Jobs Act, cosa c'è scritto davvero nel testo appena approvato dalla Camera

La riforma del lavoro di Matteo Renzi procede ben più velocemente del previsto. L'altroieri il disegno di legge "Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro" - cioè il cosiddetto Jobs Act - è stato approvato alla Camera e dunque ora torna in Senato. I senatori dovranno approvare le modifiche apportate dai deputati. La novità più importante è che l'innegabile protagonista del dibattito, l'articolo 18, finalmente appare nel testo, mentre nella versione licenziata dal Senato nemmeno veniva nominato. Neanche in questa, a dir la verità, è citato esplicitamente: però almeno si smette di sottintendere e si trova un riferimento chiaro ai licenziamenti economici e a quelli disciplinari.Che l'articolo 18 sia stato il protagonista del dibattito su questa riforma è qualcosa, a dire il vero, di poco ragionevole - anzi quasi assurdo. Perché questo famoso articolo - detto "di tutela reale" contro i licenziamenti - che prevede, secondo lo Statuto dei lavoratori del 1970 e dalle sue successive modifiche, la possibilità per i tribunali di reintegrare i lavoratori nello stesso posto di lavoro da cui sono stati licenziati, ovviamente solo in quei casi in cui il giudice ritenga che vi sia stato qualche vizio nel licenziamento, non è che un aspetto infinitesimale della nostra legislazione sul lavoro. Non riguarda che poche centinaia di persone all'anno, tutte assunte a tempo indeterminato, tendenzialmente tutte adulte o addirittura anziane. Assurdo dunque che si siano sprecate le prime pagine dei giornali su questo tema anziché su molti altri che sarebbero potuti essere migliorati nel testo del Jobs Act: ma in Italia va così, l'ideologia "tira" molto più della ragionevolezza, e allora a tutti - destra e sinistra, parti datoriali e sindacati - fa comodo semplificare lo scontro utilizzando una bandiera, un tema sintetico che scalda gli animi e infuoca i talk show.Che dire? Ormai è andata così, bisogna rassegnarsi a questa ciclica polarizzazione dello scontro sul lavoro e cercare di approfondire per conto proprio, evitando le semplificazioni della maggior parte dei media, per capire cosa davvero potrebbe cambiare con l'entrata in vigore delle norme contenute in questo Jobs Act. Il testo adesso attende l'ultimo ok, quello del Senato, e Matteo Renzi già pensa di riuscire ad approvarlo nella prima metà di dicembre, per poi partire a spron battuto con la stesura dei decreti attuativi di questa legge delega (che qualcuno mormora siano già pronti in bozze, anche se il ministero del Lavoro giura di no). Perché forse è bene ricordare che il Jobs Act, di per sé, dice quel che si farà in linea generale: si può dire che riassuma i valori e le idee sulle quali l'esecutivo si impegna a muoversI quando andrà a generare - attraverso vari decreti legislativi - questa riforma del lavoro tanto annunciata.E allora vediamo le principali modifiche apportate dalla Commissione lavoro della Camera al testo che era stato approvato in Senato all'inizio di ottobre, e che ieri sono state vidimate dal voto favorevole dell'aula di Montecitorio.La prima modifica rilevante si trova al comma 2 lettera b3, in cui si legge in un certo senso la promessa che i cococo e i cocopro verranno progressivamente aboliti: il testo del Senato parlava di «universalizzazione del campo di applicazione dell'ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa e con l'esclusione degli amministratori…» mentre alla Camera lo hanno modificato aggiungendo tre parole: «universalizzazione del campo di applicazione dell'ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, fino al suo superamento, e con l'esclusione degli amministratori…». Dunque le tre parole in più sono «Fino al suo superamento»: il superamento della tipologia di collaborazione coordinata e continuativa, cioè cococo e cocopro. In favore, nelle intenzioni del legislatore, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.Una seconda modifica di rilievo riguarda l'interazione tra sistema pubblico e sistema privato sul tema dei servizi per l'impiego: in particolare il Senato prometteva una «valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d'incontro tra domanda e offerta di lavoro…» mentre la Camera rivendendo il comma 4 lettera n ha ampliato il senso di questa frase: «valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati nonché operatori del terzo settore, dell'istruzione secondaria, professionale e universitaria, anche mediante lo scambio di informazioni sul profilo curriculare dei soggetti inoccupati o disoccupati, al fine di rafforzare le capacità d'incontro tra domanda e offerta di lavoro…». Una modifica interessante che va a includere per esempio gli uffici stage e placement universitari, finora abbastanza ignorati dalla politica.Terza modifica degna di nota, quella che riguarda i futuri rapporti tra l'Agenzia nazionale per l'impiego prossima ventura e l'Inps: qui il testo del Senato prometteva sinteticamente una «previsione di meccanismi di raccordo tra l'Agenzia e l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale», mentre la Camera (lettera r) ha voluto specificare meglio: «previsione di meccanismi di raccordo e di coordinamento delle funzioni tra l'Agenzia e l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), sia a livello centrale che a livello territoriale, al fine di tendere a una maggiore integrazione delle politiche attive e delle politiche di sostegno del reddito».E dopo qualche altra modifica più che altro formale, si arriva alla vera novità del testo. Le due scarnissime righe riguardanti il contratto a tutele crescenti, e sopratutto al contenuto di queste tutele in caso di licenziamento - previste dal Senato, «previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio», acquistano dopo il lungo dibattito una forma più definita, che vincola maggiormente il governo ad attenersi alla linea tracciata dal Parlamento. Il testo formulato dalla Commissione Lavoro della Camera, al comma 7 lettera c, è ora il seguente: «previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio, escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l'impugnazione del licenziamento».Infine una modifica interessante è quella apportata al comma 13, nel solco della nuova attenzione all'efficacia dei provvedimenti legislativi: si legge infatti nell'aggiunta della Camera che «il monitoraggio permanente degli effetti degli interventi di attuazione della presente legge, con particolare riferimento agli effetti sull'efficienza del mercato del lavoro, sull'occupabilità dei cittadini e sulle modalità di entrata e uscita nell'impiego, anche ai fini dell'adozione dei decreti di cui al primo periodo, è assicurato dal sistema permanente di monitoraggio e valutazione istituito ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 28 giugno 2012, n. 92, che vi provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Sempre sperando che i dati siano disponibili, che le pubbliche amministrazioni li condividano tra loro in maniera celere, che vengano interpretati in correttamente e senza faziosità: e che si abbia poi il coraggio di correggere in itinere i punti che si rivelino eventualmente meno funzionali del previsto.Ma il punto fondamentale da tenere bene a mente è che la partita del Jobs Act non è affatto chiusa, e che non lo sarà neanche a metà dicembre quando prevedibilmente arriverà l'ultimo ok del Senato. La partita si giocherà su ciascuno dei singoli decreti legislativi di attuazione, perché sarà in questi testi - scritti dal governo - che staranno veramente le nuove regole sul lavoro che Renzi vorrà mettere in campo.

