Grazie, le faremo sapere: come si fa un collquio di lavoro, manuale pratico per aspiranti consulenti

Normal 0 false false false IT ZH-TW HE Consulenza: è una delle parole più utilizzate nel mercato del lavoro 2.0. Ma chi sarebbe veramente capace di definire le mansioni di un consulente, o spiegare di cosa si occupa? Non molti inoltre sanno che esistono molte specializzazioni e che sono richieste diverse competenze e profili all'interno di questo settore, in continua espansione e sempre più attraente per i neolaureati in cerca di occupazione. A fare chiarezza sul mondo della consulenza ci ha pensato Andrea Iovene con un manuale pratico intitolato Grazie... Le faremo sapere sottotitolo: «Come affrontare i colloqui di selezione nelle società di consulenza» (FrancoAngeli, collana Trend, 240 pagine).Perché oggi molti giovani aspirano a diventare consulenti? Una prima ragione potrebbe essere economica. «Molti recruiter sono concordi nell'affermare che la Ral (retribuzione media annua lorda) di inizio percorso è pari a 25-27 mila euro lordi. Non è escluso che alcune aziende preferiscano iniziare anche con uno stage di massimo sei mesi con un rimborso spese variabile tra 1000 e 1800 euro al mese»: cifre molto più alte della media degli altri settori. Ma c'è altro: «Pur esistendo molte differenze tra le varie tipologie - i grandi rami  sono quelli della consulenza strategica, operativa, finanziaria e legata al mondo dell'Information Technology - la professione del consulente è molto stimolante per i giovani laureati» scrive Iovene: «È sicuramente impegnativa ma permette una crescita professionale a 360 gradi, che aiuta a sviluppare molteplici abilità. Il mondo della consulenza, in continua evoluzione, rappresenta un ottimo punto di partenza per iniziare a lavorare.Inoltre, in controtendenza ripsetto a molti altri settori e all'intero mercato del lavoro, in questi ultimi anni sono aumentate le richieste di neolaureati».L'intento dell'autore, ex dipendente di una società di consulenza finanziaria e oggi responsabile dell'ufficio job placement dell'Ipe (Istituto per ricerche ed attività educative), è quello di fornire un valido strumento di preparazione ai colloqui con le aziende del settore, attraverso esempi pratici, test e l'esposizione di una serie case interview sperimentati proprio dai selezionatori di alcune grandi società di consulenza tra cui anche EY [che fa parte delle aziende dell'RdS network, ndr]. Non solo: Grazie... Le faremo sapere contiene una serie di suggerimenti utili per affrontare al meglio ogni fase della valutazione: come sottolineato nel saggio Le risorse umane di Massimiliano Nicoli, pubblicato pochi mesi fa da Ediesse, il compito dei recruiter è quello di andare oltre le mere competenze professionali. Non mancano quindi indicazioni sul dress code, sul linguaggio del corpo, ma anche consigli in caso d'intervista telefonica o via skype, utili non solo per gli aspiranti consulenti  ma per chiunque si trovi ad affrontare una selezione. «I recruiter sono molto attenti e non possono permettersi il lusso di sbagliare la scelta del candidato» scrive Iovene: «per questo motivo i colloqui sono sempre più difficili, ci si trova di fronte a test, prove di gruppo, discussioni di business case: a volte risultano strani, ma invece servono proprio per testare alcune soft skills quali problem solving, team working e comunication abilities».Dunque una divulgazione di natura pratica, finalizzata anche allo scambio di opinioni coi lettori, invitati ad approfondire il tema sul blog colloquiolavoro gestito dallo stesso Iovene: «Lo scopo principale di questo libro è di aiutare i giovani laureati ad essere più consapevoli e pronti per un colloquio di lavoro con aziende, banche, società di consulenza e così via» dice l'autore alla Repubblica degli Stagisti: «Troppo spesso si va con poca convinzione, poco preparati sulle prove da sostenere e, come a volte dicono alcuni, “per provare”. Ho cercato di spiegare perchè questi non sono gli atteggiamenti giusti e allo stesso tempo perchè i giovani preparati che si affacciano al mondo dle lavoro non dovrebbero provare eccessiva preoccupazione. L'obiettivo che mi pongo, potrei dire insieme al candidato che legge il manuale, è che ogni colloquio si concluda con un'offerta di lavoro».Per questo motivo Iovene non tralascia nessuno dei passaggi delle selezioni: il testo suggerisce risposte a domande che, per quanto banali e ripetitive, riescono a mettere in difficoltà la maggior parte dei candidati durante i colloqui. Una su tutte: «Dove vede se stesso tra cinque anni»? Grazie... Le faremo sapere spiega che il senso della domanda sta nel «sondare quali siano le reali aspettative, ambizioni e prospettive del candidato. In particolar modo, l’intervistatore cerca di comprendere come venga vissuta dal candidato l’opportunità che gli si sta dando e se quest’ultimo la veda solo come uno step momentaneo del proprio percorso». Spunti per costruire una valida risposta?  Per esempio, «A mio parere tutto dipenderà dal mio rendimento professionale e dalle opportunità di crescita che mi verranno offerte. In ogni caso spero di potermi mettere alla prova e di poter crescere personalmente e professionalmente».Ma c'è spazio anche per l'ironia: il manuale si conclude con divertenti aneddoti sui consulenti e l'autore risponde con una battuta all'ultima domanda che gli viene posta: «Oltre alla lettura del libro, che cosa consiglierebbe a chi cerca lavoro?» «La ricerca del lavoro è già un lavoro! L’attenzione e la professionalità con cui si cerca impiego devono essere molto alte perché la concorrenza è notevole. Il libro raccoglie anche molti consigli su errori da non ripetere compiuti in passato, anche dagli allievi dei nostri master». Iovene coordina infatti i quattro master dell'Istituto Ipe - il master in Finanza Avanzata e Risk Management, quello in Bilancio e Controllo di Gestione, quello in Project Management e quello in Shipping e Logistica - che rappresentano una eccellenza formativa del territorio campano, una delle poche che riesce ad attirare studenti dal nord Italia (mentre di solito il percorso è irrimediabilemente inverso) e ad assicurare percentuali di placement molto alte. «Scherzi a parte, non mi stancherò mai di ripetere che un colloquio di lavoro richiede molta, molta preparazione e una cura estrema di tutti i dettagli: abbigliamento, stretta di mano, il linguaggio non verbale» chiude Iovene: «Inoltre le singole prove - test, prove di gruppo, case interview, e così via - richiedono una preparazione specifica, a volte duratura, spesso viene sottovalutata dai candidati. Infine la motivazione, l’umiltà e la conoscenza approfondita dell’azienda faranno sicuramente la differenza».Silvia Colangeli Normal 0 false false false IT ZH-TW HE

