La fuga dei cervelli fotografata dall’Istat: i giovani più qualificati partono in cerca di lavori più pagati

Si è parlato spesso, negli ultimi anni, della fuga dei cervelli: la corsa di giovani laureati con master e dottorati verso paesi stranieri alla ricerca di un lavoro dignitoso e di maggiori possibilità nel futuro. Adesso è l’Istat a fotografare questa particolare categoria e a includerla nella 23esima edizione del Rapporto annuale, presentata la scorsa settimana a Roma.  In realtà i risultati non sono ancora definitivi: i ricercatori infatti non sono l'unica categoria a scappare all'estero per lavorare e l’Istat anticipa alla Repubblica degli Stagisti che sta lavorando sui dati riguardanti anche i laureati, dunque su una fetta molto più grande di giovani. I numeri al momento disponibili sui dottori di ricerca possono quindi essere considerati come un “assaggio” rispetto al monitoraggio completo che sarà pubblicato prossimamente.Dal rapporto esce un quadro complesso del nostro paese: studiare, specializzarsi, approfondire può aiutare a trovare un lavoro. A meno che non si sia donne, perché in quel caso le difficoltà sono maggiori e i compensi diminuiscono. O non si appartenga, appunto, alla categoria dei ricercatori. Perché allora non c’è genere che tenga e la scelta è quasi obbligata: «fuggire» con il carico di conoscenza appresa in Italia per realizzarsi all’estero.«Mobilità intellettuale»: questo il nome che l’istituto statistico dà al fenomeno. Rispetto alla precedente indagine, relativa ai dottori di ricerca del 2004 e del 2006, il dato è cresciuto di quasi sei punti arrivando al 12,9% di quanti oggi vivono all’estero. La scelta di partire viene fatta principalmente dagli uomini; analizzando i dati si vede come i più a rischio emigrazione siano i dottori di ricerca nelle scienze fisiche, visto che quasi un terzo abbandona l’Italia per continuare il suo lavoro. Poi i dottori di ricerca in scienze matematiche e informatiche e quelli in scienze chimiche o economiche e statistiche. Tra i più lontani a fare questa scelta sono i dottori di ricerca in scienze giuridiche: solo il 7,5% è emigrato per continuare il proprio lavoro. Forse perché gli ordinamenti giuridici sono diversi, e cambiando Paese si perderebbe anche gran parte delle proprie competenze.«Uno dei maggiori freni alla crescita del sistema paese è la difficoltà a valorizzare il capitale umano specifico delle nuove generazioni» commenta Alessandro Rosina, professore di demografia e statistica sociale all’università Cattolica di Milano, direttore del Center for applied statistics in business and economics e responsabile del Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo: «La propensione a lasciare il Paese, sia per fare esperienze che per carenza di opportunità, cresce all’aumentare del livello di istruzione. Non solo quindi in Italia abbiamo meno giovani rispetto al resto d’Europa e tra questi abbiamo meno laureati, ma una volta laureati e dottorati c’è il rischio maggiore di vederli partire per altri paesi. Quello che preoccupa di questi numeri» spiega Rosina alla Repubblica degli Stagisti «è che al flusso di uscita di giovani talenti non ne corrisponde uno equivalente in entrata. Anzi, il divario sta diventando sempre più ampio. Siamo un paese produttore di talenti da esportazione: dopo averli formati li regaliamo a paesi che anche grazie a loro diventano più competitivi del nostro». Il paese che nel campo della ricerca attrae più italiani è il Regno Unito, scelto da quasi due ricercatori italiani su dieci e tallonato da Stati Uniti e Francia. Le destinazioni comunque variano a seconda dell’area disciplinare. Se l’Inghilterra è la prima meta per l’area delle scienze chimiche, statistiche, politiche e per l’ingegneria civile e le scienze della terra, il territorio americano è invece preferito dai ricercatori in scienze mediche e biologiche, mentre il Belgio risulta primo obiettivo per agraria e veterinaria.Non ci vuole molto a capire perché i giovani ricercatori abbandonino l’Italia, ma anche in questo caso l’Istat toglie qualsiasi dubbio facendo parlare i numeri: c’è, infatti, praticamente unanimità nel far riferimento a un lavoro meglio retribuito e più qualificato. Senza contare che se chi vive in Italia trova un lavoro ad elevata specializzazione nell’85% dei casi, il dato sale di ben sei punti per quanti, invece, emigrano. Come probabilmente i prossimi dati Istat confermeranno, non sono comunque solo i ricercatori ad andarsene, ma anche molti laureati. «In continua crescita c’è anche il numero di giovani con basse qualifiche che cerca qualsiasi tipo di lavoro all’estero» conferma il professor Rosina. Perché lo facciano, lo spiegano ancora una volta i numeri del rapporto Istat che fotografa anche la situazione del lavoro giovanile, sempre preoccupante. Tra il 2008 e il 2014 c’è stata una perdita di occupati nella fascia di età fino ai 35 anni di quasi due milioni. Nello stesso periodo si sono persi quasi cinque punti percentuali anche nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni, mentre gli unici ad aver visto addirittura un aumento dell’occupazione sono stati gli ultra cinquantenni: un riflesso della riforma Fornero, e dell’inasprimento dei requisiti per accedere alla pensione.I pochi giovani che riescono a trovare un’occupazione, devono poi accontentarsi di contratti a termine o collaborazioni. In particolare le donne, specie se madri. Così non stupisce che il part time sia l’unica forma di lavoro che non subisce frenate e nell’anno passato ha riguardato, secondo l’Istat, quattro milioni di occupati: la maggioranza ha dovuto accettare questa tipologia di contratto, non sceglierlo, trasformando dunque una opportunità di work-life balance in un "part-time involontario".Il quadro generale europeo, però, sembra positivo sul fronte occupazionale: secondo l’Istat nel 2014 si è registrata una ripresa pari allo 0,8%, - crescita che in Italia si è fermata solo allo 0,2%. Per recuperare la distanza dovremmo avere un incremento di tre milioni e mezzo di occupati, numeri che al momento sembrano difficili da realizzare. Se però la riduzione del tasso di occupazione ha interessato nel nostro Paese trasversalmente tutti i titoli di studio, bisogna aggiungere che il calo è stato più contenuto per i laureati, dove gli occupati dal 2008 al 2014 scendono di tre punti. Mentre tra i diplomati il dato è praticamente raddoppiato. Quello che i numeri dell’istituto statistico sembrano suggerire è che un titolo di studio avanzato potrebbe fare la differenza. «Soprattutto se ottenuto in una buona università, nei tempi giusti e con una media alta, produce sempre un vantaggio rilevante nel mercato del lavoro anche in un periodo difficile come questo» commenta Rosina. «Il vantaggio, inoltre, soprattutto in Italia, cresce nel tempo. Se quindi è vero che i tassi di occupazione dei laureati prima dei trent'anni non sono molto più alti rispetto ai diplomati, tendono poi a migliorare successivamente. È la combinazione giovane e laureato che noi non riusciamo a valorizzare adeguatamente e questo è ancora più vero al Sud e per le donne. Questo paese continua a presentare squilibri generazionali, di genere, geografici che non solo frenano la crescita ma alimentano persistenti diseguaglianze».In effetti i numeri Istat mostrano come il titolo di studio avanzato non incida particolarmente se si appartiene al genere femminile. Le donne con una laurea sono pagate in media fino al 29% in più di quelle solo con il diploma, nel centro Italia, ma ben staccate dagli uomini dove lo stesso titolo di studio fa quasi raddoppiare la retribuzione. Una differenza di genere che a parità di qualifica è più contenuta al Sud, ma che mette in evidenza come nel 2015 il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere posizioni di vertice, con relativi stipendi, sia ancora lì.«C’è una maggiore attenzione oggi verso le politiche di genere e l’occupazione giovanile, ma non sono ancora considerate una priorità» osserva Rosina «Vengono fatte ai margini, senza quindi essere in grado di mettere davvero donne e nuove generazioni al centro dei processi decisionali, di crescita e cambiamento profondo del paese». Che non può certo dirsi fermo, come in passato, ma che, secondo il professore «è ancora sotto la velocità di decollo».I dati Istat da soli non possono certo certificare che l’Italia con il suo +0,2% sul fronte occupazionale stia uscendo dalla crisi. «Servono altre conferme. Ci sono però condizioni positive sia internazionali che interne e anche il clima sembra virare verso l’uscita dalla cattiva stagione», conclude Rosina. «In particolare è in crescita la fiducia di famiglie e imprese. E il dato più rilevante, per ora, è la forte voglia generale di uscire dallo stato di depressione sociale ed economica. Questi segnali positivi incoraggiano a muoversi per rendere la crescita ancora più solida e reale». Marianna Lepore

