Padri sempre più attivi e presenti, ma il mercato del lavoro è poco pronto a valorizzarli: e allora «Diamo voce ai papà»

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 21 Apr 2017 in Notizie

conciliazione vita/lavoroMaampaternitàPiano C

Cambiano pannolini, preparano pappe, prendono i bimbi al nido: è un dato di fatto che il ruolo dei papà si sia modificato negli ultimi anni. Eppure troppo spesso è come se la necessità di conciliare vita e lavoro, e le trasformazioni che la paternità comportano sull’uomo, fossero un tema in secondo piano su cui non soffermarsi. Ne è esempio il fatto che ad oggi non sia prevista una legislazione uniforme: negli ultimi anni c'è stato un vero e proprio balletto di giorni per la durata del congedo obbligatorio (vale a dire: separato e in aggiunta a quello per la madre) e di quello facoltativo (in alternativa, cioè attingendo ai giorni di congedo materno).

In particolare, notizia degli ultimi giorni è che per i papà di bimbi nati nel 2017 il congedo facoltativo non ci sarà, come ha precisato l'Inps sul suo portale: la misura per l'anno 2017 non è stata rifinanziata.

Sofia Borri,
direttore generale di Piano C, è indignata. Già in partenza «il congedo obbligatorio di 2 giorni è un compromesso rispetto alla proposta iniziale, che ne prevedeva 15 lavorativi, un compromesso dovuto al fatto che le risorse necessarie per attivare la misura sono importanti e, alla resa dei conti delle tante priorità, sono mancate. Un compromesso mal digerito da chi, come noi di Piano C, è convinto che la diffusione della cultura della genitorialità condivisa così come l'aumento della partecipazione socioeconomica delle donne siano un'urgenza che attiene al presente e al futuro del nostro paese. Un'urgenza che parla di lavoro, crescita economica, parità di opportunità».

A Piano C, associazione di co-working nata per
rispondere alle esigenze di conciliazione delle donne italiane,  infatti si pensa che ci sia un aspetto troppo poco analizzato: il ruolo dei papà. Da qui parte l'idea di un sondaggio nazionale in partnership con Alley Oop – Il Sole 24 ore, Maam – maternity as a master, Generali Italia e Ikea che ha indagato la gestione vita-lavoro, l’identità e i desideri dei papà italiani. Risultato: la campagna Diamo voce ai papà, basata su un assunto fondamentale: la costruzione di nuovi modelli di equilibrio tra vita e lavoro deve coinvolgere tutti i portatori di interesse. Non si possono quindi tralasciare gli uomini, che vanno anzi coinvolti per ascoltarne bisogni e desideri.

La campagna, presentata a metà marzo alla Camera dei deputati, è stata costituita da più fasi. Nella prima, condotta da luglio a settembre 2016, sono stati coinvolti solo gli uomini della community di Piano C. Questa fase è servita per stimolare i papà a parlare di sé e raccogliere informazioni da usare in seguito. In particolare nella terza fase, quando con i risultati raccolti si è deciso di lanciare un sondaggio a livello nazionale.

L’indagine è partita a fine novembre 2016 ed è durata tre mesi, coinvolgendo quasi 1.500 papà, oltre il 30 per cento tra i 40 e i 45 anni, la maggior parte con due figli e quasi la metà con bimbi piccolissimi, fino a 2 anni.


Ne esce una visione della paternità come esperienza molto positiva in termini di felicità, crescita personale e apertura mentale verso il futuro. Una volta padri, gli uomini sviluppano più pazienza, una migliore gestione del tempo e una maggiore capacità di problem solving. Non mancano però le conseguenze a questo nuovo “lavoro”: il peso di maggiori responsabilità, anche finanziarie, e la ricerca di un nuovo equilibrio nell’organizzazione quotidiana. Nonostante questo, solo quattro papà su dieci pensano che la paternità significhi ridimensionare le proprie ambizioni professionali. Anzi, sono più attenti di prima alla propria stabilità lavorativa proprio in funzione delle necessità della famiglia. E badano di più agli orari per dedicare la giusta attenzione ai figli.

A usare i congedi sono in particolare i papà più giovani, sotto i 40 anni. Sia per passare più tempo con i figli sia per condividere con la compagna la gestione della quotidianità. Tra quelli che, invece, non l’hanno usato – la maggioranza del campione - la motivazione principale è perché lo ha usato interamente la madre. Ma praticamente tutti, quasi il 90 per cento, sono d’accordo con la proposta di congedo obbligatorio di paternità per due settimane retribuito al 100% entro i primi cinque mesi di vita del figlio. Con addirittura due su dieci convinti che dovrebbe essere anche più lungo.

Questa prima analisi mette in evidenza come il problema della conciliazione tra vita lavorativa e familiare esista anche per gli uomini. Per questo Piano C ha voluto eseguire un’ulteriore ricerca su questo tema e sulle opportunità di congedo parentale a disposizione per gli uomini. In questo caso gli intervistati da Doxa sono stati 215
papà con almeno un figlio tra gli 0 e i 10 anni, la maggior parte tra i 35 e i 45 anni e la stragrande maggioranza lavoratori dipendenti.

