Quote rosa, con la legge sui cda l'Italia è avanti: ma la battaglia europea è ancora lunga

Preparate, competenti e competitive sui banchi di scuola e dell’università, anche più dei colleghi maschi, eppure ancora oggi un passo indietro nel mondo del lavoro: che le donne siano spesso penalizzate non è uno stereotipo ma una realtà che emerge dai dati. Direttori e presidenti, amministratori delegati, membri dei consigli di amministrazione: la corsa ad armi pari spesso si arresta lì, quando è il momento di sedersi nei “posti che contano”. Ma una volta tanto l'Italia corre e, per una volta, mostra la strada al resto d'Europa verso il traguardo della parità di genere. Sulle poltrone dei consigli di amministrazione delle società italiane quotate in borsa siedono infatti oggi molte più donne di ieri: il 22,6%, con un incremento non da poco, considerando che  nel 2010 erano solo il 6%. A segnare il passo, la legge 120 sulle quote rosa introdotta tre anni fa. Il dato rimbalza dalla conferenza "Women on board" organizzata qualche giorno fa al Parlamento europeo a Bruxelles da Alessia Mosca, oggi europarlamentare Pd ma fino a pochi mesi fa deputata e, in quella veste, promotrice nel 2011 della legge insieme alla collega Lella Golfo, con un sostegno parlamentare trasversale. Le quote rosa funzionano, almeno in Italia. Il famoso "tetto di cristallo" si sta rompendo, ma il rischio, avvertono da Bruxelles, è di fermarsi ancora una volta un passo prima dei posti che contano: in Norvegia, ad esempio, gli amministratori delegati donne latitano - sono solo il 6% - nonostante una legge sulle quote rosa nei cda sia in vigore da dieci anni. I senior manager sono ancora soprattutto uomini:  segno che tra l’obbligo imposto da una legge e l’effettiva parità dei generi nel mondo del lavoro c’è di mezzo un cambiamento, anche culturale, da realizzaere. Lo stesso vale per il resto d'Europa: nel 2014 le "amministratrici delegate" sono meno del 6%, dice uno studio del centro Egon Zehnder.«La quota non è fine a se stessa. E' uno strumento per dare una scossa al sistema e migliorarlo. Dobbiamo spingere per la diversità come valore», avverte però Alessia Mosca: «La nostra più grande sfida ora non è solo arrivare ad una percentuale di donne ai vertici diversa da quella da cui partiamo, ma anche dimostrare che i luoghi di lavoro con maggiore mix di genere portano a migliori performance aziendali». Tutto questo mentre l'Europa tira ancora una volta il freno sulla direttiva per l'equilibrio dei generi, proposta nel 2012 dall'allora commissario e ora europarlamentare Viviane Reding: «E' stata la mia più grande battaglia nel collegio dei Commissari», ammette, quando ricorda il progetto di portare al 40% entro il 2020 il limite minimo del genere  sottorappresentato nei cda delle società quotate - o al 33% nel caso si includano anche le posizioni di amministratore delegato. Per farlo, la direttiva disegnata dall'ex commissario Reding vorrebbe spingere le società verso l’adozione di procedure di selezione trasparenti, fondate su qualifiche e merito: «Quello che avevo in mente erano delle "quote procedurali": non volevo che le società fossero obbligate a prendere una donna in quanto tale, ma che fosse data alla donne la possibilità di competere alla pari con gli uomini». La battaglia, se non è persa, per ora è quanto meno rimandata: nell'ultimo Consiglio europeo per gli Affari sociali a guida italiana, l'11 dicembre scorso, gli Stati membri non hanno infatti raggiunto una posizione comune  sulla direttiva, che era stata approvata in prima lettura dal Parlamento europeo nel novembre del 2013. «E' più necessario che mai, abbiamo solo il 16% di donne nei cda europei, nonostante il 50% dei laureati siano donne. Il loro talento non deve essere sprecato», ha commentato la nuova commissaria all'Occupazione, la belga Marianne Thyssen. Il ministro Giuliano Poletti si è detto comunque fiducioso, «visto che il lavoro è avanzato». Il dossier passerà ora alla presidenza lettone che si insedierà a gennaio e che avrà il compito di guidare gli Stati membri verso un nuovo compromesso per raggiungere un accordo. Eventuali emendamenti del Consiglio dovranno poi tornare in discussione in seconda lettura al Parlamento. Ecco allora che l'Italia può diventare un laboratorio per il resto d'Europa, anche se nella classifica mondiale sulle disparità di genere ("gender pay gap") del World Economic Forum risulta ancora indietro: «Siamo al 129° posto su 136 Paesi, ma con la legge 120 sono stati fatti passi avanti», spiega Parrella. Le note positive però non mancano: le quote rosa italiane (20% minimo di donne nei cda delle società quotate, con un incremento al 33% al terzo rinnovo) non sono solo una questione di numeri e sanzioni: «Non abbiamo mai dovuto decretare la decadenza di un Consiglio per la mancata applicazione delle regole», precisa Monica Parrella, direttore del dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. E in più  «i board italiani rinnovati dopo la riforma sono in genere più giovani e con membri più istruiti. Significa che l'obbligo delle quote ha innescato un processo positivo, che ha spinto a selezionare migliori candidati anche tra gli uomini, non solo tra le donne»: lo sottolinea Paola Profeta, professore di Scienza delle finanze all'università Bocconi, che sotto il coordinamento del dipartimento Pari opportunità ha condotto lo studio "Women mean business and economic growth", scattando una foto, dopo l'introduzione della legge Golfo-Mosca, ai cda e collegi sindacali delle società italiane quotate e analizzando oltre 3100 curricula. La prossima sfida è dunque dimostrare come e quanto il mix di genere possa influire positivamente sulle performance aziendali e sui risultati di mercato. «Le quote dovrebbero essere parte di una visione più ampia. l'obiettivo finale è promuovere la parità dei generi. Ma anche le motivazioni economiche sono importanti», puntualizza Profeta. "L'effetto Norvegia" poi resta concreto, in Italia e in tutta Europa: «C'è bisogno che le donne che siedono ora nei consigli promuovano una nuova organizzazione del lavoro» avverte Parrella: «Altrimenti rischiamo che dopo alcuni anni il ricambio non sia pronto e che la legge sulle quote resti un'occasione sprecata». Maura Bertanzon

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Riforma Fornero, nuovi incentivi all’occupazione femminile: ecco chi potrebbe beneficiarne e come

