Come far contare di più i giovani in politica?

Di Alessandro Rosina - 08 maggio 2012 In Editoriali

Mercoledì 9 maggio a Milano, alle 16:15 all'università Cattolica, ci sarà un convegno sul tema della rappresentanza politica delle giovani generazioni: «Come dar peso al futuro?»  sottotitolo «Far contare di più il voto dei giovani?». A seguire, una tavola rotonda metterà a confronto le opinioni di Beppe Severgnini, Tito Boeri, Luigi Campiglio e Massimo Bordignon. Alessandro Rosina, organizzatore e discussant del dibattito nonché grande esperto di questioni generazionali, ne anticipa i temi e gli spunti, che verranno poi aperti alla votazione attraverso un sondaggio online veicolato dalla Newsletter della Repubblica degli Stagisti.    

stage lavoroL’Italia ha da tempo perso slancio verso il futuro. Troppo spesso negli ultimi anni la difesa della condizioni, spesso dei privilegi, dell’oggi sono andati a discapito dell’investimento su condizioni migliori per il domani. Conseguenza di una classe dirigente molto longeva e poco lungimirante o di troppa timidezza delle forze che avrebbero dovuto farsi parte attiva del cambiamento?
L’invecchiamento della popolazione, certo, non aiuta. Avere più vita davanti o alle spalle condiziona il modo di porsi rispetto al cambiamento, condiziona la propensione a lasciare qualche sicurezza del passato per guadagnare qualcosa di più per il futuro.
Dare più peso al futuro significa dare più consistenza a quella componente della popolazione che al futuro è più interessata, ovvero a chi vivrà maggiormente le conseguenze, positive o negative, delle scelte prese oggi. Questa componente è costituita dalle giovani generazioni, il cui peso però, si è drasticamente ridotto nel tempo.
In passato, quando sono nate le democrazie occidentali, i giovani erano la parte preponderante dell’elettorato. Ora non è più così. Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, ultima fase in cui c’è stato un rilevante ricambio nella politica, i rapporti di forze erano ancora a favore dei giovani. La fascia 16-30 contava quasi 13 milioni e mezzo di persone nel 1991. Mentre la fascia 60-74, già in ascesa, era comunque sensibilmente meno consistente, arrivando a poco più di 8 milioni. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato a favore dei più anziani. La fascia 16-30 è scesa a 9,7 milioni, quella tra i 60 e i 74 anni è invece salita a quasi 10 milioni. Se però togliamo gli stranieri e gli under 16 che non votano i rapporti di forza nell’elettorato attivo sono questi: elettorato 30 anni o meno pari a 7,5 milioni, elettorato 60-74enni pari a 9,8 milioni.
Insomma, la componente demografica che esprime la classe dirigente italiana, fatta prevalentemente di over 60, ha un peso nettamente sovrastante rispetto ai Millennials - la generazione emergente, composta da coloro che sono entrati nella maggiore età dopo il 2000, che quindi oggi hanno sotto i 30 anni. Il peso relativo degli under 30 italiani sull’elettorato complessivo è uno dei più bassi al mondo. La classe dirigente italiana è una delle più vecchie del mondo sviluppato. Ma anche le soglie anagrafiche per entrare in Parlamento sono tra le più alte (25 anni alla Camera e 40 anni al Senato). La combinazione tra tutto questo fa sì che i Millennials italiani siano tra quelli che contano di meno, nelle democrazie occidentali, sul piano politico-elettorale.
Che le nuove generazioni contino così poco è un bene o un male? Se non è un bene, quali misure potrebbero essere utili per far tornare a contare le nuove generazioni sulle scelte che riguardano il loro futuro e quello del paese? L’abbassamento del diritto di voto ai 16 anni? L'estensione agli stranieri? iI maggior coinvolgimento dei giovani espatriati? Il voto ai genitori per i figli minorenni? La soppressione dei vincoli anagrafici per accedere al Parlamento? L’introduzione di un limite dell’elettorato passivo a 60 anni? La ponderazione del voto con l’aspettativa di vita residua - secondo il principio che più futuro si ha davanti, più il voto conta?
È ormai urgente introdurre correttivi, anche rimettendo in discussione convinzioni consolidate; non tanto a favore dei giovani, ma per consentire di inglobare maggiormente il benessere futuro nelle scelte di oggi.

Alessandro Rosina

Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza
- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani
- In Nordafrica i giovani hanno deciso che il loro tempo è adesso. E in Italia?

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