). La domanda va compilata entro il 9 gennaio, creando un profilo online sul sito e consegnando a mano o via posta o corriere, sempre entro la stessa data, tutti i documenti aggiuntivi (è sempre consigliabile controllare la checklist sulla pagina del programma Fulbright Research) agli uffici romani della Commissione Fulbright di via Castelfidardo 8, aperti dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14.30 alle 17. Non fa fede il timbro postale. Tra i documenti necessari, è richiesta la presentazione di tre lettere di referenza, in inglese, che vanno compilate online dai referenti. Almeno una dovrà provenire da un ateneo diverso da quello di appartenenza del candidato, mentre è sconsigliata la presentazione di lettere di referenza da parte dell’università ospitante negli Stati Uniti. Altri documenti cartacei richiesti: copia della Fulbright Visiting Scholar Application compilata on-line, contenente anche il programma di ricerca (Project Statement) con bibliografia, curriculum vitae e lettera di invito della università statunitense; certificato rilasciato dall'università che indichi la qualifica e la tipologia di inquadramento accademico e amministrativo; per gli assegnisti di ricerca: certificato rilasciato dall'università che provi il conseguimento il titolo di Dottore di ricerca; certificazione delle risorse economiche; copia del passaporto, con copia delle pagine che indicano precedenti visti d'ingresso negli Stati Uniti; certificazione linguistica. Il processo di selezione prevede una prima scrematura delle domande presentate da parte di esperti nominati dalla Commissione Fulbright nei vari campi disciplinari. A fare la differenza e determinare i vincitori sarà poi un colloquio-intervista a Roma, in cui i candidati preselezionati dovranno illustrare nei dettagli il proprio progetto di ricerca. «L’eccellenza del percorso accademico dei candidati è uno dei nostri criteri di scelta, insieme alla qualità del progetto di ricerca. Devono spiegarci perché vogliono andare proprio negli Stati Uniti, cosa faranno e con quali metodi, ma soprattutto dovranno evidenziare come intendono mettere a frutto i risultati ottenuti una volta tornati in Italia», spiega ancora Zinani. Un consiglio per chi volesse candidarsi? «Di sicuro quello di non ridursi all'ultimo momento. La candidatura richiede molto tempo e va molto ragionata. Suggerisco ai candidati di definire con precisione i termini di lavoro con l'università americana in cui si intende andare», sottolinea Zinani. «Chi parte con il programma Fulbright, poi, deve essere consapevole anche di essere un ambasciatore culturale del proprio Paese». Maura Bertanzon 

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Fuga dei giovani dall'Italia e auspicabile ritorno: il 19 dicembre Meetalents a Perugia

Dicembre, è tempo di MeeTalents. Torna l'appuntamento dedicato ai giovani italiani "in movimento": gli expat che hanno preso la via dell'estero, e che vivono stabilmente (chi più chi meno) in altri paesi; quelli che dopo un periodo fuori hanno fatto la scelta di rientrare in Italia; e quelli che ancora non sono partiti ma che vorrebbero farlo.Per loro l'associazione Italents - che vede tra i suoi fondatori tra gli altri anche il direttore della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina, il professor Alessandro Rosina autore del libro cult Non è un paese per giovani, e i giornalisti esperti di italiani all'estero Claudia Cucchiarato (Vivo altrove), Sergio Nava (La fuga dei talenti) e Roberto Bonzio (Italiani di Frontiera) - organizza anche quest'anno un appuntamento imperdibile. Una giornata dedicata al tema degli italiani all'estero a 360 gradi, secondo il motto "dalla fuga dei talenti alla circolazione dei talenti".Meetalents ha avuto la sua prima edizione nel dicembre del 2012 a Milano, con il patrocinio del Comune; nel 2013 poi la location prescelta è stata l'Interporto di Nola, alle porte di Napoli, con una collaborazione della Regione Campania. Quindi dopo una tappa al nord e una al sud, era tempo di centro: per questo la prossima edizione del Meetalents, la terza, verrà ospitata dalla magnifica città di Perugia, grazie alla partnership dell'Agenzia Umbria Ricerche ormai da anni attiva e proattiva sul tema dei giovani italiani (e in particolare umbri) all'estero.A partecipare al Meetalents, come di consueto, sono