Uno e buono: così il primo stage di Niccolò è diventato un inizio di carriera in PwC

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa del Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Niccolò Polcri, 26 anni, consulente finanziario in apprendistato per PricewaterhouseCoopers, a Milano.Sono nato nel 1989 a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, dove ho abitato fino alla maturità scientifica, nel  2008; mi sono poi trasferito a Milano per l’università iscrivendomi Scienze bancarie, finanziarie e assicurative  alla Cattolica: una scelta legata sia alla reputazione dell’ateneo che al piano di studi offerto, completo e in linea con i miei interessi. Poi è innegabile che Milano offra molte opportunità, in primis sul fronte lavoro!Il caso ha voluto poi che l’inizio del periodo universitario abbia coinciso con l’inizio della crisi finanziaria, un problema per il mercato occupazionale ma anche uno stimolo per il mio interesse verso i temi economici e finanziari. In questi anni mi sono ho concentrato gli sforzi nel mantenere il ritmo degli esami e concludere nei tempi ordinari, convinto che il curriculum universitario fosse determinante per una buona futura esperienza di lavoro. Ho conseguito la laurea triennale ad ottobre 2011, mentre avevo già iniziato i corsi della laurea specialistica e due anni dopo è arrivata anche la laurea specialistica, con una tesi sperimentale che ha richiesto dieci mesi di lavoro per raccogliere ed elaborare i dati su assetti proprietari e pro ciclicità del leverage, due aspetti mai studiati congiuntamente dagli economisti. Ho discusso l’elaborato a dicembre 2013, ottenendo 109/110.Poi ho iniziato subito a inviare curriculum. Le mie uniche esperienze lavorative risailvano ai primi due anni del liceo, quando i weekend aiutavo i miei genitori nell’azienda tessile manifatturiera di famiglia, con mansioni manuali, soprattutto di magazziniere. Poi è stata la volta di un'azienda agricola. Non erano quindi esperienze legate al mio percorso di studio, ma sono state ugualmente formative: mi hanno aiutato a non dare niente per scontato e a lavorare sodo per ottenere dei risultati. E con quello che guadagnavo mi sono pagato le vacanze estive – magari lunghe, all’estero, per studiare inglese.  Finita l’università però sono andato mirato. La ricerca è avvenuta quasi solo su internet, sui siti web di banche e società di consulenza finanziaria, tra cui PricewaterhouseCoopers. Ho inviato il cv per l’area Advisory – Financial Services e dopo un  mese sono stato contattato per un colloquio.Ho sostenuto la selezione - test logico-matematico, colloquio di gruppo e test di inglese - a inizio febbraio e basti dire che il 19 dello stesso mese ero in azienda a raccogliere le prime indicazioni sui due progetti a cui mi sarei dedicato. Entrambi sono stati impostati su un intenso lavoro di squadra con i colleghi - con i quali ho instaurato un rapporto anche al di fuori dell’ambiente lavorativo - e sull'acquisizione graduale di fiducia, autonomia e sicurezza nelle attività. In particolare mi sono occupato di analisi del mercato bancario per identificare linee di sviluppo dei modelli di organizzazione della rete e di supportare lo sviluppo di un nuovo servizio bancario. Per i cinque mesi di stage ho percepito un rimborso spese di 850 euro lordi al mese, più buoni pasto; poi a luglio 2014, conclusa l’esperienza, mi è stato proposto di rimanere in PwC a partire dal successivo settembre, con un contratto di apprendistato di 2 anni con uno stipendio annuo lordo di 24mila euro e buoni pasto. Il costo della vita a Milano è alto, si sa, ma con questa retribuzione riesco a mantenermi completamente da solo, condividendo un appartamento con altre due persone. In futuro magari, potrò essere più autonomo anche in questo. Per gli stagisti il rischio è di collezionare tante esperienze una tantum senza possibilità di costruire un percorso strutturato di crescita, ma in PwC per me è stato diverso e adesso ho intenzione di continuare a lavorare con impegno e interesse. Così credo che  il rapporto di mutuo investimento tra me e l'azienda possa continuare. Più in là, chissà, potrebbe esserci l’estero, un’esperienza fondamentale nel mio settore e, in una realtà internazionale come questa, un obiettivo a portata di mano.Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

Dalla ricerca universitaria alla consulenza aziendale in PwC: la storia di Francesca

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Francesca Pozzi, consultant in PwC, a Milano, con contratto di apprendistato.   Vivo a Seregno, in provincia di Monza Brianza, e sono nata a Como 27 anni fa. Ho frequentato Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, facoltà [oggi dipartimento, ndr] scelta sulla base delle mie attitudini personali e delle mie aspirazioni lavorative. Durante gli anni del liceo e dell'università ho lavorato come cameriera in un bar e ho fatto altri lavoretti occasionali come hostess ad eventi e come commessa, il che mi permetteva di sostenere almeno parzialmente le spese universitarie e di finanziare i miei hobby. Dopo la laurea specialistica, a dicembre 2009, il professore che mi ha seguito per la tesi mi ha proposto di collaborare con il dipartimento di Ingegneria con un assegno di ricerca. L'offerta era interessante - l'assegno ammontava a 1.500 euro al mese - e la qualità del gruppo di ricerca alto, di profilo internazionale, quindi ho accettato volentieri. In sostanza ho proseguito e ampliato il mio lavoro di tesi, che rientrava all'interno di un progetto europeo per l'applicazione dei principi del lean manufacturing ["produzione snella": politica industriale finalizzata a minimizzare gli sprechi, ndr] nello sviluppo di nuovi prodotti.   Dopo un anno al dipartimento ho deciso di intraprendere la via della consulenza, che da sempre mi attirava. Ho partecipato alla settimana della consulenza organizzata dal Career Service del Politecnico, ho inserito il cv nel sistema di job placement e dopo qualche giorno sono stata contattata da PwC Advisory per un colloquio. L'iter di selezione è avvenuto in due step: un primo incontro conoscitivo e motivazionale con un director e un secondo incontro tecnico con il senior manager, che sarebbe poi diventato il mio tutor. Onestamente, vista l'esperienza maturata al Politecnico, mi aspettavo di ricevere subito un'offerta di lavoro - invece mi è stato proposto uno stage: sei mesi a 800 euro lordi al mese, più buoni pasto e rimborso spese per eventuali trasferte, e la prospettiva di una successiva assunzione. Alla fine ho accettato: le condizioni di stage offerte da PwC effettivamente sono ottime rispetto alla media. Durante lo stage mi è stato affidata la preparazione di documenti per un progetto in collaborazione con l'ufficio Affari legali e fiscali e ho supportato una collega su un progetto di piano di sviluppo. Svolgevo quindi attività di ricerca, preparavo il materiale e le presentazioni per le riunioni con il cliente, partecipavo a colloqui e interviste. Mi sono sentita coinvolta e ben accolta da subito, e anche il rapporto con il tutor è stato immediatamente collaborativo. Al termine dei sei mesi di stage, come anticipato durante le selezioni, mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una retribuzione annua lorda di circa 22mila euro, più rimborso spese trasferte e buoni pasto, che ho firmato ad agosto 2011. Da quando ho iniziato a percepire un vero stipendio non nascondo che mi sarebbe piaciuto prendere casa a Milano, ma gli affitti sono troppo alti; quindi al momento vivo ancora a casa con la mia famiglia, ma sto meditando di prendere casa da sola, rimanendo comunque in provincia di Monza. Nel mio futuro lavorativo spero ci sia la possibilità di offrire consulenza alle aziende del settore design e arredamento, per il quale nutro da sempre particolare interesse, ma ad oggi sento di dover imparare ancora molte cose prima di essere una brava manager. Anche fare un'esperienza lavorativa è un obiettivo nella mia whish list lavorativa. Anzi, è proprio uno dei motivi per cui ho scelto PwC: trattandosi di una società affermata anche in ambito internazionale, spero di riuscire a sfruttare qualche buona occasione di lavoro fuori dall'Italia. Ho diversi amici e compagni di università che sono andati all'estero: guadagnano di più e hanno un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. Testo raccolto da Annalisa Di PaloLeggi qui tutte le altre testimonianze degli Stagisti col BollinoScopri a questo link quali sono le aziende che hanno aderito al Bollino OK Stage, sottoscrivendo la Carta dei diritti dello StagistaVai alla sezione Annunci per vedere se qualcuna di queste aziende sta cercando uno stagista!