Secondo l’Istat nel quarto trimestre 2011 le donne disoccupate in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia sono state complessivamente 385mila, su un totale di 902mila in tutta Italia. Il 16% in più rispetto allo stesso periodo del 2010. Nel dettaglio, 132mila sono le donne campane che cercano e non trovano lavoro - a cui si aggiungono 92mila pugliesi, 10mila lucane, 37mila calabresi e 114mila siciliane. La riforma del lavoro, approvata lo scorso 4 aprile dal governo e ora in esame al Senato, ha tra i suoi obiettivi anche quello di intervenire sul problema, puntando a ridurre questo numero. Tra i vari provvedimenti infatti l’articolo 53 del disegno di legge prevede, al quarto comma, agevolazioni per «le assunzioni, a partire dal primo gennaio 2013, di donne di qualsiasi età prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi» e di «donne di qualsiasi età, prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno ventiquattro mesi, ovunque residenti». Nel primo caso, conditio sine qua non per usufruire degli aiuti è risiedere in una delle regioni beneficiarie dei fondi strutturali e comunitari (per il periodo 2007-2013 Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) o rientrare nella condizione di lavoratore «svantaggiato», descritta dal regolamento 800/2008 della Commissione Europea, all’articolo due (punto 18, lettera «e»). La disposizione parla di «lavoratori occupati in settori o professioni caratterizzati da un tasso di disparità uomo-donna, che supera almeno del 25% la disparità media uomo-donna in tutti i settori dello Stato membro interessato, se il lavoratore appartiene al genere sottorappresentato». I dati pubblicati dall’Istat nel 2010, relativi all’anno precedente, parlano di un tasso totale di disparità uomo-donna per tutti i settori pari al 19,80%. Gli ambiti in cui la percentuale risulta più elevata sono, ad esempio, quelli dell’industria (59,93%) e, in particolare, dell’industria delle costruzioni, dove il dato raggiunge l’88,80%.Già il cosiddetto «decreto salva Italia» prevedeva degli sgravi per le imprese in caso di assunzione di donne: in generale, per ogni assunta un'azienda può dedurre dal reddito l'intero ammontare del valore dell'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive), relativa alle spese per il nuovo personale dipendente. Inoltre, fino al 31 dicembre 2012, è stabilito uno sconto fiscale che consiste in una maggiore deduzione Irap, nel caso di assunzioni a tempo indeterminato: 10.600 euro per ogni donna. E per alcune regioni del centro-sud è previsto un surplus: la cifra ammonta a 15.200 euro per Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna.Le nuove agevolazioni per le lavoratrici introdotte dalla riforma Fornero sono descritte nei comma 1-3 dell’articolo 53, dove si stabilisce che «per le assunzioni effettuate, a decorrere dal primo gennaio 2013, con contratto di lavoro dipendente, a tempo determinato, in somministrazione, spetta, per la durata di dodici mesi, la riduzione del 50 per cento dei contributi a carico del datore di lavoro». Nel caso di passaggio da un contratto a termine a uno a tempo indeterminato o di assunzione effettuata direttamente con contratto a tempo indeterminato «la riduzione spetta per un periodo di diciotto mesi dalla data di assunzione».Per valutare i vantaggi per un’impresa, si può fare un esempio concreto, che rientra nelle tipologie di contratto descritte dalla legge. Secondo i dati Inps, nel caso di un lavoratore dipendente con un contratto a tempo determinato, per il calcolo dei contributi una ditta applica sulla sua retribuzione lorda mensile un’aliquota del 32,7%. Se si considera uno stipendio mensile lordo di 1.300 euro, il contributo a carico dell’azienda è pari a circa 425 euro, che, prendendo in considerazione un anno, diventano 5.100 euro. Qualora per un’ipotetica lavoratrice donna da assumere con questa tipologia di contratto si verificassero le condizioni descritte dall’articolo 53 del ddl, per l’azienda la cifra si dimezzerebbe per i successivi dodici mesi, addirittura diciotto in caso di passaggio a un contratto a tempo indeterminato. Nel caso del contratto di somministrazione, le agevolazioni si intendono valide se il contratto in questione è della durata di almeno 12 mesi.I vantaggi per un datore di lavoro non sono trascurabili. Ma quante donne attualmente verrebbero a trovarsi nella condizione descritta dal comma? Per stabilirlo, è fondamentale che ci sia uno stato di disoccupazione da almeno sei mesi. La domanda va fatta all’Inps, anche attraverso un Centro per l’impiego, presentando una dichiarazione che attesti l’immediata disponibilità allo svolgimento di un’attività lavorativa (la cosiddetta «did»). Non è facile quantificare il numero delle future lavoratrici che beneficerebbero dei contributi, dal momento che bisogna tenere in considerazione, per lo stato di disoccupazione da almeno sei mesi, anche la regione di residenza e l’esistenza della condizione di «lavoratore svantaggiato», descritta dal regolamento comunitario che chiama in causa, invece, il settore d'impiego. Solo ricomponendo tutti questi elementi sarà possibile capire se di fatto le nuove disposizioni contribuiranno a diminuire i numeri della disoccupazione femminile, soprattutto al Sud, e a riportare un numero significativo di donne al lavoro.Chiara Del PriorePer saperne di più su quest'argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, ecco punto per punto cosa riguarda i giovani- 8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?- Per risollevare l'economia bisogna ripartire dalle donne

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Per risollevare l'economia bisogna ripartire dalle donne

