Pensionarea, una start-up nata in una stalla aiuta i precari di oggi a costruirsi una pensione per domani

Spesso si sente dire che i precari di oggi, i giovani nati dalla fine degli anni Settanta in poi, una pensione non ce l'avranno mai. A causa di molti fattori: innanzitutto le tipologie contrattuali discontinue, che portano a numerosi "vuoti" contributivi. C'è poi il problema del valore molto basso delle somme accantonate: a magri stipendi corrispondono irrimediabilmente magri contributi, unito in un circolo vizioso al frequente spezzettamento di questi contributi in più casse previdenziali, altra conseguenza del "nomadismo" professionale. E infine naturalmente il carico da undici ce lo mette il sistema contributivo che, in confronto al vecchio retributivo che calcolava l'importo delle pensioni sulle ultime buste paga ricevute e non sull'ammontare dei contributi versati, penalizza enormemente chi andrà in pensione tra venti-trent'anni. Per questo si parla, ormai da qualche anno e sempre più insistentemente, di "previdenza complementare": i lavoratori dovrebbero cioè aprirsi dei fondi pensione privati, come succede in moltissimi Paesi del mondo dove la previdenza pubblica non è (o forse, date le premesse, sarebbe più corretto dire: era) così forte come da noi, pagando ogni mese una quota che poi andrà a creare, al momento del ritiro dalla vita lavorativa, una integrazione alla pensione erogata dalle casse dello Stato - e poter dunque contare su una rendita un po' più consistente per gli anni della vecchiaia.Aiutare i consumatori italiani ad orientarsi nel mondo della previdenza complementare è proprio la mission di Pensionarea, una start-up fondata dal 33enne Davide Lerda che permette agli utenti di confrontare le diverse offerte presenti sul mercato per scegliere quella che più si adatta al loro profilo. «Noi ci occupiamo di educazione finanziaria», sintetizza il giovane imprenditore: «Si tratta di fornire alle persone l'informazione giusta nel momento in cui la cerca, di metterle in contatto con i professionisti migliori». E di rendere disponibili i dati necessari per una decisione consapevole. «Sul nostro portale è possibile valutare tutte le offerte relative alla previdenza complementare italiana, confrontarne i costi ed i rendimenti negli anni». Numeri che il giovane imprenditore ottiene utilizzando gli open data messi a disposizione da Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione.Una laurea in Economia ottenuta all'università di Torino, un'esperienza nel non profit maturata prima di discutere la tesi, lavori come consulente per una start-up che si occupa di crowdfunding e per la ristrutturazione dell'azienda di un familiare. Finché, nel 2012, è nata Pensionarea: «L'idea in realtà l'avevo già avuta nel 2010, ma sono riuscito a fondarla solo due anni più tardi». Un capitale sociale da 10mila euro messo insieme grazie ai risparmi personali, la società è una srl: «Fosse già esistita, avrei valutato la possibilità di creare una srls, l'impresa a un euro» aggiunge: «Mi sembra una grande cosa, non può esistere altra scuola di pensiero se vogliamo che le aziende nascano dal basso».Per dar vita alla sua, di start-up, ha scelto il vecchio casolare del nonno a Dronero, paesino in provincia di Cuneo. «È una scommessa nella scommessa: credo che una realtà digitale possa nascere in qualunque area, l'importante è costruire una rete di relazioni fatto di persone giuste». Spirito da Silicon Valley anche se Pensionarea non è nata in un garage, ma in una vecchia stalla della Granda. Accanto a Lerda, come socio operativo ma non di capitale, c'è il ricercatore 38enne Michele Belloni, che si occupa di sistemi pensionistici al Cerp di Moncalieri. I due si sono conosciuti mentre Lerda cercava consigli su come strutturare la sua azienda: il rapporto si è evoluto sino a vederli soci in affari.Affari che già nel 2013, secondo anno di attività, hanno permesso di chiudere il bilancio con un fatturato di 10mila euro. Cifra che ovviamente ancora non permette allo startupper piemontese di vivere dei proventi della sua azienda: dunque per ora continua a mantenersi grazie agli utili dell'azienda di famiglia che ha contribuito a ristrutturare. Anche per questo, al momento, in Pensionarea non ci sono dipendenti. «Mi appoggio ad un ufficio stampa che opera da remoto, mentre la parte legale è affidata ad uno studio di Milano». Al momento le entrate sono garantite dalla pubblicità presente sul sito: è in fase di implementazione una versione freemium con la possibilità, per le aziende che offrono previdenza complementare, di accedere a servizi a pagamento. Mentre per gli utenti privati il servizio è gratuito e rimarrà tale.Per sviluppare il portale in questa fase Lerda sta cercando fondi pubblici, partecipando a bandi regionali ed europei. Con l'obiettivo, il prossimo anno, di iniziare «a cercare anche finanziamenti di venture capital». Intanto ad agosto Pensionarea è entrata in TecnoGranda, incubatore della provincia di Cuneo. Un ingresso reso possibile anche dal fatto che ha partecipato come emerging leader alla conferenza di economia e giurisprudenza che si tiene ogni anno ad Altbach, in Austria. «Ci sono stato anche perché mi servono dei contatti per uscire dall'Italia». Il settore della previdenza complementare è un mercato mondiale. E Lerda non ha alcuna intenzione di porre dei limiti geografici alla propria start-up.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

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Recruiting geolocalizzato, un nuovo modello per gli annunci di lavoro online

