Abolire gli stage extracurriculari: perché sarebbe giusto in teoria, perché in pratica oggi è impossibile

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 31 Gen 2014 in Editoriali

Lo stage si sovrappone, anzi spesso si sostituisce, al lavoro; è propedeutico perché "insegna un mestiere" ma a volte anche cannibale, quando un posto di lavoro viene occupato utilizzando uno stagista. Alcuni economisti e giuslavoristi si rendono conto di questo e inseriscono nelle loro proposte di riforma del mercato del lavoro - come ha fatto di recente Francesco Giubileo nel suo articolo «Contratto unico, solo così può funzionare» pubblicato qualche giorno fa su Linkiesta, che commentava le prime linee della bozza di Jobs Act che il Partito democratico sta per presentare - una regolamentazione più stringente dell'utilizzo dello strumento dello stage. Per esempio, vietandolo al di là di una certa soglia. Tale soglia può essere anagrafica (niente stage per persone di oltre un tot di anni - un po' quel che accade con il contratto di apprendistato, che può essere attivato solo su persone che non abbiano ancora compiuto trent'anni). Oppure la soglia può essere correlata all'ultimo percorso di studi, prevedendo che si possano attivare tirocini solo in favore di persone che abbiano concluso da meno di x mesi (12, 18, 24...) l'ultimo ciclo di istruzione.
stage lavoroStabilita però la soglia "equa" di un provvedimento del genere, bisogna conoscerne i probabili risultati. Anche sulla scorta dei tentativi compiuti in passato e miseramente falliti. Uno su tutti, l'articolo 11 del decreto legge 138/2011. Quell'articolo disponeva che i tirocini extracurriculari potessero essere «promossi unicamente a favore di neodiplomati o neolaureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei relativo titolo di studio». Creò un tale caos, con una mole tanto enorme di proteste e lamentele, che dopo poche settimane - settimane! - il ministero del Lavoro, allora guidato da Maurizio Sacconi, dovette correre ai ripari con una penosa retromarcia, inventandosi attraverso una circolare una tipologia fino a quel momento inesistente di tirocini, e cioè quelli "di inserimento". Chi volesse ripercorrere quella vicenda può ritrovare tutti gli articoli che dedicammo ad essa qui.
Riprendiamo il ragionamento. Il primo risultato, più evidente, che un paletto più rigido sull'attivazione di stage produrrebbe è positivo. Chiusa la possibilità di inquadrare chiunque, anche un plurilaureato, anche qualcuno con anni di esperienza di lavoro alle spalle, con uno stage (oggi è possibile, per esempio, farlo in quasi tutte le Regioni italiane attraverso la formula appunto del "tirocinio di inserimento", per il quale basta che la persona sia iscritta al centro per l'impiego e si dichiari disoccupata), il datore di lavoro interessato a un determinato candidato non avrebbe altra strada se non quella di assumerlo. Con un contratto vero. Ciò ovviamente andrebbe a tutto vantaggio della persona che cerca lavoro, che in questa situazione "scamperebbe" uno stage e otterrebbe invece un contratto con tutti i crismi, la retribuzione, la contribuzione e tutto il resto.
Eppure vi sono almeno due effetti collaterali che possono verificarsi e vanificare l'effetto positivo del "blocco". Il primo è il rischio di un aumento del lavoro nero. Poiché il costo del lavoro è particolarmente alto in Italia, assumere con tutti i crismi potrebbe essere considerato troppo costoso: e dunque al candidato potrebbe essere proposto un lavoro in nero. Con tutte le conseguenze nefaste del caso, a cominciare dal mancato versamento dei contributi e dalla totale mancanza di protezione in caso di incidenti sul lavoro, malattia o maternità.
Il secondo effetto collaterale è che, pubblicato un annuncio, al momento di vagliare le candidature un'azienda (o un ente) scarti sistematicamente tutti i candidati il cui cv li ponesse al di fuori, per ragioni anagrafiche o altro, dalla possibilità di essere inquadrati come stagisti. Se la legge cioè introducesse il divieto di fare stage oltre i trent'anni, si rischierebbe che tutti i cv degli over 30 venissero cestinati a prescindere, in una logica di utilizzo dello strumento dello stage posto come interesse primario e superiore anche alla scelta del profilo effettivamente i migliore per la posizione da coprire.
Su questo secondo effetto collaterale, o meglio sul terrore che esso possa verificarsi, si innesta l'ultima tassello che completa il quadro della situazione. E cioè il fatto che siano i giovani stessi - o quantomeno la maggior parte di essi, specialmente quelli che io definisco giovani "anzianotti" e cioè tra i 25 e i 35 anni - a osteggiare l'ipotesi dell'istituzione di una soglia. La maggior parte di chi oggi cerca lavoro è infatti disponibile ad accettare qualsiasi condizione pur di riuscire a mettere un piede dentro, e di conseguenza non tollera l'ipotesi che, ponendo una soglia, alcuni possano essere avvantaggiati (nella fattispecie: i più giovani, quelli diplomati o laureati da meno tempo) e altri danneggiati. Anche perché ad essere danneggiati - vale a dire a non poter più candidarsi agli annunci di stage - sarebbero, come è intuibile, quelli già in difficoltà: cioè coloro che magari cercano un lavoro da più tempo, o ne hanno perso uno e devono ricollocarsi.
Su questo, in particolare, si deve riflettere per capire appieno la situazione italiana. Vale la pena ricordare che gli stage in Italia si suddividono in due tipologie. Vi sono quelli «curriculari», svolti cioè all'interno di un percorso formativo (un corso di laurea universitario, nella maggior parte dei casi), e quelli «extracurriculari». Ovviamente nessuno propone di abolire la prima tipologia, che anzi è strategica per poter aggiungere la pratica alla teoria e dunque ottimizzare il proprio percorso di studi andando a imparare come si applicano, nel mondo del lavoro, le nozioni imparate sui libri.
