WingLights, la startup che ha messo le frecce alle biciclette

«Why does your bicycle not have indicator?», perché la tua bicicletta non ha gli indicatori di direzione luminosi? si legge sulla home page del loro sito. La domanda se la sono posta Luca Amaduzzi e Agostino Stilli, entrambi under 30 emigrati a Londra per completare gli studi, ma anche ciclisti per passione e per necessità. La loro risposta si chiama Winglights, il primo dispositivo che consente di montare le cosiddette frecce anche sulle biciclette. Amaduzzi frequenta il master in innovation creativity and leadership alla City University London, Stilli ha scelto un dottorando in robotica  a Londra dopo una la laurea in ingegneria in Italia ed entrambi per spostarsi nella “city”  usano la bicicletta. «Essendo abituato in Italia a guidare l’auto sentivo la mancanza delle frecce» racconta Luca Amaduzzi alla Repubblica degli Stagisti:  «Go provato a cercare su internet, ma non c’era nessun prodotto che permettesse di applicare gli indicatori di direzione anche sulle biciclette, così mi sono detto “perché non inventare qualcosa?”. Ho parlato dell’idea al mio coinquilino Agostino e insieme abbiamo deciso di provarci».   Qui la storia smette di essere italiana e comincia quella tutta londinese di una startup che dopo solo un anno è pronta a diventare un’impresa. «E’ successo tutto molto velocemente» racconta ancora Amaduzzi: «Burocrazia? Con 25 sterline, poco più di 30 euro, abbiamo aperto la società. Tutta la procedura si fa online». E poi l'accesso al credito? «Con il Sirius Programme dell’UKTI, lo United Kindom Trade & Investment, la nostra idea è stata selezionata per entrare a far parte di un accelleratore d’impresa finanziato dallo Stato che per un anno ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno una startup: possiamo interagire con un gruppo di mentor esperti che ci consigliano su ogni aspetto, dalla produzione al marketing, ma la cosa più importante sono i contatti. Se chiediamo di poter presentare il nostro prodotto, loro ci mettono in contatto con potenziali clienti». In pochi mesi i due startupper hanno bruciato le tappe, certo aiutati da un contesto che aiuta i giovani. E che succede mancano un ufficio e una vera e propria sede di produzione? «All’inizio ci siamo un po’ divertiti con stampi fatti in casa e silicone liquido» prosegue Amaduzzi: «e una volta raggiunto un risultato soddisfacente abbiamo realizzato dei prototipi con le stampanti 3D dell’università. L’idea è piaciuta così tanto che la stessa università attraverso uno spin-off  ci ha messo a disposizione un ufficio, gratis». L’unico costo che i due hanno sostenuto è stato il viaggio in Cina per scegliere la linea di produzione che avrebbe realizzato in serie il loro prodotto: «Se le cose non fossero andate bene l’avremmo presa come una vacanza, ma là abbiamo capito che bastava qualche piccolo ritocco al prodotto per poter davvero entrare in produzione».Studiando le macchine utilizzate per la manifattura Amaduzzi e Stilli hanno deciso di sostituire la plastica utilizzata nei primi prototipi con l’alluminio «e il prodotto» dicono «è diventato ancora più gradevole esteticamente. Per noi quel viaggio è stato fondamentale, abbiamo toccato con mano e visto con i nostri occhi la filiera produttiva».  Ma per il primo stock di produzione ci vuole un finanziamento. La “banca” che ha sostenuto il vero lancio di Winglights si chiama Kickstarter, una delle più grandi piattaforme online per la raccolta di fondi: «Abbiamo proposto il prodotto e grazie al crowdfunding abbiamo raggiunto il budget per iniziare la produzione. Le circa 600 persone che ci hanno dato un contributo riceveranno in omaggio il prodotto, il resto andrà in commercio».Winglights è un oggetto semplice e innovativo allo stesso e per capire come funziona bastano pochi click sul sito internet, dove è già possibile pre-ordinare l’oggetto. Si inserisce all’estremità del manubrio un supporto in gomma e su questo, attraverso un magnete, si applica il vero e proprio indicatore luminoso. Per attivarlo e disattivarlo basta premere con la mano sulla luce e la freccia si accende o si spegne. Ma portarsi dietro un paio di frecce può non essere pratico: i due startupper hanno risolto anche questo problema. Appena scesi dalla bici basta infatti staccare le frecce e avvicinare i due magneti per portarle comodamente in borsa o nello zaino senza il rischio di perderle. E possono essere usate anche come portachiavi. Il video promozionale realizzato per il sito internet mostra quanto WingLights sia un prodotto facile da insatallare e da usare, ma soprattutto quanto sia utile per la sicurezza chi sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto. Un’idea italiana che all’estero ha trovato la strada per diventare un’impresa.  «Se fossimo stati in Italia non so se che cosa sarebbe successo» ammette Amaduzzi un po’ sconsolato: «Qui abbiamo trovato un ambiente molto favorevole per realizzare la nostra impresa. A me l’Italia piace tantissimo e adoro la mia Firenze o la Sardegna dove i miei genitori gestiscono un hotel, ma le possibilità per i giovani, qui a Londra, sono molte di più».  

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Grape, la start-up che rende il vino più buono

C'è anche la scienza dietro a un buon vino. Lo sanno bene Simona Campolongo (30 anni), Chiara Pagliarini (31) e Fabrizio Torchio (33), tre dottorandi di ricerca della facoltà di Agraria di Torino che hanno dato vita a Grape, una start-up che si occupa di analisi microbiologiche di vitigni e cantine. «Il nome è una sigla che sta per Gruppo ricerche avanzate per l'enologia. Solo in un secondo momento ci siamo resi conto che significa anche 'uva' in inglese», racconta Campolongo. Microbiologa come Pagliarini - mentre Torchio è un enologo - ha conosciuto i suoi soci in università. Uno spazio che per questa azienda è centrale: «Prima di partire, ci siamo confrontati a lungo con i nostri docenti. Siamo nati come uno spin-off universitario, incubati all'intero di 2i3T. Ancora oggi abbiamo sede nella facoltà di Agraria: paghiamo un affitto per i locali e abbiamo una convenzione per l'utilizzo dei macchinari. Alcuni di quelli presenti nel laboratorio sono di nostra proprietà».Il business plan è stato scritto tra il 2010 ed il 2011 poi, quando tutti e tre hanno completato la tesi di dottorato, si è passati alla fase operativa. Così è nata una srl, che lo scorso anno si è iscritta nel registro delle start-up innovative. In totale i soci sono sette, quattro sono professori dell'università di Torino che sono entrati con quote molto piccole nel capitale sociale da 15mila euro. Il grosso l'hanno messo i tre giovani startupper, attingendo dai loro risparmi. Ma che cosa fa, di preciso, Grape? «La nostra azienda è articolata in tre dipartimenti che si interfacciano tra loro», spiega la microbiologa. Il primo si occupa dei lieviti utilizzati nella produzione del vino: «eseguiamo dei campionamenti sul campo, caratterizziamo questi microrganismi per via genetica e verifichiamo se siano candidati o meno per la vinificazione». Il secondo “visita” i vitigni per controllare se le piante presentino sintomi di alcune patologie. Il terzo «quantifica gli antociani e i flavonoidi». In altre parole, «effettua un'analisi degli aromi». Ma perché un'azienda dovrebbe avere bisogno di questi servizi? «Perché noi permettiamo di migliorare la qualità finale dei vini».Il lavoro, specie in una regione come il Piemonte, non manca. E la concorrenza non è così agguerrita: «In Italia ci sono pochi laboratori come il nostro e non tutti offrono un'assistenza completa, dal campo alla bottiglia, come facciamo noi». Oltre ai propri risparmi, i tre startupper hanno ottenuto 8mila euro grazie a un bando regionale che sostiene le start-up. Ora cercano nuovi finanziatori. «Siamo stati ad alcuni incontri con fondi di venture capital, ma ci siamo resi conto che fanno fatica a guardare all'agricoltura. Diciamo che il nostro non è un settore che “tira”, come succede invece per il farmaceutico». Fortunatamente per l'azienda, però, «siamo in grado di sostenere da soli gli investimenti necessari». Anche perché già dal primo anno l'azienda ha cominciato ad avere utili, con un fatturato che nel 2013 ha toccato i 200mila euro. Nonostante questo, Simona Campolongo è l'unica dei tre soci ad essere stipendiata, mentre gli altri due vivono grazie ad un assegno di ricerca. «Abbiamo già preso una persona, con un contratto a progetto, che si occupa delle analisi», aggiunge: perché non bisogna dimenticare che le startup, nel loro piccolo, creano anche nuovi posti di lavoro.Intanto, lo scorso ottobre, Grape è stata l'unica azienda italiana invitata alla Biotech Week, fiera europea delle biotecnologie. «È stata un'esperienza positiva, ci ha dato la possibilità di aprire il nostro laboratorio ai curiosi», spiega la startupper: «Il nostro è un campo ostico, è stato carino spiegare quello che facciamo». Un'attività che non si limita ad aiutare i viticoltori piemontesi a migliorare la qualità del vino. Ma che, con l'associazione Innuva, studia anche come utilizzare i prodotti di scarto della vendemmia, ricchi di polifenoli. Due i progetti che coinvolgono la start-up torinese: il primo riguarda lo sviluppo di prodotti per la cosmesi, l'altro paste riempitive dentali. E se evita di produrre rifiuti, il vino diventa ancora più buono.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

