Università, la proposta dei ricercatori Adi: «Abolite gli assegni di ricerca»

Professori praticamente mai: le speranze di arrivare al traguardo, per i "giovani" - le virgolette sono d'obbligo, visto che si parla anche di quarantenni - che lavorano all'interno delle università e in particolare per chi è assegnista di ricerca, sono minime. Molto difficile è infatti passare dal primo step della vita del ricercatore, quello dell'incarico di indagare su un tema di interesse scientifico, alle fasi successive dei contratti a tempo determinato a due livelli, a o b (l'indeterminato è stato abolito dalla riforma Gelmini). Secondo i calcoli dell'Adi, associazione dottorandi di ricerca, ci riesce appena un risicato 3% di quei 15mila assegnisti recensiti nel 2013 in tutto il paese. Se si conta che in questo momento i titolari di contratti di ricerca in scadenza non superano le 2mila unità («forse 2500» ipotizza Antonio Bonatesta, segretario Adi), si fa presto a capire che il numero è destinato a contrarsi ulteriormente. Ed è probabile, lo lasciano intuire le dichiarazioni di Bonatesta raccolte dalla Repubblica degli Stagisti, che con il tempo la figura del ricercatore si indebolisca sempre più, con conseguente chiusura di atenei e corsi di laurea: «È questo l'obiettivo politico». Il problema del settore non è tanto - o solo - la retribuzione da fame: dietro la fuga all'estero dei migliori cervelli italiani c'è soprattutto l'assenza di concrete prospettive di carriera. «Esiste una specie di cursus honorum che noi chiamiamo via crucis» scherza il segretario, composto sostanzialmente da quattro passaggi: dopo il dottorato, con o senza borsa di studio (con cifre intorno ai mille euro mensili per i più fortunati), nella migliore delle ipotesi ci si aggiudica un assegno di ricerca, con importi tendenzialmente sempre al di sotto dei 1500 euro mensili. L'assegno è annuale e rinnovabile per quattro anni. In mezzo, una giungla di figure ancora più precarie, che non valgono neppure per arricchire il curriculum: quelle di chi fa ricerca a titolo gratuito per una cattedra («ci siamo passati tutti per sei mesi o un anno»), o dei borsisti e collaboratori, ovvero quelli che - forti di un piccolo contratto post laurea di qualche mese - «collaborano a programmi di ricerca». Un insieme folto, perché nel 2013 erano circa un terzo del personale non strutturato impegnato in attività di ricerca: 8mila collaboratori e 500 borsisti su circa 24mila, secondo il rapporto Anvur 2014. E sopratutto un insieme segnato dall'inizio dalla mancanza di sbocchi: questi ricercatori in erba sono fuori dal sistema, non sono parte di quel 'cursus honorum', ma solo «un esercito di riserva di precari completamente flessibile e sostituibile», come riassume il rappresentante Adi. Oggi dunque già ottenere un assegno di ricerca rappresenta un passaggio importante - sempre che poi non si venga espulsi dal sistema, come accade per la quasi totalità degli assegnisti («il 97%» ribadisce Bonatesta). Alla conclusione del periodo di assegno potrebbe infatti capitare la fortuna di firmare un contratto a tempo determinato, prima il cosiddetto RTDa e poi - se va bene - l'RTDb. Senza garanzie, però. Nella maggior parte dei casi invece l'ex assegnista si ritrova fuori dal mondo accademico, a dover ricominciare «occupandosi di tutt'altro», spesso buttando via gli anni passati sui libri. Una situazione che colpisce non giovani freschi di laurea, ma «persone intorno ai quarant'anni e anche oltre». Per chi intraprende la carriera accademica la gavetta «dura almeno dodici anni: tra dottorato, assegno di ricerca e contratti a tempo determinato a loro volta rinnovabili di tre anni». L'identikit del «giovane ricercatore precario» è quello di uno studioso che ha «dai 30 ai 45 anni», e per cui il percorso verso una cattedra che non arriva quasi mai può oltretutto interrompersi in qualunque momento. Il turnover è peraltro praticamente bloccato: «È al 50%, se vanno in pensione dieci professori, ne entrano in cambio cinque». Dulcis in fundo, non è escluso che, dopo l'abilitazione professionale e il concorso, si resti nel perenne limbo dell'attesa che un'università apra il reclutamento. Eppure, in un quadro così degradante, a detta dell'Adi una soluzione ci sarebbe: superare la figura dell'assegnista di ricerca, semplificando tutte le figure intermedie compresi borsisti e collaboratori e introducendo al loro posto un contratto da «professore junior che contenga in sé la clausola tenure track», al momento già parte dell'infatti ambitissimo RTDb. Un modello statunitense: al ricercatore si dà la certezza di un futura assunzione come professore, ma alla condizione che il suo iter sia considerato qualificato e si guadagni un feedback positivo dalla comunità scientifica. Insomma una clausola di meritocrazia. Che potrebbe funzionare anche da antidoto al familismo, come chiarisce un dottorando alla Luiss: «Non è possibile, realisticamente, eliminare la cooptazione dal sistema di reclutamento delle università: è normale che un professore coinvolga nel suo progetto persone che conosce e stima». Ciò che serve è «il criterio del merito nella selezione, di cui devono essere responsabili soggetti terzi, magari le aziende». Il governo, con la legge di Stabilità, sta invece imboccando un'altra direzione. «Quello che viene presentato come un provvedimento per la ripresa del reclutamento dei giovani ricercatori è in realtà creazione di nuovo precariato, pagato con nuove rinunce sul versante delle garanzie di stabilizzazione» si legge nel comunicato Adi lanciato nel giorno di protesta a suon di flashmob in tutta Italia e rimbalzato sui social con l'hashtag #finoaquando?Il decreto punta al recupero dell'organico dei ricercatori a tempo determinato di tipo 'a' cessati nell'anno precedente. «Una soluzione fittizia» è la critica dell'Adi, «perché i primi contingenti di RTDa termineranno il loro percorso solo nel 2016-17, l'effetto sarà differito» e riferito solo a quelle «tre regioni che nel 2013 detenevano da sole il 50% dei posti a bando, a fronte di moltissime altre che non hanno potuto farlo». Ma soprattutto aumenterà il precariato investendo sulla tipologia contrattuale meno garantita. Il contesto descritto non deve però spostare l'attenzione dalla questione centrale, che restano le risorse. Altrimenti ci ritroviamo «a fare riforme con le briciole» sintetizza Bonatesta. L'attacco dell'Adi è in particolare allo stanziamento da 150 milioni per la quota premiale (salito dal 13 al 18%), regalo per gli atenei migliori con cui si promuovono «meccanismi di finanziamento profondamente discriminatori»: l'Adi denuncia anche la poca chiarezza nei criteri di selezione, accusando il governo di voler «smantellare il sistema accademico nazionale mantenendo solo pochi nuclei autoproclamatasi di eccellenza». È davvero opportuno, chiede sarcasticamente l'associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, «fondare il funzionamento di gran parte del sistema accademico sul lavoro precario, privo di aspettative e colpito tanto nei progetti di vita quanto nella libertà stessa della ricerca?». Quando invece questi stessi ricercatori, se adeguatamente tutelati, potrebbero innescare il motore della ripresa economica? Ilaria Mariotti 