Non tutto ciò che conta si può contare, e viceversa. Un gioco di parole con cui Albert Einstein, uno che di conti se ne intendeva, voleva sottolineare una verità un po' paradossale: il valore a volte non si può quantificare. Valore inteso come importanza, rilevanza, e non appunto come misura quantitativa. È l'assunto di base da cui partono l'economista Elena Sisti e la trentenne Beatrice Costa, ricercatrice sulle politiche di genere per Actionaid, per rispondere alla domanda "Quanto vale il lavoro delle donne?". Stando all'economia ufficiale - quella del Pil, delle statistiche, dei numeri - molto meno di quello maschile, ma l'economia reale racconta tutt'altra storia: le donne reggono il mondo, come recita il titolo del libro (Altraeconomia, 116 pagine, a fianco la copertina). Lavorano complessivamente più degli uomini, ma il loro lavoro fuori casa è svalutato - nonostante per accedervi abbiano fatto più fatica - e quello tra le pareti domestiche non riconosciuto. Per di più proprio in tempi di crisi - spesso derivanti da un'impostazione prettamente maschile dell'economia - sono le donne ad andarci di mezzo per prime, sobbarcandosi il surplus di fatica richiesto. Il volume vuole affermare il ruolo cruciale delle donne ma anche indicare che un altro modo è possibile. «Intuizioni femminili per cambiare l'economia», è appunto il sottotitolo, intuizioni che nascono da dodici conversazioni con altrettante esperte, donne tenaci e preparate ma per la maggior parte poco note - e quindi eccole: sono l'economista Ann Pettifor, la giornalista Monica D'Ascenzo, la sociologa Manuela Naldini, Francesca Bettio docente di politica economica e ideatrice del portale Ingenere, e ancora Paola Villa, Liana Ricci, Silbia Macchi, Stefania Scarpoini, fino all'editorialista di Io Donna del Corriere della Sera Marina Terragni e alla stessa Beatrice Costa. Il risultato è una panoramica "con gli occhiali rosa" che ripensa in termini economici i più diversi ambiti della vita: economia, ambiente, politica, comunicazione, sviluppo e sostenibilità.Innanzitutto va esplicitato che (diversamente da quanto ritengono organismi pure autorevoli come l'Ilo, l'International Labour Organization dell'Onu) una persona economicamente attiva non necessariamente è impegnata in un'attività economica retribuita, in un lavoro formale, contrattualizzato o meno. È una definizione che non può che stare stretta, alla donna come all'uomo. «Perché le cose cui viene attribuito un prezzo tramite lo scambio sul mercato devono avere un valore superiore a quelle che non hanno un prezzo, tanto più se tra queste ultime risultano esserci la cura dei figli e dei malati, la produzione di cibo , la manutenzione e la pulizia della casa?», si chiedono le curatrici del volume. Del resto economia, dal greco, vuol dire "legge della casa". Del lavoro di cura quotidiana delle donne non c'è però traccia nelle statistiche ufficiali; e non è questione da poco, perché «se non ci sono i dati, non ci sono i problemi, non ci saranno le politiche», affermano Sisti e Costa. Al di là del mancato riconoscimento, ci sono poi potenzialità messe a tacere. Capacità di mediazione, ricostruzione, lungimiranza, cura delle relazioni: sono alcune delle caratteristiche tipicamente femminili che, ricerche alla mano, costituirebbero una quanto mai necessaria iniezione benefica all'economia globale. Mencession, fusione inglese delle parole "uomini" e "recessione": questo è il termine con cui non a caso negli Stati Uniti hanno definito la recente crisi. «Sono in molti a credere che essa sia stata causata da una visione "al maschile" del mondo, che ha come caratteristiche una più alta propensione al rischio, una concentrazione maggiore sull'individuo rispetto alla comunità e una minore spinta a tenere conto del futuro nelle decisioni».Eppure le donne sul lavoro fanno ancora tanta manovalanza e pochissima dirigenza. In Italia nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa rappresentano un misero 2% - questo quando è stata da poco approvata la legge che prevede almeno di decuplicare la cifra: il 20% a partire dal 2012 - e il Gender Equity Index del Social Watch, indice di parità sessuale che tiene conto di istruzione, partecipazione economica e politica, ci classifica al 72esimo posto - subito dopo Paesi come Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica dominicana. A questo punto le tanto discusse quote rosa sembrano alle autrici «un male necessario, per un periodo di tempo transitorio, per poter cambiare la cultura del paese», abituando alla presenza delle donne sulle poltrone che contano. Presenza che aiuterebbe senz'altro a mettere in campo i cambiamenti. A sviluppare un sistema di welfare che supporti attivamente le famiglie, ad esempio, sia in termini monetari con assegni o detrazioni fiscali sia di servizi e qui si parla di asili nido aziendali, periodi di congedo per i padri, potenziamento statale dell'apparato di assistenza agli anziani (oggi più che altro «badantato» assistenzialistico). Ma la sfida vera è innanzitutto cambiare la cultura e la percezione del ruolo della donna nell’economia, e realizzare questo cambiamento senza cadere nel tranello della lotta tra sessi, come è avvenuto in passato con le teorie femministe. A essere ripensato deve essere innanzitutto il rapporto uomo-donna: non competizione, ma collaborazione, un equilibrio in cui le diversità vengano valorizzate in modo virtuoso per creare un benessere misurabile non solo in termini monetari.Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Le domande personali in sede di colloquio non sono lecite: lo dicono il Codice delle pari opportunità e la Costituzione  - Rita 101+, l'omaggio della Rete a Rita Levi Montalcini e alle ricercatrici italiane: la Repubblica degli Stagisti trasmette in diretta streaming l'evento- Umberto Veronesi: la fatica delle donne e dei figli suoi: ma in realtà sono i figli di nessuno che fanno una fatica bestiale per emergere

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Occupazione femminile, un passo avanti e due indietro nella riforma del lavoro rivista dal Senato

