Stanno per ripartire gli stage al ministero degli Esteri: si chiameranno Maeci-Crui e ci sarà un rimborso

Gli stage Mae-Crui stanno per tornare. O quantomeno una loro nuova edizione, aggiornata e corretta. Attenzione, non è vero - come alcuni siti hanno subito sparato - che siano già tornati. Ma è quasi sicuro che nei prossimi mesi verrà pubblicato un bando contenente alcune centinaia di opportunità di fare tirocini alla Farnesina e in ambasciate, consolati e istituti di cultura italiani in giro per il mondo. Merito di una giovane deputata del Partito democratico, Lia Quartapelle, classe 1982, che per mesi ha lavorando per ripristinare il programma, cercando la quadra tra le nuove normative in materia di stage, la decisione del Mae di sospendere nel 2012 il programma, le aspettative dei tanti giovani interessati a questi stage, e la necessità di creare una forma nuova e più sostenibile, prevedendo un sostegno economico per gli stagisti. Del resto, la Quartapelle conosce bene l'importanza delle esperienze internazionali, anzi si potrebbe dire che ce l'abbia nel Dna: alle superiori ha studiato a Llantwit Major, in Galles, al Collegio del Mondo Unito dell’Atlantico, arrivando al Baccalaureato Internazionale; ha una laurea in Economia dello sviluppo e un Master in Economia alla School of Oriental and African Studies di Londra. Dal 2009 è ricercatrice all’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, come responsabile del programma Africa; ed è cultrice della materia presso la cattedra di Storia e istituzioni dell’Africa dell’università di Pavia. Onorevole Quartapelle, a che punto siamo col Mae-Crui - anzi, col Maeci-Crui? A buon punto. Per la riattivazione dei tirocini organizzati dalla Farnesina e dalle università italiane abbiamo intrapreso un lungo percorso, non senza ostacoli. Ho depositato una proposta di legge e diversi emendamenti. Ora, finalmente, il lavoro in Parlamento ha dato i suoi frutti. La norma è stata approvata e possiamo tornare ad offrire questa importante opportunità ai nostri studenti più meritevoli, perché siamo convinti che la loro integrazione nel mercato del lavoro passi da grandi riforme di sistema come il Jobs Act, ma anche da piccoli interventi mirati come la riattivazione dei tirocini con la nuova denominazione Maeci-Crui, perché il Ministero degli Esteri ha cambiato nome, diventando Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. La Farnesina e le università devono ancora stipulare una convenzione, indispensabile per l’attuazione della norma. Stiamo lavorando, affinché sia sottoscritta quanto prima e i tirocini siano pienamente operativi entro l’autunno. Le prime notizie trapelate parlano di un numero di stage compreso tra 300 e 500. Da cosa dipenderà la definizione del numero esatto?Il numero esatto dei partecipanti si potrà sapere soltanto dopo la stipula della convenzione tra la Farnesina e le università e la pubblicazione del bando. Non può essere definito da una norma, perché ovviamente dipende non soltanto dalle risorse messe a disposizione, ma anche dalle esigenze delle università e dalle disponibilità e dai bisogni delle nostre ambasciate. La stima, attorno ai trecento partecipanti, è relativa all'anno in corso, cioè ai mesi restanti del 2015, una volta firmata la convenzione e aperto il bando per i posti. Poi potrebbe variare. Sono certa che l’aiuto dei tirocinanti si rivelerà molto prezioso per le nostre rappresentanze all’estero. L’auspicio è quindi che una volta rientrati a regime, negli anni a venire si possa estendere la platea dei tirocinanti e aumentarne il numero, inserendo il finanziamento per i tirocini in modo strutturale nel bilancio dello Stato.  300-500 opportunità di stage sono certamente tante, infatti, ma il "vecchio" Mae-Crui permetteva di fare questa esperienza a circa 1800 ragazzi ogni anno. Non si poteva davvero fare di più?Intanto, partiamo. Anche perché il programma quest'anno inizierà in fase sperimentale, e per solo i mesi restanti dell'anno. I nostri uffici di rappresentanza all’estero – tra Ambasciate, Consolati e Istituti di cultura – sono complessivamente poco più di 300. Anche suddividendo i partecipanti in cicli trimestrali, non credo sia possibile in una fase iniziale che la rete diplomatico-consolare assorba un numero così elevato di tirocinanti. Tanto più che il nostro obiettivo non è mandare i ragazzi a farsi un giro all’estero e a fare fotocopie. Vogliamo fare partire i giovani davvero interessati alla diplomazia e alle relazioni internazionali e vogliamo che siano seguiti. Devono potere sfruttare l’esperienza del tirocinio per capire se il loro è un reale interesse per carriere con proiezione internazionale o, di converso, per prendere consapevolezza di non essere realmente interessati o tagliati per intraprendere la carriera diplomatica o di cooperazione e imboccare nuove strade che meglio si confanno alle loro aspirazioni. Negli anni in cui il Mae-Crui era un programma avviato, e quindi non nei primi anni, partivano circa mille tirocinanti ogni anno. Ora il numero degli studenti che potranno accedere sarà inferiore, ma è intervenuta un’altra differenza fondamentale, poiché ai tirocinanti sarà corrisposto un piccolo rimborso. Infatti, la differenza più importante rispetto al "vecchio" Mae-Crui è che gli stagisti finalmente riceveranno un compenso: anche qui le indiscrezioni parlano di 500 euro al mese. È così? E chi erogherà questi soldi, il Mae o le singole università di partenza?Questo è il fulcro della questione e il cuore del nuovo impianto dei tirocini. Nella scorsa legislatura, la riforma Fornero stabilì il giusto principio della congrua corresponsione di un rimborso anche per i tirocini. Non disponendo dei fondi necessari per lo stanziamento dei rimborsi, la Farnesina dovette sospendere il programma Mae-Crui. In realtà, la riforma Fornero e le successive Linee Guida concordate in Conferenza Stato Regioni introdussero un rimborso spese minimo obbligatorio di 300 euro, ma solo per i tirocini extracurriculari. Se il Mae avesse voluto, cioè avrebbe potuto non sospendere il programma, limitarlo agli studenti, escludendo i neolaureati, e continuare ad ospitare stagisti gratis. Dopo l’approvazione della riforma ci furono alcune settimane di assestamento. Con non pochi disagi, che voi prontamente denunciaste, per i tirocinanti che erano già stati selezionati ed assegnati negli uffici all’estero. Alla fine la sospensione fu revocata sia per i tirocini curriculari che per gli extra-curriculari, ma si pose la questione di capire come rivedere il regime dei tirocini e la relativa convenzione.Comunque lei ha lavorato per prevedere un rimborso spese per questi tirocini, anche se curriculari: evidentemente pensa, come la Repubblica degli Stagisti, che sia importante prevedere un sostegno economico per i giovani che fanno questo tipo di stage.Infatti, la decisione è anche politica. Il principio di una congrua corresponsione di un rimborso è un principio che, a mio giudizio, deve essere esteso il più possibile. Adesso abbiamo reperito un piccolo fondo, e al rimborso dovrebbero concorrere sia la Farnesina che le università. Le quote e le modalità saranno definite nella convenzione. Bisognerà valutare, per esempio, se diversificare l’ammontare del rimborso in base alla destinazione. Un’altra idea in discussione è di premiare i ragazzi che hanno ottenuto migliori risultati accademici assicurando loro una piccola gratificazione in più. Va precisato, infatti, che non si tratta di una retribuzione. Nella logica dei tirocini curriculari, il vantaggio per gli studenti è quello della formazione e di fare nuove esperienze. Vogliamo