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Il Jobs Act punto per punto

Sette pagine. Tanto è lungo il "Jobs Act", la riforma del lavoro che il governo Renzi sta portando avanti in Parlamento. Qualche giorno fa il Senato l'ha approvato, con un voto di fiducia, proprio a ridosso dell'incontro a Milano di tutti i capi di stato e di governo sul tema dell'occupazione. Ora la discussione si sposta alla Camera. Ma cosa c'è scritto in questo Jobs Act? Innanzitutto è bene sapere che non si tratta di una legge "normale", cioè di un testo normativo che viene approvato dai due rami del Parlamento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e da quel momento diventa operativo. No. Il Jobs Act è una legge delega: un testo cioè in cui il Parlamento autorizza («delega», appunto) il governo a legiferare su un certo tema, fornendo ovviamente una traccia e un confine a cui il governo dovrà attenersi. Dunque si può pensare il Jobs Act come una partita in tre fasi. Le prime due sono l'approvazione al Senato (avvenuta) e quella alla Camera (in fieri), che però potrebbero necessitare di tempi supplementari perché se la Camera modificherà anche solo una parola del testo approvato dal Senato, ci sarà bisogno di un nuovo passaggio di approvazione da parte di quest'ultimo. Siamo infatti - ancora per poco, forse - una democrazia organizzata come bicameralismo perfetto, e dunque tutte le leggi devono essere approvate da entrambi i rami del Parlamento in maniera univoca. La terza fase, una volta ottenuta l'approvazione definitiva dal Parlamento, sarà giocata dal governo e in particolare dal Ministero del Lavoro: perché a quel punto la squadra di Renzi e Poletti dovrà scrivere i decreti che daranno gambe al Jobs Act - tutti entro un massimo di 6 mesi. Ma cosa prevede, in concreto, questa riforma del lavoro presentata come una rivoluzione dai suoi sostenitori e bollata come una peste bubbonica dai detrattori? Il Jobs Act è composto da un solo articolo, intitolato «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonchè in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro». Il cuore del testo si compone di 8 commi: sostanzialmente per ciascuno dei 4 macrotemi vi è un comma che dice "faremo questo" e il comma successivo che specifica "come lo faremo".Ecco come lo vedo io.Comma 1 e 2. Tra i criteri direttivi che il Parlamento fornisce al governo per elaborare il testo definitivo del Jobs Act sotto il profilo della riforma degli ammortizzatori sociali si trovano, per quanto riguarda gli strumenti di tutela in costanza di rapporto di lavoro, la «previsione di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese utilizzatrici», la «revisione dell’ambito di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e dei fondi di solidarietà» e «delle regole di funzionamento dei contratti di solidarietà», oltre che la sempreverde «semplificazione delle procedure burocratiche attraverso l’incentivazione di strumenti telematici e digitali». Per quanto riguarda il capitolo delle «strumenti di sostegno in caso di disoccupazione involontaria», il testo della legge delega prevede una «rimodulazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), con omogeneizzazione della disciplina relativa ai trattamenti ordinari e ai trattamenti brevi» e sopratutto una «universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa», cioè i cococo e i cocopro. A fronte di queste migliorie, è prevista l'introduzione di «meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo del soggetto beneficiario dei trattamenti» e un generale «adeguamento delle sanzioni e delle relative modalità di applicazione, in funzione della migliore effettività, secondo criteri oggettivi e uniformi, nei confronti del lavoratore beneficiario di sostegno al reddito che non si rende disponibile ad una nuova occupazione, a programmi di formazione o alle attività a beneficio di comunità locali». Insomma, i disoccupati verranno sostenuti di più, ma si dovranno anche dare da fare. Mi piace perché: si ripropone di «assicurare, in caso di disoccupazione involontaria, tutele uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, di razionalizzare la normativa in materia di integrazione salariale», cioè di garantire un sussidio di disoccupazione anche alla maggior parte dei tantissimi lavoratori che finora ne sono rimasti esclusi. Il tassello che mi lascia perplessa: innanzitutto il fatto che, pur essendo nelle intenzioni una riforma degli ammortizzatori sociali in senso universalistico, in realtà non prevede un sussidio universale, a tutti-tutti coloro che restano temporaneamente senza lavoro. Continueranno cioè ad esserci persone che non avranno diritto al sussidio. Inoltre anche l'allargamento non sarà immediato: il testo della legge delega prevede infatti «prima dell’entrata a regime, un periodo almeno biennale di sperimentazione a risorse definite». Quelle ultime due paroline, «risorse definite», rischiano di voler dire che l'estensione del sussidio ai nuovi beneficiari verrà prevista con una copertura finanziaria limitata, e una volta raggiunta quella cifra, chi lo richiederà resterà fuori. Un meccanismo simile è stato già utilizzato in passato, per esempio con i sussidi "una tantum". Ipotizzando una approvazione definitiva del Jobs Act entro la fine dell'anno, e una pubblicazione dei vari decreti legislativi prima dell'estate 2015, non si potrà parlare di sussidio di disoccupazione davvero esteso fino alla fine del 2018.Comma 3 e 4. Prevede il «riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive». Il governo dovrà mettere a punto il decreto legislativo corrispondente concordandolo con la Conferenza Stato-Regioni, ma è esplicitamente previsto che «in mancanza dell’intesa» il governo possa procedere autonomamente. Anche in questo caso il Parlamento impone al governo di rispettare alcuni criteri, tra cui per esempio la «razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione, e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto» e soprattutto la «istituzione […], di un’Agenzia nazionale per l’occupazione, di seguito denominata “Agenzia”, partecipata da Stato, regioni e province autonome, vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali». Tra i punti interessanti vi è il «rafforzamento delle funzioni di monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi» - finalmente un po' di accountability! - e la «valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati, al fine di rafforzare le capacità d’incontro tra domanda e offerta di lavoro», che si dovrebbe concretare attraverso «accordi per la ricollocazione che vedano come parte le agenzie per il lavoro o altri operatori accreditati, con obbligo di presa in carico, e la previsione di adeguati strumenti e forme di remunerazione, proporzionate alla difficoltà di collocamento, a fronte dell’effettivo inserimento almeno per un congruo periodo»: andando dunque a imparare là dove le competenze per il collocamento dei lavoratori ci sono davvero.Mi piace perché: è prevista una «valorizzazione del sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate» e una «semplificazione amministrativa in materia di lavoro e politiche attive, con l’impiego delle tecnologie informatiche […] allo scopo di rafforzare l’azione dei servizi pubblici nella gestione delle politiche attive e favorire la cooperazione con i servizi privati, anche mediante la previsione di strumenti atti a favorire il conferimento al sistema nazionale per l’impiego delle informazioni relative ai posti di lavoro vacanti»: forse potrebbe essere la volta buona per un'adozione su scala nazionale del progetto delle Mappe del lavoro.Il tassello che mi lascia perplessa: essenzialmente che questa Agenzia per l'occupazione, che dovrebbe andare a coordinare le attività dei centri per l'impiego, venga prevista tassativamente «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» e anzi: «al cui funzionamento si provvede con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente». Perché il problema dell'efficacia dei servizi all'impiego, oggi drammaticamente inefficienti, sta anche nello scarso numero e nella scarsa preparazione dei dipendenti di questo comparto.  E allora come si puà pensare che le risorse umane già esistenti, e già comprovatamente inadeguate, possano garantire a chi cerca lavoro «percorsi personalizzati» come avviene per esempio nei Paesi del centro e nord Europa?Comma 5 e 6. In questa parte del Jobs Act viene esposto un auspicio assolutamente condivisibile, la «semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese». Il parlamento chiede al governo di legiferare «con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione del medesimo rapporto, di carattere amministrativo» ed eliminando e semplificando le «norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi»: magari! Vengono predisposte anche l'«unificazione delle comunicazioni alle pubbliche amministrazioni per i medesimi eventi e obbligo delle stesse amministrazioni di trasmetterle alle altre amministrazioni competenti» e l'«abolizione della tenuta di documenti cartacei». Mi piace perché: perché se venisse davvero realizzato sarebbe una rivoluzione: solo il pensiero che venga introdotto un sacrosanto «divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono in possesso», anziché costringere i cittadini a fare file estenuanti, ping pong tra uffici, per consegnare documenti che di fatto la pubblica amministrazione già detiene, fa commuovere. Il tassello che mi lascia perplessa: vi sono nel testo riferimenti al contrasto alle dimissioni in bianco e al lavoro sommerso, e ciò è ovviamente un bene. Specialmente per il primo tema, però, la formula non è incisivissima: il testo promette «modalità semplificate per garantire data certa nonché l’autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro», ma non è molto chiara la seconda parte della frase, che recita «anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore». Il proposito di ispirarsi alla risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 14 gennaio «sulle ispezioni sul lavoro efficaci come strategia per migliorare le condizioni di lavoro in Europa» sarebbe poi anche buono, ma come fare con un numero così ridotto di ispettori del lavoro attivi? Nel comma successivo si fa, in effetti, riferimento alla «razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva» con l'istituzione di una «Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’Inps e dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle aziende sanitarie locali e delle agenzie regionali per la protezione ambientale». Basterà?Comma 7. Siamo al punto più controverso: in questo comma sta infatti il cuore della riforma del lavoro, con tutto il dibattito che si è essenzialmente concentrato sull'articolo 18. Che però, curiosamente, non viene nemmeno nominato; così come non vi è alcun cenno al testo normativo del quale esso fa parte, e cioè lo Statuto dei lavoratori. Il testo prevede di «riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo». Il governo Renzi si impegna - sempre entro i soliti sei mesi - a emanare un decreto legislativo «recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro». Il testo licenziato dal Senato prevede che alcuni contratti possano essere aboliti («individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali») per sostenere il contratto a tempo indeterminato «come forma privilegiata di contratto di lavoro» e cioè rendendolo finalmente «più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti». Mentre ora è esattamente il contrario: i contratti precari sono più convenienti di quelli stabili. La modalità attraverso cui Renzi si propone di centrare l'obiettivo è il «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio». E poi anche a livello di diritto del lavoro e di contenzioso si promette una azione decisa di semplificazione, con la «abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative».Mi piace perché: si fa riferimento alla «introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro». Qui il Senato ha apportato una modifica molto importante rispetto al primo testo di Jobs Act che era stato proposto dal Governo, allargando il raggio d'azione di questo compenso orario minimo ai cococo e cocopro.Il tassello che mi lascia perplessa: l'incertezza su quanti e quali tipologie contrattuali verranno soppresse, e quell'«eventualmente anche in via sperimentale» riferito al salario minimo: perché mai in via sperimentale? Se questa misura è già in vigore in oltre due terzi degli Stati europei, ed è stata recentissimamente introdotta anche in Germania, cosa ci sarà mai da sperimentare?Comma 8. Il Jobs Act parla infine di «genitorialità», prevedendo «la revisione e l’aggiornamento delle misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro», in particolare «nella prospettiva di estendere, eventualmente anche in modo graduale, tale prestazione a tutte le categorie di donne lavoratrici» (anche quelle al momento escluse). Tra i punti interessanti la «garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro» e la «incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti e l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro». C'è posto in questo comma anche per gli asili nido - si parla di «integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione dell’utilizzo ottimale di tali servizi da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti nel territorio in cui sono attivi» - e viene prospettata la possibilità di una revisione della legge che regola i congedi di maternità e di paternità, «per garantire una maggiore flessibilità dei relativi congedi obbligatori e parentali, favorendo le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro».Mi piace perché: è un bene che si parli di genitorialità, superando il preconcetto per il quale la conciliazione sarebbe un affare esclusivamente femminile.Il tassello che mi lascia perplessa: una eccessiva gradualità e i contorni troppo sfumati della delega: il congedo di paternità per esempio, che il governo Monti ha varato in maniera quasi offensiva prevedendo un solo giorno di congedo obbligatorio retribuito per i neopadri, verrà rivisto ed esteso oppure no? Inoltre, al posto di terminologie obsolete come il «telelavoro», avrei preferito si parlasse di «smart working» (dato che giace anche in Parlamento una proposta di legge bipartisan in tal senso).Eccolo qui, in sintesi ma non troppo, il Jobs Act di cui tutti parlano. Una misura eccezionale? Uno specchietto per le allodole? Una accozzaglia di buoni propositi che non vedrà mai la luce? Oppure un propulsore per proiettare il mercato del lavoro italiano nel futuro dei Paesi avanzati? Lo potrà dire solamente il tempo. Nel frattempo, noi qui sulla Repubblica degli Stagisti ci prendiamo come al solito con i lettori l'impegno di seguire passo dopo passo l'iter non solo della legge delega, ma anche di tutti i singoli decreti legislativi che dovranno rendere concreto e operativo il Jobs Act.Eleonora Voltolina