Incontro di orientamento "Tecniche di ricerca attiva del lavoro"

FERRARA 16 e 18 luglio si terrà l'incontro di orientamento "Tecniche di ricerca attiva del lavoro", organizzato da ER-GO, l'Azienda regionale per il diritto agli studi superiori dell'Emilia Romagna.  Nel corso della prima giornata, che si concentrerà sulla ricerca del lavoro, saranno affrontati i temi: come individuare il proprio progetto professionale, il bilancio personale in preparazione al colloquio di lavoro, indicazioni per impostare la propria strategia di ricerca del lavoro, e luoghi e strumenti per reperire informazioni sul mercato del lavoro e sulle professioni. Il programma della seconda giornata, che verterà su curriculum e colloquio di lavoro, prevede suggerimenti su curriculum vitae formato euro pass, lettera di presentazione, tipologie di colloquio di lavoro, cosa cercano le aziende e i selezionatori e come affrontare positivamente i colloqui di lavoro. L'appuntamento sarà condotto da Paola Fagioli, orientatrice ER.GO. → dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00, aula F8, chiostro di Santa Maria delle Grazie, polo chimico biomedico, via Fossato di Mortara 15/19

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Le domande personali in sede di colloquio non sono lecite: lo dicono il Codice delle pari opportunità e la Costituzione

Prosegue «L'avvocato degli stagisti», rubrica della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli. Basile e Passerini approfondiscono di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori. La domanda stavolta è stata posta dalla lettrice Beatrice attraverso il wall del gruppo Repubblica degli Stagisti su Facebook.«Durante un colloquio mi hanno chiesto se convivevo e se avevo un fidanzato: volevano accertarsi io non avessi in progetto di creare una famiglia. Come comportarsi in questi casi? È legale che i selezionatori pongano domande riguardanti sfere così private?»Domande tanto personali come quelle rivolte alla lettrice possono rappresentare non solo una indebita intromissione nella sfera privata del soggetto, ma anche una forma – più o meno celata – di discriminazione nell’accesso al lavoro o, come in questo caso, nell’accesso a un’iniziativa formativa. Sotto il profilo giuslavoristico tali tipologie di indagine possono configurare a tutti gli effetti un vero e proprio comportamento illecito. Infatti, anche ai tirocini formativi e di orientamento – benché non costituiscano rapporti di lavoro – è applicabile l’articolo 27 del decreto legislativo 198/2006 (il cosiddetto «Codice delle pari opportunità»), il quale stabilisce espressamente che: «[1]. E' vietata qualsiasi discriminazione per quanto riguarda l'accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione, nonché la promozione, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale. [2]. La discriminazione di cui al comma 1 è vietata anche se attuata:a) attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, nonché di maternità o paternità, anche adottive;b) in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l'appartenenza all'uno o all'altro sesso.[3]. Il divieto di cui ai commi 1 e 2 si applica anche alle iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento aggiornamento e riqualificazione professionale, inclusi i tirocini formativi e di orientamento, per quanto concerne sia l'accesso sia i contenuti, nonché all'affiliazione e all'attività in un'organizzazione di lavoratori o datori di lavoro, o in qualunque organizzazione i cui membri esercitino una particolare professione, e alle prestazioni erogate da tali organizzazioni».  In applicazione dei principi di parità e di uguaglianza di opportunità tra uomini e donne, contenuti nell’articolo 37 della Costituzione («La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare al-la madre e al bambino una speciale adeguata protezione») la norma detta precisi limiti all’autonomia privata del datore di lavoro nell’organizzazione dell’impresa, vietando qualsiasi discriminazione per ragioni di genere in materie fondamentali quali l’accesso al lavoro e le iniziative in materia di orientamento e formazione. Tale norma prevede possibili deroghe solo per mansioni di lavoro particolarmente pesanti, individuate attraverso la contrattazione collettiva, o qualora – nei soli settori della moda, dell’arte e dello spettacolo – l’appartenenza ad un determinato sesso sia essenziale alla natura del lavoro o della prestazione. Non riteniamo, dunque, che domande del genere di quello evidenziato dalla lettrice possano essere legittimamente poste all’aspirante stagista. La violazione delle disposizioni dell’articolo 27 del Codice delle pari opportunità è tra l’altro espressamente sanzionata dalla legge, con un’ammenda di importo molto significativo. Inoltre, la persona che si ritiene discriminata – o, per sua delega, le organizzazioni sindacali, le associazioni e le organizzazioni rappresentative del diritto o dell'interesse leso, la consigliera o il consigliere di parità provinciali o regionali territorialmente competenti – può proporre dinnanzi al Giudice del Lavoro un particolare procedimento speciale d’urgenza; il Giudice, convocate le parti e assunte sommarie informazioni, se ritiene sussistente la discriminazione può ordinare all’autore del comportamento denunciato la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti, e, se richiesto, può anche condannare l’autore del comportamento illecito al risarcimento dei danni subiti dalla persona discriminata.Sergio PasseriniPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino Brugnatelli- Una neolaureata chiede all'avvocato degli stagisti: «Prendo solo 400 euro di rimborso spese: posso pretendere almeno che mi vengano dati i buoni pasto?»- Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stage- Uno studente dell'alberghiero chiede: «È legale che io debba pagare 150 euro per fare uno stage?». Risponde l'avvocato degli stagisti