premiare la curiosità di tante ragazze e di tanti ragazzi che hanno voglia di varcare i confini, di osservare il mondo e di esprimere il loro impegno personale a livello europeo ed internazionale. Ciò non toglie che l’importo minimo dei rimborsi abbiamo voluto stabilirlo per legge. Non potrà essere inferiore ai 300 euro mensili. Quindi, chiamerei questa seconda fase dei tirocini Maeci-Crui: sia per il cambio di nome del dicastero, che ora non è più solo il Ministero degli Affari esteri, ma anche della Cooperazione internazionale, sia perché i tirocini sono diversi, prevedendo un rimborso.Coprire la spesa per 500 stage della durata di 4 mesi erogando a ciascun tirocinante 500 euro al mese di rimborso spese costerebbe 1 milione di euro. Dove siete riusciti ad attingere il denaro? Come ho detto, al rimborso dovrebbero concorrere sia le università che la Farnesina, con quote e modalità da stabilire nella convenzione. Per quello che riguarda la Farnesina, attingiamo a un fondo con dotazione di 500 mila euro. Ammettendo che anche solo la metà di esso possa essere destinato ai tirocini, e che le università tutte insieme mettano a disposizione lo stesso importo – inferiore allo 0,004% del fondo per il funzionamento ordinario delle università – avremmo gli strumenti per assicurare 500 euro mensili a 250 studenti per quattro mesi. Come ho detto però, si potrebbe prevedere rimborsi un po’ più bassi per alcune destinazioni e aumentare il numero di partecipanti. Inoltre, nella norma ci siamo premurati di dare la possibilità di commutare il rimborso in tutto o in parte in forma di facilitazioni o benefìci non monetari, come vitto e alloggio, nelle ambasciate che dispongono di tali strutture, spesso inutilizzate. Questa opportunità dovrebbe permettere di accrescere sensibilmente il numero di partecipanti, perché si aggiungono anche risorse "in kind" allo stanziamento del Maeci.  Cioè i vantaggi per gli stagisti, come l'alloggio o il rimborso del viaggio, non sarebbero aggiuntivi rispetto ai 500 euro di rimborso spese mensile, bensì "sostitutivi". Sì: la possibilità di alloggiare presso le ambasciate andrebbe a sostituire, almeno in parte, il rimborso. Altrimenti si creerebbero disparità di trattamento tra chi è assegnato alle rappresentanze che dispongono delle strutture e coloro a cui questa facilitazione non può essere offerta. Inoltre, abbiamo cercato di seguire davvero una logica di efficienza e di massima razionalizzazione delle risorse, che non sono tante.  Qual è stato l'iter parlamentare per riattivare questi tirocini?La norma sui tirocini negli uffici diplomatico-consolari è stata introdotta attraverso un mio emendamento al decreto terrorismo e missioni internazionali, che è ormai stato approvato sia alla Camera che al Senato ed è anche stata pubblicato in Gazzetta Ufficiale appena tre giorni fa. È legge, e ne sono molto contenta. Ho ricevuto messaggi di apprezzamento da tantissimi giovani. Non solo degli aspiranti tirocinanti, ma anche da coloro che hanno avuto il privilegio di fare questa esperienza anni fa. Molti di loro oggi sono professionisti affermati, e ricordano l’esperienza del Mae-Crui come un primo passaggio fondamentale del loro percorso. Ci sono stati parlamentari che l'hanno supportata in questo lavoro?Alla mia proposta di legge e ai miei emendamenti hanno aderito più di cinquanta colleghe e colleghi, per lo più del Pd, ed è stata accolta con favore in commissione. Mi sarei aspettata una più ampia adesione e maggiore sostegno da parte delle opposizioni, e in particolare dei 5Stelle. La lotta alla disoccupazione dei giovani e la loro integrazione professionale nel mercato del lavoro non dovrebbero essere una priorità soltanto del Pd e del governo, ma di tutti. La riattivazione dei tirocini nelle ambasciate è a vantaggio delle ragazze e dei ragazzi che ne beneficeranno, delle università e della nostra amministrazione. In questa fase delicata per il rilancio strategico della nostra politica estera, la nostra rete diplomatica è impegnata anche per la campagna di promozione della candidatura italiana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale sa che potrà raccogliere il contributo di idee e di collaborazione dei tirocinanti, e infatti è stato efficacemente collaborativo lungo tutto l’iter parlamentare del provvedimento. Una volta approvato definitivamente il provvedimento, come accennava, dovrà essere sottoscritta la convenzione tra il Ministero degli Affari Esteri e la Crui. Quando potrebbe essere firmata?C'è una bozza in elaborazione e proprio la settimana prossima mi incontrerò al Maeci anche con la Crui e il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Tutte le parti si sono dichiarate e dimostrate molto interessate e disponibili a far ripartire i tirocini quanto prima.Realisticamente, quando verrà pubblicato il primo bando del primo Maeci-Crui? Sarà un unico bando annuale, oppure come in precedenza sarà spezzettato in più sessioni?Per quest’anno non ci sono certamente i tempi per organizzare più cicli. L’obiettivo è sottoscrivere la convenzione quanto prima e organizzare un primo unico ciclo “sperimentale” per l’autunno/inverno. Dall’anno prossimo la riattivazione dovrebbe poi rientrare a regime. Si sa già quali saranno i requisiti necessari per accedere a questo "nuovo" Mae-Crui?I requisiti non sono definiti per legge e saranno individuati nella convenzione e indicati nei singoli bandi. Non credo che saranno dissimili da quelli che valevano in precedenza. Giovani under-30, con ottimi risultati accademici, che dimostrino reali interessi per le relazioni internazionali e abbiano buone conoscenze delle lingue straniere. Si sa già se il programma sarà aperto solo a laureandi, dunque stage curriculari, o anche neolaureati, dunque stage extracurriculari? Per il momento saranno attivati soltanto i tirocini curriculari, ma sia per i laureandi di primo che di secondo livello. Quando entrerà a regime il "nuovo" Mae-Crui, che ne sarà delle forme "spurie" che sono state create in questi ultimi due anni da alcune singole università? Queste tipologie di tirocinio verranno cancellate, reindirizzando tutti i candidati al bando, oppure persisteranno?L’autonomia delle singole università nel costruire opportunità per i loro studenti non deve certamente essere inficiata. Questo però è un programma nazionale che ha l’ambizione di coinvolgere studenti da tutta Italia e da tutti gli atenei, senza escludere, in particolare, i ragazzi delle università che non offrono altre possibilità di fare esperienza all’estero.Intervista di Eleonora Voltolina

Ministero degli Esteri, torna una specie di Mae-Crui ma solo per gli studenti: stage curriculari con rimborso

