Cambio Paese, la web serie per raccontare gli italiani con valigia

Daniele "c'ha fretta". Londra corre. Lui con lei. Da un appuntamento di lavoro a un aperitivo con gli amici. Un saluto e via. Verso un altro cliente o verso un altro drink. Dove parlerà comunque … di lavoro. Frenesia. La underground detta il ritmo di una metropoli dove, per cogliere l'opportunità, non bisogna fermarsi mai. Daniele l’ha trovata. Lavora in radio. E' un expat, un Italian con valigia. Uno dei tanti. Solo nel 2013 sono fuggiti all'estero 94.126  italiani (con un incremento del 19,2% rispetto al 2012 e del 55% rispetto al 2011). Di questi, quasi 13 mila hanno preso un volo per la Gran Bretagna, dicono le statistiche dell'Aire, l'anagrafe italiana dei residenti all'estero, contenute nell’ultimo rapporto sugli italiani nel mondo della Fondazione Migrantes. La storia di Daniele è una delle prime di Cambio Paese, web serie per raccontare in pochi minuti le difficoltà e la voglia di farcela dei molti giovani disoccupati o precari che hanno messo un sogno in valigia e se ne sono andati. L'idea è di Giovanni De Paola, foggiano, 35 anni, giornalista freelance e social media expert a Bruxelles, dove è approdato dopo un master in Diritto dell’Unione europea e studi in diritto internazionale a Bologna. Nella capitale d’Europa ha coinvolto altri giovani esperti di audiovideo. «Vogliamo raccontare le storie dei giovani italiani andati all'estero per lavorare, insieme alle difficoltà di inserimento dei giovani italiani nel mondo del lavoro», spiega alla Repubblica degli Stagisti. Il progetto ha messo insieme le energie di alcuni videomaker professionisti ma pur sempre volontari. E cerca ora i mezzi per camminare con le proprie gambe, attraverso una raccolta fondi (qui la pagina dedicata)   lanciata sulla pagina web ufficiale, su Facebook e Twitter. «Cambio Paese è un progetto no profit e l’obiettivo non è guadagnare, ma raccontare delle storie che chiedono di non essere ignorate», spiega De Paola. «Vivendo a Bruxelles e viaggiando per lavoro nelle principali capitali europee ho intercettato l'esigenza di tanti giovani  - e non - lavoratori italiani che si muovono con disinvoltura in Europa come qualche anno fa si viaggiava per cercare lavoro nella nostra Penisola. Senza arrivare troppo lontano agli italiani che migravano in America, Germania, Belgio, Svizzera. Le loro storie di "cercatori" di lavoro all'estero che provano a realizzarsi all'estero meritano di essere raccontate. E poi Cambio Paese porta già fortuna, infatti Daniele, dopo che l'abbiamo incontrato a Londra, è stato promosso in radio» (nella foto a sinstra, un frame del video). La voglia di cambiare Paese e occupazione è una sensazione a cui le statistiche danno di continuo una dimensione concreta. Il Kelly Workforce Global Index 2014, ricerca che fotografa le opinioni dei lavoratori sul tipo e luogo di lavoro, è solo una delle ultime in ordine di tempo. In 231 mila hanno risposto all'indagine, da 31 Paesi del mondo e, tra questi, 4mila italiani. Risultato: l'81% di loro sarebbe pronto a trasferirsi per un lavoro migliore, che corrisponda a desideri, aspettative e competenze. Un dato più alto della media complessiva, che comunque si attesta al 71%. «Una volta si parlava di cervelli in fuga. Persone di talento o alta specializzazione professionale. Ora a partire sono anche lavoratori che cercano un lavoro a condizioni oneste che gli permetta di realizzarsi professionalmente», riflette De Paola. Secondo il Kelly Index, infatti, tra gli italiani con la valigia pronta o quasi, il 49% preferirebbe lavorare in un Paese europeo, mentre la molla che spinge a partire non fa differenze di bandiera: conta la voglia di sviluppare nuove competenze e di svolgere un lavoro socialmente più consapevole, molto più che quella di avanzare di carriera. Anzi: secondo la ricerca, per il 58% degli italiani intervistati la possibilità di migliorarsi vale anche più di un aumento di stipendio. E le “condizioni oneste” di lavoro sono le grandi assenti nei primi video di Cambio Paese. Si ride, ma di un riso amaro, negli sketch che raccontano cliché ancora duri a scrostarsi: «Abbiamo iniziato a produrre video ironici di colloqui di lavoro in Italia, al limite tra fiction e realtà, utilizzando lo stile del 'castigat ridendo mores», spiega il giornalista. Ci sono il figlio di papà e la candidata a dir poco avvenente che ti passano davanti nel colloquio, pur non essendo all'altezza. E, sì, c'è anche la proposta dell'ennesimo stage non retribuito ma che promette una grande esperienza professionale e tanti contatti.  Ora la web serie vuole fare un passo in più, dando un volto a quei trolley che passano da un check-in all'altro, con l'idea di far scoprire le storie, dietro ai numeri: «Vogliamo trasformare gli intervistati in attori che raccontano, recitando se stessi, quello che vedono e vivono all’estero», dice de Paola. Dopo la storia di Daniele raccolta a Londra, la prossima tappa sarà Monaco di Baviera. Il crowdfunding dovrebbe permettere di toccare altre città, non solo europee: «Londra e Monaco sono state autofinanziate. Ma speriamo di arrivare a Berlino, Madrid, Parigi, Dublino e New York. Finora abbiamo raccolto 545 euro e speriamo di arrivare a 3000», precisa Giovanni. Quel che basta per coprire le spese di voli low cost e alloggi altrettanto low, come Airbnb. Per le scene di interni girate a Bruxelles, e il montaggio, ad aiutare De Paola c’è Francesco Caradarelli, cameraman e producer professionista romano: «Se qualcuno mi chiede soldi per un progetto penso sempre che 'me sta a fregà'", spiega il cameraman. "Ma è una distorsione dovuta al malcostume a cui c'ha abituato il nostro paese, alla mentalità italiana. Questo è un progetto per parlare di noi, di voi: nessuno si arricchisce, ma ci si può divertire: 'Datece na mano', basta poco, e salite a bordo che tanto già stiamo tutti sulla stessa barca». Maura Bertanzon