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Un tarantino a Cambridge: «Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perché in Italia no?»

Ci sono ancora pochi giorni, fino al 28 marzo, per candidarsi ai tirocini Leonardo Unipharma: 82 borse di studio per uno stage di 24 settimane presso un centro di ricerca europeo. Mario Iurlaro ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza all'università di Bologna e poi quella a Cambridge.   Ho 26 anni e sono nato e cresciuto a Taranto, città dei due mari... e dell'Ilva. Mi sono diplomato al liceo scientifico e sono "emigrato" a Bologna per studiare Biotecnologie. Ho sempre avuto una passione per la biologia, e nonostante qualche tentennamento, principalmente a causa dei dubbi sugli eventuali sbocchi lavorativi, Biotech è stata la mia prima e unica scelta. Andare via da Taranto è stata una mossa obbligata e il desiderio di indipendenza ha fatto il resto. A Bologna ho trascorso anni fantastici da un punto di vista personale e formativo. I miei genitori sono entrambi insegnanti di scuola, quindi non posso dire di aver seguito le loro orme - anche se mia madre è laureata in Biologia, e quindi in questo senso è riuscita a trasmettermi questa passione. A eccezione di qualche lavoretto occasionale, non ho mai avuto un impiego vero e proprio durante gli anni universitari e ho potuto mantenermi solo grazie al supporto dei miei genitori, che ho cercato di ripagare almeno in parte mantenendomi in linea con gli esami. Dopo la laurea triennale ho continuato con la magistrale in Biotecnologie molecolari. Questa è strutturata in maniera tale per cui la maggior parte degli esami sono concentrati nel primo anno, mentre il secondo è lasciato quasi interamente all'internato in laboratorio per la preparazione di una tesi scientifica. Dopo aver svolto i quattro mesi di internato richiesti per la triennale in un ottimo laboratorio di biologia molecolare a Bologna - un'esperienza molto positiva che mi ha fornito le basi della vita quotidiana in laboratorio - ho approfittato della possibilità di svolgere un ulteriore periodo di internato per la magistrale all'estero e mi sono trasferito per quasi un anno a Oxford, dove ho lavorato al dipartimento di Biochimica di un laboratorio che si occupa di genetica molecolare. È stata un'esperienza fondamentale per la mia formazione e che ha in parte indirizzato le mie decisioni, perché mi ha permesso di migliorare sensibilmente l'inglese, di conoscere un modo di lavorare diverso, di confrontarmi con culture differenti e di avere a che fare per la prima volta con la ricerca scientifica targata Uk. L'internato non era retribuito, e dall'università ho ricevuto una borsa di studio di mille euro complessivi per l'intera durata della tesi. Ho imparato molto durante quel periodo, avendo totale indipendenza lavorativa e responsabilità completa sul mio progetto di ricerca. Avrei avuto la possibilità di restare anche per il dottorato, ma non ero convinto al 100% di voler fare ricerca in quel particolare campo e quindi ho preferito rientrare in Italia e cercare altre alternative. Tornato a Bologna, mi sono laureato nel marzo del 2011, una settimana prima della scadenza per presentare domanda per la borsa Leonardo Unipharma Graduates, di cui avevo saputo tramite amici e anche attraverso servizio dell'università (AlmaLaurea). Mi hanno scelto e ho ottenuto una borsa di 4200 euro, per andare in un laboratorio a Cambridge specializzato in epigenetica. Prima di partire nuovamente per l'Inghilterra, nell'agosto del 2011, ho passato circa due mesi nello stesso laboratorio bolognese in cui avevo svolto il mio internato per la triennale, cercando per quanto possibile di dare una mano su un progetto che scaturiva dalla mia precedente esperienza lì. A Cambridge mi sono ambientato molto velocemente, anche grazie alla cospicua comunità italiana presente costituita anche da ex o nuovi vincitori di borsa Leonardo. Ho avuto un rapporto ottimo con il mio tutor, il group leader e con gli altri colleghi di laboratorio. Il progetto che mi è stato affidato era in linea con le attese e fortunatamente è stato molto positivo da un punto di vista scientifico. L'Inghilterra è un ottimo posto per fare ricerca perché è ben finanziata, il clima è stimolante, il lavoro è molto intenso ma non eccessivamente frenetico o competitivo. È per questo che durante questi mesi ho inviato alcune domande per borse di dottorato nell'area di Cambridge e Londra, tra cui una per la borsa Marie Curie che mi avrebbe consentito di rimanere nel laboratorio in cui mi trovavo. Ho avuto la fortuna di vincere, e la doppia fottuna che - poiché la borsa di dottorato aveva come inizio ottobre 2012 e la borsa Leonardo terminava invece parecchi mesi prima, a febbraio - mi venisse offerto un contratto di sei mesi con una retribuzione di circa 1400 sterline mensili, per rimanere nel laboratorio coprendo così i mesi tra le due borse e permettendomi di continuare a lavorare sul mio progetto di ricerca. In generale consiglio a tutti i neolaureati il progetto Leonardo perché permette di fare un'esperienza in un paese straniero, conoscere lingua e culture diverse, e apre molte porte a livello lavorativo. Attualmente sono al mio primo anno del PhD all'università di Cambridge, un'opportunità grandiosa che voglio sfruttare al massimo. La mia aspirazione è di continuare a lavorare nell'ambito della ricerca accademica e infatti tutte le mie decisioni sono state prese in funzione di questo desiderio. Allo stato attuale credo che essere qui sia la cosa migliore per la mia formazione e per la mia carriera. Mi piacerebbe un giorno tornare in Italia, ma solo a determinate condizioni - che purtroppo il sistema di ricerca italiano al momento non consente.  Molti dei miei amici sono o sono stati coinvolti in stage, e dai loro commenti deduco che la situazione non è delle più rosee. Uno stage dovrebbe essere un periodo di formazione con lo scopo finale dell'assunzione dello stagista, ma troppo spesso diventa invece un modo per le aziende di avere lavoro a costo basso (se non nullo) da rimpiazzare poi con un successivo stagista, a prescindere dal suo valore e dalle sue qualità. Il problema non è avere il posto fisso perché quella è una mentalità superata che non è più conciliabile con il mondo lavorativo attuale, bensì ottenere una vera mobilità lavorativa in cui contratti possano essere anche brevi, ma ci sia la consapevolezza che chi vale trova qualcuno disposto ad assumerlo in base alle sue competenze. Molti dei ragazzi che hanno fatto il Leonardo a Cambridge in azienda sono stati assunti, con contratti di un anno o anche a tempo indeterminato, perché hanno dimostrato qualità che diventano poi valore aggiunto per l'azienda. Perché mandare via un buon dipendente? È talmente logico che c'è da stupirsi che le cose troppo spesso non funzionino in questa maniera nel nostro Paese. Nel campo della ricerca la situazione è ancora diversa, perché in Italia la maggior parte viene realizzata nell'università e tutto viene gestito a livello di concorsi statali: ci sarebbe da scrivere un libro sui problemi del sistema e sulle possibili soluzioni...Testo raccolto da Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Leonardo Unipharma, 80 tirocini ben pagati nei centri di ricerca europei- Università, ricerca al collasso: e il paradosso è che i dottorandi vengono considerati studentiE anche: - Enrico Florio, da stagista a "scienziato in azienda" in Dompé Farmaceutici- Laura, ingegnere chimico in Chemtex Italia    