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Dalla ricerca universitaria alla consulenza aziendale in PwC: la storia di Francesca

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Francesca Pozzi, consultant in PwC, a Milano, con contratto di apprendistato.   Vivo a Seregno, in provincia di Monza Brianza, e sono nata a Como 27 anni fa. Ho frequentato Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, facoltà [oggi dipartimento, ndr] scelta sulla base delle mie attitudini personali e delle mie aspirazioni lavorative. Durante gli anni del liceo e dell'università ho lavorato come cameriera in un bar e ho fatto altri lavoretti occasionali come hostess ad eventi e come commessa, il che mi permetteva di sostenere almeno parzialmente le spese universitarie e di finanziare i miei hobby. Dopo la laurea specialistica, a dicembre 2009, il professore che mi ha seguito per la tesi mi ha proposto di collaborare con il dipartimento di Ingegneria con un assegno di ricerca. L'offerta era interessante - l'assegno ammontava a 1.500 euro al mese - e la qualità del gruppo di ricerca alto, di profilo internazionale, quindi ho accettato volentieri. In sostanza ho proseguito e ampliato il mio lavoro di tesi, che rientrava all'interno di un progetto europeo per l'applicazione dei principi del lean manufacturing ["produzione snella": politica industriale finalizzata a minimizzare gli sprechi, ndr] nello sviluppo di nuovi prodotti.   Dopo un anno al dipartimento ho deciso di intraprendere la via della consulenza, che da sempre mi attirava. Ho partecipato alla settimana della consulenza organizzata dal Career Service del Politecnico, ho inserito il cv nel sistema di job placement e dopo qualche giorno sono stata contattata da PwC Advisory per un colloquio. L'iter di selezione è avvenuto in due step: un primo incontro conoscitivo e motivazionale con un director e un secondo incontro tecnico con il senior manager, che sarebbe poi diventato il mio tutor. Onestamente, vista l'esperienza maturata al Politecnico, mi aspettavo di ricevere subito un'offerta di lavoro - invece mi è stato proposto uno stage: sei mesi a 800 euro lordi al mese, più buoni pasto e rimborso spese per eventuali trasferte, e la prospettiva di una successiva assunzione. Alla fine ho accettato: le condizioni di stage offerte da PwC effettivamente sono ottime rispetto alla media. Durante lo stage mi è stato affidata la preparazione di documenti per un progetto in collaborazione con l'ufficio Affari legali e fiscali e ho supportato una collega su un progetto di piano di sviluppo. Svolgevo quindi attività di ricerca, preparavo il materiale e le presentazioni per le riunioni con il cliente, partecipavo a colloqui e interviste. Mi sono sentita coinvolta e ben accolta da subito, e anche il rapporto con il tutor è stato immediatamente collaborativo. Al termine dei sei mesi di stage, come anticipato durante le selezioni, mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una retribuzione annua lorda di circa 22mila euro, più rimborso spese trasferte e buoni pasto, che ho firmato ad agosto 2011. Da quando ho iniziato a percepire un vero stipendio non nascondo che mi sarebbe piaciuto prendere casa a Milano, ma gli affitti sono troppo alti; quindi al momento vivo ancora a casa con la mia famiglia, ma sto meditando di prendere casa da sola, rimanendo comunque in provincia di Monza. Nel mio futuro lavorativo spero ci sia la possibilità di offrire consulenza alle aziende del settore design e arredamento, per il quale nutro da sempre particolare interesse, ma ad oggi sento di dover imparare ancora molte cose prima di essere una brava manager. Anche fare un'esperienza lavorativa è un obiettivo nella mia whish list lavorativa. Anzi, è proprio uno dei motivi per cui ho scelto PwC: trattandosi di una società affermata anche in ambito internazionale, spero di riuscire a sfruttare qualche buona occasione di lavoro fuori dall'Italia. Ho diversi amici e compagni di università che sono andati all'estero: guadagnano di più e hanno un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. Testo raccolto da Annalisa Di PaloLeggi qui tutte le altre testimonianze degli Stagisti col BollinoScopri a questo link quali sono le aziende che hanno aderito al Bollino OK Stage, sottoscrivendo la Carta dei diritti dello StagistaVai alla sezione Annunci per vedere se qualcuna di queste aziende sta cercando uno stagista!

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L'eccellenza del Made in Italy ha bisogno di nuove leve: 30 tirocini da 700 euro al mese per aspiranti artigiani

