«Non più solo stagista, in Carglass finalmente sono cresciuta»: la storia di Alessandra

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Alessandra Burro, 27 anni, oggi assunta a tempo determinato nelle Risorse umane di Carglass, a Milano. Ho 27 anni e sono di Milano. Qui ho frequentato l'istituto tecnico professionale e, nonostante fossi una buona studentessa, dopo il diploma ho preferito cercare subito un lavoro. Ho iniziato nel contact center di Xelion Banca, come assistente telefonico ai promotori finanziari. L'ingresso in un contesto bancario è stato fin da subito affascinante, sia per la conoscenza del mondo finanziario e sia per la retribuzione, che era piuttosto elevata, circa 1.450 euro al mese. Dopo qualche tempo poi sono stata scelta per dare supporto all’ufficio Risorse umane, dove ho iniziato a occuparmi dell’inserimento delle schede anagrafiche dei neo assunti nel gestionale dell’azienda. E dove ho scoperto quanto il mondo HR fosse per me interessante e stimolante.Ha iniziato così a prendere forma l'idea di ricominciare a studiare, per completare la mia formazione e poter aspirare ad una carriera professionale più ambiziosa. A ottobre 2008 quindi mi sono iscritta al corso di laurea in Organizzazione e risorse umane alla Statale di Milano, intervallando costantemente gli studi con diversi lavori a breve termine - addetta call center, commessa, addetta alle pulizie, babysitter - per riuscire a cavarmela economicamente senza pesare sulla mia famiglia. A dicembre 2011 finalmente ho finito gli studi universitari, in corso e con voto 95/110. Ho iniziato a cercare un impiego nell’ambito HR rispondendo ad annunci di lavoro on line e portando di persona il mio curriculum alle agenzie interinali di Milano e hinterland. La ricerca sembrava non dare frutti quando un giorno ecco arrivare una telefonata inaspettata: Everis Italia, gruppo multinazionale di consulenza IT [tra le aziende aderenti al circuito  circuito Ok Stage, ndr], stava cercando un HR Recruiter Junior: avevano ricevuto i miei riferimenti dall'università e mi offrivano uno stage di sei mesi, che accettai di buon grado. In Everis sono stata inserita nell'ufficio Risorse umane con altre tre colleghe: due si occupavano della parte amministrativa e di formazione e l'altra della selezione. Il mio ruolo era quello di supportare quest’ultima nella ricerca di profili IT neolaureati. Tenevo i contatti con le università e convocavo i candidati agli assessment di gruppo. Il rapporto con le mie colleghe e il mio tutor era bellissimo, la mia tutor mi ha trasmesso la sua passione per questo lavoro e lo stage era ben ricompensato, 750 euro netti al mesi più ticket pasto. Lo stage però non era finalizzato all'inserimento in azienda e qualche settimana prima della fine mi sono riattivata nella ricerca di lavoro rispondendo ad annunci on line e annunci pubblicati sulla bacheca dell'università.A fine luglio sono stata contattata dall’agenzia per il lavoro Gi Group e ho sostenuto tre colloqui che, ad agosto 2012, mi hanno portato al mio secondo stage, anch'esso non finalizzato all'assunzione. Questa esperienza è stata per me una grande palestra, dove ho dovuto affrontare molte difficoltà, ma dalla quale ho ricevuto anche molte soddisfazioni. Per sei mesi ho supportato la Recruiter Senior di filiale nella pubblicazione degli annunci, nella convocazione dei candidati e nei colloqui di selezione, all’inizio in affiancamento e, in seguito in autonomia.  Il tutto con un rimborso di 400 euro mensili e buoni pasto. Al termine dello stage, mi sono dedicata ancora una volta alla ricerca di un'occupazione, rendendomi conto che uno dei requisiti fondamentali richiesti dalle aziende era la conoscenza della lingua inglese. A quel punto mi sono posta un nuovo obiettivo: se entro qualche tempo non avessi trovato lavoro nell'ambito delle  risorse umane, sarei partita per l'Inghilterra per migliorare il mio inglese. Grazie alle referenze della mia ex tutor di Gi Group però ho subito trovato lavoro nell'ufficio Amministrazione del personale di Carglass, multinazionale leader nel settore riparazione e sostituzione vetri auto, dove per due mesi ho gestito l'archivio cartaceo di tutti i dipendenti dell'azienda, circa 950. Nonostante questa mansione si discostasse dalla mia formazione e dagli stage precedentemente svolti, non volevo rimanere a casa senza lavoro e volevo mettere da parte qualche risparmio per potermi permettere il viaggio studio in Inghilterra. Prima della scadenza del contratto, a fine maggio 2013, mi è stato proposto di iniziare uno stage a partire da settembre nell'ufficio Selezione, formazione e sviluppo. Ero molto contenta! Potevo continuare il mio percorso professionale nelle risorse umane e allo stesso tempo andare in Inghilterra due mesi, imparare la lingua, tornare e avere di nuovo un lavoro.Dopo l'estate 2013 inizia quindi la mia vera esperienza di lavoro nell’ambito HR di Carglass, prima con uno stage semestrale con un rimborso di 800 euro mensili più buoni pasto da 10,66 euro, poi con un contratto a tempo determinato di un anno con uno stipendio di quasi 1100 euro netti al mese. Questa per me è stata finora l'esperienza professionale più significativa, la più importante in assoluto, la prima in cui mi è stato concesso di crescere sotto il profilo lavorativo, di non essere più considerata come una stagista e di imparare a svolgere nuove mansioni, oltre alla selezione, che rimane comunque la mia passione. Per esempio ho potuto approfondire l'ambito della  formazione e dello sviluppo, di cui non mi ero mai occupata, aggiungendo un'ulteriore competenza al mio bagaglio. Insomma, a distanza di quasi tre anni dal conseguimento della laurea, ho capito veramente cosa voglio fare da grande e ce la metterò tutta per riuscirci anche se la situazione del mercato del lavoro oggi non è delle migliori per i giovani italiani.Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo    

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Meritocrazia, in Elica è la stella polare: parola di un giovane ingegnere