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Università, ricerca al collasso: e il paradosso è che i dottorandi vengono considerati studenti

La ricerca è il fiore all'occhiello di un Paese: ma non in Italia. Basta leggere i dati pubblicati dal terzo rapporto Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) su dottorato e post dottorato, presentato a Roma a febbraio, per convincersene. Le borse, tanto per dirne una, hanno subito una decurtazione pari a oltre 200mila euro soltanto considerando gli ultimi cinque anni (quindi dal 2008 a oggi), e basandosi sull'analisi di ventuno università. «Il numero complessivo di borse è passato da 5.045 nel 2008 a  3.084 nel 2012, con una media per ateneo scesa da 245,4 a 185,7» denunciano Nevio Dubbino [nella foto sotto] e Chiara Orsi nell'illustrare le cifre emerse dalla loro analisi. Invece di investire, si taglia - proprio in un settore strategico per qualunque Paese scelga di guardare al futuro. Ignorando l'apporto delle scoperte scientifiche sulla vita dei cittadini. Ma c'è di peggio. Per il 2013 risultano banditi ben 3.030 posti per dottorati di ricerca senza borsa, su un totale di 12mila attivati in media ogni anno: uno su quattro in pratica è gratis. Addirittura alcune università hanno aperto un numero di posti privi di copertura finanziaria superiori a quelli accompagnati da borsa (fa eccezione solo la Puglia che, precisa lo studio, dal 2006 finanzia i dottorati senza borsa con fondi stanziati dalla Regione equivalenti a quelli ministeriali). E se prima la legge prevedeva che il numero di dottorandi senza borsa non potesse superare la metà dei posti retribuiti, dopo la legge Gelmini (240/2010) «questo limite è stato soppresso» accusano dall'Adi, «lasciando agli atenei ampia discrezionalità sul numero di borse da assegnare». Ma il povero ricercatore costretto a studiare gratis per contribuire al sapere della collettività non dovrà solo arrangiarsi per poter vivere. Dovrà anche rimediare i soldi per pagare le tasse (da cui il borsista è invece, paradossalmente, esente), in continuo aumento destinate a crescere ulteriormente. A differenza dello studente che versa le tasse universitarie, a cui il dottorando è di fatto assimilato (succede solo da noi e in Lituania ed è «un errore» tuonano i rappresentanti della categoria, «perché si tratta di lavoratori a tutti gli effetti»), il dottorando senza borsa è esonerato dalle tasse solo in base al merito e non anche al reddito. Il risultato è «una selezione per censo» tra chi ha alle spalle una famiglia con i mezzi necessari a sostenere per tre anni il dottorando e chi no. E poi «esiste estrema eterogeneità e discrezionalità nella determinazione dell’importo della tassazione, cosa che di fatto crea una duplice discriminazione legata anche alla sede in cui si vince il concorso». Vincerlo alla Sapienza di Roma comporta ad esempio un obolo fino a duemila euro, a Napoli al massimo 900, mentre a Trento l'iscrizione costa 140 euro e a Pavia 300. La proposta di Adelaide D'Auria e Valentina Maisto è «di eliminare le tasse per i dottorandi senza borsa», portando lo status di dottorando a quello di lavoratore. «Il percorso di dottorato è fatto non solo di formazione, ma di osmosi tra formazione e ricerca. Riconoscere lo status professionale è doveroso così come chiede la Carta europea dei ricercatori adottata da tutti i rettori italiani nel 2005, secondo cui l'attività professionale inizia – sempre e comunque – subito dopo la laurea». Per Adi il dottorato va trasformato in un contratto a causa mista, in cui il «dottorando è un lavoratore a tutti gli effetti coperto dal welfare». Considerare chi fa ricerca come un semplice studente ha i suoi riflessi anche sul piano della rappresentanza. In base ai calcoli di Viola Galligioni dell'Adi «solo nel 25% delle università pubbliche i dottorandi sono dignitosamente rappresentati, mentre quasi nella stessa percentuale di atenei le possibilità di partecipare alle attività degli organi di governo sono fortemente limitate. Hanno al massimo la possibilità di essere rappresentanti nei consigli di dipartimento, mentre in altri organi collegiali come il cda, il nucleo di valutazione e così via, sono perlopiù aggregati agli studenti, un corpo elettorale di gran lunga più ampio». Non è cosa da poco. «Dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato sono una parte fondamentale della comunità universitaria. Senza questa componente la ricerca - che, insieme all'insegnamento, è uno dei compiti degli atenei - non sarebbe possibile in molti campi». L'appello della Galligioni è deciso: «La comunità accademica dovrebbe smetterla di considerarli come soggetti esclusivamente produttivi e riconoscerli come partecipanti e attivi». Le previsioni per il futuro, come si intuisce da questo quadro, non sono rosee. «Il 93% degli assegnisti non continuerà a fare ricerca nell'università, e il 78% di loro uscirà dal percorso accademico al termine dell'assegno, mentre il 15% uscirà dopo aver ricoperto una posizione da ricercatore a tempo determinato» snocciola Saverio Bolognani: «Nel 2012 nelle nostre università si è raggiunto un traguardo storico: metà di chi fa ricerca ha un contratto a termine tipo cococo con la conseguenza di una costante fuga di competenze». L'assegnista di ricerca è quindi una figura transitoria che prima o poi abbandonerà l'università. Situazione aggravata in Italia dal fatto che il titolo di dottore di ricerca è scarsamente riconosciuto e spendibile sul mercato del lavoro (all'estero il problema dello spreco di competenze riguarda solo il 16% dei post-doc). E se a Torino, Milano, al Politecnico di Bari e a Firenze va sicuramente meglio che altrove (vanno dai 50 ai 70 gli assegnisti e i ricercatori stabilizzati su 100 strutturati), all'università di Bari, a Foggia, Napoli e Macerata si incontra la catastrofe: al  massimo dieci su 100 vengono stabilizzati. Infine, un'altra criticità: è vero che sono i settori scientifici e tecnologici quelli dove si fa più ricerca, ma questi sono anche quelli in cui è più difficile inserirsi con contratti a tempo indeterminato. Il problema è «il finanziamento statale assolutamente insufficiente e un reclutamento bloccato ormai da anni, vera causa della creazione di sacche di precariato». La stabilizzazione post dottorato è una vera chimera, spiega Alessio Rotisciani dell'Adi [nella foto in alto] alla Repubblica degli Stagisti. Concluso il ciclo ci sono tre strade: «o si inizia con una serie di contrattini tipo assegni di ricerca, contratti a tempo determinato etc, o si accede al concorso per ricercatore tramite RTDb - propedeutico all'assunzione come professore associato - oppure si chiude la propria carriera. Il problema è che con la legge Gelmini e i sistematici tagli al sistema, il contratto RTDa, che prima era prerequisito per accedere all'RTDb, non lo è più». Il risultato è che, saltando questo passaggio, si può passare di nuovo a uno stato di precarietà dopo l'RTDa, che in questo modo «si va ad aggiungere alla giungla dei contratti precari di post dottorato». Questi dati sono fonte di vergogna se comparati con l'Europa: siamo al quarto posto per numero di dottorandi (ne abbiamo 38mila, contro gli 85mila della Gran Bretagna, i 70mila della Francia e della Spagna), ma – considerando il dato sulla popolosità (numero dottori su 1000 abitanti) – precipitiamo al diciassettesimo dopo Islanda e Polonia. Con l'importo della borsa (da noi innalzato a 1.035 euro mensili netti) scivoliamo poi al 15esimo posto in Europa seguiti da Portogallo, Francia (che concede solo 500 euro in caso di borsa di studio, ma 1.550 come stipendio), e Polonia. I primi sono gli svizzeri e i norvegesi che elargiscono rispettivamente 4mila e 3mila euro ai propri ricercatori. Per loro infatti i dottorandi sono veri e propri dipendenti dell'università, perché, commenta Rotisciani, «con il loro lavoro quotidiano contribuiscono al funzionamento e alla competitività del sistema accademico». Altro che studenti.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Ricerca e start-up, centinaia di opportunità di lavoro per giovani imprenditori e ricercatori- Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro- «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'esteroE anche: - Fisica che passione: la testimonianza di Marco Anni, vincitore del premio Sergio Panizza nel 2009

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Confindustria e sindacati, perché nell'accordo sull'occupazione giovanile mancano i punti principali?