Cambio Paese, la web serie per raccontare gli italiani con valigia

Daniele "c'ha fretta". Londra corre. Lui con lei. Da un appuntamento di lavoro a un aperitivo con gli amici. Un saluto e via. Verso un altro cliente o verso un altro drink. Dove parlerà comunque … di lavoro. Frenesia. La underground detta il ritmo di una metropoli dove, per cogliere l'opportunità, non bisogna fermarsi mai. Daniele l’ha trovata. Lavora in radio. E' un expat, un Italian con valigia. Uno dei tanti. Solo nel 2013 sono fuggiti all'estero 94.126  italiani (con un incremento del 19,2% rispetto al 2012 e del 55% rispetto al 2011). Di questi, quasi 13 mila hanno preso un volo per la Gran Bretagna, dicono le statistiche dell'Aire, l'anagrafe italiana dei residenti all'estero, contenute nell’ultimo rapporto sugli italiani nel mondo della Fondazione Migrantes. La storia di Daniele è una delle prime di Cambio Paese, web serie per raccontare in pochi minuti le difficoltà e la voglia di farcela dei molti giovani disoccupati o precari che hanno messo un sogno in valigia e se ne sono andati. L'idea è di Giovanni De Paola, foggiano, 35 anni, giornalista freelance e social media expert a Bruxelles, dove è approdato dopo un master in Diritto dell’Unione europea e studi in diritto internazionale a Bologna. Nella capitale d’Europa ha coinvolto altri giovani esperti di audiovideo. «Vogliamo raccontare le storie dei giovani italiani andati all'estero per lavorare, insieme alle difficoltà di inserimento dei giovani italiani nel mondo del lavoro», spiega alla Repubblica degli Stagisti. Il progetto ha messo insieme le energie di alcuni videomaker professionisti ma pur sempre volontari. E cerca ora i mezzi per camminare con le proprie gambe, attraverso una raccolta fondi (qui la pagina dedicata)   lanciata sulla pagina web ufficiale, su Facebook e Twitter. «Cambio Paese è un progetto no profit e l’obiettivo non è guadagnare, ma raccontare delle storie che chiedono di non essere ignorate», spiega De Paola. «Vivendo a Bruxelles e viaggiando per lavoro nelle principali capitali europee ho intercettato l'esigenza di tanti giovani  - e non - lavoratori italiani che si muovono con disinvoltura in Europa come qualche anno fa si viaggiava per cercare lavoro nella nostra Penisola. Senza arrivare troppo lontano agli italiani che migravano in America, Germania, Belgio, Svizzera. Le loro storie di "cercatori" di lavoro all'estero che provano a realizzarsi all'estero meritano di essere raccontate. E poi Cambio Paese porta già fortuna, infatti Daniele, dopo che l'abbiamo incontrato a Londra, è stato promosso in radio» (nella foto a sinstra, un frame del video). La voglia di cambiare Paese e occupazione è una sensazione a cui le statistiche danno di continuo una dimensione concreta. Il Kelly Workforce Global Index 2014, ricerca che fotografa le opinioni dei lavoratori sul tipo e luogo di lavoro, è solo una delle ultime in ordine di tempo. In 231 mila hanno risposto all'indagine, da 31 Paesi del mondo e, tra questi, 4mila italiani. Risultato: l'81% di loro sarebbe pronto a trasferirsi per un lavoro migliore, che corrisponda a desideri, aspettative e competenze. Un dato più alto della media complessiva, che comunque si attesta al 71%. «Una volta si parlava di cervelli in fuga. Persone di talento o alta specializzazione professionale. Ora a partire sono anche lavoratori che cercano un lavoro a condizioni oneste che gli permetta di realizzarsi professionalmente», riflette De Paola. Secondo il Kelly Index, infatti, tra gli italiani con la valigia pronta o quasi, il 49% preferirebbe lavorare in un Paese europeo, mentre la molla che spinge a partire non fa differenze di bandiera: conta la voglia di sviluppare nuove competenze e di svolgere un lavoro socialmente più consapevole, molto più che quella di avanzare di carriera. Anzi: secondo la ricerca, per il 58% degli italiani intervistati la possibilità di migliorarsi vale anche più di un aumento di stipendio. E le “condizioni oneste” di lavoro sono le grandi assenti nei primi video di Cambio Paese. Si ride, ma di un riso amaro, negli sketch che raccontano cliché ancora duri a scrostarsi: «Abbiamo iniziato a produrre video ironici di colloqui di lavoro in Italia, al limite tra fiction e realtà, utilizzando lo stile del 'castigat ridendo mores», spiega il giornalista. Ci sono il figlio di papà e la candidata a dir poco avvenente che ti passano davanti nel colloquio, pur non essendo all'altezza. E, sì, c'è anche la proposta dell'ennesimo stage non retribuito ma che promette una grande esperienza professionale e tanti contatti.  Ora la web serie vuole fare un passo in più, dando un volto a quei trolley che passano da un check-in all'altro, con l'idea di far scoprire le storie, dietro ai numeri: «Vogliamo trasformare gli intervistati in attori che raccontano, recitando se stessi, quello che vedono e vivono all’estero», dice de Paola. Dopo la storia di Daniele raccolta a Londra, la prossima tappa sarà Monaco di Baviera. Il crowdfunding dovrebbe permettere di toccare altre città, non solo europee: «Londra e Monaco sono state autofinanziate. Ma speriamo di arrivare a Berlino, Madrid, Parigi, Dublino e New York. Finora abbiamo raccolto 545 euro e speriamo di arrivare a 3000», precisa Giovanni. Quel che basta per coprire le spese di voli low cost e alloggi altrettanto low, come Airbnb. Per le scene di interni girate a Bruxelles, e il montaggio, ad aiutare De Paola c’è Francesco Cardarelli, cameraman e producer professionista romano: «Se qualcuno mi chiede soldi per un progetto penso sempre che 'me sta a fregà'", spiega il cameraman. "Ma è una distorsione dovuta al malcostume a cui c'ha abituato il nostro paese, alla mentalità italiana. Questo è un progetto per parlare di noi, di voi: nessuno si arricchisce, ma ci si può divertire: 'Datece na mano', basta poco, e salite a bordo che tanto già stiamo tutti sulla stessa barca». Maura Bertanzon

