Settimana europea della gioventù, delusione per l'evento a Bruxelles ma i giovani non demordono: «Avanti con nostri progetti sui territori»

Un grande evento a Bruxelles ha celebrato, il 6 maggio scorso, la Settimana europea della gioventù. Ma le aspettative dei ragazzi che vi hanno preso parte - a quanto risulta dalle testimonianze raccolte dalla Repubblica degli Stagisti - sono state in sostanza deluse. A marzo erano stati circa 600 i giovani che nei singoli Paesi dell’Unione, più gli altri Stati non Ue che partecipano al programma Erasmus+, si erano incontrati per gli Ideas Lab. Un gran movimento di persone (e di denaro della UE per rimborsare i costi di aerei, treni e bus) per permettere ai giovani europei di elaborare idee su quattro argomenti chiave che li riguardano: promozione delle opportunità lavorative, dell’imprenditorialità, della partecipazione alla vita civica e ai temi dello sviluppo durante l’Anno europeo per lo sviluppo 2015.Una quarantina di delegati dei 600 giovani avrebbero poi dovuto riesaminare insieme a Bruxelles, il 5 maggio, le proposte provenienti dagli Ideas Lab delle singole nazioni, e infine discuterne il giorno seguente con importanti rappresentanti della politica europea. Questo non è accaduto. Giovedì 30 aprile, sei giorni prima dell’evento principale della Settimana europea della gioventù, ai delegati è arrivata dalla Commissione europea il programma delle due giornate, nel quale c'era una sorpresa. A Bruxelles i rappresentanti dei giovani non avrebbero rielaborato gli Ideas Lab nazionali sui quattro argomenti chiave con lo scopo di  presentarne ai politici un riassunto, ma avrebbero piuttosto partecipato a un nuovo Ideas Lab dal tema «Accrescere la partecipazione dei giovani per prevenire l'intolleranza e il comportamento antidemocratico»: è stato poi questo l’argomento discusso nel panel debate tra politici, rappresentanti di organizzazioni internazionali e giovani. Alla presentazione del nuovo Ideas Lab internazionale - tenuta poi da due ragazzi [a sinistra nella foto] scelti tra la quarantina dei presenti a Bruxelles - sono stati dedicati esattamente sette minuti (guarda il video dal minuto 1.37.30 a 1.44.40). E sette minuti per ascoltare le voci dei giovani in una intera giornata, perdipiù dedicata espressamente alla gioventù, alla Repubblica degli Stagisti sembrano decisamente troppo pochi.«C’è stata incoerenza fra le proposte fatte a livello nazionale, tramite i giovani coinvolti nell’associazionismo sui territori, e quello che dopo è successo a Bruxelles» si sfoga Martina Panzolato, 24 anni, consulente freelance di europrogettazione e rappresentante dell’Ideas Lab italiano «3L - Living Lab to Learn». «Mi sono chiesta, e come me credo molti altri rappresentanti, quale senso abbia avuto muovere tutte queste persone se poi non c’è stata corrispondenza tra il lavoro svolto nei singoli Paesi e la discussione a Bruxelles. La mia sensazione è che si sia voluto dare più importanza all’apparenza; invece io penso che di dibattiti autoreferenziali non ci sia proprio bisogno, perché a livello locale le associazioni giovanili realizzano un sacco di progetti ed è questo ciò che deve essere valorizzato».Delusione trapela anche dalla testimonianza della rappresentante dell’altro Ideas Lab italiano, «JOY: Job Opportunities 4 #Youth». Racconta Giulia Colavecchio, 27enne dottoranda in diritti umani all’università La Sapienza di Roma e impegnata nelle attività dell’associazione Bios di Messina: «Siccome pochi giorni prima dell’evento ci era arrivata la mail con il programma, non sono rimasta poi così sorpresa di come siano andate le cose. Ma certo mi sono chiesta che fine avrebbero fatto le nostre proposte, corredate da prodotti audiovisivi ai quali non è stato dato nessun tipo di spazio nella discussione. A Bruxelles ho cercato chiarimenti, ma nessuno del personale con cui eravamo in contatto mi ha saputo rispondere».La Colavecchio spiega inoltre che qualcosa è andato storto anche nell’organizzazione del gruppo internazionale di delegati: «C’era un forte sbilanciamento nella rappresentanza. Eravamo una quarantina, ma circa dieci erano portoghesi. Inoltre molti ragazzi, soprattutto del nord Europa, avevano anche meno di vent’anni. Quindi, oltre al fatto che ciò ha abbassato il livello della discussione, non poteva esserci corrispondenza tra le loro aspettative e quelle dei ragazzi più grandi, proiettati al mondo del lavoro». Certo la dottoranda non mette in dubbio la nuova tematica da discutere, cioè come combattere l’intolleranza e la discriminazione, fosse «comunque molto importante, ma non era possibile parlarne seriamente in così poco tempo. Infatti il risultato non è stato grandioso».Altra nota negativa, le proposte dei giovani europei scaturite dagli Ideas Lab - che possono essere votate online fino al 30 giugno - non sembrano finora essere statepromosse con molto impegno. Per accorgersene basta scorrere i voti ottenuti dalle singole proposte: in totale poche centinaia, a fronte di un bacino di decine di milioni (secondo gli ultimi dati Eurostat, nell’Unione europea i giovani tra i 15 e i 29 anni sono circa 90 milioni).La Repubblica degli Stagisti ha chiesto un parere sull’evento di Bruxelles a Johanna Nyman, presidente dell’European Youth Forum, organizzazione che ha indicato gran parte dei facilitatori che hanno condotto gli Ideas Lab a livello nazionale e poi europeo. «Non so perché il programma sia stato cambiato, il lavoro sugli Ideas Lab non era di mia competenza. Spero comunque che le proposte dei ragazzi saranno considerate».  La Nyman sembra preferire la strada della diplomazia, ammorbidendo le critiche all'Ue sull'organizzazione dell'evento: «In ogni caso è importante che rappresentanti della Commissione europea abbiano ascoltato i giovani su temi fondamentali come la lotta alla discriminazione e all’intolleranza, per la quale servono anche più opportunità di educazione e lavoro. Spero anche che la politica europea si apra ancora di più al confronto con i giovani, non solo in eventi come quello di Bruxelles ma in modo continuativo, e credo che l’Unione debba lasciare ai giovani più tempo per presentare le proprie idee».Una probabile spiegazione sul motivo per cui il programma finale sugli Ideas Lab sia stato cambiato la offre invece Paola Trifoni, coordinatrice della Settimana europea della gioventù per l'Agenzia nazionale giovani: «Secondo me non c’è stato un dibattito sulle tematiche iniziali proposte per una questione di carattere politico. La Commissione avrà ritenuto di dare un altro taglio al dibattito». Trifoni sottolinea comunque un aspetto positivo di tutta la vicenda: «Mi sembra importante che a gruppi di giovani sia stata data la possibilità di incontrarsi, scambiarsi idee ed elaborare progetti. Almeno in Italia ho notato nel gruppo la volontà di proseguire». Su questo concorda Martina Panzolato: «Nei territori porteremo avanti i nostri progetti, facendo rete tra di noi, dal basso. Almeno #finchécisicrede, si potrebbe dire con un hashtag».Daniele Ferro @danieleferro 