Spazio ai giovani, al merito, alla formazione e all'orientamento. Dopo il dibattito sulla Youth Guarantee è questo l'appello che hanno lanciato i principali rappresentanti delle parti sociali - Confindustria, Cgil, Cisl e Uil – che a metà febbraio, pochi giorni prima delle elezioni politiche e amministrative, si sono riuniti per firmare un patto congiunto dal titolo «Una formazione per la crescita economica e l'occupazione giovanile». «Se si vuole favorire la crescita, la formazione deve essere al centro» si legge nel comunicato dell'iniziativa. Peccato però che il documento non parli affatto di come recuperare il ritardo enorme accumulato dall'Italia sull'istruzione universitaria rispetto agli obiettivi di Lisbona del 2000 - che richiedevano, tra le altre cose, maggiore tecnologia, adeguamento alle esigenze del mercato del lavoro, più mobilità dei giovani attraverso il sistema di riconoscimento delle competenze. E il raggiungimento del famoso 40%, cioè 4 laureati ogni 10 cittadini della fascia d'età 29-34 anni: in Italia siamo fermi sotto il 20%.Nel documento congiunto imprese-sindacati questo aspetto è completamente tralasciato a favore di focus su altri problemi: mismatch tra domanda e offerta di lavoro, mancanza di figure professionali tecniche, record di disoccupazione giovanile, Neet. «Equità, produttività e istruzione, merito e lavoro, possono andare di pari passo e diventare concrete strategie di sviluppo» riconosce Ivano Lo Bello [nella foto in basso], vicepresidente di Confindustria per le politiche giovanili, nel suo intervento alla conferenza di presentazione. Guglielmo Loy, segretario confederale Uil, gli fa eco sostenendo che «la spinta alla crescita si declina attraverso iniziative concrete, incontro tra scuola e impresa, tirocini, alternanza scuola lavoro. Così i ragazzi conoscono la realtà delle aziende mentre studiano e quando hanno finito di studiare, in modo che non siano marziani quando entrano nella società reale». La carta d'intenti, seppur un po' troppo corposa e dispersiva, dà comunque un segnale positivo di interesse verso la questione giovanile. Si suddivide in sostanza in dieci punti: eccoli.Orientamento e tirocini. Per i firmatari «è indispensabile un potenziamento dei servizi e la costruzione di un sistema a rete in cui l’orientamento sia parte integrante del piano di studi di ogni studente» si specifica nel documento, riprendendo un tema caro alla Repubblica degli Stagisti che ne ha più volte rivendicato l'importanza per evitare le conseguenze disastrose prodotte dal mismatch. Anche i tirocini sono da concepire come strumento orientativo: per chi ha siglato il patto occorre «favorire nei giovani lo sviluppo di competenze trasversali, finalizzate alla maturazione di scelte formative e professionali pienamente consapevoli».Istruzione tecnica. È stata centrale nei dibattiti più recenti sulle politiche occupazionali, e condivisibile se si pensa all'Italia come un Paese sostenuto dalla piccola e media impresa («il 70% sono imprese manifatturiere» si legge nel patto) dove le competenze tecniche la fanno da padrone (anche se bisogna fare attenzione a non cadere nell'eccesso, relegando i mestieri intellettuali in un angolo o giudicandoli secondari per la ripresa). «L’istruzione tecnica ha favorito il boom economico del nostro Paese e il suo potenziamento è una priorità» che potrebbe sconfiggere il problema del reperimento di profili tecnici: un concetto ribadito dal segretario confederale Cgil Serena Sorrentino, per cui «la valorizzazione dell'istruzione tecnica e professionale è uno degli strumenti per uscire dalla crisi». Poli e istituti tecnico-professionali. Secondo le parti sociali i primi (che i firmatari definiscono «contenitori territoriali specializzati dell’intera filiera formativa per il lavoro») vanno implementati al pari dei secondi, che rappresentano una «valida risposta alla necessità di colmare la carenza di percorsi universitari tecnico-scientifici». Valorizzare il lavoro nel processo formativo. Vale a dire le aziende devono parlare con i giovani mentre studiano, e non essere a sé stanti, per promuovere «un'occupabilità sostenibile» come la definisce Lo Bello. «Le imprese andrebbero riconosciute da tutti gli attori come principale interlocutore, perché possono offrire ai giovani opportunità di crescita culturale e acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro» si legge nell'accordo.Sistema di riconoscimento delle competenze. Spesso dimenticato, rientra anche questo tra gli obiettivi mancati di Lisbona. Si legge nel