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Ricerca sempre più precaria, l'allarme della Cgil: «A rischio la tenuta del sistema accademico»

«L'università sta diventando la più grande fabbrica di precarietà». A denunciarlo è Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, sigla sindacale di rappresentanza dei lavoratori della conoscenza. Con la Repubblica degli Stagisti, Pantaleo commenta i risultati di 'Ricercarsi', indagine appena pubblicata sui percorsi di vita dei ricercatori italiani, per lo più impantanati in una precarietà che li ingabbia a vita. Perché è difficilissimo uscirne. «Con la legge 240 del 2010 approvata dalla Gelmini si era creduto che con il superamento della figura del ricercatore a tempo indeterminato, il vuoto lasciato sarebbe stato colmato dai professori associati». Invece il risultato è stato ben lontano dalle previsioni, portando a un fortissimo impoverimento del personale universitario. Lo testimoniano i dati più recenti: nel 2014 a una fuoriuscita di circa 2324 unità, si sono sostituiti solo 141 contratti di ricercatori a tempo indeterminato di tipo B, quelli cioè che si tramuteranno in un contratto da professore. Nel frattempo a crescere – in maniera «esponenziale» sottolinea lo studio – sono state invece le figure più precarie, tanto che i soli assegnisti sono passati dai 6mila del 2004 ai 14mila del 2014. E la fuoriuscita dal sistema accademico di quelle che possono definirsi le frange della ricerca precarie per eccellenza – dottorandi, assegnisti e borsisti – ha toccato quota 93%. La quasi totalità, di fronte a un 6,7% di assunzioni. Il quadro è «quello di una università che negli ultimi dieci anni ha sostituito stabilmente personale strutturato della docenza e della ricerca con precari» si legge nello studio. L'approdo è stato verso «un'università sottodimensionata», destinata in sostanza a perdere alcune delle sue roccaforti, magari «gli atenei più deboli» ipotizza Pantaleo. Senza contare che l'assenza di professori fa sì che «ormai la funzione didattica sia assegnata ai ricercatori stessi». Il problema inizia a farsi sentire proprio a un passo dalla scadenza di «quei contratti da assegnisti di ricerca la cui durata non può superare i quattro anni». E che si esauriranno con l'anno che viene, essendo partiti nel 2010. «Per questi giovani e ormai non più giovani studiosi scarseggiano i posti da ricercatore, sia precario che stabile, e si profila un'espulsione dal mondo universitario» ribadisce l'indagine. Non solo. Lo stesso accadrà l'anno successivo anche per «i contratti da ricercatore a tempo determinato di tipo A per cui arriveranno a scadenza i cinque anni, previsti sempre dalla legge 240/10, senza che ci siano reali possibilità di ingresso stabile nell'università». La colpa non è però da attribuire ai soli governi del passato. Anche questa legge di stabilità ci mette del suo. Tutto grazie al comma 29 dell'articolo 28, che – a detta del sindacato – «favorisce la proliferazione di contratti precari». «Per poter reclutare un'università ha bisogno di 'punti organico'» spiega Pantaleo «che sono determinati in base a una serie di parametri: per esempio deve essere mantenuto un rapporto tra spesa e personale». Di conseguenza, è chiaro che se «un ordinario vale un punto organico, un associato 0,7 e un ricercatore di tipo A 0,5» come fa sapere il report, la convenienza è tutta per le tipologie più precarie, quelle a cui è associato un minor punteggio. Il rischio sarebbe ancora più alto nel caso venisse approvata la norma che punta a eliminare «il vincolo di attivazione di un ricercatore a tempo determinato di tipo B, l'unico con prospettiva di stabilizzazione, a fronte dell’assunzione di un nuovo ordinario». La filosofia di fondo sarebbe quella di «creare un sistema di premialità» aggiunge Pantaleo «ma è impossibile se non vengono stanziate risorse in più, e anzi talvolta si applicano persino dei tagli». Uno scenario dunque sempre più nero per i ricercatori, tanto che il 60% dei dottorandi intervistati – quelli ancora ai primi passi della carriera accademica – dichiarano nel sondaggio di considerare la possibilità dell'espatrio come molto probabile. La proposta della Fcl Cgil per instaurare un modello di ricerca sostenibile è duplice. Per il breve periodo «superare il limite temporale dei quattro anni per gli assegni di ricerca e dei cinque per i ricercatori a tempo determinato di tipo A fino alla definizione di un nuovo meccanismo di reclutamento» scrivono gli autori di 'Ricercarsi'. Un provvedimento insomma che metta a salvo l'università per qualche anno. In prospettiva si dovrebbe poi «avviare un profondo ripensamento del sistema di reclutamento». E dunque cancellare «le figure a cavallo tra il dottorato di ricerca/specializzazione e l’accesso al ruolo della docenza». Una posizione analoga a quella dell'associazione dei dottori di ricerca Adi, che chiede infatti di abolire il contratto di assegno di ricerca e la sostituzione di tutte le figure intermedie con una unica che avvicini poco a poco alla docenza, corredata dalla clausola della tenure track – il collegamento con la cattedra in sostanza. O ci sarà un grande piano di assunzioni stabili che «inverta questa tendenza distruttiva» sottolineano dalla Fcl Cgil, o a essere in dubbio sarà «la tenuta del sistema universitario». Ilaria Mariotti 

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Università, la proposta dei ricercatori Adi: «Abolite gli assegni di ricerca»