Lo scorso 31 maggio il Senato ha approvato la riforma del lavoro, che è ora in esame alla Camera. Il governo aveva posto il giorno prima la fiducia su  quattro maxi emendamenti, sostitutivi del testo presentato dall’esecutivo lo scorso 4 aprile. Un aspetto rilevante del ddl Fornero si riferisce alle misure di tutela dell’occupazione femminile, dagli incentivi all’occupazione ai voucher per i servizi di baby-sitting, fino all’introduzione del congedo di paternità e agli interventi per contrastare la pratica delle dimissioni in bianco.A proposito di occupazione femminile, cosa cambia con il nuovo testo? Una delle modifiche più significative riguarda proprio la pratica delle dimissioni in bianco: si tratta di una lettera di dimissioni volontarie, che il datore di lavoro spesso fa firmare al lavoratore al momento dell’assunzione. Vengono dette «in bianco» perché la data viene inserita successivamente. Si tratta di una pratica utilizzata soprattutto con le donne: secondo dati Istat sono 800mila quelle costrette ad abbandonare il lavoro attraverso le dimissioni in bianco, nel 90% dei casi in seguito a una gravidanza. La riforma ha introdotto di nuovo delle misure di contrasto di questa pratica, già previste dalla legge 188 del 2007, poi abrogata: il testo del 4 aprile stabilisce che la richiesta di dimissioni vada presentata dalla lavoratrice durante il periodo di gravidanza oppure fino a  tre anni di vita del bambino (o di accoglienza del minore adottato o in affidamento). Il termine previsto dalla legge 188 era di un anno. La riforma ha poi introdotto due procedure di controllo della «genuinità e contestualità» di questo atto. Nel primo caso le dimissioni o la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro devono essere convalidati dal servizio ispettivo del ministero del Lavoro competente per territorio. L’efficacia delle dimissioni è così subordinata a questa verifica. La seconda è la sottoscrizione di un’apposita dichiarazione in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro, che il datore è già tenuto a inviare al centro per l’impiego. Nel momento in cui dovesse riscontrarsi un abuso, esso va considerato licenziamento discriminatorio. Tuttavia, per punire l’illecito il ddl Fornero prevede una semplice sanzione amministrativa, una multa da 5mila a 30mila euro. Il testo emendato ribadisce queste disposizioni, introducendo però una novità: nei sette giorni dalla ricezione dell’invito a presentarsi presso la sede del servizio ispettivo o a sottoscrivere la dichiarazione sulla base della seconda procedura, la lavoratrice «ha facoltà di revocare le dimissioni o la risoluzione consensuale. La revoca può essere comunicata in forma scritta. Il contratto di lavoro, se interrotto per effetto del recesso, torna ad avere corso normale dal giorno successivo alla comunicazione della revoca». In nessuna delle due versioni del testo di legge (quella del 4 aprile e i maxi emendamenti), si fa riferimento, invece, alla registrazione delle dimissioni su moduli numerati progressivamente, con una scadenza di 15 giorni, finalizzata a risalire al giorno delle dimissioni e a evitare che il modulo venga compilato prima.Se la reintroduzione delle misure di contrasto alla pratica delle dimissioni in bianco è sicuramente un elemento positivo, le modalità proposte per combattere il fenomeno sono state oggetto di critiche. Una delle sostenitrici del ripristino della legge 188 è stata la sindacalista ed ex parlamentare Titti Di Salvo, che ha spiegato alla Repubblica degli Stagisti le lacune contenute sia nel testo approvato il 4 aprile sia in quello del maxi emendamento. «La legge corregge l’abuso della firma in bianco, ma non lo previene, a differenza della 188/2007 che vincolava le dimissioni volontarie a un modulo numerato». La novità della revoca introdotta dal nuovo testo dovrebbe essere un’ulteriore arma a favore delle lavoratrici, in quanto concede loro una sorta di «diritto di ripensamento». In realtà, per la sindacalista, rischia di non esserlo: «Se una donna ha dato le dimissioni sotto ricatto, non è detto che questa costrizione non possa ancora sussistere». Anche la multa è considerata dall’ex parlamentare una misura troppo blanda per punire l’abuso. E se per le dimissioni in bianco si rischia di fatto di non intervenire in maniera incisiva sul problema, anche per il congedo di paternità il testo approvato dal Senato sembra segnare un passo indietro rispetto a quello del 4 aprile. L’articolo 56 del testo  elaborato dal ministro Fornero prevedeva che «il padre lavoratore dipendente, entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, avesse «l’obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di tre giorni, anche continuativi», di cui due in sostituzione della madre. Il Senato ha modificato questo passaggio: adesso per il padre lavoratore dipendente l’obbligo di astenersi dal lavoro si limita a un solo giorno. Gli altri due diventano facoltativi: «Entro il medesimo periodo, il padre lavoratore può astenersi per un ulteriore periodo di due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione». Insomma i giorni obbligatori passano da tre a uno, e che comunque due di essi vanno sempre «scalati» da quelli a disposizione della madre. Un ulteriore depotenziamento della norma, che già stabiliva un numero piuttosto ridotto di giorni di congedo rispetto anche a quanto accade nel resto d’Europa.Un'altra modifica relativa alle misure per favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro, stavolta migliorativa, riguarda i voucher per l’acquisto di servizi di baby-sitting e per gli asili pubblici o privati accreditati. Il testo approvato il 4 aprile prevedeva la corresponsione di voucher dalla fine della maternità obbligatoria per gli undici mesi successivi, in alternativa all’utilizzo del periodo di congedo facoltativo per maternità. Il voucher è erogato dall’Inps e il suo importo è regolato sui parametri Isee della famiglia. Se la norma approvata dal governo stabiliva l’utilizzo di questo servizio solo per chi volesse avere una baby-sitter, il testo emendato introduce anche la possibilità di servirsene per far fronte alle spese dei «servizi pubblici per l’infanzia o dei servizi privati accreditati». L’ex ministro della Gioventù e onorevole del PdL Giorgia Meloni, membro della Commissione Lavoro alla  Camera, commenta così con la Repubblica degli Stagisti le nuove disposizioni: «Apprezzo la volontà di favorire la conciliazione degli impegni professionali e familiari. In questo caso, però, ci sono stati poco coraggio e troppo timore. Sarebbe stata opportuna una seria politica di sgravi fiscali alle imprese che assumono giovani madri o giovani donne in età fertile. I voucher per i servizi di baby-sitting sono una buona idea ma mi rammarica il fatto che si tratti di un provvedimento alternativo al congedo di maternità facoltativo e non integrativo». Non cambia, invece, nulla sotto il fronte incentivi all’occupazione femminile: resta valido quanto previsto dall’articolo 53 del testo originario del disegno di legge, che prevede agevolazioni per «le assunzioni, a partire dal primo gennaio 2013, di donne di qualsiasi età prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi» e di «donne di qualsiasi età, prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno ventiquattro mesi, ovunque residenti».Chiara Del PriorePer approfondire questo argomento, leggi anche: - Occupazione femminile, Alessia Mosca: «Buoni spunti nella riforma, ma si può fare di più»- Riforma Fornero, nuovi incentivi all'occupazione femminile: ecco chi potrebbe beneficiarne e come- Congedo di paternità obbligatorio, passo in avanti verso l'Europa- Riforma del lavoro, ecco punto per punto cosa riguarda i giovani

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Startup ed Expo ma non solo, gli imprenditori lombardi: puntiamo sui giovani per far volare Milano

