Stage in ambasciata, pubblicato il bando per 82 posti: e finalmente c'è un compenso

I tirocini Mae-Crui sono tornati: e la novità assoluta è che saranno pagati. Da ieri la notizia, anticipata dalla Repubblica degli Stagisti ad aprile, è ufficiale: è stato infatti pubblicato il «Bando di selezione per 82 tirocini curriculari trimestrali presso le Rappresentanze diplomatiche del Ministero degli affari esteri e della Cooperazione internazionale». Solo due settimane - il termine per la presentazione delle candidature scade lunedì 13 luglio - a disposizione per tutti coloro che aspirano a fare un periodo di stage presso ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo. «Sono molto contenta per la partenza in tempi strettissimi di questo bando, che ha richiesto un lavoro rapido ed efficace di Maeci e Crui» dice alla Repubblica degli Stagisti la giovane deputata dem Lia Quartapelle, che per molti mesi ha lavorato per la riattivazione di queste opportunità, in questo momento in missione a Detroit nell'ambito di un programma del Dipartimento di Stato.Il Mae-Crui cambia il suo nome in Maeci-Miur-Crui (noi qui, per semplicità, ci limiteremo a "Maeci-Crui") e, come si legge nella prima pagina del bando, «si basa su una convenzione sottoscritta da Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca e Fondazione Crui per le università italiane, tesa ad integrare il percorso formativo universitario e a far acquisire allo studente una conoscenza diretta e concreta delle attività istituzionali svolte dal Maeci nel quadro della campagna a sostegno della candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Infatti una grande differenza rispetto ai Mae-Crui è che, mentre questi erano aperti sia a studenti sia a neolaureati entro i primi 18 mesi dalla laurea, al nuovo programma Maeci-Crui si possono candidare esclusivamente gli studenti universitari: i tirocini sono infatti «curriculari». E infatti nel bando vi è anche uno specifico riferimento al riconoscimento di crediti formativi universitari: «Al tirocinante spetta il riconoscimento di almeno 2 crediti formativi universitari (CFU) per mese di attività effettiva, sulla base di quanto inserito nel progetto formativo».I tirocini messi a bando si svolgeranno in 53 sedi in giro per il mondo, tutte ambasciate più sei Rappresentanze permanenti: quella presso il Consiglio d'Europa a Strasburgo, quella presso l'Onu a Roma, quelle presso le organizzazioni internazionali a Vienna e a Ginevra, quella presso L'Unione Europea e infine quella presso le Nazioni Unite. Queste ultime sono quelle che metteranno a disposizione il maggior numero di opportunità: in Belgio verranno ospitati 8 stagisti Maeci-Crui, e 8 a New York. In tutto i posti sono solamente 82, lontani dai grandi numeri del vecchio Mae-Crui (che metteva a bando, negli ultimi anni, quasi 2mila posti all'anno, suddivisi in tre bandi che raggruppavano 600-700 posti l'uno) e a dir la verità anche lontani dalle previsioni, più contenute, di qualche mese fa. «Si tratta di un primo anno sperimentale, per questo le borse sono ancora non molte e anche le classi di accesso sono ridotte» ricorda però Lia Quartapelle. Bisogna qui tener conto di due fattori: innanzitutto, si tratta una prima ripartenza in un certo senso "sperimentale", dopo la chiusura del Mae-Crui nel 2012. In secondo luogo, per la prima volta questi tirocini hanno un costo, dato che prevedono che agli stagisti venga erogata una indennità. Un elemento fondamentale, sul quale la Repubblica degli Stagisti ha svolto in questi anni una battaglia, denunciando l'ingiustizia e l'iniquità di un programma che, non fornendo un sostegno economico, escludeva sistematicamente da queste esperienze tutti quei ragazzi sprovvisti di famiglie abbienti alle spalle. Famiglie che potessero sobbarcarsi la spesa per viaggio, vitto e alloggio dei giovani stagisti, per tre mesi, in Paesi stranieri.L'emolumento è, comunque, piccolo. 400 euro al mese. Pressoché simbolico, dirà certamente qualcuno: che ci fai con 400 euro al mese a New York? O a Ginevra? Senz'altro è vero. In effetti, la proposta che la Repubblica degli Stagisti aveva fatto al ministero degli Esteri già molti anni fa era di prevedere un emolumento di 500 euro al mese per gli stage svolti in Europa, e di 1000 euro al mese per stage in Paesi extraeuropei. I fondi però, in questo periodo di crisi e sopratutto di feroce spending-review negli enti pubblici, non erano facili da trovare. Questo è il massimo che si è riusciti a ottenere: e per dirla tutta, è sempre meglio 400 euro che zero.Arriviamo al bando, dunque. Riguarda 82 stage che si svolgeranno nell'ultimo trimestre del 2015, con avvio il  1° ottobre e fine il 31 dicembre 2015 («La durata dei tirocini offerti dal Maeci e pubblicati in questo avviso è di 3 mesi senza possibilità di proroga»). Chi si vuole candidare prima di tutto deve soddisfare i requisiti di avere la cittadinanza italiana, non avere ancora compiuto 29 anni («un’età non superiore a 28 anni» si legge, cioè «non aver compiuto il ventinovesimo anno di età al momento della scadenza del presente bando») ed essere iscritto presso una delle 43 università italiane che aderiscono al bando (in calce a questo articolo, l'elenco completo), alle facoltà di Giurisprudenza, Finanza, Relazioni internazionali, Scienze dell'economia, Scienze della politica, Scienze delle pubbliche amministrazioni, Scienze economiche per l'ambiente e la cultura, Scienze economico-aziendali, Scienze per la cooperazione allo sviluppo, Studi europei, Servizio sociale e politiche sociali, Sociologia e ricerca sociale. Gli aspiranti stagisti devono inoltre avere acquisito «almeno 60 CFU nel caso delle lauree specialistiche o magistrali e almeno 240 CFU nel caso delle lauree magistrali a ciclo unico» e superato «il 70% degli esami, se iscritti a corsi di studio del vecchio ordinamento» con «una media delle votazioni finali degli esami non inferiore a 27/30».Infine, i candidati non devono avere guai giudiziari («non essere stati condannati per delitti non colposi», non essere «imputati in procedimenti penali per delitti non colposi», e non essere «destinatari di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza o di misure di prevenzione») e sapere bene almeno l'inglese con «una conoscenza, certificata dall’Università o da organismo ufficiale di certificazione, della lingua inglese almeno a livello B2» più «una eventuale conoscenza della seconda lingua straniera, se richiesto dalla sede ospitante» - come per esempio accade per l'Ambasciata d'Italia ad Abidjan, in Costa D'Avorio, che indica il francese come seconda lingua facoltativa; o quella a Tbilisi, in Georgia, che apprezza candidati che sappiano il russo.Come ci si candida? Bisogna compilare entro le 17 di lunedì 13 luglio il form online inserendo i propri dati anagrafici, il curriculum vitae, il curriculum universitario («completo di tutti gli esami sostenuti nell’intero percorso di studi universitari con relativi voti, pena la nullità della domanda»), l'autocertificazione della veridicità delle informazioni fornite e del rispetto dei requisiti del bando («Il modulo di autocertificazione deve essere scaricato dalla sezione “Candidatura” dell’applicativo, compilato, firmato, scannerizzato insieme al documento di identità in un unico file pdf e caricato nella medesima sezione dell’applicativo»), più una lettera motivazionale.Al momento della compilazione, a ciascun aspirante stagista Maeci-Crui viene richiesto di indicare due sedi di destinazione preferite: devono essere obbligatoriamente scelte una destinazione all'interno del Gruppo 1 (che comprende i Paesi Ue, la Svizzera e gli Usa) e una nel Gruppo 2 (cioè il resto del mondo). Il bando precisa che «l’indicazione delle sedi all’interno della candidatura non è da intendersi come un ordine di preferenza».Cosa succede una volta inviata la propria domanda? «Tutte le candidature pervenute entro la data di scadenza del presente bando saranno preselezionate dalle rispettive università di afferenza che verificheranno il possesso dei requisiti indicati nel bando. Al termine della preselezione, le candidature ritenute idonee dagli atenei verranno esaminate da una Commissione congiunta Maeci-Miur-Fondazione Crui che effettuerà la selezione dei tirocinanti da destinare alle Rappresentanze diplomatiche inserite nel bando». Chi non verrà selezionato non riceverà alcuna comunicazione: la Fondazione Crui comunicherà «esclusivamente i nominativi dei candidati selezionati alle singole università tra l’ultima settimana di agosto e la prima di settembre 2015». A quel punto le università, a loro volta, «informeranno i vincitori che dovranno accettare o rifiutare