«Le nuove generazioni non sono vasi da riempire, ma torce da accendere». La sapeva lunga Quintiliano. È passato qualche secolo dalle parole dell'oratore e maestro di retorica romano, ma i giovani del terzo millennio non sono poi tanto diversi. Ché il sapere non sta solo nei libri, ma pure nelle mani. Gli italiani ne sanno anche loro qualcosa: portano con orgoglio il «made in Italy» in giro per il mondo. Ma forse mai abbastanza: il sapere artigiano non può stare sulle pagine. Va tramandato. Sposa questa filosofia il progetto «Una scuola. Un lavoro. Percorsi di eccellenza» voluto dalla Fondazione Cologni. Mette in palio 30 tirocini, tutti spesati, per l'anno scolastico 2015-2016. Sei mesi al massimo, per «mettere a bottega» 30 giovani talenti e dare loro la possibilità di imparare un «mestiere d'arte» sul campo, fianco a fianco con i maestri artigiani. Il termine per presentare le domande scade il 15 settembre. Il bando è rivolto a neo-qualificati, neo-diplomati, neo-laureati (a massimo 12 mesi dalla data di conseguimento del titolo) di licei artistici, istituti professionali, scuole d'arte o università che abbiano a che fare con l'arte e l'artigianato. Ma attenzione: le candidature non possono arrivare dai singoli ma solo dalle scuole. «Abbiamo messo molti paletti per spingere verso esperienze di qualità», spiega alla Repubblica degli Stagisti Federica Cavriana, referente del progetto per la Fondazione Cologni, realtà privata non profit nata proprio per «formare nuove generazioni di Maestri d'Arte, salvando le attività artigianali d'eccellenza dal rischio scomparsa». «Solo le scuole possono presentare le candidature: conoscendo i loro studenti, sanno già quali sono i migliori. Ma non basta questo. Al nome del ragazzo deve essere già abbinata la bottega che lo ospiterà. Questo ci garantisce che ci sia già una conoscenza preventiva, per capire se hanno il "feeling" giusto per lavorare insieme». L'interesse c'è, tanto che più di qualche volta sono stati gli stessi studenti a stimolare le scuole e cercare informazioni. C'è fame di esperienza. La Fondazione, da parte sua, offre una copertura totale dei costi: 700 euro netti al mese al tirocinante, oltre alle relative coperture assicurative. Il tirocinio, si legge nel bando, «è assimilato a un rapporto di lavoro dipendente, ma non può costituire vincolo per l'azienda ospitante a un'eventuale assunzione». Niente obblighi, dunque, per chi insegna l'arte. Ma da cosa nasce sempre cosa: il bando appena concluso ha mandato a bottega 35 studenti. E «a circa il 70% di loro è stato offerto un altro contratto, nella maggior parte dei casi con la stessa realtà che li ha ospitati per il tirocinio», afferma la Cavriana. Si apre un percorso, insomma. In tutto i tirocinanti a cui la Fondazione Cologni ha voluto dare una chance, dalla prima edizione alla quarta in partenza quest'anno, sono cento. Per ogni ragazzo ci vogliono 5mila euro: in parte li mette la Fondazione, in parte altre donazioni private. «Di esperienze di tirocinio se ne trovano tante in giro, ma non in questo settore, quello dei mestieri d'arte. È un ambito molto specifico, con strade lunghe e difficili, che spesso presenta difficoltà nel passaggio dal mondo della formazione a quello del lavoro». Il sito della Fondazione Cologni racconta di 23 istituti scolastici coinvolti nell'edizione appena conclusa, distribuiti in 11 Regioni. Ci sono, ad esempio, il Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni culturali «La Venaria reale» e l'Accademia Teatro alla Scala. E poi la Civica scuola di Liuteria di Milano, il Politecnico calzaturiero di Vigonza (nel Padovano), la Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo, insieme alla Scuola dell'Arte della Medaglia di Roma, al Centro Restauro Materiale Cartaceo di Lecce e alla Nuova Accademia Arti Pratiche di Catania. «La nostra sede è a Milano e quindi abbiamo molti rapporti con le realtà del Nord, ma stiamo spingendo molto per coinvolgere sempre più realtà  anche al Centro-Sud», precisa la referente della Fondazione Cologni. La rete degli atelier, una trentina, conta grandi glorie nazionali accanto a realtà piccole ma altrettanto preziose. Tra gli altri, hanno aperto ai giovani le loro porte piccole botteghe di liutai piemontesi, milanesi e della Brianza, una floricoltura di Desio, oreficerie di Villabate (Palermo), Marcianise (Caserta), Roma e Macerata, ceramisti di Caltagirone, mosaicisti di Udine e laboratori di sartoria e calzature da Milano al Veneto. Poi c'è chi ha imparato a cesellare bracciali e gioielli da Bulgari o orologi da Richemont. Chi si è tuffato nel reparto camiceria di Dolce e Gabbana e chi nel reparto corse di Ferrari e Ducati. Che anche i motori, in fondo, sono mestieri d'arte. Sarebbe bene che iniziative come questa smettessero di essere un'eccesione e diventassero la regola, in un Paese che sul "saper fare" dovrebbe incentrare l'eccellenza della sua economia. Qualcosa si sta muovendo. E in effetti all'apprendistato sempre più concreto, basato sull'alternanza scuola-lavoro di stampo tedesco si sta guardando con sempre più interesse, soprattutto con le novità contenute nella riforma della cosiddetta Buona scuola (ne avevamo parlato qui). «Questo è il nostro modo di supportare questo settore» conclude Federica Cavriana: «La nostra idea è quella di preservare il made in Italy, in un periodo in cui il modo di formarsi per questi mestieri è cambiato. Ieri i giovani andavano a bottega gratis. Oggi bisogna pagare gli stagisti, e non tutte le botteghe, possono permetterselo». Largo agli apprendisti artigiani, dunque, che siano pronti, come dice il bando, «a realizzare sogni fatti a mano, con cura, con passione e con impegno». Nel nome del made in Italy. Maura Bertanzon maura07 foto di Susanna Pozzoli

