Centro per l'impiego di Trento, per combattere la disoccupazione si guarda all'estero

A Trento l’iscrizione alle liste di disoccupazione si può fare da anni direttamente online, comodamente seduti a casa propria. Uno strumento per evitare le code che spesso intasano gli sportelli dei centri per l’impiego di altre parti d’Italia che però anche nell’attivo nord est ancora in pochi usano. E il gap tecnologico non investe solo i lavoratori stranieri o gli “stagionali”, ma anche i più giovani. «La digitalizzazione è meno diffusa di quanto pensiamo» spiega Antonella Chiusole, dirigente dei Centri per l’impiego trentini. «Abbiamo avuto problemi anche con i ragazzi che volevano iscriversi alla Garanzia Giovani, in cui la procedura è tutta online. A volte purtroppo diamo per scontato cose che non lo sono affatto».A Trento e provincia sono attivi 12 centri per l’impiego che dipendono dall’Agenzia per il  lavoro, una struttura provinciale autonoma sia dal punto di vista della governance (il presidente è un soggetto esterno alla Provincia e nel cda siedono rappresentanti pubblici e delle associazioni di categoria), sia  dal punto di vista amministrativo, contabile e gestionale. Nonostante i numeri non siano nemmeno paragonabili ai 150mila iscritti a Cpi come quelli di Siracusa, anche nel produttivo Trentino gli effetti della crisi si stanno facendo sentire: se, infatti, nel 2010 quasi il 29% dei circa 21mila nuovi iscritti nell’area di Trento trovava lavoro nell’arco di un anno, l’anno scorso la percentuale è scesa a poco più del 18%, mentre il numero di nuovi iscritti nel corso del 2014 è aumentato sfiorando i 27mila e facendo arrivare il totale a quasi 45mila posizioni. Per far fronte alla crisi oltre ai normali ammortizzatori, a Trento da ottobre 2014 è stato istituito il “Reddito di attivazione”, che prolunga le indennità statali. Una misura pensata in una prima fase a favore degli over 54 e dei precari (mini aspi) e che da gennaio 2015 si estenderà agli under 50. I requisiti riguardano la residenza in Trentino e il rispetto del patto di servizio. Complessivamente la Provincia ha stanziato 28 milioni di euro fino al 2016 che andranno a beneficio di circa 36mila lavoratori. Il reddito di attivazione viene concesso dall’Agenzia del lavoro ed è erogato dall’Inps in via automatica. Nel 2014 sono stati autorizzati 172 beneficiari di cui 21 a termine del periodo di Aspi e 151 al termine del periodo di MiniAspi per un totale di 379.464 euro.Ma qui ai confini dell’Italia più che altrove, le risposte messe in campo contro la disoccupazione guardano all’Europa. «Abbiamo dei progetti a sostegno dell’imprenditorialità e della mobilità dei disoccupati all’estero» sottolinea Chiusole, ricordando che si tratta di iniziative attivate con dei finanziamenti europei a cui partecipano soprattutto i giovani. «Facciamo una prima selezione sul livello linguistico minimo perché abbiamo visto che se non si ha una certa conoscenza della lingua, il percorso difficilmente funziona. Poi dopo un colloquio, i candidati selezionati trascorrono un tirocinio all’estero che va dalle 5 alle 15 settimane». E i risultati si vedono. «A distanza di 12 mesi il 79% dei ragazzi ha trovato un lavoro in Italia o all’estero». Numeri che fanno ben sperare anche per la Garanzia Giovani, il programma straordinario per la lotta alla disoccupazione giovanile finanziato dal Fondo sociale europeo, rivolto ai ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. «Secondo la nostra esperienza il tirocinio è essenziale per trovare lavoro», spiega Chiusole. In Trentino, che beneficia di circa 8 milioni e 300mila euro stanziati dall'Unione europea, fino ad oggi sono state raccolte più o meno 7500 adesioni «circa la metà di residenti nella nostra regione», sottolinea la dirigente, spiegando che il programma è stato articolato su quattro percorsi, due basati su tirocini, uno per l’apprendistato e il quarto per il servizio civile. Il primo percorso è il più gettonato: prevede un'attività di orientamento individuale, seguita da una di formazione breve e quindi dal tirocinio in aziende provinciali o nazionali.  Il secondo percorso invece prevede una formazione specialistica più un tirocinio di durata variabile. C’è poi l’apprendistato per il conseguimento di qualifica o diploma che prevede 460 ore di formazione, di cui 100 in azienda. Infine il percorso sul Servizio civile. Si sta poi ragionando su altre proposte ed eventualmente altri percorsi oltre ai quattro già avviati. Tra le ipotesi di lavoro, le esperienze all’estero con tirocinio o il potenziamento dell'incontro domanda-offerta attraverso specifici progetti di accompagnamento al lavoro.Un lavoro a parte viene svolto sul fronte delle imprese a cui i Centri per l’impiego non offrono solo una bacheca per l’incontro di domanda e offerta. «Dall’anno scorso, stiamo cercando di potenziare l’interazione con le aziende» riferisce Chiusole «andando direttamente negli uffici a spiegare i nostri servizi. Diamo anche la possibilità di pubblicare sul nostro sito annunci anonimi e, se il datore di lavoro vuole, lo affianchiamo nei colloqui preliminari o ci incarichiamo direttamente noi di svolgerli. Per le collaboratrici domestiche o le badanti, ad esempio, è un meccanismo molto apprezzato». Anche in un’isola felice i problemi restano legati alla carenza di risorse e al carico di lavoro degli operatori, che non sempre riescono a seguire al meglio ogni caso. Nei 12 centri per l’impiego trentini lavorano attualmente 131 operatori (di cui 102 a tempo indeterminato), che seguono in media 342 iscritti a testa. «Le regole in questo momento vanno bene, bisogna solo applicarle con rigore» sottolinea Chiusole «certo, bisogna investire perché dove i servizi per l’impiego funzionano ci sono molti meno disoccupati che altrove». E in questo quadro, forse, il sistema di accentramento delle politiche attive previsto nel Jobs Act «non è detto che sia il migliore» conclude la dirigente «anche perché il mercato del lavoro è molto diverso da regione a regione».

Centri per l'impiego, da Torino l'allarme al governo: senza investimenti non c'è futuro

