A Trento la Lega insorge denunciando tirocini da 600 euro al mese per i profughi: peccato che sia una bufala

Forse è stato il meccanismo ormai rodato di rivolgersi più alla pancia che alla testa della gente per ottenere consensi. O forse più semplicemente una notizia non verificata gridata ai quattro venti per innescare la solita polemica populista. In un post pubblicato sabato scorso sul profilo Facebook della Lega Nord Trentino e ripreso da quotidiani nazionali e locali, il segretario del Carroccio regionale Maurizio Fugatti denunciava che «in alcune strutture alberghiere trentine stanno iniziando i primi tirocini per i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale la cui durata massima, stante la normativa in corso, verrebbe fissata in dodici mesi e la cui indennità di partecipazione sarebbe di minimo 300 euro mensili o 70 euro settimanali, massimo 600 euro mensili». Soldi che sarebbero stati sborsati dalla Provincia e finiti nelle tasche dei profughi. Tanto è bastato per dare fuoco alle polveri e scatenare i moralizzatori sui social network: “Invece di aiutare i nostri giovani disoccupati…”, quei giovani, secondo il post leghista, «costretti a emigrare all’estero per costruirsi un futuro oppure a compiere (se fortunati) alcuni lavoretti saltuari in provincia». La Repubblica degli Stagisti ha voluto verificare che cosa davvero stesse accadendo. Innanzitutto, i numeri: dal marzo 2014 ad oggi sono giunti in Trentino (che è una provincia autonoma e che insieme a quella di Bolzano costituisce la regione a statuto speciale del Trentino Alto Adige, con un milione di abitanti) oltre un migliaio di profughi - metà dei quali soltanto di passaggio, in transito per raggiungere altre mete. E alcuni, sì, vengono inseriti in tirocinio in realtà produttive del territorio: ma non certo da oggi e, contrariamente a quanto affermato dal dirigente leghista trentino, senza prendere un euro.«La normativa nazionale sui tirocini è stata recepita dal Trentino con la delibera 2780 del 30 dicembre 2013» spiega Valentina Merlo, operatrice del progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del Cinformi, il Centro informativo per l'immigrazione, un’unità operativa del Dipartimento Salute e solidarietà sociale della Provincia Autonoma di Trento, che facilita l’accesso dei cittadini stranieri ai servizi pubblici e offre consulenze sulle modalità di ingresso e soggiorno in Italia, oltre ad un supporto linguistico e culturale. Ed effettivamente secondo quella delibera gli stagisti in Trentino hanno diritto, come in tutta Italia, a ricevere un compenso, che ciascuna Regione ha stabilito e che in Trentino va appunto, come indicato dal post di Fugatti, da 300 a 600 euro al mese. Ma, sorpresa, non per i profughi: «Fra le altre cose la normativa prevede l’esenzione totale o parziale dell’erogazione dell’indennità di partecipazione al tirocinio» prosegue la Merlo «nei confronti di quei soggetti, fra cui i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale, già beneficiari di sussidi economici». Ciò significa che è vero che la Provincia ha attivato dei tirocini, ma a costo zero per l’ente locale: «I richiedenti asilo o i rifugiati usufruiscono già di alcuni benefici, come vitto, alloggio, in alcuni casi denaro: la Provincia non c’entra nulla, sono soldi erogati dallo Stato». A favore di queste persone, spiega ancora Valentina Merlo alla Repubblica degli Stagisti, «il Cinformi attiva dei tirocini di otto settimane, assolutamente non retribuiti, che riguardano mansioni artigianali come pasticcere, panettiere, aiuto cuoco, elettricista, e così via, durante i quali i partecipanti ricevono una formazione adeguata e imparano le basi della lingua italiana. C’è poi la possibilità di prorogare questi tirocini per un periodo massimo di 12 mesi e in questo caso chiediamo all’azienda di erogare una borsa di tirocinio, che può variare da 300 a 600 euro, a seconda dell’impegno e del tipo di lavoro. Chi ottiene la borsa, automaticamente rinuncia a ricevere i benefici derivanti dal suo status». Una bella differenza rispetto al j'accuse della Lega, secondo cui i profughi «vengono tranquillamente fatti lavorare dalla stessa Provincia». La Provincia non mette un euro, semmai è la ditta privata che è libera di scegliere se trattenere o meno il lavoratore, pagandolo a sue spese. «Da marzo 2013 ad oggi abbiamo attivato 182 tirocini destinati ai titolari di protezione internazionale e richiedenti asilo» precisa alla Repubblica degli Stagisti Lorenzo Rotondi, dell’ufficio stampa provinciale «e attualmente ne sono attivi all’incirca una cinquantina». Numeri che certificano come in Trentino si stia operando in maniera intelligente, ovvero cercando di fronteggiare l’emergenza con percorsi costruttivi di orientamento al lavoro. In questo modo, almeno, nessuno potrà lamentarsi - altra polemica ricorrente - dei profughi che vanno a zonzo per le vie delle città. Una ben magra figura ci fanno le testate che nei giorni scorsi hanno rimbalzato e pompato questa notizia, a cominciare da Il Giornale con il suo titolone strillato «In Trentino tirocini per i profughi da 600 euro al mese» in cima a un articolo che si limita a copincollare le frasi del post della Lega su Facebook senza nemmeno darsi la pena di capire se la "denuncia" fosse fondata. Ancor più triste rilevare che quest'ultima polemica innescata giunge proprio nel centenario dell' "Esodo dei Trentini", una pagina triste della storia nazionale, forse tra le meno conosciute della prima guerra mondiale. Allora furono proprio gli abitanti di questa terra a divenire profughi, colpevoli soltanto di trovarsi al confine tra le belligeranti Austria e Italia. Molti vissero lontani dalle proprie case per anni: 60mila furono costretti a combattere contro i russi, 75mila deportati nei campi austriaci e ciechi, tanti altri divisi nelle regioni italiane, con molte famiglie smembrate. Tutto questo accadeva soltanto un secolo fa. Ma oggi la memoria è labile, e ad agosto la caccia allo scandaletto estivo attiraclic è più aperta che mai e non guarda in faccia niente e nessuno.Marco Panzarella 