l’offerta di tirocinio entro tre giorni lavorativi». Saremo dunque intorno al 10 settembre quando gli 82 selezionati verranno contattati: tempi strettissimi per consentire la partenza, come da tabella di marcia, entro il 1° ottobre. Meglio dunque che i candidati non prevedano di dare.E se qualcuno dovesse rifiutare la proposta, il posto resterebbe vacante? «A fronte di una rinuncia ad un posto di tirocinio, viene attivata una procedura di subentro attraverso cui il posto di tirocinio rimasto scoperto viene proposto al candidato nella posizione immediatamente successiva in graduatoria. Per le sedi di destinazione in cui non vi siano candidati si procede all’individuazione di curricula idonei tra quelli dei candidati non vincitori di altre sedi e si propone loro di effettuare il tirocinio in una sede non prescelta nella candidatura». E ancora, se dopo aver accettato qualcuno dei partecipanti cambiasse idea e volesse tirarsi indietro all'ultimissimo momento? «Qualora il vincitore decidesse di rinunciare dopo aver già accettato il posto di tirocinio, è tenuto a comunicare tempestivamente la decisione per evitare disordini nella programmazione delle attività all'interno delle sedi ospitanti». Dal punto di vista economico, come anticipato rispetto al passato questo nuovo programma di tirocini prevede un sostegno ai giovani partecipanti: «Trovo molto positivo che anche il ministero dell'Università abbia messo sul programma delle risorse proprie» aggiunge Lia Quartapelle «permettendo di raddoppiare quanto a disposizione per i rimborsi e di arrivare alla cifra finale di 400 euro al mese». Perché infatti, come puntualizza il bando, dei 400 euro mensili «200 euro sono pagati dalla Rappresentanza diplomatica presso la quale si svolge il tirocinio e 200 euro dall’università di appartenenza». C'è anche una seconda opzione: quella di percepire un emolumento dimezzato, e poter però usufruire di un alloggio gratuito: «La messa a disposizione di un alloggio sostituisce la corresponsione della quota a carico della Rappresentanza diplomatica, pertanto ai tirocinanti che sceglieranno una sede con alloggio spetta un rimborso forfettario di 200 euro mensili». Specialmente in sedi diplomatiche ubicate in città dove il costo della vita è molto alto, il baratto 200 euro vs alloggio risulterà certamente vantaggioso per i tirocinanti. In realtà però sono solo 16 su un totale di 53 le sedi che propongono la possibilità di alloggio: tra queste 16 ci sono per esempio l'Ambasciata d'Italia a Copenhagen, in Danimarca; quella di Riad in Arabia Saudita; quella di Teheran in Iran.Insomma, i tirocini in ambasciata son tornati, e stavolta a condizioni più eque: chi vuole candidarsi si affretti.Eleonora VoltolinaUniversità aderenti- Alma Mater Studiorum Università di Bologna- Libera Università "Maria SS. Assunta" - LUMSA- Libera Università di Lingue e Comunicazione - IULM- Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli" - LUISS- Sapienza Università di Roma- Università Ca' Foscari Venezia- Università Cattolica del Sacro Cuore- Università Commerciale "Luigi Bocconi"- Università degli Studi dell'Insubria- Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"- Università degli Studi di Bergamo- Università degli Studi di Brescia- Università degli Studi di Cagliari- Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale- Università degli Studi di Catania- Università degli Studi di Firenze- Università degli Studi di Genova- Università degli Studi di Milano- Università degli Studi di Milano Bicocca- Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia- Università degli Studi di Napoli "Federico II"- Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"- Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"- Università degli Studi di Padova- Università degli Studi di Palermo- Università degli Studi di Parma- Università degli Studi di Pavia- Università degli Studi di Perugia- Università degli Studi di Roma Tor Vergata- Università degli Studi di Roma Tre- Università degli Studi di Salerno- Università degli Studi di Sassari- Università degli Studi di Siena- Università degli Studi di Teramo- Università degli Studi di Trento- Università degli Studi di Trieste- Università degli Studi di Udine- Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo"- Università degli Studi di Verona- Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT- Università del Salento- Università per Stranieri di Perugia- Università Politecnica delle Marche

Appello al ministro Bonino: subito un rimborso per gli stagisti Mae Crui, i soldi già ci sono

Il governo Letta ha giurato meno di una settimana fa, e i nuovi ministri sono in carica. Ad alcuni di loro in particolare vuole subito rivolgersi la Repubblica degli Stagisti, chiedendo azioni precise e immediatamente realizzabili. La prima destinataria della whishlist è Emma Bonino, dall'altroieri a capo del ministero degli Esteri. La  questione è quella del programma Mae-Crui: quasi 2mila tirocini attivati ogni anno all'interno del ministero, alla Farnesina o nelle sedi sparse per il mondo - ambasciate, consolati, istituti di cultura - senza alcun rimborso spese. Esperienze on the job dunque completamente a carico dei ragazzi, o meglio delle loro famiglie, che sopratutto per mandarli in giro per il mondo spendono cifre molto alte. Eppure si potrebbe prevedere già oggi per questi giovani una dignitosa indennità (come peraltro previsto, in teoria, dalla riforma Fornero) senza generare «nuovi o maggiori oneri per lo Stato». La Repubblica degli Stagisti ha calcolato che per garantire 500 euro al mese a tutti i giovani Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1000 euro al mese agli stagisti inviati verso destinazioni extraeuropee, sarebbe necessario avere a disposizione un fondo pari a 4 milioni di euro all'anno. Una cifra decisamente abbordabile, considerando che il bilancio del Mae ammonta a 2 miliardi di euro. E siamo anche in grado di dire dove questi soldi possono essere reperiti, perchè questi soldi - quantomeno virtualmente - già ci sono. Nella Nota integrativa alla legge di bilancio per l’anno 2012 e per il triennio 2012 – 2014 del Ministero degli Affari Esteri, sezione «Piano degli obiettivi per missione e programma», vi sono infatti due specifici obiettivi che dispongono complessivamente oltre 400 milioni di euro per il biennio 2013-2014. E tali obiettivi contengono voci pienamente compatibili con un esborso destinato a finanziare le indennità per gli stagisti. In particolare l'obiettivo 27 («Programmazione e coerenza della gestione delle risorse umane e finanziarie ed innovazione organizzativa») contiene la voce «preparazione degli aspiranti alla carriera diplomatica»: qui ci sono stanziamenti in c/competenza per la realizzazione dell'obiettivo (ovviamente di tutte le voci, non solo di quella indicata) pari a 35 milioni e mezzo di euro per il 2013 e 36 milioni e mezzo per il 2014. L'obiettivo 38 poi, «Promozione del Sistema Paese», al punto F prescrive al Mae di «curare le attività relative a borse di studio e scambi giovanili», e dunque permettebbe tranquillamente di utilizzare parte del relativo stanziamento a favore degli stagisti Mae-Crui, dal momento che molto spesso l'indennità per i tirocinanti viene inquadrata proprio come "borsa di studio". La Repubblica degli Stagisti è abbastanza convinta che, su oltre 200 milioni di euro complessivi (sommando cioè gli stanziamenti previsti per i due obiettivi indicati) per ogni anno, almeno un 2% sia rimasto "non impegnato" ed eventualmente "rimodulabile", e dunque possa essere utilizzato a questo scopo. Dunque, ministro Bonino, i denari ci sono. I suoi predecessori, i ministri Frattini e Terzi di Sant'Agata, non avevano  purtroppo dimostrato alcun interesse per le condizioni dei 2mila stagisti del ministero degli Esteri. Speriamo che la sua sensibilità sia differente, e che lei possa decidere di percorrere questa - o altre! - strade per reperire i 4 milioni di euro necessari a far proseguire il programma Mae-Crui introducendo un dignitoso rimborso per gli stagisti.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mae-Crui, il ministero degli Esteri avrebbe già i fondi per l'indennità agli stagisti: ecco dove- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Stagisti Mae-Crui, grazie alla Camera il rimborso spese è (un po') più vicino- Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?E anche:- Ministero degli Esteri, ancora niente rimborso per i tirocini malgrado i buoni propositi della riforma- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri

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Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?

