Lavoro e volontariato, dove sta il confine?

Cosa differenzia un lavoratore da un volontario? Principalmente una cosa: il denaro. Il lavoratore svolge una prestazione professionale dietro compenso: salvo storture, cioè, ha un contratto di subordinazione o di collaborazione col datore di lavoro, e una retribuzione ben definita che rappresenta una motivazione importante - spesso la principale, talvolta addirittura l'unica - per svolgere quel lavoro. stage lavoroIl volontario è invece chi presta la propria opera gratuitamente, come impegno più o meno civico. I volontari si possono suddividere grossomodo in due tipologie: vi sono quelli che non hanno particolari capacità professionali, e che dunque devolvono più che altro il proprio tempo rendendosi disponibili a fare qualsiasi cosa serva. È il caso di molti pensionati (ma anche, sempre piu numerosi, giovanissimi) che mandano avanti le segreterie, i banchetti per le raccolte fondi, le pesche di beneficienza di tante realtà non profit sparse sul territorio. Vi sono poi i professionisti che decidono, spesso per affinità ideologica con determinate realtà associative, di impiegare parte del proprio tempo libero svolgendo il proprio mestiere, ma senza chiedere compenso. Qui stanno per esempio tutti quei medici che partono per paesi del terzo mondo e regalano per qualche settimana le proprie abilità cliniche o chirurgiche negli ospedali da campo.
Ovviamente non tutte le realtà possono avvalersi di volontari. Per poter utilizzare lavoro gratuito infatti bisogna essere associazioni, ong, insomma
soggetti senza scopo di lucro. Nella legge quadro sul volontariato risalente al 1991 si legge infatti che «per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà», che «l’attività del volontariato non può essere retribuita in alcun modo [...] possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata», e infine che «la qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonome e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte». Altrimenti sarebbe troppo facile: permettere il volontariato nelle imprese private, infatti, sarebbe un po' come legalizzare lo sfruttamento.
Vi é però una sempre più grande zona grigia, rappresentata dalle associazioni non profit che svolgono attività produttive, spesso su commissione di enti pubblici. Per farlo nella maggior parte dei casi partecipano a bandi, ricevendo finanziamenti per realizzare determinati servizi. Ma per vincere i bandi queste associazioni il più delle volte tirano al massimo risparmio: il che, tradotto, si trasforma in abuso di stage e contratti parasubordinati, e sempre più spesso nell'impiego di volontari per mansioni specifiche.
Per quanto riguarda gli stage, un dato ufficiale come al solito non c'è. La Repubblica degli Stagisti ha stimato che, su oltre 200mila associazioni non profit esistenti (che occupano più o meno mezzo milione di persone - i dati sono però un po' vecchiotti, dato che risalgono al Censimento generale dell’industria e dei servizi realizzato dall'Istat nel 2001), gli stagisti siano ogni anno almeno 60mila. L'aspetto qui inquietante è che non si comprende bene che senso possa avere lo stage in un'associazione, essendo già possibile svolgervi periodi di volontariato. La deduzione più verosimile, e triste, è che attraverso la formula dello stage le associazioni a corto di militanti possano reperire più candidature e sopratutto tracciare profili specifici, per non avere il pensionato settantenne che con tanta buona volontà viene a rispondere al telefono due pomeriggi a settimana, ma lo studente universitario ventenne, bravissimo col computer, che con entusiasmo dedica 8 ore al giorno a mettere in piedi un sito, a organizzare campagne di pubblicità o di raccolta fondi, mettendo a frutto le sue competenze specifiche. Un bel terno al lotto per l'associazione: con l'ulteriore vantaggio del solito paravento paternalistico-buonista di "offrire formazione" allo stagista in questione.
stage lavoroMa al di lá dello stage il punto è: quanto è accettabile che una associazione non profit agisca sul mercato, proponendosi per svolgere progetti ed erogare servizi? Pochi giorni fa l'edizione emiliana del sito del Fatto Quotidiano ha raccontato il caso della più importante biblioteca comunale di Bologna: «Salaborsa cerca “volontari”. I dipendenti: “Abbiamo paura che ci sostituiscano”». L'articolo racconta dell'annuncio recentemente pubblicato in rete dalla biblioteca per trovare persone «che li aiutino nella gestione quotidiana della struttura», dando voce ai timori dei dipendenti e al biasimo della rete. Perchè cercare volontari per svolgere mansioni simili o uguali a quelle dei bibliotecari significa essenzialmente una cosa (confermata peraltro dalle dichiarazioni dell'assessore Ronchi): siccome non ci sono più soldi per pagare lavoratori che tengano aperta la biblioteca e facciano tutto quel che c'è da fare per farla funzionare, si cercano volontari disponibili a svolgere quegli stessi compiti senza compenso.
Il tema è scivolosissimo. Non è un caso che se ne parli poco nel dibattito pubblico. Perchè le associazioni servono. Assicurano prestazioni di cui grandi fette della società hanno bisogno. Le assicurano senza pesare sullo Stato, o pesando molto meno di quanto farebbe un normale fornitore "profit". Ma è accettabile che possano agire in tutti i settori professionali, facendo concorrenza - inevitabilmente sleale - alle imprese private? Ed è accettabile che riescano a contenere i costi, e dunque a offrire preventivi al massimo ribasso, perchè si avvalgono di volontari, stagisti e lavoratori precari (il più delle volte sottopagati) cui in molti casi affidano mansioni in tutto e per tutto identiche a quelle dei lavoratori subordinati?
Sempre più spesso alla redazione della Repubblica degli Stagisti arrivano testimonianze di persone deluse. Che entrano con entusiasmo in qualche realtà non profit, il più delle volte credendo fortemente nei valori sbandierati sulle brochure o negli spot televisivi, per poi ritrovarsi in gironi danteschi in cui l'organizzazione interna é improntata al massimo risparmio, a cominciare da quello sulle risorse umane. In cui le persone vengono messe sotto pressione come - talvolta peggio che - in una struttura privata, con compiti specifici, orari di "lavoro", carichi di responsabilità spropositati. L'aspetto più brutto è che in questi casi i valori "esterni" sui quali si basa l'attività e l'esistenza stessa dell'associazione non vengono affatto rispettati nella gestione interna. Una contraddizione insopportabile: che alcuni vivono quasi come un tradimento.
Forse la cosa migliore sarebbe che le associazioni tornassero a fare le associazioni, eliminando la possibilità che possano sostituirsi alle imprese "normali", agire sul mercato e utilizzare volontari al posto di lavoratori. Oppure, in alternativa, il mercato potrebbe rimanere aperto - ma solo a patto che le onlus concorressero ad armi pari con le imprese private, fornendo servizi e prestazioni esclusivamente attraverso personale correttamente contrattualizzato e retribuito. Come peraltro prevede anche la legge, che accanto ai volontari (che devono essere «determinanti» e «prevalenti») prevede che le associazioni possano avvalersi anche di «lavoratori dipendenti» o di «prestazioni di lavoro autonomo». Perchè la differenza tra lavoro e volontariato deve rimanere sempre ben chiara a tutti: anche in tempi di crisi e di spending review.

Eleonora Voltolina


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