Chi nasce in Italia sia italiano da subito: ma sono ancora tanti gli ostacoli alla legge

Il dibattito si è riacceso di recente dopo le dichiarazioni della neo ministra per l'Integrazione Cécile Kyenge, la «ministra nera», come si è autodefinita di fronte ai media, generalmente avidi di ritratti nitidi. 49 anni, medico di origini congolesi, italiana - anzi emiliana, come ama ricordare - perché moglie di un italiano, all'indomani della sua elezione tra le fila del governo Letta la deputata Pd ha annunciato l'intenzione di stilare subito un ddl che riconosca in Italia lo ius soli, il diritto per i figli di immigrati ad avere la cittadinanza del Paese in cui nascono, indipendentemente da quella dei propri genitori. Le polemiche non si sono fatte attendere, scuotendo il già precario equilibrio politico su cui si basa l'allenza di governo. Ultimo in ordine cronologico il duello a distanza su RaiTre, nella trasmissione Che tempo che fa di ieri sera, tra il vicepremier Angelino Alfano che ha argomentato (alquanto arditamente, a dir la verità) che in Italia lo ius soli esisterebbe già, «perchè chi è nato qui, al compimento della maggiore età può già fare richiesta per la cittadinanza», e lo scrittore Roberto Saviano, che poco dopo si è schierato apertamente a favore di un'immediata legge che dichiari automaticamente italiani tutti coloro che nascono sul territorio italiano.I rappresentanti delle cosiddette "seconde generazioni" sono più di 850mila ogni anno, su una popolazione complessiva di 60 milioni di persone. Nascono in ospedali italiani, crescono con cibo italiano, frequentano scuole italiane, parlano e pensano (anche) in italiano. Lavorano, o lavoreranno, contribuendo all'economia del Paese; fanno figli a loro volta. I bambini che nascono oggi da genitori immigrati se tutto va bene riceveranno la cittadinanza italiana, e i diritti annessi, dopo il 2031, dopo cioè aver superato i 18 anni e una sfibrante trafila burocratica. Il presidente Napolitano, a dispetto della sua consueta sobrietà espressiva, tempo fa la definì una «follia». Seconde generazioni, seconda serie - cittadini di "serie B": questo sembra essere il paradigma. A smontarlo ci ha provato - e probabilmente ora a maggior ragione ci proverà - più d'uno. Tra questi c'è Anna Granata, 31enne psicologa e dottoressa di ricerca in Pedagogia interculturale alla Cattolica, autrice di Sono qui da una vita, sottotitolo «Dialogo con le seconde generazioni» (Carocci, 166 pagine, 16 euro). Un libro, nato proprio della sua ricerca di dottorato, che dà la parola va direttamente a loro: ai figli di immigrati rappresentati da un campione di giovani di origine straniera tra i 18 e i 27 anni che vivono a Milano. Per poter affermare - di fronte al mondo della scuola, del lavoro, di fronte alle loro famiglie e comunità, all'intera società  -  il diritto ad una doppia appartenenza, ad essere ciascuno due "interi", e non due "metà": italiani e stranieri allo stesso tempo, senza dover necessariamente sacrificare un pezzo della propria identità a favore di un altro.«Mi sento come una noce di cocco, nera fuori e bianca dentro» scrive una ragazza di origini etiopi sul forum della Rete G2 - punto di riferimento web per le seconde generazioni: nera per etnicità ma bianca, italiana, per cultura. Senza contrapposizioni. Le fa eco Abdallah Kabakebbji, tra i fondatori dell'associazione Giovani musulmani d'Italia: «per cortesia non chiedetemi se mi sento più occidentale o più musulmano: sarebbe come chiedere se vuoi più bene al papà o alla mamma!». Mentre Akram racconta divertito di quando suo padre, sudanese, rispose per le rime ad una "sciura" un po' pettegola, in perfetto dialetto milanese («gelo nella sala, ma poi disgelo» ricorda). Rassmea invece, nata da genitori arabi, racconta dell'imbarazzo nel presentarsi in classe all'indomani dell'11 settembre, con il peso di chi sente di  dovere delle spiegazioni che non ha. Perché Rassmea, "araba" cresciuta in Italia, del fondamentalismo islamico allora non ne sapeva tanto di più dei suoi compagni di classe (poi ha recuperato).  Molti di questi ragazzi e ragazze, italiani di fatto, hanno iniziato solo da poco il cammino per ottenere la cittadinanza italiana, impigliati nelle maglie arrugginite della legge 91/1992, che disciplina la materia e che adesso la ministra Kyenge sta cercando di riformare, seppur conscia della difficoltà di trovare i numeri. «L'Italia ha uno statuto giuridico fortemente basato sui legami di sangue» nota l'autrice della ricerca Anna Granata. «È sufficiente avere un nonno italiano, pur senza conoscere la lingua e la situazione del nostro paese, per  essere chiamati a partecipare alla scelta di chi deve governare». In diritto si chiama ius sanguinis, diritto di sangue, trasmesso per eredità; dalla parte opposta c'è appunto lo ius soli: un principio quasi sconosciuto in Europa, e di casa solo in Usa, Canada, Brasile. Ottenere la cittadinanza ovviamente non è solo un fatto simbolico, il che da solo basterebbe. Il caso di Sima, raccontato qualche tempo fa dalla Repubblica degli Stagisti, è esemplare: 24enne di origini indiane, in Italia da quando aveva un anno e italiana a tutti gli effetti, da quando si è laureata vive con l'incubo di essere espulsa dal suo Paese, scaduto ormai il visto provvisorio per motivi di studio. Ma, al di là dei casi estremi, vedersi riconosciuto formalmente il diritto di cittadinanza determina anche la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico, o di votare: «non potremo diventare gli Obama italiani» scrive un giovane sul forum G2 «ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, ingegneri, architetti, poliziotti e qualsiasi altra attività che preveda l'accesso alla professione attraverso concorso pubblico». Un insensato spreco di energie. «La società è posta di fronte a un bivio» scrive l'autrice «scegliere di tutelare il proprio passato o immaginare un percorso insieme a chi compone effettivamente, oggi, la società e può contribuire a garantirne un futuro». Secondo le stime nel 2015 un bambino su tre avrà almeno uno dei due genitori stranieri e che il 17% degli alunni delle scuole primarie sarà figlio di immigrati. Sono cifre, tra tante altre, che di fronte al bivio "auto preservazione" o "interculturalità" lasciano pochi dubbi su quale sia bene intraprendere per il bene dell'Italia di oggi e di domani. Annalisa Di Palo