Se davvero verrà introdotto per legge l'obbligo di rimborso spese per gli stagisti, sarà un grande passo avanti per tutti. Finalmente i tirocinanti otterranno un giusto riconoscimento per l'apporto fornito e per il tempo e l'impegno dedicati al percorso formativo. La riforma Fornero sembra muoversi proprio in questo senso, stabilendo che agli stagisti debba essere corrisposta una «congrua indennità»: per ora è solo una indicazione di principio, ma entro la metà di gennaio dovranno essere emesse in questo senso delle linee guida definite dal governo e dalle Regioni. Lo stesso provvedimento però stabilisce che l'introduzione di questi rimborsi obbligatori non debba generare «nuovi o maggiori oneri a carico della pubblica amministrazione». Che vuol dire? Che, una volta introdotto questo obbligo, gli enti pubblici saranno automaticamente esonerati dall'ottemperarlo? Questa interpretazione, sostenuta e avallata da alcuni – tra cui la stessa Avvocatura dello Stato – sembra alla Repubblica degli Stagisti assolutamente in contrasto con la ratio della (futura) legge.La soluzione al problema peraltro esiste già: basterebbe rivedere i bilanci dei ministeri o dagli altri enti che ospitano tirocinanti e riorganizzare le spese, a saldi invariati, così da ricavare i fondi necessari. Per esempio per quanto riguarda il ministero degli Esteri la Repubblica degli Stagisti ha formulato quest'estate una semplice proposta che permetterebbe di garantire un rimborso ai circa 1.800 ragazzi che ogni anno vengono coinvolti nei percorsi formativi del programma Mae-Crui, che ormai da 10 anni porta studenti e neolaureati a fare stage alla Farnesina o nelle ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo.Tutti d'accordo? Non proprio. All'inizio di luglio, all'indomani della momentanea sospensione del II° bando Mae-Crui 2012 – quello con i tirocini in partenza in questi giorni – la Fondazione Crui aveva arditamente dichiarato che le prescrizioni contenute nella riforma del mercato del lavoro avrebbero reso «di fatto impossibile prevedere esperienze di formazione on the job nella pubblica amministrazione». Una volta ripristinato dal Mae tale bando, con la motivazione della non-retroattività di una norma che ancora deve vedere la luce, la Crui però non ha fatto retromarcia. E il suo presidente Marco Mancini [nell'immagine a fianco] ha auspicato in una nota «che nelle linee guida che dovranno essere prodotte nei prossimi mesi si tenga conto, una volta per tutte e in maniera definitiva, della differenza esistente fra i tirocini formativi offerti dalle università in collaborazione con la pubblica amministrazione e tutti gli altri». Ma dov'è questa differenza? Cosa vuol dire il presidente Mancini? Sta forse inviando un messaggio al governo, suggerendo che gli stage vengano normati con due pesi e due misure? Che la «congrua indennità» promessa dal ministro Fornero debba essere introdotta solo per gli stage nelle imprese private, e non per quelli negli enti pubblici, o addirittura per tutti quelli promossi dalle università?E in caso fosse così, cosa può spingere la Crui a prendere una tale posizione, che va contro le legittime aspettative e il benessere di migliaia e migliaia di giovani studenti universitari e neolaureati italiani? La Repubblica degli Stagisti ha più volte contattato nelle scorse settimane l'ufficio stampa Crui, per richiedere di poter intervistare il professor Mancini, senza purtroppo ricevere risposta.In attesa di delucidazioni, si può ipotizzare che forse il punto stia nel fatto che se i ministeri – invece di rimodulare i propri bilanci per trovare i fondi per le indennità – dovessero decidere di chiudere i programmi di stage, ciò inciderebbe negativamente sui bilanci della Crui. Infatti le università convenzionate con questo organismo, come la Repubblica degli Stagisti è in grado di documentare, versano ogni anno una somma parametrata al numero di studenti e neolaureati che presentano domanda di partecipazione ai bandi. Attenzione: non in base a coloro che vengono effettivamente selezionati per lo stage. Il conto viene fatto in base alle richieste presentate. Si tratta di un aspetto molto importante specie se si considera che per esempio il programma Mae-Crui del 2009, come al solito suddiviso su tre bandi, mise complessivamente a disposizione 1.784 percorsi di tirocinio – ma che le candidature furono oltre 18mila, e su quest'ultimo numero la Fondazione Crui ricevette i finanziamenti dalle università. Come avvengono i pagamenti? Ogni ateneo – i convenzionati sono una settantina – versa 1.100 euro se i candidati sono meno di 25, che diventano 2.200 se sono tra 26 e 50 e crescono fino a 5.200 se le domande di partecipazione sono comprese tra 51 e 100. Al di sopra di questa quantità, per ogni 50 candidature viene corrisposta la somma di 1.100 euro.Calcolare a quanto ammonti il contributo che gli atenei italiani versano alla Fondazione Crui è complesso. Intanto perché i programmi di tirocinio attivi sono ben 12, alcuni dei quali suddivisi in più bandi nel corso dell'anno. Inoltre bisognerebbe sapere quanti sono i candidati per ogni singola università, tenendo conto che realtà di grosse dimensioni come La Sapienza hanno un ufficio stage per ciascuna delle facoltà. La Repubblica degli Stagisti ha provato a chiederlo ad alcune università, per ora ricevendo risposta solamente da Ca' Foscari: nel 2011 i candidati al bando per i tirocini al ministero degli Esteri provenienti da questo ateneo sono stati 131 – il che permette di calcolare, a spanne, che per quell'anno il contributo di Ca' Foscari alla Crui per il Mae-Crui sia stato di circa 6mila euro. Nell'attesa di poter ottenere dati anche da altri atenei c'è però un dato, nel bilancio della Fondazione, che può aiutare a comprendere l'ordine di grandezza del fenomeno. Si tratta della voce «valore della produzione - altri ricavi e proventi - contributi in conto esercizio»  che, nel solo 2010, rileva nelle casse dell'ente 2 milioni e 452mila euro. Non tutti questi soldi certamente arrivano dagli atenei: ma rimane il fatto che le università pagano la Crui per poter permettere ai propri studenti di candidarsi al programma Mae-Crui e a tutti gli altri programmi sovrintesi dalla Crui. E questi proventi rappresentano una voce non indifferente dell'intero bilancio dell'ente.Due sono dunque le domande finali. La Repubblica degli Stagisti vorrebbe avere l'opportunità di porre direttamente ai vertici della Conferenza dei rettori almeno la prima, e cioé: che tipo di servizio eroga e svolge la Crui a fronte dell'obolo che chiede ai singoli atenei? In cosa consiste, in concreto, la sua intermediazione e quali vantaggi assicura agli altri soggetti coinvolti vale a dire i soggetti ospitanti (i ministeri), i soggetti promotori (le università) e i candidati che risultano vincitori (gli stagisti)? La seconda domanda è invece diretta alla politica e all'opinione pubblica: è accettabile che la Conferenza dei rettori delle università italiane lanci messaggi al governo al fine di non far entrare appieno in vigore un principio sacrosanto, quale l'introduzione dell'obbligo di erogare una congrua indennità agli stagisti, per non rischiare di perdere il denaro che attualmente ricava dall'intermediazione di programmi di stage in enti pubblici?Eleonora Voltolinacon la collaborazione di Riccardo SaporitiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?E anche:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Ministero degli Esteri, ancora niente rimborso per i tirocini malgrado i buoni propositi della riforma- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? 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Mae-Crui e gli altri, la Conferenza delle università rimpiange gli stage gratuiti negli enti pubblici. Noi no