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AirHelp, quando i voli in ritardo fanno il successo di una startup

Capodanno è sinonimo di viaggi, spesso per raggiungere le famiglie lontane, ma in questo periodo ancor più che in altri può capitare di arrivare in aeroporto e scoprire che il proprio volo è in ritardo, e non permetterà di prendere la coincidenza, o è stato cancellato. Cosa fare? Di certo non perdersi d’animo e ricordarsi che da un anno a questa parte, per questi casi, c’è una startup che aiuta a ottenere dalle compagnie aeree un rimborso per il passeggero fino a 600 euro. Questa startup, che si chiama AirHelp, ha fatto fortuna applicando una legge europea, la 261 del 2004. Nel team c'è anche Danilo Campisi, 27enne siciliano, studi alla Bocconi di Milano, un corso in business administration and management a Miami e varie esperienze in ambito startup sia in Italia sia all’estero. Ed è da lui che la Repubblica degli Stagisti si è fatta raccontare la storia di questa avventura. Quella di cui Campisi è marketing manager è una start up fondata dal danese Henrik Zillmer, oggi amministratore delegato, ad agosto 2013, dopo alcuni anni necessari per creare i database. «AirHelp si occupa di fornire ai passeggeri che hanno avuto un volo in ritardo o cancellato, un rimborso da 250 a 600 euro, come previsto dalla regolamentazione europea che stabilisce che in caso di volo cancellato o in ritardo per più di tre ore senza che il passeggero sia stato avvisato almeno due settimane prima, il viaggiatore abbia diritto a un rimborso dalla compagnia aerea», spiega Campisi. Una legge che non ha ricevuto molta pubblicità, anche perché è stata molto contestata dalle compagnie aeree: in un certo senso la fortuna di AirHelp arriva pure dallo scarso interesse dei possibili competitors verso questo tema.L’idea iniziale è stata di Zillmer, che aveva lavorato precedentemente in un’altra azienda con Campisi, che ha poi contattato Greg Roodt e Nicolas Michaelsen e poi lo stesso ex bocconiano, tutti suoi precedenti amici o collaboratori, a far parte della start up. Così si è formato il team iniziale che oggi lavora a New York, mentre il resto dell’azienda è distribuito tra Polonia, Svezia e Spagna. Per partire, oltre a un’idea brillante, sono stati necessari però i finanziamenti: «Il primo è stato di 400mila dollari ed è arrivato da Morten Lund. Grazie a lui abbiamo coperto i mercati italiani, danese, inglese e polacco, e aperto uffici in Inghilterra, Polonia e a Hong Kong. Dopo» racconta Campisi alla Repubblica degli Stagisti: «Siamo andati nella Silicon Valley a cercare nuovi investitori. Ne abbiamo trovati molti, che partecipano con piccole quote, più Khosla Ventures, quello che ci ha dato il più importante finanziamento: tre milioni di dollari». Cifra che farebbe impallidire qualsiasi startupper italiano, alle prese con concorsi di idee, investitori timidi e una legislazione non sempre di aiuto. L’ex bocconiano ne sa qualcosa, visto che ha provato a fare start up anche in Italia: «Gli svantaggi da noi sono di diversi tipi, ma chiunque ti dirà che fare fund raising è veramente difficile. Chi lo fa investe su poche start up e per un ammontare molto basso. In America c’è più propensione al rischio mentre in Italia si guarda di più alle carte e a più di un anno dalla presentazione del progetto, a volte non si è ancora ricevuta una risposta. Tutto questo è impensabile per una startup» prosegue Campisi: «E pensare che la nostra AirHelp in un anno è passata dall’essere una startup con cinque persone a un’azienda con 50 dipendenti!». Eppure il nostro Paese non è, come si potrebbe pensare, senza idee. Tutt’altro: «all’ultimo Smau di Milano emergeva come ci fossero più idee in Italia rispetto a Londra e Berlino, ma molte meno si trasformano in startup. La burocrazia è tantissima, sono state fatte agevolazioni per incentivare l’imprenditoria giovanile ma è ancora difficile far partire una startup e poi molti incubatori italiani si fermano dentro i confini per cercare investitori, mentre non bisognerebbe farlo». In effetti AirHelp non si è fatta spaventare dai confini e nel primo anno è arrivata ad avere circa 5 milioni di fatturato oltre a tanti progetti per il futuro. «Stiamo lanciando un nuovo prodotto, in questo caso assicurativo, ancora in fase di test e quindi dobbiamo assumere circa 11 persone». Un servizio che obbligherà il cliente a pagare qualcosa all’azienda, una somma intorno ai 20 dollari, ma che gli consentirà in caso di volo cancellato di ricevere immediatamente 200 euro – pagati da AirHelp – a cui si potranno aggiungere i rimborsi normali fino a 600 euro. Ma tra gli obiettivi più importanti ce n’è un altro che sta a cuore a Campisi: la start up è pronta a espandersi anche in Italia. «Stiamo assumendo business developer per aiutarci a sviluppare la nostra impresa anche in Italia. Penso che apriremo la sede entro il prossimo maggio e sarà probabilmente a Torino, dove c’è un clima per le start up molto favorevole: i prezzi degli affitti sono bassi, il Politecnico sta lanciando vari incubatori e la città sta iniziando a competere con Milano, che è quasi satura, ed è a solo 45 minuti di treno». Gli italiani che quindi saranno assunti nei prossimi mesi, due già sono stati reclutati, dovranno però inizialmente lavorare in Polonia visto che nel nostro Paese manca l’ufficio operativo, ma questo dato non sembra scoraggiare gli invii di curriculum. Tutt’altro: «I giovani che stiamo selezionando sono molto più contenti di andare in Polonia che di stare in Italia: qualcuno la vede come un’esperienza all’estero, altri come la realizzazione della loro fuga dal Paese». Pur avendo la sua sede dirigenziale a New York, AirHelp ha come utenti una platea europea anche perché la legge comunitaria che sfrutta si può applicare solo a voli di compagnie europee che dall’America arrivano in Europa o a voli che partono dall’Europa con una qualsiasi compagnia e arrivano negli Stati Uniti. «I nostri primi due mercati, anche perché lì abbiamo investito di più, sono Inghilterra e Danimarca. Poi un po’ a sorpresa ci sono Italia, Portogallo e Spagna». Ad oggi i passeggeri aiutati sono stati più di 60mila e il tasso di vincita, inizialmente sul 60%, è arrivato al 90% dei casi. Per chiedere aiuto basta compilare il form online, a quel punto è la startup a prendere in carico tutte le pratiche e nel caso in cui la compagnia aerea non sia subito disponibile a pagare, a portarla davanti alla Corte. Una volta ottenuto il risarcimento, AirHelp trattiene il 25% della somma ottenuta ma se per qualche motivo la compagnia aerea non paga anche la start up non pretende alcun pagamento. Un’ipotesi, quella del non rimborso, che con il tempo si sta riducendo: «Le compagnie aeree hanno cominciato a conoscerci e capito che risparmiano più a collaborare e pagare subito piuttosto che andare in tribunale». Se il successo di Campisi è arrivato grazie a una startup creata all’estero, sulla così detta fuga dei cervelli lui è scettico: «Ogni posto offre cose diverse in base a cosa si vuole fare. Non credo che sia impossibile creare qualcosa in Italia. Certo è più difficile e molte cose vanno cambiate, ma è possibile farlo. E andare all’estero non è uno svantaggio per il nostro Paese: chi lo fa può comunque portare capitali in Italia come stiamo facendo noi di AirHelp che abbiamo il progetto di tornare e assumere oltre a investire lì».  E sulle critiche o elogi che arrivano sul tema startup, Campisi ha un’idea precisa: «È sicuramente un campo interessante ma non bisogna dimenticare che il 99% delle startup falliscono. E significa perdita di tempo e soldi. Il suggerimento è fare startup ma in maniera prudente e dimenticarsi che i finanziamenti arrivano subito. Perché purtroppo, soprattutto in Italia, non succede».