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Incontro "Vite migranti: quando l'esistenza è precaria"

FAENZA martedì 16 aprile si terrà "Vite migranti: quando l'esistenza è precaria", secondo incontro di un ciclo di appuntamenti organizzato dalla Società cooperativa di cultura popolare sul tema della precarietà. Se ne discuterà con Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, e Giovanna Nicosia, esperta di immigrazione.  → dalle 20.45, Cinema Teatro Sarti, via Scaletta 6, Faenza

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Stranieri che lavorano molto e guadagnano poco, frontiera della discriminazione

Tra i primi anni '90 e il 2011 il numero di cittadini stranieri residenti in Italia è passato da mezzo milione a oltre 4,5 milioni. L'Italia è uno dei pochi paesi tra quelli dell'Unione Europea in cui i cittadini stranieri residenti mostrano tassi di occupazione più elevati dei cittadini nazionali con caratteristiche simili. Ma a fronte di questa maggiore probabilità di occupazione, i lavoratori dipendenti stranieri tendono a concentrarsi in settori a più basso contenuto professionale, a svolgere mansioni meno qualificate e a ricoprire impieghi meno stabili. Secondo il quarto “Rapporto sulle diseguaglianze nei diritti e nelle condizioni di vita degli immigrati” pubblicato dalla Fondazione Gorrieri e curato da Chiara Saraceno, Honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino, dai sociologi Giuseppe Sciortino e Nicola Sartor, l'Italia si colloca fra i Paesi a maggior disuguaglianza in Europa, soprattutto in termini di lavoro. Ma che tipo di lavoro svolgono i residenti stranieri? Secondo i dati raccolti nell'indagine sulle forze di lavoro da parte dell'Istat, nel triennio 2006-2008 i lavoratori dipendenti stranieri (poco meno dell'8% sul totale della forza lavoro dipendente) rappresentavano circa il 14% tra operai e apprendisti, poco più del 1% degli impiegati, quadri e dirigenti e più della metà dei collaboratori domestici. Tra gli imprenditori invece costituivano solo l'1,5% del totale e il 5% dei lavoratori in proprio. Nel complesso, l'incidenza dei lavoratori stranieri superava il 13% nelle costruzioni e arrivava quasi al 12% nella ristorazione; superava il 7% nella trasformazione industriale e il 21% nel settore degli altri servizi pubblici sociali alle persone. Sulla base dell'indagine Eu-Silc di Eurostat, l'Italia sembra registrare i divari più ampi nella probabilità di occupazione qualificata: da un lato è molto meno probabile che gli stranieri svolgano professioni specialistiche impiegatizie rispetto ai cittadini, dall'altro è maggiore la probabilità che siano occupati in mansioni operaie. Giuseppe Sciortino pone l'accento sull'esistenza di una disuguaglianza permanente: «il miglioramento delle condizioni socio-economiche è come se si fermasse a un certo punto, rispetto ad altri paesi europei» dice ad Articolo36. Per gli immigrati l'ascensore sociale, cioè, si blocca a un certo piano. Secondo gli autori del rapporto, gli elementi del divario vanno ricercati sia dalla provenienza sociale del paese d'origine, che ha una sua struttura produttiva e anche nella durata di residenza dello straniero in Italia che incide sul processo di integrazione. Fattori che però non tengono davanti all'evidenza: la probabilità di perdere il lavoro dopo un anno è generalmente maggiore per gli stranieri e per le donne. «Le famiglie straniere soprattutto quelle di prima generazione, contribuiscono di più al bilancio pubblico, in proporzione, rispetto alle famiglie italiane, ricevendo meno in termini di servizi. E i redditi sono più bassi» continua il sociologo. «Non è questione di razzismo, ma il fatto è che la domanda di lavoro è meno qualificata». Ma se la prima generazione ha un effetto positivo sulla fiscalità, l'esito fiscale della seconda generazione dipenderà dal livello occupazionale: se non c'è mobilità i costi saranno più alti dei benefici. Le disuguaglianze poi ci sono anche nel settore in proprio. Il 7,4 % delle imprese attive italiane è composto da persone non nate in Italia. Anche questi imprenditori, come quelli italiani a tutti gli effetti, si concentrano su attività a basso contenuto di innovazione e bassa qualifica. Una causa è l'accesso al credito: si stima che il costo del credito per le ditte individuali costituite da extracomunitari è, a parità di caratteristiche d'imprenditorialità, superiore di circa 60 punti base a quello per le ditte italiane. La retribuzione è un altro elemento su cui è evidente la disparità: guardando ai dati dell'Inps 2004 (gli ultimi disponibili, incredibilmente) la retribuzione lorda settimanale dei dipendenti nati all'estero è in media più bassa del 22% (escludendo il settore agricolo e con differenze tra uomini e donne: quest'ultime arrivano al 32%) rispetto ai nati in Italia. Il divario è riconducibile alla concentrazione dei primi in settori con livelli retributivi inferiori alla media. Per il reddito individuale da lavoro la sostanza non cambia: i dati dell'indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d'Italia mostrano che il reddito disponibile delle famiglie con a capo una persona nata all'estero sia di oltre il 40% inferiore a quelle delle famiglie dei nati in Italia. Se si guarda la ricchezza immobiliare, il divario sale al 60%. Ciò si spiega anche con il fatto che nelle famiglie straniere spesso ci sono più inoccupati, giovani e numerosi, che incidono sul bilancio famigliare. Ma in termini di capacità di spesa il divario si fa sentire: -36% per le famiglie straniere. In generale, quindi, queste famiglie sono più povere di quelle italiane (56,8% per gli stranieri contro il 23,4% per gli italiani): la quota di reddito risparmiato non raggiunge il 4% (contro il 12% delle italiane). Le minori possibilità di risparmio rendono la famiglia straniera più vulnerabile e sull'orlo continuo della soglia di sussistenza.Una povertà che si riflette anche sui minori: un minorenne straniero su due rischia di cadere in condizione di povertà. Una prova, secondo i curatori del rapporto, che non sia vera la diceria – dal sapore vagamente xenofobo – per la quale gli immigrati approfitterebbero del welfare italiano. Nemmeno in termini di alloggi popolari: «L'offerta è così bassa» spiega di nuovo Giuseppe Sciortino «che non fa la differenza né fra la popolazione italiana, né fra i migranti». Anzi, se si guarda al numero di domande si scopre che sì, quelle provenienti da famiglie straniere sono maggiori, ma ottengono meno alloggi. Contando, perciò, che lo straniero di solito parte da una situazione di maggior svantaggio, la tendenza è addirittura invertita. «La difesa del nostro Stato non passa solo attraverso la giustizia sociale» ha puntualizzato a voce Chiara Saraceno durante la presentazione pubblica del rapporto. «Gli stranieri sono la esemplificazione estrema della scarsa mobilità sociale prodotta da diversi fattori, primi fra tutti la domanda di lavoro poco qualificato e l'origine famigliare. Insomma, l'origine sociale è tra i fattori più predittivi della futura collocazione dell'individuo nel perpetuarsi di meccanismi che riproducono le diseguaglianze».Maurizio Bongioanni