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Universo stage, situazione ancora critica: meno di un'assunzione su dieci, troppe leggi differenti

Com'è ad oggi il quadro dell'universo stage in Italia? In che modo viene utilizzato questo strumento, e sopratutto: la situazione è migliorata negli ultimi anni? Si sa che solamente un tirocinio su dieci si trasforma in contratto di lavoro. Non è, in realtà, una notizia: è infatti un dato ormai assodato, stabile da anni, con leggere variazioni in su o in giù. Lo calcola Unioncamere ogni anno attraverso una piccola sezione della sua indagine "Excelsior", quella dedicata ai fabbisogni formativi delle imprese e ai tirocini. A dicembre è stata presentato da Unioncamere il dossier che presenta i dati relativi al 2013. Attenzione, non 2014: proprio 2013. Bisogna infatti ricordare che i dati di Excelsior (e in particolare quelli sui tirocini) vengono sempre resi pubblici con grande ritardo: oggi, febbraio 2015, stiamo infatti parlando degli ultimi dati disponibili che si riferiscono agli stage effettuati nel corso del 2013. Purtroppo il sistema è congegnato in questo modo, e sembra che non si possa "velocizzare" per fornire i dati con maggiore celerità. Bisogna anche tenere a mente che però comunque - con tutti i suoi ritardi e sebbene i numeri non siano dati generali completi ma solo una "campionatura" con risposte raccolte attraverso un questionario e con l'ulteriore elemento "riduttore" di un raggio d'azione limitato agli stage attivati nelle sole imprese private - l'indagine Excelsior di Unioncamere è finora praticamente l'unica a offrire dati nazionali e affidabili sull'utilizzo dello strumento dello stage in Italia. Questo perché mancano sistematiche rilevazioni statali o regionali sul tema: nel corso del 2015 verranno resi pubblici i primi dati di monitoraggio dei tirocini dopo le nuove leggi regionali, ma anche questi saranno parziali perché riguarderanno solo quelli extracurriculari (cioè svolti al di fuori del periodo di studi). E poi chissà se tutte le regioni li elaboreranno in maniera soddisfacente. La terza pecca di questi dati è legata alla scelta di Unioncamere di non modificare il panel di domande sui tirocini, malgrado nel 2013 sia stato rivoluzionato il quadro normativo relativo a questo tema: non vi è dunque una distinzione tra tirocini curriculari e tirocini extracurriculari, pur avendo essi adesso addirittura due competenze normative differenti (lo Stato per i curriculari, con una clamorosa vacatio legis, e le Regioni per gli extracurriculari) Fatta questa premessa, ecco quel che dice Unioncamere sui tirocini. Innanzitutto, il numero: nel 2013 sono stati effettuati nelle imprese private italiane 310.540 stage. L'anno precedente erano stati lievemente di meno (306.580), dunque l'1% in più: una variazione davvero minimale, che non può essere "caricata" di alcun valore positivo o negativo. Del resto, come la Repubblica degli Stagisti ha fatto notare a più riprese, il numero degli stage non si è ridotto, durante la crisi, in maniera proporzionale a quello dei contratti di lavoro. Ciò significa, come è facile intuire, che molti datori di lavoro hanno preferito ridurre il numero dei contrattualizzati - salariati, mantenendo però invariato il numero di stagisti: in un certo senso si tratta di un doping del mercato del lavoro. Qui la Repubblica degli Stagisti ha dunque un punto di vista e una lettura del dato opposta rispetto a quella di Unioncamere, che nel dossier descrive questo 1% in più come «un risultato abbastanza soddisfacente alla luce delle enormi difficoltà del mercato del lavoro italiano, soprattutto per i giovani, che sono la componente più penalizzata e, al tempo stesso, la più interessata a stage e tirocini formativi».Un aspetto opinabile del dossier di Unioncamere è che viene usata l'aggettivo «retribuiti» in riferimento ai tirocini, per indicare quelli dove è previsto per lo stagista un compenso monetario, spiegando che a partire dall’edizione 2012 «l’indagine Excelsior ha investigato il tema dei tirocini e stage anche in chiave previsionale, chiedendo quanti tirocinanti e stagisti le imprese ipotizzano di ospitare nell’anno in corso» e specificando che «si tratta, a differenza dei dati a consuntivo fin qui analizzati, di informazioni riferite esclusivamente ai tirocinanti e stagisti retribuiti». Eppure è bene ricordare questa parola non andrebbe mai usata quando si parla di stage - perché la retribuzione è un concetto che implica un rapporto di lavoro, mentre lo stage non è mai inquadrabile come lavoro. C'è un altro aspetto che pone delle criticità. Nel documento si legge che dal 2012 al 2013 «è aumentata, tra tirocinanti e stagisti, la quota dei laureati o laureandi, dal 30,4 al 32,3%». Ma il fatto di conteggiare insieme laureandi e laureati è quantomeno improprio, sopratutto oggi, perché i laureandi svolgono stage definiti curriculari, mentre i laureati svolgono stage extracurriculari. La distinzione, ufficializzata solo da un paio d'anni dalle ultime normative, non è da poco: le due tipologie di stage hanno addirittura due competenze normative differenti (lo Stato è competente per quelli curriculari, per i quali in questo momento vi è una grave situazione di vuoto normativo; mentre le Regioni sono competenti per i tirocini extracurriculari), ed essere inquadrato come tirocinante curriculare piuttosto che come tirocinante extracurriculare comporta diritti e doveri molto diversi. Un esempio per tutti: per gli stage extracurriculari è previsto l'obbligo da parte del soggetto ospitante di erogare un rimborso spese (le cifre minime variano da 300 a 600 euro e sono state decise Regione per Regione), mentre quelli curriculari possono ancora essere gratuiti. Dunque se un universitario attiva uno stage una settimana prima di laurearsi ricade nel novero degli stage curriculari e può essere "stagista aggratis"; se lo attiva una settimana dopo ricade invece nel novero degli stage extracurriculari e può rivendicare il diritto a ricevere un rimborso spese pari almeno al minimo fissato dalla Regione dove svolge il tirocinio.Questa distinzione non viene presa in considerazione da Unioncamere, forse perché nel