Da questa analisi si è scoperto che ben sette papà su dieci sono a conoscenza del congedo parentale e quindi della possibilità di usufruire di 180 giorni retribuiti al 30% nei primi otto anni di vita del bambino, e otto su dieci sanno anche che questo diritto può essere usufruito da entrambi i genitori. Tra il dire e il fare, però, c’è l’abisso – perché, pur a conoscenza della legge, i papà non l’hanno usata. Soltanto un quinto degli intervistati, infatti, ha usufruito del congedo parentale e non per tutti i figli. A farlo in particolare i papà del Nord est e del Sud e la scelta, alla fine, non ha avuto per ben nove casi su dieci ripercussioni sul lavoro.

L’analisi non si ferma, però, soltanto ai papà “virtuosi” che hanno scelto il congedo. Ma anche a chi non l’ha fatto. Così si scopre che il principale motivo è, semplicemente, che sono le madri o i nonni a occuparsi della gestione della quotidianità. Tre papà su dieci, però, vorrebbero usare il congedo parentale ma non possono o perché lo usa interamente la madre o perché temono ripercussioni sul lavoro. Nonostante questa eventualità si sia raramente manifestata per chi l’abbia fatto. La stragrande maggioranza è però convinta che usare questo congedo sarebbe un’opportunità per avere più tempo da dedicare al figlio.

Per quanto riguarda invece il congedo obbligatorio di due giorni per i padri retribuito al 100% da usare entro i primi cinque mesi di vita del bambino, solo un papà su due è a conoscenza di questo diritto e solo un quinto del campione ne ha usufruito. Probabilmente
«perché è più facile semplicemente prendere ferie quando nasce tuo figlio», lanciando quindi un messaggio decisamente sbagliato, spiega Riccarda Zezza, Ceo di Piano C. In realtà poi sette papà su dieci trovano molto apprezzabile che ci sia questo diritto, sia per aiutare la neo mamma dopo il parto ad alleggerire i nuovi compiti sia perché lo ritengono un momento importante nella vita del genitore. E quasi tutti sceglierebbero la possibilità di un congedo di almeno 15 giorni.

Ma c’è un altro motivo per cui i padri non sono a conoscenza dei loro diritti ed è il continuo cambiamento, fatto da un anno all’altro, dei giorni disponibili di congedo che crea grande confusione. «Non aiuta minimamente a diffondere la misura e a far sì che i padri in modo sempre più massiccio ne facciano uso e lo richiedano» spiega Sofia Borri alla Repubblica degli Stagisti. «E per giunta diffonde l’idea di una misura eccezionale, non necessaria, che può variare a seconda del momento politico e non vitale per il futuro della nostra società. Il rischio è che si pensi che sia una misura non necessaria quando invece la nostra campagna Diamo voce ai papà ci racconta di una voglia di protagonismo dei padri a cui l’obbligatorietà del congedo permette di autorizzarsi a prendersi il loro spazio e a rivendicare del tempo con i propri figli».

E infatti i papà sono convinti, sette su dieci, di non essere abbastanza tutelati sul luogo di lavoro. Tanto che il 90% vorrebbe che gli venissero concesse agevolazioni lavorative, part time o telelavoro, per riuscire a passare più tempo con i figli piccoli.

Cosa raccontano quindi questi dati?
Lo spiega bene Zezza: i papà, come le mamme, dimostrano «che la paternità ha migliorato molte delle loro competenze. Prima fra tutte la pazienza, che però si declina in tante competenze trasversali, essenziali anche sul lavoro, come la capacità di ascolto, di attesa, di gestione del tempo». Se quindi i padri stanno imparando a stare al passo con i tempi, è la società invece a rimanere indietro e a non vedere che grazie alla paternità gli uomini scoprono di sbagliare e di continuare ad apprendere e, proprio per questo, sul lavoro possono avere una marcia in più.

Lo studio evidenzia che è necessario un riposizionamento del tema della conciliazione che non deve essere solo per la donna e che deve coinvolgere anche i luoghi di lavoro, le scuole, le istituzioni. La novità dell’ultima legge di bilancio che prevede per il 2018 non due ma quattro giorni di astensione obbligatoria dal lavoro per i padri lavoratori dipendenti si pone quindi in questa direzione. Ma come Sofia Borri fa notare, «quattro giorni di congedo di paternità obbligatorio entro i primi cinque mesi di vita del bambino sono pochissimi». Senza contare che il continuo cambiamento nel corso degli anni dei giorni obbligatori e facoltativi per i papà sono segno del fatto «che al di là delle dichiarazioni manca una volontà precisa di intraprendere in modo chiaro la strada della condivisione della gestione della cura familiare. Il tutto è segno che non è chiara la necessità dell’introduzione di queste misure come leva per agire su varie emergenze, dalla disoccupazione delle donne alla crisi della natalità alla crisi economica». Insomma nuovamente «una politica miope che non capisce che non stiamo parlando di “solo” due giorni in più o in meno di congedo per i padri, ma stiamo parlando di futuro».

I quattro giorni introdotti per il 2018 obbligano, però, il mondo del lavoro a considerare la paternità come un fenomeno naturale. Che quindi non va ignorato. Perché, come dimostra il sondaggio, solo parlandone, diffondendo e condividendo le immagini dei nuovi padri, si può provare a distruggere un po’ di pregiudizi e a valorizzare tutti i ruoli all’interno delle famiglie.


Marianna Lepore

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