Milano prova a trainare la difficile ripresa dell’economia, e per farlo non dimentica di puntare sui giovani: tra i 50 “progetti per far volare Milano”, lanciati un anno fa da Assolombarda, diverse iniziative hanno infatti riguardato proprio le nuove generazioni, dal mondo della formazione a quello dell’imprenditoria giovanile. A un anno dall’avvio del progetto, nonostante l’economia resti asfittica, a Milano e in Lombardia si intravedono i primi segnali di ripresa: crescita dell’export, miglioramento dell’indice di fiducia delle imprese manifatturiere, nascita di nuove startup. «L’export è salito dell’1,3% nel terzo trimestre, e per ogni fallimento in Lombardia nel 2014 sono nate 19 startup» dice il presidente dell’associazione locale degli industriali Gianfelice Rocca. «L’Italia non ha ancora finito di declinare, anche se il ritmo rallenta e fa pensare che ci stiamo avvicinando al fondo della discesa. Ma Milano intanto mostra segnali chiari, ce la faremo. Molti problemi restano, non è il caso di nutrire infondati ottimismi, ma la fiducia c’è». Tra i punti di forza sui quali la capitale economica del nostro Paese fa leva per ripartire, ha sottolineato Rocca, c’è «il mix equilibrato delle sue specializzazioni: l’alta quota di manifatturiero medium hi-tech con forte presenza di metalmeccanica, chimica farmaceutica, alimentare e moda; l’elevata quota di servizi in informazione e comunicazione, la forte densità di addetti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, la concentrazione di grandi gruppi nazionali nel settore finanziario, del credito e assicurativo. Abbiamo in Lombardia 50mila addetti alla ricerca, pari a circa un quinto del totale nazionale. E le imprese lombarde del settore biomedicale realizzano la metà del fatturato nazionale di settore». Tuttavia «non contano solo le imprese». Lo ha ribadito lo stesso presidente di Assolombarda: «La forza di Milano sta nelle sue otto prestigiose università con 180mila studenti di cui 13mila stranieri, nei suoi 143mila volontari impegnati nel privato sociale del terzo settore, nell’eccellenza raggiunta nel ranking internazionale di moltissimi suoi centri di ricerca, con 1.100 pubblicazioni su riviste scientifiche per milione di abitanti, rispetto alle 880 della Germania e alle 758 dell’Italia». Per garantire migliori opportunità ai giovani è essenziale migliorare il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro, che è al centro di uno dei progetti che Assolombarda ha voluto citare come particolarmente significativo per i risultati ottenuti sul fronte del supporto alla crescita delle imprese. «La nostra associazione si è impegnata direttamente per sostenere e diffondere il contratto di apprendistato per l’inserimento dei giovani nelle aziende: sono stati coinvolti 300 ragazzi e 800 realtà produttive», ha fatto sapere Rocca, aggiungendo che le proposte di Assolombarda per il miglioramento di questa forma contrattuale «hanno trovato riscontro nel decreto Poletti». Inoltre, ha sottolineato, «abbiamo costruito un ponte diretto tra imprese e istituti tecnici e professionali: abbiamo realizzato accordi di rete in sei settori, coinvolgendo 100 imprese aderenti e 80 istituti tecnici e professionali sui 141 del nostro territorio, con 3.500 studenti inseriti in progetti di alternanza scuola/lavoro. Abbiamo poi puntato sulla formazione tecnica, creando quattro  Fondazioni ITS e svolto un ruolo primario nell’attivazione di sei ITS (il 21% dei 29 lombardi nell’anno scolastico 2014-2015)». Gli ITS, Istituti Tecnici Superiori, sono “scuole speciali di tecnologia” che costituiscono un canale formativo di livello post-secondario, parallelo ai percorsi accademici.Nel piano strategico lanciato un anno fa c’è poi un’iniziativa che punta a valorizzare in particolare il ruolo degli startupper, i giovani che scommettono sulle loro idee imprenditoriali innovative: «Vogliamo fare di Milano una Startup Town, e per questo dalla scorsa primavera sono entrate gratuitamente in Assolombarda oltre 100 startup», ha sottolineato Rocca. «Abbiamo inoltre aggregato 23 istituzioni e soggetti del nostro territorio per rendere più attrattiva Milano per questa categoria di imprese. Lavoriamo per trasferire le idee dalle università alle imprese, sfruttando la nostra conoscenza del mondo produttivo per colmare le carenze del sistema». Non è mancato un riferimento alla «grande occasione» che si presenterà a breve «per Milano e per l’Italia intera, Expo 2015». Anche qui, Rocca ha ricordato, tra le due esperienze realizzate da Assolombarda nell’ambito del piano strategico, «l’accordo sul lavoro sottoscritto con le organizzazioni sindacali per l’Esposizione universale. È l’intesa più avanzata in tutta Italia per occupabilità, turni, orari, utilizzo dell’apprendistato e di contratti a tempo e flessibili: vorremmo che sia un banco di prova da estendere a livello nazionale nel post-Expo».Tutte iniziative che puntano a ripristinare un clima di fiducia, essenziale per la ripresa dell’economia e per un miglioramento delle prospettive dei giovani. «Credo che il mondo l’anno prossimo andrà un po’ meglio che quest’anno», ha chiosato Rocca. «In Italia mancano, in questo momento, circa 30 miliardi di investimenti a trimestre e 25 miliardi di consumi: il problema non può essere risolto soltanto dall’export. Se riparte la fiducia, che io chiamo petrolio bianco, riparte anche il Paese, che ora è ripiegato su se stesso».   Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE

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Alimenta2Talent premia 5 nuove startup per un'agricoltura sostenibile e biotech