Ogni mattina al Centro per l’impiego di via Bologna, nella periferia nord di Torino, c’è una fila lunghissima di persone che aspettano. Donne, uomini, giovani e meno giovani, italiani e stranieri. Ognuno con la propria storia alle spalle e un obiettivo comune: trovare un lavoro. Purtroppo, attraverso questi uffici pubblici che dipendono dalla Regione ma sono gestiti dalle Province, ci riusciranno in pochi. La colpa è soprattutto dell'enorme divario tra domanda e offerta di lavoro, ma non solo. La scarsa efficienza - che qualcuno bolla già come fallimento - dei Centri per l’impiego ha radici più profonde. Nel 1949, con la legge 264, in Italia nascono gli uffici di collocamento pubblici, predecessori dei centri per l’impiego. Il funzionamento è semplice: chi cerca un lavoro s’iscrive nelle apposite liste, mentre chi lo offre presenta la cosiddetta “richiesta di avviamento”, con il numero e le caratteristiche dei profili desiderati. La chiamata è numerica e chi trova lavoro è cancellato dalla graduatoria, per poi tornarci una volta terminato l’impiego. La grande rivoluzione avviene nel 1997, con il decreto legislativo 469 che sancisce la fine del monopolio pubblico e l’apertura ai privati all’attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro, in ritardo di qualche anno rispetto ad altri paesi europei (nel 1993 in Svezia, un anno dopo in Germania). Nascono così i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro; quest'ultime, con la successiva legge Biagi, aumentano le loro funzioni, arrivando a svolgere attività di intermediazione, ricerca e selezione del personale e fornendo supporto alla ricollocazione professionale. Un sistema riformato, ma che continua a funzionare male, soprattutto a causa degli scarsi investimenti dei governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. Il risultato è che oggi il sistema italiano dei servizi per il lavoro è il meno finanziato e sostenuto d’Europa: secondo i dati Eurostat ripresi dal ministero del Lavoro, la spesa media annua francese in servizi per ogni persona che cerca lavoro è di 1500 euro, quella tedesca di 1700 euro, quella italiana di 74 euro. Nel nostro paese c'è un orientatore ogni 300 disoccupati, in Germania uno ogni 40 e in Francia uno ogni 30. In sostanza, abbiamo investito dieci volte meno la media europea. E ancora: nel 2013 la spesa per servizi e politiche attive del lavoro è stata all'incirca del 20% sul totale delle risorse nazionali destinate alle politiche del lavoro, rispetto alla media europea che è intorno al 45%. Un sistema ancora di tipo assistenziale, se si considera che nel 2013, su 30 miliardi di euro, circa 20 sono stati destinati a trattamenti di disoccupazione e 6 a sgravi o incentivi alle imprese. «Investiamo poco e male» conferma ad Articolo 36 Carlo Chiama, assessore al Lavoro della Provincia di Torino: «basti pensare che in Italia, tra orientatori e operatori, lavorano in 7-8 mila, in Germania 90 mila e in Francia 70 mila. È impossibile andare avanti con questi numeri. I servizi di qualità hanno bisogno di finanziamenti, senza soldi c’è poco da discutere». In provincia di Torino operano 15 centri per l'impiego, dove lavorano un po' più di 200 dipendenti. Soltanto a Torino gli iscritti, più donne che uomini, sono circa 200mila, la maggior parte di età compresa tra i 35 e i 44 anni. «Non dimentichiamo poi la falsa credenza secondo cui il Centro per l’impiego debba trovare a tutti i costi un lavoro» conclude Chiama. In che senso “credenza”? I centri per l'impiego non servono a trovare alla gente un impiego? «Il nostro compito principale è fornire supporto nella ricerca del lavoro, ma poi le persone si muovono autonomamente» conferma Cristina Romagnolli, responsabile dei Centri per l’impiego della Provincia di Torino. «Facciamo tutto il possibile per fare incontrare domanda e offerta, ma c’è davvero poca richiesta e i disoccupati continuano ad aumentare. Nel 2013, nel nostro territorio di riferimento, circa 40 mila persone hanno terminato un rapporto di lavoro e sono rientrati nello status di disoccupazione: nel 2012 erano 20mila, quindi il numero è raddoppiato. Leggo spesso che i Centri per l'impiego intermedierebbero non più del 3% dei contratti di lavoro, ma sono numeri discutibili, anche perché capita spesso di operare insieme al privato, preselezionando profili che poi forniamo alle agenzie. In questo modo otteniamo dei risultati, poco importa chi c'è riuscito. Non ha senso la corsa tra operatori del mercato del lavoro fondata sul tentativo di dimostrare chi intermedia di più, semmai la vera questione è il coordinamento della rete dei servizi». I pochi investimenti sulle politiche del lavoro sono una ragione più che valida per spiegare la debolezza dei Centri per l'impiego. Detto ciò, le cose potrebbero funzionare meglio, ad esempio informatizzando alcuni servizi essenziali come la richiesta del fantomatico "certificato di disoccupazione". A Torino c'è la possibilità di ottenere l'autocertificazione (perché di questo si tratta) via email, saltando la fila, ma non tutti gli uffici hanno attivato questo servizio. Succede poi che ogni Centro, anche all’interno dello stesso territorio, porti avanti i suoi progetti, più o meno riusciti, senza seguire un percorso unitario che servirebbe a semplificare le cose. «Nel 2009 abbiamo attivato lo sportello "Alta professionalità e grandi clienti" che sta decisamente funzionando» aggiunge Romagnolli «attraverso il quale intercettiamo e selezioniamo figure tecnico-specialistiche che mettiamo in contatto con aziende medio-grandi. Dal 1° gennaio al 30 giugno 2014 abbiamo collocato 992 persone, un ottimo risultato. Un'altra iniziativa è l'apertura del lunedì dedicata ai giovani under 30, con servizi erogati ad hoc: ne sono arrivati più di 8 mila». Poi ci sono le relazioni con le amministrazioni del territorio: se un Comune intercetta un'azienda che vuole espandersi, il Centro per l'impiego compie una preselezione fra i lavoratori che risiedono in quel territorio. «Purtroppo le aziende medio-piccole non si rivolgono spesso ai nostri uffici» spiega la dirigente «preferiscono il passaparola, un'abitudine tutta italiana». Con la dismissione delle Province, transitoriamente, l'organizzazione dei Centri per l'impiego passerà alle Città metropolitane. All'orizzonte, però, potrebbero esserci novità più importanti. All'interno del Jobs act che il governo Renzi sta definendo proprio in questi giorni, ad esempio, ci sarebbe l'intenzione di creare una grande agenzia nazionale dei servizi per l'impiego. «Non so che tipo di scelta farà l'esecutivo, ma è ora di investire sul lavoro» conclude Romagnolli «Per troppo tempo questo settore è stato considerato poco e male. Servono operatori specializzati per ogni servizio, la gente che cerca lavoro aumenta né noi né il privato abbiamo la bacchetta magica».   Normal 0 14 false false false IT JA X-NONE  

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Centro per l'impiego di Siracusa: «Qui un mare di gente perde il lavoro e non possiamo farci nulla»