Leggi tutto

In Italia? Difficile aver voglia di tornarci, dopo aver lavorato all'estero

C'è tempo fino al 19 aprile per candidarsi ai 40 tirocini offerti dalla Nato, che prevedono un'esperienza di sei mesi nelle sedi dell'organizzazione e 800 euro al mese di rimborso spese. Piero Soave, veronese, ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza di stage alla Nato. «Io non mi sento Italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono» diceva Gaber, una frase che credo la maggior parte degli italiani all'estero si trovi a pensare più volte al giorno. Ho 29 anni e da quasi 3 sono uno dei tanti (tantissimi) italiani a Bruxelles, dove lavoro in una società di consulenza nella comunicazione. Sono arrivato qui tramite un percorso non necessariamente classico o prevedibile, ma che mi ha insegnato che ogni esperienza conta, e che il lavoro richiede merito, fortuna e passione.Dopo aver fatto il liceo nella mia città, Verona, mi sono iscritto alla triennale in Scienze Politiche a Bologna - in parte perché interessato, in parte per andarmene da Verona, e in parte per mancanza di idee migliori. Al momento di scegliere la specialistica, ancora poco deciso sul da farsi, sono passato alla laurea in Scienze internazionali e diplomatiche di Forlì. Durante i due anni ho passato sei mesi in Erasmus a Parigi, all'Institut d'Ètudes politiques (SciencesPo), dove sono arrivato sapendo a malapena il francese. Non era la mia prima esperienza all'estero ma senz'altro è stata una delle più formative a livello personale: e lì ho avuto la prima intuizione di uno dei problemi dell'università italiana, ovvero la mancanza di contatto con il mondo del lavoro. Dopo la laurea, Forlì mi ha portato la prima opportunità professionale. Durante gli studi avevo partecipato al Nato Model organizzato a Washington Dc, un gioco di simulazione della Nato sulle decisioni da prendere nelle situazioni di crisi, e nel 2008 la facoltà aveva appena firmato una convenzione per stage con il Comando Nato per la Trasformazione (Allied Command Transformation Act). Sono stato uno dei primi a fare domanda, e sono stato preso. Nell'attesa di ricevere il security clearance - il nulla osta di sicurezza - necessario per iniziare, ho passato un mese al Cairo studiando arabo, e nell'agosto 2009 sono partito per Norfolk, Virginia. Grazie a un ottimo sistema di accoglienza l'inserimento è stato semplice - una volta superati gli inevitabili fastidi iniziali: documenti, trovare casa, una macchina usata... Essendo pagato intorno ai 700 euro al mese, è stato un investimento da parte dei miei genitori, mamma insegnante di scuola elementare e papà rappresentante commerciale - uno dei tanti per cui sono riconoscente. In un ambiente che è prevalentemente militare - di cui però non ho sentito il peso - mi sono occupato di ricerca e analisi in vari ambiti, dalla cooperazione civile-militare alla comunicazione strategica. I sei mesi iniziali sono stati prorogati, per cui ho trascorso un totale di 9 mesi a Norfolk. Ci sarebbe stata l'opportunità di rimanere con contratti esterni, ma ho deciso di tornare nel Vecchio Continente. A quel punto avevo capito che, sebbene mi interessasse la politica internazionale, lavorare in ricerca o nella burocrazia delle organizzazioni internazionali non faceva per me. Nel frattempo però la comunicazione strategica mi aveva appassionato e ho quindi deciso di andare a Bruxelles per occuparmi di comunicazione politica (i cosiddetti Public Affairs). Ho colto al volo l'opportunità di una Summer school sulle istituzioni europee offerta dalla Regione Veneto a Bruxelles, e ho trovato uno stage di tre mesi, ahimé senza indennità, all'Ufficio regionale di informazione dell'Onu. Questi tre mesi, sebbene interessanti, hanno confermato la mia decisione. Dopo il lavoro passavo il tempo sui siti delle agenzie di comunicazione, inviavo decine e decine di cv, e ho fatto qualche colloquio.Nel gennaio 2011, dopo aver per coerenza rifiutato uno stage alla Commissione Europea, ne ho iniziato uno presso la Harwood Levitt Consulting, dove il tirocinio è velocemente diventato un contratto a tempo indeterminato per il quale ricevevo uno stipendio intorno ai 24mila euro netti annui. I nostri clienti sono multinazionali di tutti i settori - farmaceutico, dispositivi medici, beni di consumo, bevande, energia... - ma anche fondazioni e organizzazioni no profit. Li aiutiamo a preparare la loro strategia di comunicazione su questioni di politica pubblica che possono influenzare la loro attività commerciale - e di conseguenza la vita di tutti i cittadini europei. Il vantaggio della consulenza è che espone a tematiche, settori, aziende e modi di pensare completamente diversi - impagabile nei primi anni di carriera. Inoltre lavorare per una piccola agenzia mi ha permesso di essere coinvolto sin dall'inizio in ogni aspetto dell'attività dell'ufficio, dalla gestione di progetti e clienti alla direzione strategica, dallo sviluppo commerciale alla gestione di budget e personale.La mia traiettoria mi ha forse allontanato dagli studi universitari, ma mi ha insegnato molto. Se tornassi indietro, farei un master all'estero e diversificherei il mio profilo con studi più commerciali; ma ho anche imparato che i corsi di studio contano fino a un certo punto. Mi rendo conto ora che non è necessario avere a 18 anni un piano preciso di quello che si farà nei 20 anni successivi. Le esperienze che si fanno lungo la strada insegnano tutte qualcosa, aiutano a scoprire le proprie passioni, e con la necessaria dose di fortuna portano sempre da qualche parte - anche se non sempre per la via più breve. Guardando avanti, penso che specializzarsi non sia sempre la scelta migliore, e i profili più richiesti nel medio termine sono quelli più ricchi ed eterogenei - il che a ben vedere non dovrebbe sorprendere.Quando penso all'Italia, non mi vedo rientrare a breve. Non è solo la mancanza di lavoro dignitosamente retribuito, ma forse più ancora una forma mentale che sento paradossalmente ormai "straniera": la rigidità sociale, lo sfruttamento della precarietà - che è una cosa diversa dalla mobilità o flessibilità -, l'amore per le gerarchie che spesso maschera la consapevolezza di non meritarsi la propria posizione, il clientelismo...Vedo molti miei amici lavorare, fortunatamente, ma a condizioni e in ambienti ben inferiori alle loro capacità e legittime aspirazioni.Non mi sento più completamente, solamente, italiano e credo sia un bene. Se dovessi dare un consiglio a chi si appresta a lasciare l'università, direi: imparate seriamente le lingue e fate più esperienze che potete, senza paura di sbagliare.Testo raccolto da Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Nato, cercasi 40 stagisti: 800 euro al mese di compenso, bando aperto fino al 19 aprile- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»- «Non molliamo: in Italia c'è spazio anche per i laureati!»- Carlotta Pigella, Torino-Bruxelles andata e ritorno: «Il mio stage alla Direzione generale Affari Marittimi della Commissione UE? Internazionale e professionalizzante»