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Fattelo!, la start-up sostenibile nata dalle donazioni online

Costruire oggetti di design da materiali di scarto, ricercare finanziamenti attraverso il crowdfunding e utilizzare i social network per diffondere l’idea. C’è tutto questodentro Fattelo! una delle prime start-up italiane nata dalle donazioni volontarie degli utenti del web. Loro sono quattro designer – tre di 28 anni e uno di 29 - che hanno coniugato sostenibilità, innovazione e manualità nella 01 Lamp, una lampada realizzata con il cartone della pizza ripiegato e dotato di luce a Led. Un team formato da Mattia Compagnucci un graphic designer e direttore artistico di uno studio grafico milanese, Antonio Scribano un esperto di web laureato all’Isia di Firenze (Istituto Superiore Industrie Artistiche) e Daniele Schinaia, product designer presso un’azienda che produce cucine. Ad avere l’idea è Federico Trucchia che da Londra, dove frequenta il Royal Collage Art of  London dopo aver chiuso a Firenze uno studio di modellazione professionale aperto con un altro giovane socio, contatta i tre amici – colleghi. A Daniele, Mattia e Antonio il prodotto piace, così a Ottobre 2011 iniziano a studiare diversi modelli di lampade. Un lavoro di squadra reso possibile dalle videochiamate via Skype che abbattono i 2mila chilometri di distanza (vivono tuttora in città diverse: Londra, Milano, Firenze e Ancona). Una volta sviluppata la versione definitiva della lampada, «Dopo aver mangiato una quantità industriale di pizza», racconta Antonio Scribano da Firenze, lanciano il loro progetto su Eppela, la piattaforma di crowdfunding che offre gratuitamente la possibilità di far conoscere la propria idea in rete, con uno scopo preciso: chiedere al popolo del web 5mila euro per dare vita alla loro una start–up. «Abbiamo chiesto un aiuto concreto per la nascita di Fattelo!» chiarisce Antonio «non avevamo capitale iniziale da investire e volevamo effettivamente capire se ci fosse qualcuno interessato a sostenere un progetto del genere, cercavamo una risposta dal mercato». Grazie a 94 donatori, in 42 giorni i quattro design hanno superato di mille euro il budget previsto. Il 7 Dicembre 2012 hanno raccolto 6mila euro e, pochi giorni dopo, il 21, hanno registrato una srls, la società a responsabilità limitata semplificata. «Raggiungere la cifra è stata una conferma ma allo stesso tempo una sorpresa», perché il crowndfunding è in Italia un fenomeno poco conosciuto. La scelta che offrono i ragazzi di Fattelo! è duplice: si può acquistare la lampada online per 35 euro e ricevere a casa il cartone già fustellato in una versione compatta per risparmiare sugli ingombri di spedizione, o scaricare gratuitamente dal sito le istruzioni per montare a casa l’oggetto. La seconda opzione utilizza la modalità di pagamento «Pay-with-a-tweet», cioè dopo il download della sagoma della lampada si autorizza l’invio di un tweet (“Oggi costruirò la mia lampada…”) o un “mi piace” sulla pagina Facebook del prodotto. Anche questo un sistema poco utilizzato nel nostro paese che Mattia, l’esperto di comunicazione del team che vive a Milano, ha importato dai paesi anglosassoni per polverizzare i costi della pubblicità. Convincere la gente a costruire la lampada è una parte fondamentale del progetto perché Fattelo! fa della partecipazione e del «Do it yourself» il suo motto. Su questo binario si svilupperà il futuro dell’appena nata start-up in una logica che invita al riutilizzo creativo di materiali che normalmente buttiamo. Un’idea che ha avuto già molto successo, i fratelli Freitag hanno costruito un mito con le borse ricavate da teloni di camion, camere d’aria di biciclette, cinture di sicurezza e airbag. Tutto  rigorosamente già usato. I finanziamenti del popolo del web sono stati tutti investiti: 996 euro di capitale sociale, i costi dell’apertura del conto in banca, l’iscrizione al registro delle imprese e le spese di produzione e spedizione delle lampade. Il tutto non è stato complicato: «la digitalizzazione della burocrazia e l’esenzione dei costi notarili per questo tipo di società ci hanno aiutato molto», spiegano. Conoscono, però, i problemi che dovranno affrontare, prima di tutto la «pressione fiscale e la difficoltà di accesso al credito», per questo nel loro futuro il crowdfunding e la partecipazione degli utenti continueranno ad essere determinanti. L’intenzione dei giovani designer è quella di continuare a vendere prodotti creati da materialidiriutilizzati e di creare una piattaforma open soruce in cui designer e utenti possano contribuire allo sviluppo e al miglioramento di prodotti eco-design. Le idee più apprezzate dalla comunità virtuale saranno messe in vendita in un marketplace con una maggiorazione del prezzo che sarà il guadagno dell’ideatore. Fattelo! per ora si occupa dell’assemblaggio e spedizione della lampada prodotta da un’impresa di cartotecnica ma il team punta a diventare produttore di cartoni della pizza già fustellati «così il cliente dopo cena può costruire la lampada!». «Abbiamo tante idee e facciamo fatica a seguire tutto anche perché ognuno di noi ha il suo lavoro e in questa fase iniziale non possiamo ancora lasciare», chiarisce Antonio: «per il momento nessuno di noi ha guadagnato un euro». La sera e nel week end lavorano alla progettazione di un altro oggetto di design di cui non possono anticipare nulla se non che «sarà ricavato da un altro tipo di cartone che normalmente buttiamo via», ancora una volta finanziato dal crowdfunding. «Abbiamo raccolto le donazioni puntando sulla sfida “Aiutaci a costruire un’azienda innovativa” e anche per questo nuovo prodotto dobbiamo utilizzare un tema forte per supportare la campagna che, questa volta, pensiamo di allargare al contesto europeo». La raccolta fondi online è la loro soluzione alla difficoltà di accesso al credito per i giovani, conoscono le potenzialità ma anche le difficoltà di questo nuovo strumento. «Non basta una buona idea per avere successo con il crowdfunding ma è necessario un progetto che unisca strategia comunicativa, conoscenza del web e design». Il lancio del secondo prodotto sarà la prova del nove e il popolo del web detterà il futuro della loro avventura.Annalisa AusilioPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mirko Pallera di Ninja Marketing: «Startupper, contagiate la rete con le vostre idee»Vuoi conoscere altre storie di star-up?- La ssrls convince gli startupper, fondate 3mila in quattro mesi- Milano capitale delle start-up grazie a Polihub e Tag Milano- Dalla Romania a Torino per diventare startupper. E italiano- Tiny Bull studios, la start-up che guarda al futuro dei mobile game  