corso del 2013 non ancora tutte le Regioni avevano provveduto a emettere la propria normativa regionale in materia: è da auspicare che le rilevazioni in corso sul 2014 prevedano invece di distinguere i laureandi dai laureati, o ancor meglio, gli stage curriculari da quelli extracurriculari.L'indagine Excelsior conferma poi che le imprese medio-grandi sono quelle che più abitualmente ospitano stagisti, mentre la micro e piccola impresa ancora usa poco questo strumento; inoltre, il numero di stagisti aumenta con l'aumentare del «livello tecnologico o qualitativo dei beni prodotti e dei servizi offerti». Cioè più un'azienda si occupa di high tech e offre servizi qualificati, più frequentemente utilizza stagisti. In particolare, «i valori minimi e massimi di imprese “ospitanti” tirocinanti e stagisti per macro-settore stanno in un rapporto di uno a tre: nell’industria si va dall’8% del comparto del legno e del mobile al 25,5% di quello chimico-farmaceutico-petrolifero, nei servizi dal 9,8% delle attività di trasporto e magazzinaggio al 28,2% di quelle della sanità, dell’assistenza sociale e dei servizi sanitari privati».Un dato per certi versi sconcertante che emerge dalle rilevazioni di Unioncamere è che il 40% degli stage svolti nelle imprese private ha una durata inferiore a un mese. Con tutta probabilità questa percentuale dipende in gran parte dai tirocini curriculari universitari, inseriti nei piani di studio degli studenti, che spesso prevedono tirocini di 120 o 150 ore (pari appunto a 3 o 4 settimane). Una durata inferiore a un mese pone però seri elementi problematici: si può predisporre un percorso formativo in un tempo tanto breve? Pochi giorni sono sufficienti all'azienda per trasferire competenze al giovane, e al giovane per assimilarle? In sostanza: ha senso un tirocinio di 150 ore, o addirittura meno?Il giudizio complessivo di Unioncamere sullo strumento stage è comunque positivo: «I fondamentali risultati dell’indagine, quasi tutti di segno positivo, sono piuttosto confortanti: confermano il carattere formativo di questa esperienza, che consente ai giovani in uscita o appena usciti dai diversi cicli di istruzione di completare e integrare la preparazione ricevuta, e la sua importanza per le imprese, che in questo modo possono verificare nel concreto la preparazione effettiva dei giovani in uscita dal sistema scolastico, la loro capacità di integrazione nell’ambiente di lavoro e l’interesse per le prospettive professionali che l’azienda può loro offrire». Eppure a fronte di questa «importanza per le imprese», rimane il dato magrissimo delle trasformazioni di stage in contratti: 9,5% è infatti una percentuale decisamente bassa.Interessante a questo punto è affiancare a questa indagine il recente paper dell'associazione Adapt che valuta invece nel complesso i cambiamenti legislativi intervenuti sullo stage negli ultimi due anni. Il giudizio è assai meno positivo: «Le normative regionali differiscono tra di loro, talvolta in maniera significativa, su alcuni aspetti fondamentali della regolamentazione dei tirocini come la durata, i limiti numerici e le indennità da erogare. Il risultato finale è una proliferazione di tante discipline differenti quante sono le Regioni» scrivono i ricercatori del centro studi fondato da Marco Biagi: «L’effetto standardizzazione che stava alla base della Riforma Fornero sembra del tutto mancato. Le ripercussioni concrete di questo esito non sono di poco conto. A seconda del territorio in cui un tirocinio viene attivato valgono regole diverse. Caso eclatante pare essere quello delle indennità. Tra una Regione e l’altra – e spesso tra Regione limitrofe – per la stessa esperienza un soggetto ha diritto a corrispettivi differenti». Bisogna qui ricordare che l'Adapt parte da una sorta di preconcetto nei confronti del compenso agli stagisti, giudicato a priori dal suo direttore scientifico Michele Tiraboschi come elemento negativo; e dunque il paper "forza" un po' il giudizio sulla leopardizzazione dei diritti degli stagisti (ampiamente prevedibile del resto, basti ricordare le parole di due anni fa del costituzionalista Francesco Clementi in un'intervista alla Repubblica degli Stagisti ), affermando che «la natura formativa del tirocinio non è stata compresa nemmeno dai legislatori regionali che hanno, al contrario, interpretato lo strumento come una sorta di “lavoretto” a basso costo».L'Adapt mette poi in evidenza la concorrenza sleale, già molte volte denunciata dalla Repubblica degli Stagisti, tra stage e apprendistato: «La ricostruzione dei dati disponibili a livello regionale mostra una tendenza generalizzata al restringimento dell’apprendistato – sia in termini assoluti che relativi – a partire dal 2010/2011 e, parallelamente alla progressiva espansione del tirocinio». Aggiungendo con onestà che questa tendenza non è «ascrivibile, data la tempistica, alle Linee-guida di per sé, quanto piuttosto alla crisi economica che potrebbe aver spinto l’utilizzo, anche improprio, del tirocinio in luogo di rapporti di lavoro subordinato», e concludendo che «l’accelerazione nel ricorso ai tirocini riscontrabile in alcune Regioni anche nell’ultimo biennio 2013-2014 (dati disponibili tuttavia fino al III trimestre 2014), suggeriscono il possibile effetto di ulteriore promozione del tirocinio a discapito dell’apprendistato apportato dalle Linee-guida».Ma questo effetto non potrà davvero essere noto prima di avere i dati completi del 2014. In sostanza, nel dossier Excelsior vi sono informazioni molto utili; sempre però tenendo a mente i limiti di questa rilevazione, e sperando che Unioncamere avvii una riflessione per rivedere almeno in parte le domande del suo questionario focalizzate sul tirocinio, per poter fornire a partire dal prossimo anno delle indicazioni più precise. E dalle analisi dell'Adapt si possono trarre spunti di riflessione non banali sugli effetti a breve, medio e lungo termine delle nuove leggi su lavoro e tirocinio. L'importante è che poi i decisori politici interpretino con competenza questi dati, e correggano il tiro là dove si dimostri che lo strumento dello stage è utilizzato in maniera impropria o addirittura controproducente.