Leggi tutto

Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro

La maggior parte dei ricercatori italiani all’estero non ha alcuna intenzione di tornare in Italia: secondo un recente studio coordinato da Benedetto Torrisi, ricercatore in statistica economica all'università di Catania, su un campione di quasi mille ricercatori espatriati con un’età compresa tra i 25 ed i 40 anni, il 73% risiede fuori dai confini nazionali felicemente. La restante percentuale invece tornerebbe solo a determinate condizioni: ricongiunzione della carriera acquisita, maggiori redditi, migliore gestione delle risorse destinate alla ricerca e maggiori rapporti tra università e impresa. Lo stato di benessere sociale e lavorativo raggiunto negli altri paesi è infatti giudicato molto soddisfacente, e la quasi totalità ritiene non meritocratico l’accesso ai finanziamenti per la ricerca in Italia. Lo studio ha anche indagato tra le motivazioni che spingono a lasciare il Belpaese. Ne è emerso che nel 95,7% dei casi i nostri migliori cervelli emigrano per inseguire migliori opportunità occupazionali, attratti dal prestigio dell’istituzione ospitante e dall’innovazione delle tematiche di ricerca, e, ancora, incentivati da motivi economici. Più nello specifico, i principali fattori di richiamo risiedono – in base allo studio - nell’efficace organizzazione del lavoro, nelle sue strutture, nelle politiche applicate e nelle prospettive di carriera. Un insieme di valutazioni che, in definitiva, finisce per far sfumare del tutto la voglia di rientrare. L’indagine però non si ferma ai cervelli in fuga. Al primo progetto iniziato nel 2009 (Italian researchers abroad), si aggiunge nel 2010 la visione dell'altra faccia della medaglia con Italian researchers in Italy, ovvero di chi rimane in Italia. Dall'analisi di un campione di 3575 individui tra precari e non, è risultato che la maggiore tendenza a emigrare è legata ai più giovani (due su cinque tra i 25-30enni), e al contempo questa percentuale si riduce con il crescere dell'età. I motivi? Da buoni italiani è l’attaccamento alla famiglia a primeggiare (per quattro intervistati su cinque), seguita dai rapporti sociali e dall’adattamento al sistema universitario nazionale. Quello che invece spinge ad andare via è per l’83% la maggiore valorizzazione delle proprie competenze, seguita dai maggiori redditi, dalle opportunità occupazionali, e perfino dall’eccessiva e farraginosa burocrazia italiana (per il 42%). E naturalmente i dati fanno registrare di riflesso anche la pessima opinione sullo stato delle cose in Italia in fatto di ricerca. Non è un caso se solo uno su sette ritiene di vivere in un ambiente lavorativo «con un'alta percezione del benessere organizzativo», mentre tra quelli che vivono all’estero la percentuale sale a nove su dieci. Infine c’è un aspetto che incuriosisce. Nonostante la considerazione quasi del tutto negativa delle proprie condizioni di lavoro, se si chiede oggi a un ricercatore la sua disponibilità a trasferirsi altrove traspare solo una «prudente propensione a emigrare». «Forse si è in attesa dei risvolti della riforma dell’università? Forse la congiuntura economica internazionale sfavorevole?», si domanda Torrisi. Fatto sta che chi si trova all’estero per il momento non pensa di rimpatriare, mentre i ricercatori che decidono di restare, nonostante le forti critiche al paese, lo fanno ancorandosi a un incrollabile ottimismo.   Ilaria Mariotti   Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero - Dieci buoni motivi lasciare l’Italia (e poi tornare): l'editoriale di Alessandro Rosina  

Leggi tutto

Fuggire sì, ma dove? Ecco i Paesi migliori per trovare lavoro all'estero

Quello dell'emigrazione degli italiani in cerca di lavoro e fortuna è un tema che non passa mai di moda. A scriverne è anche Claudio Bosaia in Dove Scappo, da poco pubblicato dalla casa editrice Iacobelli: una sorta di guida all'espatrio con tanto di classifiche e numeri utili sulle migliori destinazioni nel mondo. A questo punto la domanda è d'obbligo. Fuggire sì, ma dove? Una classifica relativa al 2013 dell'Aire, l'anagrafe degli italiani all'estero, a cui fa riferimento il libro afferma che i cinque paesi del mondo con il più alto tasso di concentrazione di italiani sono Argentina, Germania, Svizzera, Francia e Brasile. A seguire Belgio, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia. Così, dopo i capitoli dedicati al vademecum per chi si appresta a partire (come «predisporre un curriculum in lingua inglese, possibilmente senza errori e inviarlo alle società che avete selezionato oppure a una delle molteplici agenzie locali che pubblicano offerte di lavoro»), Bosaia passa al dunque. E oltre a riportare minuziosamente tutte le classifiche più prestigiose al mondo sui migliori posti in cui vivere e lavorare in base a criteri economici e sociali (ma anche culinari o secondo le percentuali di abitanti che si dichiarano felici), ne produce una tutta sua, frutto della fusione e dello studio accurato dei dati raccolti. Risultato: il podio della top ten spetta alla Norvegia, seguita dall'Australia e dalla Spagna. Seguono nell'ordine Paesi Bassi, Stati Uniti, Danimarca, Svizzera, Canada, Messico, Francia. Tuttavia lo stesso Bosaia si professa in disaccordo con la prima posizione: la Norvegia, afferma, vince nonostante «l’assenza di punteggi nelle categorie relative al life style (cibo, cultura, paesaggi, clima) e nonostante sia stata decurtata dei punti relativi ai suicidi». Evidentemente però, «l’accumulo di valutazioni positive relative ai parametri economici (reddito, Pil, welfare) era talmente mastodontico da prevalere rispetto a qualunque altro criterio di giudizio». Il perché di questo primato è presto spiegabile anche al netto dei giudizi sul clima (la temperatura media varia dai -7 ai 21 gradi) e il costo medio della vita un po' più alto che in Italia. Il salario medio netto è di 3400 euro mensili (in Italia sono duemila euro in meno, 1450).  