Garanzia Giovani, bufera sull'Inps: in ritardo di due mesi con i rimborsi ai tirocinanti laziali

Garanzia Giovani, qualcosa non sta funzionando come dovrebbe per quanto riguarda l'erogazione del rimborso spese a favore dei tirocinanti. Dal monitoraggio informale che la Repubblica degli Stagisti sta portando avanti insieme all'Adapt, da altri articoli apparsi in questi giorni sulla cronaca locale e nazionale, è emersa infatti una grave criticità, culminata in una manifestazione di protesta lo scorsio venerdì sotto la regione Lazio, in occasione di un evento che vedeva la presenza del Ministro del lavoro  Poletti. Nel Lazio, ma non solo, la maggior parte dei ragazzi coinvolti in una attività di tirocinio extracurriculare non viene ancora pagata.Il primo a segnalarlo è Mattia, romano di 21anni, che ha scritto su Twitter anche al Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Racconta più in dettaglio a Repubblica degli Stagisti: «Sono di Cinecittà, ho un diploma al liceo della Scienze sociali, ho fatto esperienza lavorativa per esempio come pr, ma in nero. Sono iscritto a Garanzia Giovani da giugno 2014. Dopo qualche colloquio che non ha portato da nessuna parte, dal centro dell'impiego mi propongono di passare la mia pratica a un'agenzia interinale, la Manpower. A fine novembre accetto l'unica offerta che mi si presenta: un tirocinio in un supermercato Emmepiù. Mi hanno detto che per avere altre proposte avrei dovuto aspettare altri due o tre mesi».Dal 1 dicembre 2014 Mattia lavora per 140 ore mensili come gastronomo. Fino a oggi, 30 marzo 2015, ancora non ha ricevuto nessuna indennità, che ammonterebbe a 400 euro mensili erogati ogni due mesi. Mattia prosegue il suo racconto: «Chiaramente mi sono mobilitato non appena ho visto il ritardo nei pagamenti, ma le risposte della Regione sono state imprecise e non risolutive. Quando c'è stato un incontro tra i vertici del progetto alla Regione io e altri colleghi abbiamo manifestato. Ci è stato risposto che i ritardi nei pagamenti sono dovuti a inadempienze della regione e dell'Inps che si sono trovati in difficoltà nel far partire la grande macchina che muove tutto il progetto. Ma non può bastarmi come risposta. Non credo peraltro che mi assumeranno: al supermercato, dopo di me, farà più comodo riprendere un altro stagista coi fondi regionali che iniziare a pagare un dipendente».Anche a Susanna, romana di 23 anni, è successa la stessa cosa. Il giorno dopo la manifestazione racconta alla Repubblica degli Stagisti: «Ho una bambina, purtroppo non sono potuta andare a protestare in Regione coi miei colleghi, ma spero di fare qualcosa raccontandovi la mia storia. Lavoro da gennaio, dalle 9 alle 17, in uno studio di avvocati come segretaria. Passati quattro mesi, nonostante abbia inviato subito i documenti necessari, sono ancora in attesa dei miei 400 euro mensili». Susanna si è sentita presa in giro dopo aver ricevuto, il 6 febbraio, una lettera in cui la Regione la sollecitava  ad inviare correttamente la documentazione per ricevere il rimborso che, è scritto nella lettera: «altrimenti non arriverà entro la fine di febbraio». Dal centro dell'impiego di Rieti, che ha preso in carico Marco, 21enne con diploma di perito agrario e anche lui senza rimborso da quattro mesi, sul ritardo nei pagamenti hanno ribadito  che il problema è dell'Inps.Il ritardo nei pagamenti riguarda centinaia di ragazzi: basta dare un’occhiata alle pagine Facebook create sul tema: Fregatura giovani, Garanzia giovani,  Garanzia giovani ma de che Lazio. Qualcuno, per rassicurare i colleghi, posta la foto che testimonia l’avvenuto pagamento, ma la maggior dei ragazzi scrive per lamentarsi o per chiedere informazioni pratiche.Ma  come funziona il rimborso per chi sceglie il tirocinio extracurriculare fra le misure offerte da Garanzia Giovani? Il Lazio, come la maggior parte delle regioni, ha affidato direttamente all’Inps il compito di erogare il rimborso spese ai ragazzi che hanno preso parte al programma. Nello schema di accordo emanato il 7 agosto 2014 c’è scritto che «l’Inps non si assume alcuna responsabilità in ordine a eventuali ritardi nell’accreditamento» (articolo 3, comma 3) e che  l'ente «effettua i pagamenti nei limiti delle risorse finanziarie anticipate dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali» (articolo 2, comma 3). Ma mancano le indicazioni su quando e ogni quanto l’erogazione del rimborso vada effettuata.Cercando di capirne di più attraverso gli accordi regionali, sembra che la Lombardia, convenzionata comunque con l'Inps, abbia ideato norme più protettive nei confronti dei tirocinanti. Si legge nella pagina di Garanzia Giovani che spiega il funzionamento del tirocinio extracurriculare: «L’indennità minima è di 400 euro lordi mensili, riducibili a 300 euro se l’impresa corrisponde buoni pasto oppure se il tirocinio prevede un impegno giornaliero fino a 4 ore. Se il tirocinio ha una durata di almeno 120 giorni, la quota anticipata che è a carico di Garanzia Giovani, sarà rimborsata all’azienda alla sua conclusione». Dunque il soggetto ospitante eroga il compenso al proprio stagista e poi, conclusa l'esperienza formativa, richiede il rimborso alla Regione, che sarà erogato dall'Inps. In questo modo è la stessa azienda che ha interesse a ricompensare il tirocinante con puntualità, perchè riceve il rimborso soltanto a tirocinio concluso.Ma si tratta, purtroppo, di un'eccezione. Nell’accordo tra il Lazio e l’Inps viene specificato: «L’indennità è erogata secondo le seguenti modalità: pagamenti intermedi, a conclusione di ogni bimestre di tirocinio, per un importo corrispondente a ciascun bimestre parti a 800 euro oppure saldo, a conclusione del percorso di tirocinio per un importo corrispondente  ai bimestri residui, nei limiti dell’importo complessivo massimo pari a 2400 euro». Secondo la stessa normativa regionale è compito del tirocinante «responsabile della consuntivazione dell’attività svolta e della trasmissione della documentazione alla Regione, tramite l’Inps» inviare la documentazione necessaria, dopo ogni bimestre, per ottenere il rimborso.Per i tirocinanti laziali anche la fase dell'invio dei documenti, come ha raccontato la Repubblica degli Stagisti in un precedente articolo, è tutt'altro che facile e scontata. Alla faccia di internet e dell'era 2.0 lo stagista deve inviare, tramite raccomandata o consegnandoli a mano: la dichiarazione di accettazione delle condizioni di svolgimento del tirocinio firmata una sola volta, con la prima richiesta di erogazione dell’indennità di tirocinio in originale; una copia della convenzione e del progetto formativo firmati  una sola volta, con la prima richiesta di erogazione dell’indennità di tirocinio; la richiesta di erogazione dell’indennità di tirocinio firmata in originale; la copia del documento di identità in corso di validità; la trascrizione del riepilogo mensile delle ore (da precisare per ciascun giorno) di effettiva frequenza firmato anche dal soggetto ospitante e dal soggetto promotore in originale. E sembra quasi uno scherzo che per velocizzare le operazioni di protocollo la Regione Lazio chieda di riportare sulla busta contenente la documentazione elencata la dicitura “Garanzia Giovani”.In una mail inviata ai tirocinanti i primi giorni di febbraio, Garanzia Giovani Lazio precisa: «Qualora questa documentazione non pervenga in tempi utili non assicuriamo che l’Inps possa erogarti l’indennità di tirocinio, pari a 800 euro (lordi), entro il mese di febbraio. Infatti, in caso di ritardo nella presentazione della tua richiesta, riceverai il pagamento dell’indennità di tirocinio nel mese successivo».Nonostante sia scritto su norme, mail e circolari Susanna, Mattia e tanti altri non hanno ancora ricevuto un euro. La Repubblica degli Stagisti ha contattato l’ufficio stampa dell’Inps, oggi diretto da Tito Boeri. Per ora l'ente si  è limitato ad inviare un documento che non c'entra nulla col problema dei rimborsi: si  tratta di una circolare sugli incentivi per le aziende in caso di assunzioni. Rimanendo in attesa di ulteriori chiarimenti, la Repubblica degli Stagisti invita i tirocinanti di altre Regioni a segnalare qualsiasi problema o anche casi di rimborsi arrivati con regolarità, nella speranza che non rimangano solo felici eccezioni.