Professori praticamente mai: le speranze di arrivare al traguardo, per i "giovani" - le virgolette sono d'obbligo, visto che si parla anche di quarantenni - che lavorano all'interno delle università e in particolare per chi è assegnista di ricerca, sono minime. Molto difficile è infatti passare dal primo step della vita del ricercatore, quello dell'incarico di indagare su un tema di interesse scientifico, alle fasi successive dei contratti a tempo determinato a due livelli, a o b (l'indeterminato è stato abolito dalla riforma Gelmini). Secondo i calcoli dell'Adi, associazione dottorandi di ricerca, ci riesce appena un risicato 3% di quei 15mila assegnisti recensiti nel 2013 in tutto il paese. Se si conta che in questo momento i titolari di contratti di ricerca in scadenza non superano le 2mila unità («forse 2500» ipotizza Antonio Bonatesta, segretario Adi), si fa presto a capire che il numero è destinato a contrarsi ulteriormente. Ed è probabile, lo lasciano intuire le dichiarazioni di Bonatesta raccolte dalla Repubblica degli Stagisti, che con il tempo la figura del ricercatore si indebolisca sempre più, con conseguente chiusura di atenei e corsi di laurea: «È questo l'obiettivo politico». Il problema del settore non è tanto - o solo - la retribuzione da fame: dietro la fuga all'estero dei migliori cervelli italiani c'è soprattutto l'assenza di concrete prospettive di carriera. «Esiste una specie di cursus honorum che noi chiamiamo via crucis» scherza il segretario, composto sostanzialmente da quattro passaggi: dopo il dottorato, con o senza borsa di studio (con cifre intorno ai mille euro mensili per i più fortunati), nella migliore delle ipotesi ci si aggiudica un assegno di ricerca, con importi tendenzialmente sempre al di sotto dei 1500 euro mensili. L'assegno è annuale e rinnovabile per quattro anni. In mezzo, una giungla di figure ancora più precarie, che non valgono neppure per arricchire il curriculum: quelle di chi fa ricerca a titolo gratuito per una cattedra («ci siamo passati tutti per sei mesi o un anno»), o dei borsisti e collaboratori, ovvero quelli che - forti di un piccolo contratto post laurea di qualche mese - «collaborano a programmi di ricerca». Un insieme folto, perché nel 2013 erano circa un terzo del personale non strutturato impegnato in attività di ricerca: 8mila collaboratori e 500 borsisti su circa 24mila, secondo il rapporto Anvur 2014. E sopratutto un insieme segnato dall'inizio dalla mancanza di sbocchi: questi ricercatori in erba sono fuori dal sistema, non sono parte di quel 'cursus honorum', ma solo «un esercito di riserva di precari completamente flessibile e sostituibile», come riassume il rappresentante Adi. Oggi dunque già ottenere un assegno di ricerca rappresenta un passaggio importante - sempre che poi non si venga espulsi dal sistema, come accade per la quasi totalità degli assegnisti («il 97%» ribadisce Bonatesta). Alla conclusione del periodo di assegno potrebbe infatti capitare la fortuna di firmare un contratto a tempo determinato, prima il cosiddetto RTDa e poi - se va bene - l'RTDb. Senza garanzie, però. Nella maggior parte dei casi invece l'ex assegnista si ritrova fuori dal mondo accademico, a dover ricominciare «occupandosi di tutt'altro», spesso buttando via gli anni passati sui libri. Una situazione che colpisce non giovani freschi di laurea, ma «persone intorno ai quarant'anni e anche oltre». Per chi intraprende la carriera accademica la gavetta «dura almeno dodici anni: tra dottorato, assegno di ricerca e contratti a tempo determinato a loro volta rinnovabili di tre anni». L'identikit del «giovane ricercatore precario» è quello di uno studioso che ha «dai 30 ai 45 anni», e per cui il percorso verso una cattedra che non arriva quasi mai può oltretutto interrompersi in qualunque momento. Il turnover è peraltro praticamente bloccato: «È al 50%, se vanno in pensione dieci professori, ne entrano in cambio cinque». Dulcis in fundo, non è escluso che, dopo l'abilitazione professionale e il concorso, si resti nel perenne limbo dell'attesa che un'università apra il reclutamento. Eppure, in un quadro così degradante, a detta dell'Adi una soluzione ci sarebbe: superare la figura dell'assegnista di ricerca, semplificando tutte le figure intermedie compresi borsisti e collaboratori e introducendo al loro posto un contratto da «professore junior che contenga in sé la clausola tenure track», al momento già parte dell'infatti ambitissimo RTDb. Un modello statunitense: al ricercatore si dà la certezza di un futura assunzione come professore, ma alla condizione che il suo iter sia considerato qualificato e si guadagni un feedback positivo dalla comunità scientifica. Insomma una clausola di meritocrazia. Che potrebbe funzionare anche da antidoto al familismo, come chiarisce un dottorando alla Luiss: «Non è possibile, realisticamente, eliminare la cooptazione dal sistema di reclutamento delle università: è normale che un professore coinvolga nel suo progetto persone che conosce e stima». Ciò che serve è «il criterio del merito nella selezione, di cui devono essere responsabili soggetti terzi, magari le aziende». Il governo, con la legge di Stabilità, sta invece imboccando un'altra direzione. «Quello che viene presentato come un provvedimento per la ripresa del reclutamento dei giovani ricercatori è in realtà creazione di nuovo precariato, pagato con nuove rinunce sul versante delle garanzie di stabilizzazione» si legge nel comunicato Adi lanciato nel giorno di protesta a suon di flashmob in tutta Italia e rimbalzato sui social con l'hashtag #finoaquando?Il decreto punta al recupero dell'organico dei ricercatori a tempo determinato di tipo 'a' cessati nell'anno precedente. «Una soluzione fittizia» è la critica dell'Adi, «perché i primi contingenti di RTDa termineranno il loro percorso solo nel 2016-17, l'effetto sarà differito» e riferito solo a quelle «tre regioni che nel 2013 detenevano da sole il 50% dei posti a bando, a fronte di moltissime altre che non hanno potuto farlo». Ma soprattutto aumenterà il precariato investendo sulla tipologia contrattuale meno garantita. Il contesto descritto non deve però spostare l'attenzione dalla questione centrale, che restano le risorse. Altrimenti ci ritroviamo «a fare riforme con le briciole» sintetizza Bonatesta. L'attacco dell'Adi è in particolare allo stanziamento da 150 milioni per la quota premiale (salito dal 13 al 18%), regalo per gli atenei migliori con cui si promuovono «meccanismi di finanziamento profondamente discriminatori»: l'Adi denuncia anche la poca chiarezza nei criteri di selezione, accusando il governo di voler «smantellare il sistema accademico nazionale mantenendo solo pochi nuclei autoproclamatasi di eccellenza». È davvero opportuno, chiede sarcasticamente l'associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, «fondare il funzionamento di gran parte del sistema accademico sul lavoro precario, privo di aspettative e colpito tanto nei progetti di vita quanto nella libertà stessa della ricerca?». Quando invece questi stessi ricercatori, se adeguatamente tutelati, potrebbero innescare il motore della ripresa economica? Ilaria Mariotti 

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Regionali 2015, quanti e chi sono i candidati under 35 in Puglia e in Campania