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella del giovane Gennaro Buonomo, ora assunto nel reparto Ricerca & sviluppo di Elica, a Fabriano. L'azienda festeggia così il recente ingresso nel circuito Ok Stage.Sono di Napoli, ho 27 anni e da poco più di un anno sono laureato in Ingegneria meccanica per l'energia e l'ambiente alla Federico II. Una scelta naturale per me, che ho sempre avuto una sconfinata passione per tutto ciò che è tecnologia e vengo da una famiglia proprietaria di una piccola azienda di servizi per l'ambiente. Negli anni del liceo davo una mano ogni volta che potevo, poi durante l’università ho fatto altri lavoretti: cameriere, barman, lezioni private, anche contemporaneamente. Poco alla volta mi sono guadagnato l'indipendenza ambita - imparando anche a dare il giusto valore ai beni materiali  e immateriali - tenendo il passo con gli studi. Ho concluso la specialistica a luglio 2013 con lode e pubblicazione della tesi, un lavoro in cui ho progettato una sessione di simulazioni termo-fluidodinamiche per un componente di un velivolo dell'aviazione generale. Si trattava di uno approfondimento su uno studio precedente, finanziato dal progetto europeo Esposa – Efficient Systems and Propulsion for Small Aicraft. Non avendo fatto esperienze all'estero, pochi giorni dopo la laurea ho preso un volo per Londra, e ci sono rimasto per qualche mese. Mi mantenevo facendo il barman, con una paga nettamente superiore a quella percepita in Italia - quasi doppia - ma ovviamente con un costo della vita molto maggiore. Sono rientrato a casa per scelta, per partecipare come speaker ad una conferenza per me molto importante. Facciamo un passo indietro: nell'ultima fase universitaria avevo fatto un tirocinio al Cira, il Centro italiano ricerche aerospaziali, a Caserta, e in quell'occasione – oltre a maturare lo spunto per il lavoro di tesi - ero entrato in contatto con Aidaa, l'Associazione italiana di aeronautica e astronautica. Non ricevevo compenso, ma quegli otto mesi tornerei a farli mille volte, soprattutto perché ho acquisito conoscenze che sono riuscito a rivendermi molto bene nel mondo del lavoro. Poi quando a settembre si è presentata l'opportunità di discutere alla Aidaa Conference 2013 alcuni articoli redatti con i relatori universitari e i tutors aziendali del Cira, ho salutato l'Inghilterra e sono tornato.Non è passato tanto tempo tra i primi cv post laurea e i primi contatti da parte delle aziende. In particolare quello di Elica, grande azienda di Fabriano che progetta e produce cappe da cucina per uso domestico, è arrivato del tutto inaspettato: ero in spiaggia, ed ecco una chiamata da parte del mio relatore di tesi, che mi aveva segnalato ad un'azienda in cerca di un profilo come il mio, con conoscenze in ambito di fluidodinamica computazionale. Dopo qualche giorno ho ricevuto la telefonata dell'azienda, ed è partito l'iter di selezione, parallelo per altro ad un secondo iter in un'altra multinazionale del settore, per il quale invece mi ero candidato spontaneamente. Colloquio conoscitivo, test, colloquio tecnico e… feedback positivo da parte di entrambe le aziende!  Che fare? Ero io a dover scegliere. Dopo molte incertezze, consigliato dalle persone intorno a me, ho optato per un'azienda che fino a poco prima nemmeno conoscevo, ma che in poco tempo mi avrebbe conquistato: Elica.A dicembre 2013 quindi ho iniziato uno stage semestrale finalizzato all'assunzione, con rimborso spese di 500 euro netti, alloggio a Fabriano con utenze pagate, mensa e palestra aziendale. L'azienda poi ha anche attivato l'iter per accedere ad un contributo di Italia Lavoro [previsto dal programma Lavoro e Sviluppo 4, a cui Repubblica degli Stagisti ha dedicato diversi approfondimenti all'epoca del suo lancio nel 2009, ndr] che ha fatto salire il rimborso mensile a 1300 euro. Insomma, da parte mia ho solo preparato le valigie e mi sono preparato a dare il massimo. Sono entrato nell'area Ricerca e innovazione, team Advanced Engineering, che letteralmente significa "ingegneria di anticipo", nel senso che cerca di prevedere i bisogni dei clienti con strumenti di marketing e lavora in anticipo per soddisfarli. In Elica ho trovato un ambiente stimolante e dinamico, in cui il concetto di self improvement la fa da padrona e la meritocrazia non è un miraggio, ma la stella polare che guida l'azienda. Insomma, una realtà che oggi nel nostro paese potrebbe sembrare mera utopia, ma che esiste, e che auguro a tutti i giovani di trovare.Finito lo stage, lo scorso giugno la mia posizione è stata stabilizzata con un apprendistato triennale da circa 1400 euro netti al mese, più benefit come mensa, palestra aziendale e convenzioni con esercizi commerciali. Così riesco ad essere del tutto indipendente, e vivo da solo in un appartamento in affitto. Devo dire che in passato ho strizzato l'occhio alla possibilità di trasferirmi all'estero, ma penso che andare via spesso sia più semplice. Anche a restare ci vuole un po' di coraggio, e a volte premia. Adesso la speranza è di continuare a lavorare in Elica,  e crescere: questo primo contratto per me è un punto di partenza, non di arrivo. Testo raccolto da Annalisa Di Palo

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Sconti e offerte, così le università telematiche provano ad attrarre nuovi iscritti