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Alternanza scuola-lavoro, una svolta con il Jobs Act e la Buona Scuola?

C’è Giulia, 18 anni, che segue un corso per segretaria di azienda e fa pratica nell’amministrazione di una società di servizi, e c’è Tommaso, 17 anni, che vuole fare il cuoco e con l’alberghiero negli ultimi quattro mesi di scuola ha lavorato una sera a settimana in un ristorante. «Ma l’alternanza scuola-lavoro non è mai stata davvero realizzata in Italia» sostiene Franco Chiaramonte, direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro.  Secondo il dirigente infatti i tirocini formativi fino ad oggi non sono stati davvero integrati nel sistema, non realizzando mai un vero sistema duale, come avviene invece nei paesi del nord Europa. «La vera alternanza era molto marginale e si faceva in pochissimi posti, come Bolzano» prosegue Chiaramonte. «In Piemonte, credo unici in Italia, abbiamo avviato progetti di apprendistato per i ragazzi dai 15 ai 17 anni con percorsi che prevedevano che studiassi e lavorassi contemporaneamente. Hanno partecipato appena un centinaio di ragazzi all’anno perchè era molto complicato e difficile da strutturare». Dal report disponibile sull’alternanza scuola lavoro, realizzato da Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) per conto del Miur risulta che, nell’anno scolastico 2012/13, il 45,6% delle scuole secondarie di secondo grado (3.177 su 6.972) ha utilizzato l’alternanza come metodologia didattica per sviluppare le competenze previste dall’ordinamento degli studi. Molto differente l’uso di questo strumento a seconda del tipo di scuola: dei 3.177 istituti, il 44,4% sono professionali, il 34,2% tecnici, il 20% licei, 1,5% di altro tipo.  Sono stati 11.600 i percorsi realizzati per formare 227.886 studenti, pari all’8,7% della popolazione scolastica della scuola secondaria di secondo grado. La maggior parte (7.783, pari al 67,2%) è stata erogata negli istituti professionali. Seguono gli istituti tecnici (22%) e i licei (7,8%). Anche il mondo del lavoro ha dato un contributo: gli studenti in alternanza sono stati ospitati in 77.991 strutture, di cui il 58,2% (45.365) sono imprese. Seguono liberi professionisti (7,5%), Comuni (3,2%) e altri enti pubblici come Province e Regioni, oltre ad asili e scuole dell’infanzia, associazioni, biblioteche, Camere di commercio e associazioni di categoria. La distribuzione regionale degli studenti che hanno partecipato ai percorsi mostra percentuali molto diverse a seconda delle zone: in generale il 51,6% degli alunni in alternanza si concentra al nord, percentuale che scende 23,7% nelle regioni centrali e al 17,2 nel Sud, con un 7,4% nelle Isole. La maggior parte dei percorsi di alternanza-scuola lavoro nel periodo analizzato è annuale (51,1%), seguono quelli biennali (36,7%), i triennali (11,1%) e infine i quadriennali (1,1%), e la maggioranza (55,7%) risulta avere un monte ore totale minore di 100 ore. Ore che si distribuiscono in modo diverso nel corso dell’anno a seconda del progetto di stage. Seppure l’uso dell’alternanza ha registrato un generale incremento nel tempo, se si analizzano in profondità i dati si scopre che i percorsi realizzati nelle diverse realtà scolastiche presentano caratteristiche molto diverse, in termini di lunghezza, articolazione interna, tipo di stage, utenza, risorse coinvolte, modalità di valutazione e certificazione, costi. In particolare, secondo il rapporto  di Indire, le esperienze di alternanza attivate negli istituti scolastici sono caratterizzate da una grande differenziazione dell’offerta, che solo in parte risente delle diverse realtà socio-economiche, ma che sembra molto centrata sul modello organizzativo proprio di ciascuna scuola. Tutto ciò «sembra richiamare la necessità di azioni, strumenti, indicazioni» sottolineano gli esperti «che rendano unitarie le diverse esperienze realizzate nei singoli territori». Ora però le cose potrebbero cambiare radicalmente. Almeno sulla carta: nella riforma della scuola e nel Jobs Act infatti ci sono diverse indicazioni che riguardano proprio l’alternanza tra i percorsi scolastici e quelli lavorativi. «Credo si possa parlare di un primo intervento che prevede un’alternanza di massa, ma ora si dovrà vedere come andrà nei fatti» evidenzia Chiaramonte che parla di "una scommessa". «È un momento di grande cambiamento: non sono stati fatti cambiamenti solo nella normativa scolastica o solo in quella lavoristica, ma sono trasversali. Per la prima volta c’è un asse tra scuola e lavoro e tra le istituzioni che fa ben sperare». La Buona Scuola prevede piani formativi di alternanza scuola-lavoro nell’ultimo triennio di 400 ore per gli istituti tecnici e professionali e di 200 ore nei licei: «sono molte ore  e le scuole dovranno studiare un progetto formativo costante» rileva il dirigente dell’Agenzia per il lavoro che sottolinea «si apre un mondo totalmente nuovo: bisogna strutturare un percorso con aziende e istituzioni». «La difficoltà fondamentale sta nei numeri» spiega Tommaso De Luca, preside dell’Istituto Tecnico Avogadro di Torino «in passato abbiamo fatto alternanza, ma mai in maniera così diffusa come prevede la nuova normativa». Il preside racconta che negli scorsi anni «avevamo avuto una trentina di alunni l’anno, per lo più in quarta, che partecipavano a stage e un’altra ventina che prendeva parte a un progetto di apprendistato con Enel. Ma ora parliamo di oltre 200 studenti per i quali bisogna pensare a percorsi strutturati». Per questo partiranno incontri con istituzioni e aziende: «il primo passo è reperire le aziende. In questo le Camere di Commercio dovranno fare un registro con le aziende disponibili in cui dovrà essere indicato anche il periodo di disponibilità ad accogliere studenti e in che numero. Poi ogni scuola deve programmare le 400 o 200 ore nell’arco dei tre anni» sottolinea De Luca, secondo il quale «non possiamo giustapporre 400 ore di alternanza alla scuola tradizionale, bisogna riuscire a integrarle altrimenti sono buttate». Anche in questo senso, considerando che l’ultimo anno tutti gli studenti devono affrontare la maturità, secondo il dirigente scolastico «bisognerebbe anche modificare l’esame di Stato affinchè in qualche modo tenga conto di questi percorsi di alternanza». Il primo triennio sarà un banco di prova per tutti  «man mano metteremo a punto il meccanismo» si augura De Luca. Un percorso tutto da costruire che chiama in gioco scuole, servizi per l’impiego, parti sociali e imprese. Ma la sfida è fondamentale se è vero, come sosteneva la ricerca di McKinsey "Studio ergo lavoro", che il 40% della disoccupazione giovanile in Italia ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e sistema economico.Sara Settembrino  

Giovani italiani impreparati al mercato del lavoro: «Ma la colpa non è loro»