Garanzia giovani, che diavolo ha detto il ministro Poletti nell'intervista al Corriere?

Ieri sul più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stata pubblicata una intervista al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, in forma di articolo con ampi virgolettati, tutta incentrata sul tema della Garanzia Giovani. Un articolo - intitolato "Lavoro, c'è il piano giovani. Ma le Regioni non firmano" - la cui lettura crea una sensazione disturbante: come se il ministro intervistato sapesse pochissimo, quasi nulla, del tema focalizzato nell'intervista - e cioè appunto la Garanzia Giovani - e avanzasse per mezze frasi buttate lì, grossolanamente, senza approfondimento e senza precisione. Ripristinare un po' di verità e di punti fermi risulta a questo punto essenziale: ne va della corretta informazione per centinaia di migliaia di giovani.Punto primo. L'occhiello posto appena sopra il titolo recita «Il progetto per la formazione tra i 24 e i 29 anni può coinvolgere fino a 900mila ragazzi. Già stanziati 1,5 miliardi». Eh? Innanzitutto il programma Youth Guarantee non è affatto un «progetto di formazione», bensì un progetto che dovrebbe avere lo scopo di far trovare lavoro ai giovani che hanno finito di studiare (e che hanno quindi già completato, salvo alcuni casi particolari, il proprio iter di istruzione): una ulteriore formazione è solo una delle declinazioni dell'offerta che ogni Paese dovrebbe offrire, attraverso tale progetto, ai suoi giovani. E detto per inciso l'ultima scelta, quella proprio più scarsa, in caso i tentativi di trovare un'offerta di lavoro o di formazione / lavoro fossero tutti andati a vuoto. Secondo poi, la fascia di età interessata dalla Garanzia Giovani è ben diversa da quella indicata nell'occhiello (e ripetuta nel primo paragrafo dell'articolo): non certo 24-29 anni, bensì 15-24. Magari fosse 24-29! Risponderebbe ben più coerentemente alle esigenze peculiari del mercato del lavoro italiano. Ma invece la fascia di età è 15-24. Più avanti nell'articolo questa fascia viene infatti citata da intervistatrice e intervistato; ma ciò crea purtroppo parecchia confusione in chi legge.Punto secondo. Proprio sulla fascia di età si gioca una partita importantissima che riguarda direttamente la credibilità del governo Renzi. Il neopremier infatti aveva annunciato pubblicamente che la fascia coinvolta nel progetto Garanzia Giovani sarebbe stata ampliata, andando a ricomprendere anche i 25-29enni. Invece cosa afferma Poletti nell'intervista? «Il piano europeo dice 24 e per ora sarà così. Ma invitiamo chi ha tra i 25 e i 29 a iscriversi perché, valutata la quantità delle adesioni, potrebbe essere ricompreso in una seconda fase». Che cosa? «Potrebbe essere»? Ma allora non solo non si compie quel passo avanti promesso da Renzi nell'ampliamento della platea di potenziali beneficiari, ma si fa addirittura un passo indietro - dato che al tempo di Giovannini era stato esplicitamente previsto per ottobre un allargamento agli under 29 (seppur con azioni specifiche, non generalizzate). Quasi incredibile che con quelle poche parole il ministro Poletti smentisca di fatto il suo premier Renzi, e che la cosa passi praticamente inosservata.Punto terzo. Quali opportunità verranno messe a disposizione dei giovani? Qui la frase è agghiacciante. La giornalista scrive «Ad esempio il ministero ha già sottoscritto alcuni accordi con Finmeccanica e la Confederazione italiana agricoltori», e poi completa la frase inserendo un virgolettato con il commento del ministro: «perché offrano qualche stage, qualche opportunità…». Così, testuale. Puntini di sospensione compresi. Il ministro spera in «qualche stage»? Cioè il ministero pietisce che le imprese di buon cuore offrano almeno «qualche stage» ai poveri ragazzi disperatamente alla ricerca di un lavoro? Qualcuno davvero pensa che sia questo che i giovani italiani si aspettano dalla Garanzia Giovani? Che un'azienda li prenda in stage per far contento il ministero, e dopo qualche mese tanti saluti? Ma perdinci, dov'è un serio piano occupazionale? Dov'è la ricognizione dei settori che trainano il mercato, dei segmenti imprenditoriali che in questo momento hanno davvero bisogno di immettere nuove risorse, e che possono offrire vere opportunità occupazionali? Dov'è l'azione politica?Punto quarto. Un sommarietto promette al lettore: «La retribuzione degli stage: il nostro tariffario nazionale fissa in 500 euro il compenso mensile a carico della Regione». La sbagliatissima dicitura «stage retribuito» si trova anche nel pezzo, nella frase «gli stage saranno retribuiti?» posta in forma di domanda al ministro. Ma un tirocinio per sua stessa natura non può essere «retribuito»: perché non è un contratto di lavoro. «Retribuzione» è una parola che ha un significato preciso, e può essere utilizzata solo là dove sussista un rapporto di lavoro. La retribuzione è peraltro legata a un altro concetto, quello di contribuzione: a chi lavora cioè vengono erogati dei soldi per la prestazione lavorativa e vengono accantonati dei soldi per la previdenza, contributi che si accumulano e che garantiranno in futuro la pensione. Il tirocinio non è nulla di tutto questo: è un semplice percorso formativo che si formalizza attraverso una convenzione tra chi ospita uno stagista (il «soggetto ospitante») e chi attiva lo stage (il «soggetto promotore»). Quando per lo stagista è prevista una somma di denaro mensile essa può essere definita «indennità», o «borsa di studio», o «borsa lavoro», o «rimborso spese forfettario», o con altre definizioni più o meno proprie. Mai e poi mai «retribuzione»: insomma, gli «stage retribuiti» non esistono. Punto quinto. Oltre alla forma, la storia dei tirocini «retribuiti» ha una falla enorme anche nella sostanza. Nell'articolo il ministro assicura che tutti gli stage attivati nell'ambito della Garanzia Giovani verranno pagati. Dice proprio: «Il nostro tariffario nazionale fissa in 500 euro il compenso mensile». Questa sarebbe decisamente una notizia: sempre che il ministero non la smentisca, come già ha smentito molte delle informazioni (anche virgolettate) contenute nell'articolo. Sarebbe opportuno però fare un minimo di attenzione prima di credere ad occhi chiusi a questa affermazione: perché finora non era nota l'esistenza di alcun «tariffario nazionale» che prevedesse un compenso minimo obbligatorio a favore degli stagisti inseriti nel programma Youth Guarantee italiano. Anzi, nei lunghi mesi di preparazione di questa iniziativa il ministero - pur sollecitato molte volte da noi della Repubblica degli Stagisti su questo punto - non aveva mai dato rassicurazioni in questo senso, nemmeno una volta, nemmeno vaghe. Ora pare che le dia: il che per carità è una bella notizia, ma quasi troppo bella per essere vera. E a noi piacerebbe vederlo, questo tariffario.Punto sesto. A guardar bene la dichiarazione di Poletti al Corsera sul pagamento degli stage nell'ambito del progetto Garanzia Giovani c'è anche un'altra parte che lascia perplessi. Il ministro dice che il (fantomatico?) «tariffario nazionale» fisserebbe «in 500 euro il compenso mensile a carico della Regione». La prima domanda che sorge spontanea è: da dove viene fuori questa cifra precisa, questi 500 euro riportati nel tariffario? Il ministro si riferisce forse alle nuove leggi regionali in materia di stage emanate nel corso del 2013? Ma in questo caso le indennità mensili minime oscillano, a seconda della Regione, da 300 a 600 euro al mese: parlare di 500 euro tout-court non sembra avere alcun senso, non ha aderenza con la realtà normativa variegata e territoriale. Inoltre, tali minimi sono da intendere come la indennità mensile che lo stagista deve ricevere dall'azienda o dall'ente che lo ospita: non certo dalla Regione dove svolge lo stage. Poi è vero che ci sono Regioni - come per esempio la Toscana - che meritoriamente mettono a disposizione propri fondi per coprire in parte tale indennità, rifondendo il soggetto ospitante a fronte di una documentazione sul corretto svolgimento del tirocinio e sulla puntuale erogazione dell'indennità. Ma dire che ogni stage nell'ambito della Garanzia Giovani sarà pagato dalle Regioni 500 euro al mese ha tutta l'aria di essere una ennesima imprecisione: sarebbe molto interessante sapere che ne pensano gli assessorati regionali al lavoro, specialmente quelli delle Regioni - come Lombardia e Lazio, giusto per fare il nome di due pesi massimi - che hanno posto nelle proprie normative una indennità minima mensile più bassa dei 500 euro.Punto settimo. Le tempistiche delineate nell'articolo infine lasciano perplessi. Innanzitutto il tempo indicato per fare l'iscrizione alla Garanzia Giovani sul sito Cliclavoro: fino a 45 minuti, conferma il ministro chiedendo «pazienza». Tre quarti d'ora? Ma quanti dati ha intenzione di chiedere il ministero agli aspiranti beneficiari della Garanzia Giovani? Tre quarti d'ora per compilare un form online sono un tempo mai sentito, che porta per forza con sé una tara: o le informazioni che chi ha predisposto il modulo ha previsto di richiedere a ciascun sottoscrittore sono esagerate, ridondanti - in una parola: troppe. Oppure il ministero già sa che il sistema è lentissimo, che le pagine vengono caricate a passo di lumaca, e che dunque gran parte dei 45 minuti sarà rappresentata da inutile attesa. Quale che sia la risposta giusta, sembra esserci ancora una volta un problema all'interno del ministero del Lavoro di organizzazione e di competenza nell'architettare la macchina della ricezione delle candidature. Perché non sforzarsi di creare un sistema fatto bene, veloce, snello, con una richiesta che possa essere compilata e inviata nel giro di 10-15 minuti? Inoltre, sempre rispetto alla tempistica, non fa certo stare tranquilli la dichiarazione del ministro su quanto dovrà mediamente aspettare ogni singolo iscritto per ricevere la prima «opportunità». Poletti dice testualmente «Abbiamo ipotizzato una media di 4 mesi». Una media di 4 mesi? Come «media»? Vuol dire che per un beneficiario di Garanzia Giovani che riceverà una proposta (di lavoro, di stage, di formazione o ripresa degli studi) in due mesi, ve ne sarà automaticamente un altro che ne dovrà attendere ben sei? E nel frattempo che dovrà fare, girarsi i pollici? Il concetto di Youth Guarantee, nella sua accezione europea, prevede che il servizio garantisca una offerta «entro 4 mesi»: pone cioè i 4 mesi come limite massimo. Dalle parole del ministro, invece, sembra emergere una interpretazione «all'italiana» del termine dei 4 mesi: condannando i giovani a una ben più lunga attesa.Le dichiarazioni del ministro Poletti che ieri il Corriere della Sera ha pubblicato, insomma, risultano essere un preoccupante condensato di inesattezze, imprecisioni, approssimazioni. E il rischio concreto è quello di aver riempito la testa dei lettori di informazioni sballate. Peraltro sul sito del ministero del Lavoro non vi è purtroppo traccia dell'ultima versione del progetto Garanzia Giovani, quella inviata a Bruxelles dopo l'avvicendamento tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Il ministero aveva assicurato alla deputata Anna Ascani ormai quasi un mese fa che sarebbe stato disponibile sul sito, eppure non sembra mai essere stato pubblicato. Forse lì dentro si potrebbero trovare conferme o smentite a quanto affermato da Poletti, a partire dal «tariffario nazionale» coi suoi 500 euro al mese a carico delle Regioni a favore degli stagisti Youth Guarantee: ma appunto, per trovarle bisognerebbe poter visionare il documento. Invece l'ultimo aggiornamento messo online sul Rapporto sullo stato di avanzamento del programma Garanzia Giovani risale all'ormai lontano 21 febbraio 2014. E non si sa nemmeno se il nuovo progetto, cioè il vecchio progetto Giovannini con le modifiche apportate in corsa da Poletti, sia stato definitivamente approvato da Bruxelles o no. Non certo premesse confortanti, considerando che il programma dovrebbe debuttare - secondo le promesse di Poletti - a brevissimo, il 1° maggio.  Un punto interrogativo gigantesco incombe su cosa effettivamente sarà pronto in favore dei giovani beneficiari a quella data.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Garanzia giovani, parte o non parte? E come verranno spesi i soldi?E anche:- Garanzia giovani già a marzo, ma come funzionerà? Lo spiega chi ha scritto il piano italiano- Youth Guarantee ai blocchi di partenza. Giovannini: «Operativi da marzo 2014»

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Quattro in pagella per Garanzia Giovani: coraggio ministero e Regioni, si può migliorare