comunicato che deve essere omologato «a livello nazionale per favorire una maggiore trasparenza del mercato del lavoro e dei meccanismi di incrocio di domanda e offerta». Ma è anche necessario «offrire a tutti maggiori possibilità di occupazione e mobilità, raggiungere una maggiore consapevolezza da parte delle persone delle proprie capacità, così da favorirne la crescita non solo professionale, ma anche personale». Affinché anche la mobilità, con il tramite del sistema di riconoscimento delle competenze, riceva una spinta. Apprendistato. In Italia solo 1.723 apprendisti su 570mila hanno avuto l’opportunità di un contratto di apprendistato per l’acquisizione di un titolo di studio o di una qualifica. Di questi solo il 2,8% ha meno di 18 anni e il 33% ha più di 25 anni. Si tratta secondo le parti sociali «di semplificare lo strumento, snellendo l’iter ancora troppo burocratico, creando un’offerta formativa su misura e nuovi incentivi. Ne va valorizzata la componente formativa». Quanto all'apprendistato di alta formazione «occorre favorire collaborazioni - a partire da Its, lauree triennali, master e dottorato industriale - più in linea con le esigenze delle imprese di minori dimensioni, che hanno sempre più bisogno di managerialità altamente qualificata». Ma anche qui il documento trascura i problemi maggiori: e cioè il numero di apprendistati attivati troppo esiguo, il fatto che tre quarti di loro non faccia nessun tipo di formazione e che questo contratto sia una chimera per i laureati visto che i principali beneficiari (i due terzi) sono soggetti con titoli di studio bassissimi. Perchè questi aspetti vengono messi ai margini da Confundustria e sindacati? Difficile pensare che non vi sia da parte loro consapevolezza che questi sono i veri talloni d'Achille della diffusione dell'apprendistato in Italia. Dottorati di ricerca. Tre quarti dei ricercatori italiani una volta conseguito il titolo abbandonano l'università: uno spreco enorme di sapere. Perciò «occorre rifinanziare i corsi di dottorato di ricerca, metà dei quali è sprovvisto di borsa, e riformarli anche per favorire un’interazione stabile tra formazione, ricerca e sviluppo tecnologico e industriale», dicono le parti sociali. Come? Ad esempio attraverso «PhD in azienda sul modello dei competitor internazionali».Fondi Interprofessionali. Si tratta di «una gamba importante del più ampio sistema delle tre LLL (LifeLong Learning)» e una garanzia di crescita professionale, che migliora opportunità formative e mobilità. Nel perseguire l'obiettivo dell'aumento di produttività e competitività delle imprese, si legge ancora,  «devono porsi il cruciale obiettivo della crescita professionale dei loro occupati».  La parità di accesso al sistema educativo e delle professioni. Il merito, stroncato dal mancato riconoscimento del valore delle competenze e delle capacità, va rimesso al centro per abbattere «il rapporto fiduciario e clientelare che finisce per frenare sia lo sviluppo della democrazia che la crescita economica». «Un capitale umano innovativo e competente è l’arma vincente per uscire dalla crisi» scrivono i firmatari.  La questione del merito viene posta all'ordine del giorno soprattutto dal vicepresidente di Confindustria, per cui «l’Italia sta pagando un costo altissimo di merito mancato che pesa fortemente sui nostri figli e blocca l'ascensore sociale creando frustrazione e rancore. Non dobbiamo avere paura del merito, che non è in antitesi con l’equità». Si ferma qui il documento programmatico dell'associazione degli industriali e dei sindacati, convinti che il futuro italiano dipenda anche dal rilancio del sistema formativo e quindi dall'occupazione dei giovani.Nell'accordo si punta tutto sull'istruzione tecnica, e molto poco sulle competenze intellettuali, ritenute forse non strategiche per un Paese manifatturiero come l'Italia. Il problema delle nuove generazioni è quindi affrontato solo in maniera parziale, e il rischio che le buone intenzioni restino solo parole è alto. Ma si può sempre sperare che questa carta d'intenti sia un primo passo verso qualcosa di più concreto.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- ll mismatch tra domanda e offerta di lavoro, un problema sottovalutato- Meritocrazia, una notte per convincere i giovani a crederci (e le aziende a metterla in pratica)- Le aziende cercano grafici e ingegneri del web: ma non ce ne sonoE anche:- Apprendistato: coinvolge pochissimi laureati e spesso non garantisce vera formazione- Apprendistato: contratto a tempo indeterminato oppure no?