«È assurdo affermare che il lavoro e la vita siano due cose separate. Bisogna trovare una soluzione per conciliarle». Il 24enne Andrea De Spirt [al centro nella foto] cita le parole di Richard Donkin, giornalista e scrittore considerato uno dei massimi esperti internazionali di tematiche relative al mondo del lavoro, per raccontare JobYourLife, la start-up che ha fondato a febbraio dello scorso anno insieme al 29enne Francesco Fonte e al 27enne Pietro Stracquadanio [a destra nella foto]. La risposta al monito di Donkin è un sito per la ricerca di lavoro. Diverso rispetto ai portali “tradizionali”: «Ci siamo posti l'obiettivo di creare uno strumento che integrasse la domanda e l'offerta, un nuovo modo di cercare e connettere il lavoro nel web: siamo il primo strumento di recruiting online che utilizza la geolocalizzazione del curriculum insieme a degli annunci mirati che permettano ad un'azienda di trovare il candidato ideale ovunque lo stia cercando». In altre parole, si inverte il normale meccanismo di ricerca di un'occupazione: «Non è più l'utente che si candida rispondendo ad un annuncio, ma le società che contattano i potenziali dipendenti».In questo modo chi è in cerca di un'occupazione «riceverà solo gli annunci giusti», ovvero quelli che rispecchiano il suo profilo e da parte di aziende interessate al suo curriculum. «Per gli utenti l'iscrizione è gratuita, pagano solo le imprese: abbiamo previsto una formula di abbonamento annuale standard per le piccole e medie imprese, uno plus per le multinazionali». Anche se è a queste ultime che De Spirt e soci guardano con maggiore interesse: «i nostri concorrenti fanno pagare magari 500 euro per mettere un annuncio. Poi però dopo due giorni finisce nella seconda pagina delle ricerce e per fare un refresh [ovvero renderlo di nuovo visibile, ndr] bisogna pagare ancora. Da noi si paga una volta e si mandano quanti annunci si vuole».L'idea di un'azienda di questo tipo è venuta lavorando sul campo. Nel senso che «io volevo fare un'altra start-up e mi servivano dei programmatori. Li cercavo sui social network, andavo alle fiere tecnologiche ma sembrava impossibile trovare persone che fossero interessate al mio progetto. Cercavo uno strumento semplice che mi permettesse di trovare delle persone con le competenze che mi servivano nella mia area geografica», racconta De Spirt. Per averlo, questo studente di Filosofia che ha accantonato i libri per diventare un imprenditore, ha dovuto costruirselo.«Siamo nati nel febbraio del 2012 a Milano come srl. Questa era la formula societaria più conveniente per quello che facevamo noi, visto che avevamo anche soci con più di trent'anni e non avremmo avuto agevolazioni». Il riferimento alla srl semplificata, detta anche impresa a 1 euro, che nel febbraio dello scorso anno era riservata esclusivamente agli under 35. Oltre De Spirt, Fonte e Stracquadanio della squadra fa infatti parte anche Lorenzo Mecocci [a sinistra nella foto in alto], responsabile risorse umane 40enne che ha creduto nel progetto e ha deciso di farne parte. Per avviare la start-up «ho speso una somma che mi aveva lasciato mio nonno». Soldi, circa 12mila euro, serviti «per il primo ufficio in uno scantinato buio, i server e il doppio schermo per il programmatori».Ad oggi l'azienda non ha ancora iniziato a fatturare, «prevediamo di raggiungere il break even il prossimo anno. Ora abbiamo bisogno di un grosso investimento in termini di marketing e per allargare il team». Ad oggi sono sei le persone che lavorano per JobYourLife, cui si aggiungono due consulenti esterni. E tutti, ad eccezione di De Spirt e Mecocci, ricevono uno stipendio. Da dove arrivano i soldi? «Da un gruppo di angel investor che ha finanziato il progetto». Tra questi c'è Guido De Spirt, padre di Andrea ed amministratore delegato di Willis Italia, Gherardo Barbini, consigliere di amministrazione di alcuni istituti bancari, e l'imprenditore Gianfranco Agostini. Insieme questi tre investitori hanno finanziato con 150mila euro questa start-up.Ad oggi l'azienda è incubata nell'acceleratore d'impresa del Politecnico di Milano. Un'esperienza che «ci ha inserito all'interno di una situazione agevolata a livello di costi, per l'ufficio paghiamo solo 400 euro al mese. Lo consiglio assolutamente anche perché creano un network davvero interessante». Una rete di contatti che ha fatto conoscere JobYourLife e le ha permesso di essere una delle prime aziende ammesse alla fiera delle start-up organizzata dal Sole24Ore per il prossimo 17 giugno a Milano. Un'occasione per farsi conoscere e per cercare quel milione e mezzo di euro che De Spirt e soci vogliono investire nel marketing per far decollare la loro azienda.Riccardo Saporiti startupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi conoscere altre storie di start-up? Leggi anche:- HSD Europe, start-up italiana che aiuta i cinesi a respirare meglio- Il matrimonio diventa low-cost grazie alla start-up siracusana Progetto Wedding- L'artigianato si vende in Rete grazie alla startup fiorentina Buru-Buru- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

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La ssrl convince gli startupper, fondate 3mila in quattro mesi