Garanzia Giovani, di chi è la responsabilità dei ritardi dei rimborsi agli stagisti? Trasparenza zero

Si dice sempre che in Italia per la Garanzia Giovani, il programma di matrice europea contro la disoccupazione giovanile a cui hanno aderito oltre mezzo milione di ragazzi italiani, sia stato stanziato : 1 miliardo e mezzo di euro per il biennio 2014-2015. È vero. Un fondo molto consistente: dunque suscita molto scalpore il grande ritardo con cui molti dei tirocinanti di Garanzia Giovani stanno ricevendo il pagamento dei compensi bimestrali previsti. Centinaia di ragazzi laziali ed emiliani aspettano ancora, per esempio, gli 800 euro che avrebbero dovuto ricevere a gennaio - febbraio, dopo i primi due mesi di stage. Non si tratta di cifre altissime, ma per giovani che non svolgono altre attività possono fare la differenza. E allora, se le risorse ci sono, di chi è la colpa di questi inaccettabili ritardi nei pagamenti e nell'attuazione del programma? Il punto è che i soldi ci sono, ma solo virtualmente.Come evidenziato dall'eurodeputato Brando Benifei in un'intervista alla Repubblica degli Stagisti di qualche settimana fa, era lo stesso regolamento emanato per attivare lo Youth Employement program (da cui derivano i finanziamenti per realizzare le Garanzie Giovani in tutti gli Stati membri che abbiano livelli di disoccupazione giovanile preoccupanti) a stabilire che gli Stati ricevessero all'inizio solo l'1,5% dell'importo a loro assegnato: quel che si chiama, appunto, “prefinanziamento”. Vedendo che in molti Paesi però la Garanzia Giovani non partiva proprio perché gli Stati nazionali non avevano i fondi per anticipare le spese, recentemente su questa percentuale è stata realizzata dall'Ue una modifica importante, portandola al 30%. Ma di fatto, in attesa dei soldi da Bruxelles, finora ogni Paese è stato chiamato ad attuare il programma coi propri fondi. Risultato: alcuni, tra cui l'Italia, hanno preferito lasciare Garanzia Giovani nelle sabbie mobili.Il caso dei rimborsi non ancora pagati agli stagisti è emblematico. Alcune Regioni hanno adottato una convenzione, sottoscritta anche dal Ministero del lavoro, in cui affidano all'Inps l'erogazione del compenso da corrispondere a chi sceglie la misura del tirocinio. Nel documento si legge: «Le risorse destinate dalla Regione / Provincia autonoma all’erogazione delle indennità di tirocinio saranno trattenute dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali dalle somme assegnate alla Regione / Provincia autonoma per l’attuazione del programma operativo nazionale Iniziativa Occupazione Giovani e saranno versate anticipatamente all’Inps mediante accredito diretto, da parte dello stesso Ministero, sul conto corrente di Tesoreria centrale della Direzione generale. L’Inps effettuerà i pagamenti nei limiti delle risorse finanziarie anticipate». Attenzione a queste ultime paroline: dicono chiaramente che se l'Inps non riceve i soldi prima, semplicemente non paga le indennità agli stagisti. Significa che l'Inps non si accolla la responsabilità di anticipare.Consultando i report periodici presenti sul sito nazionale di Garanzia Giovani, si può conoscere anche l'ammontare delle risorse destinate all'attuazione dei tirocini extracurriculari: si va dai 7 milioni di euro della Basilicata ai quasi 30 del Lazio. Si tratta complessivamente di centinaia di milioni di euro: in alcuni territori i tirocini di Garanzia Giovani sono ancora in fase di avvio, mentre in altri sono iniziati. I dati non mancano, gli accordi sono stati firmati anche a livello regionale, ma si tratta solo di un'apparente trasparenza. Nessuno degli enti interpellati da questa testata infatti, dall' ufficio stampa dell'Inps diretto da Marco Barbieri, alla direzione regionale competente del Ministero del lavoro guidata da Salvatore Pirrone, fino ai dirigenti regionali di Lazio, Basilicata, Sardegna ed Emilia Romagna, ha saputo rispondere con chiarezza ad alcune semplici domande sulla gestione della dotazione finanziaria destinata ai tirocini di Garanzia Giovani. Fra i pochi che hanno provato a rispondere c'è Paola Cicognani, responsabile del settore lavoro della Regione Emilia Romagna: «Nella convenzione stipulata dall'Emilia Romagna nell'autunno 2014 è stabilito che il ministero del Lavoro trattiene i fondi che la nostra regione ha destinato ai tirocini, quasi 27 milioni di euro, per passarli direttamente all'Inps». Secondo la dirigente emiliana i motivi del ritardo nell'erogazione delle indennità per gli stagisti sarebbero «di ordine amministrativo: all'inizio di novembre, il mese in cui abbiamo attivato questa misura, la documentazione relativa all’85% dei tirocini autorizzati doveva essere rivista e di nuovo presentata, perché c'erano imprecisioni burocratiche, errori di natura formale che ci hanno fatto perdere un sacco di tempo. E non c’entravano i ragazzi, ma le aziende. Dopo qualche mese siamo all'85% di pratiche corrette e speriamo di aver abbassato notevolmente i ritardi. I ragazzi hanno pienamente ragione a lamentarsi e a esprimere la rabbia perché non riusciamo a dargli nemmeno quei 400 euro al mese». Fra le regioni ritardatarie c'è anche la Basilicata. In accordo con sindacati e associazioni di categoria territoriali, essa ha sottoscritto una convenzione in cui si legge che il tirocinio «deve rappresentare la principale misura all’interno del piano di attuazione regionale Garanzia Giovani». Il dirigente del dipartimento delle politiche di Sviluppo Giandomenico Marchese, sui ritardi nell’erogazione dei compensi segnalati dai tirocinanti lucani, alla Repubblica degli Stagisti spiega: «Il trasferimento della dotazione finanziaria destinata ai tirocini dei ragazzi lucani avviene direttamente da parte del ministero del Lavoro all’Inps, per effetto della convezione sottoscritta anche dalla nostra regione. Siamo partiti alla fine di ottobre coi primi tirocini, cui abbiamo destinato 7 milioni di euro. Finora ne sono stati attivati 2mila e ci stiamo attivando per aumentare il budget destinato a questa misura. Mi risulta che qualche episodio si sia verificato alla fine di febbraio. Quando ho saputo che alcuni ragazzi aspettavano il compenso, ho chiamato il dottor Salvatore Pirrone [dirigente dell’Inps firmatario della convenzione con le Regioni relativa all’erogazione dei compensi per i tirocinanti di Garanzia Giovani, ndr] a Roma. Dopo 15 giorni l’Inps regionale mi ha comunicato che stavano finalmente procedendo. Se il problema si sta verificando di nuovo, invito i ragazzi a segnalarlo direttamente all’assessorato».Agli inizi di maggio l’assessore al Lavoro della Sardegna Virginia Mura, sulla ritardata erogazione dei pagamenti, ha dichiarato che «la lungaggine burocratica è dipesa dalla rivisitazione delle linee guida a livello nazionale, che hanno richiesto una nuova convenzione tra Ministero, Regione e Inps. Con l'Agenzia del lavoro ci siamo mobilitati per trasmettere all'Inps i dati dei tirocinanti, e consentire di espletare le procedure per il pagamento». Anche sul sito regionale si legge che i ragazzi, in attesa da febbraio, potranno ricevere il loro compenso a partire da metà maggio. Sul gruppo Garanzia Giovani Sardegna molti confermano di aver ricevuto la comunicazione, ma continuano ad attendere i soldi, non certo nel clima di «entusiasmo e motivazione» auspicato dallo stesso assessore, che purtroppo - malgrado ripetuti tentativi via mail e telefono - la Repubblica degli Stagisti non è riuscita a raggiungere per un commento. Sono arrivati i primi soldi anche agli stagisti che nel Lazio attendendevano da febbraio. Nel frattempo c'è anche una buona notizia: l'indennità per il tirocinio è stata aumentata a 500 euro mensili, con effetto retroattivo. A confermarlo è Marino Fardelli, consigliere regionale della Commissione Bilancio: «I compensi per i tirocinanti sono stati aumentati e saranno versati anche i conguagli relativi al quelle di chi già sta svolgendo il percorso formativo. Sui ritardi confermo che ci stiamo attivando per recuperare». La Regione Lazio ha scelto di destinare la maggior parte dei soldi a sua disposizione proprio per la misura del tirocinio extracurriculare, destinando a questa voce quasi 30 milioni euro, ma migliaia di ragazzi aspettano ancora i compensi dei mesi invernali. Maria Sole Gentili, 28enne della provincia di Rieti, è una dei 6500 tirocinanti della regione. Ha scelto di svolgere uno stage in uno studio di architettura e design; senza molto entusiasmo racconta alla Repubblica degli Stagisti  di aver finalmente ricevuto i primi compensi: «Il 30 aprile sono arrivati i soldi di gennaio e febbraio, ormai non ci speravo più». Commenti simili piovono sul gruppo Garanzia “ma de che” Giovani Lazio. La Repubblica degli stagisti ha tentato di contattare via mail e telefonicamente vari dirigenti laziali, tra cui il direttore della Direzione Regionale Lavoro Marco Noccioli, che il 5 maggio aveva  dichiarato a Left: «A luglio abbiamo chiesto al ministero di girare i fondi destinati a tale scopo direttamente all’Inps. Il problema sta nel fatto che l’Europa non aveva mandato i fondi all’Italia per Garanzia Giovani, e quindi questi soldi li avrebbe dovuti anticipare il ministero che non aveva disponibilità liquida. Da qui i ritardi». Da queste parole sembrerebbe quasi una novità - una sorpresa - che dovesse essere il ministero a dover stanziare in anticipo i fondi per Garanzia Giovani. Ma si sapeva fin dall'inizio che l'Ue avrebbe soltanto rimborsato e non anticipato - se non in minima parte - i soldi per il programma. Quindi rimane un mistero perché le  regioni abbiano comunque avviato il programma, anche senza che ci fosse la copertura finanziaria. Un altro strano silenzio è quello dell'Inps. Ha ricevuto questi soldi dal ministero o dalle Regioni? Se non li ha ricevuti, perché non lo dice chiaramente? Dirlo, peraltro, gli gioverebbe: perché i giovani potrebbero sapere che non è responsabilità sua, ma di altri, il ritardo nel pagamento delle indennità. O forse le cose non stanno così? Forse l'Inps i soldi li ha ricevuti, ma per qualche strano motivo ha preferito comunque ritardare le procedure di erogazione delle indennità a favore degli stagisti di Garanzia Giovani?Questa poca trasparenza su chi debba mettere i soldi, chi li debba custodire, e quando debbano essere erogati, nonchè su di chi sia la responsabilità in caso di ritardi, è inaccettabile. E scoraggiante risulta l'opacità sul funzionamento della Garanzia Giovani. Certo però la Repubblica degli Stagisti non si stancherà di chiedere spiegazioni agli enti responsabili, a nome di quelle centinaia di migliaia di under 30 senza lavoro che da questo programma europeo contro la disoccupazione si aspettano chance concrete per il loro futuro, e non inceppi amministrativi e rimpalli stile scaricabarile. Silvia Colangeli