Apprendistato, la via italiana al sistema duale: tutte le novità

Specializzati, competenti, con conoscenze non solo teoriche ma soprattutto pratiche, sviluppate sul campo. In azienda. Lo chiamano sistema duale: la Germania ne ha fatto motivo di vanto di fronte al resto d’Europa dei suoi tecnici e operai, formati attraverso un sistema di apprendistato che miscela l’esperienza concreta - tre o quattro giorni in azienda - alla teoria imparata sui banchi degli istituti professionali per un paio di giorni a settimana.  Il sistema duale ha oltre un secolo di vita eppure è ancora oggi sotto un vortice di critiche, soprattutto di recente. Pare che anche in Germania formare un giovane sia sempre più costoso. E che le imprese disponibili a farlo siano sempre meno (secondo un rapporto del governo tedesco, citato dal Foglio). Ma se la disoccupazione tra i giovani in Italia è esplosa da tempo oltre il 40 per cento, a Berlino e dintorni gli under 25 senza un impiego sono appena il 7%. Anche in Austria e Svizzera - entrambi Paesi grandi circa come la nostra Regione Lombardia, con 8 milioni di abitanti - il sistema duale è ormai parte integrante del sistema scolastico e formativo. A Vienna la lista delle qualifiche possibili è di circa 240. L’apprendistato attraverso il sistema scuola-lavoro coinvolge circa il 40% degli adolescenti, con percorsi di circa 3 anni, un contratto di lavoro che include copertura sanitaria, assicurativa e pensionistica, e l’obbligo da parte delle aziende di garantire degli standard minimi di formazione pratica, affiancata a corsi scolastici professionali (Berufsschule). Le statistiche parlano di 120mila apprendisti formati in 40mila imprese, con un rapporto quindi di tre a uno. Percorso analogo in Svizzera, dove le qualifiche possibili sono oltre 300 e il sistema duale, secondo la Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l'innovazione, è l’opzione più scelta tra gli oltre 230mila giovani che scelgono una formazione professionale di base dopo la scuola dell’obbligo. Un modello da esportare, insomma, quello duale. Ma che in Italia non ha mai preso veramente piede. Nel nostro Paese rientrerebbe nell’apprendistato «per la qualifica il diploma e la specializzazione professionale», come definito nel Testo Unico per l’Apprendistato (decreto legislativo 167/2011), ovvero quella formula che unisce la formazione in azienda al conseguimento di un titolo formativo. Un’opzione che ha sempre registrato cifre irrisorie. Secondo l’ultimo rapporto Isfol, è al 2,4%, appena sopra i contratti di apprendistato per “l’alta formazione e ricerca”, che coinvolge poche centinaia di giovani in tutta Italia (appena lo 0,8% di tutti gli apprendisti). A farla da padrone, con oltre il 97% dei casi, sono i contratti per “l’apprendistato professionalizzante”. Qualcosa, ora, potrebbe cambiare. «L’apprendistato per la qualifica, il diploma e la specializzazione professionale e quello di alta formazione e ricerca integrano organicamente, in un sistema duale, formazione e lavoro per l’occupazione dei giovani». Queste le intenzioni, contenute nel nuovo Jobs Act. Almeno sulla carta. Nella pratica, nell’ultimo anno sono nati alcuni progetti sperimentali, portati avanti dalle Regioni o da grandi aziende, per tracciare la strada di un’esperienza più concreta. Il Veneto si propone come terreno di sperimentazione con FITT - Forma il tuo futuro. Un progetto europeo, finanziato con quasi 300mila euro nell’ambito del programma Erasmus+, che vedrà impegnati la Regione Veneto insieme all’agenzia Veneto Lavoro, in stretto contatto con il ministero del Lavoro. Tra i partner, l’Istituto tedesco per la formazione professionale (BIBB) e l’Agenzia tedesca per la Cooperazione internazionale GIZ. I primi mesi saranno votati ad approfondire gli aspetti vincenti del sistema tedesco e a selezionare una proposta di alternanza scuola-lavoro da testare in alcune scuole ed enti di formazione, soprattutto nel settore turistico-alberghiero, nei prossimi anni scolastici. Due anni di tempo, per trovare una via italiana al sistema duale tedesco. Una via che coniughi in modo sistematico la formazione in azienda a quella in classe, con il conseguimento di un diploma finale. E  che sia replicabile, poi, anche a livello nazionale. «Dobbiamo chiederci il perché del sostanziale insuccesso dell’apprendistato per la qualifica», riflette Sergio Rosato, direttore generale di Veneto Lavoro. Secondo i dati dell’ente regionale, infatti, sono 19.700 i giovani che frequentano un corso di formazione professionale per la qualifica e oltre 43.700 quelli iscritti agli istituti professionali di Stato. Eppure, secondo l’ultimo rapporto regionale sull’apprendistato, nel 2013 erano poco più di un migliaio quelli coinvolti in percorsi di apprendistato per la qualifica (506) o nell’apprendistato per l’assolvimento del diritto-dovere (590, in via di esaurimento per la progressiva sostituzione della nuova tipologia di apprendistato, ndr). «L’apprendistato per la qualifica attraverso formule di alternanza scuola-lavoro è sfruttato pochissimo. Pesa la concorrenza degli stage e tirocini curriculari, legati ad una vasta offerta formativa», spiega Rosato. Come dire: per i ragazzi stessi, finora, è rimasto una strada molto poco