Ricerca medica, in Italia il 40% lavora gratis

Chiara Merico

Chiara Merico

Scritto il 15 Gen 2015 in Approfondimenti

Fare ricerca in Italia? Un atto di coraggio, date le condizioni a cui i ricercatori sono costretti a lavorare: uno su quattro lo fa a titolo praticamente volontario. Una indagine realizzata dalla Fondazione Giorgio Pardi e da AstraRicerche, presentata qualche settimana fa, ha scattato una fotografia preoccupante della ricerca di base e medica nel nostro Paese:  i giovani lamentano di non essere selezionati con criteri meritocratici, di non sentirsi valorizzati né motivati e spesso di non venire neanche pagati - con conseguenze gravi, dalla fuga all’estero al mancato ritorno, fino all’abbandono dell’attività di ricerca o alla decisione di proseguire comunque, a tutti i costi, anche senza una equa retribuzione per il proprio lavoro.

«I ricercatori universitari hanno un’età media di 45 anni e nell’area medica in Italia ce ne sono poco meno di tremila» dice alla Repubblica degli Stagisti Domenico Montemurro, responsabile del settore giovani del sindacato dei dirigenti medici Anaao Assomed. Lo studio di Fondazione Pardi ha preso in esame un campione di poco più di 550 di questi ricercatori, di cui la maggioranza (66%) donne e oltre uno su tre con più di 46 anni: si tratta di medici specializzati in vari campi - ginecologia, pediatria, neonatologia - ma anche di biologi, embriologi e biotecnologi.

Secondo l’indagine l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altri Paesi, specie per quanto riguarda le possibilità di avanzamento professionale, i redditi e la valorizzazione dei meriti. Per questo un quarto dei ricercatori interpellati ha raccontato di aver scelto di fare una o più esperienze internazionali: per tre su cinque si è trattato di una scelta propedeutica ad un eventuale ritorno in Italia, mentre la metà ha deciso di andare all’estero alla ricerca di migliori opportunità. Tre quarti degli intervistati hanno comunque effettuato esperienze di ricerca anche nel nostro Paese, nella metà dei casi senza essere pagati: questi ricercatori sono riusciti a tirare avanti grazie all’aiuto della famiglia oppure dedicandosi ad altre attività - come la pratica clinica per i medici.

«Quello che colpisce è la differenza tra la percezione e il vissuto personale dei ricercatori» aggiunge Sabino Frassà, segretario generale della Fondazione Giorgio Pardi. «Se la percezione generale è di una situazione grave, d’altra parte c’è la forza di volontà dei singoli, la loro dedizione: il 40% fa ricerca in Italia anche senza ricevere nessun compenso, e per vivere deve dedicarsi ad altro. E non è una situazione che coinvolge solo i giovanissimi; ci sono anche molti over 45, come spesso accade nel settore medico, che fanno ricerca, ma vengono retribuiti solo per la pratica clinica, senza che gli venga riconosciuto alcun ruolo accademico».

Un’altra evidenza che emerge dallo studio è che i ricercatori sono in maggioranza donne. «Da un lato questo vuol dire che la medicina e la biologia sono diventate sempre più appannaggio delle donne» nota Frassà: «Dall’altro, significa che la carriera nella ricerca non è vista come appetibile dal potenziale “padre di famiglia”: con mille euro al mese e contratti precari non è possibile mettere su famiglia, né pagare un affitto o tantomeno un mutuo». Eppure in Italia «la qualità della formazione è alta: la ricerca viene fatta ad altissimi livelli, finché è pagata. Purtroppo c’è pochissimo impegno per agevolare il rientro dei cervelli dall’estero: ci si barcamena per non far partire chi è rimasto», sottolinea il segretario generale della Fondazione.

Questa situazione ha portato a risultati molto negativi: tre intervistati su dieci in questo momento non sono impegnati in alcuna attività di ricerca, quattro su dieci fanno ricerca ma senza ricevere alcun sostegno e solo il 14% la svolge con gli opportuni finanziamenti. Di questi, la gran parte (63%) riceve i fondi dal settore pubblico e il resto si divide pressoché equamente tra chi riceve finanziamenti dal settore privato - generalmente da imprese - e chi viene sostenuto da associazioni non profit o fondazioni.