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Jobs Act, in arrivo il salario minimo: ma qualcuno sostiene che aumenterebbe la disoccupazione

Il salario minimo potrebbe arrivare presto anche in Italia. Per ora è solo un'ipotesi, stando alle parole del ministro del Lavoro Giuliano Poletti: «Fa parte della legge delega», ma non è ancora in nessun decreto, ha chiarito in una conferenza della Banca d'Italia che ha cercato di fare luce sul tema. Perché l'introduzione del salario minimo – da non confondere con reddito minimo, ovvero un sussidio statale per chiunque sia sotto la soglia della povertà e non abbia un reddito sufficiente a mantenersi – sarebbe una rivoluzione in un paese dove la regolamentazione delle retribuzioni per molta parte dei lavoratori è compito della contrattazione collettiva. Infatti il salario minimo del Jobs Act punterebbe a introdurne uno per chi resta scoperto dai riferimenti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, ovvero soprattutto i lavoratori parasubordinati. Una misura mancante in Italia, sostituita in parte dai contratti collettivi, ma che è presente quasi in tutti i paesi del mondo, come spiega Steve Machin [nella foto] della University College London e membro della Low Pay Commission, agenzia governativa britannica per i temi delle retribuzioni. C'è infatti in Australia, Canada, Usa, Francia, Belgio, Grecia, Irlanda, Giappone, Spagna, Olanda, Nuova Zelanda, Portogallo, ed è appena entrato in vigore anche in Germania. In Francia il salario minimo si chiama Smic ed è molto alto: circa 1400 euro lordi per 35 ore di lavoro a settimana, più o meno 10 euro all'ora. Nel Regno Unito fu fissato nel 1999 a 3,6 sterline orarie per i maggiori di 21 anni, e a 3 sterline per i 18-21enni. Oggi, dopo l'ultima modifica dell'ottobre 2014, si attesta a 6,50 sterline orarie per gli adulti (corrispondenti a circa 9,10 euro), a 5,13 sterline per i 18-20enni (7 euro circa). Ma ci sono tariffe anche per i 16-17enni, con 3,69 sterline l'ora (5,16 euro), e per gli apprendisti, che non possono guadagnare meno di 2,73 sterline orarie (3,80 euro). Il salario minimo «è stato percepito come un successo» assicura Machin «ed è considerato una delle politiche più riuscite degli ultimi 30 anni». Tanto dovrebbe bastare a convincere i più scettici tra gli esperti italiani. La principale obiezione che si muove è quella del rischio che l'istituzione di un salario minimo possa incoraggiare la disoccupazione «se fissato a un livello troppo alto», come sottolinea Marco Leonardi, professore associato di Studi del Lavoro alla Statale di Milano, «pur sostenendo il potere d'acquisto dei lavoratori con retribuzioni basse». «Gli economisti hanno sempre guardato con scetticismo al minimum wage perché rischia di mettere fuori mercato chi vorrebbe proteggere, ovvero i lavoratori con bassi redditi e basse skills», gli fa eco Paolo Sestito del Servizio struttura economica della Banca d'Italia. Il rischio per gli aspiranti candidati a un posto di lavoro sarebbe quello di vederselo sfumare, costando troppo. Eppure l'esperienza britannica dimostrerebbe il contrario. E poi c'è un effetto positivo da non sottovalutare secondo gli esperti, una volta introdotto il salario minimo: i controlli sarebbero più efficaci. «In Uk lo fa la Agenzia delle Entrate, da noi andrebbe istituita una agenzia ispettiva unica» suggerisce Leonardi, escludendo quindi il ricorso al giudice del lavoro che più spesso si verifica per il mancato rispetto dei contratti collettivi nazionali. E c'è anche il discorso della disuguaglianza, a cui il salario minimo potrebbe porre un argine. Secondo i calcoli di Leonardi, «La disuguaglianza sarebbe stata minore se fosse stato introdotto in passato, perché sarebbero migliorate le condizioni di vita dei molti lavoratori pagati al di sotto di quanto stabilito dai contratti di lavoro». Anche perché i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva sono tanti: «più di un terzo nelle costruzioni, il 30% nella ristorazione, il 27% nel sociale, il 23% nell'istruzione, tanto per citarne alcuni dati di Eurostat del 2010». Un salario minimo oggi in Italia, considerando che nei paesi in cui esiste è fissato tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano, potrebbe – a detta di Leonardi – aggirarsi tra i cinque e i sette euro l'ora. Il dibattito è destinato a continuare perché quella del salario minimo è diventata una priorità, oggi che «c'è consenso sull'idea che, se fissato a un giusto livello con un approccio pragmatico» sottolinea Machin «non danneggi l'occupazione». Senza contare la spirale di crescente povertà in cui il nostro paese sta finendo: secondo i calcoli della Fondazione Rodolfo De Benedetti, dal 2005 al 2013 il tasso per gli under 35 è salito di quasi 5 punti, dal 3 all'8%, per chi ha tra i 35 e i 44 anni di 6 punti, dal 3 al 9%. Lo stesso, anche se con uno scarto inferiore, è accaduto per chi ha tra i 45 e i 54 anni. E il picco è stato raggiunto proprio tra chi ha un lavoro dipendente. Evitare che i guadagni dei lavoratori scendano al di sotto di una certa soglia minima potrebbe quindi attenuare il problema.Eppure i sindacati non esultano. In Italia sono stati loro a definire di fatto i salari minimi, attraverso la contrattazione dei contratti nazionali di lavoro. Con due talloni d'achille: il primo, una parcellizzazione dei "minimi sindacali", diversi a seconda della categoria (commercio, metalmeccanica, editoria...). Il secondo tallone d'Achille, un raggio d'azione limitato esclusivamente ai dipendenti subordinati, lasciando fuori tutti i parasubordinati che negli ultimi anni sono cresciuti a dismisura. Di fatto, una misura di questo tipo ridurrebbe il loro peso. La principale critica che i sindacalisti muovono è che il salario minimo comprimerebbe verso il basso le retribuzioni, consentendo ai datori di lavoro di applicare le tariffe più basse stabilite senza fuoriuscire dai parametri della legalità. Le posizioni non sono però unanimi. Maurizio Landini, segretario della Fiom, non è contrario al salario minimo ma chiede di tararlo sulle soglie già fissate dai contratti nazionali, onde evitare eccessivi ribassi. Perplessa invece Susanna Camusso, segretario Cgil, per cui non servirebbe l'introduzione di un salario minimo, ma basterebbe estendere ai lavoratori esclusi la copertura della contrattazione collettiva. Ma la sua proposta sembra destinata a cadere nel vuoto. In attesa dei decreti attuativi del Jobs Act.  Ilaria Mariotti  