Continua il viaggio della Repubblica degli Stagisti nelle sette regioni in cui il 31 maggio si voterà per eleggere il governatore e i consigli regionali, per capire quanti siano i candidati under 35 e dar loro visibilità. Dopo le prime puntate su Veneto e Liguria e su Toscana, Umbria e Marche, RdS è andata a “spulciare” le liste principali presentate anche in Puglia e in Campania.PUGLIA – Sono 19 le liste in Puglia, per sette candidati alla presidenza della Regione. Otto sono quelle che appoggiano Michele Emiliano, ex sindaco di Bari e candidato del centrosinistra (Pd, “La Puglia con Emiliano”, “Emiliano sindaco di Puglia”, “Noi a sinistra per la Puglia”, Partito comunista d’Italia, “Popolari”, “Popolari per l’Italia” e “Pensionati, invalidi e giovani insieme”). A sfidarlo, un centrodestra spaccato fra Francesco Schittulli - appoggiato dall’ex governatore Raffaele Fitto e sostenuto da tre liste: Fratelli d’Italia, “Oltre con Fitto” e “Movimento politico Schittulli-Area Popolare” – e Adriana Poli Bortone, che correrà contro il suo stesso (ex) partito (FdI, che pochi giorni fa l’ha sospesa), appoggiata da Forza Italia, Noi con Salvini, “Puglia nazionale” e Partito liberale italiano. Una sola lista sostiene gli altri quattro candidati: Riccardo Rossi (“L’Altra Puglia”), Gregorio Mariggiò (Verdi), Michele Rizzi (Alternativa comunista) e Antonella Laricchia (Movimento 5 Stelle). Come in Veneto e Liguria, anche in Puglia la candidata grillina è l’unica under 35 in corsa per la poltrona di governatore. Studentessa di Architettura a un esame dalla laurea, classe 1986, Antonella Laricchia [nella foto a sinistra] ha vinto le “Regionalie” del M5S - con 596 preferenze su 3.034 - dopo essere stata candidata l’anno scorso alle elezioni europee 2014: in quell'occasione aveva ottenuto quasi 35mila preferenze. «Il mio impegno nel Movimento 5 Stelle» racconta «è nato due anni e mezzo fa e mi ha visto attiva nelle proteste alle amministrazioni in tema di gestione dei rifiuti e tutela ambientale: un lavoro del tutto in continuità con il mio servizio di volontariato in tema di promozione turistica». Fra le priorità, se venisse eletta, indica «un reddito di cittadinanza per la formazione nei nuovi settori in grado di sbloccare opportunità di lavoro per piccoli investimenti della pubblica amministrazione (bonifiche, turismo, cultura, efficientamento energetico degli edifici, agricoltura biologica)». Ma anche «una sanità che punti sui servizi di prossimità, come le case della salute, anche per evitare di intasare gli ospedali, e sull’assistenza domiciliare». Promette poi Laricchia «un'attenzione concreta al mondo delle piccole e medie imprese, con meno tasse e burocrazia, ma anche con l’istituzione del microcredito regionale da un fondo di garanzia finanziato con i nostri stessi stipendi, esattamente come facciamo in Sicilia da più di due anni, dove abbiamo raccolto 550 mila euro e abbiamo permesso l'apertura di 23 nuove aziende». Laricchia intende puntare inoltre sul «connubio tra ricerca e agricoltura per realizzare, ad esempio, un piano olivicolo regionale al fine di aumentare la produzione agricola in quantità e qualità, fino al 25%». In tema di diritto allo studio, propone di «ridurre fino all'azzeramento la tassa universitaria regionale e favorire con gli e-book le famiglie meno abbienti, come abbiamo proposto in Parlamento». Mentre per quanto riguarda la lotta alla disoccupazione, spiega: «La politica può creare più o meno posti di lavoro a seconda dei settori in cui sceglie di investire risorse: se la pubblica amministrazione investe un miliardo di euro in grandi opere sblocca appena 600 posti di lavoro, se invece sceglie di investire lo stesso miliardo di euro in agricoltura biologica, ne sblocca 4 mila. Se punta sulle bonifiche, 13 mila, mentre sull’efficientamento energetico, ne crea 18mila. Noi investiremo nei settori a più alta potenzialità occupazionale ignorando le lusinghe della corruzione che si annida spesso nelle grandi opere».PUGLIESI UNDER 35 – Sui circa 900 candidati ai 50 scranni in consiglio regionale, il 15% circa è under 35. La lista in cui si trovano più nati dal 1980 in poi è quella del M5S (18 su 50). Fra le liste che sostengono Michele Emiliano, quelle che in proporzione hanno candidato più under 35 sono “La Puglia con Emiliano” e quella dei “Popolari per l’Italia”. Subito dopo il Pd, con 8 candidati su 50.Fra di loro c’è Paolo Foresio [nella foto a destra], classe 1980, speaker radiofonico e capogruppo Pd al Comune di Lecce. Parlando del suo impegno politico, cominciato nel 2007 quando si candidò (e fu eletto) per la prima volta in consiglio comunale, spiega: «La politica è una scelta, non una professione, legata alla necessità urgente di provare a cambiare le cose». Per questo racconta di aver scelto di candidarsi al Consiglio regionale: «Credo sia arrivato il momento di cercare di cambiare la Regione invece di cambiare regione, come fanno tanti miei coetanei. Siamo davanti a un bivio: da una parte chi fa politica per professione, dall’altra noi, la nostra schiena dritta e il nostro entusiasmo». «Credo che la nostra generazione» prosegue «sia stata maltrattata da una classe politica che ha agito nella maggior parte dei casi per salvaguardare i propri interessi. La classe politica dei privilegi, dei vitalizi e degli assegni di fine mandato». Se verrà eletto, spiega, proporrà «una modifica della legge elettorale perché impedisca a condannati e indagati di essere candidati. Sono convinto che passi da qui la strada per restituire credibilità alla politica fatta dalle persone perbene e disarmare l’antipolitica, che su queste incongruenze ha costruito le sue fortune». Ma si batterà anche «perché il vitalizio acquisito dai consiglieri uscenti venga ridotto al livello di una pensione minima, 450 euro bastano e avanzano invece di cifre a tre zeri, visto già quanto si guadagna mentre si è in carica». Fra gli altri temi per cui si spenderà, se verrà eletto, indica «la sanità, fuori la politica e dentro l’innovazione tecnologica, ma anche il turismo, migliorando e potenziando i collegamenti interni alla Puglia e, soprattutto, al Salento. E ancora la cultura, andando oltre la pizzica e provando a dar vita ad un festival internazionale di teatro nella terra che ha dato i natali a Carmelo Bene e a Eugenio Barba. E infine, l’ambiente. Una delle grandi operazioni incompiute della giunta uscente è stata quella di non aver chiuso e completato il ciclo dei rifiuti. Bisogna farlo con urgenza, come pure bonificare le discariche dove sono stati interrati rifiuti tossici nel sud del Salento». Per quanto riguarda, invece, l’occupazione giovanile, spiega: «Sarebbe opportuno creare un maggiore collegamento con le imprese del territorio, in modo da poter costruire corsi utili a creare le figure professionali richieste. Inoltre, gli attuali bandi rivolti alle Start up/Newco giovanili hanno ormai ridotto la Regione ad agire solo come un sostituto della banca, salvo che per il tasso più agevolato. Questi bandi, invece, dovrebbero prevedere una quota più consistente a fondo perduto che consenta, quindi, l’accesso agli incentivi anche a chi ha una buona idea