Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi

Di Alessandro Rosina - 07 dicembre 2009 In Editoriali

Il punto di vista di un outsider che invita i giovani a riappropriarsi del loro futuro: con questo editoriale Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia e autore insieme a Elisabetta Ambrosi del bel saggio Non è un Paese per giovani (Marsilio) inaugura la sua collaborazione con la Repubblica degli Stagisti.

L’Italia è diventata, negli ultimi decenni, uno dei paesi sviluppati che meno offrono opportunità ai giovani. La strategia più comune è diventata quella di rimanere a vivere il più a lungo possibile a carico dei genitori. E, se proprio si deve uscire, meglio andarsene all’estero. Il bilancio fortemente negativo tra giovani cervelli che se ne vanno oltre confine e quelli che riusciamo ad attrarre dal resto del mondo sviluppato è uno dei tanti indicatori che documentano lo stato di sottosviluppo raggiunto dall’Italia sul piano delle possibilità offerte alle nuove generazioni.
Uno stato candidamente riconosciuto da Pier Luigi Celli, che sulla prima pagina del quotidiano Repubblica invita il figlio Mattia, finita l’università, a lasciare l’Italia: «scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati». La lettera di Celli, sessantasettenne direttore generale della Luiss, è la dichiarazione di un fallimento. La sua generazione si è presa tutto quello che poteva. La generazione dei figli non è riuscita a detronizzarla e viene quindi invitata ad andarsene in esilio.
Il nostro paese, del resto, assomiglia sempre di più ad una squadra di calcio nella quale giocano sempre i soliti, quelli della vecchia guardia.
I giovani se ne stanno più o meno comodamente in panchina, chiedendo ogni tanto timidamente di entrare. Insomma, come se Paolo Rossi e Dino Zoff, quelli dell’Italia del 1982 che oggi hanno 50-60 anni, pretendessero di andare loro l’anno prossimo in Sudafrica a giocarsi la coppa del mondo, al posto di ventenni come Davide Santon e Antonio Candreva, le vere promesse dell’Italia 2010.
Rimanendo nella metafora, ecco allora la cronaca degli ultimi avvenimenti. I vecchi giocatori litigano continuamente, non si passano la palla, vogliono tutti segnare, nessuno si sacrifica a centrocampo, e la porta rimane fragilmente esposta agli attacchi esterni. Uno di loro, tra i più sornioni in campo, si avvicina alla panchina. Vorrà finalmente uscire? Inizia la stagione dei cambi? Pia illusione. Si ferma vicino alla linea laterale. Fa cenno al figlio di avvicinarsi, ma senza oltrepassare la line bianca, e gli dice: «Caro Mattia, ho visto che ti sei riscaldato bene e con impegno, ma è inutile che pensi di entrare. Come vedi qui giochiamo noi e ci divertiamo molto, anche se in effetti perdiamo sempre. Tu sei bravo, ma qui non c’è spazio per te. Perché allora, invece di perdere tempo qui, non te ne vai a giocare da un’altra parte? Meglio per te, sai. Questa è una squadra di cialtroni che però non vogliono mai mollare, me compreso. Se vali, come penso, vedrai che non farai fatica a trovare un’altra squadra in cui giocare e diventare magari un campione».
Ecco, dopo il danno, la beffa. E se invece di emigrare, le riserve facessero una bella invasione di campo?

Alessandro Rosina


Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)
- Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»
- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

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