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Abolire gli stage extracurriculari: perché sarebbe giusto in teoria, perché in pratica oggi è impossibile

Lo stage si sovrappone, anzi spesso si sostituisce, al lavoro; è propedeutico perché "insegna un mestiere" ma a volte anche cannibale, quando un posto di lavoro viene occupato utilizzando uno stagista. Alcuni economisti e giuslavoristi si rendono conto di questo e inseriscono nelle loro proposte di riforma del mercato del lavoro - come ha fatto di recente Francesco Giubileo nel suo articolo «Contratto unico, solo così può funzionare» pubblicato qualche giorno fa su Linkiesta, che commentava le prime linee della bozza di Jobs Act che il Partito democratico sta per presentare - una regolamentazione più stringente dell'utilizzo dello strumento dello stage. Per esempio, vietandolo al di là di una certa soglia. Tale soglia può essere anagrafica (niente stage per persone di oltre un tot di anni - un po' quel che accade con il contratto di apprendistato, che può essere attivato solo su persone che non abbiano ancora compiuto trent'anni). Oppure la soglia può essere correlata all'ultimo percorso di studi, prevedendo che si possano attivare tirocini solo in favore di persone che abbiano concluso da meno di x mesi (12, 18, 24...) l'ultimo ciclo di istruzione.Stabilita però la soglia "equa" di un provvedimento del genere, bisogna conoscerne i probabili risultati. Anche sulla scorta dei tentativi compiuti in passato e miseramente falliti. Uno su tutti, l'articolo 11 del decreto legge 138/2011. Quell'articolo disponeva che i tirocini extracurriculari potessero essere «promossi unicamente a favore di neodiplomati o neolaureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei relativo titolo di studio». Creò un tale caos, con una mole tanto enorme di proteste e lamentele, che dopo poche settimane - settimane! - il ministero del Lavoro, allora guidato da Maurizio Sacconi, dovette correre ai ripari con una penosa retromarcia, inventandosi attraverso una circolare una tipologia fino a quel momento inesistente di tirocini, e cioè quelli "di inserimento". Chi volesse ripercorrere quella vicenda può ritrovare tutti gli articoli che dedicammo ad essa qui. Riprendiamo il ragionamento. Il primo risultato, più evidente, che un paletto più rigido sull'attivazione di stage produrrebbe è positivo. Chiusa la possibilità di inquadrare chiunque, anche un plurilaureato, anche qualcuno con anni di esperienza di lavoro alle spalle, con uno stage (oggi è possibile, per esempio, farlo in quasi tutte le Regioni italiane attraverso la formula appunto del "tirocinio di inserimento", per il quale basta che la persona sia iscritta al centro per l'impiego e si dichiari disoccupata), il datore di lavoro interessato a un determinato candidato non avrebbe altra strada se non quella di assumerlo. Con un contratto vero. Ciò ovviamente andrebbe a tutto vantaggio della persona che cerca lavoro, che in questa situazione "scamperebbe" uno stage e otterrebbe invece un contratto con tutti i crismi, la retribuzione, la contribuzione e tutto il resto.Eppure vi sono almeno due effetti collaterali che possono verificarsi e vanificare l'effetto positivo del "blocco". Il primo è il rischio di un aumento del lavoro nero. Poiché il costo del lavoro è particolarmente alto in Italia, assumere con tutti i crismi potrebbe essere considerato troppo costoso: e dunque al candidato potrebbe essere proposto un lavoro in nero. Con tutte le conseguenze nefaste del caso, a cominciare dal mancato versamento dei contributi e dalla totale mancanza di protezione in caso di incidenti sul lavoro, malattia o maternità. Il secondo effetto collaterale è che, pubblicato un annuncio, al momento di vagliare le candidature un'azienda (o un ente) scarti sistematicamente tutti i candidati il cui cv li ponesse al di fuori, per ragioni anagrafiche o altro, dalla possibilità di essere inquadrati come stagisti. Se la legge cioè introducesse il divieto di fare stage oltre i trent'anni, si rischierebbe che tutti i cv degli over 30 venissero cestinati a prescindere, in una logica di utilizzo dello strumento dello stage posto come interesse primario e superiore anche alla scelta del profilo effettivamente i migliore per la posizione da coprire.Su questo secondo effetto collaterale, o meglio sul terrore che esso possa verificarsi, si innesta l'ultima tassello che completa il quadro della situazione. E cioè il fatto che siano i giovani stessi - o quantomeno la maggior parte di essi, specialmente quelli che io definisco giovani "anzianotti" e cioè tra i 25 e i 35 anni - a osteggiare l'ipotesi dell'istituzione di una soglia. La maggior parte di chi oggi cerca lavoro è infatti disponibile ad accettare qualsiasi condizione pur di riuscire a mettere un piede dentro, e di conseguenza non tollera l'ipotesi che, ponendo una soglia, alcuni possano essere avvantaggiati (nella fattispecie: i più giovani, quelli diplomati o laureati da meno tempo) e altri danneggiati. Anche perché ad essere danneggiati - vale a dire a non poter più candidarsi agli annunci di stage - sarebbero, come è intuibile, quelli già in difficoltà: cioè coloro che magari cercano un lavoro da più tempo, o ne hanno perso uno e devono ricollocarsi.Su questo, in particolare, si deve riflettere per capire appieno la situazione italiana. Vale la pena ricordare che gli stage in Italia si suddividono in due tipologie. Vi sono quelli «curriculari», svolti cioè all'interno di un percorso formativo (un corso di laurea universitario, nella maggior parte dei casi), e quelli «extracurriculari». Ovviamente nessuno propone di abolire la prima tipologia, che anzi è strategica per poter aggiungere la pratica alla teoria e dunque ottimizzare il proprio percorso di studi andando a imparare come si applicano, nel mondo del lavoro, le nozioni imparate sui libri.Tutto il dibattito relativo all'abolizione degli stage, o - nella sua forma più moderata e ragionevole - dell'imposizione di una soglia, si gioca sugli stage «extracurriculari», cioè quelli svolti una volta completato il percorso di studi. Questa tipologia è di competenza regionale, e proprio negli ultimi mesi ha visto il fiorire di tutta una serie di leggi regionali (una diversa, sic, per ogni Regione) che le hanno regolamentate alla luce degli accordi presi attraverso le linee guida concordate in sede di Conferenza Stato-Regioni esattamente un anno fa. A grandi linee si può affermare che secondo tutte le normative regionali attualmente vigenti in materia, oggi chiunque può fare uno stage. Dal primo al 365esimo giorno dal momento della fine della sua formazione potrà fare «stage extracurriculari di formazione e orientamento», dal 366esimo giorno in poi potrà fare «stage extracurriculari di inserimento/reinserimento lavorativo». Solo il nome cambia. L'unica differenza di rilievo è che per la seconda tipologia vi è un requisito in più, cioè essere iscritti al centro per l'impiego come «disoccupati» o «inoccupati»: requisito comunque semplicissimo da ottemperare.Porre una soglia significherebbe scegliere di agire sugli stage extracurriculari, in maniera drastica e cioè abolendoli - e lasciando in essere solo quelli curriculari - oppure in maniera soft e cioè ponendo una soglia, che come si diceva prima potrebbe essere quella dei primi 12, o 18, o 24 mesi dalla conclusione dell'ultimo ciclo di istruzione compiuto.Personalmente, penso che sarebbe giusta questa seconda strada, per stringere le maglie e impedire l'abuso - ormai endemico - dello strumento dello stage. Ma penso anche che non sia questo il momento giusto per farlo. Siamo in crisi dal 2009. Cinque anni in cui si sono persi posti di lavoro, in cui la disoccupazione è aumentata a vista d'occhio, in cui si sono ingrossate le fila degli scoraggiati che non studiano e non cercano lavoro e specularmente di coloro che decidono di andare a cercare fortuna all'estero, non tanto per libera scelta quanto per totale assenza di prospettive a casa propria. Cinque anni in cui tanti giovani si sono scontrati con un muro di gomma, in cui hanno avuto accesso a poche opportunità di ingresso nel mercato del lavoro e quasi tutte al ribasso, attraverso stage o contratti precari e sopratutto di breve durata. Questo ha prodotto, specialmente per chi ha concluso i suoi studi tra il 2007 e il 2011-2012, una situazione di oggettivo svantaggio: una intera generazione, oggi intorno ai trent'anni, che si è trovata alle soglie del mercato del lavoro nel momento più sfortunato degli ultimi decenni.Scegliere di vietare gli stage per chi si sia diplomato o laureato da oltre un tot scaricherebbe un peso insostenibile sulle loro spalle. La loro situazione, già difficile per il fatto di avere più anni dei candidati con i quali si trovano a competere nei colloqui di lavoro (ai selezionatori di solito piace scegliere, tra due candidati equivalenti, quello più giovane), e per il fatto che con il passare del tempo le competenze si "usurano" e invecchiano, diventerebbe pressoché senza uscita, o quantomeno così verrebbe da loro percepita. Perché di fatto si troverebbero ad essere esclusi, per legge, dalla stragrande maggioranza delle offerte per profili "junior", quelle attraverso cui la maggior parte delle imprese assume le new entry.Dunque pensare di porre un limite all'utilizzo degli stage è giusto, ma non è assolutamente questo il momento di farlo. Attendiamo di uscire finalmente da questa dolorosa crisi. Attendiamo che i dati sulla disoccupazione scendano, tenendo d'occhio sopratutto la fascia 25-34enni. Attendiamo anche che le nuove leggi regionali sugli stage extracurriculari producano gli effetti attesi (che attenzione, non si potranno cominciare a vedere e analizzare prima del 2015). Attendiamo tutto questo, tenendo nel frattempo gli occhi bene aperti sull'utilizzo di questo strumento e agendo con controlli a monte e ispezioni a valle per verificare che non si perpetrino abusi. E poi, quando l'Italia sarà di nuovo un paese normale, potremo permetterci di introdurre una soglia che renda normale e saggia anche la "tempistica" degli stage.Nel frattempo comunque ci sono tante cose che si possono fare. Per esempio serve subito, in tema di stage curriculari, una nuova regolamentazione che colmi la vacatio legis: in questo senso va il nostro appello al ministro Maria Chiara Carrozza. Essenziale sarebbe infatti introdurre un compenso minimo anche per questa tipologia di tirocini, in modo che non diventino i concorrenti sleali, più convenienti e dunque più allettanti, di quelli extracurrulari. E altrettanto urgente, e di immediata fattibilità, potrebbe essere un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni per apportare una miglioria alle nuove leggi regionali, vietando completamente gli stage per mansioni di basso profilo - o riducendone in maniera drastica la durata massima. Così da evitare casi inaccettabili come gli stage per camerieri, lavapiatti, benzinai, commessi, o addirittura braccianti agricoli.C'è già tanto da fare per arginare le falle più macroscopiche. Evitiamo tagli eccessivi, che rischierebbero di portare - per come stanno oggi le cose - per i giovani (specie quelli anzianotti) uno svantaggio peggiore del beneficio ottenuto.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro Fornero, ma a queste condizioni- «Abolite gli stage extracurriculari nelle farmacie, rubano posti di lavoro»: l'appello del Movimento nazionale liberi farmacistiE anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani

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Garanzia Giovani, come sta andando in tutta Europa? Ancora troppo presto per dirlo (ma non benissimo)