La media del 4. Questo è il voto che finora i giovani italiani danno alla Garanzia Giovani, il grande piano di matrice europea che dovrebbe attivare tutti i Paesi Ue dove la disoccupazione giovanile è più forte in modo da non lasciare soli questi giovani, accompagnandoli al lavoro e fortificando la loro "occupabilità". Un piano che prevede, in Italia, l'iscrizione attraverso un portale e poi la chiamata presso i servizi per l'impiego, che entro quattro mesi devono poi garantire al giovane senza lavoro una proposta concreta - che può essere una offerta di un ulteriore periodo di formazione, un accompagnamento al lavoro, un contratto di apprendistato, una opportunità di tirocinio, un percorso di servizio civile, un sostegno all’autoimprenditorialità, una proposta di mobilità professionale all’interno del territorio nazionale o in Paesi Ue… Insomma, una azione di politica attiva del lavoro.Il programma Garanzia Giovani è stato "aperto" in Italia il primo maggio: la data molto significativa, voluta dal ministro Poletti, era quella della festa dei lavoratori. Da allora ad oggi oltre 330mila under 30 si sono iscritti, e oggi il ministero del Lavoro ha annunciato in conferenza stampa i dati sulla iniziativa.Anche noi abbiamo dei dati. Sono i primi risultati, ancora naturalmente parziali, del monitoraggio informale che la Repubblica degli Stagisti sta portando avanti da metà ottobre insieme all'associazione Adapt. Sono i dati dei primi 1.580 giovani che hanno voluto rispondere al nostro questionario, raccontando il loro contatto con la Garanzia Giovani, e anche dando un giudizio.Da lì viene quel 4. Dalla valutazione che questi 1.580 giovani hanno dato, in media, della efficacia del piano Garanzia Giovani basandosi sulla propria personale esperienza, su come è andata l'iscrizione al portale, sui tempi di attesa prima di essere convocati, sul primo colloquio di persona, sulle informazioni ricevute dai centri per l'impiego.Abbiamo raccolto i primi dati in questo piccolo dossier pdf, dando loro una veste grafica colorata e facilmente leggibile. Sono risultati interessanti: si scopre per esempio che il 32% dei partecipanti al monitoraggio, prima di iscriversi a Garanzia Giovani, non aveva mai utilizzato i servizi per l'impiego. Questo è positivo, perché significa che una fetta importante di giovani è stata invogliata a iscriversi al centro per l'impiego, uscendo dalla zona grigia degli "inattivi" e diventando quindi tracciabile e in un certo senso "aiutabile". Ma portare gli under 30 al centro per l'impiego non è abbastanza: bisogna anche assicurarsi che ricevano un servizio di qualità. E qui i primi risultati del monitoraggio evidenziano una situazione che eufemisticamente si potrebbe definire "con ampio margine di miglioramento": due mesi in media l'attesa per essere chiamati a colloquio, una volta compiuta l'iscrizione; e poi nella maggior parte dei casi i ragazzi segnalano di aver ricevuto, al famoso primo incontro di persona presso i servizi all'impiego, solamente un generico riferimento a future offerte di lavoro o di stage (43,5%) o di non aver ottenuto “nulla di concreto” (40%).E così si torna al 4. Che è un punto di partenza, non un voto finale. Il ministero del Lavoro e le Regioni non si devono deprimere o offendere per questo dato: tutto è ancora nelle loro mani. Si può ancora lavorare per modificare la percezione, per fornire ai giovani iscritti alla GG un servizio più efficiente ed efficace, per farli sentire davvero seguiti e sostenuti. Quel 4 può essere migliorato: l'obiettivo di arrivare alla sufficienza, e magari anche superarla, non è fuori portata. L'importante è tenere occhi e orecchie aperti. A partire dal dato più significativo di questi primi risultati - lo ripetiamo, assolutamente parziali - del monitoraggio: e cioè le aspettative dei giovani. Inutile fare gli struzzi: i giovani italiani dalla Garanzia Giovani si aspettano di trovare un lavoro. Così ha risposto il 61% dei nostri primi partecipanti: nello specifico, il 27% ha risposto proprio "trovare un lavoro" e un ulteriore 34% ha aggiunto "ma mi accontenterei anche di uno stage". C'è poi un 7% circa che cerca espressamente uno stage, un 8,5% che spera di ricevere un supporto nella ricerca di un impiego e un altro 8,5% che vuole rafforzare il suo cv per poi trovare più facilmente un lavoro. E non va ignorato quel 14% che ammette candidamente di essersi iscritto "a perdere", senza nutrire nessuna aspettativa e quindi nessuna fiducia nei confronti dell'iniziativa. Qui sta la sfida per il governo e le Regioni: far funzionare la Garanzia Giovani, per non deludere centinaia di migliaia di giovani italiani.

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Garanzia giovani non è un flop: un libro racconta i retroscena del programma