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Jobs Act, partite Iva, articolo 18 e molto altro: il ministro Poletti "a domanda risponde"

Si possono dire molte cose dell'attuale ministro del lavoro, tranne una: che si sottragga al confronto. Il passato nella rappresentanza di un settore ad alto tasso di dibattito - quello delle cooperative - certamente aiuta: sta di fatto che Giuliano Poletti affronta tutti i pubblici con energia e non schiva le domande. Ultima prova, l'incontro organizzato ieri a Milano dal circolo 02PD, dal titolo «Il lavoro, la nostra emergenza», strutturato proprio come un botta e risposta tra il pubblico e il ministro, con batterie di domande pre-selezionate e raggruppate secondo argomenti. Niente moderatore, pochi preamboli, una raffica di domande quasi a interrogatorio. E le risposte di Poletti? Eccole qui, a ruota libera, utili per capire meglio il Poletti-pensiero.Politiche industriali, efficienza dei centri per l'impiego, utilizzo dei contratti di solidarietà«Dobbiamo lavorare perché l'Italia riesca a usare al meglio i suoi potenziali» dice subito Poletti, perché «dove diavolo sta dal punto di vista turistico, culturale, artigianale un paese che ha una base di partenza come la nostra? Noi dobbiamo fare in modo di liberarlo da vincoli, pesi e condizionamenti che impediscono oggi di far partire le imprese». Poi il ministro fa un po' di autocoscienza: «La differenza tra me e Matteo Renzi sono un po' più di venti chili e un po' più di vent'anni; e non è certo un confronto facile. Io sono cresciuto in un'altra epoca, invece adesso la logica è “non fare quello che hai fatto fino a ieri”, dunque non fare le cose nel modo che però io fino a ieri pensavo giusto. Certe mattine quando mi sveglio mi pongo la questione: poi mi rispondo che alla fine tanto giusto non doveva essere, basta guardare dove ci ha portati». Così Poletti spiega l'adesione al metodo “cambiaverso” di Renzi, anche per quanto riguarda le politiche industriali: «Questo è un paese che ha sempre ragionato sulla logica degli incentivi, “aiutiamo a fare”: invece dobbiamo rimuovere gli ostacoli. Anziché dare una vitamina a un cavallo per fargli saltare un ostacolo, non è meglio togliere l'ostacolo? Certo. Non è stato fatto prima perché chi ha la vitamina può decidere quanta darne, quando e a chi». Uscendo dalla metafora: «Le politiche industriali non possono voler dire che è il governo a decidere se è meglio che cresca la domotica piuttosto che la robotica: noi dobbiamo togliere gli ostacoli in modo che ciascun settore possa svilupparsi come meglio riesce. Poi ovviamente in certi settori c'è la spesa pubblica che ha un effetto trainante, perché è un importante acquirente di determinati beni. Dunque dobbiamo bilanciare questi due elementi, la spesa pubblica e la rimozione degli ostacoli: insomma meno incentivi, più libertà». Passando al capitolo dei servizi all'impiego: «I servizi per il lavoro nel nostro paese non sono mai stati una priorità. I centri per l'impiego non sono che l'anagrafe della disoccupazione, non aiutano in maniera equa a trovare una opportunità di lavoro: e così la distribuzione del lavoro finora è stata diseguale». Per cambiare le cose bisogna rompere qualche tabù: «Il lavoro è un mercato. Noi invece abbiamo sempre considerato che avesse un valore tale che non poteva essere toccato dal privato: invece dobbiamo entrare in una logica in cui i servizi al lavoro si comprano, si pagano, e lo Stato li controlla. Vogliamo provare a lavorare insieme, Regioni e Stato, per avere una condivisione sui principi minimi. Lo Stato deve poter attuare una tutela dei diritti minimi dei cittadini, poter intervenire quando le regioni sono inadempienti rispetto alla erogazione di un servizio. Per questo serve una struttura nazionale unica». Poletti ricorda l'attuale frammentazione non solo delle competenze ma anche delle informazioni: «L'Inps ha i dati delle pensioni e della disoccupazione, ma non sa se sei iscritto al cpi. Facciamo un sistema informatico unico nazionale, in modo che tutti sappiano quel che c'è da sapere. Il sistema non porta via niente a nessuno ma funziona da infrastruttura per tutti». Infine sui contratti di solidarietà, quelli che nel momento in cui in un'azienda si profila una riduzione di lavoro e dunque di personale anziché procedere a licenziamenti si riducono le ore di tutti i dipendenti, il ministro spende parole positive: «Pensiamo sia una buona modalità quando un'azienda ha poco lavoro, il danno che soffre il lavoratore è minore rispetto al licenziamento». E aggiunge in maniera un po' inaspettata: «Si può usare anche in caso ci sia più lavoro, per permettere a un'azienda di assumere qualcuno in più. È chiaro che però si tratta di un meccanismo volontario, dunque se un'azienda non vuole utilizzarlo, non la si può obbligare». Secondo Poletti bisogna puntare a una «buona ed equa ed equilibrata distribuzione del lavoro tra i lavoratori», anche riprendendo in mano la questione giovani - anziani: «Con l'innalzamento dell'età pensionabile noi abbiamo alzato un muro. Ora dobbiamo costruire un meccanismo per cui qualcuno di quelli più anziani vada in pensione e faccia posto a qualche giorno. Lavorare full time fino a 67 anni e poi da un giorno all'altro non lavorare più per niente a me sembra una cazzata incredibile» si lascia scappare il ministro: «Dobbiamo anche cambiare la dinamica salariale: oggi si guadagna di più a fine carriera, bisognerebbe invece avere il massimo del guadagno quando si inizia, e si ha bisogno di più soldi per andare a vivere per conto proprio, maritarsi, metter su famiglia».Partite Iva utilizzate impropriamente nelle professioni sanitarie e negli studi professionali, illicenziabilità dei dipendenti pubblici anche se inefficienti, connessione tra Jobs Act ed Expo per permettere che i posti di lavoro creati da Expo si possano stabilizzare una volta finito l'evento.Per replicare a questo blocco di domande il ministro sceglie di partire dai lavoratori pubblici: «Dovremmo andare verso una logica unitaria di rapporto di lavoro; la differenza del pubblico è fondamentalmente che si accede al posto attraverso concorso. Ma molte altre cose dovrebbero essere analoghe al settore privato. Noi abbiamo cominciato a mettere mano a questo meccanismo, con la mobilità e i tetti di stipendio. Continueremo a lavorarci». E allarga il ragionamento al macrotema del mercato del lavoro e delle tipologie contrattuali: «L'Italia ha molti vizi storici, molte cose succedono perché le si lascia accadere. Noi abbiamo raccontato che il contratto a tempo indeterminato è quello fondamentale, giusto, su cui puntare. Siamo d'accordo tutti, fatto salvo il banale particolare che negli ultimi anni su 100 contratti, solo 15 sono a tempo indeterminato. Com'è possibile che i contratti che fanno a schifo a tutti quanti valgano l'85% del totale? Noi abbiamo pensato che se vogliamo che il contratto a tempo indeterminato vinca, dobbiamo metterlo in condizione di sbaragliare gli avversari. Dunque abbiamo pensato di dotarlo di una norma chiara e con una riduzione dei costi». Una sorta di antipasto rispetto a quel che dirà dopo, rispondendo alla domanda specifica sul Jobs Act. E per quanto riguarda le partite Iva? «Tutto il problema sulle finte partite iva e i cocopro viene dal fatto che questi contratti sono meno costosi e meno tutelati. É normale che l'imprendistore scelga quelli che costano di meno e sono più flessibili». Il ministro ribadisce la promessa di «cancellare una serie di tipologie contrattuali precarie: lo faremo. Lasceremo il contratto a termine, il contratto a tempo determinato. Lasceremo ovviamente anche la partita Iva, che peraltro dal punto di vista lessicale è una definizione che mi fa incavolare» scherza «perché noi siamo riusciti a far diventare delle persone un regime fiscale». L'orientamento del governo sembra quello di definire una serie di mestieri “compatibili” con la partita Iva: «Dobbiamo stabilire delle modalità che permettano di definire i mestieri che si possono e non si possono fare in termini professionali. La segretaria o il muratore non sono mestieri che si possono fare a partita Iva. Una infermiera può lavorare a partita Iva in un ospedale? Non credo proprio. Stiamo valutando se si possa percorrere questa strada, la discussione è ancora in corso, é uno dei temi su cui stiamo ragionando». In generale il ministro afferma che la lotta alle tipologie contrttuali farlocche va combattuta sul frinte della convenienza «Bisogna ridurre l'opportunità, ridurre la differenza di costo, e quando ti becco ti legno»: perché «ci sarà una semplificazione. E quando l'avremo fatta, chi sbaglia pagherà». Le partite Iva sono anche nella legge di stabilità: «La logica della norma, lunga ben dieci pagine, è che una persona che lavora a partita iva con un reddito limitato, può avere una forfettizzazione; così diamo una mano alle partite iva nuove, più giovani, che sono anche una risposta alla disoccupazione. Abbiamo deciso di aiutarle dal punto di vista fiscale e burocratico». Oltre a quelle finte, però, Poletti dice di non voler ignorare quelle vere: «Preoccupandoci di quelle false, le altre le abbiamo un po' dimenticate». Qui dunque bosogna puntare alla «valorizzazione delle vere partite Iva» attraverso «uno di quegli atti di “pulizia” necessari che servono a semplificare e chiarire. Vogliamo pulire il mercato e dare a ognuno ciò che è ragionevole». E il discorso va allargato al «metodo che si usa in Italia per fare le leggi. Noi ci siamo inventati i contratti parasubordinati, creando poi intorno regole incorporate una nell'altra per definire cosa si può fare e cosa no all'interno di questi contratti, e allora anche i controlli diventano impossibili. Non vogliamo fregare quelli che legittimamente fanno i professionisti, ma non vogliamo permettere all'imprenditore di inquadrare come partita Iva il suo lavoratore, facendogli fare una o due fatture al mese».Jobs Act, effetti della semplificazione della licenziabilità sugli stipendi, rapporto tra decreto Poletti e Jobs Act, primi risultati del decreto poletti sull'apprendistato, associazioni sindacali«Non sono convinto che le cose che stiamo facendo indichino una significativa semplificazione della licenziabilità» esordisce Poletti in risposta a questo blocco di domande: «In più oggi il salario è fissato dai contratti di lavoro, dunque un imprenditore non può fissare il salario a seconda di come va il mercato: il contratto rappresenta un elemento di tutela. Ma se in questo Paese vogliamo avere più lavoro abbiamo bisogno che le aziende scommettano sul futuro e decidano di crescere. E l'Italia purtroppo non è particolarmente amica di chi vuole fare l'imprenditore sul serio» e qui il ministro fa l'esempio della lentezza della giustizia civile: «In Italia funziona al rovescio, chi non paga un fornitore lo guarda e gli dice “cosa fai, mi porti in tribunale?”