imprenditoriale, ma non ha già un capitale iniziale da investire».Fra le liste che sostengono Poli Bortone, quella in cui in proporzione il numero di giovani è maggiore è “Puglia Nazionale” (7 su 37). Mentre fra quelle che sostengono Schittulli è la lista di Fratelli d’Italia (8 su 49).CAMPANIA – Cinque candidati presidenti, di cui nessuno under 35, e 20 liste. Sono i numeri delle prossime elezioni regionali in Campania. I due principali sfidanti sono il governatore di centrodestra uscente, Stefano Caldoro, e l’ex sindaco di Salerno Vincenzo de Luca, candidato del centrosinistra. Il primo è appoggiato da otto liste: quelle di Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia, Noi Sud e Popolari per l’Italia, a cui si aggiungono “Caldoro Presidente”, “Mai più la Terra dei fuochi con Ferrillo” e “Vittime della giustizia e del fisco”. Il secondo da nove: quelle di Pd, Italia dei Valori, Verdi, Unione di Centro, Centro democratico e Partito socialista italiano, a cui si sommano “Campania in #rete”, “Campania libera” e “De Luca Presidente”. Non sono mancate, per entrambi, le polemiche sui molti candidati definiti “impresentabili” in lista. E lo scontro è acceso. Ma per la poltrona di governatore della Campania corrono anche l'ex parlamentare Salvatore Vozza (“Sinistra al lavoro”), Valeria Ciarambino (Movimento 5 Stelle) e il giornalista Marco Esposito con la lista civica meridionalista “Mo!”.CAMPANI UNDER 35 – Dei circa 900 candidati delle liste provinciali ai 50 seggi in consiglio regionale, il 19% circa è under 35. La lista che vede più nati dal 1980 in poi è quella del Movimento 5 Stelle (18 su 49). Fra le liste che appoggiano Caldoro, quelle con il numero più alto di giovani, in proporzione, sono “Mai più la terra dei Fuochi con Ferrillo” e Fratelli d’Italia. Mentre nella lista di Forza Italia i candidati under 35 sono 7 su 50. Tra loro c’è Veronica Riefolo [nella foto a sinistra], 28 anni, giornalista e già mamma di due bimbi. Volto nuovo della politica, racconta di essere scesa in campo «per potermi impegnare direttamente per la mia comunità e la mia regione. Per anni da cronista ho seguito la politica e ne ho giudicato l’operato. Questa volta ho deciso di mettermi in gioco e di provare a vedere le cose stando dall'altra parte della barricata». A chi nota come il Gruppo Julie, dove lei lavora (è nuora dell’editore), fino a poco tempo fa non abbia risparmiato critiche a Caldoro, risponde: «Io sono da sempre culturalmente di centrodestra, mi riconosco nei valori di questo schieramento e credo che negli ultimi 5 anni in Campania sia stato fatto un lavoro importante. Ma ciò non toglie che uno possa riconoscersi in un'idea politica e criticare coloro che la rappresentano e pretendere che si faccia di meglio e di più. Io penso di portare, allora, un valore aggiunto a Forza Italia e al presidente Caldoro, un punto di vista leale, ma critico quando serve». Per quanto riguarda le sue priorità, indica «il lavoro per i giovani. La Campania è la regione più “giovane" d'Italia e purtroppo ha ancora un tasso di disoccupazione giovanile altissimo. Il problema però non è creare occupazione assistenziale, ma garantire a chi ne ha la voglia e le qualità, condizioni favorevoli per fare impresa. Inoltre desidero occuparmi di politiche per il turismo. Credo che per la Campania sia uno dei settori strategici, in cui, più che di costruire alberghi o case-vacanza, ci sia bisogno di intelligenti politiche di marketing e di promozione del territorio. Dobbiamo puntare su di un turismo di qualità, internazionale, fortemente concentrato anche sull'offerta culturale e di servizi da affiancare alle nostre meraviglie storico-artistiche e paesaggistiche. Uno sforzo in questa direzione, con incentivi e sgravi fiscali, può essere un'occasione innanzitutto per giovani». Per incentivare l’occupazione, nota però Riefolo, «ci deve essere un contesto favorevole. Per questo dobbiamo lavorare affinché Napoli e la Campania tornino al centro dell'agenda politica nazionale. È in atto, da circa vent'anni, un processo di desertificazione industriale nel territorio della provincia di Napoli. Se le principali industrie pesanti, Whirlpool o Finmeccanica, delocalizzano al nord, che occupazione possiamo sperare di offrire ai nostri ragazzi? Se i grandi investimenti strategici – come Expo o il Mose -  interessano soprattutto le regioni settentrionali, che sviluppo può avere il nostro territorio?». Certo, ammette Riefolo, «abbiamo bisogno di modernizzare il nostro sistema di politiche del lavoro. In questi anni si è puntato sulle politiche attive, cercando di favorire l'incontro tra domanda e offerta, anche con programmi europei come Garanzia Giovani, che deve continuare. Ma è evidente che le politiche attive funzionano se c'è un tessuto economico e imprenditoriale vivace».Fra le liste che sostengono De Luca, invece, la presenza di under 35 è più alta in quelle dell’Italia dei Valori (15 su 50) e dei Verdi (13 su 50). Solo 4 su 49 sono, invece, i candidati del Pd nati dopo il 1980. La più giovane di loro è Regina Milo [nella foto a destra], 30 anni appena compiuti. «Dopo l'università» racconta «sono entrata nei Giovani Democratici, con cui, negli anni, ho portato avanti tante battaglie, per sostenere e rappresentare la mia generazione, che ormai non crede più nella politica. Sono stata, poi, eletta al consiglio comunale di Agerola, il paese dove abito, e ora sono assessore alle Politiche giovanili, alla Cultura e al Commercio». Anche la Milo crede sia giusto dare alla sua generazione l'opportunità di essere rappresentata «e credo sia giusto mostrare che nelle nostre liste, delle quali si è parlato tanto per gli impresentabili, ci sono anche persone come me, che hanno una storia di impegno politico alle spalle. Sono espressione di un gruppo di giovani che in questi anni ha scelto di dedicarsi con passione alla propria comunità e sono orgogliosa di questo». Fra le priorità, se venisse eletta, indica «innanzitutto il lavoro, dato che siamo una delle regioni con i tassi di disoccupazione più alti in Italia. Intendo impegnarmi, in particolare, per aumentare i finanziamenti e il microcredito per i giovani che vogliono “crearsi” il lavoro e fondare una start-up. E per i voucher pagati dalla Regione per stage presso le realtà produttive del territorio. È necessario coltivare il rapporto scuola-lavoro e dare ai nostri giovani una formazione completa». Per quanto riguarda il diritto allo studio, invece, «innanzitutto basta con i tagli e basta con gli “idonei non assegnatari”: è ora di iniziare a pagare (e di aumentare) le borse di studio per gli studenti meritevoli in difficoltà». «Non bisogna poi» aggiunge «dimenticare la sanità e i trasporti. Per esempio, credo sia giusto rendere gratuito il trasporto pubblico per i giovani sui percorsi casa-scuola e casa-università». Necessarie, secondo Milo, anche politiche a sostegno delle donne e delle madri lavoratrici: «Ancora oggi» spiega «c’è una disparità dettata dalle condizioni sociali ed economiche e va superata. C’è bisogno di più asili nido, di più tempo pieno a scuola, di un piano di incentivi alle imprese per l’occupazione femminile».Sara Grattoggi