Il Mae-Crui è morto, viva gli stage al Mae. Nel luglio del 2012 il ministero degli Esteri aveva sospeso il programma di collaborazione con la Fondazione della Conferenza dei rettori. Oggi la Farnesina fa ripartire un progetto aperto alle singole università per tirocini curriculari. E soprattutto con la presenza di un minimo di rimborso spese.Sono queste le principali novità rispetto all'ormai chiusa (quantomeno per ora) collaborazione con la Crui. In precedenza, infatti, le esperienze formative all'interno delle sedi diplomatiche italiane erano aperte a studenti e laureati. E non prevedevano alcun tipo di indennità, con il risultato che i partecipanti dovevano farsi carico delle spese di viaggio, spesso un biglietto aereo intercontinentale, e di soggiorno nel Paese in cui si svolgeva lo stage. Nel 2012 il ministero degli Esteri decise di sospendere il progetto, motivando la decisione con l'entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro. In particolare l'articolo 12, quello che introduceva (anche se solo sulla carta) l'obbligo di garantire una “congrua indennità” al tirocinante, senza però generare spese ulteriori per gli enti pubblici.Ora, sebbene la normativa sia di fatto entrata in vigore solo lo scorso anno, quando buona parte delle Regioni -competenti sul tema - ha approvato propri provvedimenti in materia, il Mae anziché tentare di modificare il proprio bilancio e tagliare qualche spesa inutile al fine di ricavare le risorse per finanziare le borse per i tirocinanti, aveva preso questa posizione "radicale", di cancellare in anticipo e in toto il Mae-Crui. Un programma che per anni aveva permesso a decine di migliaia di giovani di fare esperienze formative in ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo, oltre che naturalmente nella sede centrale del ministero a Roma, la Farnesina.Tutto è rimasto fermo fino all'inizio di quest'anno, quando la Repubblica degli Stagisti si è accorta che l'università Ca' Foscari di Venezia aveva annunciato di aver stretto un accordo con il consolato italiano di Melbourne, in Australia, per dei progetti di stage all'interno della sede diplomatica, il primo dei quali prenderà il via già entro questo mese di febbraio. «Il Mae-Crui non esiste più, ma c'è la possibilità di avviare accordi con ambasciate, consolati e istituti di cultura. Noi l'abbiamo fatto per gli studenti del corso di laurea in Commercio estero, che prevede un tirocinio obbligatorio», spiega alla Repubblica degli Stagisti Lucy Kusminova, responsabile del progetto “Desk in the world” dell'ateneo veneziano. Alla base dell'intesa c'è il fatto che è l'università a garantire una borsa allo studente che volerà in Oceania per un percorso formativo della durata di tre mesi. I costi di volo e di assicurazione medica rimangono però tutti a carico del tirocinante: «Non abbiamo borse di studio specifiche per gli stage al di fuori dell'Unione Europea». Per progetti come quello di Melbourne, dunque, i partecipanti devono accontentarsi del rimborso spese. Col risultato che solo per raggiungere la sede in cui si svolgerà il progetto e per essere sicuri di ricevere un trattamento medico gratuito in caso di bisogno, il rischio è che si spenda molto di più della somma che verrà rimborsata. «Se sono interessati a determinate destinazioni, gli studenti devono purtroppo farlo a proprie spese. Dico purtroppo, sicuramente non è giusto». Eppure è dai tempi del Mae-Crui che le cose vanno così e nessuno fa nulla per cambiarle.Ma a quanto ammonta la somma garantita a chi parteciperà a questo progetto? Paradossalmente a definirlo non sono le singole università (quelle che materialmente mettono mano al portafoglio ed erogano l'indennità agli stagisti-studenti), bensì il ministero. «Siamo intorno a un minimo di 300 euro», spiega infatti Giovanni Zanfarino della direzione generale per le risorse e l'innovazione del Mae. «Non fissiamo una cifra minima precisa», prosegue, «però diciamo che non deve essere simbolica. E poi noi possiamo garantire anche delle facilitazioni non monetarie». Come il vitto, i biglietti per il trasporto pubblico locale o, in quelle sedi che ne sono dotate, l'alloggio in foresteria. Ma a quanto deve ammontare la borsa per non essere considerata «simbolica» dai dirigenti della Farnesina? «Deve essere compresa tra i 300 ed i 600 euro».Una somma coerente con le diverse indennità fissate dalle Regioni che hanno già legiferato in materia - per quanto la norma faccia riferimento ai tirocini extracurriculari, mentre in questo caso si tratta di curriculari. «Teoricamente non sono incorporati nella categoria di quelli per i quali è obbligatoria la borsa, ma il ministero ha deciso che anche questi non devono essere gratuiti». Decisamente un passo avanti rispetto al vecchio programma Mae-Crui, che mandava i laureati ai quattro angoli del mondo senza un euro di rimborso. «Oggi ospitiamo solo tirocini curriculari all'interno di un corso di laurea, di un master o di un dottorato, per una durata massima di tre mesi. Deve essere l'università a contattare la sede diplomatica, inviando una bozza di convenzione e descrivendo il progetto formativo, normalmente legato ad attività di studio o di documentazione». L'approvazione finale spetta poi al ministero. Ma oltre a Ca' Foscari quanti altri atenei hanno avviato collaborazioni di questo tipo? «Finora solo la Sant'Anna di Pisa che ha chiesto accordi con più sedi, garantendo borse mensili da 600 euro. Ci sono altre università che stanno valutando la possibilità, non sono tantissime anche a causa della situazione economica». La spesa relativa alla borsa, stando agli standard ministeriali, oscilla tra 900 e 1.800 euro per ciascun tirocinante.Resta però un mistero il motivo per il quale il ministero non sia riuscito a trovare quei pochi soldi, circa 4 milioni di euro (su un bilancio annuale che per il Mae si aggira sui 2 miliardi), che sarebbero bastati ad assicurare un rimborso decente (secondo la proposta avanzata già nel lontano 2010 dalla Repubblica degli Stagisti, 500 euro al mese per i tirocini nei confini Ue e 1000 per quelli extra Ue) a circa 1800-2mila universitari ogni anno. Ora insomma il ministero riapre le porte ai tirocinanti, imponendo però agli atenei di farsi carico della indennità: una modalità che, in tempi di vacche magre quanto a finanziamenti per università e ricerca, comporterà prevedibilmente un numero molto contenuto di convenzioni e di opportunità di stage. Riccardo SaporitiVuoi sapere cosa è successo con i tirocini Mae-Crui? 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Fondazione Crui, sospesi tutti i programmi di stage negli enti pubblici in attesa delle nuove linee guida

Sono spariti tutti. Uno dopo l'altro sono stati sospesi i programmi di tirocinio organizzati dalla Fondazione Crui all'interno della pubblica amministrazione. Sotto accusa c'è la riforma del mercato del lavoro, che ha introdotto l'obbligo di rimborso spese per tutti gli stagisti: una norma che non è ancora operativa, visto che la sua applicazione è demandata a delle linee guida che dovrebbero essere approvate entro gennaio, ma che viene invocata per fermare esperienze consolidate.Il primo progetto ad essere fermato, come la Repubblica degli Stagisti ha raccontato quest'estate, è stato quello legato all'Agenzia del Demanio, sospeso a pochi giorni dall'avvio dei tirocini, quando i giovani selezionati erano pronti ad intraprendere questa esperienza. Un secondo tentativo si è avuto a luglio con i tirocini relativi al secondo bando 2012 del ministero degli Affari esteri, andato a vuoto grazie alle proteste dei 555 giovani selezionati che, oltre ad aver dato vita ad un agguerrito gruppo su Facebook, hanno portato la stampa ad occuparsi del caso e l'onorevole Marianna Madia (Pd) a presentare un'interrogazione parlamentare.Un movimento di opinione che non è però riuscito a fermare il blocco del terzo scaglione di stage, le cui selezioni si sarebbero dovute aprire a settembre. Di questo avviso si sono perse le tracce: «ho effettuato il log-in nel sito del ministero per iniziare le procedure della domanda, ma il bando è scomparso», scrive Guido sul forum RdS, «la home page dice che è stato sospeso ma non da altre spiegazioni e non riesco a reperire notizie da nessuna parte riguardo a questa chiusura».Possibile? «La pubblicazione del prossimo bando Mae–Crui è legata alla messa a punto, come previsto dalla legge 92 di quest’anno, dell’accordo tra governo e regioni sulle linee guida dei tirocini ed alle iniziative che da tale accordo deriveranno». Così si può leggere sul sito della Farnesina, che