. Questo è un elemento velenoso del sistema. La confusione che abbiamo nel versante del diritto del lavoro, del fisco, del diritto ambientale porta agli stessi nefasti risultati». La ricetta che propone Poletti è quella di mettere in pratica più velocemente e fedelmente le normative europee: «Siamo in Europa: dunque approviamo le normative europee, le applichiamo subito traducendole in maniera letterale, senza ritardi e cambiamenti come finora invece è stato». Sul tema della sovrapposizione tra lavoro a tempo determinato e tempo indeterminato, Poletti ammette: «Non siamo ancora arrivati a risolvere questo problema. Il tema si pone, lo risolveremo in sede di decreto attuativo. Noi dobbiamo sempre prevedere tutti gli effetti che a lato della norma si provocano: insomma di esodati non ne vogliamo più fare, se si può». Il ministro pensa che «tendenzialmente i due contratti possano essere incrociati. Non totalmente sommabili, ma dovremo trovare un punto di incrocio, dando la possibilità di “traslocare” nel contratto a tutele crescenti dopo qualche periodo di tempo determinato. Costruiremo un meccanismo che sia conveniente sia per il lavoratore sia per l'impresa: non so ancora quale sarà il punto di caduta dell'atto ma la logica sarà questa». Rispetto all'associazionismo, infine, si rammarica: «È un articolo della Costituzione che non è mai stato praticato, per paura che normare questa materia limitasse la libertà. Che ci sia una qualche regola che stabilisca che una organizzazione risponda di quello che fa, a me sembra giusto. ostruire quattro punti cardinali di riferimento»Jobs Act, articolo 18 e pregiudizio ideologico, reintegro, accesso al credito per i precari, confronto con politiche di Francia e altri Paesi europei«Innanzitutto noi non togliamo niente a nessuno» mette le mani avanti il ministro entrando nel vivo della discussione, «dato che chi ha il vecchio contratto se lo tiene. Nel contratto a tutele crescenti che stiamo pensando è vero che c'è un raggio di azione del reintegro effettivamente più ristretto», e questo desta scalpore perché in Italia è piuttosto radicata la convinzione «che solo attraverso il giudizio di un tribunale ci sia la giustizia». Ma il discorso va inquadrato un po' più da lontano, perché se si pensa che una volta perso il lavoro non se ne troverà facilmente un altro, è naturale percepire il diritto al reintegro come fondamentale. Ma se invece cambia l'assetto generale del mercato del lavoro? «Noi in Italia abbiamo una storia di tutele attraverso trasferimenti monetari: se c'è un problema aziendale, stai a casa e io ti dò un po' di soldi per un tot di anni. In Italia gli ammortizzatori sociali costano 24 miliardi di euro, di cui 9 pagati da aziende e lavoratori e 14 pagati dalle tasche degli italiani. Forse é ora di capire che quei 24 miliardi vanno spesi meglio. Dobbiamo uscire dalla logica di pagare la gente per rimanere inattiva, questa situazione è tossica. Noi dobbiamo spingere le persone a uscire fuori, a ricercare una nuova occupazione, rinnovare le proprie competenze. Ci sono persone che restano 8, 10, 12 anni a carico dello Stato. È giusto che ai padri venga garantito questo genere di assistenza, e ai figli no?». Il ministro cita indirettamente la Cgil, facendo riferimento a coloro che chiedono che il sistema resti il medesimo per le vecchie generazioni, e venga esteso anche alle nuove: «Non ci sono fondi per estendere questo sistema; dobbiamo invece riformarlo, secondo criteri di equità ed efficienza». Detto in parole povere, «Se sei disoccupato ti aiuto a campare ma anche a ritrovare una nuova occupazione», oppure un po' meglio: «Dobbiamo fare una operazione di ricostruzione di un meccanismo di ammortizzatori sociali che devono andare verso l'universalizzazione». Scardinando il più possibile il concetto della passività: «Se tu cittadino ricevi qualcosa dalla comunità, devi ridare qualcosa: innanzitutto la disponibilità». Disponibilità a presentarsi al centro per l'impiego, andare a colloqui, corsi di formazione, accettare nuove opportunità di lavoro. E qui il cerchio si chiude: «In un contesto come questo il tema del reintegro perde la sua virulenza, perché chi resta senza lavoro non viene più abbandonato, ha una tutela per quanto riguarda il reddito e una tutela nei termini di ricollocamento al lavoro». Il ministro cita la Germania, un Paese dove il reintegro è previsto: «Lì anche di fronte a una sentenza di reintegro sia l'azienda sia il lavoratore possono rivolgersi a un altro magistrato per far verificare che sussistano le condizioni di fiducia per poter continuare il rapporto di lavoro. Si sono dunque posti il problema della natura del rapporto di collaborazione tra un lavoratore e un datore di lavoro».Poletti passa poi al tema dell'accesso al credito: «Prima o poi bisognerà che le banche si sveglino: se l'80% dei contratti oggi è precario dovranno adeguarsi, o nuovi soggetti arriveranno a soddisfare quella domanda di credito da parte di chi non ha molte garanzie da offrire. Già sono arrivate le banche virtuali, con il conto che non costa. L'innovazione distrugge il vecchio, bisogna inventarsi il nuovo: nel caso delle banche bisognerà che ricostruiscano il sistema finanziario».Garanzia Giovani, riforma del titolo V«Francia e Italia sono i due paesi europei che hanno visto approvato il loro programma a luglio, di solito arriviamo ultimi, invece stavolta siamo stati tra i primi» esordisce Poletti parlando della Garanzia Giovani, il grande programma di matrice europea per l'occupabilità dei giovani senza lavoro che considera molto importante come segnale di attenzione alle nuove generazioni: «Fino a Garanzia Giovani dei ragazzi italiani nessuno si era occupato». E però «noi siamo partiti da una situazione molto complicata perché non abbiamo servizi per l'impiego che funzionano. Siamo partiti facendo una scommessa che ora proviamo a vincere: facciamo il progetto e contemporaneamente costruiamo la macchina per gestirlo. Perché noi la macchina» cioè la rete di servizi all'impiego funzionante su tutto il territorio nazionale «non ce l'avevamo. Ma abbiamo scommesso insieme alle regioni di far partire lo stesso l'iniziativa lo scorso maggio». La Garanzia Giovani stenta però a decollare: «Siamo a 250mila giovani iscritti. C'è chi dice che sono pochi, ma quanti stadi servirebbero per contenerli tutti? Ci accusano di non aver fatto un clicday, e meno male perché poi succedono i disastri coi server. La verità è che Garanzia Giovani oggi ha un problema naturale: abbiamo più iscrizioni nei posti dove abbiamo più disoccupati, che sono proprio i posti dove ci sono meno opportunità. A Milano ci sono più aziende disponibili a far fare uno stage piuttosto che a Catanzaro o a Enna». La sfida insomma è mettere in funzione un sistema funzionante di politiche attive per il lavoro: «Dobbiamo costruire da zero il servizio e le opportunità. Siamo convinti che se riusciamo a far andare in porto questa operazione, stiamo costruendo i nostri nuovi servizi all'impiego». Poletti non nasconde che ci siano Regioni molto indietro con l'implementazione dei servizi di Garanzia Giovani: «Ci stiamo interrogando su cosa fare con lquelle che non stanno facendo quello che dovrebbero, per garantire ai giovani di quei territori lo stesso diritto di “garanzia”». Il problema sono le competenze, che per quanto riguarda la formazione professionale e i servizi all'impiego dalla fine degli anni Novanta sono in capo alle singole Regioni: «Il problema oggi è che a normativa data il potere di intervento è limitato a casi di eclatante gravità. Fino ad ora siamo andati avanti con accordi con le Regioni, ora stiamo pensando a come mettere in atto operazioni di sostituzione. Il primo round ci dice che rischiamo di aprire un conflitto di competenze di fronte alla Corte costituzionale e se ne riparla tra cinque anni. Praticamente la metà del lavoro della Corte costituzionale» aggiunge sconsolato il ministro «è focalizzata sul dirimere contrasti tra stato e regioni». Qualcosa però in futuro potrebbe cambiare: «Sicuramente con il nuovo assetto del titolo V questo aspetto è affrontato, perché ci sono meccanismi molto più dinamici di sostituzione». Per chiudere il ministro snocciola alcuni dati numerici: «Dei 250mila giovani registrati già 60mila hanno fatto i colloqui» ammette che il problema da affrontare di petto adesso «è quello delle opportunità» e si toglie anche qualche saassolino dalla scarpa: «Abbiamo anche il problema di gestire questi progetti in maniera coerente con un impianto burocratico europeo che chiede cose spropositate».La modalità della raffica di domande sembra aver soddisfatto tutti. È quasi mezzanotte, un applauso e tutti a casa.