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«Stage in Commissione UE, una delle esperienze più formative nel mio campo»

Dal 1° al 31 gennaio è aperto il bando per candidarsi agli stage per la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Lorenzo Marchese. La comunicazione è dappertutto. Ne sono convinto. Tanto che inizio così la mia presentazione su LinkedIn. La mia passione per la comunicazione discende dalla mia passione per la politica. Secondo me non possono esistere in maniera separata. Qualsiasi attività pubblica ha bisogno di comunicazione. Per questo ne ho fatto la mia professione. Oggi sono un free lance. Un consulente indipendente in relazioni pubbliche, comunicazione  e affari europei a Bruxelles, ma la mia storia inizia in Italia, 27 anni fa. Sono nato ad Alessandria. Lì ho frequentato il liceo classico fino al terzo anno. Poi ho vinto una borsa di studio per il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico: 32mila euro per due anni, per concludere la mia formazione superiore a Trieste, con quello che viene chiamato baccellierato internazionale , concentrando gli studi su sei materie e in particolare, per me, in storia, filosofia e letteratura italiana. Ne sono venuto a conoscenza grazie a un bando regionale, mi sono candidato e ho passato due fasi di selezione, regionali e nazionali. La borsa copriva tutti i costi, compreso vitto e alloggio presso le strutture della scuola, e mi ha permesso di ottenere un diploma valido per l'ammissione universitaria in più di 80 Paesi al mondo. Dopo la maturità, volevo continuare a studiare filosofia. Per questo ho cercato un'università inglese, sia per la metodologia di studio, sia perché mi sembrava offrisse opportunità di carriera dopo il corso di studi. Mi hanno preso a Warwick, dove ho studiato per tre anni, dal 2006 al 2009. Le tasse universitarie erano di circa 3mila sterline l'anno, a cui bisognava aggiungerne almeno 800 euro al mese per vivere. In questo periodo ho potuto contare molto sul sostegno dei miei: non ho fatto lavori particolari per mantenermi, se non una breve esperienza estiva di un mese, tra il primo e il secondo anno di università, come insegnante di inglese in Polonia, per bambini tra gli 8 e i 12 anni, in un villaggio dal nome poco pronunciabile: Przytok. L'annuncio l'ho trovato nel dormitorio dell'università. Mi sono detto: perché no? Ho mandato il mio cv e mi hanno preso, anche se ero l'unico non madrelingua a insegnare inglese! Verso la fine del triennio, ho iniziato a guardarmi intorno per entrare nel mondo del lavoro. Vedevo però che molte posizioni richiedevano un master, così mi sono iscritto, sempre a Warwick, a un master in filosofia continentale (quella che da noi sarebbe "filosofia del Novecento"). Anche qui, l'appoggio della mia famiglia è stato fondamentale per mantenermi. I costi si aggiravano intorno alle 4mila sterline. Nello stesso periodo sono stato molto attivo in diverse attività studentesche: sono stato responsabile della comunicazione sia per la società studentesca di Amnesty international che per la società studentesca di filosofia, oltre che presidente studentesco del club di Tai Chi. Questa parte della mia carriera universitaria è stata molto importante per il mio futuro: non erano esperienze pagate, ma era comunque richiesto un certo impegno. E' lì che ho imparato i rudimenti della mia professione ed è in quel periodo che è nata la mia passione per la politica europea. Così, terminati gli studi, ho deciso di venire a Bruxelles. Mi sembrava il posto giusto dove stare e maturare. Mentre cercavo lavoro, ho iniziato a studiare francese e dopo quattro mesi ho trovato un posto da stagista come assistente al segretario generale di Lymec, l'associazione giovanile di ALDE, il gruppo politico dei liberali europei. Era uno stage con un contratto belga di "immersione professionale", pagato 700 euro al mese, da marzo a luglio 2011. Un buon rimborso. Di certo non abbastanza per essere indipendenti, ma potevo contare ancora su un leggero aiuto dalla mia famiglia. Per Lymec mi occupavo di comunicazione, organizzazione di eventi, editing di testi, social media, ma avevo già deciso, una volta conclusa l'esperienza, di fare un altro master, questa volta in studi europei: sentivo che la mia conoscenza della materia non era ancora abbastanza approfondita. Di nuovo, altro giro di candidature. Questa volta mi hanno preso alla London School of Economics, al master in "European Studies: Ideas and Identities". Un anno di corso, da settembre 2011 a ottobre 2012, su cui ho investito molto, anche a livello economico (le tasse universitarie erano di quasi 16mila sterline). In parallelo mi sono impegnato come responsabile della comunicazione per la Società europea degli studenti della LSE. E' stata un'altra esperienza fondamentale per il mio futuro, perché mi ha consentito di entrare in contatto con una rete molto estesa di esperti di materie europee, nonché di organizzare eventi con ospiti di rilievo: membri del Parlamento europeo (come Niccolò Rinaldi) o economisti riconosciuti a livello inglese o internazionale, come Yannick Naud. A Londra, poi, ho deciso di unire finalmente la mia passione per la comunicazione a quella per la politica: mi sono iscritto al partito Italia dei Valori e, come attivista, sono diventato responsabile per la comunicazione per il Regno Unito e, in seguito, assistente del direttore della comunicazione per gli italiani all'estero. Ho contribuito, ad esempio, alla costruzione del sito internet per le elezioni nazionali del 2013 e ho imparato moltissimo sulle tecniche di comunicazione pubblica e politica. Verso la fine del master, ho mandato la mia candidatura per lo stage alla Commissione europea. Dopo la prima fase di scrematura, sono entrato nel famoso bluebook, ovvero nella lista dei candidati che possono essere chiamati dalle varie Direzioni generali. A volte le unità cercano profili specifici, attraverso una ricerca per parole chiave. Ma chi è nel bluebook sa che è anche il momento di contattare gli uffici a cui sono interessati per mettersi in luce. Qualcuno usa la parola lobby. Secondo me non è corretto. Si tratta semplicemente di cercare di farsi conoscere, come si farebbe in qualsiasi momento uno cerchi lavoro. A me interessava la Direzione Generale per la Comunicazione: ho cercato quali fossero i direttori a cui mandare una mia presentazione mirata. Su quattro richieste, mi hanno contattato per due colloqui. E alla fine mi hanno offerto un tirocinio al Servizio del Portavoce, nell'unità "Cittadini e Budget", con il classico rimborso da mille euro al mese. Il Servizio di Portavoce è quello che ha il compito di interfacciarsi con i media, esprimendo la voce ufficiale della Commissione. Ho imparato come quello che succede alla Commissione viene raccontato alla stampa e penso ancora che quella sia stata una delle esperienze più formative per la mia carriera anche per la fortuna di lavorare con un grandissimo professionista nel campo delle relazioni pubbliche. Come stagista, aiutavo il portavoce per il budget, Patrizio Fiorilli, a preparare le risposte per i giornalisti e nella ricerca di dati di background, in quello che considero il momento più delicato e importante di tutto il dibattito politico europeo: era in fase di approvazione il Multiannual Financial Framework, ovvero il quadro delle politiche di spesa per il settennato 2014-2020. Al termine dello stage, volevo comunque restare a Bruxelles. Ho mandato quasi 60 curriculum e un mese dopo, nell'aprile 2013, ho ricevuto un'offerta di contratto a tempo determinato come project e communication officer per il Cefic, l'associazione delle industrie chimiche europee (European Chemical Industry Council), occupandomi di relazioni con i media, promozione di eventi, campagne di comunicazione online o offline. Di sicuro lo stage in Commissione ha avuto il suo peso nel curriculum. È un'esperienza che dà lustro anche se, nella comunicazione, credo sia ugualmente importante sviluppare competenze  tecniche con esperienza sul campo. Il mio contratto si è concluso un anno dopo, nell'aprile 2014, in un momento in cui il mercato del lavoro a Bruxelles non era molto aperto. Così mi sono creato da solo la mia opportunità: l'interesse che ho riscontrato per potenziali attività di comunicazione mi hanno spinto a diventare un consulente indipendente, un libero professionista. Nell'ottobre scorso ho aperto una partita iva belga. L'ho scelta non tanto per la tassazione, che non è poi così diversa da quella italiana (l'iva nel settore dei servizi è al 24% e tra contributi e tasse se ne va circa un terzo delle entrate lorde), quanto per la burocrazia: è molto forte anche qui in Belgio, ma almeno cerca di aiutare il lavoratore e non di ostacolarlo. Ai miei clienti, al momento principalmente formati da associazioni internazionali, offro pacchetti su misura con un impegno tra le 40 e le 50 ore mensili. La mia attività è ancora in fase di avviamento: sono partito a ottobre con un solo cliente e con un fatturato limitato. Ma l'attività sta crescendo e conto, entro giugno, di arrivare a un guadagno netto di almeno circa duemila euro al mese. Non escludo di tornare in Italia prima o poi. Non credo che sia una causa persa a livello di possibilità di cambiamento, anche per i giovani. Conosco ragazzi della mia età che hanno trovato buoni posti di lavoro. Non dico che non tornerei in Italia perché non offre opportunità. Solo che ne offre meno di altri. Anche qui a Bruxelles non è facile, ma al momento amo troppo questa città. Per me questa città è il punto di incontro tra il nord e il sud. Credo che prenda il meglio da tutte le culture europee: un'organizzazione abbastanza efficiente del welfare, ma anche un clima culturale vivo e un atteggiamento verso la vita piuttosto rilassato, oltre alla capacità di accoglienza verso tutti. Troverei il modo di restarci in ogni caso, anche se non ci fossero le istituzioni europee. testo raccolto da Maura Bertanzon