assicura di essere impegnata a seguire «la questione con la massima attenzione» e garantisce che fornirà «informazioni sugli sviluppi delle iniziative assunte dalle competenti amministrazioni per individuare possibili soluzioni».Anche la Fondazione Crui, sul proprio sito, chiama in causa la riforma del lavoro: «a seguito delle nuove disposizioni emanate dal governo con la legge 92 del 28 giugno 2012 che regolano l’istituto dei tirocini formativi e di orientamento ed in attesa di conoscere le “linee guida” che saranno definite dalla conferenza Stato-regioni, i bandi relativi ai programmi di tirocinio gestiti dalla Fondazione programmati per l’autunno 2012 hanno subito delle modifiche al calendario». Più che di modifiche, si tratta di vere e proprie sospensioni.Oltre a quelli del Mae sono stati infatti fermati gli stage al dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione sociale del ministero per lo Sviluppo economico, dieci percorsi formativi della durata di 4 mesi che si sarebbero dovuti svolgere tra il 26 novembre ed il 26 marzo. Discorso analogo per i tirocini semestrali alla Scuola superiore di economia e finanza, il cui inizio era previsto per il 7 gennaio. Il bando emesso dal dicastero dell'Economia e dalla Ragioneria generale dello Stato, esperienze della durata di quattro mesi prorogabili a sei, è invece stato rinviato a data da definirsi.Ma quali sono le ragioni che hanno portato a questa sospensione? E soprattutto, una volta che saranno state redatte le linee guida, che ne sarà di questi progetti? La Repubblica degli Stagisti ha chiesto chiarimenti alla Fondazione Crui, ma l'ufficio stampa non è stato in grado di fornire risposte.Resta quindi un punto interrogativo sul destino delle esperienze formative all'interno della pubblica amministrazione. Inascoltate le soluzioni proposte dalla RdS relativamente ai tirocini del Mae, ignorata la voce di chi afferma che l'obbligo di garantire una «congrua indennità» senza che questo genere «oneri aggiuntivi per la pubblica amministrazione» non è un controsenso logico, ma richiede una semplice modifica al bilancio interno dei ministeri. Come del resto ribadito dalla Camera dei Deputati con la recente approvazione di un ordine del giorno promosso da Madia. Per il momento si sa solo che la Fondazione Crui ha sospeso i tirocini, generando così anche un danno economico a sé stessa visto che, come documentato dalla Repubblica degli Stagisti, le università pagano una quota per le domande di iscrizione presentate dai propri studenti. Entrate che verrebbero meno se la sospensione degli stage per l'impossibilità da parte della pubblica amministrazione a garantire un rimborso spese diventasse definitiva. Possibile che i vari ministri coinvolti, che pure la riforma del lavoro l'hanno votata in CdM, lascino che i tirocini vengano fermati piuttosto che rivedere le proprie priorità di spesa così da consentire a tanti giovani di effettuare un'esperienza formativa di alto profilo?Riccardo SaporitiHai trovato interessante questo articolo? Leggi anche:- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?- Tirocini Crui, anche l'Agenzia del Demanio li sospende per non dover pagare rimborsi agli stagisti- Mae-Crui, parte l'interrogazione parlamentare. 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Mae-Crui, parte l'interrogazione parlamentare. E il costituzionalista: «Nessun ostacolo al rimborso»

Dalla (futura) istituzione del rimborso spese obbligatorio per gli stagisti «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Recita così il comma 36 dell'articolo 1 della riforma del lavoro varata dalla Camera il 27 giugno. Può bastare questo codicillo a fermare la pubblica amministrazione, che secondo una stima della Repubblica degli Stagisti accoglie ogni anno tra i 150 ed i 200mila tirocini, dal riconoscere quella «congrua indennità», preannunciata dalla stessa riforma Fornero, che dovrà essere formalizzata nei prossimi 6 mesi attraverso una serie di linee guida concordate tra ministero del Lavoro e conferenza delle Regioni?L'Avvocatura dello Stato ha opposto qualche mese fa questo argomento al decreto liberalizzazioni, relativamente all'obbligo di erogare un rimborso spese forfettariamente concordato ai cosiddetti "praticanti", coloro che svolgono il tirocinio professionale per accedere a una professione regolamentata. E ora il ministero degli Esteri, sulla base di ragionamenti analoghi, ha sospeso il bando Mae-Crui, 555 tirocini che avrebbero dovuto prendere il via il 3 settembre.  E facendo riferimento a questa apparente contraddizione la Fondazione Crui ha lanciato l'allarme sul proprio sito, quasi che la riforma Fornero rischi di bloccare tutti i tirocini nella pubblica amministrazione.Lo scorso 6 giugno la deputata del Partito democratico Marianna Madia [nella foto a destra], anche sulla scorta di un articolo della Repubblica degli Stagisti, aveva presentato un'interrogazione in merito alle posizioni assunte dall'Avvocatura. Ma né il ministero del Lavoro, né quello della Giustizia hanno fornito a tutt'oggi una risposta. Ora che la questione si ripropone, con altri protagonisti e sulla base di altri atti normativi, la giovane parlamentare torna alla carica. Letti gli articoli pubblicati, tra gli altri, anche dalla Repubblica degli Stagisti, l'esponente del Pd ha depositato un'interrogazione parlamentare per chiedere «se il governo [...] non ritenga che - fatta salva la disposizione per cui non debbano derivare nuovi e maggiori oneri per lo Stato – debbano essere caldeggiate le appropriate rimodulazioni di bilancio, conseguenti dalla razionalizzazione della spesa pubblica in corso, affinché tutte le pubbliche amministrazioni ottemperino al pagamento del “rimborso spese forfetariamente concordato” a favore dei laureati che svolgono il tirocinio professionale per l’accesso alle professioni regolamentate, così come prescritto dall’art. 9 comma 4 del c.d. “decreto liberalizzazioni”, e che prossimamente - una volta stabilite le linee guida sui tirocini - possano anche ottemperare al pagamento della “congrua indennità” a favore degli stagisti/tirocinanti».In attesa di conoscere la risposta del ministero all'interrogazione della Madia, che verrà pubblicata martedi, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto un parere a Francesco Clementi [nella foto sotto], professore associato di Diritto pubblico comparato alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Perugia e di diritto costituzionale italiano e comparato nel master dell'Istituto Alti Studi per la Difesa. Davvero la prescrizione che i rimborsi per i tirocinanti non debbano generare «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» può fermare il bando Mae-Crui? «Non c'è nessun ostacolo giuridico. O meglio: c'è se si vuol far finta di non vedere quello politico», risponde il docente.Perché «non derivare maggiori oneri significa non realizzare nuove spese». Però tra quelle già definite nel bilancio del ministero degli Esteri «è possibile riallocare alcune somme». Ovvero tagliare determinate spese e girare i fondi per gli stagisti Mae-Crui. Per questo l'atteggiamento della Farnesina sembra a Clementi «miope e in qualche modo poco attento alle reali intenzioni del governo». Insomma «è una questione di volontà del ministero quella di trovare o meno i soldi: se ritiene che questo bando sia fondamentale, allora deve riallocare i fondi. Se ritiene che i tirocini possano essere realizzati solo con fondi aggiuntivi, però vietati dalla legge, allora li dovrà sospendere».Rimane il fatto che il rimborso minimo ancora non esiste. Dovrebbe essere introdotto, salvo sorprese, con