Da qualche settimana è online sul sito della Fondazione Crui un documento dal titolo Tirocini formativi, L’esperienza della Fondazione Crui, scaricabile da una pagina intitolata evocativamente «Tirocini nella PA: un’occasione perduta». Si tratta di un breve report a cura di tre dipendenti della Fondazione - Elena Breno, Francesca Romana Decorato e Moira Leo - che ripercorre l'esperienza della Conferenza dei rettori delle università italiane come promotrice di stage destinati a studenti universitari e neolaureati.Il documento, diciamolo subito, ha un obiettivo implicito: quello di protestare contro l'introduzione dell'obbligo di erogare una congrua indennità agli stagisti (peraltro, obbligo previsto dalla nuova normativa solo per quelli extracurriculari). Tale obiettivo risulta subito chiarissimo, quantomeno agli addetti ai lavori, anche se nel testo del documento esso viene tenuto costantemente sottotraccia, sfumato, tanto che la parola "indennità" ricorre solo 2 volte in 74 pagine. «In questi dieci anni di tirocini la Crui ha intercettato i sogni e le ambizioni di oltre 80mila studenti e neolaureati, a cui ha proposto quasi 20mila posti di tirocinio presso enti di grande prestigio e con sedi in tutto il mondo» scrive Stefano Paleari, presidente della Crui, nella introduzione: «I ragazzi che son riusciti a vivere questa esperienza, a fronte di una selezione particolarmente accurata, ammontano a quasi 12mila e rappresentano il meglio del Paese: sono giovani curiosi, pronti a mettersi in gioco, giovani in grado di portare una ventata di freschezza all’interno di strutture a volte un po’ appiattite sulla quotidianità. Giovani che intendono investire nel proprio futuro e a cui il Sistema Paese ha il dovere etico di offrire valide prospettive di crescita». Palearo non teme il ridicolo. O forse davvero non si accorge del paradosso di sostenere che al «meglio del Paese», ai giovani più preparati, il massimo che si riesca a offrire siano tirocini gratuiti: una assurdità che è lo specchio di un Paese che non va, che non investe sui giovani, che offre loro le condizioni peggiori e per giunta magnificandole come se fossero opportunità preziose e irrinunciabili. Continua il presidente Crui: «L’inevitabile processo di revisione della normativa sui tirocini attuatosi in quest’ultimo periodo ha, però, reso sempre più complesso l’espletamento di Programmi come quelli promossi dalla Fondazione Crui, specie per le restrizioni imposte agli enti pubblici ospitanti, che di fatto non sono più in condizione di offrire posti di tirocinio in linea con la normativa». Gli enti pubblici non sarebbero dunque proprio «in condizione»: anche qui Palearo dimostra sprezzo del ridicolo. Sono sotto gli occhi di tutti gli sprechi immani delle pubbliche amministrazioni, i privilegi, le sacche di sperpero. Eppure il presidente Crui sembra ignorare tutto questo, e afferma convinto che il Ministero degli Esteri (2 miliardi annui di bilancio) o altri enti pubblici non possano davvero essere in grado di trovare 400-500 euro al mese da offrire ai propri tirocinanti. Infatti Palearo paventa poche righe più il là il «grande rischio di bloccare un circuito virtuoso, a scapito proprio di quei giovani meritevoli che la nuova normativa si prefigge di tutelare»: il circolo virtuoso, tenetevi forte, sarebbe il sistema degli stage gratuiti negli enti pubblici, e il fatto di aver imposto finalmente un minimo di dignità economica ai tirocini andrebbe «a scapito» e non a vantaggio dei giovani. Nel finale della sua introduzione il presidente Crui auspica dunque «fortemente» non che gli enti pubblici rivoltino come calzini i propri bilanci per tagliare gli sprechi e far saltar fuori i soldi per poter dare un compenso minimo agli stagisti. No. Lui auspica fortemente proprio il contrario: «che si riesca ad avviare una riflessione congiunta tra Istituzioni e Università, tesa ad individuare soluzioni alternative che vadano a beneficio esclusivo dei giovani permettendo loro di continuare a misurarsi in esperienze dall’indiscutibile valore formativo - come chiaramente documentato dai dati di seguito presentati – che verrebbero altrimenti precluse». Le «soluzioni alternative», in realtà, son solo una: l'esenzione degli enti pubblici dall'obbligo di erogare l'indennità minima agli stagisti.Il messaggio è dunque: abbiamo promosso ben 12mila stage negli ultimi 10 anni, questi stage sono stati una grande opportunità per migliaia di laureandi e laureati. Adesso una legge ha fatto sì che molti enti pubblici - a cominciare dal Ministero degli Esteri - abbiano deciso di sospendere gli stage, perché non vogliono pagare gli stagisti, e noi pensiamo che sia sbagliato. Non che gli enti non paghino gli stagisti - no, questo è giusto perché queste «esperienze altamente formative e funzionali allo sviluppo di un approccio consapevole con il mondo del lavoro» vanno bene anche se non prevedono compenso. Sbagliato è che anche gli enti pubblici debbano sottostare alla legge. Il documento della Fondazione Crui è triste. Per almeno cinque motivi.Il primo: con questo modo di "dire e non dire", si evita sistematicamente di porre il problema della sostenibilità economica di questi stage. La Crui non cita mai il fatto che il problema n° 1 dei tirocini Mae-Crui era la loro gratuità: certo, migliaia di ragazzi sognavano di farli e si candidavano, ma al prezzo di dover far ricadere sulle spalle delle proprie famiglie tutti i costi connessi a un'eventuale vittoria del bando: costi di viaggio, di alloggio, di assicurazione sanitaria talvolta. Costi incomprimibili cui il Mae si è sempre pervicacemente rifiutato di far fronte attraverso l'istituzione di un compenso a favore dei propri stagisti, e cui dunque ciascun ragazzo selezionato ha dovuto far fronte da solo (oppure rinunciare).La Fondazione Crui dunque non parla mai del profilo economico dei tirocini. Non ne fa menzione - apposta - nemmeno in quei casi in cui il rimborso c'era. E questo è di per sé significativo: far sapere che alcuni degli enti convenzionati con la Crui prevedevano un rimborso per i tirocinanti (ben prima che intervenisse la legge a imporlo) dimostrerebbe infatti che allora gli enti, se vogliono, possono senza problemi prevedere una indennità. E se non lo fanno, è per loro espressa scelta.Il secondo motivo per cui il documento è triste è una diretta discendenza del primo: la Fondazione Crui sembra dare per assodato che la sopravvivenza dei tirocini Mae-Crui e di tutti gli altri tirocini da lei coordinati - in convenzione con una ventina di enti - sia direttamente legata al fatto che essi possano riprendere con le stesse modalità di prima. Visto in quest'ottica il documento prende la forma di una sorta di ricatto. "Questi tirocini sono stati tanto utili a tanti giovani, se volete farli ripartire…". Se volete farli ripartire, cosa? Dovete accettare, sottintende la Crui, che gli enti ospitanti non modifichino i loro budget e non rimodulino le voci di spesa per trovare (a bilanci invariati, per non creare maggiori oneri per lo Stato ovviamente) il modo di reperire attraverso un risparmio da qualche parte i fondi per le indennità da erogare agli stagisti. La Crui non adombra mai, in nessuna delle 74 pagine, nemmeno alla lontana, nemmeno vagamente la possibilità che il Mae (o gli altri enti convenzionati, ma è il Mae il cuore del problema) possa impegnarsi per reperire nel suo bilancio tali fondi. Il risultato è surreale.E si arriva dunque al terzo motivo per il quale il documento è triste. Tra le righe, velatamente (ma nemmeno troppo), l'intento della Crui è quello di fare pressione sul Parlamento, sul Governo, sulle Regioni affinché prevedano una deroga. Il sogno della Crui sarebbe cioè che le varie normative regionali che nel corso del 2013, in ossequio agli accordi formalizzati nelle Linee guida concordate a gennaio 2013 dalla Conferenza Stato - Regioni, hanno introdotto a favore dei tirocinanti extracurriculari il diritto a ricevere una indennità minima (variabile da 300 a 600 euro a seconda delle Regioni), venissero depotenziate. E che venissero cioè esentati da tale obbligo gli enti pubblici. In questo modo il programma Mae-Crui potrebbe ricominciare, con migliaia di stagisti gratis non solo alla Farnesina ma anche nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura di tutto il mondo. La Crui pretenderebbe cioè che venisse fatto un clamoroso passo indietro, per permettere agli enti pubblici di disporre di stagisti gratis, lasciando l'obbligo di indennità solo per le imprese private. Un duepesiduemisurismo intollerabile.Il quarto motivo è per così dire "omissivo": nel documento - fatto salva una riga nel capitoletto "Cenni normativi" - non viene mai sottolineata la differenziazione tra tirocini extracurriculari e tirocini curriculari. Eppure solo per i primi vige dal 2013 l'obbligo di compenso. Il Mae, anziché bloccare completamente il progetto Mae-Crui, avrebbe potuto limitare agli studenti l'accesso ai bandi, realizzando esclusivamente tirocini curriculari per i quali non è prevista indennità obbligatoria. Perché il Mae non abbia nemmeno preso in considerazione questa opzione, non è dato sapere: forse gli studenti sono meno “produttivi” e disponibili dei neolaureati, o forse vi era il timore che potesse all'improvviso arrivare un provvedimento legislativo simile anche per gli stage curriculari... Ma qui si va nel campo delle ipotesi. Restando ai fatti, tutto questo blocco totale dei Mae-Crui e degli altri tirocini negli enti pubblici in realtà sarebbe potuto essere evitato, e per motivi ignoti non lo é stato; e ora che la Crui dedica addirittura un report di 74 pagine a tale blocco, deprecando la riduzione delle opportunità per i giovani, inspiegabilmente non dedica una riga a prospettare questa ovvia soluzione. Che