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«In Commissione europea la mia passione per il video è diventata un lavoro»: la storia di Maddalena Monge

Dal 1° luglio al 1° settembre è aperto il bando per candidarsi agli stage da mille euro al mese presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Maddalena Monge.Ho quasi 29 anni e sono di Rovigo. Nel 2001 dopo il liceo scientifico mi sono iscritta a Scienze della comunicazione a Ferrara, svolgendo metà del secondo anno a Barcellona con un Erasmus. Per la specialistica invece mi sono trasferita a Milano per studiare Televisione, cinema e produzione multimediale alla Iulm. Il primo anno ho usufruito del pensionato universitario, molto economico - pagavo meno di 200 euro per una doppia - e ottimo per conoscere nuova gente; poi ho preso di nuovo una doppia a 300 euro, un prezzo comunque basso per gli standard milanesi. Già la retta era abbastanza cara: 4.500 euro all'anno!Negli ultimi sei mesi della biennale, che ho finito a febbraio 2006, ho fatto anche il mio primo stage in un'agenzia di comunicazione: si trattava di documentare con video e foto alcuni eventi milanesi - la settimana del design ad esempio - dando spazio agli artisti minori o con scarsa visibilità e alla street culture. Il tutto con un contributo di 10 euro al giorno. Come volontaria invece ho collaborato con Esterni.org, realizzando ad esempio il backstage del Miff, il Milano International Film Festival. Io e i miei colleghi universitari compravano da soli le videocassette, ma poi andavamo gratis al cinema e alle serate; allora era più che sufficiente: quello che ci interessava era praticare la teoria che spiegavano a lezione. E poi ho partecipato a mostre fotografiche, creazioni video, loghi pubblicitari; tutto gratis o con piccoli contribuiti. Finita l'università ho iniziato un master in Ideazione e progettazione di audiovisivi alla Cattolica, pagando 5 mila euro per un anno. Alla fine era previsto uno stage di quattro mesi, che io ho svolto a Roma presso la società di produzione audiovisiva Wilder per la trasmissione Tetris di La 7, a partire da settembre 2007. A Tetris svolgevo ricerche, preparavo scalette, schede degli ospiti, interviste; e svolgevo assistenza per i servizi su Roma e in studio il venerdì. Il clima in redazione era informale e amichevole: oltre a me e un altro stagista, c'erano tre giornalisti, un caporedattore, tre autori e tre produttori. Si lavorava tanto ma eravamo motivati. Per quei quattro mesi, fino a dicembre, ho ricevuto dall'università un contributo di 400 euro mensili - una borsa di studio in sostanza. Poi finito lo stage a febbraio sono stata assunta con un contratto co.co.co da 750 euro mensili per le ultime dieci puntate della stagione. Alla fine, causa tagli, non si sapeva se il programma sarebbe stato confermato e io nel frattempo mi ero preparata un "piano B" facendo domanda per uno stage alla Commissione europea. Quando gli autori di La7 hanno avuto l'ok io ero già in partenza per Bruxelles. Avevo saputo di questa opportunità tramite una newsletter, e ci ho voluto provare. In ambito internazionale avevo già all'attivo il Servizio civile internazionale a Reykjavik, in Islanda, durante l’estate 2008: un progetto di sensibilizzazione ambientale tramite la fotografia scoperto tramite la Scuola romana di fotografia dove avevo fatto un corso serale. Per candidarsi agli stage in Commissione è sufficiente sapere bene un'altra lingua Ue - anche se poi la competività è molto alta - quindi mi sono fatta avanti. Ed ecco a giugno 2009 la risposta positiva della Commissione. A settembre mi sono trasferita a Bruxelles, dove ho trovato uno studio per me sola - io lo chiamavo corridoio, viste le dimensioni - a 400 euro al mese; vista la zona carina, Chatelain, erano anche pochi. Il rimborso era di 1030 euro, quindi senza grosse spese extra riuscivo a cavarmela. Sono stata assegnata al Direttorato di informazione e società e lavoravo per Media, il programma europeo in appoggio dell’audiovisivo [a fianco, uno screenshot della homepage del sito], occupandomi di alfabetizzazione ai media. La mia tesi specialistica era stata appunto uno studio sui cambiamenti del giornalismo ai tempi di internet, quindi l’argomento mi era familiare e mi interessava. Gli altri stagiaire che ho conosciuto venivano soprattutto da scienze politiche, giurisprudenza, studi europei, ma il mio background universitario atipico non è mai stato un problema. All'inizio facevo molte domande per "entrare nel meccanismo" e non mi mai stata negata una risposta; potevo partecipare a ogni riunione o briefing ufficiale e mi è stato anche concesso un corso di formazione di due giorni intitolato “Mastering your communication skills”. Il contesto multiculturale è fantastico: pian piano parlare quotidianamente più lingue, che soddisfazione! Credo che se non fossi stata a Bruxelles non mi sarebbe mai capitato di lavorare con una ragazza norvegese o di preparare una moussaka con un greco, che era poi il mio vicino di casa. Ho partecipato anche all'organizzazione di due stage committee:  lo stagiaire journal and il cineclub. E ho incontrato persone che ancora oggi dopo due anni sono mie amiche, anche più di prima; con alcune abbiamo formato un gruppo di cucina e ci troviamo per delle gran mangiate almeno una volta al mese. Dopo lo stage sono rimasta un mese in più a Bruxelles alla ricerca di lavoro, incoraggiata soprattutto da una funzionaria francese di Media - lì da quando il programma è stato creato, venti anni fa, una che conosce tutto e tutti! Al tempo stesso cercavo anche a Roma Barcellona, le altre due città che conoscevo. Qui però nessuno ha mai risposto alle mie candidature. A Bruxelles sì, ma è un po’ difficile per un non francofono: serve una buona conoscenza del francese, a volte anche del fiammingo, mentre l’inglese fluente ed eccelso lo danno per scontato. E i colloqui sono seri. Ho mandato parecchi cv, ogni volta riadattandoli in base al profilo richiesto, con lettera di motivazione ad hoc. E qualcuno ha richiamato. Non ne è venuto un lavoro ma un altro stage: sei mesi al segretariato dell'European Schoolnet, un consorzio di ministeri della cultura europei, pagato 750 euro mensili. Mi occupavo della parte video del sito e nonostante i ritmi serrati il clima era amichevole.  Un'altra bella esperienza, ma al quarto mese ho lasciato perché dalla Commissione Ue è arrivata un'offerta di lavoro come assistente esecutiva di Media! Sono stata assunta con un contratto quadro tramite l'agenzia belga Cecoforma, che con il programma aveva vinto un appalto di quattro anni. Da agosto ad ottobre quindi ho seguito l’organizzazione dei mercati cinematografici europei dove Media ha uno stand e organizza attività o conferenze. Facevo un po’ di tutto, tante mail e telefonate organizzative, ma la parte migliore era l'assistenza allo stand durante le missioni. Per ogni mercato firmavo un contratto specifico a seconda del lavoro previsto  quindi a inizio 2010 ho aperto la partita Iva, e da allora lavoro come indipendente.Dopo una missione a Cannes, ho ricevuto dal mio attuale capo la proposta di lavorare per EbS, il canale televisivo satellitare ufficiale delle istituzioni europee, e da un anno sono il loro webmaster. Essendo freelance è difficile quantificare il mio stipendio, dipende dai giorni di lavoro effettivo; non navigo certo nell'oro ma mi mantengo autonomamente. Vivo con un ragazzo croato in un appartamento da 550 euro al mese, semplice ma con tutti i confort. Sono contenta. A fine mese se rimane qualcosa lo risparmio o lo uso perviaggiare e per andare alla ricerca di festival cinematografici, che sono tuttora la mia passione. Tornare in Italia? Per il momento solo per qualche weekend. Testo raccolto da Annalisa Di PaloScopri tutte le altre storie degli ex stagisti in Commissione europeaE per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Seicento stage da mille euro al mese alla Commissione europea: bando aperto fino al 1° settembre. E dall'Italia è ancora boom di domande

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Laura Serrao: «Quanta fatica per riuscire a fare lo stage alla Commissione europea! Ma ne è valsa la pena: a distanza di due anni sono ancora qui. Assunta»