l'emanazione di una serie di linee guida (ancora non si sa in che forma giuridica) che vedranno la luce in un momento indefinito dei prossimi 180 giorni, una volta che il ministero e le Regioni avranno trovato un accordo soddisfacente. Le nuove disposizioni arriveranno quindi presumibilmente quando i tirocini in questione - quelli del II° bando Mae-Crui 2012, in partenza il 3 settembre - saranno iniziati e forse anche terminati. Perché quindi sospendere già ora? «Quello delle future linee guida è un problema che esiste, ma è subordinato al principale. La Farnesina deve decidere». Secondo Clementi, se il ministero è convinto della bontà dei tirocini Mae-Crui allora deve modificare già adesso il proprio bilancio, tagliando delle spese per reperire i fondi. Sia per quelli del II° bando, in via "cautelativa", qualora le linee guida arrivassero prima della loro conclusione. Ma soprattutto per quelli del III°, che si aprirà il 10 settembre prossimo: in questo caso i tirocini infatti prenderebbero il via il 14 gennaio 2013, ricadendo quindi in pieno nell'obbligo del rimborso spese, sempre se quest'ultimo sarà davvero stato introdotto nei tempi stabiliti dalla riforma Fornero. Ma dovrebbero essere pagati con fondi attinti dal bilancio 2012. Se poi le linee guida arrivassero a gennaio, o addirittura oltre, i fondi stanziati e non spesi potrebbero essere riutilizzati per altri scopi. Ma per il costituzionalista è chiaro che non intervenire sui bilanci ora per recuperare le risorse per i due bandi Mae-Crui  - l'attuale e quello prossimo venturo - significherebbe cancellarli. È probabilmente di queste modifiche contabili che si sta ragionando al ministero degli Esteri in questi giorni.Riccardo SaporitiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Ministero degli Esteri, ancora niente rimborso per i tirocini malgrado i buoni propositi della riforma- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfruttaE anche:- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Le università «virtuose» del Mae-Crui: tutti i dettagli sui rimborsi spese e le borse di studio per i tirocini in ambasciate, consolati e istituti di cultura

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Expo, tante imprecisioni e una verità: in Italia c'è poco rispetto per i candidati in cerca di lavoro

Il caso di questi giorni è l'affaire Expo. Ieri un articolo sul Corriere della Sera, «Turni scomodi per lavorare all'Expo: 8 su 10 ci ripensano», riportava la notizia che molte opportunità offerte da Expo vengono snobbate rimarcando come, seppur per pochi mesi, i contratti "rifiutati" prevedano ottime condizioni retributive - 1.300 euro al mese - e ventilando la possibilità che a far desistere i potenziali lavoratori sia stato il calendario di lavoro, con turni anche di sabato e domenica.Un articolo che sarebbe stato "forte", se avesse contenuto informazioni verificate, numeri certi e campane diverse. Invece no. E la Rete non perdona. I social network permettono a ognuno di noi di commentare - e talvolta, come in questo caso, confutare - le notizie. Così l'articolo ha scatenato una sollevazione da parte dei tanti che si sono candidati in questi mesi per lavorare a Expo. Sono emerse in poche ore numerose storie di gente chiamata a colloquio a ottobre e poi tenuta in stand-by fino a marzo, addirittura ad aprile; persone che si sono sentite proporre l'inizio da un giorno all'altro; o che, inizialmente contattate per un lavoro, hanno poi scoperto che la proposta era in realtà uno stage, o che le ore di lavoro erano 4 al giorno e non 8.La furia è montata anche contro alcuni commentatori eccellenti, come Aldo Grasso e il suo videoeditoriale «I giovani rinunciano all'Expo, una generazione non abituata al lavoro», e le testate online si sono scontrate a colpi di articoli ed editoriali. «Expo, giovani che rifiutano il lavoro: ecco com'è andata» su Wired, «Bamboccioni contro affamatori, uno scontro che non serve a nulla» su Linkiesta, «Expo 2015, costretti a rifiutare il lavoro perché chiamati a 10 giorni dall’inizio» sul Fatto Quotidiano, «Expo 2015, i giovani a Grasso: "Ecco perché abbiamo rinunciato al lavoro"» su Vanity Fair, «Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo» su Valigia Blu, solo per citarne alcuni.Il mio pensiero è che sia sempre bene partire dai numeri. L'agenzia per il lavoro Manpower, vincendo una gara, è stata incaricata l'anno scorso da Expo di trovare 650 lavoratori da assumere con contratti d’apprendistato (340), alcuni della durata di 7 mesi e altri di 12, e contratti a tempo determinato (310). In più, all'interno di Expo è previsto uno "Youth Training Program" con l'attivazione di circa 200 stage con rimborso spese di 516 euro mensili e un pasto giornaliero. In totale, secondo le dichiarazioni del commissario di Expo Giuseppe Sala, sono 15mila le persone che lavorano o lavoreranno sul sito, tra il momento di costruzione e i sei mesi espositivi.A fronte di questi numeri, tutto sommato piccoli, sono arrivate a Manpower 160mila candidature per le posizioni di lavoro per Expo spa, e 150mila per i Padiglioni. L'agenzia ora scrive sul suo sito di aver reclutato e assunto circa 1000 persone «che stanno già lavorando e/o che inizieranno a lavorare a partire dal 1 maggio per Expo» (il numero dunque deve essere aumentato, nel frattempo, rispetto ai 650 contratti + 200 stage inizialmente annunciati), a cui si aggiungono altri 3.200 che lavorano (o inizieranno a lavorare) per i Padiglioni.Il fatto che si tratti di contratti temporanei è assolutamente normale, essendo Expo una esposizione temporanea. Anche il fatto che ai lavoratori si affianchino i volontari è un'altra cosa normale: il tema dei volontari è obbligatorio, come ha sottolineato tempo fa anche l'assessore al Lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani (che peraltro ha annunciato oggi di aver scritto ad Expo spa e Manpower chiedendo di «avere evidenza del processo di selezione dei giovani assunti per Expo»). ll Bie - Bureau International des Expositions - chiede espressamente, quando si presenta il dossier per una esposizione universale, di indicare le forme di volontariato che facciano partecipare la società civile all’evento. Il volontariato insomma non è stato introdotto a Milano, ma è un must di tutti gli Expo, in qualsiasi città avvengano. Di volontari, per la cronaca, a Expo Milano ne saranno impiegati 7mila; presteranno servizio per 5 ore e 30 al giorno, per 14 o 15 giorni. Oltre a questo volontariato "standard" , ce ne saranno anche altre tre tipologie: uno lungo 12 mesi come volontari del servizio civile, uno da 6 mesi come fruitori della DoteComune Expo in collaborazione con Anci, e poi le esperienze di un solo giorno.Dunque, lasciando perdere il volontariato che deve sempre essere ben distinto dal lavoro, la questione "occupazione in Expo" si rivela tutto sommato semplice. C'è un grande evento temporaneo, che ha bisogno di lavoratori. Si apre una selezione, si valutano i cv, si fanno i colloqui, si chiamano le persone, si propone loro un contratto e una retribuzione, secondo la legge della domanda e dell'offerta con un preventivo accordo con i sindacati sui profili contrattuali e retributivi, e chi accetta viene assunto.Il problema è che, dai racconti dei tanti che hanno risposto al bando, emerge che molti di questi passaggi sono stati fatti "all'italiana". Cioè male. Senza calcolare bene i tempi. Senza informare in maniera trasparente i candidati. Lasciandoli in attesa per settimane o mesi. Fornendo loro informazioni contraddittorie. Richiamandoli e chiedendo la loro disponibilità in tempi brevissimi, senza preavviso (quasi si stessero