invitati non solo i giovani che potranno portare idee, esperienze, spunti di discussione, ma anche le istituzioni e le aziende italiane che hanno tutto l'interesse a mettersi all’ascolto dei talenti espatriati. In particolare, i giovani possono prenotare la propria partecipazione, e quelli tra loro che vivono all'estero possono anche fare richiesta (fino a esaurimento fondi) di un contributo per le spese di viaggio. Qui il link per le iscrizioni.L'appuntamento è dunque per venerdì 19 dicembre a Perugia, al Teatro della Sapienza (Centro Onaosi). La giornata prenderà avvio appena dopo pranzo con tre saluti di benvenuto dei padroni di casa: quello di Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria; poi di Claudio Carnieri, presidente dell'Agenzia Umbria Ricerche; e infine del sindaco Andrea Romizi. Subito dopo il presidente di Italents Alessandro Rosina darà il via all'apertura dei lavori insieme ad Anna Ascani dell'Agenzia Umbria Ricerche.Ad aprire le danze sarà un intervento di Roberto Bonzio, forte della sua esperienza di narratore con il progetto Italiani di Frontiera, che parlerà di "Quale Italia comunichiamo all’estero". Perché comunicare bene, creare una narrazione di quel che fanno gli italiani dentro e fuori dall'Italia, è fondamentale per elaborare e far camminare le nuove idee, farle arrivare alle orecchie delle istituzioni e delle imprese. Subito dopo, proiezione di un frammento del video “Quale Italia comunichiamo all’estero” e premiazione del concorso fotografico “L’Umbria che attrae”, che nel corso del 2014 ha coinvolto i giovani delle quinte classi delle scuole superiori umbre.La scaletta procederà poi a spron battuto con un panel dedicato alle "Proposte su circolazione, attrazione e rete dei talenti". Qui a introdurre sarà Paolo Balduzzi, docente della Cattolica attivo in iTalents, che coordinerà una serie di interventi programmati in base al lavoro fatto online, sulle proposte selezionate attraverso il sondaggio (c'è ancora tempo per partecipare, proporre temi e contribuire alla discussione!).Subito dopo si aprirà un momento di "Q&A", cioè uno spazio per domande dei partecipanti; a gestirlo sarà Gabriele Biccini, portavoce del Forum regionale dei Giovani dell'Umbria. Partirà poi lo spazio della prima tavola rotonda, intitolata "Valorizzare i talenti in tempi di crisi". Qui sono previsti gli interventi di Federica Angelantoni, amministratore delegato di Archimede Solar Energy; Patrizia Fontana, partner di Carter & Benson; Chiara Gabbi, coordinatrice di Young Issnaf – Italian Scientists and Scholars in North America Foundation;  Gabriele Galatioto del Maglificio Galassia – Pashmere; Tiziana Grassi, giornalista e direttore del Dizionario Enciclopedico “Dizionario delle Migrazioni Italiane nel Mondo”; Giovanni Paciullo, rettore dell'università per Stranieri di Perugia; Elena Stanghellini, referente Relazioni internazionali dell'università di Perugia; e Riccardo Stefanelli, in rappresentanza dell'azienda Brunello Cucinelli.Ampio spazio anche alle testimonianze di talenti umbri dall’estero: hanno già confermato la propria presenza Federico Bonotto, general manager di Faist China (la sede cinese di Faist Group, azienda del settore metalmeccanico umbro) e direttore della Camera di Commercio Italiana in Cina, e Michele Bruni, presidente di Autentica, una start-up creata grazie ai contributo del bando Brain Back Umbria. A moderare qui sarà Andrea Marinelli, collaboratore del Corriere della Sera e co-fondatore di “Peninsula Hotel”.Solo dopo questo momento di ascolto delle ragioni dei giovani e del mondo imprenditoriale sarà data “La parola alla istituzioni”, con l'ultimo panel in programma. Qui i relatori, coordinati da Eleonora Voltolina, saranno Brando Benifei, il più giovane parlamentare europeo; Carla Casciari, vicepresidente della Giunta Regionale della Regione Umbria; Mario Pera, segretario generale della Camera di Commercio di Perugia, che racconterà il progetto “Improve your Talent”; di nuovo il sindaco di Perugia Andrea Romizi; e Guglielmo Vaccaro, deputato e grande promotore della legge Controesodo e di altri provvedimenti sul tema dei giovani italiani all'estero.A chiudere la giornata è previsto una conclusione di Luigi Bobba, sottosegretario del ministero del Lavoro con delega alle politiche giovanili. Una giornata intensa: chi vuole partecipare si iscriva!