Un numero degli iscritti in diminuzione, come anche quello dei laureati, una classe docente troppo precaria e poca ricerca: questi i punti critici delle università telematiche individuati da una commissione di studio nominata dal Miur che qualche tempo fa aveva dato il via a un confronto molto acceso tra l’allora ministro dell’istruzione Carrozza e i rettori degli atenei. La Repubblica degli Stagisti se ne era occupata intervistando i diretti interessati e portando alla luce un dato molto discordante tra ministero e università: quello sul numero degli iscritti, secondo viale Trastevere molto più basso rispetto a quanto dichiarato dagli atenei. Se in giro per il mondo le università online stanno esplodendo, tanto ad esempio da far aumentare gli investimenti in questo settore in Nord America, l’Italia sembrerebbe andare invece contro corrente, almeno stando ai dati del ministero che mostrano in un grafico una caduta dei nuovi immatricolati presso le università telematiche: dagli oltre 6mila studenti del 2010 a poco più di 2mila nel 2012. Questi numeri potrebbero in parte spiegare le iniziative che negli ultimi mesi gli atenei online hanno messo in atto per attrarre il maggior numero di iscritti. Avere più studenti significa maggiori introiti e maggiore forza in caso di futuri controlli da parte del ministero. Così ecco che prima in fase di esami di maturità e dopo di ultime scelte per le iscrizioni molti atenei fanno la corsa a regalare iscrizioni, con veri e propri pacchetti omnicomprensivi. La prima è stata l’università Cusano, con sede a Roma, che ha addirittura istituito un click day il 15 maggio. In pratica in quella data a partire dalle ore 16 era possibile inviare le domande per l’accesso alla «borsa di studio per l’iscrizione a un corso di laurea con percorso plus». Così 600 maturandi di Roma o comuni limitrofi hanno potuto vincere altrettante borse di studio che coprono totalmente i costi per cinque anni. Inclusi nel pacchetto c’erano pure i corsi di lingua inglese e cinese, sempre per cinque anni. Le 600 borse erano suddivise in 175 per la facoltà di economia, altrettante per giurisprudenza, 150 per scienze politiche, 50 per ingegneria industriale e lo stesso numero per ingegneria civile. Per usufruire di una borsa di studio non contava la preparazione o il reddito familiare: l’importante era essere veloci nel cliccare. Considerato che l’iscrizione normalmente costa 2.400 euro l’anno, più la tassa regionale a cui si aggiungono anche le quote per i singoli corsi di lingua, l’università rinuncia quindi a minimo 12mila euro moltiplicati per 600 persone. Leggendo le faq sul click day si scopre che chi si iscrive deve rispettare alcune regole – come laurearsi in tempo e avere una media non inferiore a 24/30 - e osservare alcune attività specifiche: pena il mancato rinnovo della borsa. Tra queste c’è anche la collaborazione con l’ufficio stampa di Ateneo presso la redazione di Radio Manà Manà e quella di Tag24 per la scrittura «di testi e articoli finalizzati all’ottenimento del patentino da pubblicista». Tralasciando il fatto che ormai il mondo del lavoro già straborda di giornalisti in cerca di occupazione, non è chiarissimo perché ad esempio l’università offra questo servizio anche ai cinquanta destinatari del corso in Ingegneria industriale: un po' difficile rintracciare la correlazione con il mondo del giornalismo. L'UniCusano è in buona compagnia: anche molte altre università telematiche cercano attraverso bandi simili e convenzioni particolari di attrarre nuovi iscritti. La Mercatorum, università telematica delle Camere di commercio, ha all’attivo ancora un bando dal nome “Talenti Laureati” per offrire 150 borse di studio, di cui le prime 100 ai diplomati che si iscrivono al primo anno universitario e le altre 50 a chi si iscrive a una specialistica. Le borse di studio non sono una novità, anche le università "tradizionali" ne offrono agli studenti meritevoli, ma di solito vanno rinnovate di anno in anno, con bandi che si modificano e introducono nuove clausole. In questo caso, invece, l’offerta è totale: il bando, che scade a fine luglio specifica, infatti, che «La borsa prevede l’immatricolazione gratuita ai corsi di laurea dell’Ateneo per l’intera durata regolare del percorso di studio». Anche qui però ci sono delle clausole da rispettare: una media di 27/30 e almeno quattro esami superati il primo anno e quattro il secondo. In questo modo sarà possibile conservare la borsa di studio per tutta la durata del corso di laurea. Finite qui le agevolazioni? Non proprio. L’ateneo ha infatti pensato di venire incontro a 100 neo imprenditori che abbiano costituito un’impresa innovativa nel corso degli ultimi due anni. Proprio a loro è data la possibilità di non pagare i 6mila euro totali per i tre anni del corso di laurea ma di usufruire di una particolare agevolazione denominata “100 opportunità per 100 neo imprenditori” grazie alla quale pagheranno solo 2mila euro più la tassa regionale. Anche in questa università sono presenti poi numerose convenzioni: sconti che vanno dal 25 al 35% con enti pubblici, associazioni di categorie, enti camerali, imprese. E che permettono, quindi, un risparmio notevole: non solo a giovani diplomati, ma anche a chi un lavoro già ce l’ha e attraverso percorsi accademici "facilitati" desidera prendere una laurea e poter accedere a scatti di carriera altrimenti impossibili da raggiungere.Un esempio di questa particolare agevolazione arriva anche dall’università telematica internazionale Uninettuno, che offre agli appartenenti all’Arma dei carabinieri o congedati, e ai loro familiari diretti e conviventi, uno sconto del 20% sulla tassa annuale di 2mila euro per laurea triennale e 2.200 per quella magistrale, con la possibilità di sostenere gli esami finali anche all’estero. Stesso sconto anche per una nutrita categoria di associazioni e enti con l’estensione in alcuni casi, come per gli appartenenti alla Guardia di Finanza, anche ai familiari fino al 2° grado. Destinatari privilegiati dell’Unitelma Sapienza sono, invece, i dipendenti di Formez e Sapienza soci al 51%  dell’università telematica, che nell’anno 2013/2014 hanno pagato solo 800 euro per l’iscrizione a un corso di laurea (contro i 2mila standard). L’università ha pensato anche ai giovani con un progetto dedicato agli under 25 per l’anno accademico 2013/14 grazie al quale alcuni giovani hanno pagato la cifra scontata di 800 euro. Previste anche 200 iscrizioni gratuite per giovani tra i 19 e i 23 anni con genitori disoccupati o in cassa integrazione. L’università Giustino Fortunato ha, invece, stipulato un accordo con l’Agenzia delle Entrate della Regione Campania garantendo ai dipendenti uno sconto del 20% sulle tasse annuali (che al momento ammontano a 2.500 euro l’anno). Stesso sconto di cui possono usufruire anche i dipendenti della Banca di credito cooperativo irpina. L’università telematica Pegaso, che ha una retta annuale di 3mila euro, nell’anno 2013/2014 ha istituito 500 borse di studio a favore di disabili e residenti nelle isole minori o in zone disagiate del Paese, e ha a sua volta quasi 300 convenzioni all’attivo con enti di vario tipo, da associazioni a sindacati, comuni e ordini professionali, per i cui dipendenti o iscritti la retta scende a 1.700 euro. Convenzioni che vanno dal 10 fino al 20% di sconto previste anche dall’università E-Campus, che con costi che arrivano a superare i 26mila euro (questa è l’opzione più costosa, con tutor in presenza e due semestri con residenzialità) offre riduzioni dal 10 al 20% a ben 120 tra enti, associazioni e sindacati vari. Molto più contenuta, invece, la lista delle convenzioni dell’Università telematica Leonardo da Vinci, Unidav, che ha attivato solo nove accordi con soggetti cui applicare uno sconto sulla retta di 2mila euro l’anno. Le cifre mostrano come le università telematiche negli ultimi anni abbiano cercato, attraverso particolari sconti e molte borse di studio, di attirare nuovi iscritti, permettendo quindi anche a chi normalmente non avrebbe pensato di iscriversi all’università di riuscire a laurearsi. E andando contro corrente rispetto a molte università statali che - causa tagli ai fondi per il diritto allo studio - hanno invece dovuto ridurre proprio le borse di studio. Resta aperto il dibattito sulla qualità della preparazione offerta agli studenti delle università telematiche rispetto a quelli delle università convenzionali: la relazione dell’Anvur sollevava alcuni dubbi in proposito. Tanto che alcuni considerano questi atenei online dei "creditifici". Ma le università telematiche rispediscono al mittente le critiche e snocciolano dati per dimostrare il valore dei loro moduli formativi. Bisogna a questo punto attendere settembre: solo allora si potrà fare la conta degli immatricolati per l'anno accademico 2014/2015, e capire se le iniziative di attrazione e gli sconti sulla retta hanno avuto l'impatto auspicato, facendo incrementare il numero di iscritti rispetto all'anno scorso.Marianna Lepore

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Garanzia Giovani, già 800 risposte al monitoraggio: ma c'è bisogno di più partner e di passaparola!