reclutando ingegneri per il crollo improvviso di una diga, anziché lavoratori per un evento già previsto da anni). Senza considerare che alcuni potessero già essere impegnati in altri lavori. Proponendo, in sede di colloquio, condizioni contrattuali e retributive diverse da quelle prospettate inizialmente. Chiedendo di "passare a firmare" senza nemmeno inviare preventivamente il contratto, per permettere ai candidati di valutarne i contenuti. Compiendo in alcuni casi addirittura un sottoinquadramento, offrendo stage a persone che si erano candidate per un lavoro, o part-time a chi si era candidato per posizioni full-time.La verità la sanno solo Manpower ed Expo. Solo loro sanno davvero di chi è la responsabilità di questa disorganizzazione. Colpa degli impiegati di Manpower, incapaci di gestire tutte queste candidature, di costruire con i candidati una comunicazione chiara e trasparente dell'offerta lavorativa prospettata e di predisporre una chiara tabella di marcia con gli avvii contrattuali da compiere? Oppure colpa di Expo, che anche a causa degli scossoni organizzativi degli ultimi mesi potrebbe aver chiesto a Manpower di attendere l'ultimo secondo prima di procedere con le contrattualizzazioni, preferendo tenere tutti in stand-by?Non penso che lo sapremo mai, anche se ognuno di noi può farsi una sua idea. La mia è che sia improbabile che una società enorme come Manpower si sia fatta trovare impreparata a poche settimane dall'inaugurazione della manifestazione; e che se ha trattato davvero i candidati come loro raccontano di essere stati trattati, dando informazioni sommarie e lavorando su tempistiche schizofreniche, non lo ha fatto per sua inefficienza, ma per soddisfare la richiesta del cliente. Ma è solo un'ipotesi.Per quanto riguarda il merito, cioè il contenuto effettivo delle proposte di lavoro e di stage in Expo, esse non sono il top, ma sono dignitose. Pagare 1000-1300 euro al mese un lavoratore, offrire una indennità di 516 euro a uno stagista: non sono condizioni da "top employer", certo, ma nemmeno da schiavisti. Nel libero mercato, ci sta che un'azienda offra queste condizioni; allo stesso modo ci sta che alcuni dei candidati le valutino buone e accettino, e che altri le considerino troppo basse, e rifiutino. Il corto circuito sta nel modo in cui i candidati vengono trattati: e qui si dovrebbe aprire un discorso lunghissimo su quanto siamo purtroppo indietro, in Italia, sul tema dei rapporti tra candidati, lavoratori e aziende che assumono. L'unica cosa evidente è che Expo non ci ha fatto per niente una bella figura. La speranza è che la polemica di questi giorni funga da detonatore, per migliorare la situazione e fare in modo che sia Expo sia gli intermediari che ha scelto per relazionarsi con i lavoratori temporanei, Manpower in testa, si comportino in maniera più trasparente e corretta con i selezionati che sono ancora in attesa di essere chiamati.Eleonora Voltolina

Quattro borse di studio per studiare e capire il lavoro che cambia

Raccontare, pensare e studiare il lavoro che cambia. Fondazione Feltrinelli lancia l’iniziativa "Spazio Lavoro", un progetto di ricerca per capire come si evolvono nel nostro paese le dinamiche del mondo del lavoro. Quattro borse di studio del valore di 10mila euro ciascuna, finanziate dal crowdfunding, per rispondere alla necessità di creare nuovi posti di lavoro.  Fino a che punto l’Italia ha adeguato le strutture sociali, le forme di tutela e di rappresentanza? Su quali strategie puntare per fermare la crescita del tasso di disoccupazione che ha oramai superato il 12,6%?«Il lavoro sta cambiando e l’Italia non è preparata» dice Carlo Feltrinelli, presidente della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli «con questa iniziativa vogliamo aprire un dibattito per cercare nuove regole che diano non solo speranze, ma anche opportunità a chi lavora e a chi un lavoro non ce l’ha. Abbiamo cercato di coinvolgere enti pubblici e privati convinti che questo possa mettere in circolo energie positive». Il progetto vedrà la collaborazione dell’ IZA, l’istituto per gli studi sul lavoro di  Bonn e del  comune di Milano che attraverso l’assessore alle politiche per il lavoro Cristina Tajani presenta così l’iniziativa: «La collaborazione con la Fondazione Feltrinelli vedrà nel 2015  la presentazione dei risultati che permetteranno all’Amministrazione di valutare l’andamento del mercato del lavoro durante Expo e di adottare politiche innovative per favorire l’occupazione».Quattro saranno i percorsi di ricerca sviluppati da Spazio Lavoro e vedranno la collaborazione di altrettante università italiane: “Capitale Umano” curato dal professor Mauro Magatti insieme all’Università Cattolica di Milano , “Società e lavoro”, coordinato dal professor Enzo Mingione  e l’università Milano-Bicocca, “Impresa e lavoro” con il Professor Alessandro Pansa dell’università LUISS di Roma, nonché CEO di Finmeccanica fino al maggio scorso,  “Denaro” curato dal professor Giuseppe Berta con l’Università Bocconi. L’impatto delle nuove tecnologie su lavoro e occupazione, la crisi dei sindacati, le nuove forme di azienda e di impresa sostenibile saranno i temi al centro dei percorsi di studio. Un lavoro che potrà partire dall’analisi delle startup che nella giornata di lancio di “Spazio Lavoro” hanno portato la loro esperienza al fianco di quella dei docenti universitari.Le nuove frontiere hanno nomi inglesi, ma sono idee tutte italiane: WeMake, Cowo, Social Farming e Dynamo Camp nascono in settori diversi, ma tutte con la stessa filosofia: l'economia condivisa. La parola d’ordine di WeMake è “fare”, chi ha un’idea può realizzarla nei laboratori della community dove si trovano stampanti 3D, frese, macchine da cucire e altri strumenti. Cowo mette a disposizione dei professionisti tutto il necessario per l’ufficio, oltre alla possibilità di fare networking e unire competenze diverse. Scrivania, pc, wifi e sale riunioni dove spesso professionisti di diversi settori creano nuovi progetti. Si calcola che delle 161 community di Cowo in 104 città italiane portino un giro d’affari di 700mila euro l’anno. Social Farming pensa al mondo dell’agricoltura e grazie alla sua piattaforma ha creato sul web una rete di relazioni fra imprese agricole. Così si promuovono e si vendono prodotti di agricoltura sociale. Dynamo Camp Onlus, invece è la struttura di terapia ricreativa nata per creare opportunità di connessione fra il “mondo profit” e il mondo “non-profit”. La chiamano “Venture Philantopy”, cioè un’impresa che funziona grazie all’attività di 360 volontari che ogni anno assistono minori la cui vita è compromessa da gravi malattie. Quattro esempi del lavoro che è già cambiato e che adesso faranno da modello alla ricerca.Una “startup” è anche la forma di finanziamento del progetto Spazio Lavoro. L’obiettivo è quello di raggiungere i 40 mila euro, «un traguardo ambizioso» spiega ancora Feltrinelli « perché si tratta del primo caso in Italia di ricerca finanziata attraverso una piattaforma di crowdfunding». C’è tempo fino al 10 novembre per sostenere l’idea della Fondazione, che alla chiusura della raccolta fondi pubblicherà un bando che definirà le modalità di presentazione delle domande e i vincitori. «Noi crediamo molto nella raccolta fondi come strumento per riavvicinare e sensibilizzare i cittadini al tema della ricerca» fanno sapere dalla Fondazione «per questo abbiamo scelto il crowdfunding e metteremo a disposizione del progetto e delle borse di studio la capacità attrattiva della Fondazione rispetto ad investitori privati perché si completi il raggiungimento della cifra prevista». 