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Riforme sbagliate e pochi investimenti, ecco perché in Italia non c'è lavoro

Non è difficile spiegare perché in Italia non c'è lavoro, più complicato proporre la ricetta giusta sul "come si può fare per crearlo". Ci prova Romano Benini nel suo ambizioso "Nella tela del ragno", un libro che oltre a interrogarsi sul fallimento delle politiche italiane in tema di economia e lavoro, prova a proporre le possibili vie d'uscita. Grazie al punto di vista privilegiato dell'autore, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma e consulente delle maggiori istituzioni e agenzie per il lavoro italiane, è più facile capire quali siano state le cause che hanno portato il Paese al collasso.Per prima cosa, una serie di riforme inefficaci, che non hanno seguito la direzione e le strategie tracciate nel 2000, a Lisbona, dai capi di stato europei. «Era chiaro già allora» spiega Benini «che bisognava mettere al primo posto le competenze delle persone. La proposta condivisa era stata quella di investire sul capitale umano e sulla riqualificazione del lavoro: a differenza di altre nazioni, l’Italia non l’ha fatto e purtroppo oggi ne paghiamo le conseguenze. Le nostre riforme si sono rivelate fallimentari: a che servono gli interventi sulla flessibilità se non ci si occupa del mercato del lavoro?». Procedendo a ritroso nel tempo l'autore si sofferma sul Rinascimento italiano, «il primo a definire e a diffondere in Occidente un'idea di benessere e di sviluppo legata al lavoro, alla conoscenza e alla solidarietà». Le stesse peculiarità che servono oggi per rilanciare il Paese. «C’è bisogno di un nuovo Rinascimento» aggiunge l'autore «ma per attuarlo è necessaria rompere con il passato, con le burocrazie medievali che imperversano. Il lavoro, e non più la rendita, deve tornare al centro del sistema». Parte del libro è dedicata al confronto con alcuni stati europei, alla capacità che questi paesi, a differenza dell'Italia, hanno avuto nell'investire sulle persone.Nel decennio 2003-2013, ad esempio, la Germania ha scalato posizioni nella classifica delle Nazioni Unite che tiene conto dell'indice dello sviluppo umano (welfare, sanità, formazione, lavoro), passando dal 25° al 5° posto. Nello stesso periodo l'Italia è scesa dal 18° al 26° posto. E la situazione peggiora se si confrontano gli investimenti sul lavoro. «Sui Centri per l’impiego» spiega l'autore «l’Italia impiega 600 milioni di euro, in Francia 6 miliardi, ben 9 miliardi in Germania, sono differenze pazzesche. Per l’inserimento di un disoccupato, con l’attivazione di servizi che mirano a fare incontrare domanda e offerta di lavoro, l’Italia spende 70 euro all’anno, contro i 1400 euro della Francia e i 1700 della Germania. Si è investito pochissimo anche sull'accompagnamento al lavoro, vale a dire tirocini, e intermediazione, mentre ai corsi formativi, numerosi e in molti casi assolutamente inutili, lo Stato ha destinato milioni di euro». Quando i paesi europei raddoppiavano gli investimenti in formazione, mercato del lavoro e interventi a favore dei giovani, l'Italia li dimezzava, dimostrando ben poca lungimiranza. A rallentare in qualche modo il patatrac nostrano, è stato l'enorme risparmio privato, di gran lunga superiore rispetto a Francia e Germania. «Ma il fieno in cascina prima o poi finirà e, forse, solo allora le cose cambieranno». A metà del libro l'autore cambia registro. Trapelano fievoli spiragli di luce, è la ricetta del "come ne usciamo" proposta da Benini, che individua in quattordici parole chiave «gli indicatori per misurare cosa abbiamo e cosa serve per creare lavoro e sviluppo». Dalla capacità alle competenze, dall'orientamento alla progettazione. Serve una strategia concreta che metta al centro il capitale umano. Quello che hanno fatto alcune aziende italiane, mosche bianche che in tempo di crisi sono riuscite a ritagliarsi uno spazio di mercato importante, magari puntando sull'export «perché in giro per il mondo c'è tanta voglia di Made in Italy».Nelle pagine finali, l'autore propone il decalogo delle "cose da fare subito”: dal corretto utilizzo dei fondi europei al riordino istituzionale, che definisca un sistema nazionale del lavoro capace di andare oltre le divisioni regionali imposte dal Titolo V della Costituzione. Serve uniformare il sistema dei servizi per il lavoro, con la creazione di un modello nazionale condiviso; promuovere un piano per l'apprendimento delle arti e dei mestieri del Made in Italy, in collaborazione con regioni e organizzazioni d'impresa. E ancora, rafforzare gli strumenti di accesso al credito e ridurre l'Iva e le imposte, che gravano sul costo del lavoro. Un'impresa titanica, ma essenziale per cambiare passo. «L'ostacolo più grande è scardinare le lobby che hanno tarpato le ali a un paese capace ma inerte. Quindi, occorre invertire la tendenza all'autocommiserazione e ritrovare il buon umore che ci ha sempre contraddistinto». La chiosa è dedicata al governo Renzi: «Mi auguro che questo esecutivo possa attuare riforme sul lavoro efficaci, i primi segnali sono positivi, ma servirà del tempo prima di ottenere qualche buon risultato».