Come sta andando la Garanzia Giovani? Da tre settimane è attivo il monitoraggio promosso dalla Repubblica degli Stagisti insieme all'associazione Adapt: un questionario online, veloce e anonimo, che permette a tutti i giovani di dare un giudizio sulla GG, raccontando la propria personale esperienza. Un monitoraggio ovviamente "informale", ma che sta permettendo di raccogliere informazioni preziosissime sui tempi di attesa, sulle risposte che i ragazzi ricevono dai servizi all'impiego, e in generale sul "sentiment" generato da questa iniziativa che nelle intenzioni dovrebbe migliorare l'occupazione e l'occupabilità dei giovani italiani senza impiego, ma che rischia seriamente di trasformarsi in un boomerang se le proposte di attività "garantite" non cominceranno ad arrivare in tempi brevi e in quantità proporzionate alla domanda.Al monitoraggio RdS-Adapt hanno già partecipato ad oggi oltre 800 giovani, di cui circa 600 si sono già iscritti a Garanzia Giovani e dunque sono stati già in grado di raccontare nei dettagli i primi step che stanno effettuando per arrivare all'agognata «presa in carico» con la «proposta di politica attiva». Chi sono questi giovani? E' troppo presto per dirlo. Per ora il lavoro più importante è quello di promuovere l'esistenza del monitoraggio, intercettare gli under 30 e proporre loro di venire a raccontare attraverso questo questionario la propria esperienza. Per questo la Repubblica degli Stagisti e l'Adapt hanno lanciato da subito un appello a tutti coloro che sono interessati all'esito della Garanzia Giovani e più in generale al grande tema dell'occupazione giovanile, affinché ciascuno possa aiutare, attraverso i suoi canali e le sue reti, a arrivare al maggior numero possibile di giovani.Università, associazioni giovanili, sindacati, uffici Informagiovani, testate online e siti web… Tutti possono diventare preziosissimi partner per "passare parola" e spingere avanti il monitoraggio, permettendo di raccogliere una molteplicità di voci. Alcune realtà hanno già scelto di dare il loro sostegno attivo. Ne riportiamo i loghi qui sotto: si tratta per ora di tre organizzazioni sindacali territoriali - la Cisl Lombardia, la Cgil Marche e la Cgil Toscana; dell'ufficio Informagiovani del Comune di Venezia; delle associazioni Amesci (Associazione MEditerranea per la promozione e lo sviluppo del Servizio CIvile), Ugei (Unione Giovani Ebrei d'Italia), Rena (Rete per l'Eccellenza NAzionale) e Giovani Italiani Bruxelles. «La battaglia per l'implementazione ed il monitoraggio dei risultati del progetto Garanzia Giovani, così come altre iniziative per la promozione della "buona" occupazione per la nostra generazione, siamo convinti non possano che vedere il mondo dell'associazionismo giovanile italiano unito, compatto e battagliero» dice il presidente Ugei Simone Disegni: «a tutela di tutti quei coetanei che non intendono arrendersi all'imperativo dell'emigrazione ed aspirano invece in piena legittimità a costruire i propri progetti, di vita e professionali, in questo Paese».E infatti con un'altra associazione che ha risposto all'appello c'è anche un progetto di collaborazione concreta sul proseguio del monitoraggio: l'Amesci collaborerà infatti nelle prossime settimane con la Repubblica degli Stagisti e l'Adapt alla messa a punto di un set di domande che verranno poste a chi racconterà, attraverso il questionario, di aver iniziato un percorso di servizio civile all'interno della GG. «Il servizio civile non è solo un’esperienza di impegno e partecipazione, ma uno strumento per l’occupabilità dei giovani perché permette di maturare le cosiddette ‘soft skills’, quelle competenze trasversali divenute sempre più rilevanti per rispondere alle nuove esigenze del mercato del lavoro, che è difficile acquisire durante i percorsi di formazione tradizionali» puntualizza il presidente Amesci Enrico Maria Borrelli: «È per questo motivo che l’Europa ha previsto il servizio civile tra le misure del piano volto al contrasto della disoccupazione dei ragazzi tra i 15 e 29 anni non impegnati in percorsi di istruzione o formazione. La specificità dello strumento richiede una particolare attenzione nei percorsi di selezione del servizio civile: per offrire davvero una ‘garanzia’ ai giovani è necessario che venga impegnato in un progetto che lo appassioni e formi allo stesso tempo».Anche da parte dei sindacati c'è comprensibilmente grande attenzione verso la Garanzia Giovani: «Un importante strumento di modernizzazione del mercato del lavoro che deve dare soprattutto opportunità concrete e servizi ai giovani, a partire da chi è più in difficoltà, per aumentarne l'occupabilità» dice Roberto Benaglia, segretario regionale della Cisl Lombardia: «È uno strumento nuovo per il nostro paese, pertanto va curata l'attuazione, non con l'obiettivo di spendere le risorse ma di creare una rete di servizi al lavoro stabili sia per i Neet che per chi termina un percorso di istruzione. Per Cisl Lombardia una azione di monitoraggio puntuale delle buone pratiche così come delle problematicità è quindi indispensabile, al fine di intervenire su Ministero e Regioni e correggere l'efficacia dello strumento».«Contribuiamo a diffondere l'indagine perché siamo da tempo impegnati a promuovere, sia al nostro interno che nel confronto con Regione Toscana, un processo di valutazione del Progetto Garanzia Giovani su cui manteniamo un giudizio critico» gli fa eco Daniele Quiriconi, responsabile mercato del lavoro della segreteria regionale Cgil Toscana: «La nostra regione è quella che prima delle altre ha iniziato il lavoro di profilazione degli iscritti al portale e i colloqui di orientamento da parte dei centri per l'impiego,  ma ad oggi non risultano particolari manifestazioni d'interesse ai fini delle assunzioni. La quasi totalità delle risorse destinate ai tirocini e al servizio civile è la dimostrazione che non ci si attendono vere e proprie opportunità di lavoro».Perplessità simili vengono espresse anche da Daniela Barbaresi, che all'interno della segreteria regionale della Cgil Marche riveste il ruolo di responsabile delle Politiche del lavoro, e da Carlo Cotichelli suo "omologo" per le Politiche giovanili: «Garanzia Giovani nella sua impostazione originaria rappresentava una reale occasione di potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego e di riattivazione dei Neet» dicono «ma l’eccessivo carico di aspettative ha contribuito a creare, per il momento, un'ulteriore illusione per i giovani coinvolti. I tempi eccessivamente lunghi per l’attuazione del programma - ad esempio le prime misure nelle Marche sono entrate in vigore a settembre - e la pressante attenzione sulle modalità di gestione, a svantaggio di una riflessione concreta sulle risposte concrete a favore dei giovani, hanno contribuito a  sviluppare una misura di gran lunga al di sotto delle aspettative incapace di dare risposte concrete ai bisogni dei giovani». E proprio «per contrastare le numerose segnalazioni negative» giunte nelle ultime settimane alla Cgil delle Marche, «ad esempio imprese che accolgono tirocinanti con Garanzia Giovani anziché assumere personale», Barbaresi e Cotichelli hanno deciso di sostenere il monitoraggio promosso da RdS e Adapt: «Riteniamo fondamentale promuovere ogni opera di monitoraggio e valutazione che possa  dar voce ai ragazzi coinvolti».A livello universitario invece c'è stato per ora solo il sostegno delle università di Catania e di Padova e poi di Soul, il sistema che federa la maggior parte delle università del Lazio promuovendo l'incontro domanda/offerta di stage  e di lavoro. «Ciascuna università ha una mailing list molto nutrita di ex studenti laureati negli anni passati e che adesso, in una situazione di inoccupazione o disoccupazione, con grande probabilità si stanno rivolgendo a Garanzia Giovani. Gli uffici stage e placement di questi atenei ci potrebbero aiutare a intercettarli: per questo speriamo che qualcuno accolga il nostro appello e diventi nostro partner in questa iniziativa» spiega Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti: «L'appello è davvero rivolto a tutte le realtà che abbiano una rete, anche piccola, di giovani che potenzialmente potrebbero essere toccati da Garanzia Giovani. Senza dimenticare che chiunque ci può aiutare anche con gesti piccolissimi, come condividere su Facebook o su Twitter il link al questionario».«Ogni giovane partecipante inoltre può fare la sua parte» aggiunge Francesco Seghezzi, responsabile comunicazione e relazioni esterne dell'Adapt: «Basta condividere sui social network la notizia di aver partecipato al monitoraggio, postando il link al questionario: su Twitter già tanti lo stanno facendo, utilizzando il nostro hashtag #lavostragaranzia».La speranza insomma è  che la rosa dei partner si ingrandisca e che ai primi 800 si aggiungano nelle prossime settimane tanti altri partecipanti: in questo modo il monitoraggio della Garanzia Giovani risulterà davvero incisivo e potrà portare al ministero del Lavoro e alle Regioni un quadro completo di come sta andando questa iniziativa dal punto di vista dei suoi protagonisti: gli utenti.I partner:- Informagiovani Comune di Venezia- Ugei- Amesci- Rena- Giovani Bruxelles- Soul- Cisl Lombardia- Cgil Marche- Cgil Toscana