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La raccomandazione dell’assessore per lavorare da Ikea: attentato alla merito(demo)crazia

Pochi giorni fa Ikea, nota multinazionale dell'arredamento fai-da-te, ha denunciato che in vista dell’apertura di un nuovo punto vendita vicino a Chieti ha ricevuto chiari messaggi da politici della Regione Abruzzo orientati a caldeggiare l’assunzione di alcune persone.Il rombo del tuono faceva presagire lo scatenarsi di una tempesta, con prime pagine dei quotidiani; invece tutto è finito immediatamente nel dimenticatoio. Qualche rimbalzo dai giornali locali al web, una – innegabile – pubblicità positiva per il marchio, e stop. Eppure il problema è assolutamente centrale: l’Italia non può cambiare e crescere se continua ad essere ostaggio di una politica clientelare e nepotista, pervasa da perverse logiche antimeritocratiche che comprimono le sue reali potenzialità di sviluppo.Il caso è indicativo. Il management della filiale italiana ha dichiarato che è «prassi» ricevere pressioni da politici locali quando apre una nuova sede sul territorio. Per Chieti, ha fatto sapere, sono arrivati tremila curricula per 220 nuovi posti disponibili. Secondo le notizie riportate da vari quotidiani, un assessore regionale avrebbe inviato su carta intestata (sic!) una lettera con un elenco di persone che gli stanno a cuore per “informarsi” sull’esito della procedura di recruiting. Come a dire: «Sarei molto contento che la selezione fosse favorevole a questi nomi». L’Ikea ha reso nota la pressione, assicurando che non cederà e che seguirà esclusivamente criteri meritocratici. Basta così? Assolutamente no. Le aziende straniere non possono trattare l’Italia come un paese con abitudini fastidiose, come zanzare da scacciare ogni volta che si presentano: quello che serve è una disinfestazione sistematica. Bisogna fare i nomi, costringendo così questi poco degni amministratori della cosa pubblica a rendere esplicitamente conto del proprio operato. L’Ikea dovrebbe fare un’operazione trasparenza. Innanzitutto raccontando i dettagli della sua procedura di recruitment, specificando che tipi di contratti farà ai 220 neoassunti, e con quali stipendi. E poi documentando quanto ha affermato, indicando il nome dell’assessore in questione e pubblicando le lettere che le sono arrivate. Solo così consentirà ai cittadini abruzzesi e a tutti gli italiani di valutare se davvero ci sono state pressioni per far assumere amici e protetti, a scapito di chi ogni giorno cerca lavoro senza avere santi in paradiso, puntando solo sulle proprie competenze. Solo così gli elettori potranno decidere se tale persona potrà rimanere al suo posto ed essere votata ancora in futuro, o al contrario chiederne subito le dimissioni.Sta crescendo fortemente l’insofferenza verso un paese dove contano più le logiche di appartenenza che le vere capacità. Questo è uno dei motivi delle difficoltà del sistema Italia di crescere e della fuga di molti giovani all’estero per veder riconosciuto davvero quanto valgono. Un recente sondaggio dell’associazione Italents svolto in collaborazione con il Comune di Milano ha evidenziato come la carenza di meritocrazia sia considerata dai giovani espatriati addirittura il principale motivo che li ha spinti ad andarsene. Più degli stipendi migliori, più del welfare più generoso.Questo caso va considerato un vero e proprio attentato alla meritocrazia. E come ogni reato, l’unico comportamento civile e responsabile è quello di denunciare pubblicamente. Per cambiare davvero, fino in fondo.Eleonora Voltolina e Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero - Sulla Rete i giovani italiani scalpitano per fare rete: ITalents sbarca su Facebook, ed è boomE anche:- È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

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Alimenta2Talent premia 5 nuove startup per un'agricoltura sostenibile e biotech

C'è chi ha lasciato il lavoro, chi dopo quindici anni da ricercatrice precaria si sentiva stanca e intravedeva il capolinea. C'è chi è tornato in Italia nonostante un buon lavoro all'estero e chi ha scelto di realizzare il suo sogno dopo che la vita da dipendente lo aveva tradito. Dietro ai cinque progetti che grazie ad Alimenta2Talent, l'incubatore d'impresa voluto dal Comune di Milano e dalla Fondazione Parco tecnologico padano, si preparano a diventare start-up dell'agroalimentare ci sono le storie  dell'Italia di oggi. C'è la tecnologia, ci sono le risorse applicate all'alimentazione, e ci sono soprattutto tante idee innovative. Colture acquaponiche,  aerogel ecologici, pack lunch per le intolleranze alimentari, spesa ready to cook, una piattaforma web per limitare gli sprechi alimentari.Agricoltura 2.0, Eco-aerogel, My Foody, Outdoors safe food e Quomi: sono le migliori idee di impresa per cambiare il modo di fare agricoltura. Riceveranno una borsa di studio di 1.500 euro al mese per sei mesi:   Alimenta2Talent non è infatti un finanziamento diretto, ma un percorso di formazione all’imprenditoria: le start-up avranno a disposizione un tutor dedicato per la definizione di obiettivi e strategie, un gruppo di mentor da cui attingere conoscenze  e l’uso degli spazi di coworking offerti del Parco Tecnologico Padano, uno dei maggiori poli italiani di ricerca e sviluppo nell’agroalimentare e nelle biotecnologie. I cinque team vincitori potranno anche incontrare esponenti del mondo del venture capitalism e della grande industria pronta a scommettere su idee ad alto tasso di innovazione. Ecco che cosa lega questi progetti: la tecnologia applicata a diversi settori dell'agroalimentare e delle scienze per la vita, le opportunità della rete al servizio del corretto consumo alimentare. E' il caso di MyFoody, una piattaforma web con l’obiettivo di minimizzare gli sprechi la cui idea nasce da un pacco di biscotti scaduti: «Li avevo acquistati la sera prima in un supermercato di Genk, in Belgio, dove stavo facendo delle ricerche per la mia tesi di laurea in giurisprudenza, ma quando li ho aperti al mattino mi sono accorto che la data di scadenza era passata» racconta l'ideatore Francesco Giberti: «Così mi sono messo a pensare a un sistema con cui si