Stage da 1200 euro al mese al Parlamento europeo, aperti i bandi Schuman e per traduttori

Mezzanotte del 15 maggio. È questa la deadline da tenere in mente per chi vuole tentare la candidatura alla prossima tornata di tirocini al Parlamento europeo. In palio ci sono da tre a cinque mesi tra i corridoi dell’assemblea comunitaria, e  una indennità mensile di circa 1.220 euro, a cui si aggiungono il rimborso del viaggio e  altre agevolazioni. Agli italiani, a dirla tutta, questo trattamento economico sembra più uno stipendio vero e proprio che un rimborso di stage: non a caso, con 8.142 candidature presentate nel 2014, l’Italia si piazza di gran lunga al primo posto nelle domande, come confermano alla Repubblica degli Stagisti dall’ufficio tirocini basato in Lussemburgo. La scadenza di maggio vale per tutte e tre le opportunità di stage, ovvero i tirocini Robert Schuman (suddivisi a loro volta in opzione generale e opzione giornalismo), i tirocini per persone con disabilità e i quelli per traduttori. Variabile la durata: nei primi due casi è di cinque mesi, non estendibili, con inizio fissato al primo ottobre; nell’ultimo si può rimanere in stage per tre mesi, prorogabili però di altri tre. Rimborso e prestigio dell’esperienza rendono la selezione per i tirocini al Parlamento sempre più serrata. A firmare il "contratto" di stage arriva in media il 2% dei candidati. Nel 2014, ad esempio sono arrivate quasi 21mila domande per i tirocini Schuman.  Un vero e proprio boom rispetto alle 8.500 domande arrivate nel 2012. Il numero di stagisti non è fissato a priori. Dipende dal budget e dalle richieste delle varie Direzioni generali. L’esperienza insegna però che a varcare le porte dell’emiciclo europeo sono circa 500 giovani ogni anno. Nel 2014  sono stati per esempio 484 (poco più di 240 per tornata), di cui 77 italiani. Stessa sorte per i traduttori: delle quasi 6300 application registrate nel 2012, in 177 hanno strappato un biglietto per il Lussemburgo, sede della Direzione generale per la Traduzione, divisa nelle 24 lingue ufficiali. I criteri per l’ammissione sono tutti rintracciabili online, nelle “Norme interne relative ai tirocini” e nelle “Frequently asked questions” sul sito ufficiale del Parlamento. Per l’opzione generale dei tirocini Schuman bisogna aver completato un percorso di laurea almeno triennale. Agli aspiranti stagiaire per l’opzione giornalismo, invece, è richiesta l’iscrizione ad un albo nazionale; ma c’è anche la possibilità, in alternativa, di certificare la propria esperienza professionale presentando articoli già pubblicati o di dimostrare un percorso di formazione giornalistica svolto in uno degli Stati membri. È possibile, in ogni caso, candidarsi per entrambe le opzioni. Nel 2014 sono stati 399 gli stagisti presi per l’opzione generale e 85 quelli che hanno svolto uno stage giornalistico. Requisito obbligatorio poi, ça va sans dire, è la buona conoscenza di una delle lingue ufficiali dell’Ue (meglio se inglese, francese o tedesco), oltre a non aver mai avuto altre opportunità di stage o occupazione retribuita per più di quattro settimane in nessun altra istituzione europea. I primi passi per la candidatura si compiono online. In questa fase non è necessario allegare nessun documento. Per l’opzione generale è richiesto di indicare il titolo della tesi, mentre i giornalisti devono indicare l’appartenenza o meno a un ordine professionale. A tutti è richiesto di descrivere le proprie esperienze di studio e le motivazioni che spingono a candidarsi, oltre ad indicare due direzioni generali di preferenza e, in ultimo, due città dove si vorrebbe svolgere il tirocinio. Oltre alle sedi ufficiali di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, gli stage possono svolgersi infatti anche negli uffici “nazionali” del Parlamento, nei vari Stati membri. Per compilare la domanda si hanno 30 minuti di tempo, oltre i quali i dati non vengono salvati e bisogna ricominciare daccapo. È bene dunque informarsi prima su quali siano i dipartimenti più affini alle proprie esperienze ed obiettivi, nonché preparare in anticipo le risposte motivazionali da inserire nel form: una volta conclusa, infatti, la domanda non può essere modificata. Nella propria casella mail arriverà una mail automatica di conferma con il riepilogo della domanda, da stampare e firmare in caso di selezione. Il feedback, in  caso positivo, arriva via mail tra i due e i tre mesi prima dell’inizio dello stage. Solo allora sarà necessario spedire copia cartacea dei diplomi indicati online, insieme al riassunto stampato e firmato della domanda presentata. Il rimborso previsto dal contratto di stage è aggiornato ogni anno. Per il 2015 ammonta a 1.223,26 euro netti, in quanto non soggetti a tassazione europea. Sta al tirocinante dare conto della borsa ricevuta nella propria denuncia dei redditi a livello nazionale. Alla copertura standard, il Parlamento aggiunge inoltre un rimborso per il viaggio andata/ritorno, in base al chilometraggio (130 euro circa per mille chilometri), oltre al rimborso per le missioni in altre sedi del Parlamento, con una base di 65 euro (nel caso non si pernotti fuori) e di 180 euro nel caso di una missione di almeno 24 ore. Agli stagisti sposati o con figli è concesso inoltre un ulteriore contributo di circa 240 euro al mese. Regole quasi del tutto simili anche per le persone con disabilità, cui il Parlamento destina un numero riservato di posti (circa una decina per tornata) «come misura di azione positiva volta a favorire l’integrazione delle persone disabili sul luogo di lavoro». Più elastici i requisiti: è sufficiente anche un diploma non universitario. Il tempo per compilare online la candidatura sale a 90 minuti, ma c’è anche la possibilità di richiedere il modulo in altri formati. Il rimborso standard, inoltre, può essere incrementato fino alla metà - dunque fino a 600 euro - per coprire spese imputabili alla disabilità, a fronte di una certificazione opportuna delle esigenze. Sede unica, invece, nel Granducato di Lussemburgo, per i tirocini riservati ai traduttori, con una media di circa 40 posti in ognuno dei quattro trimestri di stage. Tra i requisiti, la conoscenza di altre due lingue ufficiali europee, anche se la laurea in lingue non è un titolo discriminante. Simile l’ammontare della borsa prevista per i traduttori (nel 2014 ammontava a 1.223,26 euro), così come il rimborso extra per le spese di viaggio e per il sostegno familiare, in caso di coniuge o figli a carico. Anche la candidatura segue le stesse modalità di presentazione online, con il limite dei 30 minuti da rispettare. Meglio dunque farsi trovare preparati, scrivendo in anticipo motivazioni ed esperienze professionali. Per tutti, in ogni caso, vale la regola indicata nei documenti ufficiali: il tirocinio non dà diritto né modo di accedere ad un posto di lavoro al Parlamento.  Lì si apre il mondo dei test Epso. Ma questa è tutta un’altra storia.Maura Bertanzon 

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Da oggi la Repubblica degli Stagisti è anche un libro: in tutte le librerie!

Ci sono quattrocentomila stagisti ogni anno in Italia. Forse addirittura mezzo milione - il numero cresce anno dopo anno con percentuali a due cifre. Vanno in stage in multinazionali e microimprese, ditte private ed enti pubblici. Spesso a titolo gratuito, senza percepire nemmeno un rimborso spese, sperando che lo stage sia una porta d'ingresso per entrare mondo del lavoro. Speranza troppo spesso frustrata, considerando che oggi come oggi meno di un tirocinio su dieci si trasforma in un contratto.L'Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione. Ormai è fondata sullo stage, diventato un passaggio obbligato per giovani e meno giovani in cerca di occupazione. E un modo in cui aziende senza scrupoli riescono a risparmiare sul costo del personale, arruolando tirocinanti anziché dipendenti, levandosi la seccatura di dover pagare stipendi e contributi. Per accendere una luce su questa situazione la giornalista Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti,  ha scritto un libro: «La Repubblica degli Stagisti», appunto, sottotitolo: «Come non farsi sfruttare», pubblicato dalla casa editrice Laterza e nelle librerie da oggi. Un viaggio nell'universo stage alla ricerca dei riferimenti normativi, delle storie di stage vissuto, dei trucchi per scegliere bene stando alla larga dalle truffe e dalle fregature. Crossover tra saggio, inchiesta giornalistica e guida, il libro offre una panoramica su tutto quel che c'è da sapere sullo stage, raccogliendo anche le voci di tanti stagisti ed ex stagisti che raccontano la loro storia.Si incontrano così Olimpia, emigrata in Olanda per sfuggire all'ennesimo stage; la psicologa Martina, arruolata in un'agenzia di selezione del personale e trasformata in tutor della stagista successiva; Giulio, laureando in Biotecnologie mediche che dopo un anno di stage si sente proporre (e rifiuta) una proroga di altri cinque mesi… I protagonisti di questo libro sono sparsi per l'Italia, perché lo stage si fa dappertutto e dappertutto si annidano gli abusi. E non sono solo stagisti, ma anche praticanti: perché il praticantato, al pari dello stage, è un guado che migliaia di giovani ogni anno devono attraversare per poter cominciare a svolgere alcune professioni (avvocato, commercialista, giornalista…), e spesso ne escono con le ossa ammaccate e il morale a terra.Ma ci sono anche le storie felici, i casi positivi ed esemplari, i programmi di stage seri e utili, che aumentano davvero le competenze e traghettano nel mondo del lavoro. A questa parte positiva è dedicata un'ampia parte del libro, affinché i giovani non perdano la speranza e abbiano in mano gli strumenti necessari a poter agire in prima persona per determinare il proprio futuro.Il libro è destinato in primis agli stagisti presenti e futuri ma anche dalle loro mamme, papà e zii che vogliano regalare una bussola con cui orientarsi nel mare magnum del mercato del lavoro italiano. Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage- La carica dei centomila studenti stagisti: i nuovi dati di Almalaurea sui tirocini svolti durante l'università- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici italiani? Nessuno lo sa. L'appello della Repubblica degli Stagisti a Brunetta: ministro, ce lo può dire?