Ne sono state fondate più di 23 al giorno, 33 se si considerano anche quelle create da chi ha più di 35 anni. La ssrl, ovvero la società semplificata a responsabilità limitata, piace agli startupper italiani. Al punto che dallo scorso 29 agosto, quando è entrato in vigore il decreto 138 che le ha istituite, sono nate ben 4.162 "imprese a 1 euro". A renderlo noto è stato il Consiglio nazionale del notariato, che ha diffuso questi dati presentando a Roma 'L'arancia', piattaforma web creata con la collaborazione scientifica della Luiss per fornire agli aspiranti imprenditori strumenti e informazioni.Lanciata nel gennaio dello scorso anno come un mezzo per favorire i giovani interessati ad avviare un'azienda, la ssrl è diventata operativa solo ad agosto. Un ritardo legato alla necessità di definire un modello standard di statuto societario, un vero e proprio modulo da compilare di fronte al notaio, pensato per ridurre le spese di costituzione delle imprese. Per quanto, tra imposta di registro e bollatura dei libri contabili, gli aspiranti startupper devono comunque mettere in conto una spesa di circa 700 euro. Ma possono risparmiare sul capitale sociale, visto che basta 1 euro per costituire la società. Una scelta che hanno compiuto 2.941 imprenditori under 35, che hanno scelto la ssrl per dare vita alla propria azienda. Seguiti da 1.221 over 35 visto che, a giugno, il governo ha deciso di estendere anche a loro la possibilità di dar vita ad una società semplificata.La nascita di questa formula è stata accompagnata da molte voci scettiche, convinte che un'impresa con un capitale sociale ridotto non avrebbe potuto sopravvivere sul mercato. Secondo i critici, nessun fornitore si sarebbe fidato a vendere beni o servizi ad un cliente che, in caso di fallimento, non avrebbe avuto alcuna somma a garanzia dei creditori. «Le start-up hanno bisogno di capitali, ma non è quello sociale a fare la differenza», sottolinea però Alberto Onetti, professore associato di Economia e gestione delle imprese all'università dell'Insubria di Varese e presidente della fondazione 'Mind the bridge': «per partire bisogna ricorrere alle 'tre F', ovvero family, friends and fools, poi servono gli investitori, i fondi, i venture capitalist».In realtà, secondo Onetti, i 10mila euro di capitale sociale minimo richiesti per la srl tradizionale rappresentano un ostacolo allo sviluppo di nuove imprese. «Dalle statistiche di 'Mind the bridge' emerge come il 40 per cento delle start-up non sia costituita in impresa». Un fenomeno che si lega alla «sostanziale inadeguatezza dei precedenti strumenti societari per gestire progetti connotati da grande flessibilità e dinamismo». Sul futuro dei quali pesa una forte incognita: «Il classico strumento societario italiano è impegnativo in termini di costi, carichi fiscali e obblighi in caso di chiusura». Lo snellimento delle procedure «ci avvicina ai modelli anglosassoni. Questo è un passo nella direzione giusta».Ne è convinto anche Andrea Rangone, ordinario di Business strategy e di E-business al Politecnico di Milano, dove è anche responsabile dell'acceleratore di impresa Polihub. «Un gruppo di trentenni che ha un'idea imprenditoriale deve innanzitutto capire se può funzionare. E per farlo deve come prima cosa investire nel team. E se dopo tre mesi ci si rende conto che non ha senso continuare?». La necessità di un capitale sociale, anche di soli 10mila euro, rende non solo difficile creare una nuova impresa, ma complica anche la liquidazione in caso di insuccesso. «La verità è che molte start-up, almeno in ambito digitale, vivono sempre una situazione di limbo iniziale, durante la quale i fondatori investono personalmente per capire se il loro progetto è fattivo oppure no».I soldi, se arrivano, vengono solo in un secondo momento, «quando hanno dimostrato qualcosa». In questo periodo iniziale «invece di stare a fare scritture private, si prende e si fa, senza spendere tempo e risorse: se dopo tre mesi l'azienda non va bene si chiude, altrimenti se arrivano i soldi si va avanti». Ma non sono certo i 10mila euro di capitale sociale a cambiare il destino di una start-up.Lo sanno bene i giovani imprenditori under 35, che hanno scelto questa formula per dare vita alla propria azienda, sfruttando innanzitutto il fatto che per costituire la ssrl è necessario versare un capitale sociale che va dagli 1 ai 9.999 euro. Mentre per la più tradizionale srl la somma minima è di 10mila euro. Rispetto a quest'ultima, la società semplificata non richiede il pagamento dell'imposta di bollo (65 euro), dei diritti di segreteria (92,60 euro), né degli oneri notarili (tra i 600 e gli 800 euro) grazie all'introduzione di un modello standard di statuto societario, un modulo che deve essere semplicemente compilato con i datianagrafici dei soci. Infine, anche in risposta alle critiche, il governo ha deciso che il 25% degli utili dovrà essere utilizzato per costituire un capitale sociale almeno fino a che non venga raggiunta la somma di 10mila euro. Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.itVuoi saperne di più sulla società semplificata a responsabilità limitata? Leggi anche:- Tra burocrazia e ritardi, l'impresa a 1 euro resta ferma al palo- Che fine ha fatto l'impresa a 1 euro per i giovani? Incagliata nella burocrazia- Imprenditoria giovanile, ecco chi la sostiene- Aspiranti imprenditori, una pizza è l'occasione per partireE anche:- Dalla Romania a Torino per diventare startupper. E italiano- Tiny Bull studios, la start-up che guarda al futuro dei mobile game- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impres

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Riscatto della laurea: conviene ancora?