Si parla molto di Garanzia Giovani, un piano pensato per tutti i Paesi europei con tassi di disoccupazione giovanile superiori al 25%. La diversità di approccio dei singoli Stati ha creato dei problemi, visto che in un report della European Court of Auditors, pubblicato pochissimi giorni fa, si evidenzia che al momento la Commissione europea non ha ancora un quadro dettagliato delle spese necessarie per supportare il piano, motivo per cui c’è il rischio che il finanziamento totale possa non essere sufficiente per attuarlo. La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capire se l’Italia sia l’unico paese in cui l’implementazione della Garanzia procede a rilento o se non sia tutto il Piano ad avere delle difficoltà nella sua applicazione, partendo da tre documenti: il report della Corte dei conti europea, la ricerca della European Trade Union Institute e il rapporto della Commissione europea pubblicato a metà marzo.«Il livello di implementazione in Europa varia a seconda dei Paesi e bisogna tener presente che in alcuni di questi esisteva già», spiega alla RdS Margherita Bussi, ricercatrice dell’European Trade Union Institute e curatrice, sotto la supervisione di Patrick Itschert e Ignacio Doreste dell'Etuc, della ricerca «The Youth Guarantee in Europe», conclusa a fine 2014. «Finlandia, Austria e Svezia prevedevano già che ci fosse un intervento tempestivo a favore dei giovani disoccupati sotto forma di formazione e offerta di lavoro» specifica la ricercatrice. «Le varie situazioni locali hanno un peso enorme sulla capacità di implementazione. La Commissione, poi, aveva imposto inizialmente dei tempi impraticabili, perché i governi nazionali dovevano rispettare dei criteri precisi, non facili da mettere insieme, in poco più di un anno e mezzo». I ritardi nell’applicazione del Piano sono da cercare nell’utilizzo dei fondi FSE. Se Italia e Francia hanno deciso di creare un Piano operativo a parte per usare i fondi speciali della Youth Employment Initiative e «sono quindi stati operativi quasi subito dopo la loro approvazione, altri Paesi hanno scelto di legare questi fondi alla programmazione del fondo sociale europeo 2013-2020 e questa scelta ha prolungato i tempi». Idea condivisa anche da Massimiliano Mascherini, research manager all’Eurofound, la fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che da tempo si occupa proprio dei Neet. «I governi hanno iniziato adesso a implementare la Garanzia giovani, che per certi Stati membri è una sorta di rivoluzione nel modo di intendere e organizzare le politiche giovanili. Dopo la sottomissione dei piani di implementazione nazionali dell’inizio del 2014, nel semestre successivo ci sono state le prime azioni da parte dei governi al fine di attivare la Garanzia, quindi pensare non solo alle opportunità da offrire, ma stabilire anche quei servizi necessari per la personalized interview che dovrebbe consentire quel successo registrato nei paesi del nord. Ma poiché molti Paesi hanno punti di partenza diversi fra loro, ognuno ha lanciato la GG nel proprio stile. Possiamo quindi dire che siamo a una fase iniziale dell’implementazione». Un dato che emerge dalla ricerca «The Youth Guarantee in Europe», fa riflettere: lo scarso investimento, solo lo 0,03 per cento del Pil, che il nostro Paese spende per il mercato del lavoro, nonostante la media europea sia ben al di sopra, allo 0,21. Mascherini sostiene che la «Garanzia giovani invertirà inevitabilmente questa tendenza» che in Italia, a suo avviso, vorrà dire irrobustire i servizi per l’impiego attraverso investimenti che permettano di fornire servizi come le personalized interview.  C’è un altro elemento evidenziato nella ricerca: i sindacati non sono stati coinvolti nello stesso modo ovunque nell’applicazione del piano e secondo Margherita Bussi «Se l’idea è quella di promuovere il modello tedesco di concertazione e partecipazione sociale nella promozione degli apprendistati e delle formazioni adattate al mondo del lavoro, è necessario far partecipare le parti sociali. Questo garantisce un equilibrio nella scelta delle direzioni di formazione, ma anche il pieno riconoscimento, da parte di sindacati e impresa, dell’apprendista come parte integrante, anche se in formazione, dell’azienda». Il ruolo dei sindacati poi, sarebbe stato fondamentale per sensibilizzare i giovani ai loro diritti nel mondo del lavoro, per difendere i loro interessi in fase di negoziazione e per continuare a spingere per un approccio rivolto alla crescita e non ai tagli.L’Italia non è però, come detto, l’unico paese in ritardo nell’implementazione della Garanzia. «È difficile stabilire quale paese sia più avanti. Ci sono differenze anche tra le singole regioni perché non tutte ricevono i finanziamenti dell’Unione europea. Alcune regioni in Spagna incontrano delle difficoltà, ma anche in Croazia e Francia le missioni locali hanno problemi nel gestire un incremento del pubblico giovane. Le cose vanno meglio in Finlandia, ma lì la Garanzia era partita già nel 2013» spiega Bussi.Anche Mascherini evidenzia che «non siamo il Paese che va più a rilento, i nostri vicini in Spagna non stanno meglio e lì la Garanzia ha preso una direzione totalmente ristretta all’impiego con una forte enfasi sul self employment. Poi c’è la Grecia che sta ancora peggio». La vera particolarità italiana, che secondo il research manager Eurofound crea dei problemi sta nel fatto che da noi si includono i giovani fino a 29 anni, arrivando a 2milioni di neet. «Pensare di integrare un bacino simile dall’oggi al domani è molto difficile. Ma l’implementazione della Garanzia dovrebbe essere vista come un processo che migliora pian piano, con le offerte che cominciano a confluire nei database e a essere abbinate con i job seeker». Perché il sistema vada a regime da noi servirebbero centri per l’impiego più qualificati. «Dovrebbero essere messi in condizione di affrontare e indirizzare le situazioni più complesse, come avviene nei paesi che hanno ideato il sistema della Garanzia, penso a Svezia e Finlandia. Quindi c’è bisogno di più personale e che sia anche più qualificato e specializzato» osserva Mascherini, che sull’opportunità di aprire alla collaborazione di agenzie per il lavoro private accreditate, come Lombardia e Lazio stanno facendo, dice: «In Europa si sta già andando verso l’uso di agenzie private, tanto che si parla di “servizi per l’impiego” e non più di “public employment services”». Anche se la Bussi in questa scelta intravede «il rischio che vengano ancora una volta trasferiti soldi ad agenzie private per fare dei lavori che avrebbero comunque fatto, anche senza risorse europee». Anche se ancora lontana dalla sua totale implementazione, la Garanzia giovani ha dei lati positivi, messi in luce dal rapporto pubblicato a metà marzo dalla Commissione europea, che sottolinea come essa sia riuscita a stimolare gran parte dei Paesi a ripensare il proprio approccio alle politiche per l’occupazione. Giudizio condiviso da Bussi: «Ha avuto il merito di sollevare problemi seri come la mancanza, in alcuni Paesi, di vere politiche attive del mercato del lavoro». Ma non crede che la condivisione di buone pratiche tra singoli Stati membri nell’applicazione della Garanzia possa servire a un suo miglior utilizzo. Di diverso avviso Mascherini: «Penso si possa imparare dalle best practices. Ad esempio sulla Garanzia giovani c’è molta discussione sul fatto che l’opportunità debba essere offerta entro quattro mesi a tutti, sia ai più a rischio disoccupazione sia a quelli che sono in un periodo di transizione tra un lavoro e un altro. In Svezia, invece, Youth Guarantee si attiva dopo quattro mesi dalla registrazione, prima solo in pochi casi. Una volta registrato al centro per l’impiego il giovane va a fare questa personalized interview» spiega alla Repubblica degli Stagisti il research manager Eurofound «poi si fa un piano di sviluppo individuale per il suo ingresso nel mercato del lavoro e sulla base di questa intervista si calcolano degli indicatori sulla possibilità che diventi un disoccupato a lungo termine. A quel punto, in base ai risultati, viene offerta subito l’opportunità, per integrarlo nel mercato del lavoro. Altrimenti l’offerta si attiva dopo quattro mesi, perché si pensa che sia capace di trovare da solo un’occupazione».Un sistema che in Svezia è automatizzato e che ottiene buoni risultati perché fa canalizzare le risorse verso le persone che sono più a rischio di restare escluse dal mercato del lavoro. Secondo Mascherini potrebbe essere utilizzato in Italia per fare lo screening iniziale, ma dovrebbe essere adattato al nostro contesto. Dagli altri paesi l’Italia insomma potrebbe imparare. Una cosa è sicura: fare un bilancio sullo stato di avanzamento della Garanzia Giovani in Europa a soli undici mesi dal lancio del programma a detta degli esperti è decisamente prematuro. «Per i risultati sul mercato del lavoro bisogna aspettare un anno e mezzo, per vedere i primi ragazzi che escono dalle offerte ricevute. E bisogna anche seguirli nel tempo» dice la Bussi. Che evidenzia un altro problema: «I sussidi dati alle aziende che assumono Neet sono stati erogati anche in maniera retroattiva.Non si può, quindi, stabilire se quelle aziende hanno impiegato i giovani grazie al sussidio, semplicemente perché non esisteva all’epoca dell’assunzione. Un elemento che rende complicata ogni valutazione». Tempi lunghi su cui è d’accordo anche Mascherini: «per vedere se il programma è stato seriamente implementato bisognerà aspettare la fine del 2015 e per verificare la sua efficacia dovremo attendere un altro anno».Al momento, però, c’è il rischio che il finanziamento totale stanziato per la Garanzia possa non essere sufficiente per attuarla. È l’analisi della European Court of Auditors di pochissimi giorni fa a metterlo nero su bianco. Bussi conferma alla Repubblica degli Stagisti che effettivamente i dati precisi sul costo di attuazione mancano, perché gli Stati non hanno detto quanto intendono spendere per coprire la popolazione interessata dal programma. «Mancano i numeri sui neets, ovvero del bacino potenziale dei giovani interessati. Ci sono quelli raccolti da Eurostat, ma non sono sufficienti. Il fatto, però, che la Corte abbia messo in luce questo problema credo possa essere utilizzato come leva dalla Commissione per spingere gli Stati a dare delle indicazioni più chiare sui costi reali. Fino al 2016 ci sono i soldi del Fondo europeo, che possono coprire almeno alcune delle misure potenziali. Ma se non c’è continuità di finanziamento nazionale, probabile nei paesi dell’est europeo ma anche in Italia, potrebbe concludersi tutto in una bolla di sapone». La Court of Auditors evidenzia, poi, che non si definisce in nessun documento cosa sia “buona qualità” e questo porta al rischio di avere – come è capitato molte volte in Italia – offerte incoerenti ed inefficaci. «Effettivamente manca, ma è difficile che la Commissione possa stabilirlo perché è di competenza degli Stati membri» osserva Bussi: «Certo il fatto che ci sia una definizione così larga dà spazio a delle omissioni, tanto che in Italia il 74% delle offerte di lavoro sono solo temporanee e non includono la formazione. È importante che la Corte abbia evidenziato questo problema perché permette alla Commissione di andare più in profondità, nel momento in cui ci sarà un sistema di monitoraggio».Il punto centrale del report, secondo Bussi, è che finalmente sono state connesse le condizioni iniziali stabilite per erogare i soldi della Youth employment Initiative con il piano di implementazione della Garanzia. «È importante perché i piani di implementazione sono stati presi sotto gamba. Connettere le condizionalità ex ante con le promesse degli Stati è un buon modo per controllare che ci sia una risposta coerente tra quello che si promette e quello che poi si fa».Tutte spiegazioni che obbligano a spostare più avanti il tempo per trarre le somme e, alla luce dei dati, capire se la Garanzia Giovani ha finalmente rilanciato l’occupazione per i giovani in Europa o se invece ha incontrato troppe difficoltà nella sua applicazione.