«L'esodo dei cervelli dall'Italia è un trend in progressiva crescita. Un aumento di quasi il 50% rispetto all’anno precedente si è registrato nel solo anno 2013 con la partenza di 16mila laureati, secondo dati del Rapporto Migrazioni dell’Istat». Michèle Favorite, professoressa di Economia aziendale alla John Cabot University, è molto preccupata e non lo nasconde alla Repubblica degli Stagisti. Uno spreco da «un miliardo e 984 milioni di euro trasferiti all’estero, solo nel 2013» visto che «un laureato costa in media allo Stato 124mila euro in formazione». Eppure dei rimedi ci sarebbero per arginare l'esodo, secondo questa docente italo-americana che di ragazzi italiani e mercato del lavoro si occupa per mestiere: tra le materie di sua competenza c’è per esempio come si redige un curriculum («da bandire quello europeo» è la regola numero uno).  Cosa bisognerebbe fare per porre freno all’emorragia delle nuove generazioni dal nostro paese?Da qui se ne vanno in cerca di quello che pensano di non poter avere. Sono pronti a sostenere difficoltà e spese enormi, ad allontanarsi da famiglia e amici, pur di stare meglio. Ambiscono a un lavoro flessibile sia entrata che in uscita, alle possibilità di carriera che in Italia non ci sono, perché i posti migliori sono degli anziani. Trovano un sistema non meritocratico, dove regnano raccomandazione e lungaggini burocratiche. E fuggono perché non vedono la luce alla fine del tunnel. Bisogna quindi dare loro tutto quello che cercano, tra cui la speranza di un futuro. I giovani italiani e il loro approccio al mercato del lavoro: quali sono le principali criticità?  Qui i ragazzi che escono dai percorsi universitari si trovano impreparati ad affrontare il mercato del lavoro, carenti di quelle soft skills talvolta più importanti del background teorico. Mancano spirito critico, apertura alla diversità, flessibilità, attitudine all'iniziativa. Altro dato è che per cercare lavoro non usano canali professionali, non vanno sui siti aziendali e per esempio solo uno su tre usa LinkedIn. Senza parlare di quando si presentano ai colloqui: il 25% va accompagnato da un amico, o addirittura da mamma e fidanzati. Nessuno ha mai detto loro che non si fa.Sarebbe bene ricordare sempre anche l'altra faccia della medaglia, ovvero quanto il recruitment italiano offra ben poco di qualificato ai giovani…È così, basti pensare che 80% cerca lavoro attraverso amici e conoscenze. Sono bistrattati da mercato: secondo l’Ocse il 31% dei giovani occupati svolge un lavoro di routine che non richiede l’uso di competenze specifiche. E sempre secondo le classifiche internazionali i ragazzi italiani sono ultimi in Europa rispetto a quanto l’organizzazione per la quale lavorano li motivi a dare il meglio di sé. Sono poi sottopagati e il 54% di loro ha un lavoro temporaneo contro una media Ocse del 23%. Una grossa parte di responsabilità è quindi delle aziende. È troppo facile addossare la colpa ai 'mammoni' che non vogliono lasciare casa. La scuola non li prepara al mondo del lavoro. Come si potrebbe migliorare il suo ruolo in questo senso?Scuola e lavoro sono mondi paralleli che non comunicano. Dei giovani italiani non si dice mai di quanto poco siano aiutati a trovare un impiego rispetto a quanto avviene all’estero, dove invece sono supportati moltissimo. I careers services sono centri che i ragazzi americani si trovano a portata di mano, ogni giorno, gratis, nelle scuole e nelle università, e sono servizi che funzionano dove si va in continuazione per trovare stage o lavoro. E ancora, i ragazzi italiani non sanno preparare il curriculum: ma non è colpa loro perché nessuno glielo ha mai insegnato. Negli Stati Uniti il curriculum è materia d’esame al liceo. Ed è molto difficile imparare a presentarsi a un pubblico, come quello professionale, che è diverso da quello con cui si ha avuto a che fare fino a quel momento.I curriculum, specie per i più giovani, contengono spesso solo esperienze di studio. È un dato negativo per le aziende? Dovremmo aprire il discorso di come un americano inizi a lavorare se non dalle medie già dal liceo, tutte le estati e tutta l’estate. E non parliamo di quando va al college, o del Natale. Durante tutto il percorso di studi si ammazzano di lavoro e per questo hanno curriculum pieni zeppi di esperienze. Qui invece la mentalità è diversa, è quella di godersi tre mesi di vacanza l’estate. Ma è sbagliato: tutto va bene, anche lavoretti o il volontariato vanno coltivati, purché ci si tenga impegnati e si imparino a sviluppare quelle famose soft skills…Che è ciò che ricercano soprattutto le aziende. Da noi si pensa che più si studia e più si è attraenti per il mercato ma non è vero. Anche se i giovani italiani studiano moltissimo, non si tratta di un'attività che le aziende nostrane apprezzino. Preferiscono che si studi in fretta anche se non con ottimi voti. E ciò proprio per evitare la pecca tutta italiana dei giovani che non iniziano a lavorare prima dei 25 anni, in grande ritardo sui coetanei europei: per gli anglosassoni l'età media è 20-21anni. Molte aziende preferiscono un giovane che potranno formare loro stesse. Non vogliono candidati che sappiano già tutto, ma persone con competenze di base che verranno plasmate in base ai bisogni specifici dell’azienda. Tante aziende si lamentano che i giovani non hanno soft skills perché master dopo master hanno acquisito solo competenze specifiche. E poi il grande problema del mismatch professionale: quali sono le professione più ambite e quelle più richieste e perché l’incontro tra domanda e offerta è così difficile?Mancano sviluppatori di software, addetti al marketing, infermieri, progettisti elettronici, farmacisti, educatori professionali. E poi tutto ciò che è legato al digitale: secondo uno studio Mckinsey in Italia si sono creati 700mila posti di lavoro legati al web, il 60% direttamente collegato a Internet. Eppure, nell’era digitale, i ragazzi usano ancora poco il computer, al liceo nessuno lo insegna loro. Il dato è spaventoso: il 54% dei giovani che lavora risulta non aver mai usato un computer. Le opportunità quindi ci sono, ma la domanda non è tarata sull’offerta. Se i giovani fossero aiutati a capire quali sono i settori che tirano e aiutati a presentarsi in maniera professionale il mismatch sarebbe ridotto. E poi occorre spingere all'automprenditorialità, una scelta sempre più ambita in Italia dalle nuove generazioni, tanto da posizionarci al quarto posto nelle classifiche europee. intervista di Ilaria Mariotti 

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Dai cocopro all'assegno di ricollocazione, tutte le novità del Jobs Act: ma niente salario minimo