Qualcosa di simile all'Australia, dove il tasso di disoccupazione è peraltro del solo 5%, e di quasi tutti gli altri Paesi indicati come papabili: quasi ovunque la situazione reddituale è migliore della nostra. In base a questi parametri sarebbe però meno giustificato il terzo posto della Spagna, considerata la disoccupazione al 25% e il salario medio addirittura più basso dell'italiano con 1400 euro mensili. Una spiegazione plausibile sulla Spagna la offre Claudia Cucchiarato, autrice del libro di successo sulla stessa tematica, Vivo Altrove, uscito qualche anno fa per Mondadori: «Si pensa che i nostri giovani vadano a perdere il tempo trasferendosi dove la crisi è ufficialmente più grave. Invece in Spagna l'immigrazione è diminuita moltissimo negli ultimi cinque anni e c'è solo una nazionalità in forte costante aumento»: gli italiani ovviamente, che «sono di nuovo gli stranieri più numerosi qui». E questo perché non ce ne andiamo solo per problemi lavorativi, bensì culturali e di mentalità» prosegue la Cucchiarato, a sua volta residente a Barcellona. «È nelle piccole cose che si vive la stanchezza di essere nati nel posto più bello e sbagliato del mondo: nelle beghe burocratiche, nella corruzione quotidiana piccolo-borghese, nel razzismo, nell'omofobia, nel ribrezzo che provoca una società basata quasi esclusivamente sulla parentela, il favore, la raccomandazione e la gerontocrazia» lamenta la scrittrice. «In tutto questo l'Italia purtroppo è ancora imbattibile». Ed è anche ciò che toglie la voglia di tornare. «Con il passare degli anni si diventa più nostalgici, ma di conseguenza meno disposti a farsi prendere in giro» spiega, motivo per cui «ancora non sono maturi i tempi per un ritorno di emigrati o per un arrivo massivo di stranieri interessati a lavorare (e soprattutto a vivere bene) nel nostro Paese». Attenzione però a prendere decisioni affrettate. Secondo Aldo Mencaraglia di Italiansinfuga, un blog che assiste gli italiani negli espatri specie oltre oceano, la meta ideale restano sì i Paesi nordici, dove «la qualità della vita è molto alta come riportato dalle classifiche sulla vivibilità». Ma non tutto è scontato. «Non è assolutamente garantito che un trasferimento all'estero si traduca in un'esperienza positiva. Bisogna offrire quello che il mercato del lavoro locale richiede altrimenti si fa altrettanta fatica se non di più». Un avvertimento condiviso anche da Bosaia: «Molti italiani, convinti dell’ineluttabilità di un crudele destino, decidono che non ci sia null’altro da fare se non trasferirsi in quei Paesi che la sorte ha baciato» scrive. Oggi «ci stiamo accorgendo che bisogna agire per cambiare le nostre prospettive di vita». Ma nel frattempo ce ne stiamo immobili «in attesa che il fato si muova per primo e sistemi la situazione». E sprecando, forse, la fortuna di essere nati italiani. «Da sempre ci diciamo che l’Italia è il Paese più bello del mondo, con le caratteristiche naturali più affascinanti, con la varietà paesaggistica e climatica più completa, è il Paese che contiene la stragrande maggioranza dei beni artistici» scrive Bosaia nell'introduzione. Chiedendosi dunque in modo retorico: «Pensavamo veramente che un Paese così esclusivo potesse dare cittadinanza a 60 milioni di abitanti senza chiedere nulla in cambio?». Un punto di vista inedito e foriero di nuove riflessioni, quasi a suggerire ai lettori che tanta bellezza toccata in sorte non può essere gratis. «Caro giovane neo-laureato, caro disoccupato, caro aspirante lavoratore, vuoi guidare una Ferrari?» scrive l'autore associando metaforicamente la fuoriclasse al Belpaese. «Prima dovrai guadagnarti abbastanza soldi da potertene comprare una» è il suo consiglio, «ma poiché nel nostro Paese non si assume più, dovrai arrangiarti diversamente, magari andando all’estero». Poi, accumulato «un bel gruzzolo di denaro», l'auspicato ritorno in patria. Gli italiani all'estero sono tantissimi, «il 7% della popolazione», assicura Bosaia. Ma il dato più sconcertante è che dei 60mila giovani espatriati il 70% è laureato. È come se si rimettesse a posto una Alfa d'epoca, ipotizza l'autore ricorrendo di nuovo a una metafora automobilistica, e «un giorno mentre siete lì a contemplare il risultato finale arriva uno sconosciuto, vi sfila le chiavi di mano, sale sulla vostra stupenda automobile e sgommando se la porta via». Allo Stato italiano succede praticamente lo stesso, con uno spreco che Bosaia calcola – incrociando i dati sulla spesa per l'istruzione e quello sul numero dei giovani laureati – pari a «cinque miliardi e 292 milioni all'anno». Che spreco.   