Giovani e pensioni, un binomio che preoccupa in tempi di disoccupazione e di salari bassissimi. E di lavoro che arriva in età sempre più avanzata. Ma per chi volesse iniziare in anticipo la propria vita previdenziale, senza aspettare l'inizio dell'attività lavorativa, esiste la possibilità di riscattare il periodo di laurea, opzione che peraltro non è granché pubblicizzata sui siti delle università. La richiesta, che può essere inoltratata in qualunque momento da chi abbia ottenuto un titolo accademico (valgono tutti i diplomi di laurea, i dottorati di ricerca, le specializzazioni di almeno due anni e anche la doppia laurea), può essere indirizzata all'Inps o alle altre casse pensionistiche dei professionisti, come l'Inpgi, l'istituto di previdenza per giornalisti, o la Cassa Forense per gli avvocati. Le condizioni sono simili: a cambiare sono soprattutto le modalità di pagamento e gli interessi applicati, ma per tutte resta ferma l'esclusione dei periodi di iscrizione fuori corso e di quelli già coperti da contribuzione obbligatoria, quindi i casi di studenti lavoratori con regolare contratto. Per le domande pervenute dopo il 2008 c'è poi una buona notizia: da questa data il riscatto della laurea è aperto anche agli inoccupati (prima era necessario il requisito di contribuente), con un onere molto più leggero rispetto agli stipendiati e suddivisibile, per l'Inps, fino a 120 rate senza l'aggiunta di interessi. Il calcolo qui va realizzato sulla base del «livello minimo imponibile annuo degli artigiani e commercianti moltiplicato per l'aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche». A conti fatti sono circa 5mila euro per ogni anno da riscattare (sul sito Inps è possibile anche simulare il calcolo) e il riscatto è deducibile con una percentuale del 19% sull'Irpef (vale anche per chi è a carico dei genitori).Ma dopo l'approvazione del decreto salva Italia e la conseguente riforma del sistema pensionistico, conviene ancora riscattare la laurea? La questione centrale è capire se far fronte all'onere sia utile al fine di diminuire i tempi necessari per andare in pensione. La stretta sull'età pensionabile introdotta con la riforma Monti, per cui - al netto degli adeguamenti nel corso degli anni - non si va in pensione prima di raggiungere i 66 anni di età, ha reso pressoché illusoria la possibilità di avvalersi del riscatto della laurea ai fini del raggiungimento del diritto alla pensione. E questo perché l'unica strada per poterlo fare sarebbe quella di richiedere la pensione anticipata, ovvero a prescindere dal requisito dell'età, una volta raggiunti i 42 anni (41 per le donne) di contribuzione - sempre al netto degli adeguamenti all'allungamento della durata della vita. Ma è decisamente più frequente il caso di chi riesce a maturare la pensione per età che per anni di contributi versati: si dovrebbe infatti immaginare il caso limite di un trentenne che abbia iniziato a lavorare molto presto, a 22 anni, e che riesca a riscattare i quattro anni del corso di laurea e a mettersi a riposo a 65 anni, invece che a 67 (perché avrà maturato i suoi 41 anni e passa di contributi). Se però avesse iniziato a lavorare a 25, come più probabile, allora il computo degli anni di laurea sarà del tutto inutile perché potrà lasciare il posto di lavoro per motivi di età prima che per aver versato 40 anni di contributi. Stesso discorso per le generazioni successive: quello che paga è aver cominciato a lavorare prestissimo, altrimenti è molto più facile che arrivi prima l'età pensionabile che la pensione anticipata (considerando i progressivi adeguamenti alla durata della vita).  C'è poi la valutazione di convenienza dal punto di vista economico. Per questo aspetto la matassa risulta ancora più ingarbugliata perché occorre mettere sul piatto della bilancia la spesa da affrontare e la stima di quello che si andrà a percepire in futuro. E le variabili da mettere in conto sono molteplici. Per quanto riguarda il calcolo dell'importo da versare, si legge sul sito dell'Inps che per i periodi da riscattare anteriori al 31 dicembre 1995 «l’onere sarà diverso in rapporto a fattori variabili quali l’età, il sesso e le retribuzioni percepite negli ultimi anni». Qui infatti si applica ancora il sistema retributivo. Per chi invece rientra in toto nel sistema contributivo (primo contributo dopo il 1° gennaio 1996), «si applica  l'aliquota contributiva in vigore alla data di  presentazione della domanda di riscatto». Perciò, ipotizzando un reddito lordo di 14mila euro l'anno (la media per un giovane precario), con un'aliquota del 33%, per riscattare la laurea sarebbero necessari circa 18.500 euro. Per chi guadagnasse 32mila il costo complessivo dell'operazione lieviterebbe a circa 42mila euro. Una cifra non da poco, che merita un'attenta valutazione. A detta dell'ufficio stampa dell'Inps «la situazione è talmente variabile da persona a persona, che è praticamente impossibile stabilire la convenienza o meno del riscatto». «L'incidenza sull'importo della pensione dipende anche dalla durata della vita per cui è davvero difficile trarre delle conclusioni» aggiunge uno degli addetti stampa alla Repubblica degli Stagisti. È evidente infatti che il calcolo dei contributi versati potrà essere spalmato su solo pochi anni o su decenni, a seconda della longevità di un individuo. Su Facebook l'ente previdenziale ha creato una pagina dedicata all'argomento, postando video e aggiornamenti di status che invitano i giovani a «trasformare i propri anni di studio in anni di lavoro». A dimostrazione che ci tiene proprio a che nascano nuove generazioni di contribuenti pronte a crearsi una prima assicurazione sul futuro. Ma su quanti in effetti abbiano usufruito negli ultimi anni di questa possibilità non c'è per ora un dato certo: la Repubblica degli Stagisti ha chiesto all'Inps il numero dei riscatti richiesti negli ultimi anni ma purtroppo il dato non è immediatamente disponibile. Quando sarà noto quel numero, si potrà anche capire se il trend dei riscatti è in crescita o in decrescita.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Caro Gesù Bambino, ti chiediamo una pensione per i precari»: il direttore della Repubblica degli Stagisti e altri quattro giovani scrittori lanciano una proposta- «Le mie pensioni»: quanto prenderanno domani i precari di oggi?- Lavoro e pensioni, cosa sono i contributi figurativi e come cambierebbero con la riforma- Emergenza contributi silenti: le idee in campo per risolvere il problema delle pensioni di domani dei precari di oggi