Tutto il dibattito relativo all'abolizione degli stage, o - nella sua forma più moderata e ragionevole - dell'imposizione di una soglia, si gioca sugli stage «extracurriculari», cioè quelli svolti una volta completato il percorso di studi. Questa tipologia è di competenza regionale, e proprio negli ultimi mesi ha visto il fiorire di tutta una serie di leggi regionali (una diversa, sic, per ogni Regione) che le hanno regolamentate alla luce degli accordi presi attraverso le linee guida concordate in sede di Conferenza Stato-Regioni esattamente un anno fa. A grandi linee si può affermare che secondo tutte le normative regionali attualmente vigenti in materia, oggi chiunque può fare uno stage. Dal primo al 365esimo giorno dal momento della fine della sua formazione potrà fare «stage extracurriculari di formazione e orientamento», dal 366esimo giorno in poi potrà fare «stage extracurriculari di inserimento/reinserimento lavorativo». Solo il nome cambia. L'unica differenza di rilievo è che per la seconda tipologia vi è un requisito in più, cioè essere iscritti al centro per l'impiego come «disoccupati» o «inoccupati»: requisito comunque semplicissimo da ottemperare.
Porre una soglia significherebbe scegliere di agire sugli stage extracurriculari, in maniera drastica e cioè abolendoli - e lasciando in essere solo quelli curriculari - oppure in maniera soft e cioè ponendo una soglia, che come si diceva prima potrebbe essere quella dei primi 12, o 18, o 24 mesi dalla conclusione dell'ultimo ciclo di istruzione compiuto.
Personalmente, penso che sarebbe giusta questa seconda strada, per stringere le maglie e impedire l'abuso - ormai endemico - dello strumento dello stage. Ma penso anche che non sia questo il momento giusto per farlo. Siamo in crisi dal 2009. Cinque anni in cui si sono persi posti di lavoro, in cui la disoccupazione è aumentata a vista d'occhio, in cui si sono ingrossate le fila degli scoraggiati che non studiano e non cercano lavoro e specularmente di coloro che decidono di andare a cercare fortuna all'estero, non tanto per libera scelta quanto per totale assenza di prospettive a casa propria. Cinque anni in cui tanti giovani si sono scontrati con un muro di gomma, in cui hanno avuto accesso a poche opportunità di ingresso nel mercato del lavoro e quasi tutte al ribasso, attraverso stage o contratti precari e sopratutto di breve durata. Questo ha prodotto, specialmente per chi ha concluso i suoi studi tra il 2007 e il 2011-2012, una situazione di oggettivo svantaggio: una intera generazione, oggi intorno ai trent'anni, che si è trovata alle soglie del mercato del lavoro nel momento più sfortunato degli ultimi decenni.
Scegliere di vietare gli stage per chi si sia diplomato o laureato da oltre un tot scaricherebbe un peso insostenibile sulle loro spalle. La loro situazione, già difficile per il fatto di avere più anni dei candidati con i quali si trovano a competere nei colloqui di lavoro (ai selezionatori di solito piace scegliere, tra due candidati equivalenti, quello più giovane), e per il fatto che con il passare del tempo le competenze si "usurano" e invecchiano, diventerebbe pressoché senza uscita, o quantomeno così verrebbe da loro percepita. Perché di fatto si troverebbero ad essere esclusi, per legge, dalla stragrande maggioranza delle offerte per profili "junior", quelle attraverso cui la maggior parte delle imprese assume le new entry.
Dunque pensare di porre un limite all'utilizzo degli stage è giusto, ma non è assolutamente questo il momento di farlo. Attendiamo di uscire finalmente da questa dolorosa crisi. Attendiamo che i dati sulla disoccupazione scendano, tenendo d'occhio sopratutto la fascia 25-34enni. Attendiamo anche che le nuove leggi regionali sugli stage extracurriculari producano gli effetti attesi (che attenzione, non si potranno cominciare a vedere e analizzare prima del 2015). Attendiamo tutto questo, tenendo nel frattempo gli occhi bene aperti sull'utilizzo di questo strumento e agendo con controlli a monte e ispezioni a valle per verificare che non si perpetrino abusi. E poi, quando l'Italia sarà di nuovo un paese normale, potremo permetterci di introdurre una soglia che renda normale e saggia anche la "tempistica" degli stage.
Nel frattempo comunque ci sono tante cose che si possono fare. Per esempio serve subito, in tema di stage curriculari, una nuova regolamentazione che colmi la vacatio legis: in questo senso va il nostro appello al ministro Maria Chiara Carrozza. Essenziale sarebbe infatti introdurre un compenso minimo anche per questa tipologia di tirocini, in modo che non diventino i concorrenti sleali, più convenienti e dunque più allettanti, di quelli extracurrulari. E altrettanto urgente, e di immediata fattibilità, potrebbe essere un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni per apportare una miglioria alle nuove leggi regionali, vietando completamente gli stage per mansioni di basso profilo - o riducendone in maniera drastica la durata massima. Così da evitare casi inaccettabili come gli stage per camerieri, lavapiatti, benzinai, commessi, o addirittura braccianti agricoli.
C'è già tanto da fare per arginare le falle più macroscopiche. Evitiamo tagli eccessivi, che rischierebbero di portare - per come stanno oggi le cose - per i giovani (specie quelli anzianotti) uno svantaggio peggiore del beneficio ottenuto.

Eleonora Voltolina

Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:
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