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Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»

Sulla professione giornalistica interessante è la riflessione di Roberto Bonzio, giornalista dell'agenzia Reuters e autore del progetto multimediale Italiani di Frontiera sui temi dell'innovazione e della meritocrazia che, oltre al sito web e alle conferenze, oggi è anche un gruppo su Facebook con quasi 500 iscritti – e in arrivo si sono anche un libro e una web tv. Nel 2008, organizzando tutto da solo, Bonzio [foto] è stato per sei mesi in aspettativa con famiglia in California, incontrando e intervistando gli italiani di Silicon Valley, fra scienziati e imprenditori di successo. Occasione anche per un confronto – talvolta impietoso – fra media americani e italiani.«Per una volta invece di raccogliere testimonianze mi permetto una riflessione personale. Sul mio mestiere, quello di giornalista. E su come si fa in Italia. Perché mi sembra pertinente ai temi di questo progetto, che parla di merito, innovazione, spirito d’impresa, nuovi modi di pensare»: comincia così II Fortino, scritto all'indomani della firma del nuovo contratto giornalistico (arrivata dopo quattro anni di trattative serrate tra la Fnsi, il sindacato dei giornalisti, e la Fieg che rappresenta invece gli editori). Ed entra subito nel merito: «Visto così, il mondo del giornalismo italiano mi pare anacronistico, schierato, autoreferenziale. Assediato. Come un fortino d’altri tempi. Dopo anni, i giornalisti italiani hanno avuto di recente un nuovo contratto. Ma riguarderà forse la metà di loro. Come mai? La mia personale riflessione e’ dedicata ai giornalisti di domani». Ed ecco il testo.L’ESEMPIO USA – Qualche mese, nel cuore della crisi che ha avuto effetti devastanti sulla stampa americana, ha chiuso i battenti anche il Rocky Mountain News, quotidiano di Denver. Pochi giorni dopo avrebbe compiuto 150 anni ma era proiettato nel futuro, con straordinari esempi di giornalismo d’avanguardia, multimediale nel web. L’ultimo dei quali, dedicato alla propria chiusura. Con una compostezza a noi sconosciuta, giornalisti che davanti al ferale annuncio, prendono appunti. Per raccontare da giornalisti, anche quando la cattiva notizia riguarda le loro vite. Come raccontare, da giornalisti, il quadro della stampa italiana? Dicendo che il re è nudo.UN FORTINO IL GIORNALISMO ITALIANO – Mentre il giornalismo mondiale affronta svolte epocali, a me il giornalismo italiano sembra lo specchio di un Paese di cui dovrebbe essere invece osservatore distaccato e critico. Troppo spesso ingessato, clientelare, rivolto al passato, assurdamente autoreferenziale. Non si limita a raccontare i problemi di questo Paese, ne fa parte in pieno. Un fortino d’altri tempi, in cui ancora una volta il contratto rassicura parzialmente solo chi è dentro. Anche se il fortino sta in piedi solo grazie a chi è fuori e spinge sulle palizzate. Che altrimenti crollerebbero.CHI STA FUORI – Fuori, a tirare la carretta, collaboratori sottopagati, molti giornalisti a tempo pieno senza tutele, costretti spesso a subire ricatti o capricci di capiredattori culi di pietra che non ricordano quando e se sono stati su piazza l’ultima volta, il mondo lo guardano attraverso telegiornali, pochi quotidiani e agenzie, capaci di bocciare la notizia del secolo, se non l’hanno prima vista sull’Ansa. Fuori a spingere anche giovani e giovanissimi che hanno una sola speranza, per tentare di incunearsi con tanta fortuna in uno dei pochissimi posti fissi. Ingraziarsi un capo influente. Per riuscirci, la bravura aiuta ma non è indispensabile. Mentre essere originali, innovativi, anticonformisti può essere pericolosissimo, sinonimo di inaffidabilità, per