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Università, la proposta dei ricercatori Adi: «Abolite gli assegni di ricerca»

Professori praticamente mai: le speranze di arrivare al traguardo, per i "giovani" - le virgolette sono d'obbligo, visto che si parla anche di quarantenni - che lavorano all'interno delle università e in particolare per chi è assegnista di ricerca, sono minime. Molto difficile è infatti passare dal primo step della vita del ricercatore, quello dell'incarico di indagare su un tema di interesse scientifico, alle fasi successive dei contratti a tempo determinato a due livelli, a o b (l'indeterminato è stato abolito dalla riforma Gelmini). Secondo i calcoli dell'Adi, associazione dottorandi di ricerca, ci riesce appena un risicato 3% di quei 15mila assegnisti recensiti nel 2013 in tutto il paese. Se si conta che in questo momento i titolari di contratti di ricerca in scadenza non superano le 2mila unità («forse 2500» ipotizza Antonio Bonatesta, segretario Adi), si fa presto a capire che il numero è destinato a contrarsi ulteriormente. Ed è probabile, lo lasciano intuire le dichiarazioni di Bonatesta raccolte dalla Repubblica degli Stagisti, che con il tempo la figura del ricercatore si indebolisca sempre più, con conseguente chiusura di atenei e corsi di laurea: «È questo l'obiettivo politico». Il problema del settore non è tanto - o solo - la retribuzione da fame: dietro la fuga all'estero dei migliori cervelli italiani c'è soprattutto l'assenza di concrete prospettive di carriera. «Esiste una specie di cursus honorum che noi chiamiamo via crucis» scherza il segretario, composto sostanzialmente da quattro passaggi: dopo il dottorato, con o senza borsa di studio (con cifre intorno ai mille euro mensili per i più fortunati), nella migliore delle ipotesi ci si aggiudica un assegno di ricerca, con importi tendenzialmente sempre al di sotto dei 1500 euro mensili. L'assegno è annuale e rinnovabile per quattro anni. In mezzo, una giungla di figure ancora più precarie, che non valgono neppure per arricchire il curriculum: quelle di chi fa ricerca a titolo gratuito per una cattedra («ci siamo passati tutti per sei mesi o un anno»), o dei borsisti e collaboratori, ovvero quelli che - forti di un piccolo contratto post laurea di qualche mese - «collaborano a programmi di ricerca». Un insieme folto, perché nel 2013 erano circa un terzo del personale non strutturato impegnato in attività di ricerca: 8mila collaboratori e 500 borsisti su circa 24mila, secondo il rapporto Anvur 2014. E sopratutto un insieme segnato dall'inizio dalla mancanza di sbocchi: questi ricercatori in erba sono fuori dal sistema, non sono parte di quel 'cursus honorum', ma solo «un esercito di riserva di precari completamente flessibile e sostituibile», come riassume il rappresentante Adi. Oggi dunque già ottenere un assegno di ricerca rappresenta un passaggio importante - sempre che poi non si venga espulsi dal sistema, come accade per la quasi totalità degli assegnisti («il 97%» ribadisce Bonatesta). Alla conclusione del periodo di assegno potrebbe infatti capitare la fortuna di firmare un contratto a tempo determinato, prima il cosiddetto RTDa e poi - se va bene - l'RTDb. Senza garanzie, però. Nella maggior parte dei casi invece l'ex assegnista si ritrova fuori dal mondo accademico, a dover ricominciare «occupandosi di tutt'altro», spesso buttando via gli anni passati sui libri. Una situazione che colpisce non giovani freschi di laurea, ma «persone intorno ai quarant'anni e anche oltre». Per chi intraprende la carriera accademica la gavetta «dura almeno dodici anni: tra dottorato, assegno di ricerca e contratti a tempo determinato a loro volta rinnovabili di tre anni». L'identikit del «giovane ricercatore precario» è quello di uno studioso che ha «dai 30 ai 45 anni», e per cui il percorso verso una cattedra che non arriva quasi mai può oltretutto interrompersi in qualunque momento. Il turnover è peraltro praticamente bloccato: «È al 50%, se vanno in pensione dieci professori, ne entrano in cambio cinque». Dulcis in fundo, non è escluso che, dopo l'abilitazione professionale e il concorso, si resti nel perenne limbo dell'attesa che un'università apra il reclutamento. Eppure, in un quadro così degradante, a detta dell'Adi una soluzione ci sarebbe: superare la figura dell'assegnista di ricerca, semplificando tutte le figure intermedie compresi borsisti e collaboratori e introducendo al loro posto un contratto da «professore junior che contenga in sé la clausola tenure track», al momento già parte dell'infatti ambitissimo RTDb. Un modello statunitense: al ricercatore si dà la certezza di un futura assunzione come professore, ma alla condizione che il suo iter sia considerato qualificato e si guadagni un feedback positivo dalla comunità scientifica. Insomma una clausola di meritocrazia. Che potrebbe funzionare anche da antidoto al familismo, come chiarisce un dottorando alla Luiss: «Non è possibile, realisticamente, eliminare la cooptazione dal sistema di reclutamento delle università: è normale che un professore coinvolga nel suo progetto persone che conosce e stima». Ciò che serve è «il criterio del merito nella selezione, di cui devono essere responsabili soggetti terzi, magari le aziende». Il governo, con la legge di Stabilità, sta invece imboccando un'altra direzione. «Quello che viene presentato come un provvedimento per la ripresa del reclutamento dei giovani ricercatori è in realtà creazione di nuovo precariato, pagato con nuove rinunce sul versante delle garanzie di stabilizzazione» si legge nel comunicato Adi lanciato nel giorno di protesta a suon di flashmob in tutta Italia e rimbalzato sui social con l'hashtag #finoaquando?Il decreto punta al recupero dell'organico dei ricercatori a tempo determinato di tipo 'a' cessati nell'anno precedente. «Una soluzione fittizia» è la critica dell'Adi, «perché i primi contingenti di RTDa termineranno il loro percorso solo nel 2016-17, l'effetto sarà differito» e riferito solo a quelle «tre regioni che nel 2013 detenevano da sole il 50% dei posti a bando, a fronte di moltissime altre che non hanno potuto farlo». Ma soprattutto aumenterà il precariato investendo sulla tipologia contrattuale meno garantita. Il contesto descritto non deve però spostare l'attenzione dalla questione centrale, che restano le risorse. Altrimenti ci ritroviamo «a fare riforme con le briciole» sintetizza Bonatesta. L'attacco dell'Adi è in particolare allo stanziamento da 150 milioni per la quota premiale (salito dal 13 al 18%), regalo per gli atenei migliori con cui si promuovono «meccanismi di finanziamento profondamente discriminatori»: l'Adi denuncia anche la poca chiarezza nei criteri di selezione, accusando il governo di voler «smantellare il sistema accademico nazionale mantenendo solo pochi nuclei autoproclamatasi di eccellenza». È davvero opportuno, chiede sarcasticamente l'associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, «fondare il funzionamento di gran parte del sistema accademico sul lavoro precario, privo di aspettative e colpito tanto nei progetti di vita quanto nella libertà stessa della ricerca?». Quando invece questi stessi ricercatori, se adeguatamente tutelati, potrebbero innescare il motore della ripresa economica? Ilaria Mariotti 

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Un tarantino a Cambridge: «Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perché in Italia no?»