Dal 1° al 31 gennaio è aperto il bando per candidarsi agli stage presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Laura Serrao.Ho 29 anni e sono nata a Roma. Dopo il liceo linguistico mi iscrissi a Scienze politiche con l'idea di intraprendere la carriera diplomatica; al penultimo anno di università ottenni una borsa Erasmus e nell’ottobre 2003 partii per l'università Paris VIII - Saint-Denis, restandoci fino alla fine dall'anno accademico.  Un'esperienza molto formativa, per la prima volta mi trovavo a vivere da sola, e per di più in un altro Paese! Purtroppo dal punto di vista accademico mi sentii lasciata allo sbaraglio: niente informazioni o appoggio dalla mia università, grandi problemi nel farmi riconoscere gli esami. Così alla fine mi dedicai a fare ricerche per la tesi. Tornata in Italia, una volta finiti gli esami decisi di fare una prima esperienza lavorativa e attraverso l’ufficio stage dell’università scoprii il Mae-Crui, un programma che permette ai giovani di passare un periodo di tre mesi presso il ministero degli Esteri o in un'ambasciata o consolato. Cominciai il Mae-Crui nell'aprile del 2006; non era previsto alcun rimborso, neanche i buoni pasto. La mia università con fondi propri dava dei rimborsi - dai 500 ai mille euro per l'intero periodo, se non sbaglio - a chi veniva assegnato a sedi estere, ma essendo rimasta io a Roma non ne avevo diritto. Mi assegnarono al Cerimoniale diplomatico; all'inizio ero molto intimorita da quell'ambiente così formale, però con il passare del tempo imparai come muovermi e colsi l'occasione per confrontarmi con ambasciatori di vari paesi. Un'esperienza veramente formativa, che però al tempo stesso mi fece capire che non era quella la strada che volevo seguire.Al ministero gli stagisti erano concentrati presso gli uffici del 4° e 5° piano, mentre io mi trovavo al 1°: nel mio ufficio eravamo in tre. Alla fine dei tre mesi di stage chiesi e ottenni un rinnovo – anche se non molti lo sanno, il Mae-Crui può arrivare fino a 12 mesi. Rimasi lì fino alla fine di settembre del 2006. Per un breve periodo mi venne affidato il compito di formare le nuove stagiste: quando arrivarono, il capo dell'ufficio mi chiese di insegnare loro quello che avevo imparato io fino ad allora, anche perché nel frattempo il mio tutor era stato assegnato ad una sede estera e si attendeva l'arrivo di un nuovo diplomatico nell'ufficio – quindi in quel periodo oltre al capo ufficio e alle segretarie c'eravamo solo noi stagiste. Alla fine mi fu proposto di rimanere ancora, ma trattandosi di un ministero non c'era nessuna possibilità di ottenere un contratto; così decisi di riprendere gli studi.L'anno successivo, sempre tramite la Crui, feci un altro stage a cavallo dell'estate – da maggio a luglio – presso la sede centrale dell'Ice a Roma. Nel mio ufficio eravamo sei stagisti a fronte di una trentina di dipendenti. In questo caso era previsto un rimborso spese, ma quando arrivai io era stato sospeso a causa di tagli vari – ricevetti poi dei soldi qualche mese dopo la fine dello stage, una cifra intorno ai 300 euro. Purtroppo in quel caso fui costretta, per problemi familiari, a interrompere lo stage dopo appena due mesi. Poco dopo ottenni una borsa di studio del ministero degli Esteri per il Collegio d'Europa di Bruges, per un master internazionale in Affari europei considerato tra i più competitivi al mondo, e così partii alla volta del Belgio. Il master durò dal settembre del 2007 al giugno del 2008. La borsa di studio copriva solo parzialmente il costo del corso, all'epoca circa 7mila euro su 17mila; la scuola aveva dormitori e mensa, ma in pratica questa parte dei costi era a carico degli studenti. Alcuni miei compagni avevano ottenuto delle borse integrative dalle regioni o dalle università di provenienza, ma nel mio caso la Regione Lazio non prevedeva nulla di simile: quindi furono i miei genitori a coprire la restante quota, anche perché durante il master la frequenza era obbligatoria e la mole di lavoro non mi avrebbe consentito di lavorare.Nel frattempo, lo stage in Commissione. Questo era sempre stato un mio pallino: con delle mie compagne di università avevamo presentato domanda subito dopo la laurea, ma nessuna di noi era riuscita ad entrare nel “Bluebook”, il database da cui la Commissione attinge per reclutare gli stagisti. Ricordo la delusione, eravamo tutte neolaureate con ottimi voti e, pensavamo, con ottimi curriculum… Ora, dopo essere passata dall'altra parte della barricata (l'anno scorso ho fatto parte del jury di selezione) mi rendo della quantità e qualità delle domande che ogni sei mesi arrivano in Commissione, soprattutto dall'Italia – forse anche perché noi siamo tristemente abituati a stage non retribuiti, e un rimborso spese di più di mille euro è molto allettante, senza considerare il valore formativo di un'esperienza in Commissione.Insomma, mentre facevo il master a Bruges feci di nuovo domanda, e questa volta entrai nel Bluebook. Nelle settimane seguenti alcuni miei compagni vennero chiamati a Bruxelles per fare dei colloqui, altri avevano già ottenuto la conferma dello stage, io invece ricordo che tornai a Roma senza nessuna risposta. Ero un po’ delusa. Poi invece dopo quasi un mese ecco arrivare la mail tanto agognata: la Commissione mi offriva uno stage presso il Segretariato generale, nella direzione per i rapporti con il Parlamento. Non potevo chieder di più. A settembre sbarcai Bruxelles per cercare casa, insieme al mio ragazzo che aveva deciso di seguirmi. Trovato un appartamento rientrammo in Italia e a fine mese ripartimmo con la macchina carica di valigie e pacchi: 18 ore di viaggio, un incubo, ma finalmente eravamo pronti ad iniziare