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Il Lazio riparte dalle start up: bando da 1 milione e mezzo di euro per quelle più innovative

«Siamo un paese pieno di eccellenze ma pigro, che non ha tenuto ai ritmi di innovazione che la globalizzazione impone». A parlare è il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che, intervenendo alla Start up Marathon, un business game per imprese neonate organizzato alle Officine Farneto di Roma, dice la sua sui motivi della recessione italiana. «Il mondo consuma sempre meno i nostri beni manifatturieri perché siamo usciti dalla capacità di produrre, ma non siamo morti» assicura, ricordando come il Lazio sia «la seconda regione italiana per prodotto interno lordo». Le start up diventano allora un'occasione per «scommettere su nuove filiere, e non come sistema secondario» prosegue il governatore.All'iniziativa dedicata qualche giorno fa ai creativi digitali c'era un fermento palpabile: decine di giovani startupper, circondati da investitori e tutor, per una giornata si sono confrontati su come sviluppare la loro idea di impresa. Si partiva infatti da un modello ancora 'sulla carta'. Una volta entrati nel business game, si veniva divisi in squadre e quindi affiancati da esperti in avviamenti di impresa, tutti responsabili di Luiss Enlab, acceleratore di impresa punto di riferimento delle start up romane. Scopo degli incroci tra diversi team era mettere davanti alle reali difficoltà del mercato e alle concrete possibilità di guadagno e crescita. Le idee sono state poi valutate da una giuria di esperti, che ne ha selezionate tre (il premio consiste in uno spazio di visibilità allo stand del Lazio a Expo 2015). Il primo classificato è stato BioPic, progetto per un orto biologico a led ricaricabile che consente di piantare gli ortaggi in casa. Sul podio anche Scoobe, servizio di scooter sharing a prezzi competitivi rispetto a quelli delle auto in condivisione come Car2go o Enjoy, e infine Food for All, un quiz sull’alimentazione che converte i punti accumulati in buoni spesa e donazioni a favore di onlus - finanziato dagli inserzionisti. È (anche) sulla base di progetti come questi che Zingaretti vorrebbe rilanciare l'economia laziale, sostenendoli per «evitare che, sentendosi soli, questi cervelli se ne vadano a produrre altrove». Niente finanziamenti a pioggia però: si deve puntare sulla «buona spesa pubblica», quella che si traduce in punti di pil. Bisogna dire addio, ne è convinto Zingaretti che è un fiume in piena alla convention, allo «Stato bad company che non funziona mai», «ai carrozzoni del passato tipo quello che ruota attorno al Mose», perché «siamo stanchi di non cambiare mai». Se il «corpaccione» dell'Italia non si modernizza, «non entrerà nei processi di competizione». Il Lazio che prova a ripartire dalle start up passa dalle parole ai fatti con un bando - appena pubblicato - che stanzia un milione e mezzo di fondi a favore delle neo imprese che si cimentino in progetti di innovazione. L'obiettivo è «incentivare indirettamente lo sviluppo di un ecosistema locale favorevole alla nascita di nuove imprese innovative». Anche perché il Lazio, lo ha ribadito Zingaretti, è un concentrato senza pari in Italia di università e centri di ricerca. Ed è con questi che le start up devono fare rete. Ci sono dei paletti da rispettare per accedere ai contributi, che vanno da un minimo di 20 a un massimo di 30mila euro a progetto. Le proposte devono riguardare i settori aereospazio, scienze della vita, patrimonio culturale e tecnologie della cultura, industrie creative digitali, agrifood, green economy e sicurezza. Il modello di business deve essere incentrato nella regione Lazio, basarsi quindi sull'attività di impresa locale, e «coprire un orizzonte temporale di almeno due anni», spiega il bando. Si deve trattare poi di start up «in regola» con gli obblighi previsti dai regolamenti nazionali e comunitari, con una sede già operativa nel Lazio e costituite da meno di due anni. È richiesta anche la partecipazione di investitori indipendenti, «che prevedano un apporto di capitale per un importo almeno pari al contributo richiesto». Non ci sono limiti temporali per le domande, che verranno accolte «fino a esaurimento dei fondi disponibili». Perché se i poli industriali di una volta si sono sgretolati sotto i colpi della crisi - «come il polo farmaceutico di Roma sud» ricorda Zingaretti - l'impegno deve essere adesso quello di ricostruirne di nuovi, e possibilmente innovativi. Ilaria Mariotti 