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Settimana europea della gioventù: le idee dei giovani arrivano all'Europa

La settima edizione della Settimana europea della gioventù, iniziata il 27 aprile, sta per entrare nel vivo con una serie di importanti manifestazioni che si terranno sia a livello centrale, a Bruxelles, sia a livello locale, in diverse città di tutta l’Unione europea e non solo, perché tra i partecipanti ci sono anche i paesi non Ue che rientrano nel programma Erasmus+. Conferenze e concerti, dibattiti e laboratori, corsi e incontri sulle opportunità di formazione e lavoro: fino al 10 maggio è come se l’Europa celebrasse i giovani, in 33 nazioni. L’Italia, con più di cento iniziative in quasi tutte le regioni (escluse solo Valle d’Aosta e Molise), partecipa da protagonista all’avvenimento.Ma che cos’è esattamente la Settimana europea della gioventù (che si sviluppa, in realtà, su due settimane), e quali sono gli obiettivi? Lo spiega Giacomo D’Arrigo, direttore dell’Agenzia nazionale giovani: «È un evento che si tiene ogni due anni, su iniziativa della Commissione europea, con lo scopo di focalizzare l’attenzione sul protagonismo giovanile. Ogni volta la Settimana è caratterizzata da un tema particolare» sottolinea D’Arrigo «e quest’anno ha come focus la partecipazione dei ragazzi alla vita pubblica, dando voce alle loro proposte. Inoltre l’obiettivo è comprendere come i giovani possano valorizzare le proprie potenzialità per trovare un lavoro». Tutte le iniziative in programma seguono infatti i temi "Liberare il potenziale dei giovani" e "La partecipazione dei giovani alla vita lavorativa e alla società".A Bruxelles la giornata di confronto più importante si terrà il 6 maggio, quando una trentina di ragazzi, provenienti da tutti i paesi che partecipano all’Erasmus+, incontrerà rappresentanti politici e di organizzazioni giovanili, tra cui Tibor Navracsics, Commissario europeo per l'istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura e Istruzione, e Johanna Nyman, presidente dell'European Youth Forum. Durante la conferenza, che sarà possibile seguire in streaming, i giovani che nei rispettivi paesi hanno partecipato ai laboratori Ideas Lab presenteranno le proprie proposte, suddivise in quattro tematiche: "Occupazione:  modi originali di incrementare le opportunità di lavoro dei giovani", "Grandi idee imprenditoriali per migliorare la vita dei giovani", "Come avvicinare i giovani alla vita pubblica” e "Coinvolgere i giovani sui temi dello sviluppo durante l'Anno europeo per lo Sviluppo 2015". L’Italia parteciperà al confronto politico con due diverse proposte: "JOY: Job Opportunities 4 #Youth", e "3L - Living Lab to Learn". I progetti nati dagli Ideas Lab, che gareggiano tra loro anche con una votazione online aperta, «rappresentano spunti che i giovani offrono ai politici europei», spiega alla Repubblica degli Stagisti Paola Trifoni, coordinatrice della Settimana europea della gioventù per l'Agenzia nazionale giovani: «I parlamentari non hanno l’obbligo di prendere in considerazione le proposte, ma è un dato molto importante che i giovani abbiano la possibilità di presentare le proprie idee sulla partecipazione alla vita pubblica e sulla creazione di opportunità lavorative, spiegando con quali strumenti farlo, perché in questo modo i parlamentari possono sapere cosa pensano i giovani rispetto a queste tematiche e tenerne conto durante l’attività legislativa». Si tratta, specifica la Trifoni, di una novità: «Questa possibilità nelle scorse edizioni non c’era: gli Ideas Lab sono un’innovazione e rappresentano una modalità di partecipazione diretta dei giovani».Il 6 maggio si terranno inoltre gli Youth Awards 2015: il commissario Navracsics premierà tre progetti realizzati nell’ambito del programma Gioventù in Azione (oggi sostituito dall’Erasmus +) tra gli oltre 150 che hanno partecipato alle selezioni. A Bruxelles i finalisti saranno 35, uno per ogni Agenzia nazionale. Il progetto italiano si chiama "C.R.E.ativE"  ed è un programma di dialogo strutturato organizzato dalla Provincia di Piacenza due anni fa, al quale hanno partecipato quaranta giovani provenienti da Italia, Spagna Polonia, Svezia, Regno Unito e Turchia, con l’obiettivo di  promuovere la creatività e lo spirito imprenditoriale giovanile in Europa.Con questa premiazione, l’Unione europea intende valorizzare non solo il lavoro delle organizzazioni impegnate nel continente per lo sviluppo dei giovani, ma anche il proprio sforzo istituzionale ed economico. Per i sette anni del programma Erasmus+ (2014-2020) gli euro stanziati in bilancio sono infatti pari a un miliardo e mezzo di euro, mentre nei venticinque anni precedenti il 2013, con il coinvolgimento di oltre due milioni e mezzo di ragazzi, la cifra complessiva era più alta di solo mezzo miliardo.In Italia un appuntamento importante, aperto al pubblico, sarà la giornata di informazione e promozione del Servizio volontario europeo che l'Agenzia nazionale per i giovani ha organizzato a Roma per il 7 maggio, con la partecipazione di varie associazioni che lavorano nell'ambito e che presenteranno i propri progetti, e la testimonianza diretta di volontari europei. Obiettivo della giornata, «incentivare i giovani a prendere parte a questa straordinaria esperienza di mobilità, che non è semplicemente un viaggio all’estero, ma è un percorso formativo, un’immersione interculturale alla scoperta di se stessi e delle competenze che si possono apprendere attraverso il volontariato».  Daniele Ferro@danieleferro  