questa nuova avventura! Lo stage durò dall’ottobre del 2008 al febbraio del 2009. Eravamo una ventina di stagisti in tutto il Segretariato generale, che conta circa 600 membri dello staff; dei tre stagisti assegnati alla mia direzione io ero l'unica italiana. Il lavoro consisteva principalmente nel seguire i lavori del Parlamento Europeo, nelle commissioni parlamentari e nelle sedute plenarie. Ogni funzionario dell'ufficio era responsabile di seguire una commissione: per il primo periodo io seguii insieme alla mia advisor quella sulle Libertà fondamentali; dopo un paio di mesi, quando uno dei funzionari lasciò l'ufficio, il capo unità mi affidò la commissione per i Trasporti. Una grande responsabilità, che mi permise di dimostrare quello che avevo imparato fino ad allora: si trattava di seguire i lavori e poi relazionare all'ufficio e a tutta la gerarchia. In pratica andavo in Parlamento un paio di giorni a settimana e seguivo i dibattiti della Commissione per poi scrivere delle note informative. La casa, una settantina di metri quadrati nel cosiddetto “quartiere europeo”, costava a me e al mio ragazzo poco meno di mille euro comprese le spese. Anzi dovrei dire “ci costa”, perché ci siamo rimasti ben oltre il mio stage: viviamo ancora qui. Fin dal principio avevo intrapreso l'esperienza dello stage nell'ottica di fermarmi a Bruxelles dopo, perché rispetto all'Italia ci sono più possibilità lavorative e perché avevo speso i due anni precedenti a specializzarmi nel diritto e nella politica dell'UE. Purtroppo però il periodo è coinciso  con l'inizio della crisi economica, che chiaramente si è fatta sentire anche qui, quindi di offerte di lavoro non ce n’erano molte. Poi una mattina, poco prima delle vacanze di Natale, arrivo in ufficio, accendo il computer e tra le news sull'intranet vedo che un'unità della mia direzione cerca un agente contrattuale, con un profilo simile al mio. Un paio di anni prima avevo scoperto l'esistenza di queste selezioni per entrare nel database della Commissione per agenti contrattuali, e così nel corso degli anni avevo provato a propormi per dei contratti, ma senza successo. Ora proprio nel mio ufficio si apriva una possibilità: una specie di miracolo. Non passano neanche 30 minuti che ho già spedito la mail con il cv. Qualche giorno dopo vengo chiamata per il colloquio, la capo unità mi spiega che si tratta di un contratto di nove mesi per aiutare la Direzione durante il periodo di preparazione per le audizioni parlamentari della nuova Commissione Europea, mi dice che ci sarà tanto lavoro da fare, ma che sarà anche molto interessante vivere in prima persona il momento della transizione dopo le elezioni europee. Così subito dopo fine del mio stage ho iniziato a lavorare in Commissione. Da allora è passato più di un anno, il contratto iniziale è stato rinnovato, e quando il lavoro per cui sono stata assunta è terminato ho trovato posto presso un'altra Direzione generale della Commissione, la DG Ricerca, dove lavoro come project officer seguendo le sovvenzioni comunitarie ai ricercatori europei.Il mio stipendio netto è di 2410 euro, rispetto a quando sono stata assunta c'è stato un minimo aumento dovuto all'adattamento del salario al costo della vita e all'inflazione. Il mio caso è un po' particolare – intendo i vari contratti frammentati: normalmente i contratti standard sono di un anno e vengono poi rinnovati per altri due anni. Mi ritengo fortunata per aver potuto cominciare a lavorare subito. Il passaggio da stage a contratto non è automatico, anzi tutt'altro, e come in tutto serve la fortuna di trovarsi al momento giusto al posto giusto. Non basta essere apprezzati dal capo ufficio durante lo stage per ottenere un contratto alla fine dei cinque mesi: deve esserci un posto vacante, e bisogna avere il giusto profilo, e in linea di massima per ogni posto vacante devono essere chiamate per il colloquio almeno tre persone. In più per diventare agenti contrattuali bisogna aver superato una selezione (CAST), che si svolge in genere ogni uno o due anni, ed essere quindi in un database specifico. Fino a qualche anno fa inoltre c'era una regola, e forse in alcune DG c'è ancora, per cui non si può assumere un ex stagista se non dopo un certo periodo di tempo. Detto ciò il mio non è un caso isolato, conosco altri ex stagisti che poi hanno ottenuto un contratto, anche se spesso non nello stesso ufficio in cui hanno svolto lo stage o magari dopo qualche tempo. Il vantaggio di aver fatto lo stage è sicuramente quello di avere un'ottima formazione professionale: questo chiaramente in fase di selezione può fare la differenza. Lo stage in Commissione è molto apprezzato e spesso considerato un prerequisito per molte offerte di lavoro anche nel settore privato a Bruxelles.Testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Nuovo bando per 600 stage da mille euro al mese alla Commissione europea: ci si può candidare fino al 31 gennaio E le testimonianze degli altri ex stagisti:- Mario Sgarrella: «Ho fatto in sequenza lo stage all'Ecdc di Stoccolma e quello alla Commissione europea: due esperienze super interessanti»- Cinque Paesi in cinque anni: la storia di Daniela Amadio e il racconto del suo stage alla Commissione europea- Carlotta Pigella, Torino-Bruxelles andata e ritorno: «Il mio stage alla Direzione generale Affari Marittimi della Commissione UE? Internazionale e professionalizzante»- Pasquale D'Apice: «Rapporti umani e network di conoscenze, ecco il prezioso valore aggiunto degli stage alla Commissione europea»- Dalla metafisica al trattato di Lisbona: la storia di Mauro Pedruzzi, filosofo stagista alla Commissione europea- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»