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Centro per l'impiego di Prato, l'isola felice che teme di affondare

Otto utenti su dieci che si rivolgono al Centro per l’impiego di Prato dicono di essere soddisfatti del servizio. Una percentuale sorprendente, che spiazza. Anche perché l’erede del vecchio collocamento non è proprio da annoverare fra gli uffici più amati dagli italiani, anzi. In molti lamentano code infinite, lungaggini burocratiche e, soprattutto, enormi difficoltà nel fare incontrare domanda e offerta di lavoro. Eppure al cpi di Prato, che copre un territorio provinciale di 246mila abitanti, le cose sembrano andare nel verso giusto. Attualmente l’ufficio è controllato da una società strumentale della Provincia di Prato, la Fil (Formazione, innovazione, lavoro), che fino al 2010 ha avuto un’esperienza di gestione di natura partecipata pubblico-privata. «Proprio questo connubio ci ha permesso di coinvolgere più parti sociali che operano nel mondo del lavoro e ottenere risultati soddisfacenti» spiega alla Repubblica degli Stagisti il direttore della Fil e dirigente unico cel Centro, Michele Del Campo. «Nel corso degli anni abbiamo costruito ottimi rapporti con sindacati, aziende e con le agenzie interinali private, con le quali collaboriamo senza nessun tipo di problema». La commistione pubblico-privato, almeno secondo il dirigente, è quindi alla base del successo del cpi e i numeri sembrano dargli ragione: nel 2013 l’ufficio ha registrato 70mila presenze, sono state contattate ben 4 mila 500 aziende e, di queste, circa 2mila hanno proposto offerte di lavoro e tirocinio. Inoltre, sono state incrociate 1400 richieste di lavoro e l’indice di intermediazione, che per anni non è mai sceso sotto il 12%, oggi si attesta comunque all’8%. Per quanto riguarda, invece il collocamento mirato, sempre nel 2013, si sono tenuti circa 100 colloqui. Una mole di lavoro significativa, gestita con ordine da 29 dipendenti, tutti assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. A loro si aggiungono 30-40 professionisti, che offrono consulenze di ogni tipo, dall’orientamento al supporto psicologico. Per quanto concerne i servizi ad hoc, quello che sta riscuotendo maggiore successo riguarda l’autoimprenditorialità giovanile: i ragazzi si recano al Centro per l’impiego, raccontano la loro idea e, se giudicata fattibile, ricevono un finanziamento fino a un massimo di 25 mila euro a tasso agevolato, utile per l’avvio dell’attività. In tre anni di servizio, in media, sono nate 20-25 imprese e di queste solo quattro non ce l’hanno fatta. Soddisfacenti anche i numeri del Servizio tirocini. «Abbiamo un buon rapporto con l’imprenditoria locale, più che altro piccole aziende che raramente superano i 100 dipendenti» dice Del Campo. «Con queste aziende attiviamo dei tirocini, finanziati per gran parte da Regione e Provincia, cosicché all’azienda costano davvero poco. I ragazzi guadagnano 500 euro al mese e quasi il 50% di loro, terminato il tirocinio, ottiene un contratto di lavoro». L’ufficio non si limita solo alla sfera lavorativa, ma vi è anche un impegno consistente nel sociale. «Da anni, gradualmente, ci occupiamo dei ragazzi che abbandonano la scuola e non hanno un’occupazione, i cosiddetti Neet» racconta il direttore. «Li chiamiamo a casa e proponiamo loro percorsi di orientamento; oppure, se possibile, proviamo a convincerli a tornare a scuola. Purtroppo nella provincia di Prato il tasso di abbandono scolastico è molto alto, sfiora il 19% e quasi la metà dei ragazzi sono stranieri». Eppure nel cielo azzurro del centro per l’impiego di Prato, neppure così tanto in lontananza, si scorgono delle nubi cariche di pioggia. Con la dismissione delle Province, infatti, il futuro degli uffici è un’incognita e nessuno con esattezza sa che fine faranno. Anche il direttore Del Campo è preoccupato: «Quello che temiamo è che la nostra società partecipata, la Fil, possa scomparire. Sarebbe un vero peccato perdere tutto quello che abbiamo costruito con fatica in questi anni». In generale, è il mercato del lavoro ad essere circondato da un alone di incertezza. A partire dal Jobs Act: «Credo sia fondamentale ridurre le tipologie di contratto e dare più certezze a chi cerca lavoro» riflette Del Campo. «Purtroppo negli ultimi anni i contratti sono diventati flessibili, ma lo stesso non è successo al mercato del lavoro. Anche se molto criticati, sono convinto che senza i Centri per l’impiego, e questo vale certamente per Prato, oggi la situazione sarebbe ancora più disastrosa». 