Da mesi i media si occupano del programma Garanzia giovani. E la maggior parte delle volte non è per tesserne le lodi. «I giornali hanno attaccato da subito il progetto», è l'accusa dell'economista Enrico Giovannini, ministro del Lavoro in carica al momento della preparazione dell'avvio del progetto in Italia - mentre poi il lancio vero e proprio, lo scorso maggio, avvenne già sotto la gestione Poletti. E la ragione sarebbe per Giovannini l'eccessiva trasparenza: «Da subito sono stati monitorati i risultati, una cosa che non viene mai fatta per le politiche pubbliche. Per questo poi ne abbiamo pagato le conseguenze». L'occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa è la presentazione del volume Garanzia Giovani, la sfida, pubblicato pochi giorni fa da Brioschi. Un libro i cui autori sono stati parte attiva nell'attuazione di questa nuova politica del governo, di cui Bruxelles ha richiesto l'avvio a partire dalla scorsa primavera: Daniele Fano, capo della segreteria tecnica dell'ex ministro e rappresentante della Garanzia giovani per l'Italia in Europa; Elisa Gambardella, anche lei ex dello staff del ministro Giovannini e oggi riconfermata nella segreteria tecnica di Poletti, e infine Francesco Margiocco, giornalista specializzato nei temi scuola e università. Il riferimento è ai dati messi a disposizione da parte del ministero sul sito di Garanzia Giovani a ridosso della partenza del programma, dai quali si evince che le iscrizioni ammontano a 440mila – il numero è aggiornato all'inizio di marzo – mentre sono circa la metà - quindi 210mila - le prese in carico, cioè i giovani già «profilati» e pronti per essere piazzati sul mercato o in un qualche percorso di formazione.A distanza di quasi un anno dall'apertura del programma ha dunque aderito un quarto dei ragazzi che in Italia non studiano e non lavorano (i Neet), i principali beneficiari del programma. Il risultato non è certo brillante, ma il libro appena pubblicato ha il merito di far riflettere su una questione: forse il Paese era impreparato all'avvento di quello che per la prima volta si è profilata come politica attiva per il lavoro. «Facevamo solo politiche passive, solo tavoli per la cassa integrazione in deroga», sottolinea Lucia Valente, assessore al Lavoro del Lazio, una delle relatrici alla presentazione: «Il piano europeo per i giovani è stato in tal senso visionario». Una conferma di questa linea di pensiero arriva anche da Irene Tinagli, deputata ora in quota Pd, ed ex membro della commissione Lavoro: «Prima si parlava solo di pensioni e mai di giovani», ammette. Eppure 440mila adesioni in nove mesi a molti commentatori sembrano poche, e si punta il dito sulla scarsa comunicazione ai giovani dell'esistenza di questa possibilità, e sopratutto sulla scarsa capacità di intercettarli attraverso i canali informali e i siti e social network più frequentati. Eppure sarebbe stato controproducente, secondo Valente e Tinagli, pubblicizzare di più il programma, «perché non c'erano gli strumenti per metterlo in piedi». Meglio insomma procedere un passo alla volta. Come al solito, del resto, non bisogna nascondersi che l'Italia è partita già indietro rispetto ai cugini europei: dal 1998 ad esempio in Inghilterra esisteva «il cosiddetto 'New Deal degli under 25', programma da mezzo milione di sterline l’anno che offre ai giovani, disoccupati da almeno un semestre, quattro mesi di orientamento intensivo con un personal adviser, seguiti da un’offerta di lavoro o da una tra le seguenti quattro opzioni sovvenzionate della durata di sei mesi l’una», viene ricordato nel libro. Il panorama che Giovannini si è trovato davanti era quello di «un sistema di centri per l'impiego che occupava circa 10mila persone», evidenzia l'ex ministro, quando in Germania (un Paese con solo il 20% di popolazione in più dell'Italia) ce ne sono 90mila. È chiaro dunque che il paese era – e probabilmente è ancora – inadeguato a ricevere una proposta simile dall'Europa. «L'unica alternativa era mettere in campo anche i servizi privati di orientamento al lavoro, ovvero le agenzie interinali» afferma l'assessore Valente: «per cui in Lazio per esempio è stato adottato per la prima volta un sistema di accreditamento». Non sono mancate le resistenze, sia a livello regionale che provinciale, che Giovannini afferma di aver sperimentato in prima persona: «Le Regioni, e questo è stato il primo scoglio da aggirare, sono storicamente gelose delle proprie competenze e del proprio ruolo in materia di lavoro e politiche sociali» ha detto chiaro e tondo l'ex ministro. Un «ostacolo culturale» che si è provato a superare, negli ultimi mesi, anche grazie alla creazione di una piattaforma nazionale in cui sincronizzare tutti i dati dei centri per l'impiego e facilitare il matching di domanda e offerta di lavoro anche a livello extraregionale. E che, va dato atto, prima di Garanzia Giovani non esisteva. Non c'è dubbio che dei passi in avanti siano stati fatti sul fronte delle politiche attive per il lavoro, in quello che «era un deserto e invece ora è un terreno arato: i frutti non potevano arrivare da subito», ragiona la Valente. Ma il punto è capire se i media hanno avuto ragione a considerare il programma un flop. «Per valutare il successo di un piano come Garanzia Giovani bisogna capirne bene ambito e obiettivi rispetto alla popolazione target, i Neet» si legge nei primi capitoli del libro. Ma non sarà l'occupazione a dare la cifra dei risultati, bensì l'occupabilità: «Garanzia Giovani può favorire l’occupazione essenzialmente solo nella misura in cui contribuisce a ridurre il cosiddetto mismatch delle competenze» scrivono gli autori, perché «l’occupabilità è il vero obiettivo del programma, il cuore della sfida». In questo senso «i percorsi di istruzione e formazione hanno un peso centrale». Gli stessi che si sta tentando di riformare (con La buona scuola di Renzi), ma con strumenti – è il parere di Tullio De Mauro, linguista intervistato nel libro e presente al dibattito – a loro volta «chilometri lontani dal vero obiettivo», che è rendere competitivi a livello internazionale i ragazzi della scuola superiore, i meno preparati secondo le classifiche europee. La domanda però resta: anche se Garanzia Giovani si ferma nelle sue finalità al miglioramento del mismatch, e crea giovani più orientati ma che poi non debuttano mai sul mercato del lavoro, si può davvero dire in tutta onestà che assolva al suo ruolo di "garanzia"? Ilaria Mariotti 

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Uno e buono: così il primo stage di Niccolò è diventato un inizio di carriera in PwC

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa del Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Niccolò Polcri, 26 anni, consulente finanziario in apprendistato per PricewaterhouseCoopers, a Milano.Sono nato nel 1989 a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, dove ho abitato fino alla maturità scientifica, nel  2008; mi sono poi trasferito a Milano per l’università iscrivendomi Scienze bancarie, finanziarie e assicurative  alla Cattolica: una scelta legata sia alla reputazione dell’ateneo che al piano di studi offerto, completo e in linea con i miei interessi. Poi è innegabile che Milano offra molte opportunità, in primis sul fronte lavoro!Il caso ha voluto poi che l’inizio del periodo universitario abbia coinciso con l’inizio della crisi finanziaria, un problema per il mercato occupazionale ma anche uno stimolo per il mio interesse verso i temi economici e finanziari. In questi anni mi sono ho concentrato gli sforzi nel mantenere il ritmo degli esami e concludere nei tempi ordinari, convinto che il curriculum universitario fosse determinante per una buona futura esperienza di lavoro. Ho conseguito la laurea triennale ad ottobre 2011, mentre avevo già iniziato i corsi della laurea specialistica e due anni dopo è arrivata anche la laurea specialistica, con una tesi sperimentale che ha richiesto dieci mesi di lavoro per raccogliere ed elaborare i dati su assetti proprietari e pro ciclicità del leverage, due aspetti mai studiati congiuntamente dagli economisti. Ho discusso l’elaborato a dicembre 2013, ottenendo 109/110.Poi ho iniziato subito a inviare curriculum. Le mie uniche esperienze lavorative risailvano ai primi due anni del liceo, quando i weekend aiutavo i miei genitori nell’azienda tessile manifatturiera di famiglia, con mansioni manuali, soprattutto di magazziniere. Poi è stata la volta di un'azienda agricola. Non erano quindi esperienze legate al mio percorso di studio, ma sono state ugualmente formative: mi hanno aiutato a non dare niente per scontato e a lavorare sodo per ottenere dei risultati. E con quello che guadagnavo mi sono pagato le vacanze estive – magari lunghe, all’estero, per studiare inglese.  Finita l’università però sono andato mirato. La ricerca è avvenuta quasi solo su internet, sui siti web di banche e società di consulenza finanziaria, tra cui PricewaterhouseCoopers. Ho inviato il cv per l’area Advisory – Financial Services e dopo un  mese sono stato contattato per un colloquio.Ho sostenuto la selezione - test logico-matematico, colloquio di gruppo e test di inglese - a inizio febbraio e basti dire che il 19 dello stesso mese ero in azienda a raccogliere le prime indicazioni sui due progetti a cui mi sarei dedicato. Entrambi sono stati impostati su un intenso lavoro di squadra con i colleghi - con i quali ho instaurato un rapporto anche al di fuori dell’ambiente lavorativo - e sull'acquisizione graduale di fiducia, autonomia e sicurezza nelle attività. In particolare mi sono occupato di analisi del mercato bancario per identificare linee di sviluppo dei modelli di organizzazione della rete e di supportare lo sviluppo di un nuovo servizio bancario. Per i cinque mesi di stage ho percepito un rimborso spese di 850 euro lordi al mese, più buoni pasto; poi a luglio 2014, conclusa l’esperienza, mi è stato proposto di rimanere in PwC a partire dal successivo settembre, con un contratto di apprendistato di 2 anni con uno stipendio annuo lordo di 24mila euro e buoni pasto. Il costo della vita a Milano è alto, si sa, ma con questa retribuzione riesco a mantenermi completamente da solo, condividendo un appartamento con altre due persone. In futuro magari, potrò essere più autonomo anche in questo. Per gli stagisti il rischio è di collezionare tante esperienze una tantum senza possibilità di costruire un percorso strutturato di crescita, ma in PwC per me è stato diverso e adesso ho intenzione di continuare a lavorare con impegno e interesse. Così credo che  il rapporto di mutuo investimento tra me e l'azienda possa continuare. Più in là, chissà, potrebbe esserci l’estero, un’esperienza fondamentale nel mio settore e, in una realtà internazionale come questa, un obiettivo a portata di mano.Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