Lo scorso giugno, una bella giornata di sole, l’Ufficio Statistica della Regione Sicilia ha pubblicato un dato da far venire i brividi: il tasso di disoccupazione regionale (attenzione, non giovanile: regionale) al 34,8%. Più di una persona su tre senza lavoro, ma soprattutto ben 13,8 punti percentuali in più rispetto al tasso elaborato poco prima dall’Istat. Una notizia sensazionale anche per chi vive in una regione che, quando si parla di lavoro e politiche occupazionali, fa sempre la parte di cenerentola. In questo contesto, lavorare in un Centro per l’impiego deve essere quantomeno complicato. Lo è certamente a Siracusa, dove disperazione e smarrimento sono all’ordine del giorno, come confida una dirigente che preferisce restare anonima: «Qui la situazione è più che disastrosa. Le problematiche sono tante, c’è un mare di gente che perde il lavoro e non possiamo farci nulla. È una situazione che non possiamo fronteggiare, possiamo vendere solo fumo. Su Garanzia Giovani, ad esempio, è arrivato il bando per il servizio civile, ma solo quello. Non c’è altro. Progetti come Garanzia Giovani e il Piano Giovani, su cui i ragazzi facevano molto affidamento, di fatto si stanno rivelando una bolla di sapone. Basti pensare che il progetto regionale relativo al Piano Giovani è ancora bloccato». A Siracusa, come in tante altre zone dell’isola, la disoccupazione riguarda tutti, ragazzi e meno giovani: i primi sono rassegnati, i secondi disperati. «C’è gente di 40 o 50 anni che perde il lavoro e rimane a casa» spiega la dirigente del cpi «non hanno più nessuna possibilità, stiamo andando avanti con gli ammortizzatori sociali e la mobilità in deroga, ma sono interventi che lasciano il tempo che trovano, anche perché un padre di famiglia non riesce a tirare su una famiglia con quelle somme». Gli iscritti ai quattro centri per l’impiego in provincia di Siracusa, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, sono moltissimi. Più di 60 mila a Siracusa, 28 mila ad Augusta, 24 mila a Lentini e 38 mila a Noto. Città bellissime, ricche di storie, ma povere di lavoro. «Qui le aziende stanno chiudendo tutte» dicono gli operatori «basta fare un giro in centro a Siracusa e si notano molti negozi chiusi. La situazione è veramente sconfortante, tanta gente viene a piangere ai nostri sportelli, non hanno neppure i soldi per comprare il pane». Una struttura che produce pochi risultati, ma in grado di dare lavoro a ben 144 persone, impiegate nei quattro cpi della provincia. Tutti assunti a tempo indeterminato, nessun precario. Un’oasi rigogliosa in mezzo al deserto, che un po’ stona. «È  vero, siamo in tanti, ma abbiamo competenze diverse rispetto ai colleghi delle altre regioni» spiega Paolo Trovato, dirigente ad interim: «Ad esempio il controllo e la vigilanza sulla formazione professionale e la rendicontazione». «E poi fino a qualche tempo fa» aggiunge una collega «offrivamo molti più servizi; c’era lo sportello del Ciapi, il Centro interaziendale addestramento professionale integrato, dove lavoravano diversi operatori degli enti di formazione. Si occupavano di orientamento, supporto psicologico. Purtroppo il servizio è stato smantellato e chi vi lavorava ora è in cassa integrazione o in mobilità. Tutti passati dall’altra parte dello sportello, a fare la coda per iscriversi e richiedere gli ammortizzatori sociali». Pensare al Centro per l’impiego di Siracusa come all’ennesimo carrozzone che assorbe tanti soldi pubblici è quasi scontato. Il Centro, a differenza di altre realtà italiane, dipende dalla Regione Sicilia (a Statuto speciale) e non dalle provincia. Ma questo per il dirigente ad interim è un handicap. «Ricordo che il Centro di Pordenone organizza, attraverso vaucher, la manutenzione delle scuole. Da noi questo è impossibile, perché non abbiamo fondi a disposizione da potere erogare direttamente». Eppure, nello sconforto generale, qualcosa che funziona c’è. Come i servizi online, che in altre regioni faticano a decollare, qui sono utilizzati dagli utenti. Collegandosi al portale è possibile fare la dichiarazione di disponibilità o richiedere altri certificati. C’è poi la “bacheca lavoro”, che pubblicizza le poche offerte di impiego. Un barlume di luce che si spegne di colpo quando la discussione si sposta sul rapporto con le imprese del territorio. «Abbiamo perso il contatto con le aziende dopo l’introduzione della comunicazione obbligatoria delle assunzioni» spiegano dal Centro “e adesso i rapporti avvengono attraverso le associazioni di categoria o gli ordini professionali. Facciamo quello che possiamo, ma le condizioni socioeconomiche sono complicate. Lo erano qualche anno fa, lo sono ancora di più adesso. Ci servirebbero risorse da potere investire, vorremmo attivare progetti, ma abbiamo le mani legate e non possiamo farci davvero nulla”.

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Centro per l'impiego di Terni, nella città d'acciaio che sfida la crisi

Dopo Torino, Prato e Siracusa, il viaggio della Repubblica degli Stagisti all'interno dei centri per l'impiego italiani prosegue facendo tappa a Terni.   Anche Terni, la città d’acciaio che fin dall’800 è legata indissolubilmente alla fabbrica, si è piegata dinanzi alla crisi. Nel settembre 2014, una persona su cinque residente in provincia risultava iscritta al Centro per l’impiego: circa 36 mila individui, duemila in più rispetto all’anno precedente. Numeri che risentono anche dei licenziamenti operati dalla ThyssenKrupp, l’azienda siderurgica tedesca che dà lavoro a centinaia di persone. Così, lo scorso ottobre trentamila cittadini sono scesi in piazza contro i tagli che rischiano di mettere in ginocchio la comunità. Meno occupati significa più lavoro per i centri per l’impiego. In provincia ne operano due, a Terni e Orvieto, dove lavorano complessivamente 61 persone, che si occupano di politiche del lavoro e formazione professionale.  «L’intermediazione tra domanda e offerta riguarda solo una piccola parte del nostro lavoro» dice alla Repubblica degli Stagisti Maurizio Agrò, dirigente del settore Politiche formative e del lavoro: «Ci occupiamo anche di attività amministrativa, orientamento, formazione, cassa integrazione, collocamento obbligatorio ed altre attività». Come in molti altri cpi d’Italia, è complicato risalire alla percentuale di disoccupati che trovano un lavoro dopo essersi rivolti agli ex collocamenti. «Anche perché gran parte dei 36 mila iscritti non vengono trattati dai servizi per l’impiego» fa notare Agrò: «Magari si rivolgono ai nostri sportelli per ricevere i trattamenti di disoccupazione, come accade agli insegnanti precari, oppure per ottenere l’esenzione dalla mensa scolastica. Se valutiamo solo i disoccupati che hanno ricevuto dal servizio almeno un colloquio o uno strumento di tirocinio e formazione, la percentuale di persone che poi trovavano un lavoro è molto alta, fino al 65%». Da più di dieci anni il cpi mette insieme politiche del lavoro e formazione e i risultati ottenuti permettono oggi di “galleggiare”, quando altre realtà affondano. «Gli ultimi tre anni non sono stati felici, ma resistiamo» spiega il dirigente «anche grazie al successo di iniziative come le work experience, il fiore all’occhiello del nostro ufficio». Si tratta di percorsi formativi della durata di 6 mesi dedicati a profili medio-alti (diplomati tecnici, ingegneri, architetti...), che prevedono una borsa di studio da 800 euro pagata dalla Provincia ed erogata dal Centro per l’impiego. Le aziende avanzano le loro domande, impegnandosi al termine del percorso ad assumere la persona. «Se non rispettano l’impegno non possono partecipare al bando successivo» dice Agrò. «In questo modo siamo riusciti a costruire un elenco virtuoso e oggi molte delle aziende con sui siamo in contatto rispettano gli impegni». Quest'anno, secondo le previsioni, si attiveranno dai 100 ai 120 percorsi e almeno la metà dovrebbero andare a segno. Per le work experience non esistono limiti di età: vi partecipano soprattutto ragazzi, ma ci sono anche persone di 40-50 anni, quest’ultime in forte aumento. «Ogni anno pensiamo anche a elaborare le comunicazioni aziendali, individuando i profili professionali più richiesti, quelli che creano occupazione nel territorio. Un prodotto costruito in modo artigianale, ma molto efficace». Il cpi di Terni è un modello funzionante, che però rischia di essere messo in discussione dalla riforma del mercato del lavoro. «L’importante è non scindere il connubio politiche del lavoro-formazione, che devono procedere a pari passo» dice Agrò: «Al momento la riforma è in fase di attuazione, con alcuni decreti delegati approvati e altri in corso di adozione. L’obiettivo dovrebbe essere quello di dirottare le risorse dalla politiche passive a quelle attive: 35 miliardi per le prime sono troppi rispetto al miliardo per quelle attive. Ad ogni modo, mi sembra che la riforma contenga degli elementi positivi, dall’alleggerimento delle politiche passive, al contratto a tutele crescenti fino al ridisegno degli ammortizzatori. È una riforma che potrebbe avere effetti molto positivi sul mercato del lavoro».Intanto, il programma Garanzia giovani ha prodotto più luci che ombre: «Ha posto l’attenzione sul grande problema della disoccupazione giovanile» riassume Agrò «dopo che il precedente programma operativo 2007/13 si era occupato più di politiche passive e cassa integrazione. Contiene anche i segnali di un nuovo approccio riformista alle politiche attive e al sistema di gestione, introducendo il modello pubblico/privato. Peccato però che non tutti i territori siano pronti a recepire un impatto così innovativo. Inoltre, alcuni meccanismi, come la gestione dei tirocini formativi, sono molto macchinosi e complessi». Al 7 gennaio 2015 per Garanzia Giovani in provincia di Terni sono pervenute 4640 adesioni. Sono stati convocati per un colloquio 1910 ragazzi, 252 hanno scelto di non presentarsi, mentre in 198 casi gli operatori del centro hanno appurato che non si trattava di neet. Per quanto riguarda, invece, i patti per l’erogazione delle misure di Politiche attive del lavoro, al 31 dicembre 2014, sempre in provincia di Terni risultano attivati 1137 percorsi. Di questi, 191 sono “formativi” e destinati a giovani di età compresa tra i 15 e i 18 anni. Completano il quadro 179 servizi civili, 340 tirocini extra curriculari e 417 percorsi di formazione mirati all’inserimento lavorativo. Sulla nascita dell’Agenzia nazionale del lavoro prevista dal Jobs Act, il responsabile ternano si dice favorevole: «Le politiche del lavoro fino ad oggi non sono state governate a livello centrale; ogni territorio ha operato autonomamente e non è mai stata creata una banca dati nazionale. Credo sia indispensabile recuperare questa capacità di gestione, così da garantire servizi di qualità quanto più possibile uniformi in tutto il Paese».