Leggi tutto

Stagisti 50enni nei tribunali, nel Milleproroghe l'ok all'ultima tranche: «Ora però si trovi una soluzione»

Tirocinanti, molti di loro cassintegrati o persone in mobilità anche over 50, usati negli uffici giudiziari per coprire i vuoti di organico: la Repubblica degli Stagisti ha raccontato qualche settimana fa la storia dei "precari della giustizia", mettendo in luce anche lo strano sistema con cui questi tirocini sono stati prorogati nel tempo, con l'utilizzo di termini come “completamento” e “perfezionamento”. Nella realtà dei fatti, un unico lungo percorso partito nel 2010 che ha illuso e continua a illudere (e a far perdere tempo prezioso) a quasi tremila persone. Oggi c’è una buona notizia per questi tirocinanti. È ripreso, infatti, un ulteriore step del “perfezionamento” del tirocinio. Altre 50 ore che si concluderanno a febbraio. A cui si aggiungeranno le ultime 230 ore di tirocinio come previsto dal decreto mille proroghe approvato ieri definitivamente in Senato. In cui, semplicemente, si estendono i termini per lo svolgimento del tirocinio dal 31 dicembre 2014 – poi già esteso al 28 febbraio 2015 – fino al 30 aprile di quest’anno. Dando un po’ di tranquillità ai tanti tirocinanti che negli ultimi anni sono entrati e usciti dai tribunali e ne hanno permesso il funzionamento. Un ritorno negli uffici giudiziari che Sergio Lo Giudice del Partito democratico, membro della Commissione giustizia del Senato definisce «sicuramente positivo» anche perché quel residuo di ore «era stato finanziato già con la legge di stabilità del 2014. Ma è chiaro che questo non risolve il problema in prospettiva», spiega alla Repubblica degli Stagisti. Una considerazione, quella sul futuro, condivisa da Gianna Fracassi, segretario confederale della Cgil, che osserva: «Il punto vero è che fine faranno questi lavoratori al termine della fase del tirocinio formativo, tra l’altro lunghissimo, per la stragrande maggioranza di loro iniziato nel 2010». E senza giri di parole afferma che questo nuovo step «è una cosa che gli spetta perché è la fase finale del tirocinio partito con risorse 2014, quindi siamo nella normalità». Forse una delle poche cose normali di questo percorso, partito ben quattro anni fa e prolungato nel tempo nonostante i limiti di legge per i tirocini, proroghe comprese, sia di 12 mesi. «È paradossale che sia accaduto all’interno proprio degli uffici giudiziari. All’amministrazione chiediamo come sia potuto succedere» osserva Fracassi, che ripercorre il percorso dei tirocini partiti con le convenzioni delle regioni e continuato con il passaggio e l’accentramento sul versante del ministero della giustizia. Il segretario confederale Cgil si anima nel dire quanto sia «inaccettabile che si faccia un’operazione per cui un tirocinio formativo sfori abbondantemente quelli che sono i limiti di legge solo perché non si vuole trovare una soluzione».  Una soluzione che il senatore Lo Giudice, invece, in parte giustifica spiegando alla Repubblica degli Stagisti che dal punto di vista formale «sono stati due anni di tirocinio più uno di perfezionamento che ha permesso almeno per un altro anno a questi lavoratori di sbarcare il lunario. Si è trovata una formula legale che dal punto di vista dello spirito della norma si vorrebbe evitare, rapporti di lavoro configurati come tirocinio, per evitare di mandare a casa queste famiglie rispetto a cui non c’era alcuna possibilità di assunzione». Il punto centrale, infatti, è proprio questo: negli enti pubblici si accede tramite concorso, quindi prorogare nel tempo dei tirocini specie per persone in cassa integrazione o età avanzata significa inevitabilmente far nutrire false speranze su un’eventuale assunzione. «Questa è stata la principale obiezione di chi in questi anni è stato contrario a far proseguire questo tirocinio» specifica Lo Giudice che poi, però, mitiga: «In una organizzazione ottimale della pubblica amministrazione e del settore giustizia, in cui gli uffici sono in organico, e in un contesto del mondo del lavoro in cui ogni cittadino possa avere la giusta retribuzione, è chiaro che non ha senso far fare un tirocinio a un 40-50enne in cassa integrazione. Sarebbe opportuno farlo fare a un ventenne e trovare un lavoro a un cinquantenne. Ma in una situazione di forte crisi economica, con un sotto organico ingestibile della pubblica amministrazione, si è fatta di necessità virtù e un tirocinio ha consentito agli uffici di portare avanti il loro lavoro e a tremila famiglie di avere un minimo di reddito» Di tutt’altro avviso Gianna Fracassi che definisce «inaccettabile» un inquadramento come tirocinante anche per cinquantenni in cassa integrazione da anni. «Non ha senso l’utilizzo di questo personale attraverso percorsi di stage quando è evidente che per diventare dipendenti pubblici il percorso è quello del concorso. Ed è inaccettabile soprattutto perché lo Stato forma personale, tra l’altro in una situazione di vacanza di organico visto che negli uffici giudiziari mancano intorno alle 9mila unità in tutta Italia. Come Cgil crediamo che si debba trovare una soluzione e la cosa più sensata è l’utilizzo fuori dal percorso di tirocinio e all’interno di un perimetro contrattuale di questo personale». E c’è un altro aspetto di cui, secondo Fracassi, amministrazione e ministero sono al momento colpevoli: la contrapposizione tra questi tirocinanti e il personale interno che ha diritto alla riqualificazione. Risorse diverse che non possono essere mescolate e per cui la Cgil trova assurdo che in condizioni di carenza di personale si approfitti della lotta tra lavoratori per creare ulteriori divisioni. A chi ribatte che per stabilizzare queste persone siano necessarie risorse che dovevano essere inserite nella legge di stabilità e che in tempi di crisi non è facile trovare, Gianna Fracassi risponde che ci sono anche altre possibilità che proprio la Cgil ha avanzato. «Esiste il Fondo unico di giustizia che è alimentato dalle confische di beni mobili e denaro liquido. Per una legge dello Stato questo Fondo unico giustizia, che ha una certa consistenza, può essere utilizzato dai ministeri della giustizia e dell’interno per garantire la funzionalità degli uffici giudiziari e amministrativi. La nostra proposta,» continua il segretario confederale «che abbiamo già fatto al Governo, è di utilizzare queste risorse per garantire l’efficienza degli uffici giudiziari, utilizzando una norma che già c’è». Di fatto, però, la richiesta della Cgil di una contrattualizzazione ad oggi non ha ancora avuto risposta ed è lo stesso Lo Giudice ad osservarlo. «Il governo continua a ribadire di non voler considerare quel tirocinio come l’anticamera di un’assunzione. Il ministro Orlando rispondendo a una mia domanda fatta durante la relazione annuale sull’amministrazione della giustizia in Senato ha detto che vede due possibilità per questa platea di tirocinanti: che lo stage possa essere considerato con un punteggio aggiuntivo in caso di futuri concorsi o che almeno una parte di questi 2600 ex tirocinanti ormai formati siano utilizzati nell’avvio del nuovo ufficio del processo, che è quella nuova struttura che affianca il giudice nella gestione delle pratiche». Ma anche in questo caso, come il senatore Pd dichiara alla Repubblica degli Stagisti, il ministro ha precisato che si tratterebbe solo di un accompagnamento e non di un’assunzione. Ipotesi che non sono approvate dalla Cgil: «Il ministro potrebbe iniziare a pensare che questo personale è una risorsa su cui proprio lo Stato ha speso. Ma non dovrebbe dirci, come ha fatto, che si faranno mille assunzioni. Perché quelle fanno parte del concorso, che va bene, ma è un percorso lungo. Nel frattempo vanno trovate soluzioni per questi lavoratori che sono per metà ex cassintegrati e per l’altra metà giovani laureati. Un’operazione di questo tipo, quindi, avrebbe un risvolto positivo anche sul versante del rinnovamento». Le mille assunzioni di cui parla Fracassi sono uno degli altri problemi con cui si scontra l’eventuale ingresso di questi lavoratori negli uffici giudiziari, ed è anche il senatore Pd a evidenziarlo. C’è, infatti, la necessità di ricollocare il personale in esubero da altre amministrazioni, in particolare i lavoratori delle province, e il concetto contenuto nella legge di riforma della giustizia secondo cui anche i laureati in giurisprudenza che vogliono avviarsi a una carriera in magistratura possono essere utilizzati in uno stage nell’ufficio del processo. «È una situazione molto complicata ed è giusto evitare di creare false aspettative» osserva davanti a questi dati il senatore Lo giudice. Su un punto, però, sono entrambi d’accordo: il lavoro a intermittenza di questi tirocinanti incide negativamente sul funzionamento della macchina della giustizia. «Gli uffici giudiziari avrebbero bisogno di un organico strutturato» dice il senatore Pd, a cui fa eco il segretario confederale Cgil che aggiunge: «Si fa un gran parlare dello stato della giustizia in questo Paese. Ecco si dovrebbe anche andare a vedere le condizioni di lavoro del personale. Questi tirocinanti stanno dando il massimo in una condizione di carenze di organico pesantissima». Per questo la Cgil chiede che si attivi un percorso che porti alla stabilizzazione di questi quasi tremila tirocinanti.  La partita, dunque, è ancora aperta. E per quanto creare dei percorsi di favore per questi lavoratori possa sembrare ad alcuni sbagliato, c'è anche chi evidenzia che non farlo significherebbe buttare al macero quattro anni di risorse investite su personale che andrebbe a ingrossare di nuovo le fila dei disoccupati, nonostante una professionalità acquisita e largamente difesa da presidenti di corti d’appello di tutta Italia.   

