Cassa integrazione per i padri, stage gratuiti per i figli: la perversa disconnessione tra paga e lavoro

Di Alessandro Rosina - 04 febbraio 2012 In Editoriali

Questa è la strana storia di una famiglia nella quale c’è una persona che lavora e una che riceve una retribuzione. Quanto basta per non precipitare in condizione di povertà e resistere, seppur con difficoltà, alla crisi. Tutto bene quindi? Mica tanto.
stageIl fatto curioso di questa famiglia è che chi lavora e chi porta a casa i soldi non sono la stessa persona. Quello che non lavora è il padre cinquantenne, che però gode dei benefici dell’unico welfare che finora di fatto funziona in Italia, si trova cioè in cassaintegrazione. Chi non percepisce alcuna remunerazione è invece il figlio venticinquenne, che però fa uno stage che di fatto è un lavoro, nel senso che l’azienda fa utili grazie all’attività che svolge. Non prende quindi un accidente, ma gode dell’unico welfare che finora ha funzionato per i giovani italiani, ovvero l’aiuto e l’ospitalità della famiglia di origine.
Una situazione schizofrenica no? Eppure per nulla rara in Italia. Tiene, ma i conti non tornano. Come può utilizzare al meglio il suo capitale umano e crescere un paese che eroga  il peggio dell’assistenza passiva, da un lato, e il peggio del riconoscimento del lavoro svolto, dall’altro? La mancanza di politiche attive e di un salario minimo hanno creato una disconnessione tra lavoro e suo valore dal quale abbiamo tutti da perdere e sicuramente frustra e deprime l’autonomia, l’intraprendenza e la voglia di fare dei giovani.
L’esempio fatto è una estremizzazione, ma in generale i più produttivi sono i giovani, che però più facilmente hanno lavori precari e malpagati. Vivono quindi nella casa dei maturi genitori, i quali rendono di meno per il sistema produttivo ma hanno una remunerazione o una pensione maggiore rispetto allo stipendio o al rimborso spese del figlio.
Recentemente un mio bravo collega ricercatore universitario a tempo determinato (scientificamente più produttivo della media dei professori ordinari) mi ha detto che è andato a comperarsi un’auto, pagando la metà in contanti e chiedendo un finanziamento per il resto. Si trattava di poche migliaia di euro. La risposta che ha avuto è stata: “torna con la busta paga di tuo padre”. Lascio a voi immaginare come si è sentito…

Alessandro Rosina

[nell'immagine, una locandina della campagna "Giovani non + disposti a tutto" della Cgil]


Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani
- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»
- Chi ha paura dei giovani che scalciano?
- Caro professor Rosina, grazie: il suo libro «Non è un paese per giovani» mi ha dato speranza per il futuro
- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato

E gli altri editoriali di Alessandro Rosina sull'argomento:
- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza
- Gioventù di nuovo in primo piano: dalla copertina del Time alle piazze italiane

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