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La selva oscura delle partite Iva: come e perché aprirne una nel 2015

La Repubblica degli Stagisti inizia oggi un viaggio, passo dopo passo, nella selva oscura delle partite Iva: “oscura” perché un rapporto di lavoro autonomo implica una serie di scelte, spesso complesse, e per fare quella giusta bisogna capire quali siano le conseguenze. Già il primo passo, l’apertura della partita Iva stessa, entro e non oltre trenta giorni dall’inizio dell’attività, è preceduto da un bivio: secondo l’indagine del sindacato Nidil Cigil quattro su dieci sono false. Significa che in realtà servono a camuffare un effettivo rapporto di subordinazione, in modo particolare se si ha a che fare con fatturati inferiori ai 25mila euro l’anno e con un monocommittente, quando cioè la prestazione è svolta per un unico datore di lavoro.Questa immagine - partite Iva sane versus partite Iva malate - è bene stamparsela in testa, può essere un ottimo antidoto nel mondo in cui si è appena messo piede. Dopodiché le operazioni non sono né difficili né lunghe: letteralmente la partita Iva è un codice, una catena di undici numeri rilasciata dall’Agenzia delle Entrate a cui bisogna presentare domanda, compilando il modello AA7 (per soggetti diversi dalle persone fisiche ovvero soggetti collettivi come le società) o il modello AA9 (per imprese individuali e lavoratori autonomi). Inoltre, chi volesse avviare un’attività imprenditoriale deve aggiungere alle cose da fare anche la comunicazione unica, la procedura necessaria a realizzare tutti gli adempimenti amministrativi.L’aspirante titolare della partita Iva è libero di scegliere se sbrogliare il tutto da solo oppure affidarsi a un commercialista, il quale per l’apertura richiede tra i 50 o i 100 euro in media. Questo servizio iniziale però potrebbe anche essere gratuito, è un passaggio abbastanza veloce (qualche ora, online) e in ogni caso il costo dipende anche dal tipo di rapporto che si intende instaurare in futuro per la consulenza. Sicuramente un consiglio di un commercialista è utile nella parte più ostica, la scelta del regime fiscale, che non risponde alla matematica, bensì combina una serie di elementi a disposizione del lavoratore: il genere di attività, la situazione personale e una stima indicativa di quanto si andrà a fatturare. Il decreto Milleproroghe del governo Renzi ha prodotto ad oggi una sorta di coabitazione parallela del nuovo regime dei minimi - introdotto dalla Legge finanziaria - con il vecchio regimi dei minimi esteso a tutto il 2015. Questo è rivolto a chi ha meno di 35 anni e a tutti gli altri con un limite di cinque anni, le condizioni non sono state modificate: tassazione sostitutiva Irpef del 5%, tetto di guadagni massimo sotto i 30mila euro, contributi Inps (gestione separata) al 27%. Il nuovo regime forfetario invece è scollato da vincoli di durata e di età, è però legato ad un’aliquota sostituiva del 15% e a una serie di soglie di ricavi e compensi stabiliti dalla Finanziaria, in base ai diversi settori professionali, oscillando tra i 15mila e i 40mila euro annui. Accanto a questi due regimi c’è poi il cosiddetto regime ordinario, destinato in teoria a fatturati più alti, con aliquota Iva minima al 22% e Irpef minima al 23%.Oltre al quadro della normativa sui regimi, nel kit del neofita non possono mancare le istruzioni per maneggiare due attrezzi imprescindibili: fatturazione e dichiarazione dei redditi. La fattura, emessa in duplice copia e con un numero progressivo indipendente dal committente, contiene alcuni elementi obbligatori: i dati personali dei due soggetti, il numero della partita Iva di chi la emette, l’oggetto della prestazione, i corrispettivi e gli altri dati per la determinazione della base imponibile, l’aliquota e l’ammontare dell’imposta. Ci sono poi due date da tenere a mente: il primo versamento delle imposte il 16 giugno dell’anno successivo alla data di apertura della partita Iva e la prima dichiarazione dei redditi da inviare entro il 30 settembre, tramite modello unico. Le spese deducibili riguardano tutti costi inerenti alla professione, dalla cancelleria alle trasferte, dall’affitto per lo studio alle consulenze di terzi, fino ai convegni e agli aggiornamenti.Addentrarsi nella selva oscura non è spesso lineare, per questo oltre ad avere informazioni di base, è sicuramente d’aiuto far riferimento alle confederazioni dei liberi professionisti come Confprofessioni, gruppi attivi di categoria quale Iva sei partita (creata per ingegneri e architetti) oppure associazioni di freelance, come Acta. E soprattutto è sempre il caso di confrontarsi con le persone già in possesso di una partita Iva, con l’obiettivo di sfruttare i primi mesi per organizzare il proprio network professionale, pensando già ad ampliare la platea di clienti.Marta Latini

Jobs Act, partite Iva, articolo 18 e molto altro: il ministro Poletti "a domanda risponde"