Il numero non conta: ecco i tre veri indicatori per capire quali sono i "buoni stage"

Quando si parla di stage spesso si fa l'errore di considerarne l'aspetto numerico come una caratteristica di per sé positiva. Si dice «abbiamo fatto / ospitato / promosso / incentivato tanti stage» con orgoglio e quasi con vanto, come se fosse di per sé una nota di merito. In questo errore cadono anche molto spesso i politici e gli amministratori locali, quando per sottolineare il proprio impegno sul fronte dell'occupazione giovanile rimarcano il numero degli stage attivati dalle strutture da loro amministrate, magari attraverso programmi o fondi specifici. Il messaggio che si vuol far passare è che tanti stage siano immediatamente uguali a tante opportunità, e che le opportunità siano sempre una buona cosa. Il fatto che il numero degli stage attivati aumenti in un dato territorio o settore produttivo è dunque visto, nella maggior parte dei casi, come un dato "oggettivamente" positivo, da sbandierare come se fosse di per sé una prova di una buona amministrazione e gestione della sempre più problematica fase di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.Invece, purtroppo, il numero degli stage da solo non vale nulla.  Non prova il fatto di avere messo in atto buone politiche, non prova il fatto di aver aperto ai giovani buone opportunità. Anzi.Gli stage non vanno giudicati in base al numero, bensì alla qualità. Con la Repubblica degli Stagisti da molti anni sosteniamo che senza un'attenzione forte verso la qualità, gli stage cresceranno (o, in tempo di crisi, non diminuiranno) di numero solo perché convenienti per le aziende, molto più vantaggiosi a livello economico e giuslavoristico rispetto ai contratti di lavoro. Ma continueranno a nascondere in molti casi sfruttamento, lavoro mascherato da stage, scarsa formazione. Continueranno ad essere per i giovani un "passaggio obbligato" spesso compiuto dovendo accettare condizioni-capestro e quasi sempre senza la minima prospettiva di arricchimento formativo e inserimento lavorativo.I fattori fondamentali per giudicare la qualità di uno stage, non solo secondo la Repubblica degli Stagisti ma anche secondo autorevoli addetti ai lavori, sono tre. Il primo è una buona qualità del percorso formativo, che sia prima di tutto attinente con il percorso di istruzione pregresso del tirocinante e calibrato - per durata e per mansioni - al ruolo professionale che egli va ad apprendere attraverso il tirocinio. A questa qualità sono legate indissolubilmente la presenza e competenza del tutor del soggetto ospitante, e su questa qualità deve vegliare il tutor del soggetto promotore. Senza formazione lo stage è vuoto, una scatola dai colori sgargianti che nasconde una trappola.Il secondo fattore importante è il compenso. Riconoscere attraverso una indennità il valore del tempo e dell'impegno dello stagista è il minimo per costruire un rapporto basato sul rispetto. Negare l'apporto anche economico che lo stagista, pur in formazione, porta all'ufficio pubblico o all'azienda privata che lo ospita è meschino: ed è giusto che questo apporto vada quantificato in termini economici. Su questo aspetto sono stati fatti notevoli passi avanti negli ultimi mesi: grazie al recepimento da parte delle Regioni delle linee guida concordate proprio un anno fa in sede di Conferenza Stato-Regioni, ora tutti coloro che fanno uno stage di tipologia extracurriculare (cioè al di fuori di un percorso di studi) hanno diritto a ricevere una indennità mensile, che ciascuna Regione ha fissato con proprio provvedimento, e che oscillano tra i 300 e i 600 euro minimi mensili. Restano però fuori da questa garanzia tutti gli studenti che svolgono stage curriculari: per questo la Repubblica degli Stagisti chiede da mesi che il ministero dell'Istruzione si muova per colmare la vacatio legis e per emettere un decreto che regolamenti i tirocini curriculari, prevedendo anche per questi un rimborso spese minimo. Altrimenti il rischio è che tutti i soggetti ospitanti che vogliono fare i furbi e continuare ad avere stagisti senza pagarli un euro "migrino" verso quelli curriculari, più vantaggiosi perché privi di una regolamentazione tutelante e di un obbligo di rimborso.Terzo fattore di qualità, l'effettiva e concreta prospettiva di inserimento lavorativo. Vile e ipocrita è chi dice che lo stage non ha una finalità di ingresso nel mondo del lavoro. Ce l'ha eccome; specialmente in questo disgraziato momento storico, in cui in Italia (e in tutta Europa) i giovani cercano spasmodicamente di rompere il muro di gomma della disoccupazione e riuscire a trovare un posto e uno stipendio. Spesso accettando di "cominciare" attraverso uno stage. Concreta prospettiva di inserimento ovviamente non vuol dire dare "garanzia" allo stagista che verrà assunto al termine dell'esperienza formativa. Vi sono mille fattori ignoti, al momento dell'attivazione dello stage, che impediscono che questa promessa possa essere formulata: anzi, i giovani devono sempre guardarsi bene dai millantatori, da chi promette troppo, perché solitamente sono proprio quelli che non mantengono, e che usano la carota sventolata davanti al naso per attirare i creduloni, farli sgobbare in stage per sei mesi o magari addirittura di più, e poi mandarli via e sostituirli con un nuovo stagista. Dunque premesso che non fare promesse di assunzione è un atteggiamento che denota serietà, bisogna però dire altrettanto chiaramente che mantenere opaca la reale prospettiva occupazionale di uno stage è altrettanto scorretto. I dati raccolti a livello nazionale da Unioncamere, attraverso la sezione dell'indagine annuale Excelsior dedicata ai tirocini formativi, dimostrano che purtroppo la percentuale di assunzione media dopo lo stage in Italia è sotto al 10%. Un altro dato emerso dal rapporto McKinsey "Education to Employment" 2013, chiarisce che da noi chi fa uno stage ha solamente il 6% di probabilità in più di trovare lavoro rispetto a chi non lo fa. Il tirocinio dunque, per come è concepito e utilizzato oggi in Italia, è fortemente deficitario rispetto a questo terzo fattore, che invece è percepito come importantissimo dai giovani italiani.A questo punto è facile capire perché l'aspetto numerico degli stage, in questo quadro, sia irrilevante. Avere tanti stage, un numero in continuo aumento (come è accaduto negli anni tra il 2006 e il 2009) oppure in equilibrio (negli ultimi anni infatti il numero complessivo paradossalmente si è mantenuto stabile, a fronte del crollo del numero di contratti di lavoro), non vuol dire certamente dare tante opportunità ai giovani.Se questi tanti stage, infatti, non rispettano i tre fattori qualitativi - se sono cioè privi di contenuto formativo, o privi di una dignitosa indennità economica, o privi di potenziale sbocco lavorativo, o addirittura tutte queste cose insieme - si capisce bene che aumentarne il numero non favorisce i giovani, anzi, li danneggia. Vengono loro offerti cioè tanti stage, ma di qualità scarsa o pessima.La scelta deve essere invece improntata alla qualità, e su questo dovrebbero lavorare i politici e gli amministratori che davvero vogliono imprimere un giusto indirizzo alla loro azione sul tema dell'occupazione giovanile. Vantarsi che nella propria Regione siano stati attivati tanti stage è, in una parola, stupido. Perché se in quei tanti stage poi si annidano, come è successo e succede e come la Repubblica degli Stagisti periodicamente denuncia, tirocini come benzinai, braccianti agricoli, lavapiatti, commessi, «pulitori» cioè domestici, e se attraverso l'attivazione di questi stage fittizi si diminuiscono invece i posti di lavoro offerti sul mercato con regolari contratti, allora ci troviamo di fronte a un vero e proprio boomerang.Invece di vantarsi del numero di stage attivati, politici e amministratori dovrebbero sforzarsi di lavorare sulla qualità di questi stage e sopratutto sugli sbocchi lavorativi che essi sono e saranno in grado di assicurare. Meglio insomma meno stage, ma di migliore qualità e uno sbocco lavorativo più alto. Non è una politica facile da portare avanti, ma è l'unica seria nell'interesse dei giovani.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage truffa, il "tirocinante" fa le pulizie in una villa all'Olgiata e a pagare il compenso è la Regione Lazio- La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli- Il Natale risveglia la voglia di stagisti in profumerie e saloni di bellezza. Tirocini «sospetti» anche in tabaccherie e fast food- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»