Garanzia giovani, parte la fase due: ma ancora pochi posti di lavoro e troppi rinunciatari

Il programma Garanzia Giovani non è stato pensato per creare posti di lavoro, ma per «migliorare l'occupabilità dei Neet», vale a dire di chi è disoccupato, non studia e non è impegnato in una attività di formazione. Così ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti giorni fa alla conferenza stampa di presentazione della "fase due" dell'iniziativa europea lanciata a maggio. Un'affermazione che non deve sorprendere: a distanza di circa sette mesi dalla partenza, la Youth Guarantee di occupati veri e propri ne ha generati ben pochi. Lo dicono i dati ufficiali più recenti, secondo cui su circa 333mila under 30 registrati, quelli che sono stati già contattati dai servizi per l'impiego sono solo 143mila, dunque un po' meno del 43%, mentre i restanti sono in attesa di notizie. Tra coloro che hanno già avuto il primo contatto, quelli che hanno già sostenuto anche il colloquio conoscitivo (i 'profilati' secondo il termine tecnico), sono 123mila. E quelli ufficialmente presi in carico, che hanno quindi iniziato a imboccare una qualche direzione verso il mondo del lavoro o della formazione, non superano i 113mila: solo un terzo dei richiedenti, insomma.Quanti siano i reali contratti di lavoro stipulati a favore di questi giovani non è però dato sapere. Il monitoraggio aggiornato settimanalmente sul sito non prevede una sezione destinata a questo conteggio: il ministro Poletti ha però promesso ai giornalisti che con il tempo sarà introdotto anche una informazione di questo tipo. Certo, le storie positive ci sono. Alla conferenza hanno raccontato la propria esperienza quattro giovani. Di questi uno, Davide, 16enne piemontese, è stato reinserito in un percorso di formazione scolastico. Altri due - Emanuele, 29 anni del Lazio, e Daniela, 28 del Piemonte - sono stati assunti: il primo con un contratto di collocazione di assistenza al cliente, e la seconda come addetta in un'azienda cosmetica. Per Mattia, 20enne emiliano, è arrivato un tirocinio nel Gruppo Amadori. Ma l'impressione è che siano casi sporadici.Naturale dunque che i diretti interessati manifestino un qualche scetticismo verso il progetto, che si evince per esempio dal monitoraggio informale su Garanzia giovani realizzato dalla Repubblica degli Stagisti e il centro studi Adapt. Dai primi dati parziali - calcolati sui primi 1.580 partecipanti - emerge che il voto complessivo assegnato al piano europeo è uno scarsissimo quattro. In più la stragrande maggioranza degli intervistati ha spiegato che le proposte ricevute al colloquio non si sono tradotte in «nulla di concreto» oppure sono consistite in un «generico riferimento a future offerte di lavoro o stage».Curioso poi il caso dei rinunciatari: stando al report distruibuito alla stampa dal ministero del Lavoro, tra i registrati ben 17mila non si sono mai presentati al colloquio, mentre 3mila si sono cancellati. Sembrerebbe un paradosso in tempi così cupi: forse i giovani italiani sono così «choosy» o bamboccioni da non impegnarsi neanche in una iniziativa che potrebbe portar loro un beneficio? In realtà il ministro dà una motivazione più concreta: «A volte si tratta di individui che nel frattempo hanno trovato una qualche altra sistemazione, sia lavorativa che formativa»; e non mancano neppure quelli che, iscritti dai propri genitori, «si tirano indietro quando vengono ne a conoscenza» aggiunge in conferenza stampa l'assessore al Lavoro del Lazio Lucia Valente. Non proprio 'rinunciatari' dunque, ma ragazzi che magari nei mesi di attesa si sono organizzati per conto proprio.Si scopre inoltre, spulciando i dati, che l'indirizzo dato da ministero e regioni al programma verso misure per lo più di tipo formativo si conferma anche analizzando le «somme programmate». Una grande fetta delle risorse nazionali – pari a 350 milioni – sono «impegnate», quindi in fase di attuazione, sui tirocini: nel dettaglio si tratta del 40%. Seguono la «formazione» e l'«accompagnamento al lavoro», a cui va circa il 30%, il servizio civile (meno del 15%), e poi cifre minime sotto il 10% a apprendistato e sostegno all'autoimpiego. Sul lavoro vero e proprio si è puntato insomma finora ben poco. Mistero sulla ripartizione degli altri fondi. I 350 milioni sono infatti di provenienza nazionale, ma all'appello manca il miliardo e 150 milioni stanziato dalla Ue, dotazione di cui non si conosce l'esatto destino. Ma in cosa consiste in sostanza la fase due del programma Garanzia Giovani? Oltre al restyling del sito, entrerà a regime il bonus occupazionale, «una misura attuativa del piano» e un «incentivo rivolto ai datori di lavoro». Per il bonus sono state programmate circa la metà delle risorse riferite ai fondi nazionali. Beneficiari saranno coloro che attiveranno contratti a tempo determinato o in somministrazione superiori all'anno, o contratti a tempo indeterminato. L'importo, «variabile a seconda della tipologia di contratto con cui avviene l'assunzione, alle caratteristiche del giovane e alle differenze territoriali», passa da un minimo di 1500 euro per i tempi determinati di sei mesi a un massimo di 6mila per giovani con contratti senza scadenza «nel caso in cui il loro grado di occupabilità sia molto basso». Difficile giudicare la misura prima della sua effettiva messa in campo. Quel che certo è però che gli incentivi alle assunzioni non hanno finora dato gli effetti sperati. Basti pensare al provvedimento dell'ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini: quasi 800 milioni stanziati a settembre del 2013 per promuovere 100mila assunzioni di under 30. Il risultato è stato purtroppo vicino al flop: a giugno di quest'anno le domande presentate dalle aziende non superavano le 22mila, spesso incagliate in passaggi burocratici farraginosi e quindi lasciate a metà strada.Ilaria Mariotti

