Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma

Di Eleonora Rossi - 25 settembre 2009 In Interviste

Con la rubrica “Unitalk” la Repubblica degli Stagisti inaugura oggi una collaborazione con Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro. Ogni settimana un colloquio con un preside (ma non solo: sentiremo anche professori e ricercatori) per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi. Una panoramica utile non solo per chi è già laureato ma anche per i tanti giovanissimi che cercano informazioni (non a caso una delle parole-chiave nell’intervista di Morcellini) per orientarsi nella scelta della facoltà.

Mario Morcellini, 63 anni, è dal 2005 alla guida della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma. Una facoltà che conta più di 5500 iscritti e oltre 1350 laureati ogni anno, in prevalenza ragazze (60%), e che propone un’offerta formativa che spazia dal corso di laurea in Comunicazione pubblica e d'impresa a quello in Comunicazione istituzionale, pubblicità e marketing sociale, da quello in  Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo a quello in Design, comunicazione visiva e multimediale. Tra i suoi libri più noti La tv fa bene ai bambini (Meltemi) e Il mediaevo italiano (Carocci).

Professor Morcellini, di cosa parliamo quando diciamo “precarietà”?
Si dice “Sento parlar bene del lavoro flessibile, ma tutte quelli che me ne parlano hanno il posto fisso”… La flessibilità diventa precarietà quando la si vive come tale. Non necessariamente per colpa della società: possono entrare in gioco fattori psicologici legati ad un'incapacità di mettersi in movimento, di crearsi un percorso lavorativo. Ma è vero anche che nel tempo che stiamo vivendo la società chiude le porte ai giovani. Questa non è una società per giovani, bisogna ammetterlo con dura fermezza, lo devono ammettere soprattutto quelli che hanno un lavoro stabile e i docenti universitari, perché sono quelli che più crudamente vedono le conseguenze disastrose del rigonfiamento eccessivo della precarietà. C'è una precarietà percepita che è quasi più sconvolgente di quella reale, che si traduce anche in un indebolimento psicologico e morale della formazione universitaria.
Quanto effettivamente le conoscenze e il capitale sociale contano per un buon inserimento e una buona realizzazione in ambito professionale?
Moltissimo, e questa è la prova di quanto l'università andrebbe fatta seriamente. Quando proviamo a dirlo ai nostri studenti sembra sempre un discorso pedagogico, mentre è un discorso economicamente competitivo. Il modo in cui ti metti in gioco educa la tua performance ed educa la tua capacità di relazione. I governi che si sono alternati hanno quasi sempre affermato che l'università non è in grado di preparare i giovani al mercato del lavoro ma questo è vero solo in parte.
La mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica  che tipo di cambiamento possono generare nei giovani neolaureati?
Alcuni esiti possibili sono la sottovalutazione della propria forza contrattuale che comporta l'accontentasi del primo lavoro che si trova purché si guadagni qualcosa: in momenti di crisi si rischia di pensare che il primo treno sia anche l'unico e quindi ci si accontenta, ma non conviene, è un errore – anche se le esperienze sono sempre educative. Uno degli elementi che indebolisce la trasparenza del mercato del lavoro è l'assenza di corretta informazione. Una parte della crisi è una crisi di comunicazione, questo deficit è legato ai meccanismi provinciali o ultra tradizionali  di acquisizione di informazioni sul mercato del lavoro. I giovani italiani tendono a delegare  alla famiglia: il familismo, quasi mafioso, è un'interdizione allo sviluppo dei ragazzi. A volte mandano i genitori a parlare con il professore: questa è già una prova di debolezza, i genitori non si rendono conto del danno che fanno.
Qual è il contributo ed il ruolo che l'università deve assumersi per avvicinare i propri laureati al mondo del lavoro?
L'università deve riuscire di più a far capire qual è la capacità di placement dei curricula e su questo è fondamentale la diffusione del manifesto degli studi. Una facoltà che non mette l'analisi degli sbocchi lavorativi nel manifesto degli studi è una facoltà che ha qualcosa di cui vergognarsi. Secondo elemento: durante il corso di studi ci devono essere più possibilità di fare esperienze lavorative. Terzo elemento: devono essere potenziate le politiche di accompagnamento verso il mondo del lavoro, Soul è una di queste, un'iniziativa coraggiosa e anche molto innovativa perché è riuscita a fare rete. In generale la cultura dell'università deve essere più sensibile, abbiamo pensato di fare dei kit di aggiornamento culturale dei laureati ogni due anni, questa è la funzione dell'università.
Internet può servire per mettere in contatto i laureati con le aziende?
Due patologie rendono il mercato del lavoro difficilmente accessibile: la difficoltà comunicativa e il fatto che è oggettivamente difficile la comunicazione dei lavori strani. Il generalismo non ha la cultura e non ha gli strumenti per raccontare il lavoro che cambia. L'affinamento delle specificità e dell'eccentricità del mercato del lavoro lo può fare solo la Rete, perché è il mezzo più individualistico e quindi ecco dov'è che Internet può fare la differenza, come riduttore di distanze e facilitatore dell'accesso.

Eleonora Rossi
con la collaborazione di Eleonora Voltolina


Il testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.it


Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- Stagisti e figli della riforma universitaria, l'identikit di Almalaurea
- Dalla parte dei laureati - lo stage serve per trovare lavoro?

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