appetibile. «Pesa moltissimo, però, anche la concorrenza dell’apprendistato professionalizzante: si fatica a trovare imprese interessate. Meglio, per loro, assumere un apprendista già diplomato, che passare per la trafila degli accordi formativi da stipulare con le scuole. La crisi, poi, ha inciso non poco: l’apprendistato è visto come un rapporto a medio-lungo termine. Difficile, per un imprenditore che fa fatica, decidere di aggiungere un apprendista ad un organico magari già in sofferenza», precisa Rosato. Non a caso, i dati italiani e veneti registrano una flessione non solo nell’apprendistato per la qualifica, ma anche nella fascia di giovani under 20 assunti con ogni forma di apprendistato. Tra il 2005 e il 2012 si sono dimezzati, passando da oltre il 60% a poco più del 30%. La dinamica si riflette anche a livello nazionale. Secondo l’ultimo rapporto Isfol, presentato proprio oggi, i giovani coinvolti in un percorso di apprendistato per la qualifica sono stati 3.405 nel 2013. E si può dire che sia un "affare" che riguarda quasi solamente il Nordest, che ha registrato in tutto 3115 casi, cioè oltre il 91%. Totalmente assente nel Centro e nel Sud Italia questa tipologia di avviamento al lavoro. Il rapporto Isfol riporta un declino del 3,9% dell’apprendistato in generale, con una media di quasi 425mila apprendisti attivi in Italia nel 2013, rispetto agli oltre 461mila dell’anno precedente (elaborati da Veneto Lavoro su dati Inps). «In Italia dobbiamo lavorare sull’applicazione del sistema duale alle pmi. In Germania il modello funziona in realtà imprenditoriali di dimensioni consistenti», precisa Rosato. «Non a caso uno dei pochi progetti sperimentali già attivi in Italia è stato lanciato da una realtà come la Ducati». Il colosso motoristico di Borgo Panigale, infatti, ha avviato con questo anno scolastico il progetto Desi, in accordo con la Regione Emilia-Romagna: cinque mesi nei centri training di Ducati e Lamborghini, ad assorbire i segreti della meccanica di livello, seguiti da tre mesi sui banchi degli istituti professionali Aldini Valeriani e Belluzzi Fioravanti di Bologna, ad affinare le competenze teoriche, per poi tornare in officina. In totale, un percorso di due anni, coperti da una borsa di studio di 600 euro mensili netti, che coinvolge 48 giovani inoccupati, ma già in possesso di almeno una qualifica triennale. Non è un contratto di apprendistato vero e proprio e nemmeno uno stage. Tecnicamente lo definiscono un percorso di istruzione di secondo livello per adulti.  Gli studenti alternano periodi di apprendimento scolastico a periodi di training on the job, non in linea produttiva, ma in attività di laboratorio o su prototipi, presso i training center di Ducati Motor Holding e Automobili Lamborghini, con una copertura Inail garantita dall’assicurazione scolastica. Di sicuro, una delle esperienze che più si avvicina, nel concreto, al sistema duale tedesco. Sulla stessa lunghezza d’onda, il programma sperimentale messo a punto da un altro gigante dell’industria italiana, Enel, con i ministeri dell’Istruzione e del Lavoro, insieme a sette Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto) e alle organizzazioni sindacali: 145 studenti al quarto e quinto anno di sette istituti, questa volta tecnici e non professionali, coinvolti in un progetto di alternanza scuola-lavoro potenziato. A differenza della modalità "normale", che prevede l'inquadramento in stage, i ragazzi qui sono assunti con un contratto di apprendistato di alta formazione e ricerca. Da quest’anno, passeranno nelle sedi del gruppo Enel almeno un giorno a settimana e continueranno il lavoro nel periodo estivo. Ad accompagnarli, un tutor scolastico ed uno aziendale, con i contenuti formativi decisi a quattro mani tra insegnanti e formatori Enel. Dopo il diploma, la possibilità di continuare l’apprendistato per un altro anno. «L’apprendistato scuola-azienda è una novità assoluta per il sistema italiano in cui crediamo molto e che sarà valorizzata anche nell’ambito dell’Esame di Stato», aveva detto il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini commentando l’iniziativa. Alle potenzialità del sistema duale crede anche la Regione Lombardia, al lavoro su un disegno di legge, ora in discussione al Consiglio regionale, per rafforzare i percorsi di formazione professionale basati sull’alternanza tra aula e impresa, anche grazie all’annuncio di un bonus occupazionale dal governo pari a 2500 euro per le aziende che prenderanno studenti con il sistema dell’apprendistato. Tutti segni di un cambiamento che sta prendendo piede. Nella classificazione normativa precedente, l’apprendistato per la qualifica era definito «apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione». Uno strumento destinato a chi sui banchi proprio non ci voleva stare. Potrebbe trasformarsi in strumento per sviluppare e tramandare un know-how ad alta specializzazione, capace di rappresentare il valore aggiunto di un Paese competitivo sul mercato globale. Germania, Austria e Svizzera docent. Maura Bertanzon@maura07  Crediti: Copertina: Ambra Galassi (Flickr)In altro a destra: Ottawa Technical School - Biblio Archives (Flickr)In centro a sinistra: Olle Svensson (Flickr)In basso a destra: Nicoletta Antonini (Flickr)