Si possono dire molte cose dell'attuale ministro del lavoro, tranne una: che si sottragga al confronto. Il passato nella rappresentanza di un settore ad alto tasso di dibattito - quello delle cooperative - certamente aiuta: sta di fatto che Giuliano Poletti affronta tutti i pubblici con energia e non schiva le domande. Ultima prova, l'incontro organizzato ieri a Milano dal circolo 02PD, dal titolo «Il lavoro, la nostra emergenza», strutturato proprio come un botta e risposta tra il pubblico e il ministro, con batterie di domande pre-selezionate e raggruppate secondo argomenti. Niente moderatore, pochi preamboli, una raffica di domande quasi a interrogatorio. E le risposte di Poletti? Eccole qui, a ruota libera, utili per capire meglio il Poletti-pensiero.Politiche industriali, efficienza dei centri per l'impiego, utilizzo dei contratti di solidarietà«Dobbiamo lavorare perché l'Italia riesca a usare al meglio i suoi potenziali» dice subito Poletti, perché «dove diavolo sta dal punto di vista turistico, culturale, artigianale un paese che ha una base di partenza come la nostra? Noi dobbiamo fare in modo di liberarlo da vincoli, pesi e condizionamenti che impediscono oggi di far partire le imprese». Poi il ministro fa un po' di autocoscienza: «La differenza tra me e Matteo Renzi sono un po' più di venti chili e un po' più di vent'anni; e non è certo un confronto facile. Io sono cresciuto in un'altra epoca, invece adesso la logica è “non fare quello che hai fatto fino a ieri”, dunque non fare le cose nel modo che però io fino a ieri pensavo giusto. Certe mattine quando mi sveglio mi pongo la questione: poi mi rispondo che alla fine tanto giusto non doveva essere, basta guardare dove ci ha portati». Così Poletti spiega l'adesione al metodo “cambiaverso” di Renzi, anche per quanto riguarda le politiche industriali: «Questo è un paese che ha sempre ragionato sulla logica degli incentivi, “aiutiamo a fare”: invece dobbiamo rimuovere gli ostacoli. Anziché dare una vitamina a un cavallo per fargli saltare un ostacolo, non è meglio togliere l'ostacolo? Certo. Non è stato fatto prima perché chi ha la vitamina può decidere quanta darne, quando e a chi». Uscendo dalla metafora: «Le politiche industriali non possono voler dire che è il governo a decidere se è meglio che cresca la domotica piuttosto che la robotica: noi dobbiamo togliere gli ostacoli in modo che ciascun settore possa svilupparsi come meglio riesce. Poi ovviamente in certi settori c'è la spesa pubblica che ha un effetto trainante, perché è un importante acquirente di determinati beni. Dunque dobbiamo bilanciare questi due elementi, la spesa pubblica e la rimozione degli ostacoli: insomma meno incentivi, più libertà». Passando al capitolo dei servizi all'impiego: «I servizi per il lavoro nel nostro paese non sono mai stati una priorità. I centri per l'impiego non sono che l'anagrafe della disoccupazione, non aiutano in maniera equa a trovare una opportunità di lavoro: e così la distribuzione del lavoro finora è stata diseguale». Per cambiare le cose bisogna rompere qualche tabù: «Il lavoro è un mercato. Noi invece abbiamo sempre considerato che avesse un valore tale che non poteva essere toccato dal privato: invece dobbiamo entrare in una logica in cui i servizi al lavoro si comprano, si pagano, e lo Stato li controlla. Vogliamo provare a lavorare insieme, Regioni e Stato, per avere una condivisione sui principi minimi. Lo Stato deve poter attuare una tutela dei diritti minimi dei cittadini, poter intervenire quando le regioni sono inadempienti rispetto alla erogazione di un servizio. Per questo serve una struttura nazionale unica». Poletti ricorda l'attuale frammentazione non solo delle competenze ma anche delle informazioni: «L'Inps ha i dati delle pensioni e della disoccupazione, ma non sa se sei iscritto al cpi. Facciamo un sistema informatico unico nazionale, in modo che tutti sappiano quel che c'è da sapere. Il sistema non porta via niente a nessuno ma funziona da infrastruttura per tutti». Infine sui contratti di solidarietà, quelli che nel momento in cui in un'azienda si profila una riduzione di lavoro e dunque di personale anziché procedere a licenziamenti si riducono le ore di tutti i dipendenti, il ministro spende parole positive: «Pensiamo sia una buona modalità quando un'azienda ha poco lavoro, il danno che soffre il lavoratore è minore rispetto al licenziamento». E aggiunge in maniera un po' inaspettata: «Si può usare anche in caso ci sia più lavoro, per permettere a un'azienda di assumere qualcuno in più. È chiaro che però si tratta di un meccanismo volontario, dunque se un'azienda non vuole utilizzarlo, non la si può obbligare». Secondo Poletti bisogna puntare a una «buona ed equa ed equilibrata distribuzione del lavoro tra i lavoratori», anche riprendendo in mano la questione giovani - anziani: «Con l'innalzamento dell'età pensionabile noi abbiamo alzato un muro. Ora dobbiamo costruire un meccanismo per cui qualcuno di quelli più anziani vada in pensione e faccia posto a qualche giorno. Lavorare full time fino a 67 anni e poi da un giorno all'altro non lavorare più per niente a me sembra una cazzata incredibile» si lascia scappare il ministro: «Dobbiamo anche cambiare la dinamica salariale: oggi si guadagna di più a fine carriera, bisognerebbe invece avere il massimo del guadagno quando si inizia, e si ha bisogno di più soldi per andare a vivere per conto proprio, maritarsi, metter su famiglia».Partite Iva utilizzate impropriamente nelle professioni sanitarie e negli studi professionali, illicenziabilità dei dipendenti pubblici anche se inefficienti, connessione tra Jobs Act ed Expo per permettere che i posti di lavoro creati da Expo si possano stabilizzare una volta finito l'evento.Per replicare a questo blocco di domande il ministro sceglie di partire dai lavoratori pubblici: «Dovremmo andare verso una logica unitaria di rapporto di lavoro; la differenza del pubblico è fondamentalmente che si accede al posto attraverso concorso. Ma molte altre cose dovrebbero essere analoghe al settore privato. Noi abbiamo cominciato a mettere mano a questo meccanismo, con la mobilità e i tetti di stipendio. Continueremo a lavorarci». E allarga il ragionamento al macrotema del mercato del lavoro e delle tipologie contrattuali: «L'Italia ha molti vizi storici, molte cose succedono perché le si lascia accadere. Noi abbiamo raccontato che il contratto a tempo indeterminato è quello fondamentale, giusto, su cui puntare. Siamo d'accordo tutti, fatto salvo il banale particolare che negli ultimi anni su 100 contratti, solo 15 sono a tempo indeterminato. Com'è possibile che i contratti che fanno a schifo a tutti quanti valgano l'85% del totale? Noi abbiamo pensato che se vogliamo che il contratto a tempo indeterminato vinca, dobbiamo metterlo in condizione di sbaragliare gli avversari. Dunque abbiamo pensato di dotarlo di una norma chiara e con una riduzione dei costi». Una sorta di antipasto rispetto a quel che dirà dopo, rispondendo alla domanda specifica sul Jobs Act. E per quanto riguarda le partite Iva? «Tutto il problema sulle finte partite iva e i cocopro viene dal fatto che questi contratti sono meno costosi e meno tutelati. É normale che l'imprendistore scelga quelli che costano di meno e sono più flessibili». Il ministro ribadisce la promessa di «cancellare una serie di tipologie contrattuali precarie: lo faremo. Lasceremo il contratto a termine, il contratto a tempo determinato. Lasceremo ovviamente anche la partita Iva, che peraltro dal punto di vista lessicale è una definizione che mi fa incavolare» scherza «perché noi siamo riusciti a far diventare delle persone un regime fiscale». L'orientamento del governo sembra quello di definire una serie di mestieri “compatibili” con la partita Iva: «Dobbiamo stabilire delle modalità che permettano di definire i mestieri che si possono e non si possono fare in termini professionali. La segretaria o il muratore non sono mestieri che si possono fare a partita Iva. Una infermiera può lavorare a partita Iva in un ospedale? Non credo proprio. Stiamo valutando se si possa percorrere questa strada, la discussione è ancora in corso, é uno dei temi su cui stiamo ragionando». In generale il ministro afferma che la lotta alle tipologie contrttuali farlocche va combattuta sul frinte della convenienza «Bisogna ridurre l'opportunità, ridurre la differenza di costo, e quando ti becco ti legno»: perché «ci sarà una semplificazione. E quando l'avremo fatta, chi sbaglia pagherà». Le partite Iva sono anche nella legge di stabilità: «La logica della norma, lunga ben dieci pagine, è che una persona che lavora a partita iva con un reddito limitato, può avere una forfettizzazione; così diamo una mano alle partite iva nuove, più giovani, che sono anche una risposta alla disoccupazione. Abbiamo deciso di aiutarle dal punto di vista fiscale e burocratico». Oltre a quelle finte, però, Poletti dice di non voler ignorare quelle vere: «Preoccupandoci di quelle false, le altre le abbiamo un po' dimenticate». Qui dunque bosogna puntare alla «valorizzazione delle vere partite Iva» attraverso «uno di quegli atti di “pulizia” necessari che servono a semplificare e chiarire. Vogliamo pulire il mercato e dare a ognuno ciò che è ragionevole». E il discorso va allargato al «metodo che si usa in Italia per fare le leggi. Noi ci siamo inventati i contratti parasubordinati, creando poi intorno regole incorporate una nell'altra per definire cosa si può fare e cosa no all'interno di questi contratti, e allora anche i controlli diventano impossibili. Non vogliamo fregare quelli che legittimamente fanno i professionisti, ma non vogliamo permettere all'imprenditore di inquadrare come partita Iva il suo lavoratore, facendogli fare una o due fatture al mese».Jobs Act, effetti della semplificazione della licenziabilità sugli stipendi, rapporto tra decreto Poletti e Jobs Act, primi risultati del decreto poletti sull'apprendistato, associazioni sindacali«Non sono convinto che le cose che stiamo facendo indichino una significativa semplificazione della licenziabilità» esordisce Poletti in risposta a questo blocco di domande: «In più oggi il salario è fissato dai contratti di lavoro, dunque un imprenditore non può fissare il salario a seconda di come va il mercato: il contratto rappresenta un elemento di tutela. Ma se in questo Paese vogliamo avere più lavoro abbiamo bisogno che le aziende scommettano sul futuro e decidano di crescere. E l'Italia purtroppo non è particolarmente amica di chi vuole fare l'imprenditore sul serio» e qui il ministro fa l'esempio della lentezza della giustizia civile: «In Italia funziona al rovescio, chi non paga un fornitore lo guarda e gli dice “cosa fai, mi porti in tribunale?”