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100 giovani per 100 anni, Confindustria apre un bando per cento stage da mille euro al mese nelle sue sedi

Confindustria, organizzazione che raggruppa e rappresenta 140mila imprese italiane, sta per investire oltre un milione e mezzo di euro sui giovani attraverso un programma di tirocini formativi pensato in occasione del centenario dell'associazione che ricorre proprio nel 2010. Il progetto «100 giovani per 100 anni» [a destra un particolare della locandina] prevede l'attivazione di cento stage di un anno nelle varie sedi di Confindustria sparse per l'Italia: l'iniziativa costerà un milione e 200mila euro per i rimborsi spese – mille euro lordi onnicomprensivi al mese a ciascun tirocinante, che moltiplicati per dodici mesi fanno 12mila euro a testa – più 400mila euro per coprire la quota di partecipazione di ciascuno stagista alle attività di formazione.Il regolamento non pone limiti rispetto all'età dei futuri tirocinanti – anche se, a parità di punteggio, passeranno i più giovani – e nemmeno rispetto alla nazionalità. L'unico requisito è essersi laureati entro il 1° ottobre 2010. Ora è in corso la fase preliminare, quella delle candidature: il bando è aperto fino a sabato 24 luglio. Tra settembre e ottobre avverranno lo screening dei curricula e la fase di selezione, e al più tardi a novembre gli stage prenderanno il via. Il bando, scaricabile dal sito di Confindustria, è aperto ai laureati di tutte le facoltà, anche se come prevedibile già nel regolamento si esplicita che la preferenza verrà data a chi ha studiato materie tecnico-scientifiche ed economico-giuridiche.A gestire materialmente le domande di partecipazione – prevedibilmente migliaia – sarà Unimpiego, la società di intermediazione tra domanda ed offerta di lavoro del sistema confindustriale che si occupa di ricerca e selezione del personale. Dopo aver compilato la domanda online ogni aspirante stagista dovrà inviarla per raccomandata all'indirizzo della sede torinese di Unimpiego (in corso Stati Uniti 38), insieme a un certificato o autocertificazione di laurea (indicando anche il nome del relatore e il titolo della tesi, gli esami sostenuti e voti e crediti conseguiti), il proprio cv ed eventuali ulteriori attestati, come per esempio la partecipazione a qualche corso di perfezionamento. Per vagliare i cv è stata messa in piedi una commissione ad hoc composta da esperti della Luiss business school, dell'università Liuc di Castellanza e di SFC – Sistemi Formativi Confindustria, società  consortile per azioni che promuove e coordina iniziative nel campo della formazione e dei servizi alle imprese.I cento prescelti dovranno abbandonare eventuali altri lavori? Dipende. Gli stage non sono compatibili con rapporti di lavoro dipendente; se qualche stagista invece svolgesse un lavoro autonomo potrebbe avere il permesso di continuare a farlo, sempre la segreteria del corso lo valuti compatibile con l'esercizio delle attività di formazione e dia il suo ok.Ultima nota: attenzione a candidarvi se non siete davvero convinti di voler fare questa esperienza fino in fondo – dodici mesi sono un impegno che non va sottovalutato. L'articolo 5 del bando prevede che «Nel caso di rinuncia successiva all’iscrizione al percorso, Confindustria si riserva la possibilità di rivalersi sul partecipante, valutando l’eventuale restituzione della somma pari a 4.000 euro riconosciuta da Confindustria a copertura della quota di partecipazione». Ergo: astenersi volubili e perditempo.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:-  Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage-  Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte

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Bandi poco trasparenti: in quello per i tirocini alla Scuola superiore dell'Economia e delle finanze non è specificato quant'è il rimborso spese