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Garanzia giovani, gli imprenditori: «Deve ripartire il mercato». E da Roma non arrivano i soldi

Era stata pensata, quando ancora era in carica il governo Letta, come il piano per far ripartire l’occupazione in Italia, e pubblicizzata sui vari canali televisivi e dai grandi quotidiani per attirare l’attenzione dei giovani disoccupati e farli approfittare di quest’opportunità. Eppure a tre mesi dal suo avvio mostra molte lacune, con offerte al ribasso, un numero di aziende iscritte molto circoscritto e una platea di giovani destinatari che è ben lontana da quella potenziale per cui era stato pensato il Piano. Che qualcosa stia andando storto nella Garanzia Giovani lo certificano i numeri: ad esempio quelli diffusi, a fine agosto, dal ministero del lavoro secondo cui al 29 del mese scorso sono solo 169mila i giovani che si sono registrati, di cui i convocati sono stati appena 36mila per un totale di posti di lavoro al momento disponibile poco superiore alle 13mila unità. Numeri che mostrano come solo uno su 13 dei giovani che hanno aderito è riuscito a trovare un’offerta adatta. Resta da chiedersi come mai le aziende abbiano ritenuto poco interessante questa proposta, tema evidenziato anche dall’ultimo rapporto Adapt secondo cui la gran parte degli annunci arrivano da agenzie per il lavoro e non direttamente dalle aziende, che a questo punto sembrano totalmente disinformate o disinteressate alla Garanzia. Errori di pianificazione sono stati sicuramente fatti, in primis non pensando a una pubblicità pervasiva che coinvolgesse più che la tv il web e i social network, con pagine sui social che riuscissero ad attirare quei giovanissimi che non studiano, non lavorano e non pianificano il loro futuro ma anche quelli che hanno collezioni di attestati e qualifiche e passano le ore in rete alla ricerca di annunci in linea con le loro capacità. Ancora una volta, invece, si è preferita la comunicazione “classica” e ci si è persi per strada una percentuale considerevole dei destinatari. I numeri li fotografa il Rapporto giovani curato, a fine luglio, dall’Istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con Ipsos, fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo: a due mesi dall’avvio della Garanzia giovani su un campione di oltre 1.700 intervistati, il 45% dichiara di non sapere nulla di questo Piano del governo e il 35% di averne sentito vagamente parlare. E proprio tra i neet, la categoria per cui il Piano era stato principalmente pensato, il numero di chi conosce abbastanza o molto bene questo progetto è solo di poco più di un giovane su cinque. Parte dei problemi del perché ci sia questo blocco nell’attivazione della Garanzia giovani è dato anche dagli incentivi destinati alle imprese che vogliono assumere giovani e che ad oggi lo Stato non ha ancora inviato. Su questo punto sono d’accordo Confcommercio, Confartigianato e Cna. «I protocolli che abbiamo sottoscritto con il ministero del lavoro comportano impegni di divulgazione e informazione alle imprese, che è quello che stiamo facendo» spiega alla Repubblica degli Stagisti Jole Vernola, direttore area politiche del lavoro e welfare di Confcommercio, «ma sono comunque subordinati agli incentivi previsti a livello regionale». Ed è proprio questa cifra non quantificata che non permette alcuna pianificazione, come spiega Luca Costi, segretario Confartigianato Liguria: «la Garanzia Giovani prevede una parte di contributo per le imprese che non è stata ancora definita, quindi come Confartigianato non abbiamo fatto ancora nessun tipo di azione nei confronti delle imprese. Abbiamo però l’esperienza recente dei tirocini che hanno avuto uno scarso successo di richieste da parte delle imprese artigiane perché presupponevano in modo burocratico il passaggio attraverso i centri per l’impiego. Ma chi vuole attivare un tirocinio dentro la propria impresa il nominativo ce l’ha già. Ha bisogno di una risposta veloce che non è assicurata dai centri per l’impiego». Punto su cui è d’accordo anche Stefano Di Niola, responsabile del dipartimento relazioni sindacali della CNA: «Il 99% della garanzia giovani è spostato a livello regionale, ma non sembra essere capace di produrre grandi risultati perché i centri per l’impiego sono sotto dimensionati. Come CNA» spiega alla Repubblica degli Stagisti «pensiamo che vadano eliminati per lasciare spazio alle agenzie private o rivisti totalmente nella loro dotazione strumentale. Noi saremmo più per la seconda ipotesi. Oggi i cpi stanno facendo quello per cui sono stati iscritti in Garanzia giovani: contattano anche con una certa insistenza per fare i colloqui di orientamento. Ma dopo questo primo passo non sempre si riesce a trovare uno sbocco». Il nodo della suddivisione territoriale è messo in luce anche da Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato che alla RdS dichiara «Come Confartigianato abbiamo creduto in questa iniziativa tanto è vero che siamo stati una delle prime organizzazioni imprenditoriali a sostenerla e sottoscrivere un protocollo di intesa con il ministero. Il successo di Garanzia giovani, tuttavia» precisa il segretario generale «dipenderà in gran parte dalle scelte concrete che le singole Regioni, a cui è affidata la principale attuazione del programma, saranno in grado di realizzare. Parliamoci chiaro: 20 modalità diverse, 20 partenze differenziate, venti tipologie di accesso alle venti Regioni non sono un punto di forza!» Anche per questo motivo Confartigianato «ha costruito e messo on line un portale Valorizzati.it per far incontrare ragazzi, scuole e imprese dove c’è la descrizione delle attività artigiane, le scuole statali e regionali di formazione per quel mestiere, le storie di imprenditori che ce l’hanno fatta, le imprese artigiane di quel settore di attività in quel territorio», spiega Fumagalli. Il problema della differenziazione territoriale di cui parla è subito evidente: se, infatti, in alcune regioni si stanno già chiamando i giovani per i primi colloqui, ce ne sono altre che sono ancora ben lontane dal far partire la Garanzia. «In Liguria nei fatti non è ancora partita» spiega Costi, Confartigianato Liguria, alla Repubblica degli Stagisti «perché entro il 15 settembre dovranno rispondere i soggetti territoriali per dare tutto il pacchetto domanda e offerta di lavoro. E poi c’è anche una scarsa motivazione dei giovani a iscriversi a una banca dati senza avere certezza di riuscire a ottenere una risposta». Tra i motivi per cui nonostante gli incentivi le aziende mostrino scarso interesse verso questo programma Jole Vernola evidenzia anche la fase di crisi economica che «unitamente alle difficoltà che sconta qualsiasi programma in fase di avvio, non ha consentito di sviluppare pienamente le opportunità occupazionali incentivate per le quali occorre in ogni caso che vi sia un inizio di ripresa economica» spiega il direttore politiche del lavoro di Confcommercio. Tema su cui è decisamente d’accordo Stefano Di Niola «La Cna sostiene da secoli che il lavoro non si crea attraverso forme di incentivazione ma se c’è un’economia che riparte. E non c’è incentivo che possa convincere un’impresa ad assumere se non ha un mercato. Basti pensare» sottolinea il responsabile Cna «che nel provvedimento Sblocca Italia il Governo per finanziare gli ammortizzatori in deroga ha preso le risorse degli incentivi previsti dal governo Letta per le assunzioni. Perché in questa fase sono risorse inutilizzabili e inutilizzate. Bisogna prima cercare di mettere insieme gli strumenti per far ripartire l’economia». Un punto su cui sembrano essere d’accordo tutti: la garanzia giovani potrebbe anche funzionare ma prima è necessario che riparta il mercato. Senza questo è difficile che le aziende, di qualsiasi tipo e settore, possano decidere di fare un investimento assumendo giovani. La Garanzia però, nonostante le difficoltà, non deve arrestarsi. Su questo punto Di Niola è deciso: «Deve essere migliorata e potenziata. Anzi, bisogna riflettere sul fatto che alcuni decreti previsti che assegnano risorse a Italia Lavoro non sono stati ancora sbloccati. E poi penso che vadano rinforzate le possibilità di startup di impresa che pure sono presenti all’interno della garanzia giovani. Lasciare quindi» conclude «un po’ di spazio ai giovani che mettendoci passione e impegno economico personale rischiano e si mettono a disposizione del mercato per creare nuove tipologie di attività». A tre mesi dall’avvio del programma che avrebbe dovuto, almeno nei piani del Parlamento europeo e in quelli prima di Letta e poi di Renzi, riuscire a ridurre la disoccupazione tra i giovani italiani e aiutare l’incrocio tra la domanda e l’offerta di lavoro, ancora una volta l’Italia si trova al palo. Con numeri irrisori, piani che nonostante l’avvio non sono mai entrati pienamente a regime e una disorganizzazione tipicamente italiana tra gli enti che dovrebbero incentivare questo programma. E alla fine tutto questo lede un unico destinatario: il giovane italiano, che si demoralizza a tal punto da non registrarsi nemmeno su un portale che dovrebbe, almeno sulla carta, aiutarlo a costruire il suo futuro.  Marianna Lepore