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Il Jobs Act punto per punto

Sette pagine. Tanto è lungo il "Jobs Act", la riforma del lavoro che il governo Renzi sta portando avanti in Parlamento. Qualche giorno fa il Senato l'ha approvato, con un voto di fiducia, proprio a ridosso dell'incontro a Milano di tutti i capi di stato e di governo sul tema dell'occupazione. Ora la discussione si sposta alla Camera. Ma cosa c'è scritto in questo Jobs Act? Innanzitutto è bene sapere che non si tratta di una legge "normale", cioè di un testo normativo che viene approvato dai due rami del Parlamento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e da quel momento diventa operativo. No. Il Jobs Act è una legge delega: un testo cioè in cui il Parlamento autorizza («delega», appunto) il governo a legiferare su un certo tema, fornendo ovviamente una traccia e un confine a cui il governo dovrà attenersi. Dunque si può pensare il Jobs Act come una partita in tre fasi. Le prime due sono l'approvazione al Senato (avvenuta) e quella alla Camera (in fieri), che però potrebbero necessitare di tempi supplementari perché se la Camera modificherà anche solo una parola del testo approvato dal Senato, ci sarà bisogno di un nuovo passaggio di approvazione da parte di quest'ultimo. Siamo infatti - ancora per poco, forse - una democrazia organizzata come bicameralismo perfetto, e dunque tutte le leggi devono essere approvate da entrambi i rami del Parlamento in maniera univoca. La terza fase, una volta ottenuta l'approvazione definitiva dal Parlamento, sarà giocata dal governo e in particolare dal Ministero del Lavoro: perché a quel punto la squadra di Renzi e Poletti dovrà scrivere i decreti che daranno gambe al Jobs Act - tutti entro un massimo di 6 mesi. Ma cosa prevede, in concreto, questa riforma del lavoro presentata come una rivoluzione dai suoi sostenitori e bollata come una peste bubbonica dai detrattori? Il Jobs Act è composto da un solo articolo, intitolato «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonchè in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro». Il cuore del testo si compone di 8 commi: sostanzialmente per ciascuno dei 4 macrotemi vi è un comma che dice "faremo questo" e il comma successivo che specifica "come lo faremo".Ecco come lo vedo io.Comma 1 e 2. Tra i criteri direttivi che il Parlamento fornisce al governo per elaborare il testo definitivo del Jobs Act sotto il profilo della riforma degli ammortizzatori sociali si trovano, per quanto riguarda gli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro, la «previsione di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese utilizzatrici», la «revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà» e «delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà», oltre che la sempreverde «semplificazione delle procedure burocratiche attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali». Per quanto riguarda il capitolo delle «strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria», il testo della legge delega prevede una «rimodulazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), con omogeneizzazione della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi» e sopratutto una «universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa», cioè i cococo e i cocopro. A fronte di queste migliorie, è prevista l'introduzione di «meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti» e un generale «adeguamento delle sanzioni e delle relative modalità di applicazione, in funzione della migliore effettività, secondo criteri oggettivi e uniformi, nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività a beneficio di comunità locali». Insomma, i disoccupati verranno sostenuti di più, ma si dovranno anche dare da fare. Mi piace perché: si ripropone di «assicurare, in caso di disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, di razionalizzare la normativa in materia di integrazione salariale», cioè di garantire un sussidio di disoccupazione anche alla maggior parte dei tantissimi lavoratori che finora ne sono rimasti esclusi. Il tassello che mi lascia perplessa: innanzitutto il fatto che, pur essendo nelle intenzioni una riforma degli ammortizzatori sociali in senso universalistico, in realtà non prevede un sussidio universale, a tutti-tutti coloro che restano temporaneamente senza lavoro. Continueranno cioè ad esserci persone che non avranno diritto al sussidio. Inoltre anche l'allargamento non sarà immediato: il testo della legge delega prevede infatti «prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite». Quelle ultime due paroline, «risorse definite», rischiano di voler dire che l'estensione del sussidio ai nuovi beneficiari verrà prevista con una copertura finanziaria limitata, e una volta raggiunta quella cifra, chi lo richiederà resterà fuori. Un meccanismo simile è stato già utilizzato in passato, per esempio con i sussidi "una tantum". Ipotizzando una approvazione definitiva del Jobs Act entro la fine dell'anno, e una pubblicazione dei vari decreti legislativi prima dell'estate 2015, non si potrà parlare di sussidio di disoccupazione davvero esteso fino alla fine del 2018.Comma 3 e 4. Prevede il «riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive». Il governo dovrà mettere a punto il decreto legislativo corrispondente concordandolo con la Conferenza Stato-Regioni, ma è esplicitamente previsto che «in mancanza dell’intesa» il governo possa procedere autonomamente. Anche in questo caso il Parlamento impone al governo di rispettare alcuni criteri, tra cui per esempio la «razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione, e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto» e soprattutto la «istituzione […], di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata “Agenzia”, partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali». Tra i punti interessanti vi è il «rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi» - finalmente un po' di accountability! - e la «valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda e offerta di lavoro», che si dovrebbe concretare attraverso «accordi per la ricollocazione che vedano come parte le agenzie per il lavoro o altri operatori accreditati, con obbligo di presa in carico, e la previsione di adeguati strumenti e forme di remunerazione, proporzionate alla difficoltà di collocamento, a fronte dell’effettivo inserimento almeno per un congruo periodo»: andando dunque a imparare là dove le competenze per il collocamento dei lavoratori ci sono davvero.Mi piace perché: è prevista una «valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate» e una «semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive, con l’impiego delle tecnologie informatiche […] allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti»: forse potrebbe essere la volta buona per un'adozione su scala nazionale del progetto delle Mappe del lavoro.Il tassello che mi lascia perplessa: essenzialmente che questa Agenzia per l'occupazione, che dovrebbe andare a coordinare le attività dei centri per l'impiego, venga prevista tassativamente «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» e anzi: «al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente». Perché il problema dell'efficacia dei servizi all'impiego, oggi drammaticamente inefficienti, sta anche nello scarso numero e nella scarsa preparazione dei dipendenti di questo comparto.  