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«Roma costosissima per gli stagisti, io ce l'ho fatta solo grazie a un'azienda rispettosa»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Giovanna Mostacciuolo, oggi assunta a tempo indeterminato nel settore contabilità di Infocert, a Roma. Ho 31 anni e sono di San Giorgio a Cremano, un paese a pochi chilometri da Napoli. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Economia della Federico II di Napoli, anche se l’esigenza di confrontarmi con il mondo del lavoro si è fatta sentire presto, già dai primi anni universitari. Così ho cominciato lavorando come hostess, oppure facendo volantinaggio ed animazione per bambini. Poi ho collaborato nell'azienda di famiglia, a titolo gratuito: mi occupavo di attività amministrative, redazione delle gare di appalto pubbliche e gestione del sistema di qualità Uni En Iso. Ad ottobre 2009 ho ottenuto la laurea specialistica in Economia delle imprese e dei mercati e ho deciso di cambiare città, non tanto per lavoro - avrei potuto  continuare a lavorare nell’azienda di famiglia, con altre condizioni contrattuali ovviamente - ma per essere indipendente ed essenzialmente per migliorare la qualità della mia vita. Così mi sono trasferita a Roma. Poco dopo il mio arrivo ho iniziato a lavorare con un contratto a progetto per una società che gestisce il credito di una multinazionale del settore telecomunicazioni. Nello specifico, mi occupavo di verificare la correttezza delle fatture  e di fidelizzare i clienti scontenti apportando degli sconti. Il tutto è durato tre mesi, a partire da giugno 2010, poi mi sono licenziata, ma per un'ottima ragione. Nel frattempo infatti mi ero candidata per uno stage: un mio amico, che durante la redazione della tesi si era interessato all’attività di InfoCert, azienda specializzata in servizi di certificazione digitale e gestione dei documenti elettronici, mi aveva segnalato che nella loro area amministrativa era aperta una buona posizione. Compilato il modulo sul sito aziendale, dopo qualche giorno sono stata contattata dall’ufficio Risorse umane per un primo colloquio conoscitivo telefonico. Poi sono stata invitata a sostenere un altro colloquio presso la sede Infocert, al quartiere Ardeatino, alla presenza delle risorse umane, del responsabile amministrativo e di quello che sarebbe diventato il mio tutor.  Il colloquio è durato circa un’ora e ricordo di essere rimasta colpita dall'ambiente giovanile e privo di formalismi, mi sono sentita da subito a mio agio. Ho parlato dei miei studi, delle mie esperienze lavorative precedenti, delle mie attitudini e punti di debolezza, e mi sono stati illustrati i dettagli dell'offerta di stage. Passate un paio di settimane poi è arrivata la telefonata dalle Risorse umane che mi informavano di aver passato le selezioni. E non solo: erano anche interessati  anche alla mie impressioni sulla società, cosa che mi lasciò quanto meno stupita. Nel mondo del lavoro purtroppo spesso non vengono considerate le idee e i punti di vista dei dipendenti. In InfoCert, invece, il dipendente conta, è considerato parte integrante e sostanziale dell’azienda. E non è poco! A fine settembre 2010 quindi ho iniziato il mio stage semestrale nell’amministrazione di InfoCert, dove mi sono occupata principalmente di contabilità ordinaria e controllo di gestione, all’inizio in affiancamento e in seguito in autonomia, percependo ogni mese un rimborso spese di  600 euro netti, più buoni pasto da 8,50 euro al giorno.  Un'avventura supportata da un lato da colleghi leali e disponibili e dall’altro dalla mia famiglia, che mi ha aiutata economicamente ad affrontare le spese. Roma è una città viva e piena di iniziative, non ci si potrebbe trovare male, ma la grande bellezza di questa città è offuscata dai suoi prezzi esorbitanti. Per uno stagista - anche con un buon rimborso - non è semplice far fronte alle spese, prima fra tutte l’affitto di una stanza. I monolocali sono inavvicinabili. Il costo della vita è quasi doppio rispetto a quello della mia città di origine, ma ho imparato presto ad adattarmi e oggi mi godo la città quasi come fossi turista, guardandola con ammirazione ed interesse costante. Roma oggi infatti è diventata la mia città adottiva: dopo i sei mesi di stage in Infocert, più uno di proroga, sono stata confermata con un contratto di apprendistato di 36 mesi, iniziato ad aprile 2011 [l'azienda dichiara una percentuale di stagisti assunti con questa tipologia contrattuale pari al 55%, ndr]. Quattro mesi prima della scadenza poi, l'apprendistato si è stato trasformato in contratto a tempo indeterminato. Oggi quindi, grazie ad uno stage in un’azienda seria e rispettosa, ho un lavoro che mi dà sicurezza, che mi piace, e che con uno stipendio netto di 1.200 euro al mese mi permette di non gravare più sulle finanze dei miei genitori. Direi che lo scopo per cui quattro anni fa ho lasciato il mio paese d'origine è stato raggiunto.   Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo 

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Roma, Milano e gli affitti troppo cari: dura la vita per i 200mila studenti e stagisti fuorisede