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Selezioni aperte per cento stage all'Ema e alla Corte di giustizia Ue. Rimborsi da più di mille euro

Tempo di candidature per il programma di tirocini dell'Ema, l'Agenzia del farmaco europea con sede a Londra. Scadrà infatti il prossimo 15 giugno il termine per inviare le domande a uno degli enti più richiesti per i tirocini nel settore medico-farmaceutico, molto ambito anche per l'entità del rimborso spese: 1350 sterline nette al mese, pari a circa 1860 euro. A questi vanno aggiunti la copertura delle spese di viaggio di andata e ritorno e di altri costi non meglio specificati ma «sostenuti all'inizio e alle fine dello stage», si legge sul sito. Per chi si fa avanti adesso la partenza è prevista per il primo ottobre, con una durata dell'esperienza di un massimo di dodici mesi - possono essere stipulati «due contratti di sei mesi ciascuno». E le condizioni sono le stesse di un impiegato standard: circa 40 ore settimanali (l'orario è dalle 9 alle 17:30), con la variante del flexitime, che permette di gestire le ore settimanali spalmandole in base alle proprie esigenze, 12 giorni di permessi all'anno ferie Ema escluse. Le chance sono due ogni anno: esiste infatti anche una tornata primaverile, partita il primo aprile scorso, e per cui gli ammessi sono stati 48. Non c'è un tetto massimo di posizioni aperte, ma – anche in base ai dati in possesso della Repubblica degli Stagisti sulle precedenti edizioni – si può dire che la media si aggira intorno ai cinquanta selezionati (nel 2014 sono stati ad esempio 58). Il numero di candidature annuali, a fronte di queste posizioni, è altissimoo e con un trend in progressiva crescita: «Le application del 2014 sono state 2720, di nuovo in salita rispetto agli anni precedenti» dice alla Repubblica degli Stagisti Birgit Breen, capo delle risorse umane Ema. Gli italiani non si smentiscono neppure in questo caso, sempre in testa tra chi cerca fortuna all'estero: «Nel 2014 hanno fatto domanda in 1608» riferisce la Breen, mentre l'anno prima erano stati circa 1000. Un incremento di oltre il 60%, che porta i candidati di nazionalità italiana a rappresentare, da soli, praticamente la metà delle application ricevute dall'Ema.Per candidarsi basta essere cittadino dell'Unione europea, possedere una laurea, anche triennale, e una buona padronanza sia dell'inglese che di una seconda lingua europea. Quanto all'indirizzo di studi, non è richiesta nessuna specializzazione, anche se di solito i candidati selezionati «hanno un background di studi in medicina, farmacia, biologia, chimica, legge, finanza, risorse umane, comunicazione, information technology, lettere», chiariscono sul sito Ema. Nella selezione contano «anche i titoli, e il mantenimento dell'equilibrio in base al criterio geografico», avverte il regolamento. Le mansioni dello stagisti, che dipendono dal dipartimento a cui si è assegnati, prevedono – come spesso in questi casi – «l'assistenza a meeting e la partecipazione a tipologie di progetti compatibili con le proprie competenze», è ancora sottolineato. Per candidarsi, si deve cliccare qui (attenzione alle indicazioni sul sito sulle procedure, specie per chi utilizza un Mac) e si prosegue con la compilazione dell'application, anche nella propria lingua madre. La comunicazione dell'esito arriva tra luglio e settembre dopo le interviste telefoniche ai finalisti. Oltre che all'Ema, in questo periodo si può tentare la sorte anche con la Corte di giustizia di Lussemburgo, l'organo Ue che assicura l'applicazione e l'uniformità nell'interpretazione dei trattati europei. Qui la deadline è il 30 settembre, per un tirocinio di cinque mesi dal primo marzo al 31 luglio 2016. Il rimborso spese anche qui è di tutto rispetto: circa 1100 euro mensili già tassati, quindi netti.Per i requisiti, sono ammessi «i candidati, in possesso di un diploma di laurea in giurisprudenza o scienze politiche (ad indirizzo prevalentemente giuridico)» e una buona conoscenza della lingua francese, «per ragioni di servizio», si spiega sul sito. I tirocini si svolgono principalmente presso la Direzione della ricerca e documentazione, il servizio stampa e informazione, e le domande si spediscono per posta dopo aver complilato il modulo in francese o inglese, con allegato curriculum vitae e copie dei diplomi. Anche qui il numero degli ammessi non è elevato, intorno ai 50 (l'anno scorso sono stati 52). Le candidature non sono numerose. «Per gli stage di ottobre 2014 – marzo 2015 il totale è stato di 569» spiega infatti alla Repubblica degli Stagisti Marilena Cavassa della direzione della comunicazione. Ma anche qui la preponderanza di application provenienti dall'Italia è enorme: 178 italiani su 569, oltre il 30%. «Per la tornata di tirocini tra marzo e ottobre 2015 i candidati sono stati 415, di cui 106 italiani» aggiunge la Cavassa. Chissà se anche quest'anno qualcuno ce la farà ad essere selezionato. Ilaria Mariotti  

Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero

Oltre due milioni di persone, quanto l'intera popolazione della Calabria. Tanti sono i giovani italiani all'estero: un numero impreciso, fluttuante, e sopratutto in continua crescita. Lo ha calcolato l'associazione Italents a partire dai dati Istat e Aire più recenti (risalenti al 2010), secondo cui i 18/24enni residenti oltreconfine sono più o meno 350mila; quasi 600mila gli "italians" nella fascia di età 25/34, e oltre 650mila tra i 35 e i 40.La somma algebrica dei tre numeri fa 1 milione e 600mila: ma questi dati sono fortemente deficitari perchè - malgrado sia un obbligo sancito dalla legge - non tutti si iscrivono all'Aire, l'anagrafe dei residenti all'estero. Una rilevazione svolta a livello esplorativo nel 2010 da Claudia Cucchiarato, animatrice del blog Vivo altrove e autrice dell'omonimo libro - nonché giovane giornalista veneta trapiantata ormai da anni a Barcellona - ha evidenziato infatti che solamente la metà dei giovani che prendono la strada dell'estero sceglie di trasferire anche la propria residenza: «Anche se non è sempre appropriato parlare di "scelta", perché molti al momento della partenza non sanno per quanto tempo rimarranno lontani, e quindi attendono mesi o anche anni prima di formalizzare con l'Aire il fatto che si sono stabiliti in un altro Paese» puntualizza Alessandro Rosina, presidente dell'associazione e docente di demografia alla Cattolica di Milano: «Anzi, molti partono pensando di tornare indietro dopo un breve periodo, e quindi evitano di proposito le procedure burocratiche connesse al trasferimento della residenza. Però poi, confrontando le opportunità che trovano in realtà più dinamiche e avanzate - e non ci vuole molto: in confronto all'Italia perfino il Cile offre migliori chance! - la voglia di tornare indietro lentamente sbiadisce e il soggiorno che doveva essere temporaneo spesso si trasforma in una scelta permanente». Tra l'altro essere iscritti all'Aire non serve a molto, eccezion fatta per il diritto di votare all'estero: ma poiché molte volte le elezioni diventano anche l'occasione di un viaggetto per riabbracciare parenti e amici, il vantaggio di poter votare da lontano non è percepito come fondamentale.Il problema della mancata registrazione all'Aire sta creando anche qualche difficoltà all'applicazione della legge Controesodo, che prevede importanti sgravi fiscali per i laureati under 40 che dopo un periodo di almeno due anni fuori dall'Italia decidono di fare rientro in Patria. In realtà la legge non prevede esplicitamente l'obbligo di iscrizione all'Aire, sottintendendo che basti poter certificare "informalmente" la permanenza all'estero; ma successive interpretazioni hanno creato confusione. Tanto che a metà gennaio Guglielmo Vaccaro, il deputato del Partito Democratico - che insieme ad Alessia Mosca più si é speso sul fronte di Controesodo - aveva presentato un emendamento che tra le altre cose specificava che «gli incentivi si applicano anche a coloro che non hanno effettuato l’iscrizione all’Aire, conservando la residenza anagrafica in Italia o nel loro Paese d’origine» Ma questa parte del testo non è passata e la questione resta aperta.In realtà comunque i due milioni di giovani italiani all'estero non sarebbero un problema di per sè. Allontanarsi dal proprio Paese per fare nuove esperienze o cercare opportunità migliori fa parte della natura umana e non è un disvalore. Il problema è la bilancia tra i cervelli che si perdono e quelli che si "acquistano". Purtroppo l'Italia perde molti profili alti, cioè persone con istruzione universitaria che scappano e portano le proprie competenze altrove, mentre riesce ad acquisire solo profili bassi: l'immigrazione è composta quasi esclusivamente di manovalanza (anche quando sono laureati nella loro patria, raramente gli immigrati svolgono nel nostro Paese mestieri correlati alla propria istruzione) e l'Italia non viene percepita, a livello internazionale, come un luogo attraente per i giovani cervelli. Lunga e impervia è la strada per traghettare il nostro paese verso standard di meritocrazia ed eliminare quelle sacche di gerontocrazia, familismo e immobilismo che impediscono il sano e ricambio generazionale.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Cervelli in fuga: un doppio questionario per capire chi sono, cosa gli manca, e perchè quasi tutti non tornano (e alcuni sì)- Sulla Rete i giovani italiani scalpitano per fare rete: ITalents sbarca su Facebook, ed è boomE anche:- Claudia Cucchiarato, la portavoce degli espatriati: «Povera Italia, immobile e bigotta: ecco perché i suoi giovani scappano»- «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero- Peter Pan non per scelta ma per forza: nelle pagine di «Gioventù sprecata» i motivi che impediscono ai giovani di diventare adulti

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«Ho fatto tanti stage in giro per l'Europa, ma quello alla Corte di giustizia Ue è stato il clou»