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Garanzia giovani non è un flop: un libro racconta i retroscena del programma

Da mesi i media si occupano del programma Garanzia giovani. E la maggior parte delle volte non è per tesserne le lodi. «I giornali hanno attaccato da subito il progetto», è l'accusa dell'economista Enrico Giovannini, ministro del Lavoro in carica al momento della preparazione dell'avvio del progetto in Italia - mentre poi il lancio vero e proprio, lo scorso maggio, avvenne già sotto la gestione Poletti. E la ragione sarebbe per Giovannini l'eccessiva trasparenza: «Da subito sono stati monitorati i risultati, una cosa che non viene mai fatta per le politiche pubbliche. Per questo poi ne abbiamo pagato le conseguenze». L'occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa è la presentazione del volume Garanzia Giovani, la sfida, pubblicato pochi giorni fa da Brioschi. Un libro i cui autori sono stati parte attiva nell'attuazione di questa nuova politica del governo, di cui Bruxelles ha richiesto l'avvio a partire dalla scorsa primavera: Daniele Fano, capo della segreteria tecnica dell'ex ministro e rappresentante della Garanzia giovani per l'Italia in Europa; Elisa Gambardella, anche lei ex dello staff del ministro Giovannini e oggi riconfermata nella segreteria tecnica di Poletti, e infine Francesco Margiocco, giornalista specializzato nei temi scuola e università. Il riferimento è ai dati messi a disposizione da parte del ministero sul sito di Garanzia Giovani a ridosso della partenza del programma, dai quali si evince che le iscrizioni ammontano a 440mila – il numero è aggiornato all'inizio di marzo – mentre sono circa la metà - quindi 210mila - le prese in carico, cioè i giovani già «profilati» e pronti per essere piazzati sul mercato o in un qualche percorso di formazione.A distanza di quasi un anno dall'apertura del programma ha dunque aderito un quarto dei ragazzi che in Italia non studiano e non lavorano (i Neet), i principali beneficiari del programma. Il risultato non è certo brillante, ma il libro appena pubblicato ha il merito di far riflettere su una questione: forse il Paese era impreparato all'avvento di quello che per la prima volta si è profilata come politica attiva per il lavoro. «Facevamo solo politiche passive, solo tavoli per la cassa integrazione in deroga», sottolinea Lucia Valente, assessore al Lavoro del Lazio, una delle relatrici alla presentazione: «Il piano europeo per i giovani è stato in tal senso visionario». Una conferma di questa linea di pensiero arriva anche da Irene Tinagli, deputata ora in quota Pd, ed ex membro della commissione Lavoro: «Prima si parlava solo di pensioni e mai di giovani», ammette. Eppure 440mila adesioni in nove mesi a molti commentatori sembrano poche, e si punta il dito sulla scarsa comunicazione ai giovani dell'esistenza di questa possibilità, e sopratutto sulla scarsa capacità di intercettarli attraverso i canali informali e i siti e social network più frequentati. Eppure sarebbe stato controproducente, secondo Valente e Tinagli, pubblicizzare di più il programma, «perché non c'erano gli strumenti per metterlo in piedi». Meglio insomma procedere un passo alla volta. Come al solito, del resto, non bisogna nascondersi che l'Italia è partita già indietro rispetto ai cugini europei: dal 1998 ad esempio in Inghilterra esisteva «il cosiddetto 'New Deal degli under 25', programma da mezzo milione di sterline l’anno che offre ai giovani, disoccupati da almeno un semestre, quattro mesi di orientamento intensivo con un personal adviser, seguiti da un’offerta di lavoro o da una tra le seguenti quattro opzioni sovvenzionate della durata di sei mesi l’una», viene ricordato nel libro. Il panorama che Giovannini si è trovato davanti era quello di «un sistema di centri per l'impiego che occupava circa 10mila persone», evidenzia l'ex ministro, quando in Germania (un Paese con solo il 20% di popolazione in più dell'Italia) ce ne sono 90mila. È chiaro dunque che il paese era – e probabilmente è ancora – inadeguato a ricevere una proposta simile dall'Europa. «L'unica alternativa era mettere in campo anche i servizi privati di orientamento al lavoro, ovvero le agenzie interinali» afferma l'assessore Valente: «per cui in Lazio per esempio è stato adottato per la prima volta un sistema di accreditamento». Non sono mancate le resistenze, sia a livello regionale che provinciale, che Giovannini afferma di aver sperimentato in prima persona: «Le Regioni, e questo è stato il primo scoglio da aggirare, sono storicamente gelose delle proprie competenze e del proprio ruolo in materia di lavoro e politiche sociali» ha detto chiaro e tondo l'ex ministro. Un «ostacolo culturale» che si è provato a superare, negli ultimi mesi, anche grazie alla creazione di una piattaforma nazionale in cui sincronizzare tutti i dati dei centri per l'impiego e facilitare il matching di domanda e offerta di lavoro anche a livello extraregionale. E che, va dato atto, prima di Garanzia Giovani non esisteva. Non c'è dubbio che dei passi in avanti siano stati fatti sul fronte delle politiche attive per il lavoro, in quello che «era un deserto e invece ora è un terreno arato: i frutti non potevano arrivare da subito», ragiona la Valente. Ma il punto è capire se i media hanno avuto ragione a considerare il programma un flop. «Per valutare il successo di un piano come Garanzia Giovani bisogna capirne bene ambito e obiettivi rispetto alla popolazione target, i Neet» si legge nei primi capitoli del libro. Ma non sarà l'occupazione a dare la cifra dei risultati, bensì l'occupabilità: «Garanzia Giovani può favorire l’occupazione essenzialmente solo nella misura in cui contribuisce a ridurre il cosiddetto mismatch delle competenze» scrivono gli autori, perché «l’occupabilità è il vero obiettivo del programma, il cuore della sfida». In questo senso «i percorsi di istruzione e formazione hanno un peso centrale». Gli stessi che si sta tentando di riformare (con La buona scuola di Renzi), ma con strumenti – è il parere di Tullio De Mauro, linguista intervistato nel libro e presente al dibattito – a loro volta «chilometri lontani dal vero obiettivo», che è rendere competitivi a livello internazionale i ragazzi della scuola superiore, i meno preparati secondo le classifiche europee. La domanda però resta: anche se Garanzia Giovani si ferma nelle sue finalità al miglioramento del mismatch, e crea giovani più orientati ma che poi non debuttano mai sul mercato del lavoro, si può davvero dire in tutta onestà che assolva al suo ruolo di "garanzia"? Ilaria Mariotti 

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