. Questo è un elemento velenoso del sistema. La confusione che abbiamo nel versante del diritto del lavoro, del fisco, del diritto ambientale porta agli stessi nefasti risultati». La ricetta che propone Poletti è quella di mettere in pratica più velocemente e fedelmente le normative europee: «Siamo in Europa: dunque approviamo le normative europee, le applichiamo subito traducendole in maniera letterale, senza ritardi e cambiamenti come finora invece è stato». Sul tema della sovrapposizione tra lavoro a tempo determinato e tempo indeterminato, Poletti ammette: «Non siamo ancora arrivati a risolvere questo problema. Il tema si pone, lo risolveremo in sede di decreto attuativo. Noi dobbiamo sempre prevedere tutti gli effetti che a lato della norma si provocano: insomma di esodati non ne vogliamo più fare, se si può». Il ministro pensa che «tendenzialmente i due contratti possano essere incrociati. Non totalmente sommabili, ma dovremo trovare un punto di incrocio, dando la possibilità di “traslocare” nel contratto a tutele crescenti dopo qualche periodo di tempo determinato. Costruiremo un meccanismo che sia conveniente sia per il lavoratore sia per l'impresa: non so ancora quale sarà il punto di caduta dell'atto ma la logica sarà questa». Rispetto all'associazionismo, infine, si rammarica: «È un articolo della Costituzione che non è mai stato praticato, per paura che normare questa materia limitasse la libertà. Che ci sia una qualche regola che stabilisca che una organizzazione risponda di quello che fa, a me sembra giusto. ostruire quattro punti cardinali di riferimento»Jobs Act, articolo 18 e pregiudizio ideologico, reintegro, accesso al credito per i precari, confronto con politiche di Francia e altri Paesi europei«Innanzitutto noi non togliamo niente a nessuno» mette le mani avanti il ministro entrando nel vivo della discussione, «dato che chi ha il vecchio contratto se lo tiene. Nel contratto a tutele crescenti che stiamo pensando è vero che c'è un raggio di azione del reintegro effettivamente più ristretto», e questo desta scalpore perché in Italia è piuttosto radicata la convinzione «che solo attraverso il giudizio di un tribunale ci sia la giustizia». Ma il discorso va inquadrato un po' più da lontano, perché se si pensa che una volta perso il lavoro non se ne troverà facilmente un altro, è naturale percepire il diritto al reintegro come fondamentale. Ma se invece cambia l'assetto generale del mercato del lavoro? «Noi in Italia abbiamo una storia di tutele attraverso trasferimenti monetari: se c'è un problema aziendale, stai a casa e io ti dò un po' di soldi per un tot di anni. In Italia gli ammortizzatori sociali costano 24 miliardi di euro, di cui 9 pagati da aziende e lavoratori e 14 pagati dalle tasche degli italiani. Forse é ora di capire che quei 24 miliardi vanno spesi meglio. Dobbiamo uscire dalla logica di pagare la gente per rimanere inattiva, questa situazione è tossica. Noi dobbiamo spingere le persone a uscire fuori, a ricercare una nuova occupazione, rinnovare le proprie competenze. Ci sono persone che restano 8, 10, 12 anni a carico dello Stato. È giusto che ai padri venga garantito questo genere di assistenza, e ai figli no?». Il ministro cita indirettamente la Cgil, facendo riferimento a coloro che chiedono che il sistema resti il medesimo per le vecchie generazioni, e venga esteso anche alle nuove: «Non ci sono fondi per estendere questo sistema; dobbiamo invece riformarlo, secondo criteri di equità ed efficienza». Detto in parole povere, «Se sei disoccupato ti aiuto a campare ma anche a ritrovare una nuova occupazione», oppure un po' meglio: «Dobbiamo fare una operazione di ricostruzione di un meccanismo di ammortizzatori sociali che devono andare verso l'universalizzazione». Scardinando il più possibile il concetto della passività: «Se tu cittadino ricevi qualcosa dalla comunità, devi ridare qualcosa: innanzitutto la disponibilità». Disponibilità a presentarsi al centro per l'impiego, andare a colloqui, corsi di formazione, accettare nuove opportunità di lavoro. E qui il cerchio si chiude: «In un contesto come questo il tema del reintegro perde la sua virulenza, perché chi resta senza lavoro non viene più abbandonato, ha una tutela per quanto riguarda il reddito e una tutela nei termini di ricollocamento al lavoro». Il ministro cita la Germania, un Paese dove il reintegro è previsto: «Lì anche di fronte a una sentenza di reintegro sia l'azienda sia il lavoratore possono rivolgersi a un altro magistrato per far verificare che sussistano le condizioni di fiducia per poter continuare il rapporto di lavoro. Si sono dunque posti il problema della natura del rapporto di collaborazione tra un lavoratore e un datore di lavoro».Poletti passa poi al tema dell'accesso al credito: «Prima o poi bisognerà che le banche si sveglino: se l'80% dei contratti oggi è precario dovranno adeguarsi, o nuovi soggetti arriveranno a soddisfare quella domanda di credito da parte di chi non ha molte garanzie da offrire. Già sono arrivate le banche virtuali, con il conto che non costa. L'innovazione distrugge il vecchio, bisogna inventarsi il nuovo: nel caso delle banche bisognerà che ricostruiscano il sistema finanziario».Garanzia Giovani, riforma del titolo V«Francia e Italia sono i due paesi europei che hanno visto approvato il loro programma a luglio, di solito arriviamo ultimi, invece stavolta siamo stati tra i primi» esordisce Poletti parlando della Garanzia Giovani, il grande programma di matrice europea per l'occupabilità dei giovani senza lavoro che considera molto importante come segnale di attenzione alle nuove generazioni: «Fino a Garanzia Giovani dei ragazzi italiani nessuno si era occupato». E però «noi siamo partiti da una situazione molto complicata perché non abbiamo servizi per l'impiego che funzionano. Siamo partiti facendo una scommessa che ora proviamo a vincere: facciamo il progetto e contemporaneamente costruiamo la macchina per gestirlo. Perché noi la macchina» cioè la rete di servizi all'impiego funzionante su tutto il territorio nazionale «non ce l'avevamo. Ma abbiamo scommesso insieme alle regioni di far partire lo stesso l'iniziativa lo scorso maggio». La Garanzia Giovani stenta però a decollare: «Siamo a 250mila giovani iscritti. C'è chi dice che sono pochi, ma quanti stadi servirebbero per contenerli tutti? Ci accusano di non aver fatto un clicday, e meno male perché poi succedono i disastri coi server. La verità è che Garanzia Giovani oggi ha un problema naturale: abbiamo più iscrizioni nei posti dove abbiamo più disoccupati, che sono proprio i posti dove ci sono meno opportunità. A Milano ci sono più aziende disponibili a far fare uno stage piuttosto che a Catanzaro o a Enna». La sfida insomma è mettere in funzione un sistema funzionante di politiche attive per il lavoro: «Dobbiamo costruire da zero il servizio e le opportunità. Siamo convinti che se riusciamo a far andare in porto questa operazione, stiamo costruendo i nostri nuovi servizi all'impiego». Poletti non nasconde che ci siano Regioni molto indietro con l'implementazione dei servizi di Garanzia Giovani: «Ci stiamo interrogando su cosa fare con lquelle che non stanno facendo quello che dovrebbero, per garantire ai giovani di quei territori lo stesso diritto di “garanzia”». Il problema sono le competenze, che per quanto riguarda la formazione professionale e i servizi all'impiego dalla fine degli anni Novanta sono in capo alle singole Regioni: «Il problema oggi è che a normativa data il potere di intervento è limitato a casi di eclatante gravità. Fino ad ora siamo andati avanti con accordi con le Regioni, ora stiamo pensando a come mettere in atto operazioni di sostituzione. Il primo round ci dice che rischiamo di aprire un conflitto di competenze di fronte alla Corte costituzionale e se ne riparla tra cinque anni. Praticamente la metà del lavoro della Corte costituzionale» aggiunge sconsolato il ministro «è focalizzata sul dirimere contrasti tra stato e regioni». Qualcosa però in futuro potrebbe cambiare: «Sicuramente con il nuovo assetto del titolo V questo aspetto è affrontato, perché ci sono meccanismi molto più dinamici di sostituzione». Per chiudere il ministro snocciola alcuni dati numerici: «Dei 250mila giovani registrati già 60mila hanno fatto i colloqui» ammette che il problema da affrontare di petto adesso «è quello delle opportunità» e si toglie anche qualche saassolino dalla scarpa: «Abbiamo anche il problema di gestire questi progetti in maniera coerente con un impianto burocratico europeo che chiede cose spropositate».La modalità della raffica di domande sembra aver soddisfatto tutti. È quasi mezzanotte, un applauso e tutti a casa.