E allora come si puà pensare che le risorse umane già esistenti, e già comprovatamente inadeguate, possano garantire a chi cerca lavoro «percorsi personalizzati» come avviene per esempio nei Paesi del centro e nord Europa?Comma 5 e 6. In questa parte del Jobs Act viene esposto un auspicio assolutamente condivisibile, la «semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese». Il parlamento chiede al governo di legiferare «con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione del medesimo rapporto, di carattere amministrativo» ed eliminando e semplificando le «norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi»: magari! Vengono predisposte anche l'«unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti» e l'«abolizione della tenuta di documenti cartacei». Mi piace perché: perché se venisse davvero realizzato sarebbe una rivoluzione: solo il pensiero che venga introdotto un sacrosanto «divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono in possesso», anziché costringere i cittadini a fare file estenuanti, ping pong tra uffici, per consegnare documenti che di fatto la pubblica amministrazione già detiene, fa commuovere. Il tassello che mi lascia perplessa: vi sono nel testo riferimenti al contrasto alle dimissioni in bianco e al lavoro sommerso, e ciò è ovviamente un bene. Specialmente per il primo tema, però, la formula non è incisivissima: il testo promette «modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro», ma non è molto chiara la seconda parte della frase, che recita «anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore». Il proposito di ispirarsi alla risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 14 gennaio «sulle ispezioni sul lavoro efficaci come strategia per migliorare le condizioni di lavoro in Europa» sarebbe poi anche buono, ma come fare con un numero così ridotto di ispettori del lavoro attivi? Nel comma successivo si fa, in effetti, riferimento alla «razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva» con l'istituzione di una «Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’Inps e dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle aziende sanitarie locali e delle agenzie regionali per la protezione ambientale». Basterà?Comma 7. Siamo al punto più controverso: in questo comma sta infatti il cuore della riforma del lavoro, con tutto il dibattito che si è essenzialmente concentrato sull'articolo 18. Che però, curiosamente, non viene nemmeno nominato; così come non vi è alcun cenno al testo normativo del quale esso fa parte, e cioè lo Statuto dei lavoratori. Il testo prevede di «riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo». Il governo Renzi si impegna - sempre entro i soliti sei mesi - a emanare un decreto legislativo «recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro». Il testo licenziato dal Senato prevede che alcuni contratti possano essere aboliti («individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali») per sostenere il contratto a tempo indeterminato «come forma privilegiata di contratto di lavoro» e cioè rendendolo finalmente «più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti». Mentre ora è esattamente il contrario: i contratti precari sono più convenienti di quelli stabili. La modalità attraverso cui Renzi si propone di centrare l'obiettivo è il «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio». E poi anche a livello di diritto del lavoro e di contenzioso si promette una azione decisa di semplificazione, con la «abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative».Mi piace perché: si fa riferimento alla «introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro». Qui il Senato ha apportato una modifica molto importante rispetto al primo testo di Jobs Act che era stato proposto dal Governo, allargando il raggio d'azione di questo compenso orario minimo ai cococo e cocopro.Il tassello che mi lascia perplessa: l'incertezza su quanti e quali tipologie contrattuali verranno soppresse, e quell'«eventualmente anche in via sperimentale» riferito al salario minimo: perché mai in via sperimentale? Se questa misura è già in vigore in oltre due terzi degli Stati europei, ed è stata recentissimamente introdotta anche in Germania, cosa ci sarà mai da sperimentare?Comma 8. Il Jobs Act parla infine di «genitorialità», prevedendo «la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro», in particolare «nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici» (anche quelle al momento escluse). Tra i punti interessanti la «garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro» e la «incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro». C'è posto in questo comma anche per gli asili nido - si parla di «integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi» - e viene prospettata la possibilità di una revisione della legge che regola i congedi di maternità e di paternità, «per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro».Mi piace perché: è un bene che si parli di genitorialità, superando il preconcetto per il quale la conciliazione sarebbe un affare esclusivamente femminile.Il tassello che mi lascia perplessa: una eccessiva gradualità e i contorni troppo sfumati della delega: il congedo di paternità per esempio, che il governo Monti ha varato in maniera quasi offensiva prevedendo un solo giorno di congedo obbligatorio retribuito per i neopadri, verrà rivisto ed esteso oppure no? Inoltre, al posto di terminologie obsolete come il «telelavoro», avrei preferito si parlasse di «smart working» (dato che giace anche in Parlamento una proposta di legge bipartisan in tal senso).Eccolo qui, in sintesi ma non troppo, il Jobs Act di cui tutti parlano. Una misura eccezionale? Uno specchietto per le allodole? Una accozzaglia di buoni propositi che non vedrà mai la luce? Oppure un propulsore per proiettare il mercato del lavoro italiano nel futuro dei Paesi avanzati? Lo potrà dire solamente il tempo. Nel frattempo, noi qui sulla Repubblica degli Stagisti ci prendiamo come al solito con i lettori l'impegno di seguire passo dopo passo l'iter non solo della legge delega, ma anche di tutti i singoli decreti legislativi che dovranno rendere concreto e operativo il Jobs Act.Eleonora Voltolina