La Corte di Giustizia dell'Unione europea offre ogni anno una cinquantina di posti per tirocinanti europei laureati in giurisprudenza o scienze politiche, con un buon rimborso spese: più di 1000 euro mensili. Ci si può proporre durante tutto l'anno. L'avvio degli stage per chi farà domanda entro il 30 settembre, e verrà selezionato, è previsto per marzo 2015. Luca Bolzonello ha partecipato al progetto l'anno scorso e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza a Lussemburgo.   Sono nato a Bolzano nel 1989. Dopo le superiori nella mia città e, in parte, in Inghilterra, mi sono trasferito a Bologna, dove mi sono laureato in legge nel 2011. Invece della specialistica in Italia ho poi preferito iscrivermi a un master biennale all’università di Maastricht in Olanda. Il motivo della scelta - a parte l’interesse per l’Europa centro-settentrionale - è stata la qualità dell’offerta formativa di quell'ateneo. Lì infatti mi sono specializzato in diritto europeo e diritto internazionale e ho potuto cogliere l’opportunità di fare nel frattempo l’Erasmus alla Humboldt-Universität a Berlino. Per svolgere le mie ricerche di tesi di laurea in diritto della concorrenza e diritti d’autore ho anche passato un semestre presso l’università di Hong Kong. Appena conseguita la laurea, con lode, nel 2013 ho iniziato un tirocinio alla Corte di Giustizia. In retrospettiva, guardando il percorso formativo alle spalle, mi sono reso conto che la scelta di studiare all’estero non è stata tanto conseguenza delle ormai fin troppo note criticità del contesto nazionale italiano, quanto una strada presa in piena libertà e dettata da fattori culturali soggettivi. Finora non ho mai avuto un lavoro vero e proprio, nel senso di contratti a tempo indeterminato o collaborazioni retribuite. In compenso però ho attraversato diverse fasi di stage all’estero, tutti con rimborsi spese che oscillavano tra i 500 e i mille euro. In ordine cronologico: all’ufficio di rappresentanza della Provincia Autonoma di Bolzano a Bruxelles, presso una rivista accademica (Maastricht Journal of European and Comparative Law, Olanda), presso il World Legal Forum a L’Aia (in Olanda), presso la Direzione del protocollo e dell’informazione alla Corte di Giustizia dell’Ue e, l'ultimo, al gabinetto del professore Antonio Tizzano, giudice alla Corte. In particolare, per quanto riguarda il tirocinio lussemburghese, è andata in questo modo. I bandi per tirocinanti remunerati, cioè nei servizi - per così dire - amministrativi della Corte di Giustizia, sono pubblicati sul sito internet a regolari scadenze. Compilati gli appositi moduli e terminato il processo di selezione, mi è stato offerto un posto per cinque mesi. Va da sé che ho subito accettato. Nel corso di questo periodo, trascorso alla Direzione del protocollo e dell’informazione, il mio compito consisteva nel preparare i visitatori esterni allo svolgimento e al contenuto delle udienze. Ho anche collaborato con il servizio stampa alla redazione di alcuni comunicati. Il rimborso spese - 1.100 euro al mese - è stato appena sufficiente per vivere dignitosamente. Per una stanza in una casa in condivisione con altri stagiaire pagavo circa 650 euro mensili. Inoltre il Lussemburgo è uno dei Paesi con il costo della vita più alto in Europa e per il cibo non erano previsti buoni pasto: si mangiava alla mensa dei funzionari. Tuttavia, il sacrificio economico è stato ampiamente ripagato dal valore dell’esperienza, arricchita ulteriormente dalle capacità professionale e dalla cortesia del tutor e dei colleghi. Poi, come dicevo, alla fine dello stage ho avuto il piacere di farne un altro nel gabinetto di Tizzano, giudice alla Corte, per due mesi e nella stessa sede del tirocinio precedente. Ma senza rimborso. Non ci sono bandi in questo caso, ma sta alla discrezionalità dei togati accettare richieste o autocandidature da parte di aspiranti tirocinanti. Questa è stata un’esperienza davvero straordinaria, che mi ha portato al cuore del ordinamento giuridico europeo in un contesto di altissima capacità, preparazione ed esperienza. Un momento chiave nella mia vita lavorativa, che mi ha convinto a proseguire gli studi e a costruire una carriera nel campo. Il comune denominatore di tutte le esperienze è stato, sotto il profilo della candidatura, il fatto di avere fatto richiesta in modo spontaneo sia direttamente sia su consiglio di docenti o a mezzo degli appositi bandi. Sotto il profilo del tipo di mansioni si è trattato in sostanza di lavoro amministrativo e lavoro di ricerca giuridica nel campo del diritto europeo. Nel corso delle varie esperienze mi sono occupato per esempio dei rapporti fra Regioni e Unione europea, di progetti di ricerca in materia della responsabilità sociale d’impresa e di cooperazione giuridica con paesi terzi. Sono sempre state esperienze entusiasmanti e di forte valore formativo dal punto di vista sia pratico che accademico. Sono tuttora in contatto con colleghi e superiori, con i quali ho avuto la fortuna di coltivare un buon rapporto umano. Nonostante il contesto positivo, non era mia nelle mie intenzioni continuare a collaborare per queste istituzioni - sicché le esperienze di cui ho detto si sono concluse alla loro naturale scadenza. A breve termine il piano è fare un dottorato. Contemporaneamente ho intenzione di iniziare la vita lavorativa, e per questo sto studiando per un concorso. Mi piacerebbe restare nell’ambito del diritto europeo. Si tratta di una prospettiva forse un po’ ottimistica, considerando il livello di competizione. Ma rimango convinto che dedizione e applicazione, unite forse a un po' di fortuna, mi permetteranno di riuscirci. Testo raccolto da Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Stage ben pagati in Europa, i bandi dell'Agenzia del farmaco e della Corte di giustizia attirano i giovani italiani- Corte di giustizia dell'Unione europea: venti stage da oltre mille euro al mese. Candidature entro il primo ottobre- Sorbona e poi stage al Parlamento Ue: «Ora sono pronta per un lavoro nelle istituzioni»- Tirocini Schuman, un giurista precario tra Napoli e resto del mondo: la storia di Giuliano

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Quattro stage a cinque stelle e tanta grinta, la storia dell'avvocato Raffaella Canal: «Alla Commissione europea niente fotocopie»