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Partite Iva vere e false: cari senatori, 18mila euro all'anno sono un reddito sotto la soglia della dignità

Un buon indicatore per differenziare un precario da un lavoratore flessibile è lo stipendio. Chi guadagna 7-800 euro al mese si sente insicuro, frustrato, non completamente indipendente; con quel che porta a casa non riesce nemmeno ad arrivare alla fine del mese, e si ritrova - a trent'anni o addirittura a quaranta - nell'umiliante posizione di dover chiedere soldi a mamma e papà. Chi invece guadagna 2-3mila euro al mese, anche se ha un contratto temporaneo, raramente si lamenta e ancor più raramente si sente toccato dai problemi dei precari: il suo stipendio gli consente di mantenersi autonomamente, lo gratifica, e compensa la quota di insicurezza dovuta alla data di scadenza impressa sul contratto.Il sistema si può applicare molto bene al lavoro autonomo, in particolare ai contratti "parasubordinati" (cococo e cocopro) e alle collaborazioni a partita Iva, per distinguere quelli veri da quelli falsi. Una stima dell'Isfol dice per esempio che in Italia ci sono almeno 350mila false partite Iva: un esercito di persone sottoinquadrate che fanno molto comodo ai datori di lavoro più spregiudicati. Per tracciare un primo confine si può presumere dunque che chi guadagna annualmente oltre una certa soglia sia davvero un lavoratore indipendente, un "autonomo verace", in grado di vendere le proprie competenze sul mercato a prezzi adeguati e di mantenersi offrendo la propria professionalità ai committenti interessati. E chi invece sta sotto questa soglia non possa essere considerato autenticamente autonomo - perchè troppo dipendente dal datore di lavoro, probabilmente alla sua mercè per quanto riguarda il compenso (che invece il freelance verace dovrebbe fissare e imporre, o quantomeno concordare, con la controparte), e molto impaurito all'idea di perdere l'unica - magra - fonte di reddito. A quanto è ragionevole che ammonti questa soglia? La cifra proposta in più occasioni da Pietro Ichino è 40mila euro lordi, cioè più o meno 1800 euro netti al mese (per 12 mesi, s'intende, dato che per gli autonomi non sono previste tredicesime o quattordicesime); altri si fermano a 30mila. Secondo la maggioranza dei senatori che siedono in questo momento a Palazzo Madama questa cifra invece, per chi è titolare di una partita Iva, è pari a 18mila euro lordi all'anno.Ma cosa vuol dire 18mila lordi? Vuol dire, netti nella tasca dei lavoratori, meno della metà. Perchè sul lordo si pagano le tasse. Perchè chi lavora in maniera autonoma si deve pagare in gran parte (o completamente) i contributi. Perchè deve acquistare di tasca propria gli strumenti di lavoro (primo fra tutti, ormai per quasi tutte le professioni intellettuali, il computer). Perché deve provvedere alla propria formazione continua (niente corsi di aggiornamento pagati dalle aziende, quelli sono riservati ai dipendenti).  E a partire dal reddito annuale, inoltre, il lavoratore autonomo deve accantonare una quota per le sue ferie (nessuno gliele pagherà) e per fare fronte ad eventuali altri periodi di inattività - per una gravidanza, un incidente, una malattia.Quindi 18mila euro lordi tolte le tasse, i contributi, l'ammortamento degli strumenti di lavoro, delle ore di formazione, la piccola quota di risparmio in vista di agosto e Natale, fanno più o meno 7-800 euro al mese. Basta guadagnare questa (misera) cifra, hanno detto i senatori, perché la collaborazione a partita Iva sia considerata ipso facto genuina, senza più bisogno di andare a controllare gli altri paletti che il ministro Fornero aveva indicato (la durata della collaborazione per uno stesso datore di lavoro, la quantità di fatture emesse verso uno stesso soggetto, la postazione fissa presso la sede del committente) nell'ottica di riuscire a smascherare la falsa configurazione del rapporto di lavoro. Se un lavoratore a partita Iva guadagna 7-800 euro netti al mese, hanno detto i senatori, allora è davvero un autonomo, non c'è alcun dubbio. Loro però percepiscono una «indennità mensile» tra 5.100 e 5.300 euro e spiccioli cui vanno aggiunti una «diaria prevista per tutti i parlamentari, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno» di 3.500 euro al mese, più un «rimborso delle spese per l'esercizio del mandato» di importo mensile di 2.090 euro «a titolo di rimborso delle spese effettivamente sostenute nella loro attività parlamentare e politica (è previsto l'obbligo di rendicontazione con cadenza quadrimestrale)», più un «rimborso forfettario delle spese generali» di 1.650 euro al mese «per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche». In più durante l'esercizio del mandato non pagano «viaggi aerei, ferroviari e marittimi e la circolazione sulla rete autostradale».Quindi i senatori, pur percependo 9mila euro netti al mese più 3.500 destinati a eventuali assistenti, con sommo sprezzo del ridicolo - e dell'articolo 36 della Costituzione - hanno affermato in Parlamento che un precario-autonomo-freelance (che dir si voglia), che magari è stato costretto ad aprire la partita Iva e che riesce a portare a casa la miseria di 800 euro al mese, non può lamentarsi. Lui è davvero un autonomo. Guadagna ben 18mila euro lordi all'anno! Non si tratta, attenzione, di fare populismo. Si tratta di vergognarsi, e di sperare che la Camera metta una pezza su questa novità indegna introdotta nel disegno di legge di riforma del mercato del lavoro dall'emendamento Castro-Treu. E se l'intento non è quello - come purtroppo sembra - di depotenziare la norma, permettendo che decine di migliaia di datori di lavoro continuino a sfruttare collaboratori falsamente inquadrati come partita Iva, bensì solo quello di semplificarla per evitare che i veri professionisti finiscano nel tritacarne dei controlli, almeno innalzi la soglia a una cifra accettabile.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Partite Iva, associati in partecipazione e interinali: la riforma dopo il passaggio in Senato- Cocopro, partite Iva e stipendi dei precari: le proposte dell'emendamento Castro-Treu- Se potessi avere mille euro al mese, il libro che racconta l'Italia sottopagataE anche:- Se un'impresa non è in grado di pagare decentemente i collaboratori, meglio che chiuda- Presidente Napolitano, la dignitosa retribuzione è un diritto costituzionale anche per i giovani