C'è chi ha lasciato il lavoro, chi dopo quindici anni da ricercatrice precaria si sentiva stanca e intravedeva il capolinea. C'è chi è tornato in Italia nonostante un buon lavoro all'estero e chi ha scelto di realizzare il suo sogno dopo che la vita da dipendente lo aveva tradito. Dietro ai cinque progetti che grazie ad Alimenta2Talent, l'incubatore d'impresa voluto dal Comune di Milano e dalla Fondazione Parco tecnologico padano, si preparano a diventare start-up dell'agroalimentare ci sono le storie  dell'Italia di oggi. C'è la tecnologia, ci sono le risorse applicate all'alimentazione, e ci sono soprattutto tante idee innovative. Colture acquaponiche,  aerogel ecologici, pack lunch per le intolleranze alimentari, spesa ready to cook, una piattaforma web per limitare gli sprechi alimentari.Agricoltura 2.0, Eco-aerogel, My Foody, Outdoors safe food e Quomi: sono le migliori idee di impresa per cambiare il modo di fare agricoltura. Riceveranno una borsa di studio di 1.500 euro al mese per sei mesi:   Alimenta2Talent non è infatti un finanziamento diretto, ma un percorso di formazione all’imprenditoria: le start-up avranno a disposizione un tutor dedicato per la definizione di obiettivi e strategie, un gruppo di mentor da cui attingere conoscenze  e l’uso degli spazi di coworking offerti del Parco Tecnologico Padano, uno dei maggiori poli italiani di ricerca e sviluppo nell’agroalimentare e nelle biotecnologie. I cinque team vincitori potranno anche incontrare esponenti del mondo del venture capitalism e della grande industria pronta a scommettere su idee ad alto tasso di innovazione. Ecco che cosa lega questi progetti: la tecnologia applicata a diversi settori dell'agroalimentare e delle scienze per la vita, le opportunità della rete al servizio del corretto consumo alimentare. E' il caso di MyFoody, una piattaforma web con l’obiettivo di minimizzare gli sprechi la cui idea nasce da un pacco di biscotti scaduti: «Li avevo acquistati la sera prima in un supermercato di Genk, in Belgio, dove stavo facendo delle ricerche per la mia tesi di laurea in giurisprudenza, ma quando li ho aperti al mattino mi sono accorto che la data di scadenza era passata» racconta l'ideatore Francesco Giberti: «Così mi sono messo a pensare a un sistema con cui si potesse evitare di pagare a prezzo pieno un prodotto in scadenza. Ci ho messo un po', ma alla fine ho lascito il mio lavoro e ho parlato dell'idea a degli amici che oggi condividono con me questa splendida avventura». Insieme a Francesco oggi ci sono Luca Masseretti, Esmeralda Colombo, Stefano Rolla, Francesco Luziatelli e Giulia Pagani. «Abbiamo creato una piattaforma online dove le aziende che sprecano cibo possano mettere in vendita i loro prodotti a prezzo scontato, ma anche fare donazioni» dice Ghiberti: «si possono vendere i prodotti in scadenza, difettati o in eccesso, ma si possono anche donare a organizzazioni no profit. My Foody non è solo una rete commerciale, ma anche una rete solidale».Nuove idee per cucinare e anche qui per non buttare via neanche una briciola arrivano poi da Quomi. «Non un semplice ecommerce di prodotti alimentari, ma un ecommerce di ricette» così lo definisce il suo fondatore Daniele Bruttini. Gli chef di Quomi creeranno ogni settimana, ricette della cucina italiana facili da preparare e gli ingredienti arriveranno a casa  già nelle giuste quantità. «L'idea è venuta a me, Alessandro Pantina e Andrea Bruno, quando vivevamo a Berlino dove insieme lavoravamo per una piattaforma di ecommerce. Dopo un po' la mancanza del cibo italiano si è fatta sentire e così ci è venuto in mente che avremmo voluto ricevere ricette da poterci cucinare a casa» racconta Daniele che ha lasciato il lavoro, è tornato in Italia e si occupa a tempo pieno del progetto a cui si sono aggiunti Alberto Tiradossi e Francesca Cortese. Grazie a loro invitare amici a cena non sarà più un problema,  perché ci sarà sempre il piatto giusto da cucinare senza avere sprechi. E se qualcosa avanza c’è Eco-aerogel, la nuova frontiera nella conservazione dei cibi. Eco-aerogel è soprattutto la storia di Stefania Grandi, 15 anni da ricercatrice precaria al dipertimento di  chimica dell'università di Pavia e nessuna prospettiva per un incarico di ruolo. «Ho passato quasi un terzo della mia vita a studiare l'aerogel, ma a 40 anni anziché stare aspettare il benservito dell'università ho preferito rimboccarmi le maniche e quando ho scoperto che la cenere della lolla del riso, una sostanza che nelle zone risicole è materiale di scarto, era ricca di silice ho avuto l'illuminazione:  sintetizzare l'aerogel non più per via chimica, ma con un materiale "rinnovabile", che viene prodotto ogni anno dalla coltivazione del riso». Oggi l'università di Pavia si prepara attraverso uno spin off ad aiutare Stefania e il suo team, formato da Piercarlo Mustarelli, Andrea Nulli e dalla srl ForEnergy: «Questi materiali presentano caratteristiche isolanti uniche al mondo, sono in grado di resistere ad oltre 1000° C» conclude orgogliosa Stefania.Dalle nuove strategie per la distribuzione alimentare ai nuovi metodi di produzione: Agricoltura 2.0 il tema della crescita sostenibile. Per capire il progetto bisogna familiarizzare con il concetto di acquaponica, ovvero  la combinazione di acquacoltura e coltivazione idroponica.  «La nostra idea è quella di mettere al primo posto il benessere della natura e una produzione agricola che sia realmente ecologica» spiega Davide Balbi, nel team con Fabrizio Borriello, Renzo Armellin, Luigi Merucci, Ylenia Fortuna e Sabrina Segatta. «Con Agricoltura 2.0 attraverso la simbiosi acqua-pesci, la cosiddetta acquacoltura, possiamo fornire un nutrimento naturale alle piante facendole crescere velocemente, con un sapore più buono. E tutto il sistema è alimentato dall'energia solare. Cioè produzione tutta biologica e a basso costo». Insomma, lobiettivo è quello di eliminare le componenti inquinanti del processo produttivo agricolo. Outdoors Save Food ha pensato infine a chi  ha allergie o intolleranze alimentari. Un pacco dove trovare non solo l'alimento giusto in base alle proprie esigenze, ma preparato in modo tale che possa essere consumato ovunque, per esempio al lavoro. «Nasce tutto da un'esigenza personale» spiega Erna Lorenzini, 50enne ricercatrice a tempo definito all'università di Milano e medico nutrizionista «le mie allergie alimentari mi costringono a stare molto attenta, ma se per lavoro sono costretta a mangiare fuori non so a cosa vado incontro, così ho pensato ad un pasto già pronto che abbini due caratteristiche: la certezza che non troverò un certo ingrediente e la qualità gastronomica». In questa idea Erna è accompagnata dal marito Augusto, che per anni si è occupato di matematica e finanza finché la sua società non ha chiuso. «Da tempo sognavamo di realizzare una cosa del genere, adesso ne abbiamo l'opportunità». A designare i vincitori è stata una commissione tecnica composta da rappresentanti di fondi di investimento, società di brokeraggio tecnologico e dai responsabili della Ricerca e Sviluppo del Parco Tecnologico e di altri istituti di ricerca che ha scelto fra una rosa di quindici finalisti fra oltre 100 proposte arrivate da tutta Italia. «L’interesse suscitato dalla call avviata a giugno dimostra come il settore dell’agroalimentare possa rappresentare una concreta opportunità per i nostri ragazzi di fare ricerca e impresa» dice soddisfatta l’assessore al Lavoro, Sviluppo economico, università e Ricerca Cristina Tajani. «Sono oltre 200 i progetti di impresa che hanno già ricevuto un sostegno dal comune di Milano. Oggi aggiungiamo un tassello ulteriore per una città in grado di offrire spazi ed opportunità all'intraprendenza dei più giovani".Soddisfazione espressa anche da Gianluca Carenzo, direttore generale del Parco Tecnologico Padano che a marzo ospiterà, in ottica Expo a Lodi  il primo forum dedicato al contrasto della contraffazione alimentare. «Le idee arrivate in finale, in particolare quelle che abbiamo deciso di sostenere, dimostrano che il sistema italiano è in grado di dare risposte ai temi di Expo, attraverso soluzioni creative che passano dalla ricerca e diventano innovazione. L’Acceleratore del Parco Tecnologico di Lodi nasce per fare in modo che questa potenzialità non vada sprecata, ma trovi anzi gli strumenti giusti per concretizzarsi in progetti di impresa capaci di generare occupazione».Massimiliano Cocchi

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Dall'idea all'impresa: tre bandi per chi vuole fare start-up