peraltro noi come Repubblica degli Stagisti non auspichiamo assolutamente - anzi, per noi il ministero dell'Istruzione dovrebbe al più presto emettere una normativa introducendo una indennità minima obbligatoria anche per gli stage curriculari. Resta però il fatto che la possibile soluzione era a portata di mano, e nessuno l'ha considerata.Ma perché la Crui si spende così tanto per i tirocini? Perché da due anni protesta a viva voce contro le leggi che intendono tutelare gli stagisti, perché ha pubblicato adesso questa indagine, questo tentativo smaccato di influenzare la politica affinché riveda la normativa sullo stage? E qui viene il quinto motivo per il quale tale documento è triste, anzi tristissimo. Perché la Crui in 74 pagine di "trasparenza", numeri e tabelle, evita accuratamente di dire che lei, dalla promozione dei tirocini, ci guadagnava. E non poco. Una importante parte del suo bilancio veniva infatti da lì: la Crui si faceva pagare per accettare le candidature degli studenti e dei neolaureati di ciascuna università. La Repubblica degli Stagisti lo aveva scoperto e scritto già due anni fa: in un articolo del settembre 2012, intitolato molto chiaramente «Tirocini Mae-Crui, la Crui non vuole rischiare che siano cancellati: forse perchè ci guadagna?», avevamo riportato addirittura un tariffario, spiegando come a ogni ateneo la Crui chiedesse un forfait di 1.100 euro se i candidati erano meno di 25, e poi 2.200 euro per 26-50 candidati, 5.200 per un numero di domande di partecipazione compreso tra 51 e 100, e che al di sopra di questa quantità, per ogni 50 candidature veniva richiesta la somma di 1.100 euro. Ogni ateneo, insomma, pagava migliaia e migliaia di euro alla Crui per permettere ai propri studenti di candidarsi ai bandi Mae-Crui (e con tutta probabilità anche agli altri). Secondo i dati pubblicati nel documento della Crui, tra il 2004 e il 2012 quest'ultima ha vagliato oltre 158mila candidature, di cui 106mila relative al solo programa Mae-Crui: i conti sono presto fatti. Questo elemento economico contribuisce dunque a spiegare la foga con cui la Fondazione Crui continua incessantemente a chiedere di rivedere la norma, per ripermettere agli enti pubblici di ospitare stagisti a gratis.Peccato che sia la battaglia sbagliata. Quella giusta, quella su cui tutti coloro che hanno davvero a cuore il futuro dei giovani italiani dovrebbero impegnarsi, è quella per convincere il Mae e tutti gli enti pubblici italiani a rivedere i propri bilanci, trovando tra le pieghe i fondi per le indennità degli stagisti. Si tratta di pochi soldi in confronto a bilanci faraonici: la Repubblica degli Stagisti da anni spiega che basterebbero al Mae 4 milioni di euro all'anno (appena lo 0,2% del suo bilancio, che complessivamente ammonta a 2 miliardi di euro all'anno!) per poter ripristinare il programma di stage e ricominciare a offrire ai giovani la possibilità di fare esperienza alla Farnesina e nelle varie sedi diplomatiche. Avendo però stavolta, a differenza del passato, la garanzia di una indennità minima e non dovendo quindi rimetterci di tasca propria. Una azione del genere avrebbe anche il merito di democratizzare questi stage, permettendo anche ai non abbienti di accedervi: mentre finora essi sono stati riservati solo ai figli di famiglie agiate, in grado di pagare viaggi - a volte addirittura voli intercontinentali - affitti, annessi e connessi. Ovviamente nel suo documento la Fondazione Crui si guarda bene dall'affrontare questo tema, limitandosi ad accennare, nel paragrafo dedicato al fenomeno delle rinunce, che «si potrebbe supporre che lo scenario di crisi economica degli ultimi anni abbia in parte influenzato la scelta dei candidati» ammettendo poco più avanti che «dal 2009 si registra un costante aumento delle rinunce, che si concentra particolarmente sui posti all’estero, dato che potrebbe confermare un legame con l’aspetto economico, aggravato dallo scenario generale di crisi».Il documento della Fondazione Crui è dunque un tentativo quasi patetico di restaurazione, nascosto all'interno di un report apparentemente innocuo. Ecco i numeri degli stage che abbiamo promosso, guardate quanto siamo stati bravi, i giovani sono stati contenti di fare questi stage, è il messaggio di superficie. Meglio però sapere quel che c'è sotto: e sotto ci sono interessi opachi, una visione retriva dello strumento del tirocinio, e una volontà tenace di evitare, eludere, negare il problema di fondo. E cioè: con quali soldi si mantengono gli stagisti mentre fanno lo stage?Se il presidente Paleari fosse un semplice impiegato e guadagnasse 1.500 euro al mese, e con grande fatica fosse riuscito a mandare suo figlio all'università, e quel figlio fosse stato bravo al punto da vincere un bando Mae-Crui, come si sentirebbe l'impiegato Paleari all'idea di non potercelo mandare perché quello stage non prevede alcun rimborso? Si fa presto a difendere gli stage gratuiti, quando si hanno abbastanza soldi e abbastanza conoscenze da considerare irrilevante la gratuità.

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Cervelli in fuga, la legge Controesodo una "tachipirina di successo": ma ora la sfida è europea

Una «tachipirina» che ha riportato in Italia 7mila cervelli in fuga. Ma che non può bastare a riequilibrare il brain drain, ovvero il fenomeno delle menti italiane fuggite all'estero, con in tasca una o più lauree e in testa conoscenze e competenze per cui gli altri Stati, sentitamente, ringraziano. Questa è la legge Controesodo per Beppe Severgnini, firma del Corriere della Sera che nella legge ci ha creduto fin dall'inizio. Ma non è un giudizio pessimista: «É già stata un successo. Ha sgombrato il cammino. Ora c'è bisogno di un passo in più». Lo dice nel seminario "Circolazione dei talenti", a Bruxelles. Luogo e titolo significativi. Alessia Mosca, eurodeputata democratica, ha voluto rilanciare dal Parlamento europeo il dibattito, insieme a Guglielmo Vaccaro, deputato Pd: da loro nel 2008, quando erano entrambi parlamentari italiani, era partita la proposta di legge. Dopo il varo nel 2010 e il rinnovo nel 2013, la Controesodo ha strappato qualche mese fa una seconda estensione, e non senza fatica, dentro al decreto Milleproroghe. Due anni e mezzo ancora, fino alla fine del 2017: tanto è il tempo a disposizione degli under 40 che hanno studiato o lavorato all'estero per almeno due anni per beneficiare di uno scudo fiscale (tasse sul 20% dello stipendio o del reddito per le donne e 30% per gli uomini) se decidono  di rientrare. «Da qui passa unica possibilità dell'Italia di riprendersi. Nell'ultimo decennio sono 150mila i laureati under 40 che se ne sono andati. L'Italia non potrà modernizzarsi senza di loro»: il pensiero di Vaccaro è "tranchant". Per questo lui avrebbe voluto un'estensione per almeno altri cinque anni. La proroga è «importante, ma non sufficiente», aggiunge. «Il nostro sguardo era teso alla mobilità nel suo complesso più che al rientro. Ma è stata realizzata solo la legge sul Controesodo». Tanto che le altre proposte per agevolare gli investimenti degli italiani dall'estero e per attrarre talenti stranieri in Italia, non sono passate. Lo sguardo, insomma, andrebbe allargato ad una prospettiva più ampia. «Ad una politica per il bilanciamento del saldo migratorio dei talenti, per favorire la mobilità giovanile e gli investimenti da parte di chi è andato via», sottolinea il deputato. Una  politica dove le parole chiave siano circolazione, mobilità, restituzione. E Europa. La legge sul Controesodo dovrebbe essere il tassello di un puzzle molto più grande. Se non altro perché i numeri, in sé, raccontano - e nemmeno in modo troppo preciso - un fenomeno molto più massiccio.. «L'Anagrafe degli italiani residenti all'estero ha passato da poco i 5 milioni di iscritti» dice Matteo Lazzarini, segretario generale della Camera di commercio belgo-italiana, sfornando gli ultimi aggiornamenti presi dal consolato. Cifre ufficiali ma parziali: perché l'iscrizione per chi risiede all'estero da più di un anno è obbligatoria, ma non c'è nessuna sanzione per chi non lo fa. E così, tanto per dire, in Inghilterra l'anno scorso si sono registrati all'Aire in 14mila. Ma 51mila italiani, quasi quattro volte tanto, hanno chiesto l'iscrizione all'assistenza sanitaria inglese. Numeri certi e ufficiali su quanti siano davvero gli italiani all'estero non ce ne sono. Però «secondo l'Aire, le partenze nel 2014 hanno sforato quota 100mila, oltre 14mila solo verso la Germania» snocciola ancora Lazzarini, riferendosi ai 101.297 connazionali emigrati, soprattutto dalle Regioni del Centro-Nord Italia (la Lombardia da sola registra un quinto degli espatri, con oltre 18.400 partenze). L'anno prima erano stati 94mila. Nel 2010 "appena" 60.500. Se non è un