Ci sono ancora pochi giorni, fino al 28 marzo, per candidarsi ai tirocini Leonardo Unipharma: 82 borse di studio per uno stage di 24 settimane presso un centro di ricerca europeo. Mario Iurlaro ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza all'università di Bologna e poi quella a Cambridge.   Ho 26 anni e sono nato e cresciuto a Taranto, città dei due mari... e dell'Ilva. Mi sono diplomato al liceo scientifico e sono "emigrato" a Bologna per studiare Biotecnologie. Ho sempre avuto una passione per la biologia, e nonostante qualche tentennamento, principalmente a causa dei dubbi sugli eventuali sbocchi lavorativi, Biotech è stata la mia prima e unica scelta. Andare via da Taranto è stata una mossa obbligata e il desiderio di indipendenza ha fatto il resto. A Bologna ho trascorso anni fantastici da un punto di vista personale e formativo. I miei genitori sono entrambi insegnanti di scuola, quindi non posso dire di aver seguito le loro orme - anche se mia madre è laureata in Biologia, e quindi in questo senso è riuscita a trasmettermi questa passione. A eccezione di qualche lavoretto occasionale, non ho mai avuto un impiego vero e proprio durante gli anni universitari e ho potuto mantenermi solo grazie al supporto dei miei genitori, che ho cercato di ripagare almeno in parte mantenendomi in linea con gli esami. Dopo la laurea triennale ho continuato con la magistrale in Biotecnologie molecolari. Questa è strutturata in maniera tale per cui la maggior parte degli esami sono concentrati nel primo anno, mentre il secondo è lasciato quasi interamente all'internato in laboratorio per la preparazione di una tesi scientifica. Dopo aver svolto i quattro mesi di internato richiesti per la triennale in un ottimo laboratorio di biologia molecolare a Bologna - un'esperienza molto positiva che mi ha fornito le basi della vita quotidiana in laboratorio - ho approfittato della possibilità di svolgere un ulteriore periodo di internato per la magistrale all'estero e mi sono trasferito per quasi un anno a Oxford, dove ho lavorato al dipartimento di Biochimica di un laboratorio che si occupa di genetica molecolare. È stata un'esperienza fondamentale per la mia formazione e che ha in parte indirizzato le mie decisioni, perché mi ha permesso di migliorare sensibilmente l'inglese, di conoscere un modo di lavorare diverso, di confrontarmi con culture differenti e di avere a che fare per la prima volta con la ricerca scientifica targata Uk. L'internato non era retribuito, e dall'università ho ricevuto una borsa di studio di mille euro complessivi per l'intera durata della tesi. Ho imparato molto durante quel periodo, avendo totale indipendenza lavorativa e responsabilità completa sul mio progetto di ricerca. Avrei avuto la possibilità di restare anche per il dottorato, ma non ero convinto al 100% di voler fare ricerca in quel particolare campo e quindi ho preferito rientrare in Italia e cercare altre alternative. Tornato a Bologna, mi sono laureato nel marzo del 2011, una settimana prima della scadenza per presentare domanda per la borsa Leonardo Unipharma Graduates, di cui avevo saputo tramite amici e anche attraverso servizio dell'università (AlmaLaurea). Mi hanno scelto e ho ottenuto una borsa di 4200 euro, per andare in un laboratorio a Cambridge specializzato in epigenetica. Prima di partire nuovamente per l'Inghilterra, nell'agosto del 2011, ho passato circa due mesi nello stesso laboratorio bolognese in cui avevo svolto il mio internato per la triennale, cercando per quanto possibile di dare una mano su un progetto che scaturiva dalla mia precedente esperienza lì. A Cambridge mi sono ambientato molto velocemente, anche grazie alla cospicua comunità italiana presente costituita anche da ex o nuovi vincitori di borsa Leonardo. Ho avuto un rapporto ottimo con il mio tutor, il group leader e con gli altri colleghi di laboratorio. Il progetto che mi è stato affidato era in linea con le attese e fortunatamente è stato molto positivo da un punto di vista scientifico. L'Inghilterra è un ottimo posto per fare ricerca perché è ben finanziata, il clima è stimolante, il lavoro è molto intenso ma non eccessivamente frenetico o competitivo. È per questo che durante questi mesi ho inviato alcune domande per borse di dottorato nell'area di Cambridge e Londra, tra cui una per la borsa Marie Curie che mi avrebbe consentito di rimanere nel laboratorio in cui mi trovavo. Ho avuto la fortuna di vincere, e la doppia fottuna che - poiché la borsa di dottorato aveva come inizio ottobre 2012 e la borsa Leonardo terminava invece parecchi mesi prima, a febbraio - mi venisse offerto un contratto di sei mesi con una retribuzione di circa 1400 sterline mensili, per rimanere nel laboratorio coprendo così i mesi tra le due borse e permettendomi di continuare a lavorare sul mio progetto di ricerca. In generale consiglio a tutti i neolaureati il progetto Leonardo perché permette di fare un'esperienza in un paese straniero, conoscere lingua e culture diverse, e apre molte porte a livello lavorativo. Attualmente sono al mio primo anno del PhD all'università di Cambridge, un'opportunità grandiosa che voglio sfruttare al massimo. La mia aspirazione è di continuare a lavorare nell'ambito della ricerca accademica e infatti tutte le mie decisioni sono state prese in funzione di questo desiderio. Allo stato attuale credo che essere qui sia la cosa migliore per la mia formazione e per la mia carriera. Mi piacerebbe un giorno tornare in Italia, ma solo a determinate condizioni - che purtroppo il sistema di ricerca italiano al momento non consente.  Molti dei miei amici sono o sono stati coinvolti in stage, e dai loro commenti deduco che la situazione non è delle più rosee. Uno stage dovrebbe essere un periodo di formazione con lo scopo finale dell'assunzione dello stagista, ma troppo spesso diventa invece un modo per le aziende di avere lavoro a costo basso (se non nullo) da rimpiazzare poi con un successivo stagista, a prescindere dal suo valore e dalle sue qualità. Il problema non è avere il posto fisso perché quella è una mentalità superata che non è più conciliabile con il mondo lavorativo attuale, bensì ottenere una vera mobilità lavorativa in cui contratti possano essere anche brevi, ma ci sia la consapevolezza che chi vale trova qualcuno disposto ad assumerlo in base alle sue competenze. Molti dei ragazzi che hanno fatto il Leonardo a Cambridge in azienda sono stati assunti, con contratti di un anno o anche a tempo indeterminato, perché hanno dimostrato qualità che diventano poi valore aggiunto per l'azienda. Perché mandare via un buon dipendente? È talmente logico che c'è da stupirsi che le cose troppo spesso non funzionino in questa maniera nel nostro Paese. Nel campo della ricerca la situazione è ancora diversa, perché in Italia la maggior parte viene realizzata nell'università e tutto viene gestito a livello di concorsi statali: ci sarebbe da scrivere un libro sui problemi del sistema e sulle possibili soluzioni...Testo raccolto da Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Leonardo Unipharma, 80 tirocini ben pagati nei centri di ricerca europei- Università, ricerca al collasso: e il paradosso è che i dottorandi vengono considerati studentiE anche: - Enrico Florio, da stagista a "scienziato in azienda" in Dompé Farmaceutici- Laura, ingegnere chimico in Chemtex Italia    

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Università, ricerca al collasso: e il paradosso è che i dottorandi vengono considerati studenti

La ricerca è il fiore all'occhiello di un Paese: ma non in Italia. Basta leggere i dati pubblicati dal terzo rapporto Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) su dottorato e post dottorato, presentato a Roma a febbraio, per convincersene. Le borse, tanto per dirne una, hanno subito una decurtazione pari a oltre 200mila euro soltanto considerando gli ultimi cinque anni (quindi dal 2008 a oggi), e basandosi sull'analisi di ventuno università. «Il numero complessivo di borse è passato da 5.045 nel 2008 a  3.084 nel 2012, con una media per ateneo scesa da 245,4 a 185,7» denunciano Nevio Dubbino [nella foto sotto] e Chiara Orsi nell'illustrare le cifre emerse dalla loro analisi. Invece di investire, si taglia - proprio in un settore strategico per qualunque Paese scelga di guardare al futuro. Ignorando l'apporto delle scoperte scientifiche sulla vita dei cittadini. Ma c'è di peggio. Per il 2013 risultano banditi ben 3.030 posti per dottorati di ricerca senza borsa, su un totale di 12mila attivati in media ogni anno: uno su quattro in pratica è gratis. Addirittura alcune università hanno aperto un numero di posti privi di copertura finanziaria superiori a quelli accompagnati da borsa (fa eccezione solo la Puglia che, precisa lo studio, dal 2006 finanzia i dottorati senza borsa con fondi stanziati dalla Regione equivalenti a quelli ministeriali). E se prima la legge prevedeva che il numero di dottorandi senza borsa non potesse superare la metà dei posti retribuiti, dopo la legge Gelmini (240/2010) «questo limite è stato soppresso» accusano dall'Adi, «lasciando agli atenei ampia discrezionalità sul numero di borse da assegnare». Ma il povero ricercatore costretto a studiare gratis per contribuire al sapere della collettività non dovrà solo arrangiarsi per poter vivere. Dovrà anche rimediare i soldi per pagare le tasse (da cui il borsista è invece, paradossalmente, esente), in continuo aumento destinate a crescere ulteriormente. A differenza dello studente che versa le tasse universitarie, a cui il dottorando è di fatto assimilato (succede solo da noi e in Lituania ed è «un errore» tuonano i rappresentanti della categoria, «perché si tratta di lavoratori a tutti gli effetti»), il dottorando senza borsa è esonerato dalle tasse solo in base al merito e non anche al reddito. Il risultato è «una selezione per censo» tra chi ha alle spalle una famiglia con i mezzi necessari a sostenere per tre anni il dottorando e chi no. E poi «esiste estrema eterogeneità e discrezionalità nella determinazione dell’importo della tassazione, cosa che di fatto crea una duplice discriminazione legata anche alla sede in cui si vince il concorso». Vincerlo alla Sapienza di Roma comporta ad esempio un obolo fino a duemila euro, a Napoli al massimo 900, mentre a Trento l'iscrizione costa 140 euro e a Pavia 300. La proposta di Adelaide D'Auria e Valentina Maisto è «di eliminare le tasse per i dottorandi senza borsa», portando lo status di dottorando a quello di lavoratore. «Il percorso di dottorato è fatto non solo di formazione, ma di osmosi tra formazione e ricerca. Riconoscere lo status professionale è doveroso così come chiede la Carta europea dei ricercatori adottata da tutti i rettori italiani nel 2005, secondo cui l'attività professionale inizia – sempre e comunque – subito dopo la laurea». Per Adi il dottorato va trasformato in un contratto a causa mista, in cui il «dottorando è un lavoratore a tutti gli effetti coperto dal welfare». Considerare chi fa ricerca come un semplice studente ha i suoi riflessi anche sul piano della rappresentanza. In base ai calcoli di Viola Galligioni dell'Adi «solo nel 25% delle università pubbliche i dottorandi sono dignitosamente rappresentati, mentre quasi nella stessa percentuale di atenei le possibilità di partecipare alle attività degli organi di governo sono fortemente limitate. Hanno al massimo la possibilità di essere rappresentanti nei consigli di dipartimento, mentre in altri organi collegiali come il cda, il nucleo di valutazione e così via, sono perlopiù aggregati agli studenti, un corpo elettorale di gran lunga più ampio». Non è cosa da poco. «Dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato sono una parte fondamentale della comunità universitaria. Senza questa componente la ricerca - che, insieme all'insegnamento, è uno dei compiti degli atenei - non sarebbe possibile in molti campi». L'appello della Galligioni è deciso: «La comunità accademica dovrebbe smetterla di considerarli come soggetti esclusivamente produttivi e riconoscerli come partecipanti e attivi». Le previsioni per il futuro, come si intuisce da questo quadro, non sono rosee. «Il 93% degli assegnisti non continuerà a fare ricerca nell'università, e il 78% di loro uscirà dal percorso accademico al termine dell'assegno, mentre il 15% uscirà dopo aver ricoperto una posizione da ricercatore a tempo determinato» snocciola Saverio Bolognani: «Nel 2012 nelle nostre università si è raggiunto un traguardo storico: metà di chi fa ricerca ha un contratto a termine tipo cococo con la conseguenza di una costante fuga di competenze». L'assegnista di ricerca è quindi una figura transitoria che prima o poi abbandonerà l'università. Situazione aggravata in Italia dal fatto che il titolo di dottore di ricerca è scarsamente riconosciuto e spendibile sul mercato del lavoro (all'estero il problema dello spreco di competenze riguarda solo il 16% dei post-doc). E se a Torino, Milano, al Politecnico di Bari e a Firenze va sicuramente meglio che altrove (vanno dai 50 ai 70 gli assegnisti e i ricercatori stabilizzati su 100 strutturati), all'università di Bari, a Foggia, Napoli e Macerata si incontra la catastrofe: al  massimo dieci su 100 vengono stabilizzati. Infine, un'altra criticità: è vero che sono i settori scientifici e tecnologici quelli dove si fa più ricerca, ma questi sono anche quelli in cui è più difficile inserirsi con contratti a tempo indeterminato. Il problema è «il finanziamento statale assolutamente insufficiente e un reclutamento bloccato ormai da anni, vera causa della creazione di sacche di precariato». La stabilizzazione post dottorato è una vera chimera, spiega Alessio Rotisciani dell'Adi [nella foto in alto] alla Repubblica degli Stagisti. Concluso il ciclo ci sono tre strade: «o si inizia con una serie di contrattini tipo assegni di ricerca, contratti a tempo determinato etc, o si accede al concorso per ricercatore tramite RTDb - propedeutico all'assunzione come professore associato - oppure si chiude la propria carriera. Il problema è che con la legge Gelmini e i sistematici tagli al sistema, il contratto RTDa, che prima era prerequisito per accedere all'RTDb, non lo è più». Il risultato è che, saltando questo passaggio, si può passare di nuovo a uno stato di precarietà dopo l'RTDa, che in questo modo «si va ad aggiungere alla giungla dei contratti precari di post dottorato». Questi dati sono fonte di vergogna se comparati con l'Europa: siamo al quarto posto per numero di dottorandi (ne abbiamo 38mila, contro gli 85mila della Gran Bretagna, i 70mila della Francia e della Spagna), ma – considerando il dato sulla popolosità (numero dottori su 1000 abitanti) – precipitiamo al diciassettesimo dopo Islanda e Polonia. Con l'importo della borsa (da noi innalzato a 1.035 euro mensili netti) scivoliamo poi al 15esimo posto in Europa seguiti da Portogallo, Francia (che concede solo 500 euro in caso di borsa di studio, ma 1.550 come stipendio), e Polonia. I primi sono gli svizzeri e i norvegesi che elargiscono rispettivamente 4mila e 3mila euro ai propri ricercatori. Per loro infatti i dottorandi sono veri e propri dipendenti dell'università, perché, commenta Rotisciani, «con il loro lavoro quotidiano contribuiscono al funzionamento e alla competitività del sistema accademico». Altro che studenti.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Ricerca e start-up, centinaia di opportunità di lavoro per giovani imprenditori e ricercatori- Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro- «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'esteroE anche: - Fisica che passione: la testimonianza di Marco Anni, vincitore del premio Sergio Panizza nel 2009