Roma e Milano sono le capitali italiane degli studenti – e degli stagisti. In queste due città si concentrano università, imprese, studi professionali ed enti pubblici: naturale quindi che attirino frotte di giovani desiderosi di trovare un’opportunità. Qualche numero, giusto per capirci. A Roma studiano, secondo l’Anagrafe nazionale studenti del ministero dell'Istruzione, circa 190mila ragazzi. Il dato è riferito a tutti gli iscritti all’anno accademico 2009/2010 e comprende tutte le facoltà. Oltre la metà di essi, vale a dire quasi 110mila, è alla Sapienza [nell'immagine a fianco, l'homepage del sito]; Roma Tre ne accoglie poco più di 34mila, Tor Vergata 28.700. Il restante dieci per cento di studenti si divide tra Luiss (circa 7mila), Lumsa (6.300), Roma Foro Italico (quasi 1.700), Luspio (1.300) e il Campus Bio-medico (1.100). Malgrado il grosso degli iscritti sia romano, si può stimare che un venti per cento provenga da un’altra regione, o comunque da un luogo tanto lontano da rendere pressoché impossibile il pendolarismo. Quindi a Roma vivono quasi 40mila studenti fuorisede.E passiamo a Milano. Qui gli universitari sono 177mila; la parte del leone la fa la Statale con oltre 54mila studenti, seguita a ruota da Cattolica (37.500), Politecnico (quasi 37mila) e Bicocca (poco più di 29mila). Poi ci sono la Bocconi con 12.700 studenti, la Iulm con 4.300 e infine l’università Vita-Salute San Raffaele con duemila. In media la metà degli iscritti è fuorisede: per esempio, secondo le statistiche della Statale un 15% proviene da un’altra regione e un 40% dalle altre province della Lombardia. Applicando queste percentuali a tutti gli atenei milanesi, ne risulta che vi sono a Milano 97mila studenti fuorisede. Unendoli ai 40mila fuorisede romani si arriva al ragguardevole numero di 140mila – e non è finita. Agli studenti si uniscono (e in parte anche sovrappongono) gli stagisti. Partendo dal fatto che la Lombardia è regione dove in assoluto ce ne sono di più – nel 2008, secondo i dati del rapporto annuale Excelsior di Unioncamere, sono stati quasi 61mila sul totale nazionale di 305mila: praticamente uno stage su cinque avviene in Lombardia – Milano è a buon diritto la capitale degli stagisti:  ne accoglie oltre 25.500. Lo scettro le viene però conteso da Roma, che con 25.350 stagisti assorbe oltre l’80% dei tirocini dell’intero Lazio. E questi numeri sono riferiti esclusivamente alle imprese private: vi sono poi in entrambe le città altre migliaia di stagisti negli enti pubblici, sopratutto a Roma dove hanno sede tutte le principali istituzioni.Impossibile qui sapere quale percentuale sia fuorisede: però, essendo la stragrande maggioranza delle offerte di stage a Milano o Roma, è chiaro che qualsiasi studente o neolaureato che voglia fare questo tipo di esperienza troverà molte più opportunità se sarà disponibile a trasferirsi lì. Il che ci porta finalmente al centro di questo ragionamento. 140mila universitari fuorisede più 50mila stagisti vuol dire quasi 200mila giovani che a Roma e a Milano hanno bisogno di accoglienza, alloggio, trasporti pubblici degni di questo nome. Quali risposte ricevono? Focalizzando il tema della casa, e partendo dal presupposto che le foresterie universitarie e le case dello studente offrono un numero di posti estremamente esiguo e che quindi i ragazzi si devono arrangiare, i principali problemi sono tre. Uno, i prezzi troppo alti. Quando una doppia in condivisione costa 300 euro al mese, e una singola oltre 500, c’è qualcosa che non va. Due, gli affitti in nero. Il che non è solo un’illegalità che permette ai proprietari di risparmiare sulle tasse, ma anche un rischio per i ragazzi, che possono essere buttati fuori senza tanti complimenti dall’oggi al domani. Tre, le case fatiscenti e sovraffollate: negli appartamenti per studenti è stato abolito il salotto per rimediare una camera da letto in più, le strutture sono spesso decrepite, le cucine poco più che da campo – tanto chi glielo fa fare ai proprietari di rendere decente l’arredamento, per quattro ragazzini? E così appartamenti di 60 mq con un solo bagno, inizialmente concepiti per due persone e con un valore commerciale di 7-800 euro al mese di affitto, si trasformano in «comuni» che ospitano il doppio o il triplo degli inquilini e fruttano il doppio o il triplo dei denari (senza però che si siano moltiplicati nè lo spazio nè il numero dei bagni). 200mila giovani che cercano una sistemazione a Milano e a Roma non sono uno scherzo. Ed è ora che le amministrazioni comunali affrontino il problema.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Corsa agli stage, la crisi mette un freno. Primi dati del nuovo Rapporto Excelsior: 322mila tirocinanti l'anno scorso nelle imprese private italiane- Quanti sono gli stagisti italiani? Tutti i dati regione per regione, tratti dall'indagine Excelsior 2009- La carica dei centomila studenti stagisti: i nuovi dati di Almalaurea sui tirocini svolti durante l'università- Neolaureati, le aziende vi vogliono così: ecco i risultati dell'indagine Cilea - Stella