esodo questo… La soluzione? «I talenti sono come il sangue, bisogna farli circolare, agevolarli», suggerisce Severgnini. Nel concreto: lavorare, ad esempio, ad un mercato del lavoro europeo. Un mercato unico, dove sia non solo possibile giocarsi ad armi pari la partita per un posto di lavoro, che sia o meno ad alta qualificazione professionale. Il futuro è una cornice comune armonizzata anche a livello normativo e burocratico, per consentire una mobilità veramente efficace. «E il momento per parlarne è questo, perché il pacchetto sulla mobilità del lavoro è allo studio del commissario Thyssen, in vista di dicembre», puntualizza Ilaria Maselli, ricercatrice, che con i colleghi del think tank europeo Ceps sta lavorando anche ad una proposta di schema europeo di disoccupazione. La mobilità però è «ancora troppo bassa, dal punto di vista di Bruxelles, e non è aumentata in modo sostanziale con la crisi», rimarca la ricercatrice mettendo in luce un flusso annuo di spostamenti pari a 1 milione e mezzo di persone. Lo 0,3% della popolazione Ue. La sfida quindi pare essere italiana ed europea allo stesso tempo. Questione di equilibri: il nocciolo è come creare un sistema efficace per evitare il brain drain, un sistema che consenta a lavoratori e talenti di partire e di tornare, anche di ripartire, o di contribuire comunque allo sviluppo del proprio Paese. «Sono convintissima che ritornare non sia l'unica strada per dare aiuto all'Italia. Essere fuori, e con convinzione, conta moltissimo, forse anche di più. L'importante è capire come rendere effettiva la restituzione», riflette Alessia Mosca. «Un modo concreto è agevolare il flusso di uscita e di ingresso, agendo sulle semplificazioni sociali e burocratiche. Questo è definire cos'è l'Europa. Questo è sentirsi europei». Lo "scivolo" fiscale della legge Controesodo è qualcosa, ma non abbastanza. «Degli incentivi fiscali non sono molto entusiasta. La decisione di rientrare dovrebbe essere guidata da altri motivi. Come, ad esempio, avere a disposizione dei centri di eccellenza», riflette ancora Ilaria Maselli. Come dire: il terreno fertile dovrebbe essere la qualità e la meritocrazia di un sistema Paese. Vaccaro però ci crede. «I cervelli di rientro sono come le cellule staminali, capaci di rigenerare il tessuto, cioè il Paese, senza aggredirlo. Se i 7mila rientrati in questi anni diventeranno 70mila, l'Italia cambierà. Mollare è impensabile», chiude. Consapevole però che la legge sul Controesodo resta «un risultato portato a casa, non una politica completa. La questione resta quella di una mobilità di qualità». Magari dentro una cornice pienamente europea, per risposte strutturali che vadano oltre i benefici di una "tachipirina". Maura Bertanzon@maura07 (la foto in alto è presa da Flickr)

Fuga dei giovani dall'Italia e auspicabile ritorno: il 19 dicembre Meetalents a Perugia

Dicembre, è tempo di MeeTalents. Torna l'appuntamento dedicato ai giovani italiani "in movimento": gli expat che hanno preso la via dell'estero, e che vivono stabilmente (chi più chi meno) in altri paesi; quelli che dopo un periodo fuori hanno fatto la scelta di rientrare in Italia; e quelli che ancora non sono partiti ma che vorrebbero farlo.Per loro l'associazione Italents - che vede tra i suoi fondatori tra gli altri anche il direttore della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina, il professor Alessandro Rosina autore del libro cult Non è un paese per giovani, e i giornalisti esperti di italiani all'estero Claudia Cucchiarato (Vivo altrove), Sergio Nava (La fuga dei talenti) e Roberto Bonzio (Italiani di Frontiera) - organizza anche quest'anno un appuntamento imperdibile. Una giornata dedicata al tema degli italiani all'estero a 360 gradi, secondo il motto "dalla fuga dei talenti alla circolazione dei talenti".Meetalents ha avuto la sua prima edizione nel dicembre del 2012 a Milano, con il patrocinio del Comune; nel 2013 poi la location prescelta è stata l'Interporto di Nola, alle porte di Napoli, con una collaborazione della Regione Campania. Quindi dopo una tappa al nord e una al sud, era tempo di centro: per questo la prossima edizione del Meetalents, la terza, verrà ospitata dalla magnifica città di Perugia, grazie alla partnership dell'Agenzia Umbria Ricerche ormai da anni attiva e proattiva sul tema dei giovani italiani (e in particolare umbri) all'estero.A partecipare al Meetalents, come di consueto, sono invitati non solo i giovani che potranno portare idee, esperienze, spunti di discussione, ma anche le istituzioni e le aziende italiane che hanno tutto l'interesse a mettersi all’ascolto dei talenti espatriati. In particolare, i giovani possono prenotare la propria partecipazione, e quelli tra loro che vivono all'estero possono anche fare richiesta (fino a esaurimento fondi) di un contributo per le spese di viaggio. Qui il link per le iscrizioni.L'appuntamento è dunque per venerdì 19 dicembre a Perugia, al Teatro della Sapienza (Centro Onaosi). La giornata prenderà avvio appena dopo pranzo con tre saluti di benvenuto dei padroni di casa: quello di Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria; poi di Claudio Carnieri, presidente dell'Agenzia Umbria Ricerche; e infine del sindaco Andrea Romizi. Subito dopo il presidente di Italents Alessandro Rosina darà il via all'apertura dei lavori insieme ad Anna Ascani dell'Agenzia Umbria Ricerche.Ad aprire le danze sarà un intervento di Roberto Bonzio, forte della sua esperienza di narratore con il progetto Italiani di Frontiera, che parlerà di "Quale Italia comunichiamo all’estero". Perché comunicare bene, creare una narrazione di quel che fanno gli italiani dentro e fuori dall'Italia, è fondamentale per elaborare e far camminare le nuove idee, farle arrivare alle orecchie delle istituzioni e delle imprese. Subito dopo, proiezione di un frammento del video “Quale Italia comunichiamo all’estero” e premiazione del concorso fotografico “L’Umbria che attrae”, che nel corso del 2014 ha coinvolto i giovani delle quinte classi delle scuole superiori umbre.La scaletta procederà poi a spron battuto con un panel dedicato alle "Proposte su circolazione, attrazione e rete dei talenti". Qui a introdurre sarà Paolo Balduzzi, docente della Cattolica attivo in iTalents, che coordinerà una serie di interventi programmati in base al lavoro fatto online, sulle proposte selezionate attraverso il sondaggio (c'è ancora tempo per partecipare, proporre temi e contribuire alla discussione!).Subito dopo si aprirà un momento di "Q&A", cioè uno spazio per domande dei partecipanti; a gestirlo sarà Gabriele Biccini, portavoce del Forum regionale dei Giovani dell'Umbria. Partirà poi lo spazio della prima tavola rotonda, intitolata "Valorizzare i talenti in tempi di crisi". Qui sono previsti gli interventi di Federica Angelantoni, amministratore delegato di Archimede Solar Energy; Patrizia Fontana, partner di Carter & Benson; Chiara Gabbi, coordinatrice di Young Issnaf – Italian Scientists and Scholars in North America Foundation;  Gabriele Galatioto del Maglificio Galassia – Pashmere; Tiziana Grassi, giornalista e direttore del Dizionario Enciclopedico “Dizionario delle Migrazioni Italiane nel Mondo”; Giovanni Paciullo, rettore dell'università per Stranieri di Perugia; Elena Stanghellini, referente Relazioni internazionali dell'università di Perugia; e Riccardo Stefanelli, in rappresentanza dell'azienda Brunello Cucinelli.Ampio spazio anche alle testimonianze di talenti umbri dall’estero: hanno già confermato la propria presenza Federico Bonotto, general manager di Faist China (la sede cinese di Faist Group, azienda del settore metalmeccanico umbro) e direttore della Camera di Commercio Italiana in Cina, e Michele Bruni, presidente di Autentica, una start-up creata grazie ai contributo del bando Brain Back Umbria. A moderare qui sarà Andrea Marinelli, collaboratore del Corriere della Sera e co-fondatore di “Peninsula Hotel”.Solo dopo questo momento di ascolto delle ragioni dei giovani e del mondo imprenditoriale sarà data “La parola alla istituzioni”, con l'ultimo panel in programma. Qui i relatori, coordinati da Eleonora Voltolina, saranno Brando Benifei, il più giovane parlamentare europeo; Carla Casciari, vicepresidente della Giunta Regionale della Regione Umbria; Mario Pera, segretario generale della Camera di Commercio di Perugia, che racconterà il progetto “Improve your Talent”; di nuovo il sindaco di Perugia Andrea Romizi; e Guglielmo Vaccaro, deputato e grande promotore della legge Controesodo e di altri provvedimenti sul tema dei giovani italiani all'estero.A chiudere la giornata è previsto una conclusione di Luigi Bobba, sottosegretario del ministero del Lavoro con delega alle politiche giovanili. Una giornata intensa: chi vuole partecipare si iscriva!