Un terzo del campione non ha mai ricevuto finanziamenti per fare ricerca in Italia e degli altri solo poco più di uno su venti ha potuto usufruire dei fondi per il rientro in patria dei ricercatori operanti all’estero. Tra chi lavora ancora oltreconfine, la maggioranza fa sapere che vorrebbe tornare in Italia, ma solo a patto di trovare le stesse opportunità. Oltre alla necessità di garantire adeguate forme di sostegno ai ricercatori, gli intervistati concordano: serve ripensare radicalmente il modello attuale.

A parte lo Stato, «che spesso viene criticato perché poco attento alla meritocrazia», a finanziare la ricerca sono le imprese private, che però «percentualmente contano meno rispetto a quanto accade negli altri Paesi», e «il terzo pilastro: il non profit. Come Fondazione Giorgio Pardi avevamo iniziato a sostenere diversi centri di natalità in alcuni tra i Paesi più poveri del mondo, come Haiti, Ecuador e Afghanistan, ma poi abbiamo deciso di puntare sul sostegno dei giovani ricercatori in Italia», riassume Frassà.

Tra le iniziative, ad esempio, c’è il premio assegnato a metà dicembre, al termine del Congresso Agorà della Società nazionale di medicina perinatale, a quattro ricercatori under 36: Annamaria Nuzzo, Salvatore Gizzo, Sara Tabacco e Federica Veggo. «Il punto è che raccogliere fondi per aiutare un bimbo in Africa è più facile che ottenere finanziamenti per la ricerca» si rammarica il segretario generale della Fondazione: «Alcuni tipi di ricerca, come quella sul cancro, generano più empatia, perché la malattia fa paura: mentre l’idea di sostenere un giovane in Italia non è ancora diffusa. Nel nostro Paese i giovani vengono visti come un’opportunità, ma anche come un problema».

Il tema è particolarmente pressante per quanto riguarda i ricercatori di area medica: come sottolinea Domenico Montemurro «per la formazione di un medico, tra ciclo di laurea e specializzazione, lo Stato investe in media circa 150mila euro: e al termine del percorso di studi, come sappiamo, in molti scelgono di andare all’estero». Nel triennio 2012-2014 infatti «circa 670 medici tra i 25 e i 39 anni sono espatriati», snocciola Montemurro «ma è un dato sottostimato, perché non conosciamo l’esatto numero dei “certificati di onorabilità professionale” che vengono rilasciati dal ministero a chi vuole andare all’estero. A spanne dovrebbero essere circa un migliaio; tra le mete preferite ci sono Francia, Germania, Svezia, Regno Unito oppure lidi più lontani, come l’Australia». Molti di loro partono proprio per fare ricerca.

«Tra le difficoltà maggiori, c’è il fatto che con la riforma Gelmini i contratti di ricerca durano 3 anni più 2, al termine dei quali chi non riesce a prendere l’idoneità da professore associato resta fuori». Di conseguenza molti ricercatori sono in realtà «specializzandi, che svolgono attività di ricerca durante il corso di specializzazione, ma vengono pagati solo per l’attività clinica e spesso non possono inserire il loro nome nelle pubblicazioni, così che questi lavori non possono entrare nel curriculum», aggiunge il rappresentante del sindacato: «I medici possono inoltre fare un dottorato di ricerca, dopo la laurea oppure durante l’ultimo anno della specializzazione, con o senza borsa. La durata media dei dottorati è di 3-4 anni e con la borsa di studio la retribuzione è di circa 1300 euro lordi, pari a circa mille euro netti al mese: ovviamente, chi fa il dottorato durante la specializzazione non riceve la borsa». In più «questi medici possono svolgere attività libero professionale, ma fino a un massimo di 15mila euro lordi all’anno e previa autorizzazione da parte dell’università».

Tra precariato e bassi compensi, scegliere di fare ricerca medica in Italia assomiglia a un salto nel buio: «La legge che avrebbe dovuto agevolare il rientro in patria dei ricercatori non ha praticamente funzionato, e in più il fondo per la ricerca clinica è stato recentemente decurtato». Anche per questo la chiusa di Montemurro è pessimista: «I migliori cervelli rimangono all’estero». A meno che il ministero ora guidato da Stefania Giannini non metta in campo azioni per invertire la rotta.

Chiara Merico


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