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Dottorato, in Campania si fa in azienda

Se la conoscenza è il sapere qualcosa, e la competenza è il saperla fare, di questi tempi la seconda capacità surclassa la prima. Così anche il classico dottorato in ateneo – trampolino una volta usato per accedere alla carriera universitaria – si adegua grazie a un decreto firmato dall'ex ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, che modifica alcuni elementi classici del dottorato. Tra questi, la possibilità di stringere convenzioni con le imprese con l’obiettivo di portare i dottorandi dentro le aziende e la speranza di assicurare loro uno sbocco lavorativo, visto che ogni anno su 12mila solo un quarto è assorbito nelle carriere accademiche. Il dottorato in azienda è, però, già possibile da tempo in Campania dove sono stati stanziati 8 milioni 500mila euro su fondi Por del Fondo sociale europeo a sostegno di azioni che favoriscano un’offerta formativa post universitaria di qualità, «attenta all’alternanza e a favorire l’apprendimento specialistico». L’accordo, in collaborazione tra gli assessorati al Lavoro e alla Ricerca scientifica, è stato definito nell’autunno del 2011: poi sono state accreditate le prime aziende e sono partiti i bandi. Il progetto finanzia borse di dottorato in discipline scientifiche e tecniche per lo svolgimento di tirocini formativi presso piccole e medie imprese che abbiano fatto richiesta di iscrizione in un apposito elenco denominato bacheca regionale. La regione Campania ha, infatti, approvato con un decreto dirigenziale del gennaio 2012, in attuazione della delibera di giunta n. 182/2011, l’avviso pubblico per la costituzione di un elenco di imprese con sede nel territorio regionale interessate a candidarsi per lo svolgimento di percorsi di alta formazione destinati a giovani dottorandi campani. La «bacheca regionale» resta valida fino al 30 giugno 2015 e le borse – di cui il 50% riservate alle donne – per lo sviluppo di progetti di ricerca da realizzare presso le piccole e medie imprese precedentemente registrate nella bacheca dovranno essere rendicontate entro la stessa scadenza. La lista è aggiornata periodicamente con l’obiettivo di creare una rete tra università, centri tecnologici, mondo produttivo e istituzionale con particolare attenzione alla promozione della ricerca e dell’innovazione. In seguito alla pubblicazione del primo elenco di imprese che hanno manifestato interesse all’iniziativa e sono state ritenute idonee dalla regione Campania, è stata pubblicata la graduatoria completa del numero di borse  finanziate per ateneo. Poi sono partiti i bandi delle singole università: chi “vince” può scegliere l’azienda con la quale sviluppare il proprio progetto di ricerca e formazione tra quelle accreditate nella bacheca regionale. Solo in seguito viene sottoscritto un accordo con l’università per specificare le modalità di coordinamento dell’attività a carico dell’impresa e dell’ateneo e gli obblighi per il borsista. Il totale delle borse di studio finanziate dai fondi regionali Por Fse 2007-2013 e attivate dai sette atenei campani - Federico II, Università di Salerno, Seconda università di Napoli, Università del Sannio, Suor Orsola Benincasa, L'Orientale e Parthenope – è di 156 e i destinatari sono i soli nati e/o residenti in Campania di cui la metà dei beneficiari donne. Con il XII elenco delle piccole e medie imprese inserite nella bacheca regionale aggiornato al 26 giugno 2013 salgono a 154 le aziende disposte ad ospitare i dottorandi nel loro percorso di tirocinio formativo. La provincia di Napoli è quella che offre più possibilità con ben 82 aziende in elenco, seguita da quella di Salerno con 27, da Benevento e Caserta con 17 e 14 imprese e infine da Avellino con sole 8. Possibilità però sono date anche da fuori regione con due aziende a Roma e una rispettivamente in provincia di Torino, Milano, Isernia e Vicenza. Le imprese che hanno aderito sono dei settori più trasversali, si va dal pastificio artigianale allo studio di geologia, dalla cooperativa del fiume Alento a Confindustria Campania, dall'azienda agricola alla cooperativa sociale: tra queste il dottorando vincitore della borsa potrà scegliere quella con cui sviluppare il progetto di ricerca e formazione, seguito da una commissione di valutazione della sua università a cui partecipa anche un rappresentante del sistema industriale campano. Il progetto prevede il finanziamento totale delle borse di dottorato, attraverso i fondi europei, per circa 40mila euro lordi, che i dottorandi potranno ricevere solo accettando di svolgere parte del percorso formativo presso un'azienda e non presso il dipartimento universitario. Le ore precise del tirocinio e l'alternanza tra i periodi di studio e di lavoro sono poi specificate nei singoli patti formativi che le aziende sottoscrivono con le università e i dottorandi stessi. Nel patto, che è condizione indispensabile per l'avvio del percorso, si specifica anche la sede e la durata del tirocinio oltre alle funzioni e ai compiti che il dottorando è chiamato a svolgere.  In una regione dove il tasso di disoccupazione è il più alto dopo la Calabria, raggiungendo secondo dati Istat oltre il 22% nel primo trimestre 2013, e dove (secondo l'indagine 2011 sui laureati del 2007) circa il 30% degli studenti che prima di iscriversi all'università abitava in Campania dopo si è spostato al Centro-Nord per lavorare (nella figura in alto a destra), il programma dottorati in azienda cerca di costruire un ponte tra l'istruzione, la specializzazione universitaria e il mondo imprenditoriale. Il progetto, che è stato anche presentato al commissario europeo al lavoro Laslo Andor durante la sua visita in Campania lo scorso novembre, permette infatti alle piccole e medie imprese di sperimentare nelle proprie sedi l’utilità di avere un ricercatore qualificato e allo stesso tempo stimola il mondo accademico ad assegnare tesi di dottorato su tematiche più vicine alle necessità delle imprese. Un’azione che cerca di mettere in campo tutti i soggetti già presenti all’interno del territorio e di attrarre i giovani dottorandi che spesso sono obbligati ad andare all'estero per continuare i propri studi, nella convinzione che per fare ricerca e trovare un lavoro non sia obbligatorio cambiare regione. Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento, leggi anche gli articoli:- Università, ricerca al collasso: e il paradosso è che i dottorandi vengono considerati studenti- «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero- Stage, prime ribellioni alle linee guida: in Campania il numero massimo di stagisti sarà il triplo del previsto  

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