Andare alla ricerca di startupper o di aspiranti tali, aiutarli a validare la loro idea prima di metterla sul mercato, fornire servizi e consulenze che permettano loro di far crescere l'azienda. Temi comuni a tre bandi che dall'Emilia Romagna alla Sardegna, passando per il Friuli-Venezia Giulia, mirano ad aiutare i giovani che si vogliono cimentare in quella che in gergo si definisce "autoimprenditorialità".Nelle prime nove edizioni ha premiato 16 start-up, 15 delle quali ancora in attività, distribuendo fondi per 79mila euro. E le aziende che si sono classificate al primo posto oggi hanno in media un fatturato di 170mila euro, un tasso di crescita annuale composto del 40% e vedono crescere la forza lavoro del 20% l'anno. Con questo biglietto da visita si presenta il bando Innovami Start-up, promosso dall'omonimo incubatore d'impresa che ha sede ad Imola. Il concorso è aperto sia ad aziende già costituite che ad idee di impresa, purché abbiano un elevato contenuto innovativo e i suoi founder siano disponibili a localizzarsi all'interno di Innovami. Alla domanda di ammissione deve essere allegato un business plan, che verrà valutato in base all'innovatività e all'originalità del progetto, alla rapidità di sviluppo e alla realizzabilità tecnica, nonché alla composizione interna del team.In palio ci sono 8mila euro in denaro, oltre a forti sconti per la permanenza all'interno dell'incubatore: il 70% il primo anno, quindi il 40 il secondo ed il 15 il terzo. Riduzioni dal 25 al 75% anche su tutti i servizi erogati da Innovami, a cominciare da quelli di tutoring e di mentoring. Le domande di partecipazione vanno consegnate entro il 31 ottobre prossimo, i vincitori saranno annunciati entro la fine di dicembre 2014.È invece alla sua prima edizione “Dall'idea al business model” iniziativa voluta da Sardegna Ricerche con l'obiettivo di «creare un percorso che deve fare l'idea per diventare impresa, per evitare che un'azienda messa precocemente sul mercato finisca con un fallimento», spiega Sebastiano Baghino, responsabile dei programmi per la nascita e lo sviluppo delle start-up innovative del parco scientifico tecnologico che ha sede nel Sulcis. Sono 40 le idee che verranno selezionate per partecipare ad un percorso di validazione del progetto strutturato in una serie di workshop. Le dieci migliori accederanno ad una seconda fase, durante la quale saranno seguite nella definizione del modello di business e nel confezionamento di un preprototipo del prodotto. Percorso, quest'ultimo, finanziato con un voucher da 7mila euro messo a disposizione da Sardegna Ricerche. Inoltre avranno diritto di presentare domanda per accedere ai voucher start-up, ovvero contributi a fondo perduto che coprono l'85% degli investimenti sostenuti per una cifra massima di 50mila euro. «È un percorso abbastanza innovativo per un ente pubblico come il nostro, ma stiamo avendo dei riscontri molto interessanti», aggiunge Baghino, «questo è uno strumento che serve alle persone per capire se sono pronte a diventare startupper. Diciamo che, prima di incubare l'impresa, incubiamo l'imprenditore». Le domande vanno presentate esclusivamente on line, nell'apposita sezione del sito di Sardegna Ricerche, entro le 12 del prossimo 17 ottobre.Vuole permettere agli aspiranti imprenditori di verificare la sostenibilità del loro progetto anche StartupFVG, concorso aperto a startupper dai 18 ai 40 anni organizzato in Friuli Venezia Giulia da Unindustria Giovani, Ecosistema Startup e dalla Regione. L'iniziativa è aperta anche alle isrl e alle start-up attive da meno di 5 anni e con un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro. Requisito comune quello di presentare un'innovazione di processo o di prodotto. Le prime tre aziende classificate si divideranno un montepremi del valore 100mila euro erogato attraverso servizi messi a disposizione dagli incubatori presenti sul territorio regionale.Tutte le imprese selezionate avranno la possibilità di accedere ai servizi di incubazione e a dei finanziamenti bancari agevolati. Ma soprattutto potranno incontrare i titolari di imprese mature e confrontarsi con loro, illustrando la propria idea. «Dalle aziende ci aspettiamo una grande attenzione», spiega Franco Scolari del Polo Tecnologico di Pordenone, uno degli incubatori coinvolti nel progetto, «soprattutto in termini di integrazione e accelerazione delle idee innovative delle start-up che valutino sinergiche con i loro piani di sviluppo». Il termine per presentare la domanda di candidatura è fissato per il prossimo 15 ottobre.Prenderà invece il via il 30 settembre la seconda edizione di "Startup Cgia. Imprenditori si diventa", un ciclo di cinque lezioni in programma il martedì dalle 17 alle 20. Il corso permetterà a chi voglia avviare un'impresa di conoscere tutti gli aspetti legali e finanziari necessari per guidare un'attività: dalle norme sulla sicurezza a quelle fiscali, dalle formule societarie alla stesura di un business plan. La prima edizione dell'iniziativa è stata lanciata la scorsa primavera grazie ad un finanziamento del Rotary Club Venezia-Mestre. «Abbiamo avuto così tante iscrizioni che abbiamo dovuto allestire due classi, ciascuna con 20 partecipanti», spiega Alberto Callegari della Cgia. L'associazione imprenditoriale si è fatta carico dei costi della seconda "sezione", così come del ciclo di lezioni che sta per aprirsi, tutti gestiti attraverso la società Veneform. L'iscrizione costa 50 euro, per informazioni è possibile inviare un'email all'indirizzo info@veneform.it.

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Dote Unica Lavoro e Garanzia Giovani, come la Lombardia aiuta chi cerca un impiego