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Fonderia dei Talenti, gli italiani all'estero hanno uno strumento in più per fare rete e trovare lavoro

Un sito che vuole dinamizzare l'incrocio tra domanda e offerta di lavoro, per un tipo di italiani in particolare: gli expat. Coloro che hanno deciso di trasferirsi all'estero e che dunque hanno accumulato - e stanno accumulando - esperienze di studio o più spesso di lavoro in Paesi stranieri. Un target particolare, una nicchia molto importante sopratutto considerando che in Italia l'emigrazione sta aumentando a tassi vertiginosi, e dalle ultime ricerche emerge che sono proprio i giovani più brillanti a cercare fortuna fuori confine.Ma tutti questi giovani spesso desiderano mantenere un legame con l'Italia, e se trovassero l'occasione giusta sarebbero ben contenti di poter rientrare; allo stesso modo molte aziende considerano appetibili i cv di chi ha passato qualche anno all'estero, non foss'altro che per la perfetta conoscenza della lingua del Paese d'accoglienza, oltre che per il fatto di aver conosciuto altri metodi di lavoro, altre culture professionali e aver acquisito know how certamente più internazionali.Per questo è nata una nuova fondazione, fortemente voluta da Guglielmo Vaccaro e Alessia Mosca, i due parlamentari che hanno elaborato e portato ad approvazione la legge ribattezzata "Controesodo" che prevede incentivi fiscali per gli under 40 laureati che dopo almeno due anni all'estero abbiano deciso di rientrare in Italia. «Oggi lanciamo il progetto: questa piattaforma con l'aiuto di tutti aiuterà a fare sistema di tutto quello che c'è. Ci sono tanti virus positivi nel nostro sistema che si contaminano uno con l'altro e prendono forza. La Fonderia dei Talenti vuol essere collettore di energie positive. Il mio ingaggio parte su cose molto concrete» ha spiegato la Mosca: «Gli italiani all'estero vogliono sapere cosa succede, avere non solo il contatto con le aziende ma anche l'accesso alle informazioni sulle iniziative. Con la Fonderia vogliamo sprovincializzare un po' questo paese, nel senso positivo».La fondazione infatti si chiama "Fonderia dei Talenti"; collabora strettamente con l'associazione Italents e a fine novembre a Milano, ospitata nella Sala Falck della sede di Assolombarda, ha presentato al pubblico il suo nuovo sito. Con un saluto di buon auspicio da parte del padrone di casa: «Nella mia vita precedente ho usato la legge Controesodo per portare a casa in Italia due giovani che avevano fatto un phd, uno dalla Cina e uno dagli Stati Uniti: un 28enne e un 32enne che oggi vivono e lavorano in Italia» ha infatti detto Michele Angelo Verna, da pochi mesi direttore generale dell'associazione delle industrie lombarde. Il quale ha in effetti una "vita precedente" da direttore delle Risorse umane, e conosce bene dunque il tema dell'incrocio tra domanda e offerta e della costante ricerca dei giovani più talentuosi, anche fuori confine, da parte delle aziende più innovative: «Gli head hunter potranno usare questo sito come una grande banca dati», ha aggiunto.In effetti il sito assomiglia a un social network "geolocalizzato": ognuno può iscriversi e segnalare il proprio desiderio di trovare opportunità in Italia o all'estero. «Abbiamo creato una una piattaforma online gratuita» ha spiegato Lorenzo Pompei [nella foto, in primo piano], segretario generale della Fonderia, illustrando i meccanismi di funzionamento del sito: «Forti del sostegno di Microsoft e Unicredit, abbiamo voluto realizzare una piattaforma di nicchia, attraverso cui vogliamo incentivare uno spirito di collaborazione tra chi è in Italia e i tanti che sono all'estero». Patrizia Fontana, head hunter e co-fondatrice della Fonderia, non ha negato che sia difficile far decollare un nuovo sito come questo, nel mare magnum del web di oggi: «Ma ricordo a tutti che qualche anno fa Linkedin sembrava "strano", ad utilizzarlo erano in pochi: oggi invece noi head hunter lo usiamo tutti». Una scommessa dunque che può essere vinta: «Le aziende hanno una opportunità enorme nell'utilizzare sia la legge Controesodo sia questo nuovo sito. Anche le piccole e medie imprese hanno bisogno di competenze specifiche, e queste possono essere trovate nei giovani italiani all'estero» ha sottolineato Fontana. Il sito della Fonderia potrebbe diventare uno strumento anche per mercati specifici, come quello dei ricercatori e dei docenti universitari. In questo senso è andato l'intervento di Andrea Sironi, rettore della Bocconi: «Le aziende competono in mercati nazionali e internazionali. Anche per gli atenei é così: competiamo sulla faculty cioè sui docenti, e sugli studenti. In Bocconi da diversi anni ci siamo dati una regola: abbiamo un divieto di assumere come docenti i nostri dottorati». Dunque diventa imperativo guardare all'esterno: «Quest'anno abbiamo assunto 15 nuovi docenti, 5 italiani e 10 stranieri. Per noi la legge sul Controesodo é fondamentale, perché rende più competitive le nostre offerte rispetto al gross salary». Puntando l'attenzione su un aspetto misconosciuto: «In questi casi non di rado la variabile cruciale è il coniuge. Molto spesso i grandi centri di ricerca cercano una collocazione anche al coniuge: vi sono per esempio esperienze a Monaco o a San Francisco di università, centri di ricerca, atenei che si mettono in rete e fanno squadra per generare offerte». Concludendo con una nota di realismo: «Tra i nostri giovani all'estero c'è forte il desiderio di rientrare, ma spesso non si trovano le condizioni giuste». Non basta infatti che arrivi un'offerta: per convincere un talento a tornare in patria bisogna che l'offerta sia congrua sotto tanti punti di vista, dall'avanzamento di carriera alla retribuzione adeguata. A questo proposito un progetto affine alla Fonderia dei Talenti è "Destinazione Italia", un piano del governo Letta che dovrebbe entrare in vigore dal 2014 e che ha tra i suoi obiettivi quello di attrarre capitali e talenti dall’estero. «Il nostro tentativo è proprio quello di mobilitare la rete di persone che stanno all'estero e che hanno molte cose da dire» ha confermato Alessandro Aresu, collaboratore del ministero dell'Istruzione proprio su "Destinazione Italia".Anche a livello locale il pubblico si muove: «Bisogna innanzitutto costruire massa critica intorno alla legge controesodo» ha sintetizzato Cristina Tajani,  assessore alle Politiche per il lavoro, sviluppo economico, università e ricerca del Comune di Milano: «Noi abbiamo realizzato varie iniziative sul tema del rientro dei talenti, tra cui un sondaggio realizzato dall'associazione italents». Raccontando poi l'esperienza di Welcome business: «Finanziare l'apertura di imprese StartUp da impiantare nella città di Milano: finora abbiamo selezionato otto progetti che abbiamo presentato e premiato l'anno scorso a dicembre, e che oggi sono diventati giovani imprese che provano a competere sul mercato».Un'iniezione di fiducia nei confronti della risposta positiva del mercato di fronte a una iniziativa come quella della Fonderia dei Talenti arriva anche da  Marco Simoni, oggi capo segreteria del viceministro Calenda e docente in aspettativa di politica economica alla London School of Economics: «Da un anno e mezzo a questa parte le nostre esportazioni sono cresciute più di quelle tedesche e francesi. Bisogna ammettere che alcune cose funzionano nonostante grandi ritardi, nonostante le politiche degli ultimi vent'anni abbiano ignorato che noi siamo un Paese basato sul manifatturiero e sulle pmi. Il problema non è che noi andiamo fuori, ma che nessuno viene dentro: alla London School of Economics ci sono tantissimi italiani. La cifra del tempo in cui viviamo è quella della internazionalizzazione. Non mi stupisce che qualcuno da San Francisco si sia già iscritto al sito della Fonderia dei Talenti» è la sua conclusione: «Magari a tornare non ci pensa per niente, ma per lui è comunque interessante fare parte di una rete. La vecchia emigrazione vedeva il siciliano andare a New York e tagliare i ponti, tornare in Sicilia magari dopo  trent'anni. Invece adesso c'è la rete, che va potenziata. Le informazioni vanno fatte circolare: fare rete è molto importante». Una ideale risposta a distanza a Simoni arriva da Roberto Bonzio, ideatore del progetto multimediale Italiani di Frontiera: «I nostri peggiori difetti? L'incapacità di fare squadra, la diffidenza verso il successo altrui, l'assuefazione alla convinzione che importi più l'appartenenza che il merito» è la sua riflessione: «Bisogna ribaltare il modo di pensare, raccontando modelli e storie positive. Abbiamo ammirato per anni degli autentici somari: l'auspicio è che la Fonderia dei Talenti spazzi via questa