Equo compenso giornalistico, ancora due mesi per sapere a quanto ammonterà

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 30 Gen 2013 in Approfondimenti

Sono circa 20mila (dati Inpgi) i lavoratori autonomi della professione giornalistica che dichiarano meno di 5mila euro lordi all'anno. Una situazione emergenziale, a cui la legge sull'equo compenso, entrata in vigore lo scorso 18 gennaio, cerca di porre rimedio almeno nelle intenzioni. E si tratta di un passaggio quasi rivoluzionario in Italia, dove una legge del genere non c'è mai stata. «L'equo compenso introduce una crepa nel sistema, sancendo il nuovo principio per cui l'articolo 36 della Costituzione sulla dignitosa retribuzione diventa parametro valido anche per il giornalista freelance o autonomo», non più solo per il lavoro subordinato: lo ha spiegato l'avvocato della Fnsi Bruno Del Vecchio intervenendo al seminario 'Equo compenso: una legge da applicare Prospettive, ipotesi e percorsi' organizzato la settimana scorsa a Roma su iniziativa di Associazione stampa romana, Commissione e Coordinamento lavoro autonomo regionale.
Ma gli snodi attorno a cui lavorare sono ancora molti e spinosi perché questa norma per il momento sancisce solo dei principi. In primis si dovrà stabilire a chi si applica in concreto (e non si saprà finché la commissione creata ad hoc per stilare il regolamento di applicazione della legge non delibererà, entro i due mesi di tempo concessi). «La legge trova spazio solo nel lavoro autonomo e vale solo per i freelance, quelli reali. Chi lavora come subordinato ma invece ha contratti irregolari – i casi qui si sprecano tra false partite Iva, falsi autonomi...
deve fare riferimento al principio di effettività del diritto del lavoro, non all'equo compenso» argomenta Del Vecchio. Chi però subisce uno sfruttamento in questo senso «potrebbe andare da un giudice e vedersi applicata la legge su lavoro autonomo», ottenendo magari il riconoscimento della sua condizione di subordinato mascherata sulla carta da una finta autonomia. Quindi, per esempio, un cococo con contratto "farlocco" da 800 euro al mese in una testata che usa questa tipologia contrattuale a sproposito perché il giornalista è in realtà un subordinato a tutti gli effetti, resterà comunque fuori dal cappello di tutele della legge sull'equo compenso: perché non è pagato ad articolo, bensì a forfait. Tuttavia la legge non osta a che un collaboratore cococo sia pagato invece a pezzo, e allora, in questo caso, l'equo compenso avrebbe ragione d'essere perché andrebbe a incidere su quanto l'editore decide di corrispondere al lavoratore esterno per il 'prodotto' (l'articolo) che sta vendendo. Idem per le partite Iva: quelle non monomandatarie - e quindi i reali giornalisti autonomi - potrebbero contare sui benefici dispensati dalla legge. 
stage lavoroSi pone poi il problema dei praticanti giornalisti, che la lettera della legge sembra escludere facendo riferimento solo agli iscritti agli albi (e i praticanti, almeno quelli non freelance, tecnicamente ancora non lo sono): a loro si rivolge la legge? Secondo Del Vecchio «la ratio della norma sembrerebbe riconoscerlo», e la mancata inclusione sarebbe solo un disguido linguistico: «La volontà della norma è quella di includere tutti i giornalisti esterni alle redazioni».
Un'altra categoria a rischio esclusione sarebbe quella inquadrata tramite contratto con cessione di diritto d'autore. In questi casi, sottolinea Paolo Buzzonetti, fiscalista e commercialista Asr, «il rapporto di lavoro vero e proprio non si verifica, come invece accade nei cocopro, nelle collaborazioni coordinate, in quelle occasionali e nelle partite Iva». Ma perché escludere il contratto con cessione di diritto d'autore se davvero la legge vuole tutelare gli autonomi e questo inquadramento è tra i più utilizzati dagli editori (e tra i più amati dai collaboratori perché più vantaggioso fiscalmente)? Poiché il seminario non ha fatto pienamente luce sulla questione, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto delucidazioni alla giornalista Moira Di Mario, organizzatrice dell'evento, che ha spiegato che la risposta è nella legge italiana, che non ammetterebbe l'applicazione di questo contratto alla professione giornalistica. Un collaboratore, infatti, in tal modo cede letteralmente all'editore i diritti del suo articolo, trasmettendogli in pratica la sua proprietà. L'imprenditore può a quel punto farne quello che vuole, riutilizzandolo magari più volte e in più forme ma pagando il giornalista una sola volta. Cosa che invece non accadrebbe con partite Iva e cococo dove il giornalista resta proprietario dell'articolo. 
Anche gli stagisti, infine, sono fuori dalle tutele dell'equo compenso: «Loro non dovrebbero neppure lavorare, né firmare articoli, ma entrare nelle redazioni solo per imparare» sottolinea Del Vecchio. 
E i grattacapi della commissione non finiscono certo qui. Un'altra questione complicata è creare delle griglie per classificare il lavoro autonomo e poterlo dunque dignitosamente retribuire a seconda del suo valore. «Dire articolo non vuol dire niente, bisogna capire di cosa stiamo parlando» tuona Enzo Iacopino [nella foto], presidente dell'Odg, giudicando inoltre poco felice l'ipotesi di un equo compenso pari a 14 euro ventilata (e mai smentita) in ambienti Fnsi. E precisa: «Chiedere che un articolo venga pagato sempre 100 euro, sia se pubblicato sul Corriere della Sera sia se pubblicato sulla Gazzetta del Sud è un po' ardito» alludendo alla necessità di una differenziazione a seconda del prestigio della testata e della qualità del prodotto giornalistico. 
stage lavoroQuindi come stabilire il minimo? Tra i giornalisti all'incontro qualcuno propone una tariffa oraria, così come avviene in altri Paesi soprattutto del nord Europa, dove non esiste una legge analoga, ma sì esistono giornalisti pagato con tariffe temporali, al pari di altre categorie professionali. Così la contrattazione con l'editore potrebbe spostarsi su questo piano: la quantificazione oraria del lavoro. Ma chi assicura che gli editori italiani non si metterebbero in questo caso a fare pressione per pagare al minimo i collaboratori, spingendoli a non far figurare il tempo effettivamente necessario per ogni articolo? Risultato: migliaia di note debito attesterebbero articoli magicamente scritti in una sola ora di lavoro.  Comunque per ora si tratta di pura teoria. La certezza si avrà solo al termine dei lavori della commissione. 
Al seminario si è lanciato infine un allarme: l'introduzione di un minimo tariffario potrebbe andare a svantaggio di chi percepisce una buona retribuzione, quegli scarsissimi e fortunati freelance che possono dire di vivere bene grazie al loro lavoro. Gli editori potrebbero cioè approfittarne, e applicare anche a loro il compenso minimo che deciderà la commissione, con l'effetto di eliminare gli articoli pagati cinque euro ma dando di fatto la possibilità di ritoccare al ribasso i compensi di chi ha guadagni a due o tre zeri. Sarebbe veramente un'ingiustizia e c'è da sperare che non accada mai: però la priorità in questo momento è salvaguardare la dignità – e la sopravvivenza - di chi riempie le pagine delle testate nazionali per pochi spicci.

Ilaria Mariotti


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