Stop ai contratti di collaborazione a progetto e più tempo per beneficiare del congedo parentale facoltativo. Ma anche riduzione della durata della cassa integrazione, che viene estesa però anche alle imprese con oltre cinque dipendenti. Sono alcune delle principali novità contenute nei decreti attuativi del Jobs Act approvati dal Consiglio dei Ministri l’11 giugno, su proposta del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti [nella foto a destra]. Approvati in via definitiva i decreti legislativi sulla “Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro" e sulla "Disciplina organica dei contratti di lavoro e la revisione della normativa in tema di mansioni", mentre gli altri quattro decreti (sugli ammortizzatori sociali, le politiche attive del lavoro, l'attività ispettiva e la semplificazione) sono stati approvati in via preliminare. «L’unico argomento di delega che non è stato affrontato» come ha dichiarato Poletti «è quello sul salario minimo». RIORDINO DEI CONTRATTI DI LAVORO – A partire dall’entrata in vigore del decreto, che ora dovrà essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, i contratti di collaborazione a progetto non potranno più essere attivati (mentre quelli in corso potranno proseguire fino alla scadenza). Comunque, a partire dal 1° gennaio 2016, è previsto il superamento dei co.co.pro e dell'associazione in partecipazione: ai rapporti di collaborazione che prevedano prestazioni di lavoro continuative con modalità organizzate dal committente saranno applicate le norme del lavoro subordinato. Restano salve, però, le collaborazioni regolamentate da accordi collettivi stipulati dai sindacati. Non spariranno il contratto di somministrazione (per cui si eliminano le causali e si fissa un tetto all’utilizzo del 20%, calcolato sul totale dei dipendenti a tempo indeterminato dell’impresa), quello a chiamata e i voucher per il lavoro accessorio (con un aumento fino a 7 mila euro del tetto dell’importo per il lavoratore). In tema di mansioni, è previsto che il lavoratore possa essere assegnato a qualunque mansione del livello di inquadramento, purché rientri nella medesima categoria (e non più soltanto a mansioni «equivalenti», che implichino cioè l'utilizzo della stessa professionalità). In presenza di processi di ristrutturazione o riorganizzazione aziendale e negli altri casi individuati dai contratti collettivi, l’impresa potrà modificare le mansioni di un lavoratore fino a un livello, senza modificare il suo trattamento economico. Prevista anche la possibilità di accordi individuali, «in sede protetta», tra datore di lavoro e lavoratore che possano contemplare la modifica anche del livello di inquadramento e della retribuzione. SERVIZI PER IL LAVORO E LE POLITICHE ATTIVE - ll decreto legislativo istituisce una Rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro, coordinata dalla nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), formata dalle strutture regionali per le politiche attive del lavoro, dall’Inps, dall’Inail, dalle Agenzie per il lavoro e dagli altri soggetti autorizzati all’attività di intermediazione, compresi Italia Lavoro e Isfol. Sarà istituito un Albo nazionale dei soggetti accreditati a svolgere funzioni in materia di politiche attive del lavoro, un Sistema informativo delle politiche del lavoro e il fascicolo elettronico del lavoratore. I disoccupati o i lavoratori a rischio disoccupazione saranno convocati dai Centri per l’impiego per la stipula di un Patto di servizio personalizzato. Il Patto dovrà riportare la disponibilità del richiedente a partecipare a iniziative formative, di riqualificazione o di politica attiva e ad accettare congrue offerte di lavoro. In quest’ottica, la domanda di Aspi, Naspi o Dis-coll equivarrà a dichiarazione di immediata disponibilità del lavoratore. Si introduce inoltre un assegno di ricollocazione, per i disoccupati da oltre sei mesi, che potrà essere usato per acquistare servizi finalizzati al rientro nel mondo del lavoro. ATTIVITÀ ISPETTIVA – Prevista l’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che coordinerà anche gli ispettori Inps e Inail, in vista di un accentramento di tutte le funzioni di vigilanza in materia di lavoro, contribuzione e assicurazione obbligatoria. SEMPLIFICAZIONE – Fra le novità contenute nel decreto legislativo