fattoria dei somari».Durante la presentazione, poi, particolarmente significativi sono stati due interventi dal pubblico. Il primo quello di Tommaso Arenare, head hunter di Egon Zehnde: «Sono ammirato da questa iniziativa. Questo è un paese che ha il Parlamento più giovane della sua storia, e con la maggior quantità di donne. Guardo con grande ammirazione alla Fonderia perché dimostra che l'Italia può attrarre talento, anche talenti diversi. Quando l'Italia fa così, fa squadra. La crescita arriverà, ci sono tutti gli ingredienti perché il talento si trasformi in crescita». Il secondo quello di un manager di Key to people: «È incredibile come le belle notizie siano poco diffuse. Ho incontrato tantissimi direttori del personale che nemmeno conoscevano la legge Controesodo: questa cosa rattrista un po'. Noi come head hunters abbiamo il compito di mediare tra le aziende italiane e i professionisti, anche quelli che arrivano dall'estero: la Fonderia sarà un acceleratore che noi tutti utilizzeremo e divulgheremo. Anche perché non bisogna dimenticare che i talenti non sono solo i numeri 1: le aziende cercano anche i numeri 2, i numeri 3…». Sono dunque aperte le iscrizioni al sito, che già oggi conta diverse centinaia di iscritti. Nella speranza che ad iscriversi siano anche tante aziende in cerca di talenti da assumere.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Sulla Rete i giovani italiani scalpitano per fare rete: ITalents sbarca su Facebook, ed è boom- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero

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«Londra non è l'Eldorado: tra stage gratis e costo della vita alto, è davvero dura»: una expat si racconta

Andare a cercare fortuna all'estero è ormai il destino di migliaia di giovani italiani. In maniera certo diversa dai loro bisnonni e trisavoli di fine Ottocento, che partivano con la valigia di cartone per il nord o per il Nuovo mondo, ma più o meno spinti dalla stessa motivazione: la penuria di lavoro in patria. La notizia più recente l'ha data l'Aire, che è l'anagrafe degli italiani residenti all'estero: nel 2012 sono aumentate del 30% le persone che hanno trasferito la propria residenza all'estero, in particolare quelle nella fascia di età tra i 20 e i 40 anni. E a questo proposito, una lettrice expat in Inghilterra ha deciso di condividere con la Repubblica degli Stagisti la sua esperienza: che malgrado i risultati accademici brillanti e la grande forza di volontà, non è certo rose e fiori.Sono capitata sul vostro sito quasi per caso, seguendo un link postato da un amico su Facebook. La vostra iniziativa è molto interessante e ho letto con piacere diversi articoli. Tra cui «Un tarantino a Cambridge: "Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perché in Italia no?"»: e qui ho deciso che dovevo scrivervi. Vivo da più di 18 mesi a Londra, dove sto ora facendo due stage completamente non retribuiti. Sì, due stage gratuiti in contemporanea. E il motivo per cui sto lavorando 7 giorni su 7 fino a 12 ore al giorno è che dopo 22 anni in Italia la mia esperienza lavorativa è talmente non-esistente che non mi permette di trovare lavoro retribuito in questo paese.Andiamo con ordine. Mi sono laureata con 110 e lode in Scienze politiche e delle relazioni internazionali alla Cattolica di Milano nel gennaio 2011. L'idea di iscrivermi alla specialistica di nuovo alla Cattolica non mi attirava per niente: allora mentre preparavo la tesi ho iniziato a nutrire l''idea di andare a studiare all'estero. L'alternativa era iscrivermi al Clapi alla Bocconi. Così, un paio di mesi dopo la laurea, mentre iniziavo a studiare per il test d'ingresso alle specialistiche in Bocconi, ho sostenuto l'Ielts e ho fatto domanda per un MA in Geopolitica a King's College London. E un mese prima del test in Bocconi è arrivata la lettera: mi avevano accettata!Così è iniziata la mia avventura a Londra. Da studentessa ho vissuto l'anno più bello della mia vita. Dopo essermi laureata (con "Distinction") e aver vinto il premio per la tesi migliore del mio corso, ed essere rientrata per un paio di mesi in Italia, a dicembre 2012 sono tornata a Londra e ho cominciato a fare domande di lavoro. Ricevendo peràò sempre la stessa risposta: «Ci interessa il suo profilo, il suo entusiasmo e il suo background accademico, ma non ha esperienza lavorativa. Torni tra 2-3 anni con più esperienza e saremo felici di considerare la sua domanda». A questo punto ho capito che l'unica possibilità che avevo era ottenere esperienza lavorativa.E quindi eccomi qui, a lavorare per due Ong (e collaborare anche con una rivista specializzata online, sempre gratuitamente), cercando un modo di entrare nel vero mondo del lavoro. Sono completamente sfruttata, una delle due organizzazioni per cui lavoro non copre neppure le spese, per cui di fatto spendo soldi a lavorare per loro, dato che il trasporto pubblico è molto caro. Mi sono trovata a ridere una risata amara quando ho letto nell'articolo «Un tarantino a Cambridge: "Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perché in Italia no?"» che qui in Inghilterra non ci sarebbe competizione. Non so come sia la situazione a Cambridge o Oxford, città molto più piccole, ma qui a Londra la competizione è agguerritissima! Lavoro con persone di 27 anni (io ne ho 24), che hanno già molta esperienza lavorativa, ma che accettano di fare stage gratis perchè la situazione è difficile. Mi trovo a dover competere, per posti non retribuiti, con professionisti che hanno già lavorato per anni, ma avendo perso il posto di lavoro e non riuscendo a trovarne un altro, cercano un posto non retribuito per non lasciare buchi nel cv. Le richieste delle organizzazioni che offrono stage - pagati e non - sono assurde: pretendono eccellenza accademica ed esperienza lavorativa e un profilo personale che probabilmente si applicherebbe al futuro presidente degli Stati Uniti. Mi sembra impossibile che qualcuno pensi che non ci sia competitività qui. È vero che per le professioni più tecniche la situazione è un po' diversa. La mia coinquilina, greca, 23 anni, sta facendo un percorso simile al ragazzo dell'articolo. Laureata in Grecia in nutrizionistica, ha ottenuto un master qui a Londra a UCL e ora ha un contratto di due anni come ricercatrice nel laboratorio dove ha scritto la tesi di laurea. Nel frattempo cerca borse di studio per un dottorato.Ma per chi come me non ha una "professione fissa" ma la professione se la deve creare, la vita non è così rosea.  Per posizioni di ricercatore (in think tanks o istituti di ricerca) chiedono 2-3 anni di esperienza pregressa e pubblicazioni sull'argomento. Per posizioni di junior o assistant chiedono comunque esperienza lavorativa, e la competizione è veramente agguerrita. E per stipendi non certo alti.Ho voluto raccontare alla Repubblica degli Stagisti la mia esperienza per correttezza verso le migliaia di studenti che si trovano nella mia situazione. Venire a vivere in una città come Londra non significa fare la bella vita: significa essere perennemente senza soldi (un caffè espresso da portare via costa più di 2,20 euro), lottare con i padroni di casa che non vogliono aggiustare il boiler quando stai due giorni senza acqua calda e riscaldamento mentre fuori nevica, significa lavorare gratis, con una competizione molto più forte che in Italia (non solo quantitativamente parlando, ma anche qualitativamente!), ed essere sfruttati fino a 12 ore al giorno, per una referenza, anche quando si hanno ottimi risultati accademici. Per racimolare qualche spicciolo io ho iniziato a fare altri due lavoretti occasionali: dò lezioni di italiano e lavoro come invigilator agli esami della mia vecchia università. Questo significa che non ho un attimo libero e lavoro tutti i giorni, anche il weekend, ma che almeno ho qualche soldo in più in tasca.È troppo facile pensare «In Inghilterra non è come da noi in Italia, lì se sei bravo ti assumono». La realtà è molto più dura.Shady AnayatiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero- Un tarantino a Cambridge: «Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perché in Italia no?»- «Non voglio fuggire all'estero, ma realizzarmi professionalmente qui in Italia»- Come cambia lo stage in Europa: viaggio in Gran Bretagna e IrlandaE anche:- Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro- Claudia Cucchiarato, la portavoce degli espatriati: «Povera Italia, immobile e bigotta: ecco perché i suoi giovani scappano»E leggi anche gli approfondimenti della Repubblica degli Stagisti sulla legge Controesodo:- Al via Controesodo, lo scudo fiscale per il rientro dei talenti in Italia. 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