DUL o GG. I giovani che cercano lavoro in Lombardia possono affidarsi a queste due sigle. DUL è l’acronimo con cui si identifica il  programma regionale a sostegno dell’occupazione, la “Dote Unica Lavoro”. A questo, da maggio 2014, si è affiancato Garanzia Giovani (GG), un programma europeo espressamente dedicato alla fascia di età fra i 15 e i 29 anni, promosso e finanziato dall’Unione Europea e implementato dalle singole Regioni secondo uno schema comune concordato nei mesi scorsi con il ministero del Lavoro. Si tratta di programmi paralleli, finanziati in maniera totalmente autonoma, ma entrambi rivolti ai giovani. I progetti sono piuttosto simili perché gli operatori chiamati ad erogare i servizi sono sostanzialmente gli stessi e anche la finalità è la medesima: l’inserimento nel mondo del lavoro. Quali sono le differenze principali Fra DUL e GG e che impatto hanno avuto finora sull’occupazione?Intanto i finanziamenti. Per sostenere Dote Unica Lavoro la Regione ha messo a disposizione, fra fondi europei e stanziamenti propri, 75 milioni di euro per il periodo che va dal 21 ottobre 2013 al 31 dicembre 2014 ed ha già stanziato altri 44 milioni provenienti da fondi europei per quadriennio 2014-2020.  Garanzia Giovani, invece, nel biennio 2014-2015 può contare per la Lombardia su un budget di 178 milioni in gran parte erogogati dall'Ue. Un’altra sostanziale differenza riguarda i soggetti che possono accedervi.Che cos’è Dote Unica Lavoro (DUL)Oltre alla fascia giovani possono entrare in DUL i lavoratori disoccupati, in cassa integrazione o in mobilità che hanno lavorato nel territorio lombardo. Chi è in possesso dei requisiti può scegliere a quale operatore rivolgersi fra un catalogo di centri accreditati misti fra pubblico e privato. Sono gli stessi operatori, dopo un colloquio preliminare, a stabilire un percorso personalizzato (PIP) per l’utente. Sulla base delle sue necessità ogni soggetto sarà inserito in una fascia di aiuto che determinerà il budget da assegnare. Si va dalla fascia 3, ad alta intensità di aiuto, per le categorie più difficili da collocare che riceveranno una somma in denaro – cioè la “dote” - più corposa, alla fascia 1, destinata a persone che necessitano di un aiuto “minimo” per trovare un impiego (esiste inoltre una fascia 4 per le persone che necessitano di servizi per il mantenimento della posizione di lavoro – cioè persone occupate – esclusivamente dedicata a chi lavora in Lombardia). Per iscriversi, dunque, bisogna recarsi in uno dei centri che, attraverso un tutor, supporteranno il soggetto lungo tutto il percorso: dalla fase di iscrizione al successivo piano personalizzato, fino all’attivazione del tirocinio o del contratto di lavoro. E’ prevista  anche una fase di rendicontazione finale sempre a carico dell’operatore.La dote viene assegnata alla persona che ne fa richiesta che può autonomamente decidere come spenderla e a quali servizi accedere. Ma di quali servizi stiamo parlando? Si va dall’inserimento lavorativo, cioè attività svolte dall’operatore per trovare una nuova occupazione alla persona, ai voucher finalizzati alla frequenza di attività di formazione fino ai voucher di servizio, ossia quelle attività necessarie a rimuovere gli ostacoli per una immissione o re-immissione nel mondo del lavoro di particolari categorie (trasporto e accompagnamento di soggetti disabili).I numeri della DUL. Secondo l’ultimo monitoraggio del 30 luglio, dal 31 ottobre 2013, data di avvio del programma, sono state erogate doti a poco più 34mila persone, di cui 16mila hanno iniziato un percorso lavorativo (58%). Poco più della metà (54,7%) ha ottenuto un contratto a tempo determinato, gli altri si dividono tra contratti a tempo indeterminato (18,7%) e di apprendistato (26,6%).  Per quanto riguarda la fascia under 29 i soggetti coinvolti  in DUL sono circa 14mila (41% del totale), 10mila (70%) quelli avviati al lavoro.  Di questi il 31% ha ottenuto un contratto, quello più frequente è il contratto di apprendistato (46%), seguita dal tempo determinato (41,%), mentre solo il 12% ha ottenuto un impiego a tempo indeterminato.  I tirocini attivati sono stati 1.700, pari al 12%, mentre un significativo 30% ha completato solo parzialmente il percorso, cioè senza concludere il periodo di sei mesi di contratto/periodo di formazione.Tuttavia un’analisi sul totale delle persone prese in carico non è del tutto corretta, poiché considera al medesimo modo i risultati delle persone che hanno terminato il servizio e quelli che hanno appena iniziato il percorso. Il tasso di avvio al lavoro, infatti, aumenta con il passare del tempo: maggiore è il periodo trascorso dalla presa in carico, più alta è la percentuale di soggetti che hanno avviato un tirocinio o un contratto. Per le doti attivate nel 2013 l’indicatore di avvio al lavoro supera infatti il 64%.Quanto ha inciso, dunque, il programma Dote Unica Lavoro, nella fascia fra i 15 e i 29 anni? In Lombardia su un milione e 400mila giovani, compresi nella forbice  fra i 15 e i 29 anni, (dati dell’l’ultimo rilevamento Istat) il 20% risulta disoccupato. Sono circa 280 mila fra disocccupati e giovani che non studiano e non lavorano, di questi, solo il 5% (14mila di cui sopra), si è iscritto al programma DUL.Le differenze con Garanzia Giovani. Garanzia Giovani è un progetto molto simile a DUL, ma ha finalità leggermente diverse. «DUL mira a un inserimento (o reinserimento) duraturo, almeno sei mesi» spiegano dalla segreteria dell' assessorato al Lavoro «Garanzia Giovani, invece è rivolto a coloro che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro, anche per una breve esperienza di stage o tirocinio».Dei 178 milioni di euro previsti da Garanzia Giovani per il biennio 2014-2015, circa 100 andranno all’erogazione dei servizi, i restanti saranno destinati al rimborso dei tirocini e agli incentivi all’assunzione. «I principi del programma Garanzia Giovani partito a maggio erano già stati anticipati dal progetto Dote Unica Lavoro iniziato a ottobre dello scorso anno: centralità della persona, personalizzazione dei percorsi, finalità occupazionale» spiega alla Repubblica degli Stagisti l’assessore al lavoro della regione Lombardia Valentina Aprea: «In Lombardia, quindi, non si dovranno costruire altri bandi per coinvolgere le agenzie per il lavoro: vi è già un sistema funzionante, Dote Unica Lavoro, che è unitario, aperto, efficace. La novità con Garanzia Giovani è che, oltre agli operatori accreditati al lavoro, un ruolo importante sarà assegnato a scuole e università, che potranno prendere in carico il flusso dei giovani in uscita dai percorsi formativi». Dalla Regione però non specificano con precisione quale sarà il ruolo e quali saranno le scuole  e le università, né per quali servizi riceveranno finanziamenti. In pratica per quel che riguarda la fascia giovani Dote Unica Lavoro e Garanzia Giovani sono due progetti complementari, l’uno è il contenitore dell’altro e in Lombardia chi è in possesso dei requisiti può iscriversi ad entrambi. Per accedere a Garanzia Giovani basta soddisfare il requisito dell’età, non avere attivi percorsi di studio o di formazione e non è necessario essere residenti in Lombardia.  Secondo gli ultimi dati disponibili, al 21 agosto, le adesioni in Lombardia sono state 15mila, la metà delle quali provenienti da altre regioni.  «Questo perché in molte regioni la presa in carico significa solo un primo colloquio per le procedure burocratiche, in Lombardia ciò invece significa avvio dei veri e propri servizi di orientamento, incontro domanda e offerta, avvio di tirocini o di lavoro» sottolinea Aprea  «Si conferma una percentuale di successo superiore al 70% delle prese in carico».

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