sulle “Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità”, l’introduzione delle “ferie solidali”. Vale a dire, «la possibilità per i lavoratori di cedere, a titolo gratuito, ai lavoratori dipendenti dallo stesso datore di lavoro, che svolgono mansioni di pari livello e categoria, i riposi e le ferie maturati, con esclusione dei giorni di riposo e di ferie minimi garantiti dalla legge, al fine di assistere i figli minori» che abbiano bisogno di assistenza e cure. CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA E LAVORO – Si allungano i tempi per poter godere del congedo parentale facoltativo: si passa dai 3 ai 6 anni di età del bambino per quello parzialmente retribuito (al 30%), con possibile estensione per le famiglie meno abbienti, e dagli attuali 8 ai 12 anni di vita del bambino per quello non retribuito, la cui durata resta comunque di sei mesi. Un’analoga previsione è stata introdotta per i casi di adozione o di affidamento. Ciascun genitore, inoltre, potrà scegliere di fruire del congedo su base oraria (anziché giornaliera), trasformando il proprio congedo parentale in un part-time al 50%. Si riduce, poi, da quindici a cinque giorni il periodo minimo di preavviso al datore di lavoro per fruire del congedo parentale, che diventa di due giorni per quello su base oraria. Il congedo obbligatorio di maternità, invece, diventa più flessibile in alcuni casi: i giorni di astensione non goduti prima del parto si aggiungono al periodo di congedo successivo, anche quando la somma dei due periodi supera il limite complessivo di cinque mesi (una previsione pensata soprattutto per i parti prematuri). Per quanto riguarda i congedi di paternità, viene estesa a tutte le categorie di lavoratori, e quindi non più solo a quelli dipendenti, la possibilità di fruirne nei casi in cui la madre non possa. Prevista anche l’estensione dell’automaticità delle prestazioni (e cioè dell’erogazione dell’indennità di maternità anche in caso di mancato versamento dei relativi contributi) ai lavoratori iscritti alla gestione separata di cui alla legge n. 335/95 e non iscritti ad altre forme obbligatorie. Infine, la norma sul telelavoro prevede benefici per i datori di lavoro privato che lo concedano per venire incontro alle esigenze di cure parentali dei loro dipendenti. Mentre un’altra norma introduce la possibilità di congedo per le donne vittime di violenza di genere. RIORDINO DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI – La durata massima della cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, scende a 24 mesi in cinque anni, fatti salvi solo gli accordi già in essere, ma può salire a 36 con il ricorso al contratto di solidarietà. Questi interventi di integrazione salariale vengono estesi alle imprese con più di 5 dipendenti, per eventi «di sospensione o riduzione del lavoro» verificatisi dal 1° luglio 2016: a partire dal 1° gennaio 2016 sarà versata un'aliquota dello 0,45% della retribuzione per quelle tra 6 e 15 dipendenti e dello 0,65% per quelle oltre i 15 dipendenti. Introdotto anche un meccanismo di "bonus-malus" sulle aliquote pagate dalle imprese per la cassa integrazione: per le aziende che più utilizzano la Cig è fissato un contributo addizionale del 9% della retribuzione fino a un anno, del 12% fino a due anni e del 15% fino a tre. In generale, però, per tutte è stato introdotto uno sconto del 10% circa sul contributo ordinario. Dal 1° gennaio 2016 la cassa integrazione straordinaria non potrà essere richiesta nei casi di cessazione definitiva dell'attività produttiva dell'azienda, ma è previsto che possa essere autorizzata per sei mesi entro il limite di 50 milioni di euro di spesa per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, nei casi in cui «l’impresa cessi l’attività produttiva e sussistano concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda e di un conseguente riassorbimento occupazionale». Durata massima di 24 mesi per la Naspi, anche dopo il 2016 (inizialmente era stato previsto che scendesse a 18 mesi nel 2017). Stabilita, infine, l’estensione dei trattamenti di integrazione salariale per chi ha un contratto di apprendistato professionalizzante. Con le norme previste dallo schema di decreto, sottolinea il governo, «vengono estese le tutele a 1,4 milioni di lavoratori sinora esclusi». Sara Grattoggi