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Ventitré anni e appassionata di contabilità, già assunta a tempo indeterminato: avvio di carriera sprint in Everis

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Elisabetta Garattini, 23 anni, oggi dipendente nel settore Finance di Everis, a Milano. Ho quasi 23 anni e ho sempre vissuto a Pedrengo, un paesino in provincia di Bergamo. Seguendo le orme di mia sorella, di un anno più grande di me, ho frequentato il liceo scientifico e mi sono diplomata nel 2009 con 67/100. Un po’ delusa dal voto, ho deciso di iscrivermi ad Amministrazione, contabilità e controllo d’azienda all’università di Bergamo: volevo cambiare totalmente materie rispetto a quelle studiate al liceo. E proprio con questa virata ho scoperto la mia passione per la ragioneria, la contabilità, i bilanci e le tante materie economiche.Ho studiato molto e con interesse, ma finiti gli esami la mia preoccupazione ovviamente era «e dopo la laurea cosa faccio? Come trovo un lavoro?». Così ho deciso di avvalermi di uno stage, che almeno nel nostro settore sembrava un metodo efficace per iniziare a lavorare. Mi sono iscritta alla piattaforma universitaria di placement e, con relativa facilità, ho iniziato a fare qualche colloquio. Alla fine sono stata scelta da uno studio associato di dottori commercialisti di Bergamo città, dove sono rimasta per tre mesi, fino a poco prima della laurea. Lo stage era totalmente gratuito, il compenso concordato era: imparare qualcosa.  Ed effettivamente ho imparato a destreggiarmi tra varie mansioni contabili e di segreteria: registrazioni di prima nota, registrazioni di fatture d’acquisto e vendita, analisi dei timesheet dei dipendenti, gestione della posta, riordino degli archivi cartacei. Una volta laureata, a novembre 2003, la valutazione della mia attività era certamente positiva, ma lo studio non aveva possibilità di assumermi: il massimo che poteva offrire era un periodo come praticante retribuita part-time. Visto che ora è possibile eseguire il praticantato in itinere, ho deciso di iscrivermi alla specialistica di economia e diventare praticante commercialista. Quindi ho iniziato sia un nuovo percorso di studi, che un praticantato part-time di 4 ore al giorno – con orari non flessibili, come pattuito: o le mattine o i pomeriggi – e un compenso di 500 euro al mese.  Però dopo due mesi ho deciso di interrompere il rapporto poiché non ero più in grado di seguire le lezioni, nonostante lavorare rimanesse una priorità. Per questo anche durante il primo periodo di specialistica non ho mai smesso di candidarmi a varie offerte e mettere online il mio cv. E ad un certo punto ho ricevuto una telefonata: la società milanese di consulenza Everis aveva visionato il mio curriculum su Monster ed era interessata al mio profilo. E due colloqui più tardi, lo scorso maggio, eccomi a iniziare uno stage come consulente SAP finance, con un compenso di 750 euro al mese. Sin dal primo incontro l’azienda aveva specificato che lo stage era finalizzato all’assunzione a tempo indeterminato – e di fatto il 90 per cento degli stagisti viene assunto – per cui ho detto addio all’università e mi sono cancellata dall’albo praticanti. In Everis ho collaborato alla consulenza per un cliente multinazionale che commercializza beni di largo consumo, ho gestito il supporto SAP di secondo livello per l’area geografica Emea, cioè Europa e Africa, e ho imparato ad usare un ERP – sistema informatico di gestione delle risorse aziendali - utilizzato dalle più grosse aziende mondiali. Il tutto in un ambiente dal clima giovane, accogliente, stimolante, internazionale. La cosa che mi è piaciuta di più in questo stage è che stavo effettivamente lavorando, oltre che imparando: ero trattata al pari dei miei colleghi assunti, senza nessuna distinzione. Non ero la stagista sottopagata che doveva fare i lavoretti che nessuno doveva fare, ma ero la nuova risorsa che lavorava direttamente con i clienti, prendendosi anche la responsabilità dei propri errori.Dopo tre mesi poi è arrivata la lieta notizia: dal mese successivo sarei stata assunta. E così il 31 luglio scorso ho firmato il mio primo vero contratto di lavoro, a tempo indeterminato, con una retribuzione di 1150 euro mensili, e con gran felicità ho festeggiato con i miei colleghi. Everis ha chiarito fin da subito che la mia carriera è al primo posto e infatti dopo l’assunzione ho avuto un colloquio individuale con il mio responsabile e con il mentor, figura aziendale  di orientamento, per stabilire quale sarebbe stato il mio percorso in azienda. Ho scelto di intraprendere un percorso verticale, con progressivo aumento delle responsabilità. Adesso, a 23 anni, ho un lavoro che mi piace e che mi permetterebbe anche di mantenermi da sola – anche se al momento preferisco vivere con mia nonna, che abita proprio a Milano. Un bell’inizio!Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