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Dalla ricerca universitaria alla consulenza aziendale in PwC: la storia di Francesca

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Francesca Pozzi, consultant in PwC, a Milano, con contratto di apprendistato.   Vivo a Seregno, in provincia di Monza Brianza, e sono nata a Como 27 anni fa. Ho frequentato Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, facoltà [oggi dipartimento, ndr] scelta sulla base delle mie attitudini personali e delle mie aspirazioni lavorative. Durante gli anni del liceo e dell'università ho lavorato come cameriera in un bar e ho fatto altri lavoretti occasionali come hostess ad eventi e come commessa, il che mi permetteva di sostenere almeno parzialmente le spese universitarie e di finanziare i miei hobby. Dopo la laurea specialistica, a dicembre 2009, il professore che mi ha seguito per la tesi mi ha proposto di collaborare con il dipartimento di Ingegneria con un assegno di ricerca. L'offerta era interessante - l'assegno ammontava a 1.500 euro al mese - e la qualità del gruppo di ricerca alto, di profilo internazionale, quindi ho accettato volentieri. In sostanza ho proseguito e ampliato il mio lavoro di tesi, che rientrava all'interno di un progetto europeo per l'applicazione dei principi del lean manufacturing ["produzione snella": politica industriale finalizzata a minimizzare gli sprechi, ndr] nello sviluppo di nuovi prodotti.   Dopo un anno al dipartimento ho deciso di intraprendere la via della consulenza, che da sempre mi attirava. Ho partecipato alla settimana della consulenza organizzata dal Career Service del Politecnico, ho inserito il cv nel sistema di job placement e dopo qualche giorno sono stata contattata da PwC Advisory per un colloquio. L'iter di selezione è avvenuto in due step: un primo incontro conoscitivo e motivazionale con un director e un secondo incontro tecnico con il senior manager, che sarebbe poi diventato il mio tutor. Onestamente, vista l'esperienza maturata al Politecnico, mi aspettavo di ricevere subito un'offerta di lavoro - invece mi è stato proposto uno stage: sei mesi a 800 euro lordi al mese, più buoni pasto e rimborso spese per eventuali trasferte, e la prospettiva di una successiva assunzione. Alla fine ho accettato: le condizioni di stage offerte da PwC effettivamente sono ottime rispetto alla media. Durante lo stage mi è stato affidata la preparazione di documenti per un progetto in collaborazione con l'ufficio Affari legali e fiscali e ho supportato una collega su un progetto di piano di sviluppo. Svolgevo quindi attività di ricerca, preparavo il materiale e le presentazioni per le riunioni con il cliente, partecipavo a colloqui e interviste. Mi sono sentita coinvolta e ben accolta da subito, e anche il rapporto con il tutor è stato immediatamente collaborativo. Al termine dei sei mesi di stage, come anticipato durante le selezioni, mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una retribuzione annua lorda di circa 22mila euro, più rimborso spese trasferte e buoni pasto, che ho firmato ad agosto 2011. Da quando ho iniziato a percepire un vero stipendio non nascondo che mi sarebbe piaciuto prendere casa a Milano, ma gli affitti sono troppo alti; quindi al momento vivo ancora a casa con la mia famiglia, ma sto meditando di prendere casa da sola, rimanendo comunque in provincia di Monza. Nel mio futuro lavorativo spero ci sia la possibilità di offrire consulenza alle aziende del settore design e arredamento, per il quale nutro da sempre particolare interesse, ma ad oggi sento di dover imparare ancora molte cose prima di essere una brava manager. Anche fare un'esperienza lavorativa è un obiettivo nella mia whish list lavorativa. Anzi, è proprio uno dei motivi per cui ho scelto PwC: trattandosi di una società affermata anche in ambito internazionale, spero di riuscire a sfruttare qualche buona occasione di lavoro fuori dall'Italia. Ho diversi amici e compagni di università che sono andati all'estero: guadagnano di più e hanno un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. Testo raccolto da Annalisa Di PaloLeggi qui tutte le altre testimonianze degli Stagisti col BollinoScopri a questo link quali sono le aziende che hanno aderito al Bollino OK Stage, sottoscrivendo la Carta dei diritti dello StagistaVai alla sezione Annunci per vedere se qualcuna di queste aziende sta cercando uno stagista!

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Due o tre cose che la commissaria Thyssen dovrebbe sapere sulla Garanzia Giovani in Italia