Dal 1° luglio al 1° settembre è aperto il bando per candidarsi agli stage da mille euro al mese presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Raffaella Canal.Ho 28 anni e sono originaria della provincia di Bari. Mi sono laureata in Giurisprudenza - vecchio ordinamento - nel 2005, presso la Libera università mediterranea “Jean Monnet” di Bari-Casamassima. Al liceo ero una di quelli sui quali non avresti investito un soldo bucato, ma all’università ho stupito un po’ tutti: ero la testa d’ariete, la prima a fare gli esami e a dispensare consigli e appunti. Pur non essendo "figlia d'arte", ho studiato legge perché i miei mi avevano sconsigliato di fare Scienze della comunicazione; mia madre, laureata in Biologia, ha una profonda avversione per le lauree in "scienze di qualcosa", per lei è università di serie B. Quindi, costretta ad affrontare quella che l’old school italiana considera la serie A, ho frequentato un corso che tutto sommato mi piaceva - ma con la ferma intenzione di non esercitare la professione di avvocato.Dopo la laurea mi sono ritrovata a percorrere la strada del giovane dottore in giurisprudenza, portando avanti sia la pratica forense, che la Sspl - Scuola di specializzazione per le professioni legali, prima a Bari e poi a Roma. Alla scuola si accede per concorso nazionale ed è a frequenza obbligatoria; il costo dipende dall'università presso cui si fa domanda: per me circa 2mila euro nel primo caso, il doppio nel secondo. Ho anche trovato il tempo per una collaborazione con la cattedra di procedura civile. Finché cinque anni fa, stanca delle udienze e delle cancellerie, ho fatto domanda per un Leonardo. E l'ho vinto. Sono partita a giugno 2006 alla volta della Contea di Cork, in Irlanda. Il primo mese ho frequentato un corso di lingua a Bandon, mentre per i successivi due ho lavorato in una sorta di Camera di commercio e nell’ufficio turistico di un altro incantevole paesino di 4mila abitanti, Youghal. Ho un ricordo meraviglioso di quei mesi, del posto, degli amici, dei colleghi. Lo stesso non posso dire di chi ha organizzato lo stage: ostruzionismo, maleducazione e poca professionalità. È vero che ho avuto alloggio pagato -  prima in famiglia e poi in una casa in condivisione con due irlandesi - e 200 euro di pocket money al mese: ma a loro è rimasto ben un terzo del finanziamento europeo, e a mio parere a fronte di questi soldi avrebbero dovuto offrire un servizio migliore a noi tirocinanti.Mentre ero in Irlanda, arriva un telegramma a casa dei miei: venivo convocata a colloquio per un tirocinio all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, per cui  avevo fatto domanda mesi prima. Ed eccomi subito zaino in spalla - dentro soltanto spazzolino e tailleur scuro d’ordinanza - a fare l’autostop per l’aeroporto di Cork e, di lì a qualche ora, in volo per Roma. Ricevuta la risposta positiva, ad agosto sono andata via dall'Irlanda, finendo con lieve anticipo il mio Leonardo, e nel giro di tre giorni mi sono trasferita a Roma. Così per sei mesi, poi prorogati a sette - quindi da settembre 2006 ad aprile 2007 - ho collaborato con la Direzione pubblicità ingannevole e comparativa: due settimane di training e poi subito a lavorare sodo con le analisi dei messaggi pubblicitari e i seminari di diritto della concorrenza. È stato un periodo molto formativo e professionalizzante, anche grazie alla sensibilità e alla preparazione del nostro direttore e dei funzionari. Per vivere a Roma spendevo in tutto circa mille euro al mese ma non percepivo nessun rimborso per lo stage. Allora avevo 24 anni e potevo accettarlo, di certo ora non mi sognerei neanche di fare uno stage, a maggior ragione se non retribuito, semplicemente perché quella parte di percorso professionale l'ho fatta. Ad ogni modo all'Antitrust adesso il rimborso c'è, 300 euro mensili, anche grazie a noi stagisti che siamo venuti prima: sapevamo sin dall'inizio che non avremmo ricevuto nulla, ma abbiamo comunque lavorato per sensibilizzare i funzionari e i dirigenti affinché le cose potessero cambiare in futuro [da notare che il presidente Antonio Catricalà nel 2010 ha percepito un emolumento lordo di oltre 475mila euro, mentre ai tre direttore generali ne spettano quasi 177mila all'anno, indennità escluse; 46mila ai funzionari di primo livello, ndr].Finiti i miei mesi in Antitrust sono rimasta nella capitale per finire il secondo anno di Sspl, cercando anche di trovare lavoro, invano. Allora sono tornata al paesello, dove ho ritrovato un appunto in agenda: era in scadenza il bando per accedere al Collegio europeo di Parma. Di quelli che dici «Non entrerò mai» - e invece ho voluto provarci. Sono impazzita a mettere insieme referenze, certificati, pubblicazioni... I miei genitori mi hanno detto: «Se questo è il tuo sogno, noi ti sosterremo», hanno addirittura rimandato le vacanze per accompagnarmi con l'auto a Parma per depositare la domanda, che altrimenti non sarebbe arrivata mai in tempo. E a sorpresa ho superato le selezioni! A settembre 2007 ad aspettarmi c'era un anno di studi in inglese, francese e italiano insieme a studenti provenienti da 20 nazioni diverse, al termine del quale ho conseguito il Diploma avanzato in studi europei. La retta annuale era di 14mila euro, 9mila per il master e il rimanente per vitto e alloggio. La logica del collegio è quella di stimolare al massimo il dialogo internazionale e l'assegnazione delle stanze nel campus avviene sulla base delle "debolezze" linguistiche e delle differenze culturali: io, che avevo  un livello di francese non molto avanzato, ho avuto una coinquilina algerina, quindi francofona.Fare pratica di francese mi è servito. Tempo qualche mese e a ottobre 2008 sono partita per uno stage a Lussemburgo, destinazione Corte di giustizia dell'Unione europea, e di nuovo gratis. Per tre mesi ho affiancato uno dei referendari dell’Avvocato generale italiano presso la Corte - che teneva il corso di "Contenzioso europeo" al Collegio. Ogni Avvocato generale, così come ogni Giudice, ha un team di tre o quattro referendari, ossia giuristi di altissimo livello, che lo coadiuvano nella stesura degli atti e nello studio dei casi che gli sono affidati. E "hanno diritto" anche a uno stagista, ma ognuno si regola in base alle necessità. Io ho affiancato un referendario, il più giovane, in ufficio da pochi mesi. Lussemburgo è molto cara come città; io abitavo a casa di una conoscente, alla quale più che altro corrispondevo una contributo sulle spese di casa, non un vero e proprio affitto. Un mio amico, che viveva in una sorta di pensionato per stagisti, ai tempi pagava qualcosa come 650 euro per un buco di stanza con bagno e cucina in condivisione. Per la spesa quando potevo andavo al duty free del Parlamento, ma era difficilissimo entrare: agli stagisti esterni chiedevano di essere accompagnati dal loro maître de stage. Cosa che, di fatto, ci tagliava fuori: difficile essere accompagnati dal prof a fare la spesa... La Corte in compenso mi ha offerto l'abbonamento ai mezzi pubblici della città e la mensa a prezzo agevolato. Una sera di novembre, durante una breve trasferta romana - il giorno dopo avevo l'orale di un concorso al ministero degli Esteri, che ho superato: aspetto una chiamata - apro la mail. Nella posta in arrivo c'è una missiva dell'European Commission Traineeships Office. Quella era la mia terza candidatura: per due volte avevo ricevuto la mail che esordiva con l’odioso «We regret to inform you that...». Questa volta no. Questa volta ero nel blue book, la rosa dei preselezionati. E poi degli eurostagisti: da marzo a luglio 2009 ho lavorato nell'Unità di applicazione del diritto in materia di sicurezza alimentare, Direzione salute e consumatori. È stata un'esperienza positiva in tutto e per tutto. Ho lavorato come un funzionario: niente fotocopie, niente smistamenti di posta, niente caffè, niente di niente per quanto riguarda il luogo comune dello stagista costretto a mansioni degradanti. Avevo la stessa identica dignità del direttore, tutti si davano del tu e si chiamavano per nome, nel pieno rispetto delle gerarchie e delle responsabilità, ma senza pedanti formalismi, a cui gli italiani rinuncerebbero difficilmente. Dal punto di vista umano poi ho avuto la fortuna di incontrare delle persone straordinarie. E non è stato sempre e solo lavoro: nel corso delle welcoming conferences i 600 stagisti eleggono dei rappresentanti e propongono delle attività, per cui si forma il nuovo Comitato degli stagisti - che ha anche un sito - e una serie di subcomitati in base alle attività approvate. C'è quello "parties", quello per i viaggi, per le attività di beneficenza, le opportunità di carriera, che organizza una jobfair nell'ultimo mese di stage. E poi i corsi di lingua, tenuti su base volontaria dagli stagisti stessi nei locali messi a disposizione dalla Commissione. Io ho seguito quello di lingua rumena. E naturalmente ho partecipato a qualche festa! Il rimborso spese era di 1.050 euro, più o meno quanto basta per vivere a Bruxelles. Io abitavo in una maison de maître, una casa su 3-4 piani in condivisione tra 10-15 persone; il quartiere era un po' degradato, ma nel complesso non si stava male. Finito lo stage sono tornata a Roma a fare l'avvocato per sette mesi in uno "studio-boutique", 12 ore al giorno, vivendo di caffé e prendendo meno delle cameriera del mio capo. Risultato: sono scappata di lì e mi sono ripresa la mia vita e i miei sogni. Da settembre 2010 sono di nuovo a Bruxelles, nell'Ufficio per i rapporti con le istituzioni Ue della Regione Puglia, che insieme all'Adisu Puglia ha finanziato con 15mila euro il mio progetto di studio sull'utilizzo dei fondi europei, Fesr in particolare, per finanziare strumenti di ingegneria finanziaria come modalità alternativa al fondo perduto. Ora sono quasi alla fine e sto per presentare i risultati di questo anno intensissimo, fatto di convegni, interviste, studi, relazioni istituzionali, viaggi, emozioni. Spero di poter contribuire allo sviluppo della mia Regione. Il bilancio è nettamente positivo: sono molto più vicina ai miei sogni. So di stare costruendo il mio percorso professionale con i cocci della crisi e la malta del mio impegno. Spero ne venga fuori un’opera d’arte moderna!Testo raccolto da Annalisa Di Palo Scopri tutte le altre storie degli ex stagisti in Commissione europea E per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Seicento stage da mille euro al mese alla Commissione europea: bando aperto fino al 1° settembre. E dall'Italia è ancora boom di domande- Sulla gravità della violazione del codice deontologico forense da parte degli enti pubblici: l'editoriale di Eleonora Voltolina- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro con il volontariato

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