È stato pubblicato di recente il secondo bando 2010 per il programma di tirocinio della Scuola superiore dell’Economia e delle finanze (Ssef), istituzione di alta formazione alle dirette dipendenze del ministro dell'Economia. L’obiettivo del concorso è avviare 31 laureandi e neolaureati a stage formativi e di orientamento nel settore della formazione presso le sedi della stessa Ssef a Roma, Torino, Bari, Bologna, Milano e Palermo. Il programma nasce da una collaborazione della Ssef con le università italiane coordinate dalla fondazione Crui. Siccome alla Repubblica degli Stagisti piacciono le cose trasparenti, la prima cosa che ha notato in questo bando è l'opacità rispetto al punto riguardante il rimborso spese: nel testo infatti c’è un vago riferimento a un emolumento, ma non viene specificato l'ammontare. Che invece è un’informazione essenziale per i giovani: solo conoscendo questo dettaglio ciascuno può decidere se vuole (e soprattutto se può) candidarsi. E ben lo dovrebbe capire un'istituzione che, ironia della sorte, proprio di economia e finanze si occupa ogni giorno! La Repubblica degli Stagisti è quindi andata direttamente alla fonte, chiedendo delucidazioni alla Scuola. Dalla Ssef hanno risposto che il rimborso spese che verrà erogato agli stagisti è di 7 euro al giorno; l'ammontare è stato deciso dal consiglio direttivo ed è uguale a quello corrisposto per il buono pasto ai funzionari ministeriali. Il totale, spiegano, non è stato specificato perchè avrebbe potuto variare e perchè nel bando sono indicati  i requisiti e le modalità del tirocinio, mentre gli altri dettagli vengono comunicati dagli organizzatori direttamente agli interessati. Resta il fatto che il rimborso ammonta a meno di 1.300 euro per i sei mesi di tirocinio, e cioè a circa 200 euro al mese: una cifra forse sufficiente per pagarsi un panino a pranzo, ma ben misera per uno stagista fuori sede che si debba sobbarcare interamente vitto e alloggio. Il bando, per chi comunque volesse partecipare, è rivolto ai neolaureati e laureandi di laurea magistrale e a ciclo unico, di vecchio e nuovo ordinamento di tutte le università italiane che aderiscano al programma. Ci si candida online, entro e non oltre il 19 ottobre, allegando dati anagrafici, cv, curriculum universitario con piano di studi e votazioni dei singoli esami, modulo di candidatura con lettera motivazionale e indicazione delle sedi di preferenza.Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Le università «virtuose» del Mae-Crui: tutti i dettagli sui rimborsi spese e le borse di studio per i tirocini in ambasciate, consolati e istituti di cultura; - Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?

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Commissione europea, ultimi giorni per candidarsi per uno stage da oltre mille euro al mese: 600 posti a disposizione

Chiude mercoledì 1° settembre a mezzogiorno, tra poco più di una settimana, il bando per gli stage alla Commissione europea. Oltre seicento i posti a disposizione, prevedibilmente migliaia i cv che arriveranno all'ufficio tirocini: per la tornata precedente (candidature aperte da dicembre a febbraio, stage al via a ottobre di quest'anno) il sistema aveva registrato più di 13mila candidature, con un incremento di oltre il 40% rispetto alle edizioni passate e un vero e proprio boom di richieste dall'Italia:  4208, cioè oltre il 31% di tutte quelle pervenute e oltre il doppio rispetto all'anno prima (nella sessione dell'ottobre 2009 infatti erano stati "solo" 1647 i candidati italiani, pari al 18% delle 9223 candidature).La Repubblica degli Stagisti, oltre ad aver raccolto e pubblicato in queste settimane le testimonianze di molti giovani che hanno già fatto questa esperienza, ne approfitta per dare qualche delucidazione rispetto alla compilazione dell'application form, consigliando però a tutti (bando alla pigrizia!) di studiarsi a fondo le pagine «FAQ - Frequently Asked Questions» e «How should I submit my application?», dove la procedura è spiegata fin nei minimi particolari.Prima di tutto, il dilemma che affligge la maggior parte degli aspiranti eurostagisti: la lingua della documentazione. Come aveva confermato già qualche mese fa alla Repubblica degli Stagisti Paolo Girri del Bureau des stages della Commissione, non c'è bisogno di tradurre diplomi e certificati: in italiano vanno bene. Tutti i documenti scritti in una delle 23 lingue ufficiali della Comunità europea - quindi non solo nelle tre, inglese francese e tedesco, utilizzate per i lavori della Commissione - non necessitano infatti di traduzione. Per quanto riguarda la conoscenza di una o più lingue, attenzione perché non basta l'autocertificazione: bisogna esibire un "Explicit certificate" cioè una prova scritta che dimostri il livello di conoscenza. Un piccolo ostacolo per gli autodidatti, ma non certo insuperabile: a questo link i posti dove in Italia per esempio si può sostenere il Toefl Test (che costa 225 dollari, più o meno 173 euro).Compilare con accuratezza l'application è molto importante innanzitutto perchè una volta che il form è stato inviato, non è più possibile modificarlo. In secondo luogo, poi, perché ogni persona ha una e una sola possibilità per ogni sessione: in caso lo stesso candidato invii la sua candidatura per due o più volte, automaticamente tutte vengono annullate e respinte.Al termini della procedure di application, quando si clicca sul fatidico tasto "submit", appare l'indirizzo postale al quale bisogna inviare la documentazione cartacea della propria candidatura: l'indirizzo è differente a seconda del tipo di tirocinio per il quale ci si sta candidando (administrative training o translation training). In ogni caso, se qualcosa va storto si può sempre ritentare alla tornata successiva: resta però inteso che, se non è cambiata - o non può cambiare - la ragione per la quale la candidatura non è stata accettata (per esempio, se si è già effettuato un tirocinio presso un'istituzione europea), la richiesta continuerà ad essere rifiutata.Un grande in-bocca-al-lupo a tutti i lettori della Repubblica degli Stagisti che si giocheranno questa carta, e l'invito è sempre quello di venire a raccontare qui su questo sito, se verrete scelti, la vostra esperienza di eurostagisti.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage alla Commissione europea, è boom di richieste e più di un quarto delle candidature arriva dall'Italia: forse perchè sono ben pagati?Leggi le testimonianze degli ex stagisti della Commissione europea:- Cinque Paesi in cinque anni: la storia di Daniela Amadio e il racconto del suo stage alla Commissione europea- Carlotta Pigella, Torino-Bruxelles andata e ritorno: «Il mio stage alla Direzione generale Affari Marittimi della Commissione UE? Internazionale e professionalizzante»- Pasquale D'Apice: «Rapporti umani e network di conoscenze, ecco il prezioso valore aggiunto degli stage alla Commissione europea»- Dalla metafisica al trattato di Lisbona: la storia di Mauro Pedruzzi, filosofo stagista alla Commissione europea- Mirko Armiento, ex stagista alla Commissione europea: «A Bruxelles i cinque mesi più intensi e belli della mia vita»

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