chi ragiona sempre in base a schemi e consuetudini del passato. Che tipo di giornalisti di domani verranno selezionati così?CHI STA DENTRO – Dentro il fortino, tanti colleghi in gamba, spesso senza galloni. Ma anche papaveri avvinghiati a privilegi assurdi, con stipendi mensili mostruosamente sproporzionati, rispetto ai tanti bravi e sottopagati; alcuni colleghi che nell’era del web considerano un affronto che si metta in discussione la loro mazzetta quotidiana personale di giornali, magari da oltre mille euro al mese. Molti altri che non sanno l’inglese e considerano computer e Internet poco più di macchine da scrivere, vocabolari ed elenchi del telefono. Rappresentati da un Ordine che nel 2008 ha organizzato finalmente la prima prova d’esame col computer. Mandando tutto in tilt per un sistema informatico disastroso! Una corporazione che si difende da editori-imprenditori illuminati, che vorrebbero coniugare flessibilità e meritocrazia? Magari. Nella mia passata esperienza nei quotidiani ho quasi sempre visto premiare la fedeltà sul merito. E temo che in una grande azienda editoriale, in nome della flessibilità, a saltare da una redazione esteri ad un mensile di cucina potrebbe essere non il meno competente di esteri ma il più scomodo, il meno ammanicato. Quanto starà in piedi questo fortino? Più o meno del Paese arretrato e autoreferenziale su cui dovrebbe vigilare?SVOLTE EPOCALI IGNORATE – Intanto, tutto il mondo della comunicazione sta andando incontro a svolte epocali. Un terremoto propiziato dalle nuove tecnologie che è solo agli inizi… Con un paradosso. La circolazione gratuita di contenuti intellettuali su mille piattaforme e fuori dai circuiti tradizionali è una tendenza ineluttabile, rappresenta un’opportunità straordinaria e senza precedenti per il giornalismo, è un’occasione fantastica di promozione culturale globale. Ma coincide con un futuro di incognite, per chi il giornalista lo fa per mestiere e deve trarvi sostentamento. Occorre però capire che indietro non si torna, bisogna guardare avanti. I giornali forse non spariranno ma si trasformeranno drasticamente. E si dovranno trovare sistemi diversi per guadagnare. Come a fatica sta facendo l’industria della musica. Far solo la guerra agli Mp3 è ridicolo. E se i cd spariranno, la musica digitale ha creato intanto anche nuove formule di remunerazione e nuovi mercati. Lo stesso dovrà fare l’intero mondo editoriale. Partendo dalla constatazione che se il traferimento dei contenuti digitali online ormai non ha quasi più un costo, non sarà più possibile guadagnare da quel trasferimento, bisogna trovare altro. Come dovrebbe fare l’industria del latte, se un giorno il latte sgorgasse gratuitamente dai rubinetti di casa.OPPORTUNITÀ – Credo che essere consapevoli di questa realtà globale sia il primo passo per prepararsi al domani. E magari, fare quel che in Italia non è di moda fare: scrutare il futuro e trovare nei cambiamenti epocali e nelle innovazioni anche delle opportunità. Invece di considerarli solo come pericoli e minacce dai quali proteggersi con barricate. Perchè la rivoluzione in corso non distruggerà solo, creerà nuove figure professionali giornalistiche, che magari oggi fatichiamo anche a immaginare. Chiuso il loro giornale, alcuni colleghi del Rocky Mountain News hanno tentato diversi esperimenti di informazione online, anche in chiave locale. Intanto, dentro al fortino del giornalismo italiano, “guardare al futuro” per molti vuol dire solo parlare di scatti d’anzianità e prepensionamenti.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»E le storie di praticantato vissuto:- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

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