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Speed MI Up, nuovo bando per l'incubatore milanese di startup

Datemi punto di appoggio e solleverò il mondo, diceva Archimede. La stessa filosofia anima Speed MI Up, incubatore nato dalla collaborazione tra l'università Bocconi e la  Camera di Commercio di Milano, con il contributo del Comune di Milano. Il nuovo bando per partecipare al programma di incubazione è aperto da oggi - 9 marzo - a giovedì 16 aprile e selezionerà fino a 30 progetti di aspiranti imprenditori, anche non italiani, o startup avviate da meno di 20 mesi. Unico requisito: stabilire la sede della propria attività nel capoluogo lombardo. La leva devono fornirla loro, gli imprenditori: è l'idea originale, potenzialmente vincente. Innovativa, si dice oggi. Ma in questo caso non per forza high-tech. A sollevarla ci pensa Speed Mi Up, con un pacchetto di servizi di formazione e tutoraggio definito nel bando "ad alto valore aggiunto". «Non ci concentriamo su settori merceologici specifici. Siamo aperti a qualsiasi idea innovativa, anche di processo, non per forza solo concentrata sullo sviluppo di una tecnologia», spiega alla Repubblica degli Stagisti Fausto Pasotti, responsabile marketing dell'università Bocconi e direttore generale di Speed MI Up. Nelle esperienze che in passato hanno trovato in Speed MI Up terreno fertile per maturare c’è, ad esempio, D1 Milano. Quattro soci giovanissimi, tutti tra i 20 e i 21 anni, guidati da una passione: realizzare orologi di design e alta qualità alla portata di tutti. L’ultimissimo modello è un orologio capace di cambiare colore con la temperatura del corpo, e di guadagnarsi una pagina sulla rivista Forbes. Loro ce l’hanno fatta: sono usciti dall’incubatore e ora camminano, o piuttosto corrono, con le proprie gambe. Corrono anche le startup ancora dentro Speed MI Up: SpeedyPlan si è inventato un servizi Cloud innovativo per la gestione logistica online del trasporto merci. «La loro applicazione è stata scelta dalla Ferrari», racconta Pasotti. «Ma vanno molto bene anche esperienze come OneTray e cercaofficina.it». L'intuizione giusta è la scintilla fondamentale. Il resto si può imparare. Sul piatto c'è un percorso di due anni di incubazione, di accompagnamento, che iniziano con tre mesi di "mindshaker meeting", ovvero sessioni di formazione a cura di docenti della Bocconi, a metà tra il brainstorming e la lezione frontale, per affinare il business plan e i ferri del mestiere. Poi gli imprenditori iniziano a camminare in modo più autonomo, supportati però da un tutor che veglia sullo sviluppo dell'impresa. «Certo, prima fanno meglio è. Noi siamo qui per accelerare il processo di maturazione e aiutare i neoimprenditori ad evitare errori dovuti all'inesperienza», spiega Pasotti. La candidatura avviene online. Entro 10 giorni dalla presentazione sul sito, la domanda deve essere poi consegnata a mano o spedita al Protocollo generale della Camera di Commercio di Milano, via Pec (protocollo.ccia [chiocciola ]mi.legalmail.camcom.it) o a mezzo raccomandata a/r. Sul sito bisogna caricare il progetto di business plan insieme al curriculum dei partecipanti o soci fondatori della start-up. E, in più, un video di massimo tre minuti per convincere il Comitato di gestione che la propria idea è quella buona. In inglese lo chiamano elevator pitch: il discorso che un imprenditore farebbe ad un investitore per convincerlo a puntare su di lui, nel tempo limite di una corsa in ascensore. Perché spesso non c'è una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Per questo, il sito di Speed MI Up offre un videocorso online di 12 ore:  «Consiglio vivamente di seguirlo» dice Pasotti: «Aiuta a formulare il business plan nei tempi stabiliti e per noi è una base importante per giudicare le idee migliori». «Innovative, in termini di prodotto, di processo produttivo, di vendita o di distribuzione. Solide, con elementi fondamentali che ne rendano plausibile un rapido sviluppo. Potenzialmente internazionali»: così il bando riassume i criteri basilari di selezione, pronti a valutare le caratteristiche del team, la fattibilità e competitività del modello di business, la scalabilità (ovvero la capacità di creare valore aggiunto in termini di internazionalizzazione e ricerca di nuovi mercati), nonché le ricadute del progetto nella capacità di creare occupazione, anche indotta. La valutazione promette di essere rapida: un mese di riflessione per il Comitato di gestione, con la possibilità di convocare per un ulteriore colloquio le prime 10 imprese in graduatoria. Esauriti i tempi tecnici, il programma di incubazione inizierà quindi a giugno. Nel pacchetto Speed MI Up vi sono servizi che vanno dalla consulenza legale, contabile e fiscale al supporto nella comunicazione e media planning, oltre a servizi ICT  come il cloud computing, la disponibilità di  connessione a internet ad alta velocità, l'accesso alle banche dati e ai servizi online della Bocconi e gli spaazi di co-working. Non mancano la consulenza sull'accesso a finanziamenti ordinari e agevolati. Un supporto che si limita all'assistenza.  Perché l'unica cosa che Speed MI Up non mette nelle nuove imprese è il denaro. Una scelta precisa, a rimarcare la mission  sociale dell'incubatore milanese: «Certo, favoriamo l'incontro con gli investitori, ma non vogliamo entrare nel capitale delle startup perché non vogliamo influenzarle direttamente. Il nostro scopo è solo aiutarle a crescere. Per questo puntiamo sulla qualità dei servizi che offriamo: è questo il nostro valore aggiunto», aggiunge Pasotti. Una filosofia che porta, anzi, a chiedere alle imprese selezionate un contributo mensile di 590 euro (erano 500 nelle passate edizioni). Più o meno quanto il costo di due postazioni di coworking a Milano. A fronte però di una serie di benefit monetizzabili: il bando dell'edizione precedente, la quarta, stimava infatti in quasi 22.500 euro il valore dei servizi offerti. Quest'ultimo bando, in particolare, aveva registrato più di 200 candidature, di cui poi ne sono state accettate 11. L'età conta fino a un certo punto: tra le venti startup finora incubate, sono solo 12 quelle con soci sotto i 35 anni. Quattro sono infine gli “Oldies but Goodies”, ovvero le imprese che hanno chiuso il loro percorso di incubazione. A contare è sempre la fame di successo: «La selezione è molto severa e, d'altra parte, anche il livello qualitativo è diventato molto più elevato. Nessuno dei partecipanti è arrivato a Speed Mi Up perché disoccupato o senza lavoro» precisa Pasotti: «È tutta gente che ha avuto un'idea e ha cercato a tutti i costi il modo per realizzarla. Quello delle startup è un mondo ribollente». Maura Bertanzon 

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Alternanza scuola-lavoro, una svolta con il Jobs Act e la Buona Scuola?