Leggi tutto

Cassintegrati over 40 in stage nei tribunali, il parere degli esperti di mercato del lavoro: inopportuni

Ritrovarsi a fare gli stagisti a quaranta o cinquant'anni, un po' per scelta e un po' per costrizione. È il controverso caso dei tirocinanti nei tribunali italiani che la Repubblica degli Stagisti ha più volte documentato negli ultimi anni. E che racconta di come, a partire dal 2010, spesso in spregio a qualsiasi norma che regolamenta la materia degli stage, le sedi di giustizia italiane - con il via libera delle Regioni che hanno emanato i bandi per il reclutamento - hanno accolto al loro interno persone in cassaintegrazione, mobilità o disoccupazione inquadrandole come stagisti. Soggetti obbligati a accettare la convocazione, pena la perdita dell'indennità percepita mensilmente. E complici gli ormai cronici buchi di organico dei tribunali, per cui si è arrivato a parlare di una carenza che ammonta a circa 9mila unità, questi stagisti alla fine hanno fatto comodo a tutti per ben quattro anni. Per andare più a fondo nella questione, questa testata ha interpellato due consulenti del lavoro, chiedendo loro un'opinione non solo sulla legalità ma anche sull'opportunità di quanto accaduto. Paolo Stern del Consiglio nazionale consulenti del lavoro non ha dubbi a definire la vicenda un caso di «copertura di posti vacanti con l’impiego surrettizio di personale in formazione o comunque in fase di ricollocazione». Se lo scopo è razionalizzare la spesa pubblica, chiarisce, «non si possono prendere scorciatoie per trovare soluzioni inappropriate». Quanto ad esempio all'età degli interessati, a Stern non convince l'idea del coinvolgimento in stage di persone non più giovanissime. Il tirocinio è «una reale opportunità per creare cerniera tra studio e lavoro. Da questo punto di vista risulterebbe inopportuno per un soggetto lontano, per età, dai cicli di studio». Fuoriluogo quindi inserire chi ha superato gli anta, nonostante - ammette - «lo strumento possa sì avere la funzione di agevolare la ricollocazione attraverso un periodo formativo che costituisca un momento 'soft' di conoscenza tra le due parti, datore di lavoro e potenziale occupato».È solo in questi casi eccezionali che «lo stage può rappresentare un'occasione, magari nei casi in cui l’azienda in cui si è occupati attraversa momenti complicati». Un aspetto su cui fa leva anche Luca Paone, esperto affiliato alla Fondazione studi consulenti del lavoro, che ricorda come «la crisi mondiale ha focalizzato serie problematiche occupazionali proprio nella fascia di età 40-50 anni». Dunque passi pure uno stage in tarda età, ma la condizione di partenza è ineludibile: deve essere «misura formativa di politica attiva, finalizzata a far sì che il tirocinante arricchisca il bagaglio di conoscenze, acquisisca competenze professionali e si inserisca o reinserisca nel mercato lavorativo». Il caso dei gerontostagisti nei tribunali assomiglia invece di più a un rimpiazzo a basso costo di personale. Una situazione a cui Stern guarda infatti con perplessità: «In questo caso mi appaiono labili le funzioni di reinserimento al lavoro del tirocinio», spiega, «e ciò sia a causa del blocco delle assunzioni nella PA che del meccanismo di inserimento codificato per legge, vale a dire l'assunzione per concorso pubblico». Ragione per cui una reale formazione spendibile poi sul mercato del lavoro per questi tirocinanti un po' attempati è ipotesi remota. «Mi sembrerebbe obiettivo alquanto pretenzioso» prosegue Stern, «specialmente se il tirocinio avesse durata oltre i sei mesi, tempo utile per avere un contatto con un'altra realtà lavorativa». E anche qualora ci fosse una reale formazione, quante possibilità ci sarebbero che poi essa avesse una qualche utilità per il futuro lavorativo, soprattutto nel privato? «È evidente che una strettissima correlazione tra la cancelleria di un tribunale e altre realtà private non è così semplice da trovare, ma potrebbe comunque esistere. Si pensi per esempio a grandi studi legali, ai problemi di notifiche degli atti, alle esattorie e a tutti quei soggetti che hanno a che fare con archivi e protocolli» riflette Stern. Il caso riportato dalla Repubblica degli Stagisti parla di periodi stage altamente superiori alla media, talvolta lunghi addirittura anni, in contrasto alle previsioni di legge. Per gli stagisti a cui è stato richiesto di proseguire non c'era tuttavia scelta, come confermano gli esperti: «Il lavoratore che non accetti di frequentare corsi di formazione o aggiornamento finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro o offerte di lavoro che abbiano determinate caratteristiche e certe condizioni decade dal diritto al sussidio di cassa integrazione straordinaria o mobilità» spiega Paone. Per loro un no avrebbe causato la perdita dell'indennità di cassaintegrazione, mobilità o disoccupazione a seconda dei casi. È d'accordo anche Stern, seppur più cauto: «Il rifiuto dell’occasione di lavoro, o formazione o stage offerto dall’agenzia per il lavoro ha ripercussioni sul sussidio, ma è tema delicato e va valutato nei singoli casi».  Va tenuto presente poi che di fronte a una richiesta di proroga dopo dodici mesi, accettare non sarebbe sbagliato di per sé. Specie se la logica è quella evidenziata da Stern: «Vivere a casa aspettando un sussidio è mortificante. Ogni utilizzo del proprio tempo in modo proficuo e utile per terzi è per il singolo opportunità e dovere. Opportunità perché consente comunque di aprire finestre e dovere perché acquisendo un sussidio vi è un ritorno di servizio alla collettività». Tuttavia, gli fa eco Paone, «non si può prescindere dalle disposizioni normative, che prevedono una durata fino a 24 mesi, comprensiva di proroghe, solo per soggetti svantaggiati disabili». Ma Paone non vede negativamente il fatto che gli enti ospitanti di questi gerontotirocinanti siano pubbliche amministrazioni, a priori impossibilitate ad assumere al termine del periodo di stage, come nel caso dei tribunali: «Non vedo difficoltà nell’inserimento in stage di disoccupati in un ente pubblico». L'importante, ribadisce, «è che si rispettino le finalità del tirocinio». Solo così uno stage può dirsi legittimo, se conforme al dettato «delle Linee guida, per cui i tirocinanti non possono sostituire i lavoratori con contratti a termine nei periodi di picco delle attività e non possono essere utilizzati per sostituire il personale del soggetto ospitante nei periodi di malattia, maternità o ferie né, soprattutto, per ricoprire ruoli necessari all'organizzazione dello stesso». Una norma che sembra scritta apposta per vietare il fenomeno degli stage nei tribunali italiani in grave deficit di personale. Possibile che nessuno al ministero e negli assessorati al Lavoro regionali se ne sia accorto?Ilaria Mariotti 

Leggi tutto

A cinquant'anni stagista in Tribunale: «Obbligata ad accettare per non perdere il sussidio, ma adesso?»