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Rilancio dell'apprendistato, mission (quasi) impossible

Tanti dati e un'unica certezza: l'apprendistato, invocato e pubblicizzato da almeno un decennio come soluzione a tutti i mali del precariato e della disoccupazione giovanile italiana, è applicato pochissimo – secondo l'Isfol vengono attivati meno di 300mila contratti di questo tipo all'anno – e per giunta è in calo. L'alto apprendistato, ovvero quello rivolto ai laureati, va ancora peggio ed è quasi lettera morta. Di rilanciarlo se ne fa un gran parlare, soprattutto a seguito delle modifiche introdotte con il decreto legislativo 167/2011, in vigore dal primo gennaio. Tra le iniziative del momento c'è la proposta congiunta del ministero del Lavoro e Fixo (il progetto per il placement della Sapienza), che si sono uniti nell'intento di promuovere lo strumento di rilancio del mercato del lavoro per eccellenza. E che qualche giorno fa a Roma, in una conferenza affollatissima di studenti (soprattutto) e qualche azienda e professore universitario, hanno spiegato le nuove regole dell'apprendistato, impegnandosi a contribuire affinché questa tipologia contrattuale si affermi una volta per tutte. La Repubblica degli Stagisti ha però voluto scandagliare a fondo la questione con i relatori, chiedendo loro cosa si può fare in concreto perché le cose cambino davvero rispetto a un passato e a un presente in cui l'apprendistato è di fatto snobbato dalle aziende. Più che mai se si tratta della tipologia numero tre: quella che dovrebbe permettere ai giovani tra i 18 e i 29 anni di conseguire titoli universitari, post-universitari e il praticantato per le professioni associate a un ordine, che è quella sui cui puntano gli addetti di Fixo. Le risposte, dirette e senza filtri, non hanno lasciato molto spazio alla speranza. Carlo Magni [nella foto a sinistra], coordinatore scientifico del programma Soul della Sapienza, ne fa una questione pratica. «Premesso che l'apprendistato se applicato correttamente è la formula migliore in assoluto, e che se capita a un giovane un'offerta di questo tipo, ne è felicissimo, chi invece non è tanto contento sono le aziende». È chiaro infatti che «se devono ricorrere per esempio a una sostituzione maternità, o a risorse da impiegare nel breve periodo, non si mettono a cercare apprendisti, ma scelgono la via più breve: i contratti precari». Anche se in realtà l'apprendistato, pur essendo dal punto di vista giuslavoristico un contratto a tempo indeterminato, prevede comunque la possibilità di licenziamento con modalità abbastanza semplificate. Ma attivare l'apprendistato di terzo tipo per le università non è altro che un lavoro in più, e Magni lo racconta con preoccupante rassegnazione. «Abbiamo tagli ovunque, qui tutti hanno votato Grillo. Il turnover è praticamente azzerato. Chiedere a qualcuno di mettersi a fare tutta la trafila di moduli necessari ad attivare corsi o master per l'alto apprendistato significa lavoro in più» che nessuno dei dipendenti della martoriata università ha voglia di fare. Ma c'è anche un barlume di speranza: «L'università e il mondo produttivo devono smetterla di essere autoreferenziali e cominicare a parlarsi, perché questo significherebbe stare tutti un po' meglio. In questo senso è necessario un cambiamento di intenzioni, di consapevolezza». E poi, a dirla tutta, la responsabilità del sempre promesso e mai realizzato rilancio dell'apprendistato non grava solo su università e imprese. «Anche le Regioni sono coinvolte, devono legiferare per rendere applicabile il decreto, e anche le parti sociali hanno l'obbligo di fornire dei quadri di riferimento attraverso contratti collettivi. Dopodiché bisogna avere pazienza perché non è che in due mesi si risolve un problema che è lì da vent'anni». Ancora più pessimista è Pietro Lucisano [foto sotto], direttore scientifico di Soul, scettico soprattutto sull'uso dell'apprendistato per l'alta formazione: perché questa tipologia contrattuale è storicamente legata all'accesso a mestieri soprattutto manuali mentre «un dottore è uno che di ossa se n'è già fatte tante ed è un po' ridicolo che debba continuare a farsele».  E aggiunge: «Del resto se un'azienda vuole una risorsa qualificata, dopo un tirocinio trimestrale magari se la tiene senza troppi giri di parole... e di contratti». Ma il vero problema è la mancanza di domanda di lavoro: «Se non c'è è inutile inventarsi sistemi. La nostra è molto frammentata, e il comparto del pubblico, che non è una piccola fetta, si sta rivelando il più infame per i giovani». Come il collega Magni, anche Lucisano non nega la concorrenza dei contratti precari e degli stage all'applicazione dell'apprendistato, ma non vede in questo l'elemento determinante: «Con l'apprendistato puoi essere licenziato  in qualunque momento, quindi dire che non si tratti di un contratto precario bensì di un tempo indeterminato è una pura petizione di principio». Anzi, dice, «è più stabile un cocopro con cui almeno sei sicuro di lavorare un tot di mesi». Affermazione a dire il vero un po' ardita: la possibilità di lasciare a casa l'apprendista in effetti esiste, ma non proprio “in ogni momento”. Una volta sancita la conferma dopo il periodo di prova, salvo circostanze eccezionali, l'apprendista può essere “licenziato” (cioè non confermato a tempo indeterminato) solo al termine dei due, o tre, o sei anni di durata del contratto di apprendistato.Un altro grave problema è poi la comunicazione. A volte le aziende non sanno neanche che cos'è l'apprendistato. «È come se ti dicessero di sposarti senza conoscere il partner: è un contratto che, se presentato come fisso, spaventa le aziende» spiega Lucisano: «Va detto che non è così. E poi le regole cambiano di continuo, non si può pensare che il mondo delle imprese stia appresso a uno strumento così volatile e per la cui applicazione deve ricorrere magari a un commercialista specializzato. A questo punto preferisce prendere il tirocinante in nero». In pratica, dice il professore, si deve spiegare a un soggetto che ci sono sgravi retributivi e contributivi: l'apprendista può essere inquadrato fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, statuisce la legge; poi le imprese che hanno più di dieci dipendenti godono di un'aliquota del 10%, mentre quelle con meno di dieci dipendenti hanno sgravi addirittura del 100%. E terminata la formazione il beneficio del 10% prosegue. Per l'alto apprendistato c'è persino un incentivo economico: 6mila euro per ogni assunto full time per almeno un anno e 4mila per ogni assunto part time per almeno un anno. Ma diventa tutto inutile se le regole cambiano continuamente: «è il terrore delle aziende» che allora ricorrono altrove. Allora meglio gettare la spugna? Lucisano risponde di no e suggerisce di far leva sugli aspetti di flessibilità e di sconti fiscali che sono quelli da cui è più attratta un'azienda. «Sarei contento di essere smentito» chiosa, smorzando un po' le proprie riserve. Più ottimista Luca Stefanini di Italia Lavoro: «Le aziende e le imprese non conoscevano l'apprendistato, stanno cominciando ora a capire cos'è. Fino a oggi hanno avuto notizie solo della tipologia del professionalizzante». Insomma dietro ci sarebbe solo un problema di comunicazione sbagliata. Stessa cosa per gli studenti, finora all'oscuro di tutto. E anche Stefanini, pur ammettendo la concorrenza sleale dei più facili contratti precari, sostiene che non stiano sullo stesso piano e quindi minimizza il loro ruolo. «Se nasce un  interesse reale da parte di un'azienda è perché c'è bisogno di inserire una persona qualificata e di tenerla nel medio-lungo termine». Sui numeri bassissimi dell'apprendistato però è meglio non farsi illusioni. «Probabilmente non ci sarà un'esplosione. Ma abbiamo visto l'interesse delle imprese nei progetti a lungo termine, già nel loro presenziare i seminari sull'argomento». E non solo grandi aziende, ma anche piccole e medie. «Magari comprendono che hanno bisogno di qualcuno che sappia per esempio il russo e come trattare con il mercato asiatico e così fanno  un investimento». La parte formativa del contratto di apprendistato viene strutturata a seconda delle dimensioni dell'impresa: se piccola si delega tutto all'università, altrimenti si fanno delle classi apposite. Quanto agli sgravi e al battere il chiodo su questo elemento per convincere le aziende, Stefanini ha un'idea diversa, certo che tutto dipenda dalle Regioni che devono stanziare i fondi. «Se ad esempio per l'apprendista laureato è previsto un master come percorso di formazione, e il corso viene pagato dalla Regione, l'azienda non è costretta a demandare questo onere al giovane. In questo modo si facilita il meccanismo del contratto». Tutti devono fare la loro parte: «La pratica è molto più complicata della realtà» ammette Stefanini, «le Regioni devono legiferare e le parti sociali devono stabilire contratti collettivi per evitare i buchi normativi e l'impasse». Ma è fiducioso rispetto al futuro: «Abbiamo fatto finora poche centinaia di contratti di apprendistato di alta formazione, però siamo partiti solo da un anno. Nel Lazio, dove ancora manca la regolamentazione applicativa, le università stanno aderendo quasi tutte».In conclusione, se non riparte l'economia e dunque la domanda di lavoro, c'è poco di concreto per confidare in un serio rilancio dell'apprendistato. Con buona pace delle promesse del ministro Fornero.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta - Apprendistato: coinvolge pochissimi laureati e spesso non garantisce vera formazione- Apprendistato: contratto a tempo indeterminato oppure no?- Il contratto di apprendistato dopo l'esame del Senato E anche: - Contratti di apprendistato in calo, nasce un sito per rilanciarli 

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