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Parasubordinati e partite Iva, l'Inps fotografa i nuovi poveri

Che quella sull'articolo 18 sia una battaglia politica slegata dai problemi reali del paese lo dimostrano i dati su collaboratori e professionisti italiani appena pubblicati dall'Inps. Per loro «un altro anno orribile: aumenta la disoccupazione, stagna il reddito» recita il report curato per l'occasione dall'Associazione 20 maggio e presentato l'altroieri. Uno studio secondo cui un parasubordinato ha portato a casa una media di 10mila euro lordi nel 2013, qualche decina di euro in più rispetto all'anno precedente (9950 nel 2012). Questo se si considera il guadagno dei collaboratori esterni delle aziende, declinati in tutte le possibili sfaccettature: collaboratori di giornali, venditori porta a porta, dottori di ricerca e così via, inquadrati ad esempio con contratti a progetto, cococo, assegnisti. In realtà nel calderone dei parasubordinati finiscono anche amministratori e sindaci di società, che percepiscono mediamente 30mila euro annuali. Con loro si sale a una media di 19.500 euro, ma si tratta di valori «falsati», precisa Patrizio De Nicola, docente della Sapienza responsabile dell'indagine. Le storture sono anche altre, «esempio tangibile di come viene poco considerato e maltrattato il lavoro intellettuale in Italia, salvo poi organizzare convegni per lamentarsi della fuga dei cervelli». C'è innanzitutto lo scarto salariale uomo donna, sempre duro a morire: le quarantenni sono quelle con il gap maggiore, con meno 11mila euro rispetto ai colleghi uomini, le cui buste paga si aggirano sui 25mila euro annuali. Tra due trentenni le distanze si accorciano: a lei vanno 10mila, a lui 15, e via a salire con l'età. Uno dei paradossi è poi quello dei medici specializzandi, la cui borsa mensile nelle scuole di formazione professionale ammonta a 18mila euro, cifra più alta di quello che presumibilmente andranno a guadagnare una volta inseriti nel mercato del lavoro, quando «verranno loro offerti contratti di collaborazione molto più svantaggiosi in quanto assolutamente deregolati» osserva De Nicola. Sul fronte dei compensi, «il libero mercato non funziona». E lo testimoniano le statistiche regionali, dove le forti differenze confermano «l'esistenza di marcate discriminazioni dovute all'assenza di una regolazione collettiva»: prime, con 24mila annuali di media, si attestano Lombardia e  Veneto. Seguono Emilia e Piemonte, con 22mila. Il Lazio è una delle regioni con le percentuali più basse, con 15mila euro di reddito (l'ultima è la Calabria, con 9mila). Quasi diecimila euro in meno rispetto alle «ricche» regioni del Nord per il Lazio che è anche seconda classificata per numero di subordinati, qui in 167mila contro i 277mila della Lombardia, su un totale di circa 1,2 milioni.L'altro aspetto cruciale è il crollo delle collaborazioni a progetto, scese di 166mila rispetto al 2012 (-11,7%), «effetto della riforma FoRnero, che ha imposto l'introduzione di minimi tabellari anche per i dipendenti». Con l'obiettivo di renderli meno vantaggiosi rispetto al lavoro dipendente. Sarebbe bastato, insistono nel report, «un periodo anche di breve gradualità nell'applicazione della riforma, dando modo alla contrattazione collettiva di affrontare questo tema». Il calo qui ha riguardato soprattutto gli under 29, ridotti del 43% rispetto al 2007. Altro mito da sfatare è che la precarietà lavorativa sia un fenomeno giovanile: del milione e duecentomila che compongono questo gruppo di contratti atipici, 607mila hanno tra i 30 e i 49 anni, il 48% del totale, mentre il 33% ha superato i 50 anni. Segnale chiaro di come il lavoro instabile sia ormai prerogativa di adulti e famiglie. Per questo le donne – superati i trent'anni – abbandonano e scelgono l'accudimento dei figli: «sono prevalentemente nella fascia under 39 e scompaiono dopo, complici le minori protezioni sociali e contrattuali» è sottolineato nel report. C'è poi il capitolo professionisti, ovvero l'esercito di partite Iva. Vere o finte che siano, negli anni di crisi, dal 2007 al 2012, sono aumentate le registrazioni, crescendo da 220 a 290mila, un salto tutto concentrato peraltro sopra i 70 anni (+75%). L'osservazione degli analisti è che potrebbe trattarsi di una conseguenza «dell'aumento degli oneri sul lavoro a progetto e la maggiore convenienza per i datori di lavoro di impiegare professionisti autonomi». Ma non è da escludere neanche l'effetto delle nuove aliquote del regime dei minimi, con Irpef agevolatissimo al 5% per i redditi sotto il tetto dei 30mila, vera spinta – per molti – ad aprirsi una posizione Iva. Per questo gruppo il reddito medio è un po' un'incognita. Secondo l'Inps si sarebbe ridotto del 23% rispetto al 2012, scendendo da 18 a 15mila. Potrebbe darsi tuttavia che  «l'evidenza sia inficiata dalla provvisorietà dei dati» dell'istituto pensionistico (le dichiarazioni arrivano infatti a più riprese). Secondo l'Associazione venti maggio, sarebbe invece più generoso, attestandosi intorno ai 18mila euro, in lieve aumento sul passato. Fatto sta che neppure a questo stadio si compenserebbero gli aumenti delle aliquote contributive: quella Inps è un salasso del 27% sul reddito. Risultato: a parità di salario, per esempio mille euro, a un dipendente restano 900 euro, a un professionista 500. Ma tartassare professionisti e collaboratori è ormai prassi e spiragli di miglioramento non ce ne sono: «Non illudiamoci, si può fare poco o niente, gli spazi di manovra sono limitati» ha dichiarato Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera alla presentazione dell'indagine. Per questa fetta di lavoratori, che da soli producono 24 miliardi di Pil e versano contributi per 7 miliardi, la pensione potrebbe restare un miraggio, così come maggiori tutele e aumenti reddituali. Quel che è certo nel frattempo è che, secondo De Nicola, il governo non sta andando nella giusta direzione. Non basta agire sul costo del lavoro: le assunzioni diventeranno più appetibili «solo aumentando gradualmente i compensi» per chi è ai margini del mercato. La strada sarà quella segnata finché il costo di un dipendente continuerà a essere più alto: 23mila il salario medio del settore privato, contro i 10mila del contratto a progetto. Quale datore di lavoro sceglierebbe il primo? Ilaria Mariotti 

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