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Dalla metafisica al trattato di Lisbona: la storia di Mauro Pedruzzi, filosofo stagista alla Commissione europea

Dal 1° luglio al 1° settembre è aperto il bando per candidarsi agli stage presso la Commissione europea. La Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze di chi ha già fatto questa esperienza: ecco quella di Mauro Pedruzzi.Sono Mauro Pedruzzi, ho 26 anni e vengo dalla provincia di Bergamo. Ho studiato  filosofia prima alla Statale di Milano e poi alla Sorbona di Parigi: laurea triennale nel 2005 con una tesi sul platonismo nella filosofia francese contemporanea, e poi un percorso un po’ atipico tra Francia e Italia, utilizzando il master in «Histoire de la philosophie, métaphysique, phénoménologie» come percorso di studi per la specialistica. Per il primo anno ho percepito 3500 euro come contributo grazie a una borsa di studio “congiunta” della Commissione europea e l’università di Milano; per il secondo anno invece, non essendo previsti ulteriori finanziamenti, ho versato  le tasse universitarie. Ho passato a Parigi un anno e mezzo, dal settembre del 2006 all'agosto del 2008: la mia tesi sulla questione dell’identità politica e culturale dell’Unione Europea è stata poi anche pubblicata sulla rivista Revue philosophique de Louvain.Durante gli studi universitari ho sempre svolto diversi lavoretti: organizzatore di corsi di filosofia per alcuni comuni della bergamasca, intervistatore per una società di ricerche di mercato a Parigi, barista in un pub  a Notting Hill… Credo sia fondamentale per uno studente confrontarsi con il mondo del lavoro durante gli studi e “sporcarsi le mani”.Prima di candidarmi per lo stage alla Commissione europea ho trascorso diverso tempo all’estero,  lavorando come stagista all’ufficio di politica interna e comunicazione dell’Ambasciata d’Italia a Parigi e poi come professore di lingua italiana presso una scuola privata a Londra. Lo stage in Ambasciata, nell’ambito del progetto Mae Crui, è iniziato nel maggio 2008 ed è  durato fino alla fine di agosto. Non era retribuito, tuttavia credo sia stato un’esperienza altamente raccomandabile: personalmente poi, sono stato molto fortunato  perchè ho lavorato durante il semestre di presidenza francese dell’Unione europea e ho quindi avuto modo di partecipare, come membro della delegazione italiana, a diversi summit internazionali. In Ambasciata lo staff era composto da una ventina di persone: oltre a me, in quel periodo, c’erano altri 4-5 stagisti.A settembre del 2008 mi sono trasferito a Londra per approfondire il mio inglese e vi sono rimasto per sette mesi, fino a che non ho ricevuto da Bruxelles la proposta di uno stage alla Rappresentanza della Commissione europea a Dublino. Non ci ho pensato due volte: non capita spesso un'occasione del genere a chi viene da studi filosofici!Era la seconda volta che inviavo la mia candidatura: la prima il mio cv era stato inserito nel blue book ma non aveva poi portato a un’offerta definitiva; la seconda volta è invece andata bene. La mia esperienza, tra l’altro, è stata molto diversa da quella degli altri tirocinanti, perchè dopo aver partecipato ad alcuni incontri a Bruxelles, a  marzo 2009 sono partito alla volta dell’Irlanda. Ero l’unico stagista – e l’unico italiano – della Rappresentanza, in un Paese in cui non ero mai stato: ma fin da subito l’ho apprezzato per la cordialità e la fierezza degli irlandesi. Ho trovato casa molto facilmente dietro al Trinity College, l’affitto era un po’ alto – 600 euro per una camera, se la memoria non mi inganna – e in generale Dublino è abbastanza cara, ma fortunatamente il rimborso spese di 1050 euro al mese mi ha permesso di mantenermi autonomamente. L’Irlanda è un paese complesso e affascinante, in cui le diversità sono estremamente importanti. Come era successo a Parigi, ho avuto la fortuna di lavorare durante un periodo fondamentale per il paese: stavolta quello del referendum sul Lisbon Treaty II. Ho vissuto in prima persona il lavoro della Commissione, lavorando esclusivamente in inglese, a stretto contatto con i referenti a Bruxelles e con il governo irlandese; da europeista convinto, la coscienza di aver contribuito anche in minima parte alla ratifica del trattato mi rende particolarmente orgoglioso. Tornato in Italia ho inviato il mio cv alle principali società di public relations. Ho trovato un’opportunità di stage presso Burson-Marsteller, società di pubbliche relazioni e consulenza di comunicazione, con un rimborso spese di circa 300 euro. Ho interrotto lo stage quando ho ricevuto un’offerta di lavoro da una multinazionale farmaceutica, presso la Direzione Comunicazione e relazioni istituzionali: mi hanno fatto un primo contratto a progetto di sei mesi da 850 euro al mese, e poi dopo le classiche tre settimane di pausa a fine agosto riprenderò con un altro cocopro.In pochi anni ho sperimentato il mondo istituzionale, quello della consulenza e infine quello dell’azienda. Ognuno di questi ovviamente ha i suoi punti di forza e di debolezza; il fil rouge penso sia la curiosità e un po’ di sana ambizione. Il consiglio che posso dare ai miei coetanei è quello di osare: non è detto che chi abbia studiato fino all’altroieri Kant non possa oggi occuparsi di mercato farmaceutico o di relazioni istituzionali. Bisogna armarsi di molta umiltà ma allo stesso tempo puntare in alto. E ovviamente puntare in alto significa anche disponibilità ai trasferimenti e a lavorare duro.testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Seicento stage da 1070 euro al mese alla Commissione europea: bando aperto fino al 1° settembre- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»

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