C’è un filo rosso che accomuna i quasi 3mila tirocinanti che dal 2010 a fine 2014 sono stati impiegati all’interno degli uffici giudiziari di tutta Italia. I progetti – prima regionali con fondi europei, poi con finanziamenti del ministero della giustizia – rientravano nelle politiche attive per i lavoratori percettori di ammortizzatori sociali e hanno permesso di fatto, negli ultimi anni, la copertura di molti vuoti di organico nei tribunali relativi a figure come commessi, archivisti, addetti. Tra loro c’è anche Patrizia Carere, 55 anni, che è stata tirocinante presso il tribunale di Cosenza e oggi, come gli altri, si trova con le ultime 160 ore di perfezionamento di tirocinio ancora da svolgere e ben poche possibilità che dopo quattro anni questo percorso continui. «Pensa che alla mia età potrò mai trovare lavoro nel settore privato da cui sono uscita?» chiede mentre racconta la sua storia. «Questi tirocini ci hanno dato la possibilità di rientrare nel mondo del lavoro da cui eravamo stati espulsi e di darci la dignità di alzarci la mattina, svolgere il nostro lavoro e sapere che potevamo ancora contribuire alla società». I tirocini in questione sono partiti nel 2010, prima in Lazio, poi nella maggior parte delle regioni d’Italia. «Erano tutti finanziati con fondi europei mirati al reinserimento di lavoratori cassintegrati, in mobilità o in disoccupazione. Poi nella legge di stabilità 2013 il ministero della Giustizia ha deciso di utilizzare queste risorse ormai formate per cercare di rimediare alle gravi carenze di organico. Così la pubblica amministrazione ha fatto un prosieguo di questi tirocini, tant’è che la prima proroga con la titolarità del ministero ha avuto la denominazione di “completamento del tirocinio”». E in questa stessa legge di stabilità sono state trovate anche le risorse: 7,5 milioni di euro in quella per il 2013 addirittura raddoppiati in quella per il 2014. Non tutti i soldi di questa seconda tranche sono però risultati disponibili. «Con i primi 7,5 milioni abbiamo completato 230 ore di tirocinio concluse entro il 30 settembre 2014. Nel frattempo il ministro Orlando a maggio ha firmato un decreto per stanziare gli ulteriori 7,5 milioni a completamento dei 15 previsti nella legge di stabilità. Soldi che andavano spesi  entro l’anno. Pensavamo che, terminato il primo blocco, di lì a pochi giorni saremmo rientrati per il secondo. Invece le risorse sembravano sparite e dopo varie manifestazioni per sollecitare il recupero delle somme stanziate, di cui una anche a Montecitorio, hanno recuperato un milione e mezzo di euro dal fondo per l’emergenza. Così abbiamo svolto altre 70 ore. È stato un contentino, che ancora deve esserci pagato» dice amaramente l’ex tirocinante. Ciò che fa riflettere è anche il nome di volta in volta dato al tirocinio: «Siamo partiti con un formativo, abbiamo proseguito con il completamento per poi passare al perfezionamento» riassume Patrizia Carere. Una modalità non troppo velata che mostra come sia stato necessario dare di volta in volta una nuova definizione a questa forma atipica, perchè non fosse troppo evidente lo sforamento dei limiti di durata fissati dalla legge. Oggi i tirocinanti sono fermi, ma solo perché 6 milioni previsti nella legge di stabilità necessari per concludere il percorso non sono ancora stati stanziati. «Sono dovuti intervenire con il decreto mille proroghe per far slittare la scadenza dal 31 dicembre al 28 febbraio. Oggi, però, ancora tutto tace e siamo a casa, in attesa. La cosa però più strana è che dal decreto mille proroghe sembra ci regalino qualcosa, ma in realtà ci restituiscono quello che ci spetta, che era stato stabilito e stanziato. Abbiamo svolto in questi anni un lavoro vero e proprio, camuffato con il nome di tirocinio. Abbiamo acquisito delle competenze e professionalità che non sono spendibili se non all’interno degli uffici giudiziari. È una formazione specifica, che non potremo mettere nel curriculum per cercare lavoro da qualche altra parte, per cui sono stati utilizzati anche fondi europei, e si rischia di perdere tutto» osserva la ex tirocinante.Non sarebbe la prima volta che fondi comunitari vengono utilizzati in modo improprio: per questo Patrizia, in qualità di coordinatrice del Progetto Europa per l’Unione precari giustizia – comitato spontaneo che raggruppa tirocinanti di tutta Italia – sta studiando da tempo tutti i bandi degli enti locali per controllare le finalità e l’uso corretto dei fondi europei per le politiche attive. Questione che è anche al centro di una interrogazione presentata da Laura Ferrara del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo il 10 dicembre. In questo documento si chiede all’Europa se è a conoscenza dell’uso improprio in Calabria dei fondi stanziati per l’obiettivo Convergenza – che dovrebbero essere destinati a migliorare le condizioni per la crescita e l’occupazione e creare posti di lavoro finanziando interventi di politica attiva – che in questo caso non hanno mai prodotto un’offerta reale di occupazione.Ma che un tirocinio in un Tribunale difficilmente potesse trasformarsi in una vera opportunità occupazionale non era in un certo senso facile da prevedere? Tutta la platea di disoccupati coinvolti in questo progetto non avrebbe potuto rifiutare questa proposta, o quantomeno le proroghe? «La prima cosa da fare, quando sei iscritto negli elenchi dei lavoratori in mobilità per avere diritto agli ammortizzatori sociali, è dare la disponibilità e se il centro per l’impiego ti chiama, sei obbligato ad accettare per non essere cancellato dalle liste» ribatte la Carere. «Ho 55 anni e sono stata obbligata a partecipare, non sono andata a cercare questo programma. È stato un percorso obbligatorio che si è rivelato per gli uffici giudiziari utile e produttivo tanto che si è pensato di sfruttarlo al massimo».Che il lavoro di questi tirocinanti sia stato utile per i palazzi di giustizia è testimoniato anche dagli appoggi dati a loro favore da molti presidenti di procure e corti di appello, a cominciare dal primo presidente di Cassazione, Santacroce. Eppure, nonostante queste figure siano state preziose per lo smaltimento dell’arretrato – in situazioni in cui negli archivi non c’è più posto per un documento e le cartelle vengono abbandonate nei corridoi – la posizione del ministero su come si intenda procedere non è chiara. Il ministro della giustizia Orlando «all’inizio ha fatto molte promesse, poi si è reso conto della difficoltà di reperire le risorse economiche e ha cominciato a tenersi sul vago». Diversi partiti politici hanno presentato emendamenti alla legge di stabilità per il 2015, ma sono stati tutti respinti. «Resta il mille proroghe che ha al momento solo slittato la data di scadenza».Nel frattempo a dicembre i quasi 3mila tirocinanti sono stati richiamati per fare altre 70 ore: anche Patrizia Carere le ha fatte, e alla Repubblica degli Stagisti racconta di aver trovato nei tribunali la stessa situazione lasciata a luglio, con gravi rallentamenti di tutte le procedure dovuti alla mancanza di personale. Cosa che non stupisce, visto che negli uffici giudiziari c’è un vuoto di organico accertato di 9mila persone. «Certo, è giusto che nella pubblica amministrazione si acceda solo tramite concorso, noi non cerchiamo scappatoie, ma che almeno nel frattempo il governo ci riconosca i titoli per i quali siamo stati formati. Altrimenti come si pensa di mandare avanti la macchina della giustizia in questo modo?»La richiesta dell’Unione precari giustizia a questo punto è di ottenere non più proroghe dello stage bensì un contratto a tempo determinato di un anno, in attesa che venga indetto un concorso. «Siamo a reddito zero, nel 2014 abbiamo percepito 2.300 euro lordi, pari a 230 ore di servizio. Se un italiano su quattro è a rischio povertà, noi ci siamo già» osserva la ex tirocinante. Che come tanti nella sua stessa situazione si chiede anche come sia possibile che siano state attivate delle politiche finalizzate al reinserimento di lavoratori cassintegrati o in mobilità che poi, di fatto, non sono sfociate in un lavoro e che anzi, hanno incrementato il bacino dei tirocinanti, creando una nuova forma di sfruttamento. E al danno si aggiunge la beffa di ritrovarsi, tra una decina d'anni al momento di andare in pensione, con un grosso buco contributivo: «Ai fini pensionistici questi quattro anni non sono serviti a nulla». Perché lo stage non è un contratto di lavoro, e dunque non prevede il versamento di contributi. Forse avrebbero dovuto pensarci anni fa, i decisori delle politiche attive destinate ai disoccupati e cassintegrati, prima di intrappolare Patrizia Carere e altri 2800 come lei in "stage" lunghi quattro anni negli uffici giudiziari.