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«Alle job fair prima da studentessa, oggi da addetta HR per Philips»: la storia di Laura

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa del Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Laura Giupponi, 26 anni, oggi assunta a tempo indeterminato nel Risorse umane di Philips Italia, a Milano.Sono di San Pellegrino Terme, un piccolo paese in provincia di Bergamo, e ho 26 anni. Ho frequentato il liceo scientifico, in virtù della formazione trasversale che offriva, ma quando nel 2007 mi sono diplomata non avevo idea di quale strada intraprendere all'università. L'indecisione è stata fortissima. Ragionandoci un bel po', ho poi identificato una strada precisa: le risorse umane. Mia madre è psicologa e mio padre è medico: l'attenzione verso le persone credo di avercela nel sangue. Essendo molto interessata al contesto aziendale, e piuttosto razionale, sentivo però che una facoltà come psicologia mi sarebbe stata stretta. Il giusto compromesso è stato scegliere un percorso di Economia con focus sulle risorse umane, e in particolare quello offerto dalla Bocconi.Pur non essendo troppo lontana da Milano e potendo fare la pendolare, mi sono comunque trasferita per vivere a pieno l'esperienza universitaria. Per coprire le spese minori - e mettermi alla prova - ho fatto lavoretti vari: babysitter, hostess, e per un paio d'anni, nel weekend, cassiera in una pizzeria d'asporto, esperienza che mi ha insegnato anche relazionarmi meglio con persone molto diverse da me. Il percorso universitario è andato avanti senza intoppi e dopo la laurea triennale ho deciso di proseguire anche con il biennio specialistico. È in questa fase che sono approdata al mio primo stage, peraltro all'estero.Tramite il Jobgate della Bocconi, la piattaforma online di incontro tra domanda e offerta riservata agli studenti dell'ateneo. Meta del mio stage: una piccola azienda di Ginevra che quota la sostenibilità ambientale e sociale di varie aziende. Qui da ottobre 2012, per tre mesi e mezzo, mi sono occupata di analisi dati, senza alcun rimborso; né i tutor avevano molto tempo per formare gli stagisti, più orientati com'erano al peer coaching. Si trattava però di un tirocinio curriculare, e mi è servito anche per scrivere la tesi. Ginevra poi è meravigliosa, un'esperienza in questa città è impagabile - per quanto trovare un alloggio è stato un incubo!Il Jobgate ha funzionato anche per il mio secondo stage, quando ormai avevo finito l'università. Inviata la candidatura a ridosso della laurea magistrale, a settembre 2013, dopo qualche settimana sono stata invitata da Philips ad un assessment di gruppo, poi a colloquio con due manager, infine con gli altri membri del management HR. Ho superato tutte le fasi e a novembre sono stata accolta nel team Risorse umane per Italia, Grecia e Israele, area Talent Acquisition e Learning, dove dopo qualche settimana di mansioni junior ho iniziato a lavorare alla selezione dei nuovi stagisti e all'organizzazione dei training. Per me un'esperienza formativa al 100%, che mi garantiva anche un rimborso di 800 euro netti al mese.A marzo 2014 poi, due mesi prima della fine pattuita dello stage, mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni, che dopo un solo anno si è trasformato a sua volta in tempo indeterminato. Quando sono entrata in Philips per la prima volta non avevo molte aspettative per il mio futuro, ma solo tanta voglia di imparare e di confrontarmi con il mondo del lavoro. Oggi invece, a 26 anni, le fiere del lavoro organizzate dalla Bocconi le vivo lato azienda! Lavoro in un settore che mi piace, in una divisione aziendale affascinante e innovativa - quella Lighting - e mi mantengo da sola a Bergamo, con uno stipendio annuo lordo di circa 30mila euro all'anno. Il mondo HR poi è in continuo movimento e mutazione, è molto interessante, anche se non escludo che mi piacerebbe testarmi in altre funzioni. Mi ritengo molto fortunata ad essere dove sono. È innegabile che un po' di fortuna serve, ma vorrei far arrivare ai miei coetanei il messaggio che chi vale prima o poi emerge, se ha umiltà e fiducia nelle proprie capacità.

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