Vista la situazione disastrosa dell'occupazione giovanile in tutta Europa, la Commissione europea vuole destinare un altro miliardo di euro alla Youth Guarantee. Questo è il succo di una lettera aperta che la belga Marianne Thyssen, commissaria europea per l'occupazione, ha inviato al Corriere della Sera nei giorni scorsi. L'articolo, apparso nella pagina Analisi e commenti di sabato con il titolo «I fondi per i giovani poco utilizzati», denuncia un fortissimo ritardo nell'implementazione della Garanzia Giovani, che «ha una dotazione totale di 6,4 miliardi di euro destinati a fornire un sostegno ai soggetti più svantaggiati: i giovani disoccupati che non rientrano in nessun ciclo di istruzione, tirocinio o formazione» ricorda la Thyssen, tracciando quella che - nel migliore dei mondi possibili - dovrebbe essere la funzionalità della GG nella vita quotidiana dei giovani europei senza lavoro: «Nella pratica, rivolgendosi al servizio pubblico per l'impiego, un giovane disoccupato dovrebbe beneficiare quasi immediatamente di misure finalizzate all'occupazione, alla formazione o all'accompagnamento professionale». Facile a dirsi, più difficile del previsto a farsi: «Purtroppo devo constatare che, a quasi due anni dal lancio dell'iniziativa, i risultati raggiunti sono al di sotto delle aspettative» scrive nero su bianco la commissaria Ue, dando una sua spiegazione allo stallo: «Gli Stati membri hanno avuto difficoltà a reperire i finanziamenti per attuare le attività e le misure previste. I governi devono infatti prefinanziare i progetti con il bilancio nazionale prima di essere rimborsati dai fondi dell'Ue» spiega la Thyssen «e questo è stato difficile proprio per i Paesi con i livelli più alti di disoccupazione giovanile, che sono al tempo stesso quelli soggetti ai maggiori vincoli di bilancio». Risultato? «Dopo due anni i fondi non sono ancora arrivati ai giovani, oppure sono arrivati in misura insufficiente». Individuando dunque la commissaria Thyssen nella gestione contabile delle risorse il problema principale che determina la paralisi di Garanzia Giovani, l'annuncio al Corriere è quello di una iniezione di ulteriore denaro: «La mia principale proposta legislativa riguarderà un aumento di un miliardo del prefinanziamento delle operazioni a favore dell'occupazione giovanile. Così gli Stati membri avranno i finanziamenti necessari per lanciare subito le misure utili a creare posti di lavoro, tirocini e programmi d'istruzione e formazione». Un miliardo che potrebbe essere sbloccato subito: «Se il Consiglio e il Parlamento sosterranno questa misura l'importo sarà disponibile in tempi molto brevi».Un miliardo di euro in più, dunque. Ma è questo che serve davvero? Egregia commissaria Thyssen, almeno per quanto riguarda l'Italia il problema principale non sembra essere quello dei fondi, l'impossibilità da parte dello Stato di anticipare le spese e poi chiedere il rimborso all'Ue. Di denari, in definitiva, ve ne sono già molti sul piatto. I problemi veri sono altri due, ben diversi e ben definiti, che purtroppo non si risolvono con soldi in più.Il primo e più grave problema in Italia è che i servizi per l'impiego non funzionano. Non funzionavano già prima di Garanzia Giovani, e non funzionano a maggior ragione oggi, anche perché il surplus di lavoro dato dalla GG non è stato compensato da un aumento del personale, magari con competenze specifiche nel campo del matching domanda-offerta di lavoro. I nostri centri per l'impiego restano, per la maggior parte, inefficienti. Ogni giovane che si iscrive alla GG si trova a dover attendere tempi lunghissimi non solo per la prima chiamata, ma anche per quelle successive. Il sistema è inaccettabilmente lento e quella sua frase sacrosanta, commissaria - «Nella pratica, rivolgendosi al servizio pubblico per l'impiego, un giovane disoccupato dovrebbe beneficiare quasi immediatamente di misure» - diventa quasi una beffa alle orecchie di chi sta aspettando ormai da quattro o cinque mesi, senza aver ancora ricevuto nessuna proposta concreta.Dunque bene un miliardo in più da parte dell'Ue per far finalmente decollare la Garanzia Giovani, ma solo stando bene attenti a che la parte di quei soldi destinata all'Italia sia destinata sopratutto a un miglioramento dei servizi per l'impiego, auspicabilmente con l'assunzione - anche solo temporanea - di addetti capaci di sveltire i processi e fornire ai giovani che richiedono la GG un servizio immediato, efficiente e incisivo, e con l'introduzione di nuovi strumenti di lavoro che facilitino da parte di questi addetti il contatto con le aziende del territorio, per individuare le posizioni vacanti e realizzare quel famoso matching finora solo sulla carta. Solo con un vincolo di questo tipo si potrà sperare che in Italia il meccanismo della GG finalmente cominci a funzionare speditamente.Il secondo problema in Italia è che le aziende non ne vogliono sapere della Garanzia Giovani. Le sembrerà impossibile, commissaria Thyssen, ma malgrado tutti gli incentivi economici promessi, le imprese private italiane sono immensamente restie ad entrare in collaborazione con GG, aprendo opportunità di stage e di lavoro per i disoccupati under 30 italiani. Lo sono un po' perché non la conoscono, essendo stati finora poco efficaci le campagne di comunicazione su questa iniziativa a loro dedicate, ma lo sono sopratutto perché i meccanismi burocratici previsti per accedere al sistema e ricevere gli incentivi sono talmente lunghi e farraginosi che alla fine la maggior parte delle aziende rinuncia in partenza. Certo, qui ha il suo peso anche la crisi economica, che in Italia come e più che nel resto d'Europa ha ridotto moltissimo il numero di opportunità lavorative - specialmente quelle destinate ai profili più giovani. Ma un minimo di mercato del lavoro c'è ancora, ovviamente, anche in Italia: ogni giorno le aziende pubblicano annunci ricercando stagisti e lavoratori, ogni giorno selezionano cv e fanno colloqui. Ogni giorno vengono attivati stage e contratti: ma le aziende non si fidano a farlo attraverso la Garanzia Giovani. Preferiscono perdere il vantaggio del bonus economico piuttosto che infilarsi nell'intricatissimo sistema ideato per farle partecipare alla GG.Le basti sapere, commissaria Thyssen, che solo per quanto riguarda le indennità economiche agli stagisti di Garanzia Giovani l'Inps - l'Istituto nazionale della previdenza sociale italiano - ha diramato a fine ottobre un "messaggio" di 10 pagine - 10 pagine! - con le istruzioni procedurali e contabili. Scorrendolo cadono le braccia: un complessissimo gioco di rimandi, carte che rimpallano tra stato centrale e Regioni, soldi che devono essere periodicamente anticipati, come "provvista finanziaria", e che poi verranno restituiti, indennità che vengono erogate solo dopo la ricezione di un elenco fitto di dati sui tirocinanti beneficiari, di nuovo con rimpallo tra ministero e Regioni e con prevedibilissimo rischio di accumulare ritardi (tanto che nella circolare si legge testualmente che l'Inps «non assume alcuna responsabilità nei confronti dei beneficiari per eventuali ritardi nei pagamenti dell’indennità di tirocinio derivanti da accreditamenti tardivi della provvista finanziaria ovvero da ritardi nella trasmissione dell’elenco dei tirocinanti beneficiari e dei relativi dati»).Tutto questo - la burocrazia, le lungaggini - comprensibilmente scoraggia le aziende, che dunque quantomeno in Italia stanno riservando alla Garanzia Giovani un'accoglienza molto fredda, e restano defilate privando i giovani di quelle opportunità cui loro anelano e che dovrebbero rappresentare il fine principale della GG. Dall'altra parte, di conseguenza, anche tra i giovani cresce lo scetticismo nei confronti di questa iniziativa. Come Repubblica degli Stagisti stiamo realizzando da alcuni mesi un monitoraggio informale dell'attuazione della Garanzia Giovani, in collaborazione con l'associazione Adapt. Abbiamo già raccolto quasi 2mila voci e ci sentiamo di dirle, commissario Thyssen, che il sentimento più diffuso dei giovani italiani che si sono iscritti alla GG è proprio quello della sfiducia e della disillusione, nonché della esasperazione per i tempi lunghi e per le scarse opportunità prospettate.Bisogna certamente invertire la rotta e mettere il turbo alla Garanzia Giovani, affinché non resti solamente un bellissimo progetto sulla carta, miseramente fallito nella pratica. Aggiungere un miliardo di euro ai 6 e mezzo già stanziati potrà servire solo a patto di vincolarne l'utilizzo al miglioramento sostanziale della gestione pratica, sopratutto - almeno per quanto riguarda l'Italia - rispetto all'efficienza dei centri per l'impiego e della facilità di adesione da parte delle aziende.

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