Leggi tutto

Tribunali al collasso, sempre più stagisti per coprire i buchi di organico

Cercasi stagisti per sopperire alla carenza di organico negli uffici giudiziari italiani. Succede ormai in moltissimi tribunali della Penisola, dove il personale non riesce più a far fronte ai carichi di lavoro imposti alla colossale macchina della giustizia italiana. Al tribunale di Novara  «la situazione è drammatica: su 65 persone in organico attualmente ce ne sono 48», denunciava a fine giugno il presidente Bartolomeo Quatraro presentando uno dei tanti protocolli d'intesa in via di definizione, a livello territoriale, con lo scopo di attivare tirocini formativi all'interno degli uffici giudiziari. A Novara dovrebbero così arrivare  due stagisti dall'università del Piemonte Orientale, ma fino a pochi giorni fa si cercava anche un laureato o laurendo in giurisprudenza su tematiche del lavoro, da spedire dritto dritto nell'ufficio dell'unico magistrato che in quel Tribunale si occupa della materia. Sulla sua scrivania giacciono ben 1200 provvedimenti: se non si può affiancargli un collega, che ci sia quantomeno uno stagista a dargli una mano. Per il futuro si pensa già ad un'iniziativa più corposa: "Adotta uno stagista" è infatti il nome di un progetto caldeggiato dallo stesso Quatraro che - grazie anche al finanziamento delle aziende novaresi socie di Assoindustriali - potrebbe aiutare il tribunale a reclutare altri volenterosi. Un caso limite? Assolutamente no.  Dal monitoraggio della Repubblica degli Stagisti emerge che negli ultimi mesi iniziative simili si sono concretizzate a Torino, Brindisi, Pavia, Foggia, Sulmona, Vasto e in molti tribunali della Sardegna. Dalle Alpi alle Isole non si contano più le convenzioni con università e facoltà di giurisprudenza che mirano ad inserire giovani laureati e laureandi pronti ad affiancare il personale degli uffici nel disbrigo delle pratiche che sommergono la giustizia italiana.Il caso numericamente più eclatante è quello del Lazio, dove 230 persone in cassa integrazione o in mobilità hanno appena concluso un anno di tirocinio negli uffici di Roma e provincia (e chiedono ora di continuare a lavorare); altri 300 stage della stessa durata stanno per essere attivati per dare man forte agli uffici regionali della Corte d'appello di Roma. Peccato che gli stagisti in questione, peraltro selezionati dai locali centri per l'impiego, abbiano svolto di fatto un tirocinio al di fuori dei limiti di legge. Per i lavoratori disoccupati, inoccupati o iscitti alle liste di mobilità, la normativa parla chiaro: il periodo formativo non può durare più di sei mesi. Unica nota positiva il rimborso spese, calcolato in questo caso come la differenza tra l'indennità percepita e il salario che spetterebbe ad un operatore giudiziario. Circostanza più unica che rara nella pubblica amministrazione, dove solitamente non si percepisce un euro di rimborso. Ma che cosa fanno esattamente gli stagisti all'interno dei tribunali? A Firenze, una relazione firmata dal giudice del tribunale civile Barbara Fabbrini testimonia come i tirocinanti siano chiamati a svolgere anche mansioni di grande responsabilità, assistendo i giudici nelle attività preparatorie, contestuali e successive alla celebrazione delle udienze. Tra i compiti assegnati c'è ad esempio la verifica della completezza degli atti dei fascicoli; la scrittura, l'archiviazione e l'invio dei verbali; ma anche la partecipazione, su richiesta del giudice, alla selezione e alla raccolta ragionata di massime giurisprudenziali. Tutte esperienze con elevato valore formativo per gli stagisti fiorentini: ma con altrettanta utilità per lo stesso Trubunale. Non si può dire altrettanto per i due tirocini della durata di un mese svolti lo scorso agosto alla cancelleria dell'esecuzione immobiliare di Bari. Per far fronte ai ritardi accumulati nel corso dei mesi dall'ufficio, qui l'Ordine degli avvocati ha infatti finanziato con 3mila euro due tirocinanti con il preciso compito di inserire dati in sostituzione del personale addetto.Uno degli aspetti più significativi di queste iniziative è la tranquillità con cui molto spesso i promotori ammettono apertamente la necessità di utilizzare stagisti laddove servirebbero invece lavoratori effettivi. Una pratica che viola apertamente l'articolo 1 del decreto ministeriale 142/98 che attualmente regola la materia: «I rapporti che i datori di lavoro privati e pubblici intrattengono con i soggetti da essi ospitati, non costituiscono rapporti di lavoro». Ergo, gli stagisti non possono essere utilizzati in sostituzione del personale.Sottovalutando evidentemente questo particolare, lo stesso procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, commentava così nell'aprile dello scorso anno il protocollo d'intesa firmato tra gli uffici partenopei e l'università Federico II per l'attivazione di 270 stage: «Un malessere comune a tutti gli uffici giudiziari è la mancanza di personale» spiegava Lepore,  «così questo accordo è un'occasione importante sia per noi che per i ragazzi». Ancora più esplicito l'obiettivo dichiarato già due anni e mezzo fa dalla prefettura di Treviso, nell'ambito di un progetto rivolto addirittura a studenti degli istituti professionali: ovvero «coniugare le esigenze didattiche dei giovani studenti della provincia con le croniche carenze di organico delle pubbliche amministrazioni del territorio». Con grande ottimismo, lo scorso aprile, anche il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti commentava così l'intesa raggiunta tra l'Azienda Calabria Lavoro e la Procura della Repubblica di Reggio: «Questi giovani professionisti che andranno ad aiutare gli uffici giudiziari reggini saranno formati e avranno la possibilità in futuro di utilizzare questa importante esperienza professionale». La realtà dimostra invece che stage di questo tipo sono purtroppo ben poco spendibili sul mercato del lavoro. In primo luogo perché non esistono possibilità di assunzione dopo il periodo formativo, considerato il blocco del turn over imposto alla pubblica amministrazione: niente bandi di concorso e quindi niente nuove assunzioni  almeno fino al 2014. Ma anche se qualche concorso venisse prima o poi bandito, questi  tirocinanti  non trarrebbero comunque nessun effettivo vantaggio rispetto agli altri candidati. Non a caso la Repubblica degli Stagisti ha proposto da oltre un anno di attribuire qualche punto in più, in sede di concorso, a chi abbia svolto uno stage in un determinato ufficio pubblico.Spostandosi sulle opportunità nel settore delle imprese private le cose non vanno meglio: raramente  le competenze acquisite all'interno di un tribunale, una procura o una prefettura risultano utili quando si entra in azienda, e sono quindi destinate a restare un bagaglio del tutto personale dello stagista. Quanto ai vantaggi immediati,  è raro imbattersi in "facilitazioni": non solo rimborsi spese, ma anche buoni mensa o benzina. Nella stragrande maggioranza dei casi  gli stage sono  a totale carico dei giovani, o meglio delle loro famiglie.  «La giustizia italiana è alla canna del gas» denuncia Nicoletta Grieco, coordinatrice nazionale del comparto giustizia Fp-Cgil. «Ogni corte d'appello, ogni tribunale si organizza come meglio può: ci sono stati casi di carabinieri e finanzieri in pensione, persino volontari che svolgevano il lavoro di cancellieri. Come sindacato abbiamo partecipato ad accordi per inserire negli uffici giudiziari lavoratori in mobilità o in cassa integrazione. L'alternativa sarebbe chiudere gli uffici». Già, ma se si avallano simili soluzioni, non si finisce per giustificare anche il ricorso sistematico agli stagisti provenienti dalle università? «Noi non siamo contrari al fatto che gli studenti partecipino a stage formativi negli uffici giudiziari, ma non possono essere l'ennesima misura tampone per far fronte all'emergenza. Né possono essere figure che sostituiscono i lavoratori nell'ambito dello svolgimento del procedimento giudiziario. Inoltre sarebbe auspicabile più trasparenza sulla stipula di queste convenzioni».Per funzionare, calcolano alla funzione pubblica della Cgil, la giustizia italiana avrebbe oggi bisogno di almeno 4mila nuove assunzioni, considerando anche i 1000/1500 pensionamenti previsti entro fine anno. Più che un buco di organico, una voragine: che i dirigenti cercheranno di colmare come possono, cioè facendo ricorso sopratutto a risorse a costo zero. Gli aspiranti stagisti sono avvertiti.Ilaria CostantiniPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri- L'Inps viola il codice deontologico forense, non paga i suoi 75 praticanti avvocati e ne cerca altri 400. Ed è in buona compagnia- Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano

Leggi tutto