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Youth Guarantee ai blocchi di partenza. Giovannini: «Operativi da marzo 2014»

Comincia a prendere forma il piano di attuazione della Youth Guarantee formulato dal ministero del  Lavoro, il programma per l'inserimento dei giovani in percorsi di formazione o lavoro a quattro mesi dall'uscita dalla scuola o da un'occupazione. Rimasta ancora al livello di bozza fino al mese scorso, qualche giorno fa la versione aggiornata del progetto è stata presentata alle associazioni di categoria, convocate - c'era anche la Repubblica degli Stagisti - per un nuovo tavolo di confronto. E finalmente si è intravisto lo scheletro del progetto. Primo passo, la definizione dei beneficiari: i 15-24enni. Un aspetto un po' deludente ma forse inevitabile visti i numeri: se la platea di ragazzi di questo primo gruppo è composta da 1 milione e 274mila persone tra disoccupati e Neet, tra i 15-29enni la cifra sale a 2 milioni 254mila, tra cui non solo ragazzi che non hanno finito le scuole o neodiplomati, ma anche giovani freschi di laurea e alle prese con i primi scogli della disoccupazione. Per loro ci sarà da aspettare, anche se il ministro è stato rincuorante: «L'intenzione è di estendere anche a loro la Garanzia giovani», precisando che l'allargamento - come riportato anche nel documento inviato a Bruxelles - avverrà entro sei mesi dall'inizio del programma: quindi settembre 2014, considerato che la partenza dell'iniziativa è prevista per l'inizio dell'anno prossimo, con tutta probabilità nel mese di marzo. In compenso però sale la quota di finanziamenti rispetto a quanto annunciato in un primo tempo. Le risorse che arriveranno dall'Europa saranno «pari a 567 milioni di euro», più gli altrettanti erogati dal Fondo Sociale Europeo, a cui si aggiunge il cofinanziamento nazionale «stimato per il momento al 40%» si legge nel testo («mentre prima era al 20%, spiega alla Repubblica degli Stagisti Elisa Gambardella della Segreteria tecnica del ministero, aggiungendo che l'importo potrebbe essere «accresciuto dai contributi a livello locale, per esempio da parte delle Regioni»). Risultato: i fondi per la Youth Guarantee lievitano a 1 miliardo e 513 milioni di euro (la cifra precedente era di un miliardo e duecentomila euro). Più chiaro anche il quadro delle misure prese a favore del giovane, che si troverà di fronte sostanzialmente a due strade: riprendere a studiare oppure essere inserito in un contesto lavorativo. Una seconda opzione a sua volta ramificata: le offerte spaziano da «un contratto di lavoro dipendente, un contratto di apprendistato o di una esperienza di tirocinio, l’impegno nel servizio civile, la formazione specifica e l’accompagnamento nell’avvio di una iniziativa imprenditoriale o di lavoro autonomo» è scritto nel documento. L'offerta di lavoro potrà essere accompagnata da un bonus di incentivo per le imprese, in linea con il recente stanziamento di fondi su decisione del ministero per incentivare le assunzioni di under 30. Per l'apprendistato si punterà invece sulla formula di primo livello, con l'intento di rafforzare la distinzione tra «la componente lavoristica da quella formativa». Quanto ai tirocini le notizie non sono buone, niente lascia presagire che saranno garantite condizioni di qualità, a cominciare da un congruo rimborso spese: «potranno essere finanziate borse di tirocinio destinate a contribuire alle spese dei giovani che hanno necessità di maturare un’esperienza professionale». Nessuna certezza dunque. Borse di formazione e voucher formativi saranno invece assicurati a chi viene reinserito in un percorso di formazione, specie se più svantaggiato economicamente. Il soggetto che si avvicina alla Garanzia Giovani sottoscriverà un Patto di servizio che servirà a elaborare un percorso personalizzato, attraverso un «meccanismo che ci consente di valutare passo dopo passo i candidati  e creare la storia di una persona», afferma Giovannini, e l'affiancamento di una serie di «infrastrutture tecnologiche» che mettano in collegamento i giovani con il progetto. Un'idea lanciata (sul tema il testo è ancora nebuloso) è quella degli 'Youth Corner', degli sportelli da istituire presso i centri dell'impiego a cui i giovani disoccupati possano rivolgersi. Ma forse per far decollare l'iniziativa andrebbero prima riformati gli stessi cpi, il cui funzionamento – come noto – lascia molto desiderare. Per la comunicazione il ministero richiede anche il coinvolgimento di altre istituzioni (Camere di commercio, associazioni di rappresentanza, Terzo settore, associazioni giovanili, scuole), chiamate a svolgere un ruolo di primo piano nella diffusione delle informazioni attraverso «eventi di orientamento», come li ha definiti il ministro. Il piano è stato accolto con favore ma non è piaciuto a tutti, e tra le voci critiche più forti ci sono i movimenti studenteschi. I rappresentanti dell'Unione degli studenti hanno ad esempio parlato del rischio che la Garanzia giovani possa «dequalificare la posizione dei giovani all'interno del mercato del lavoro» soprattutto per quelli presi in giovanissima età. E in questo senso la richiesta è stata per un innalzamento «della soglia dell'obbligo scolastico a 18 anni». Molti, tra cui gli esponenti di Agriblog, hanno rilanciato sulle difficoltà del coinvolgimento delle associazioni in eventi informativi («senza rimborsi non abbiamo questa capacità» hanno detto), o sui problemi dell'accesso a internet, «soprattutto al Sud» come ha ricordato la Federazione degli Studenti. Parole di preoccupazione poi per la questione stage: è di nuovo l'Unione degli studenti a proporre che «i tirocini si facciano solo durante il periodo di studio e che il diritto al rimborso scatti subito dopo la laurea o il diploma, pena la creazione di dumping generazionale e salariale». Anche dai rappresentanti di Legacoop arriva un messaggio deciso: «Dovrebbe essere istituto l'obbligo per le imprese di motivare il perché lo stagista viene allontanato dall'azienda dopo la fine del tirocinio, e a lui stesso andrebbe fatto sottoscrivere un parere sulla sua esperienza». Giovannini ha riconosciuto che «la Youth Guarantee non è un piano complessivo, né che risolve il problema della disoccupazione giovanile». Ma che fa dei passi in avanti. Insomma, per sbloccare la politica italiana ci è voluta la mano dell'Europa, che ha chiesto agli stati membri di intervenire contro il fenomeno dei Neet con una raccomandazione emanata ad aprile di quest'anno. E sarà di nuovo Bruxelles a dare al nostro Paese il via libera - e i finanziamenti - per partire con la Youth Guarantee. La spedizione della proposta avverrà entro fine dicembre, e poi «se tutto va bene saremo operativi da marzo» ha assicurato Giovannini. Qualche mese ancora di attesa. Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:  - Youth Guarantee, le richieste delle associazioni giovanili al ministero del Lavoro - Una «dote» per trovare lavoro e 400 euro al mese di reddito di inserimento: la proposta di Youth Guarantee - Youth Guarantee anche in Italia: garantiamo il futuro dei giovani - Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureati

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