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Centri per l'impiego, da Torino l'allarme al governo: senza investimenti non c'è futuro

Ogni mattina al Centro per l’impiego di via Bologna, nella periferia nord di Torino, c’è una fila lunghissima di persone che aspettano. Donne, uomini, giovani e meno giovani, italiani e stranieri. Ognuno con la propria storia alle spalle e un obiettivo comune: trovare un lavoro. Purtroppo, attraverso questi uffici pubblici che dipendono dalla Regione ma sono gestiti dalle Province, ci riusciranno in pochi. La colpa è soprattutto dell'enorme divario tra domanda e offerta di lavoro, ma non solo. La scarsa efficienza - che qualcuno bolla già come fallimento - dei Centri per l’impiego ha radici più profonde. Nel 1949, con la legge 264, in Italia nascono gli uffici di collocamento pubblici, predecessori dei centri per l’impiego. Il funzionamento è semplice: chi cerca un lavoro s’iscrive nelle apposite liste, mentre chi lo offre presenta la cosiddetta “richiesta di avviamento”, con il numero e le caratteristiche dei profili desiderati. La chiamata è numerica e chi trova lavoro è cancellato dalla graduatoria, per poi tornarci una volta terminato l’impiego. La grande rivoluzione avviene nel 1997, con il decreto legislativo 469 che sancisce la fine del monopolio pubblico e l’apertura ai privati all’attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro, in ritardo di qualche anno rispetto ad altri paesi europei (nel 1993 in Svezia, un anno dopo in Germania). Nascono così i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro; quest'ultime, con la successiva legge Biagi, aumentano le loro funzioni, arrivando a svolgere attività di intermediazione, ricerca e selezione del personale e fornendo supporto alla ricollocazione professionale. Un sistema riformato, ma che continua a funzionare male, soprattutto a causa degli scarsi investimenti dei governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. Il risultato è che oggi il sistema italiano dei servizi per il lavoro è il meno finanziato e sostenuto d’Europa: secondo i dati Eurostat ripresi dal ministero del Lavoro, la spesa media annua francese in servizi per ogni persona che cerca lavoro è di 1500 euro, quella tedesca di 1700 euro, quella italiana di 74 euro. Nel nostro paese c'è un orientatore ogni 300 disoccupati, in Germania uno ogni 40 e in Francia uno ogni 30. In sostanza, abbiamo investito dieci volte meno la media europea. E ancora: nel 2013 la spesa per servizi e politiche attive del lavoro è stata all'incirca del 20% sul totale delle risorse nazionali destinate alle politiche del lavoro, rispetto alla media europea che è intorno al 45%. Un sistema ancora di tipo assistenziale, se si considera che nel 2013, su 30 miliardi di euro, circa 20 sono stati destinati a trattamenti di disoccupazione e 6 a sgravi o incentivi alle imprese. «Investiamo poco e male» conferma ad Articolo 36 Carlo Chiama, assessore al Lavoro della Provincia di Torino: «basti pensare che in Italia, tra orientatori e operatori, lavorano in 7-8 mila, in Germania 90 mila e in Francia 70 mila. È impossibile andare avanti con questi numeri. I servizi di qualità hanno bisogno di finanziamenti, senza soldi c’è poco da discutere». In provincia di Torino operano 15 centri per l'impiego, dove lavorano un po' più di 200 dipendenti. Soltanto a Torino gli iscritti, più donne che uomini, sono circa 200mila, la maggior parte di età compresa tra i 35 e i 44 anni. «Non dimentichiamo poi la falsa credenza secondo cui il Centro per l’impiego debba trovare a tutti i costi un lavoro» conclude Chiama. In che senso “credenza”? I centri per l'impiego non servono a trovare alla gente un impiego? «Il nostro compito principale è fornire supporto nella ricerca del lavoro, ma poi le persone si muovono autonomamente» conferma Cristina Romagnolli, responsabile dei Centri per l’impiego della Provincia di Torino. «Facciamo tutto il possibile per fare incontrare domanda e offerta, ma c’è davvero poca richiesta e i disoccupati continuano ad aumentare. Nel 2013, nel nostro territorio di riferimento, circa 40 mila persone hanno terminato un rapporto di lavoro e sono rientrati nello status di disoccupazione: nel 2012 erano 20mila, quindi il numero è raddoppiato. Leggo spesso che i Centri per l'impiego intermedierebbero non più del 3% dei contratti di lavoro, ma sono numeri discutibili, anche perché capita spesso di operare insieme al privato, preselezionando profili che poi forniamo alle agenzie. In questo modo otteniamo dei risultati, poco importa chi c'è riuscito. Non ha senso la corsa tra operatori del mercato del lavoro fondata sul tentativo di dimostrare chi intermedia di più, semmai la vera questione è il coordinamento della rete dei servizi». I pochi investimenti sulle politiche del lavoro sono una ragione più che valida per spiegare la debolezza dei Centri per l'impiego. Detto ciò, le cose potrebbero funzionare meglio, ad esempio informatizzando alcuni servizi essenziali come la richiesta del fantomatico "certificato di disoccupazione". A Torino c'è la possibilità di ottenere l'autocertificazione (perché di questo si tratta) via email, saltando la fila, ma non tutti gli uffici hanno attivato questo servizio. Succede poi che ogni Centro, anche all’interno dello stesso territorio, porti avanti i suoi progetti, più o meno riusciti, senza seguire un percorso unitario che servirebbe a semplificare le cose. «Nel 2009 abbiamo attivato lo sportello "Alta professionalità e grandi clienti" che sta decisamente funzionando» aggiunge Romagnolli «attraverso il quale intercettiamo e selezioniamo figure tecnico-specialistiche che mettiamo in contatto con aziende medio-grandi. Dal 1° gennaio al 30 giugno 2014 abbiamo collocato 992 persone, un ottimo risultato. Un'altra iniziativa è l'apertura del lunedì dedicata ai giovani under 30, con servizi erogati ad hoc: ne sono arrivati più di 8 mila». Poi ci sono le relazioni con le amministrazioni del territorio: se un Comune intercetta un'azienda che vuole espandersi, il Centro per l'impiego compie una preselezione fra i lavoratori che risiedono in quel territorio. «Purtroppo le aziende medio-piccole non si rivolgono spesso ai nostri uffici» spiega la dirigente «preferiscono il passaparola, un'abitudine tutta italiana». Con la dismissione delle Province, transitoriamente, l'organizzazione dei Centri per l'impiego passerà alle Città metropolitane. All'orizzonte, però, potrebbero esserci novità più importanti. All'interno del Jobs act che il governo Renzi sta definendo proprio in questi giorni, ad esempio, ci sarebbe l'intenzione di creare una grande agenzia nazionale dei servizi per l'impiego. «Non so che tipo di scelta farà l'esecutivo, ma è ora di investire sul lavoro» conclude Romagnolli «Per troppo tempo questo settore è stato considerato poco e male. Servono operatori specializzati per ogni servizio, la gente che cerca lavoro aumenta né noi né il privato abbiamo la bacchetta magica».   Normal 0 14 false false false IT JA X-NONE  

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Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Claudia Girolametto, alla Corte dei conti tra magistrati e udienze

Mi sono laureata in Giurisprudenza nel 2005, a ventiquattro anni non ancora compiuti, all'università di Trento. Durante gli studi avevo fatto le 150 ore presso l'Opera universitaria; poi ho svolto il biennio di pratica forense, il primo anno presso uno studio legale di Bassano e il secondo a Venezia, dapprima all'Avvocatura di Stato e poi alla Corte dei Conti. Qui una dirigente mi accennò  alla possibilità di effettuare uno stage presso la sezione giurisdizionale della Corte: non avevo mai fatto un'esperienza simile e quindi decisi di prendere l'occasione al volo. Lo stage era promosso da Veneto Lavoro e inserito nel progetto GoTraining, per cui percepivo anche dalla Fondazione di Venezia una borsa lavoro di 400 euro al mese. Inizialmente il tirocinio doveva durare sei mesi, dal dicembre del 2007 al giugno del 2008: poi però mi fu prorogato fino alla fine del 2008, con un cambio di progetto e di tutor. In totale un anno: a dispetto di quel che si potrebbe pensare, in Corte dei Conti si lavora sempre, anche durante i mesi estivi! Però il vantaggio è che avevo la possibilità di gestirmi l'orario, 36 ore settimanali, con assoluta discrezionalità. Durante lo stage collaborai con i magistrati della sezione e i funzionari addetti alla preparazione delle udienze relative ai giudizi in materia pensionistica, e anche con il funzionario responsabile della procedura per i ricorsi per equa riparazione ex legge 89/2001. In più effettuavo ricerche giurisprudenziali mirate, predisponevo le relazioni sui fascicoli processuali e assistivo alle udienze. Fu stata un'esperienza positiva e interessante soprattutto dal punto di vista professionale, anche grazie al vivace clima di collaborazione che si era instaurato con il personale della segreteria e con i magistrati.Oggi ho un contratto a tempo determinato con la Camera di commercio di Venezia presso la sede di Marghera: ho trovato questo lavoro rispondendo al bando pubblicato sul sito della Camera di Commercio.  Insieme ad altre colleghe gestisco l'albo dei Promotori finanziari del Veneto, del Friuli e della provincia di Trento: un'attività a livello impiegatizio, che mi impegna dalle otto e mezza del mattino alle cinque e mezza del pomeriggio. Lo stipendio che prendo mi basta, anche perchè vivo ancora coi miei: da Bassano del Grappa a Marghera sono 75 km, un'oretta di viaggio all'andata e un'oretta al ritorno. Per spostarmi uso il treno, come quando facevo lo stage in Corte dei Conti, perchè è il mezzo più economico. E intanto continuo a studiare per l'esame di Stato: dovrò ritentarlo a dicembre perchè quest'anno la commissione di Firenze non è stata clemente coi candidati!Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, vedi anche gli articoli:- «GoStage e GoTraining, le opportunità di stage promosse da Fondazione di Venezia e Veneto Lavoro»- «Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Elena Bovolenta e la biblioteca della Venice International University»- «Progetto GoTraining, le voci degli «ex»: Aureliano Mostini, lo stage mi ha aperto la strada del lavoro»

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