C’è Giulia, 18 anni, che segue un corso per segretaria di azienda e fa pratica nell’amministrazione di una società di servizi, e c’è Tommaso, 17 anni, che vuole fare il cuoco e con l’alberghiero negli ultimi quattro mesi di scuola ha lavorato una sera a settimana in un ristorante. «Ma l’alternanza scuola-lavoro non è mai stata davvero realizzata in Italia» sostiene Franco Chiaramonte, direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro.  Secondo il dirigente infatti i tirocini formativi fino ad oggi non sono stati davvero integrati nel sistema, non realizzando mai un vero sistema duale, come avviene invece nei paesi del nord Europa. «La vera alternanza era molto marginale e si faceva in pochissimi posti, come Bolzano» prosegue Chiaramonte. «In Piemonte, credo unici in Italia, abbiamo avviato progetti di apprendistato per i ragazzi dai 15 ai 17 anni con percorsi che prevedevano che studiassi e lavorassi contemporaneamente. Hanno partecipato appena un centinaio di ragazzi all’anno perchè era molto complicato e difficile da strutturare». Dal report disponibile sull’alternanza scuola lavoro, realizzato da Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) per conto del Miur risulta che, nell’anno scolastico 2012/13, il 45,6% delle scuole secondarie di secondo grado (3.177 su 6.972) ha utilizzato l’alternanza come metodologia didattica per sviluppare le competenze previste dall’ordinamento degli studi. Molto differente l’uso di questo strumento a seconda del tipo di scuola: dei 3.177 istituti, il 44,4% sono professionali, il 34,2% tecnici, il 20% licei, 1,5% di altro tipo.  Sono stati 11.600 i percorsi realizzati per formare 227.886 studenti, pari all’8,7% della popolazione scolastica della scuola secondaria di secondo grado. La maggior parte (7.783, pari al 67,2%) è stata erogata negli istituti professionali. Seguono gli istituti tecnici (22%) e i licei (7,8%). Anche il mondo del lavoro ha dato un contributo: gli studenti in alternanza sono stati ospitati in 77.991 strutture, di cui il 58,2% (45.365) sono imprese. Seguono liberi professionisti (7,5%), Comuni (3,2%) e altri enti pubblici come Province e Regioni, oltre ad asili e scuole dell’infanzia, associazioni, biblioteche, Camere di commercio e associazioni di categoria. La distribuzione regionale degli studenti che hanno partecipato ai percorsi mostra percentuali molto diverse a seconda delle zone: in generale il 51,6% degli alunni in alternanza si concentra al nord, percentuale che scende 23,7% nelle regioni centrali e al 17,2 nel Sud, con un 7,4% nelle Isole. La maggior parte dei percorsi di alternanza-scuola lavoro nel periodo analizzato è annuale (51,1%), seguono quelli biennali (36,7%), i triennali (11,1%) e infine i quadriennali (1,1%), e la maggioranza (55,7%) risulta avere un monte ore totale minore di 100 ore. Ore che si distribuiscono in modo diverso nel corso dell’anno a seconda del progetto di stage. Seppure l’uso dell’alternanza ha registrato un generale incremento nel tempo, se si analizzano in profondità i dati si scopre che i percorsi realizzati nelle diverse realtà scolastiche presentano caratteristiche molto diverse, in termini di lunghezza, articolazione interna, tipo di stage, utenza, risorse coinvolte, modalità di valutazione e certificazione, costi. In particolare, secondo il rapporto  di Indire, le esperienze di alternanza attivate negli istituti scolastici sono caratterizzate da una grande differenziazione dell’offerta, che solo in parte risente delle diverse realtà socio-economiche, ma che sembra molto centrata sul modello organizzativo proprio di ciascuna scuola. Tutto ciò «sembra richiamare la necessità di azioni, strumenti, indicazioni» sottolineano gli esperti «che rendano unitarie le diverse esperienze realizzate nei singoli territori». Ora però le cose potrebbero cambiare radicalmente. Almeno sulla carta: nella riforma della scuola e nel Jobs Act infatti ci sono diverse indicazioni che riguardano proprio l’alternanza tra i percorsi scolastici e quelli lavorativi. «Credo si possa parlare di un primo intervento che prevede un’alternanza di massa, ma ora si dovrà vedere come andrà nei fatti» evidenzia Chiaramonte che parla di "una scommessa". «È un momento di grande cambiamento: non sono stati fatti cambiamenti solo nella normativa scolastica o solo in quella lavoristica, ma sono trasversali. Per la prima volta c’è un asse tra scuola e lavoro e tra le istituzioni che fa ben sperare». La Buona Scuola prevede piani formativi di alternanza scuola-lavoro nell’ultimo triennio di 400 ore per gli istituti tecnici e professionali e di 200 ore nei licei: «sono molte ore  e le scuole dovranno studiare un progetto formativo costante» rileva il dirigente dell’Agenzia per il lavoro che sottolinea «si apre un mondo totalmente nuovo: bisogna strutturare un percorso con aziende e istituzioni». «La difficoltà fondamentale sta nei numeri» spiega Tommaso De Luca, preside dell’Istituto Tecnico Avogadro di Torino «in passato abbiamo fatto alternanza, ma mai in maniera così diffusa come prevede la nuova normativa». Il preside racconta che negli scorsi anni «avevamo avuto una trentina di alunni l’anno, per lo più in quarta, che partecipavano a stage e un’altra ventina che prendeva parte a un progetto di apprendistato con Enel. Ma ora parliamo di oltre 200 studenti per i quali bisogna pensare a percorsi strutturati». Per questo partiranno incontri con istituzioni e aziende: «il primo passo è reperire le aziende. In questo le Camere di Commercio dovranno fare un registro con le aziende disponibili in cui dovrà essere indicato anche il periodo di disponibilità ad accogliere studenti e in che numero. Poi ogni scuola deve programmare le 400 o 200 ore nell’arco dei tre anni» sottolinea De Luca, secondo il quale «non possiamo giustapporre 400 ore di alternanza alla scuola tradizionale, bisogna riuscire a integrarle altrimenti sono buttate». Anche in questo senso, considerando che l’ultimo anno tutti gli studenti devono affrontare la maturità, secondo il dirigente scolastico «bisognerebbe anche modificare l’esame di Stato affinchè in qualche modo tenga conto di questi percorsi di alternanza». Il primo triennio sarà un banco di prova per tutti  «man mano metteremo a punto il meccanismo» si augura De Luca. Un percorso tutto da costruire che chiama in gioco scuole, servizi per l’impiego, parti sociali e imprese. Ma la sfida è fondamentale se è vero, come sosteneva la ricerca di McKinsey "Studio ergo lavoro", che il 40% della disoccupazione giovanile in Italia ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e sistema economico.Sara Settembrino  

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