potesse evitare di pagare a prezzo pieno un prodotto in scadenza. Ci ho messo un po', ma alla fine ho lascito il mio lavoro e ho parlato dell'idea a degli amici che oggi condividono con me questa splendida avventura». Insieme a Francesco oggi ci sono Luca Masseretti, Esmeralda Colombo, Stefano Rolla, Francesco Luziatelli e Giulia Pagani. «Abbiamo creato una piattaforma online dove le aziende che sprecano cibo possano mettere in vendita i loro prodotti a prezzo scontato, ma anche fare donazioni» dice Ghiberti: «si possono vendere i prodotti in scadenza, difettati o in eccesso, ma si possono anche donare a organizzazioni no profit. My Foody non è solo una rete commerciale, ma anche una rete solidale».Nuove idee per cucinare e anche qui per non buttare via neanche una briciola arrivano poi da Quomi. «Non un semplice ecommerce di prodotti alimentari, ma un ecommerce di ricette» così lo definisce il suo fondatore Daniele Bruttini. Gli chef di Quomi creeranno ogni settimana, ricette della cucina italiana facili da preparare e gli ingredienti arriveranno a casa  già nelle giuste quantità. «L'idea è venuta a me, Alessandro Pantina e Andrea Bruno, quando vivevamo a Berlino dove insieme lavoravamo per una piattaforma di ecommerce. Dopo un po' la mancanza del cibo italiano si è fatta sentire e così ci è venuto in mente che avremmo voluto ricevere ricette da poterci cucinare a casa» racconta Daniele che ha lasciato il lavoro, è tornato in Italia e si occupa a tempo pieno del progetto a cui si sono aggiunti Alberto Tiradossi e Francesca Cortese. Grazie a loro invitare amici a cena non sarà più un problema,  perché ci sarà sempre il piatto giusto da cucinare senza avere sprechi. E se qualcosa avanza c’è Eco-aerogel, la nuova frontiera nella conservazione dei cibi. Eco-aerogel è soprattutto la storia di Stefania Grandi, 15 anni da ricercatrice precaria al dipertimento di  chimica dell'università di Pavia e nessuna prospettiva per un incarico di ruolo. «Ho passato quasi un terzo della mia vita a studiare l'aerogel, ma a 40 anni anziché stare aspettare il benservito dell'università ho preferito rimboccarmi le maniche e quando ho scoperto che la cenere della lolla del riso, una sostanza che nelle zone risicole è materiale di scarto, era ricca di silice ho avuto l'illuminazione:  sintetizzare l'aerogel non più per via chimica, ma con un materiale "rinnovabile", che viene prodotto ogni anno dalla coltivazione del riso». Oggi l'università di Pavia si prepara attraverso uno spin off ad aiutare Stefania e il suo team, formato da Piercarlo Mustarelli, Andrea Nulli e dalla srl ForEnergy: «Questi materiali presentano caratteristiche isolanti uniche al mondo, sono in grado di resistere ad oltre 1000° C» conclude orgogliosa Stefania.Dalle nuove strategie per la distribuzione alimentare ai nuovi metodi di produzione: Agricoltura 2.0 il tema della crescita sostenibile. Per capire il progetto bisogna familiarizzare con il concetto di acquaponica, ovvero  la combinazione di acquacoltura e coltivazione idroponica.  «La nostra idea è quella di mettere al primo posto il benessere della natura e una produzione agricola che sia realmente ecologica» spiega Davide Balbi, nel team con Fabrizio Borriello, Renzo Armellin, Luigi Merucci, Ylenia Fortuna e Sabrina Segatta. «Con Agricoltura 2.0 attraverso la simbiosi acqua-pesci, la cosiddetta acquacoltura, possiamo fornire un nutrimento naturale alle piante facendole crescere velocemente, con un sapore più buono. E tutto il sistema è alimentato dall'energia solare. Cioè produzione tutta biologica e a basso costo». Insomma, lobiettivo è quello di eliminare le componenti inquinanti del processo produttivo agricolo. Outdoors Save Food ha pensato infine a chi  ha allergie o intolleranze alimentari. Un pacco dove trovare non solo l'alimento giusto in base alle proprie esigenze, ma preparato in modo tale che possa essere consumato ovunque, per esempio al lavoro. «Nasce tutto da un'esigenza personale» spiega Erna Lorenzini, 50enne ricercatrice a tempo definito all'università di Milano e medico nutrizionista «le mie allergie alimentari mi costringono a stare molto attenta, ma se per lavoro sono costretta a mangiare fuori non so a cosa vado incontro, così ho pensato ad un pasto già pronto che abbini due caratteristiche: la certezza che non troverò un certo ingrediente e la qualità gastronomica». In questa idea Erna è accompagnata dal marito Augusto, che per anni si è occupato di matematica e finanza finché la sua società non ha chiuso. «Da tempo sognavamo di realizzare una cosa del genere, adesso ne abbiamo l'opportunità». A designare i vincitori è stata una commissione tecnica composta da rappresentanti di fondi di investimento, società di brokeraggio tecnologico e dai responsabili della Ricerca e Sviluppo del Parco Tecnologico e di altri istituti di ricerca che ha scelto fra una rosa di quindici finalisti fra oltre 100 proposte arrivate da tutta Italia. «L’interesse suscitato dalla call avviata a giugno dimostra come il settore dell’agroalimentare possa rappresentare una concreta opportunità per i nostri ragazzi di fare ricerca e impresa» dice soddisfatta l’assessore al Lavoro, Sviluppo economico, università e Ricerca Cristina Tajani. «Sono oltre 200 i progetti di impresa che hanno già ricevuto un sostegno dal comune di Milano. Oggi aggiungiamo un tassello ulteriore per una città in grado di offrire spazi ed opportunità all'intraprendenza dei più giovani".Soddisfazione espressa anche da Gianluca Carenzo, direttore generale del Parco Tecnologico Padano che a marzo ospiterà, in ottica Expo a Lodi  il primo forum dedicato al contrasto della contraffazione alimentare. «Le idee arrivate in finale, in particolare quelle che abbiamo deciso di sostenere, dimostrano che il sistema italiano è in grado di dare risposte ai temi di Expo, attraverso soluzioni creative che passano dalla ricerca e diventano innovazione. L’Acceleratore del Parco Tecnologico di Lodi nasce per fare in modo che questa potenzialità non vada sprecata, ma trovi anzi gli strumenti giusti per concretizzarsi in progetti di impresa capaci di generare occupazione».Massimiliano Cocchi

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